Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione di Colazione da Tiffany, Truman Capote, (Garzanti, 2014)

6 febbraio 2014

colazionedatiffanyTruman Capote
Colazione da Tiffany

Traduzione dall’inglese di Bruno Tasso

Da questo libro il film vincitore di 2 premi Oscar, con Audrey Hepburn e Mickey Rooney

Quando Colazione da Tiffany venne pubblicato per la prima volta nel 1958, il «Time» definì la sua eroina, Holly Golightly, «la gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato. È un incrocio tra una Lolita un po’ cresciuta e una giovanissima Auntie Mame (l’eccentrica protagonista dell’omonimo romanzo di Edward E. Tanner, del 1955)… sola, ingenua e un po’ impaurita».
Di tutti i suoi personaggi, disse Capote più tardi, Holly è stata la sua preferita, ed è facile capire perché.
Holly Golightly è una cover-girl di New York, attrice cinematografica mancata, generosa di sé con tutti, consolatrice di carcerati, eterna bambina chiassosa e scanzonata. È un personaggio incantevole, dotato di una sorprendente grazia poetica. Intorno a lei ruotano tipi bizzarri come Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing; O.J. Berman, il potente agente dei produttori di Hollywood; il «vecchio ragazzo» Rusty Trawler; Joe Bell, proprietario di bar e timido innamorato… «Holly Golightly», scrisse «The Atlantic», «è bizzarra, simpaticissima, commovente… e reale.»

Solo il 14 febbraio 2014 torna nelle sale italiane il film di Blake Edwards in versione restaurata e digitalizzata in 4K, per far rivivere su grande schermo l’intramontabile classico della storia della letteratura e del cinema Colazione da Tiffany di Truman Capote.

PRESENTATI ALLA CASSA DEL CINEMA CON IL LIBRO COLAZIONE DA TIFFANY (edizione Garzanti) PER ACQUISTARE IL BIGLIETTO PER LA PROIEZIONE A PREZZO RIDOTTO*

L’elenco delle sale e delle proiezioni in 2K e 4K disponibile su www.nexodigital.it

* La promozione è valida solo nei cinema che aderiscono all’iniziativa

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Altre voci, altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), il romanzo che Capote ha concluso poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e riemerso solo nel 2004, tra le carte abbandonate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn; la raccolta completa di tutti i suoi racconti La forma delle cose. Tutti i racconti di Truman Capote (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e la raccolta dei suoi scritti giornalistici Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008).

:: Volevo solo averti accanto, Ronald H. Balson, (Garzanti, 2014) a cura di Natalina S. e Marco Minicangeli

5 febbraio 2014

imagesNatalina S.

Sarebbe stato un peccato chiudere nel cassetto dei sogni “Volevo solo averti accanto”, un romanzo di Ronald H. Balson, avvocato statunitense, che nella sua forgia letteraria ha saputo fondere il senso di giustizia con la passione per la scrittura e arrivare, con grande calore, al cuore dei lettori. Ed è proprio il cuore dei lettori a restituire entusiasmo e forza tali da rendere il romanzo un successo indiscusso a livello internazionale. Tradotto da Lucia Ferrantini ed edito da Garzanti, Volevo solo averti accanto, conquista anche gli scaffali delle librerie italiane nonché  l’animo, appassionato e sensibile, degli amanti del genere.

“Ci piace pensare di aver ormai superato l’odio razziale, ma la verità è che non possiamo mai abbassare la guardia [ … ] noi siamo delle sentinelle, dobbiamo tenere gli occhi aperti rispetto a qualunque indizio possa assomigliare al germe del genocidio.”

Sono le parole di Ben Solomon, protagonista principale del romanzo, ad offrirci una chiave di lettura profonda e significativa del tema che fa da perno all’intera storia: l’Olocausto che, pur essendo una delle manifestazioni più terrificanti del male, non esaurisce in sé le mille altre facce in cui può mostrarsi  e ci obbliga, in quanto figli della civiltà, a non abbassare il livello di guardia per non rischiare di inciampare, nuovamente, in errori che poco distano dal confine del filo spinato.
La storia narrataci da Balson abbraccia due momenti spazio-temporali, un presente nell’Illinois del 2004 e un passato nella Zamość degli anni del nazismo, perfettamente bilanciati nelle tre parti in cui la struttura narrativa è stata concepita. È il 26 settembre del 2004 e Ben Solomon, ebreo polacco, sopravvissuto ai campi di concentramento, sta per partecipare all’evento mondano più atteso dell’anno: il Gran Gala di apertura, la forza del destino, al Teatro dell’opera di Chicago. Il suo è un appuntamento atteso, voluto. Ben desidera, con tutte le sue forze, risanare la spaccatura che Elliot  Rosenzwaig, oggi, uomo integerrimo e dalla posizione indiscussa, ha provocato nella sua vita e in quella della sua famiglia, in cambio di una fatiscente bramosia di potere durante il regime. Sostenuto dalla forte quanto fragile avvocatessa Catherine Lockhart, Ben combatterà la sua battaglia fino a quando una luce spunterà per i giusti a dar gioia ai retti di cuore e solo allora troverà pace.
Non c’è vita senza amore, in tutte le sue manifestazioni, e anche nel clima nefasto dello sterminio nazista o, forse, soprattutto, esso si confonde fino a fondersi con l’istinto di sopravvivenza per sputare sull’odio e abbracciare i sogni. Volevo solo averti accanto è, anche, una storia d’amore e di amicizia non circoscritte entro i limiti del tempo e dello spazio ma cerniere indissolubili tra la vita e la morte.
Con la sua prosa minuziosa e l’estrema naturalezza nel narrare i fatti, questo romanzo conduce i lettori ad entrare in empatia con la sofferenza e con il senso di giustizia che spinge il protagonista alla ricerca della verità. Il ritmo, seppur lento nello snocciolare istante per istante ogni avvenimento, tiene alta l’attenzione e il desiderio di arrivare fino in fondo per scoprire che mai nessuno potrà chiudere questo capitolo chiamato Olocausto. Traduzione di Lucia Ferrantini.

Marco Minicangeli

Chicago, 26 settembre 2004. Al Teatro dell’Opera sta per iniziare La forza del destino, Gran Gala d’apertura della stagione. Elliot Rosenzweig, ricco mecenate della città, sta apprestandosi ad entrare quando tra la folla appare un uomo vestito con uno smoking fuori moda che si avvicina e gli punta addosso una pistola. Subito viene fermato e arrestato, ma il problema è che l’arma, una vecchia Luger, non avrebbe mai potuto sparare. Effettivamente quello che vuole l’uomo non è uccidere, ma attirare l’attenzione di tutti su un fatto: il vero nome di Resenzweig è Otto Piatek, e quell’uomo è il Macellaio di Zamosc, un famoso criminale nazista.
Inizia così Volevo solo averti accanto Once We Were Brothers — di Ronald H. Balson, un romanzo che negli Stati Uniti è stato un piccolo caso. Autopubblicato in formato ebook, è letteralmente esploso solo grazie al passaparola nella rete e le grandi case editrici se lo sono conteso a suon di dollari.
Torniamo alla vicenda narrata. L’uomo che ha puntato la pistola è Ben Solomon, un ebreo che è riuscito a salvarsi dalle persecuzioni naziste ed è emigrato in America. Sarebbe più o meno la stessa storia che racconta Rosenzweig — magnate delle assicurazioni, benefattore della città — che afferma di essere sopravvissuto ad Auschwitz, ma Solomon continua a dire che non è così, che lui è un nazista delle SS. Nessuno sembra volergli credere, nessuno tranne Catherine Lockhart, un giovane avvocato avviato a una radiosa carriera. E così Ben inizia a raccontare la storia sua e di Elliot (o forse sarebbe meglio dire Otto?), facendo rivivere al lettore la follia degli anni del nazismo. La storia scorre bene e non pochi saranno i problemi che Catherine e Ben si troveranno ad affrontare in una Chicago che fa fatica ad accettare quelle accuse. Ma è davvero così o dietro c’è qualche altra cosa? Possibile che quell’ottantenne illuminato, che fa donazioni anche ad associazioni ebraiche, sia un criminale di guerra?
Volevo solo averti accanto mette il dito in una piaga che forse non sarà mai sanata. Molti sono quelli che non hanno pagato (in Francia, Didier Daenickx con lo splendido A futura memoria si era fatto le stesse domande) e noi italiani dovremmo interrogarci su quante siano le camice nere che da un giorno all’altro sono diventate bianche. Chissà quante ricchezze, più o meno cospicue, sono il risultato della spoliazione degli ebrei. Già, chissà.

Ronald H. Balson: è un avvocato con la passione della scrittura. Volevo solo averti accanto è il suo primo romanzo .

:: Segnalazione: “Grandangolo – I Grandi Filosofi del Corriere della Sera”

5 febbraio 2014

3D_grandangoloLa collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm  x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link: http://goo.gl/dxUMi4. Per chi preferisce il formato digitale,  i volumi saranno disponibili sui principali store e sull’app per iPad Biblioteca del Corriere ad un prezzo ancora più conveniente. Il primo ebook sarà venduto a partire da € 0,89; dalla seconda uscita in poi il prezzo sarà a partire da € 3,59.

:: Rosa Candida, Audur Ava Ólafsdóttir, (Einaudi, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2014

978880621013MEDAd un certo punto della lettura di Rosa Candida, il romanzo dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir, mi sono chiesta se fosse una favola. Forse questo libro ha un che di favolistico, ma l’autrice riflette su quanto possano essere importanti per il corso del destino le scelte che compiamo nella nostra vita. Protagonista del romanzo edito dalla Einaudi è il ventiduenne Lobbi che ha lasciato la sua terra d’origine in direzione  del’Europa del Nord dove ha accettato di lavorare in un monastero come giardiniere, accudendo le specie molto rare di rose che lì crescono. L’arte del culto e della coltura floreale il protagonista l’ha ereditata dalla madre,  morta in un drammatico incidente d’auto. Lobbi parte alla ricerca si sé lasciandosi alle spalle l’anziano padre Thoir, intento a riprodurre le ricette ereditate dalla moglie, e Josefun fratello gemello autistico con il pallino dell’ordine. In realtà non c’è solo questa famiglia d’origine, perchè il giovane partendo abbandona anche il frutto di una fugace notte d’amore passata con Anna: la piccola di sette mesi chiamata Flóra Sòl. Lobbi parte, nessuno riesce a fargli cambiare idea, e con sé prende alcune piantine di Rosa candida, una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre. In un primo momento pensavo che il protagonista avesse deciso di scappare da alcuni imprevisti che il destino gli aveva riservato, ma procedendo nella lettura mi sono resa conto che Lobbi inizia un viaggio per trovare il senso della sua esistenza. Ad aiutarlo nel tortuoso cammino di scoperta di sé in una prima fase ci penserà padre Thomas, un monaco con la passione sfrenata per il cinema, il quale sosterrà il ragazzo con parole, ma soprattutto con una efficace terapia a base di film. Poi, sarà l’arrivo quasi inaspettato di Anna, ma soprattutto quello della piccola Flóra Sòl, identica a lui che ne è il padre, che stravolgerà l’animo e il cuore di Lobbi facendogli capire cosa vuole davvero: una famiglia tutta sua. Rosa candida è un romanzo di formazione dove all’inizio si ha la netta sensazione che il protagonista non abbia la minima idea di cosa fare della propria vita. Le atmosfere di questo percorso umano sembrano fatate e appartenenti ad una dimensione fuori dalla realtà, ma grazie ad un linguaggio delicato la Ólafsdóttir ci accompagna con garbo dentro alla vita di un giovane padre. La partenza di Lobbi verso un luogo del tutto sconosciuto, il lungo e complicato viaggio per arrivare alla meta e il lavoro, cominciano a insidiarsi in ogni fibra dell’animo di Lobbi. Anna, la madre della piccola Flóra Sòl, inizia a diventare per il nostro protagonista un qualcosa di più che la ragazza semisconosciuta di un rapido incontro d’amore. La convivenza li porterà ad essere vicini e a conoscersi meglio, tanto che ad un certo punto sembra che nella coppia possa scoppiare la vera scintilla. A dire il vero però, ciò che determinerà in Lobbi la presa di coscienza di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità saranno due forme di amore che lui mette in atto: il prendersi cura con passione costante delle delicate piantine di Rosa Candida e primo su tutti, l’amore incondizionato nell’accudire la figlia  Flóra Sòl, perché è solo grazie a questo frugoletto dai capelli rossi che Lobbi riuscirà a scovare il proprio – anzi il loro – posto nel mondo. Traduzione di Stefano Rosatti.

Audur Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Rosa candida, tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti, di cui Paolo Giordano ha scritto: «Rosa candida ubbidisce al tempo sospeso delle fiabe come se fosse stato scritto da un’eremita riparata per anni in un fiordo, senza radio, giornali o televisione: una bella boccata di ossigeno». Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito La donna è un’isola.

:: Le ossa della principessa, Alessia Gazzola, (Longanesi, 2014)

2 febbraio 2014

ossa_della_principessaDopo L’Allieva, Un segreto non è per sempre, e Sindrome da cuore appeso (prequel della serie) torna il personaggio di Alice Allevi, creato dalla simpatica autrice messinese Alessia Gazzola, in Le ossa della principessa, sempre edito da Longanesi, come i precedenti romanzi. Passano gli anni, Alessia nel frattempo è diventata mamma della piccola Eloisa, e anche il personaggio di Alice Allevi è cresciuto, si è arricchito di sfaccettature, esperienza e delusioni, pur non perdendo le connotazioni buffe e divertenti che l’hanno fatto emergere nel panorama giallo italiano.
La mia ipotizzata virata verso il medical thriller, con connotazioni più forti e drammatiche, non c’è stata, la Gazzola resta fedele al suo schema iniziale che unisce una piacevole  indagine gialla, (niente accenni macabri, derive pulp, per intenderci),  agli ingredienti tipici del romanzo rosa, venato di umorismo e vera e propria comicità. Alice Allevi è sempre sbadata, pasticciona, incapace di avvicinarsi ad un oggetto fragile senza mandarlo in mille pezzi, sempre innamorata sia di Arthur che di Claudio Conforti, (non spoilero promesso, ma in questo romanzo Alice compirà delle scelte definitive, e a meno che la Gazzola non introduca un nuovo personaggio maschile più tranquillo e posato, ma altrettanto affascinante, capace di darle una nuova serenità sentimentale. Daniel Sahar sarebbe stato un buon candidato, se non fosse…) Ma basta cercare marito alla povera Alice Allevi e analizziamo un po’ la trama puramente gialla.
Allora al centro de Le ossa della principessa ci sono due casi paralleli: una sparizione e un cold case. A sparire è niente meno che l’odiosa Ambra Negri della Valle, collega, nemica e rivale di Alice, della quale verremo a scoprire un lato più tormentato e umano, che di punto in bianco scompare da Roma, gettando nella disperazione la madre Isabella, un irriconoscibile Claudio Conforti, macerato dai sensi di colpa, e la stessa Alice che con sua somma sorpresa prova sentimenti ambivalenti nei riguardi di una ragazza fino a quel momento platealmente odiata. Il cold case invece è legato al ritrovamento in un campo delle ossa di un’archeologa morta alcuni anni prima, con accanto una coroncina di plastica da principessa delle favole, indizio messo apposta forse per sviare le indagini, e una moneta da due euro, quasi un obolo per Caronte, (nella religione greca e romana, l’obolo era appunto necessario per pagare il viaggio al traghettatore dell’Ade) segno forse d’affetto di chi comunque non si è preoccupato di dare degna sepoltura alla sfortunata ragazza.
Affiancati dall’Istituto di medicina legale, Calligaris, (il poliziotto alla Maigret, nostra vecchia conoscenza), e Alice porteranno avanti le indagini scoprendo collegamenti inaspettati, (Ambra e l’archeologa uccisa erano amiche e compagne di scuola), che avvalorano così il sospetto che i due casi possano essere legati e che anche Ambra possa essere morta. Il tutto porterà l’improbabile coppia di investigatori a vagliare ipotesi, seguire piste, interrogare presunti testimoni, ma naturalmente c’è qualcuno che mente, c’è qualcuno che ha qualcosa da nascondere e sarà proprio Alice, sempre più pasticciona, ad avere l’intuizione risolutiva, perché sarà anche imbranata e sentimentalmente scombinata, ma l’intuito investigativo non le manca e la porta ad anticipare lo stesso Calligaris, fiero della sua giovane allieva, forse più portata a fare il poliziotto che il medico legale.
Dunque la trama è semplice, con leggerezza e  agilità la Gazzola la dipana, giocando su una sorta di doppio,  Alice e Viviana (l’archeologa uccisa) si somigliano e più l’una conosce l’altra attraverso la lettura delle sue mail, e dei suoi diari, e più l’immedesimazione sembra sconcertare la stessa protagonista. Le difficoltà lavorative, le storie sentimentali complicate, il rapporto mentore allieva, tutto si sovrappone in un incalzante gioco delle parti. Chi sarà l’assassino dell’archeologa? Che fine avrà fatto Ambra? Sarà coinvolto Claudio Conforti nella sua sparizione? Come in ogni giallo che si rispetti il lettore si trova a porsi le stesse domande dei personaggi.
In più una spruzzata d’avventura. L’Oriente, gli scavi archeologi in Palestina e Israele, la scoperta dello scheletro di una antica principessa, la difficile situazione socio-politica, (che la Gazzola fa emergere dai dialoghi dei personaggi) le aspirazioni di una ragazza determinata, competente, e innamorata, che si scontrano con le competizioni del mondo accademico. Viviana ne esce un bel personaggio, non la solita vittima che sbiadisce sullo sfondo, la Gazzola la fa rivivere in pagine che frammentano la narrazione in prima persona di Alice.
Chiude il romanzo il più classico cliffhanger. La narrazione si interrompe con l’ incipit del prossimo romanzo della serie: l’annuncio di un delitto a teatro, lo stesso teatro in cui Cordelia e la sua compagnia fanno le prove ogni giorno, quindi in un modo o nell’altro Arthur tornerà a fare capolino. Non temete. Fascetta niente meno che di Jeffery Deaver, il padre di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs: «Un talento incredibile. Un thriller che ti conquista fin dalla prima pagina… Grande tensione psicologica e un ritmo travolgente. Vi terrà svegli tutta la notte.»

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito.

:: La figlia del boia, Oliver Pötzsch, (Beat, 2012) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2014

la_figlia_del_boia_1Tra i generi che vanno di più al momento c’è il giallo storico, con come ambientazioni predilette il Medio Evo o la Londra vittoriana, l’epoca in cui nacque il giallo come genere letterario, ma che ogni tanto può spaziare su altri momenti e luoghi, a raccontare storie lontane nel tempo ma con motivazioni alla fine non dissimili da quelle che muovono gli animi degli esseri umani oggi.
Tra i tanti titoli che sono usciti spicca, per l’epoca non tanto praticata, La figlia del boia di Oliver Pötzsch, prima di una serie di storie ambientate nella Germania del Seicento, dopo la conclusione della guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa, facendo nascere gli Stati nazionali moderni e dando un primo colpo ad un fondamentalismo religioso ancora presente, e che aveva ispirato le guerre di religione e la caccia alle streghe.
Il protagonista e investigatore di questa storia è Jacob Kuisl, il boia della cittadina di Schongau, all’epoca di una certa importanza, un uomo che per autorità della legge deve infliggere tormenti e morte, ma capace di umanità e diviso verso quella modernità che pian piano, almeno qui in Europa, renderà obsoleto il suo lavoro. Jacob non crede alla colpevolezza della levatrice Martha, detentrice di un sapere al femminile che la pone ancora in odore di stregoneria e sospettata della morte di alcuni bambini, e decide di aiutarla a dimostrare la sua innocenza, anche perché a lei deve la vita di sua moglie e dei suoi figli, come praticamente tutti gli uomini della cittadina.
Jakob, non un sanguinario assassino e nemmeno un freddo esecutore come saranno i boia in epoche più vicine a noi, è un uomo di scienza aperto alle possibilità della modernità, e sarà affiancato, nella sua ricerca della verità, dal giovane medico Simon Fronwieser, che cerca di portare una concezione più moderna e scientifica della medicina, e dalla figlia Magdalena, una femminista ante litteram che non accetta il ruolo preordinato di figlia di un boia, che comporta compiti e limitazioni e un destino praticamente deciso.
La figlia del boia è un thriller storico pieno di colpi di scena e di false piste, che rappresenta in pieno l’ingresso nella modernità di un’epoca in cui si crede ancora alle streghe, ma in cui in realtà i delitti sono commessi per motivazioni molto più terra terra e moderne, cambiando pochi elementi potrebbe essere una storia di speculazione edilizia di oggi.
Il mondo descritto da Oliver Pötzsch, discendente dalla famiglia dei boia di Schongau, è lontano da noi ma a tratti vicino, e rispecchia ancora una volta come il compito della narrativa gialla, storica o meno, sia di portare alla ricerca di una verità ma anche di far riflettere sulle contraddizioni e isterie di una società. O almeno, questo dovrebbe succedere nella buona letteratura gialla, e La figlia del boia lo è. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Oliver Pötzsch è nato nel 1970 e vive a Monaco di Baviera con la sua famiglia. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore per la televisione tedesca ed è un discendente dei Kuisl, la dinastia di boia a cui appartiene anche il protagonista del suo romanzo, realmente esistita e che ha svolto il mestiere per 300 anni.

:: Storia di una professoressa, Vauro Senesi, (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2014

professoressaGli insegnanti oggi nel nostro Paese vengono spesso accusati di essere la causa di tutti i mali, disprezzati, precarizzati sotto la scure dei tagli: per questo motivo il libro Storia di una professoressa, di Vauro Senesi, più noto come vignettista ma da qualche tempo anche scrittore, merita una lettura, per capire l’importanza di una figura fondamentale.
L’eroina di questa vicenda, raccontata come un romanzo ma reale, è Ester, una professoressa, che incontriamo nel prologo quando non più giovanissima si indigna per il menefreghismo di un ragazzo durante la proiezione di un documentario sulla Shoah, e poi scopriamo a ritroso, dall’infanzia come scolara dalle Orsoline negli anni Sessanta alla giovinezza tra amore e impegno sociale con il prete di borgata don Carlo, dal matrimonio con Giovanni, il grande amore della sua vita, alla sua carriera come insegnante, dalla sua maternità per un bambino adottato difficile fino ad oggi ed oltre.
Mentre Ester cresce, si appassiona e prova a cambiare il mondo, sullo sfondo scorrono gli ultimi cinquant’anni della Storia del nostro Paese, la contestazione degli anni Sessanta, Piazza Fontana, le rivendicazioni sociali e sindacali degli anni Settanta, non ultime quelle sull’istruzione ispirate da don Milani, il femmnismo, gli anni di piombo, l’edonismo anni Ottanta, l’ultimo ventennio con i tagli alla scuola.
Ester è un personaggio che non si dimentica, figlia di un’epoca in cui le istituzioni, scuola e famiglia, ti opprimevano, ma dove si potevano avere sogni e aspirazioni, si poteva credere in un mondo migliore, si poteva provare a fare qualcosa e tutto questo non era visto come qualcosa da poveri illusi come capita oggi. Un’eroina moderna questa di Vauro, che sceglie un lavoro nel sociale, occupandosi dei più giovani fin da ragazza nel doposcuola di don Carlo, e che vive la sua vita tra gioie e dolori, tra la sua storia, comunque esemplare, e la grande Storia.
Storia di una professoressa è un libro che toccherà e magari commuoverà chi ha vissuto in quegli anni, cercando di non dimenticare quei valori malgrado tutto quello che c’è stato dopo o forse anche per reazione, ma è una storia che dovrebbe leggere anche chi non era ancora nato o era troppo giovane per vivere quell’epoca da protagonista come Ester.
E se non altro, Storia di una professoressa può aiutare a far capire quanto sono importanti gli insegnanti, soprattutto quando vanno oltre la cosa, peraltro legittima, di doversi guadagnare lo stipendio, e trasmettono cultura e qualcosa di più ai ragazzini che hanno di fronte. Come fa Ester per tutta la sua vita, e come hanno fatto e continuano a fare tanti altri e altre.

Vauro Senesi è nato a Pistoia nel 1955. Disegnatore e autore satirico, giornalista, scrittore, collabora stabilmente con Il Fatto Quotidiano e con la trasmissione televisiva Servizio Pubblico. Con Piemme ha pubblicato con successo Kualid che non riusciva a sognare (Premio Città di Cuneo), Il mago del vento, La scatola dei calzini perduti (Premio selezione Bancarella 2010), Farabutto, Sciacalli, Il respiro del cane e Storia di una professoressa.

:: La verità sul caso Harry Quebert, Joel Dicker, (Bompiani, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 gennaio 2014

4527328_0 Lo ammetto. Quando, diversi mesi fa, le librerie si sono riempite del romanzo ‘La verità sul caso Harry Quebert’ di Joel Dicker pubblicato da Bompiani e pubblicizzato persino nei metrò come un libro mozzafiato da cui era impossibile staccarsi, ho avuto alcune perplessità. Diversi amici e colleghi me ne parlarono benissimo ma… in realtà non erano giallisti e il marchio editoriale non mi pareva specializzato. Perciò qualche legittima riserva l’avevo, e anche il sospetto che si trattasse di qualche polpettone pseudointellettuale appena tinto di giallo. Il prezzo poi non era trai più invitanti (benché a dire il vero si tratti di 700 pagine di romanzo). Però lui restava sempre lì, a occhieggiare nelle librerie come a sfidarmi. Sono passati diversi mesi e l’ho trovato in una edizione praticamente identica all’originale in un club del libro a un prezzo più che conveniente. E allora, ho detto, accettiamo la sfida. E qui devo ammettere di dovermi ricredere su tutto. ‘La verità sul caso Harry Quebert’ non solo è un ‘page-turner’ che mi sono divorato in meno di una settimana, ma riesce nell’intento che sfugge alla maggior parte dei romanzi di questi tempi. Essere un thriller impeccabile con una continua evoluzione dei fatti sino a una conclusione inaspettata e al tempo stesso essere un grande romanzo che ci parla anche di altro. Nella fattispecie di argomenti a me cari. La scrittura, l’essenza di ciò che significa essere uomini e romanzieri, la boxe, l’amicizia, l’amore, la vita insomma senza che tutto questo appesantisca la vicenda con divagazioni inutilmente intellettualoidi.
Il fil rouge della vicenda è tutto sommato semplice e non nuovissimo, ma, come spesso dicevamo, non è il cosa ma il come si racconta una vicenda che fa la differenza. Tutto ruota intorno all’omicidio di una quindicenne, Nola, assassinata nel 1975 in un paesino della costa orientale americana, non lontanissimo da New York. Il corpo, ritrovato casualmente solo nel 2008, rivela però una serie di sconcertanti rivelazioni. Accanto al cadavere in una busta c’è l’originale di un manoscritto di un celebre scrittore, Harry Quebert, proprietario della tenuta. Persino la dedica affettuosa alla ragazza sembra una prova contro l’uomo che ormai ultrasessantenne viene incriminato. Non solo è accusato di aver ucciso la ragazza, ma appare evidente che con lei aveva una relazione chiaramente proibita considerata la differenza d’età, e a quel punto tocca a Marcus Goldman, giovane scrittore di talento in crisi di fronte alla consegna del secondo libro, allievo di Harry, amico, compagno di allenamenti pugilistici universitari che, più dell’agone sono parafrasi della vita, battersi per scagionare l’amico e mentore. E al tempo stesso scrivere quel libro che l’editore lo pressa per consegnare sfuggendo alla tentazione di trasformarlo in una storia torbida di facile vendibilità ma avvilente sotto il profilo umano. Da qui emergono, con un abile incastro di sovrapposizioni temporali condotte però in maniera chiara e mai confusa, i segreti della cittadina di Aurora. Insomma una sorta di ‘Twin Peaks’ che incontra ‘Peyton Place’. Ma tutto è veramente congeniato al millimetro, ogni capitolo (che segue un’inversa numerazioni di regole sulla scrittura che il professor Harry ha lasciato al giovane studente Marcus) introduce colpi di scena, capovolgimenti di fronte, nuove rivelazioni che portano il mistero con intelligenza sino all’ultima pagina, parallelamente la vicenda umana dei personaggi primi tra tutti Marcus e Harry, sempre in bilico tra genio e velleità. Scrivere, come boxare, richiede sincerità, passione, capacità di superare quell’istintiva tentazione di mistificare se stessi che, come accade al giovane Marcus, spingono a diffondere di sé l’immagine di ‘Formidabile’ vaso di ferro tra vasi di coccio. Come la boxe occorre sapersi mettere in gioco davvero, magari perdere. Una lettura consigliata a chi ama i gialli, ma anche semplicemente i romanzi di formazione, le storie che parlano di umanità e quelle che a dispetto di ogni moda editoriale, schivano la tendenza del momento. Perché anche questa è una delle trappole dell’editoria. È anche curioso che una storia che ha vaghissime ma innegabili echi fitzgeraldiane e, alla fine racconti ‘il grande romanzo americano’, sia narrata da uno scrittore svizzero e venga dalla Francia. Ma questo è solo uno dei tanti tasselli che rendono così avvincente la lettura.

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, ed è in corso di traduzione in oltre 25 paesi.

:: Un’ intervista con Enrico Astolfi

29 gennaio 2014

1186149_1424848757731572_575811040_nCiao Enrico, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Parlaci di te, racconta ai nostri lettori qualcosa della tua vita, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, della tua passione per la lettura.

Prima di tutto vorrei ringraziare Liberi di scrivere per l’intervista, è la prima e non nascondo di essere emozionato. Parlando di me. Mi sono laureato come tecnico della comunicazione audiovisiva e multimediale presso l’Università di lettere di Ferrara, per poi arrangiarmi lavorando come fattorino, operaio, lavapiatti, facchino ed in produzioni cinematografiche sia come runner che aiuto attrezzista per la scenografia. Dal 2008 al 15 Gennaio 2014 ho prestato servizio in una cooperativa come operatore sociale in un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Ora sono un neo-disoccupato.
Nel tempo libero, gioco a calcio, alleno i portieri di una fortissima squadra di calcetto composta da bambini provenienti da campi rom o occupazioni, e quelli dell’Atletico San Lorenzo, compagine militante in terza categoria, società totalmente finanziata dalle varie realtà del quartiere e dai propri soci. Sono un appassionato degli sport da combattimento, mi alleno nelle MMA.
Leggo parecchio. Non ho un genere preferito anche se ho un debole per la letteratura latino-americana, per autori come Osvaldo Soriano, Mario Benedetti, Julio Cortazar,Galeano, Bolano e molti altri. Diciamo che passo molto tempo immerso nelle storie altrui.

Pensavi da giovanissimo che avresti potuto fare della scrittura una professione? E’ questa la tua attuale aspirazione? Pensi che in Italia, nell’attuale congiuntura economica, un giovane possa guadagnarsi da vivere tramite la scrittura?

Da giovanissimo speravo di giocare nella Spal in serie A.
Da grande ho sempre lavorato in altri settori, non ho mai guadagnato molto con la scrittura.  Sinceramente, anche adesso, non riesco a concepirla come unica attività della mia vita. Certo mi piacerebbe riuscire a mantenermi con i romanzi e le sceneggiature, ma, sinceramente, rimane un sogno, un’illusione, forse un miraggio, come quello di difendere la porta della mia squadra del cuore nella massima divisione italiana.

Casilina Ultima fermata è il tuo quarto romanzo. Sei già l’autore di Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo (con Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara). Come è nato questo romanzo?

Considero Casilina Ultima fermata il mio romanzo d’esordio.
Palude è una raccolta di racconti,  Eri tutto lungo e La ballata del Tocororo sono lavori che ho condiviso con altre persone.
Casilina Ultima fermata è nato dall’esigenza di raccontare una storia che ho raccolto per il quartiere, al Pigneto. Sono partito da un aneddoto e su quello ho costruito l’apparato narrativo che regge il romanzo. C’è molta realtà in quello che descrivo, personaggi, situazioni, colori, ho voluto rendere visibile una Roma che non è la solita Roma patinata da cartolina. Questa città ha seri problemi, nel libro se ne parla, ma non sono io, scrittore demiurgo, a proporre soluzioni, a dettar condizioni, a professare, ho lasciato spazio, campo libero, ai personaggi stessi, sono loro che si esprimono, che vivono, che combattono contro il degrado, che spacciano, che ammazzano o amano. Il romanzo, quindi, nasce dall’idea di raccontare un anfratto di questa megalopoli, ma con l’idea che siano sempre i protagonisti della storia a farlo, non io.
Se venite da queste parti, sono sicuro che riconoscerete quel vasto assortimento umano che popola le pagine del romanzo. Ritroverete i personaggi, forse in una battuta, in un gesto, in un lamento o in un’immagine. Questo poi dipenderà da voi.

Originariamente si doveva intitolare Occhi, poi avete scelto Casilina Ultima Fermata. Un omaggio a Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr?

Il titolo Occhi piaceva solo a me. Mi son battuto per mantenerlo, ma ho perso. Dalla Ponte Sisto mi han detto che avrebbero preferito qualcosa di più cupo, legato al territorio, che fosse più funzionale e legato al genere.
Adesso posso dire che la scelta di Casilina Ultima fermata sia stata assolutamente vincente perchè,  il richiamo alla via consolare crea aspettative, c’è curiosità, senso d’appartenenza.
Ultima fermata a Brooklyn di  Hubert Selby Jr è un libro molto bello, ma non posso dire che il titolo venga dall’intenzione di omaggiare lo scrittore statunitense.

Edito da pochi mesi da un piccolo editore romano la Ponte Sisto, che comunque ha in catalogo autori come Vincenzo Ostuni, Casilina Ultima fermata ti ha dato comunque molte soddisfazioni. E’ già in ristampa. Un piccolo successo per un autore ai suoi esordi. Una piccola rivincita su quelli che ti dicevano scrivi opere più commerciali?

In due mesi abbiamo venduto più di seicento copie e, a detta di tutti, pare che sia un ottimo risultato per un esordiente. Inoltre mi sembra che l’ingranaggio stia ancora girando e che il libro continui a destare interesse quindi, spero vivamente, che continui ad essere letto. Certo, sono molto soddisfatto. Sono felice che la storia che ho raccontato stia piacendo, a volte mi arrivano messaggi di amici insonni che mi maledicono perchè non riescono a staccarsi dalle pagine. Per me è questa la gratificazione maggiore. Da un senso a quello che ho fatto ed è uno stimolo per continuare.
Per questo motivo non vivo questo momento come una rivincita, perchè sto scrivendo altro, perchè il mio stile, la mia voglia di raccontare prescinde da indicazioni esterne, dalla rigidità di un genere o di un pubblico. Io, adesso, mi sento libero e sereno. In Italia ci sono case editrici, di piccole e medie dimensioni, che propongono opere non commerciali di ottimo livello, io penso a loro.
C’è un mondo di professionisti che opera nell’editoria “minore” che ha voglia di fare, che pubblica storie ed autori interessanti e c’è anche un gran numero di librai coraggiosi che le supportano e le tengono in vita. Penso che la curiosità del lettore, che la voglia di scoprire qualcosa di diverso, di vivo sia l’alternativa alla grande distribuzione. Ed io, forse ingenuamente, ci credo.

La vera difficoltà che un autore incontra, quando vuole far conoscere la sua opera, è la mancanza di spazi dove fare presentazioni, la difficoltà nel trovare canali che promuovano il suo lavoro. Il tempo in libreria, in cui un libro è segnato come novità, è sempre più breve. Non tutti vanno in radio, in televisione, sui giornali. E molti autori di nicchia, con opere anche veramente valide e originali restano nell’ombra. Come pensi di ovviare a questa situazione stagnante dell’editoria italiana?

Ho fatto parecchie presentazioni in questi due mesi, quasi tutte in spazi occupati, manifestazioni alternative, centri sociali, librerie di quartiere. Sono stato molto fortunato perchè ovunque ho incontrato persone disponibili che non solo hanno organizzato un bel evento, ma hanno anche proposto il libro ad altri. Sono così entrato in un giro che mi ha permesso di portarlo in contesti nuovi e stimolanti. Ovvio la presenza fisica dell’opera nelle librerie è fondamentale per arrivare ad un pubblico più eterogeneo e composito, ma penso che sia altrettanto importante costruirsi un pubblico che ti segue con interesse. Per chi non ha i mezzi per affrontare interviste in Tv o alla radio o per arrivare ai quotidiani, il passa parola dei propri lettori è fondamentale e a, a volte, può fare miracoli.
Come dicevo prima, le piccole case editrici si danno da fare, organizzano manifestazioni, fiere, si ritrovano e pubblicizzano i loro prodotti. C’è la volontà comune e condivisa di emergere da questa situazione.
Io nel mio piccolo porto in giro il mio lavoro con molto entusiasmo e cerco di fare più presentazioni possibili.

Parliamo ora del romanzo. Una storia semplice, ambientata a Roma, una sorta di noir metropolitano, ma ricco di umanità, di personaggi che una volta avremmo potuto definire gente comune. Parlaci di Franco e Roy.

Sia Roy che Franco sono due personaggi reali.
Franco, il Grigio, è un delinquente di borgata che, appena uscito di galera per aver massacrato di botte una cassiera durante una rapina, cerca una nuova identità, di ricostruirsi una vita. Una volta fuori, però, trova il suo quartiere, la sua dimensione familiare, il suo quotidiano completamente stravolti e viene inghiottito in una dimensione parallela. Inevitabilmente deve costruirsi una nuova identità, darsi obbiettivi, e combattere.
Si muove tra realtà ed irrealtà, visioni pseudo religiose, ricordi, allucinazioni, sino al finale, sino al gesto estremo. Che ovviamente non racconto.
La storia di Roy invece è più dolce, più rassicurante e mi è servita per bilanciare, o forse per rimediare, all’esistenza di Franco. Infatti all’inizio, quando raccolsi la storia del Grigio, iniziai a scrivere solo di lui, era l’unico protagonista. M’addentrai nella sua follia con troppa disinvoltura e, inevitabilmente, rimasi intrappolato.
Per mesi non scrissi nulla, finché non incontrai il vero Roy Van Persie e come per magia mi sbloccai. Lui divenne il pretesto, la chiave di svolta.
Così lo gettai nelle pagine del romanzo e riuscii a terminare il lavoro in pochi mesi.
Roy Van Persie è un olandese innamorato dell’Italia, che ogni anno utilizza le due settimane di ferie per aiutare associazioni di volontariato che recuperano cani randagi. Ogni estate una città diversa, una nuova missione. Sotto al sole dei primi giorni di Agosto carica il suo furgone, lo riempie di materiale, poi si mette comodo e parte. Cosa gli succederà a Roma? Ovviamente, anche questo, non lo voglio svelare.

E’ un romanzo profondamente romano anche se tu sei un romano d’azione. Come hai costruito la tua Roma, con vie, piazze, quartieri, accenni dialettali?

Ho costruito la mia Roma, passeggiando, stando molto per strada, lavorando, prendendo i trasporti pubblici, fermandomi nei bar, facendo nottate nei locali, conoscendo i personaggi più svariati.
A molti romani è piaciuta questa frase:“Sai qual è la verità? La verità è che non è cambiato niente. Tutti a dire questo è peggio, che una volta era meglio, che le cose funzionavano. Che si stava meglio quando si stava peggio. Non è vero. Credimi. Questa città è sempre uguale e sarà sempre uguale, e sai perché? Perché non sono i romani che fanno Roma. È Roma a fare i romani. E ti posso dire una cosa: Roma i romani li tiene per le palle”
Ecco, posso, dire che sia successa la stessa cosa anche a me, che sia stata la città a fare tutto, ad aiutarmi a costruire personaggi, dialoghi, situazioni, io semplicemente, ho ascoltato, visto e trascritto.
E mi piace farlo, perchè è come vivere più vite, aprirsi altre prospettive,e inevitabilmente essere più liberi.

Grazie Enrico della tua disponibilità, l’intervista è finita, nel salutarti mi piacerebbe chiederti se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro.

Anche se non ho fretta diciamo che il primo obbiettivo e trovare a breve un altro lavoro.
Per quanto riguarda Enrico e la scrittura, sto lavorando ad un romanzo nuovo, ho già scritto parecchie pagine, e posso dire che mi sta piacendo e divertendo moltissimo. Sempre storia romana, gran ritmo, personaggi spassosi e molti colpi di scena. Il tema principale è il pregiudizio, la domanda ricorrente “ fino a che punto ti spingeresti per avere potere?”
Inoltre ho avuto un paio di contatti da produttori cinematografici per la trasposizione di Casilina. Ultima fermata. Non ho ancora firmato nulla. Non nego che quando mi rilasso e magari chiudo gli occhi per fantasticare un poco, me li vedo, Franco e Roy, sul grande schermo, che si sfiorano e combattono la loro battaglia. Sarebbe un gran bel film. Ma non dipende solo da me.

:: L’ebreo che ride, Moni Ovadia, (Einaudi, 2008) a cura di Serena Bertogliatti

28 gennaio 2014

ovadiaDio ride.
Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi.

Ci sono molti modi di raccontare una barzelletta. Tra i tanti, il ricorso allo stereotipo rappresenta la via più comoda, semplificando al massimo gli elementi per assicurare un effetto immediato, scevro da dubbi, non intralciato da complicazioni che facciano scemare il climax – e questo la storia del popolo ebraico lo sa bene.
Eppure, è proprio la via dello stereotipo quella che Ovadia sceglie per narrare, in un libro che è a metà tra saggio e raccolta di aneddoti, la storia culturale del popolo ebraico (specialmente di quello yiddish, la manifestazione tedesco-slava della diaspora ebraica). Eppure, è proprio la via dello stereotipo che gli permette di guardare a questa cultura dall’interno, riportando quei Witze (“storiella umoristica ebraica”) con cui l’ebraismo prende in giro se stesso e, quindi, il proprio Dio (o forse il contrario?). E così, dopo aver assistito a un pogrom, un ebreo può lamentarsi con il proprio Dio:

«D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?»

Una barzelletta può stigmatizzare, ma mille barzellette possono far traballare lo stereotipo. Basta entrare completamente nei cliché, anziché usarli per creare distanze, e poi, una volta all’interno, parlarne e parlarne finché la fragilità di quella semplicistica rappresentazione non si rivela, rivelando così anche cosa si nasconda al di sotto, da quale fatto reale si sia partiti per giungere alla generalizzazione.
Questo fa Ovadia, che vede nell’ironia di stampo ebraico un antidoto all’idolatria. Ogni rilettura è necessariamente parziale, e Ovadia non fa eccezione, Ovadia che sottolinea quel “necessariamente”, vedendo nella Torah la Verità da indagare, ma credendo anche che quella Verità non sia mai perfettamente raggiungibile, costringendo quindi a un continuo dibattito, un continuo confrontare le proprie soggettive verità – quel che si ritrova nel Talmud e si dovrebbe ritrovare, si auspica l’autore, in ogni comunità ebraica. In tal senso Ovadia è parziale, in quanto sprona – ebrei e non – a una fluidità di pensiero, riconoscendo nel popolo ebraico, con la sua diaspora, quel popolo che la storia ha posto in condizione di dover comprendere l’Altro, anziché stigmatizzarlo, essendo stato il popolo ebraico così spesso l’Altro d’Europa.
Il libro inizia, dopo un capitolo dedicato all’“umorismo divino”, proprio in Europa, in quella cultura yiddish che ha dato vita ai Witze che intervallano la narrazione dell’autore. Ci fa entrare nello shtetl, la “cittadina ebraica”, microcosmo di cui ci presenta le figure tipiche: dal rabbino al suo shammes (scaccino/sagrestano), dal sensale di matrimoni (shadkhen) al povero strutturale alla comunità (shnorrer).
Lo shtetl non sopravviverà alle guerre del ventesimo secolo, ma l’ironia sì. E così, Ovadia ci accompagna fino al penultimo respiro della cultura yiddish europea, in quella Germania in cui gli ebrei si erano ormai integrati – in quel peculiare modo, diviso tra due identità, ebraica e tedesca – e che, durante il nazismo, si rivolta loro contro. Senza remore, i Witze continuano a dissacrare ebrei e nazisti, ma Ovadia qui si ferma, a un passo dalla fine della Seconda Guerra, dando un limite a quell’ironia che limiti non ha:

Il witz ebraico dal canto suo non si sarebbe arreso neppure all’orrore ma raccontare quelle storielle è «privilegio» e prerogativa per cui non ho titoli.

L’ultima parte del libro tratta un ebraismo più noto della specificità dello shtetl, parlandoci di quella cultura americano-ebraica in cui inciampamo in film e telefilm. Si ha così l’entrata dell’ironia ebraica nella Goldene Medine, la “patria d’oro”, prima come povero popolo migrante e poi come cultura sempre più integrata, ma sempre inesorabilmente se stessa. E così, per quanto “americanizzata”, l’ebraicità si ri-manifesta nella figura della yiddishe mame, la madre yiddish iper-protettiva che, a suon di alimentazione iper-trofica e sensi di colpa, crea questi figli ebrei morbosamente attaccati a lei che la fiction tanto volentieri restituisce.
Dagli Stati Uniti si passa all’altra parte della cortina, l’URSS, in cui la paradossale doppia condizione dell’ebreo prende ennesima forma: da una parte, l’ingerente apporto (nonché fiducia) che molti ebrei hanno dato al regime; dall’altra, il loro continuare a essere l’Altro.
Se questa dualità deriva dalla diaspora, come Ovadia dice, allora l’arrivo a Israele nel ventesimo secolo (ultimo capitolo) dovrebbe finalmente risolvere il problema. Ma, per Ovadia, tale condizione d’esule perenne è un problema sacro, in quanto impedisce all’ebreo di stigmatizzare, da minoranza, altre minoranze. La staticità geografica nasconde in seno il pericolo di una staticità mentale, e quindi di un ristagno intellettuale, spirituale, umano.
Per questo, forse, la necessità de L’ebreo che ride: per ricordare – a ebrei e non – le insidie di una vita fondata su certezze e assoluti.

Moni Ovadia nasce in Bulgaria nel 1946 per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano, dove si laurea in Scienze Politiche. Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante, ha pubblicato diversi libri, tra cui Contro l’idolatria e Lavoratori di tutto il mondo, ridete.

:: Dovrei essere fumo, Patrick Fogli, (Piemme, 2014) a cura di Natalina S.

27 gennaio 2014

dovrei essere fumoRacconta, mi ha detto, se lo farai nessuno di noi sarà morto invano. Io non so se un racconto abbia questo potere e se le parole conservino la loro forza, dopo che sono state scritte e lette”.

Inizio dalla fine non per rovesciare una storia ma per renderle giustizia. La forza delle parole, se nate dal cuore, arriva, con lo stesso potere con cui sono state scritte. Giunge a cuori sensibili che non possono e non devono rimanere indifferenti al richiamo del ricordo e della commemorazione.
Scrivere e leggere di shoah non restituisce la vita ai 6 milioni di ebrei che l’hanno persa durante il genocidio nazista; non strappa alla memoria del tempo ciò che di terribile il genere umano ha causato.
Scrivere e leggere di shoah significa, prima di tutto, essere vicino a coloro che sono sopravvissuti per non farli sentire, ancora una volta, SOLI, legittimando ciò che è stato. È un modo per illuminare quelle notti da cui, puntualmente, si svegliano in preda agli incubi e agli attacchi di panico. Significa aggiungere tasselli e non rischiare di essere orfani di un passato a noi ignoto. Significa trovare risposte.
Ed è per questo che, da qualche giorno, sono in compagnia di Alberto ed Emile, protagonisti principali dell’ultimo lavoro letterario di Patrick Fogli, “Dovrei essere fumo”, pubblicato per Piemme nella collana Open.
È come se avessi viaggiato sulle rotaie di un binario. Prima Alberto, poi Emile, poi ancora Alberto, poi Emile, e così fino alla fine. Fino al nodo che congiunge e snoda tutte le verità. Verità che hanno radici lontane ma non abbastanza per essere taciute, dimenticate, rivendicate. È attraverso un linguaggio necessario, mai pletorico, e un ritmo che solo nelle riflessioni lascia spazio al respiro, che Fogli ci conduce a chiudere il cerchio di esistenze che la Storia (l’uomo) o il buon Dio, se ne esiste uno, ha messo sulla stessa strada. Le storie nascondono altre storie, altre vite, altri passaggi, come l’esistenza di Alberto, di Emile e di tutti i personaggi che costellano il romanzo. Dovrei essere fumo intreccia sentimenti contrastanti dell’animo umano, come l’innocenza e la colpa, il perdono e la vendetta, la vita e la morte, in un equilibrio narrativo il cui unico scopo è cullare un gemito soffocato dal Male e restituire, almeno in parte, uno stralcio di vita ad un uno, tanti, molti ebrei da giustiziare, con la consapevolezza di chi sa che non sarà mai abbastanza ma sempre troppo, miseramente, poco.

Patrick Fogli: È nato a Bologna ed è ingegnere elettronico. Ospite al Festivaletteratura di Mantova, finalista al Premio Scerbanenco al Noir in Festival di Courmayeur, è considerato dalla critica uno degli scrittori più interessanti e originali della narrativa italiana di oggi. Per Piemme ha scritto Lentamente prima di morire – il cui protagonista, Gabriele Riccardi, torna anche ne La puntualità del destinoL’ultima estate di innocenza e i romanzi: Il tempo infranto, sulla strage alla stazione di Bologna, e Non voglio il silenzio, con Ferruccio Pinotti, sull’omicidio Borsellino e la trattativa Stato-mafia. Ha scritto con Stefano Incerti la sceneggiatura di Neve, il nuovo film del regista napoletano.

:: I cani volano basso, Alek Popov, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2014

cani volano bassoTraduzione dal bulgaro di Sibylle Kirchbach

Ned e Ango Banov sono due fratelli bulgari. E fin qui tutto bene. Le loro vite sembrano trascorrere nella norma fino a quando un giorno dagli Stati Uniti d’America ricevono una misteriosa scatola nera, dentro alla quale sono custodite le ceneri del padre. L’uomo, un eminente docente matematico emigrato in America, con la passione per i numeri e per la bottiglia, è morto in modo misterioso. Popov compie un salto temporale di quindici anni e ci mostra, da una parte, il razionale e calcolatore Ned (Nedko in bulgaro) trasferitosi negli U.S.A. dove si è affermato come uomo di successo a Wall Street. Dall’altra parte, c’è il più impulsivo e squattrinato Ango (Angel all’anagrafe) che,  messa da parte la non proprio eccellente carriera di editore e un matrimonio fallito, parte con la sua una Green Card per l’America, raggiungendo il fratello a New York,dove si manterrà portando a spasso i cani dei ricchi newyorkesi. Tutto procede nella monotona quotidianità di ogni metropoli, ma all’improvviso la vita dei due fratelli cambierà: Ned avrà una sorta di sogno-visione premonitore con il mitico broker Soros e sarà spedito per ragion lavorative nella terra natia – la Bulgaria-  dalla quale aveva desiderato tanto andarsene. Ango, rimasto solo a New York, si troverà invischiato in una faida tra band di dog-sitter e scoprirà la verità sulla morte del padre. I cani volano basso di Popov sembra una storia umoristica per il costante stile ironico e sagace che mantiene viva l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, ma ad una riflessione post-lettura ci si accorge che è proprio grazie all’ironia che Popov riesce a compiere un’indagine nella realtà sociale nella quale i due fratelli vivono, mostrando quali sono le insidie e i pericoli presenti nel mondo capitalistico. Il sorriso è l’elemento che crea nel libro di Popov un’atmosfera divertente dove si evidenziano gli aspetti più grotteschi dell’umanità. Nel libro si alternano le vicende di Ned e Ango: dagli spuntini consumati nei cimiteri abbandonati in Bulgaria, alle multe newyorchesi per non aver raccolto gli escrementi dell’amico a quattro zampe, passando per incontri amorosi all’aperto con l’incombente arrivo delle forze dell’ordine sul più bello e misteriose pompe di benzina gestite da uomini con la saggezza d’altri tempi. In ogni situazione la comicità, il pericolo, la suspense e il dramma s’intersecano in perfetto equilibrio dimostrando come i due fratelli siano sì lontani fisicamente, ma empaticamente legati. Da queste strampalate e surreali avventure e visioni del mondo da due punti di vista diversi i “Banov brothers” usciranno spesso ammaccati, ma con una maggiore consapevolezza su quali siano i veri sentimenti che contano nella vita. La storia creata da Popov è una sorta di altalena che dall’alto si muove verso il basso e viceversa, in un’oscillazione tra povertà e fortuna che toccherà da vicino entrambi i protagonisti. La vicenda de I cani volano basso scorre via veloce in un rocambolesco turbine di eventi descritti dall’autore bulgaro con un sapiente tono umoristico, un espediente stilistico che gli serve per dimostrarci come Ned e Ango ad un certo punto della loro esistenza, quando sembrano non avere ben chiare le idee sul futuro,  saranno chiamati a fare i conti con il proprio passato. Non importa se la coppia Banov non ha chiaro da subito il modo in cui dovranno confrontarsi con il loro vissuto, perché Popov ci dimostra che prima o poi il faccia a faccia con quello che è avvenuto si manifesta e l’abilità sta solo nel capire (i fratelli lo fanno con coraggioso e simpatico eroismo) come affrontare l’avversario.

Alek Popov nasce a Sofia nel 1966, si laurea dapprima in Lingue e culture antiche, poi in Lingua e letteratura bulgara presso l’Università di Sofia. Pubblica la sua prima raccolta di racconti The Other Death nel 1992 e a questa seguiranno altre sei raccolte; il suo primo romanzo Mission: London, edito nel 2001 si basa sulle colorate impressioni raccolte nell’Ambasciata bulgara del Regno Unito ed è stato definito e lodato come il più divertente libro bulgaro contemporaneo per la sua sarcastica visione dell’élite dei diplomatici bulgari. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il National Radio’s Pavel Veshinov Award per il miglior racconto giallo; il Graviton Award per la miglior “science fiction novel”; il Raško Sugarev Award per il miglior racconto; il Prize Helicon per il miglior libro in prosa dell’anno; e di recente il National Prize for Drama Ivan Radoev.