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:: Le mie due vite, Jo Walton, (Gargoyle Books, 2014), a cura di Elena Romanello

8 novembre 2014

Cover_lemiedueviteBROSSURA.qxp:Layout 1La narrativa fantastica conosce da anni un largo seguito di pubblico, a cui non fa sempre da contraltare un’originalità delle storie e soprattutto un cercare nuove strade. Ma ci sono per fortuna varie eccezioni, ed una di queste è Le mie due vite, romanzo di fantascienza ucronica di Jo Walton, premiata poetessa e scrittrice di narrativa fantastica, che qui presenta due mondi possibili partendo dai ricordi interrotti di una donna.
L’ucronia, per i non addetti ai lavori, è una storia in cui si presenta una visione alternativa del passato, prossimo o remoto, come avviene nelle due vicende parallele raccontate nel libro, che partono nel 2015 di un realtà parallela alla nostra, con un’anziana affetta da Alzheimer in ospedale che ricorda due versioni di se stessa, una in cui è una casalinga anni Cinquanta intrappolata in un matrimonio infelice da cui riesce a liberarsi solo in età matura scoprendo passioni e interessi della sua gioventù, l’altra una lesbica che vive una vita in anticipo sui tempi con la compagna, fatta di tante gioie ma anche di dolori, sullo sfondo di due realtà che divergono entrambe in alcune cose dalla nostra, tra guerre atomiche, attentati, svolte totalitarie, basi sulla Luna.
Le mie due vite non è un romanzo di genere fantascientifico classico, le atmosfere fantastiche sono disseminate tra pagine di storie che all’apparenza sembrano molto realistiche, raccontando la vecchia teoria secondo cui un battito d’ali di una farfalla può causare uno sconvolgimento mondiale. Entrambe le storie narrate e ricordate da questa donna ormai persa nella sua vita potrebbero anche essere alla fine frutto della sua fantasia, ma entrambe sono credibili e presentano due possibilità della storia del Novecento, di come sarebbe potuta andare con alcuni cambiamenti che, purtroppo o per fortuna non ci sono stati.
La storia di queste due donne in parallelo, esistite entrambe o chissà in due dimensioni diverse ha vari piani di lettura, e piacerà comunque a chi ama la fantascienza ucronica, vissuta in una maniera più intimista, partendo dalle vite di persone comuni sullo sfondo di versioni alternative del passato. Ma Le mie due vite non è un libro solo per gli amanti della fantascienza di qualità e in tutte le sue forme, perché contiene altri spunti interessanti, a cominciare da forti tematiche femministe, ricordando le lotte del movimento delle donne a partire dagli anni Cinquanta, queste storiche e documentate, senza dimenticare la tematica omosessuale, visto che racconta sia di una famiglia lesbica ante litteram con tutte le sue difficoltà e gioie, sia dei danni che fa il nascondere il proprio orientamento sessuale, ma anche le varie strade di vita e di realizzazione personale, personificate nei figli di Trish e di Pat, due donne che forse sono esistite in due dimensioni parallele o forse no, senza dimenticare l’aspetto, importantissimo, relativo alla vecchiaia e al dramma della demenza senile, una delle incognite sulla vita di tante persone oggi, trattato dall’autrice con commozione e senza cadute di gusto e pesantezze.
Le mie due vite è quindi un romanzo anomalo, con dentro tanti elementi, rivolto ad un pubblico non solo di lettori di genere, ma a chiunque è curioso della vita e di tutto quello che può fare parte di questa, che racconta tutte le possibilità e le scelte che si possono avere, anche se forse sono solo i ricordi inventati dalla mente di una donna che non ha vissuto nessuna delle due vite e ne ha avuta forse un’altra ancora. Un libro interessante, capace di divertire, appassionare e anche commuovere, facendo riflettere su tutto quello che può esserci intorno a noi, sulla forza di saper cambiare e andare avanti, sull’importanza di tutti i sentimenti e su tutte le forme di amore, che conferma il talento di una delle voci più interessanti al femminile del fantastico di oltre oceano.

Jo Walton (1964) è poetessa e scrittrice di libri fantasy e di fantascienza. Ha vinto numerosi premi, tra cui il John W. Campbell Award come Miglior nuovo talento, il World Fantasy Award, il Prometheus Award e il Mythopoeic Award. Con Un altro mondo (Gargoyle 2013) si è aggiudicata il Nebula Award e l’Hugo Award per il miglior romanzo.
Fra le sue opere: The King’s Peace (2000), The King’s name (2001) e The Prize in the Game (2002), tutti ambientati nello stesso mondo ispirato al ciclo arturiano, Tooth and Claw (2003), Farthing (2006), Ha’Penny (2007) e Half a Crown (2008), trilogia di storia alternativa, Lifelode (2009).

:: Oh-Oh! Il gufetto è caduto dal nido, Chris Haughton, (ed. Lapis, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 novembre 2014

GufettoUna simpatica storia per immagini con protagonista in piccolo gufo dormiglione. Il gufetto creato da Haughton in fatti cade dal suo nido e, ritrovatosi improvvisamente da solo, comincia la ricerca della sua mamma. Ad aiutare il piccolo protagonista dagli occhi enormi come due fanali, ci penserà un simpatico e goffo scoiattolo del bosco. In un susseguirsi di incontri comici, il gufetto e lo scoiattolo pasticcione troveranno una rana che darà loro i giusti indizi per ritrovare Mamma Gufo. Ne Oh-oh! Il gufetto è caduto dal nido le parole ci sono e sono poche, perché il mondo creato da Haughton vuole raccontare con battute essenziali, immagini semplici e colorate, una storia nella quale il legame d’amore e l’affetto tra i genitori e i loro cuccioli è il motore della narrazione non solo del volumetto edito da Lapis, ma della vita di ogni essere vivente. Il libro ha vinto il «Premio Andersen 2013» per la categoria dei libri per bambini dai 6 anni in su e il «Super premio Gualtiero Schiaffino 2013» come Libro dell’anno. Nel 2014 è uscita una nuova versione del libro in cartonato rigido. Dai 2 anni in su.

Chris Haughton è un illustratore e designer di origini irlandesi, vive e lavora tra Londra e l’India collaborando con testate giornalistiche di grande prestigio come «The Guardian», «The Times» e «The Independent». Il suo primo libro per bambini A bit Lost (in italiano Oh-oh!), ha conseguito un grande successo di critica e di pubblico, testimoniato dalla vittoria di numerosi premi e riconoscimenti internazionali

:: Mi chiamavano piccolo fallimento, Gary Shteyngart, (Guanda, 2014) a cura di Michela Bortoletto

7 novembre 2014

picfallgrandeMi chiamavano Piccolo Fallimento è l’autobiografia di Gary Shteyngart, scrittore ebreo di origini russe, nato a Leningrado nel 1972 e trasferitosi a New York all’età di sette anni.
Fin dalla tenera età Gary è ripetutamente colpito da fortissimi attacchi d’asma che gli varranno il soprannome di Moccioso. Le vacanze in dacie affacciate sul golfo di Finlandia e le migliori cure che la medicina sovietica dell’epoca poteva offrire nulla potevano contro la malattia del piccolo Gary.
Gary trascorre così i suoi primi sette anni di vita con un naso che cola perennemente, con una mamma super protettiva e senza amici. Anzi no, un amico Gary ce l’ha: è Lenin! Già perché Gary passa interi pomeriggi a giocare intorno alla statua del vecchio leader in Piazza Mosca e a inventare avventure di cui Lenin è il protagonista.
Se c’è una cosa che a Gary non manca è la fantasia. E ad accorgersene è nonna Galja, giornalista, che darà a Gary piccoli pezzetti di un gustoso formaggio per ogni pagina che il piccolo scriverà. Questi saranno i momenti più felici della vita dell’autore. Poi però i pomeriggi a casa di nonna Galja finiscono: è arrivato il momento di emigrare negli Stati Uniti.
Se in Russia Gary era un bambino solitario le cose non cambiano con il trasferimento a New York e l’iscrizione ad una scuola ebraica. Qui Gary sarà sempre il Russo, colui che viene dai territori nemici (non dimentichiamoci che siamo in piena Guerra Fredda). Nonostante numerosi sforzi Gary non riuscirà mai ad integrarsi del tutto tra i suoi compagni. Gli unici suoi momenti di popolarità e, quindi, di relativa felicità gli saranno nuovamente “regalati” dalla scrittura.
Verranno poi gli anni del liceo che non saranno molto meglio di quelli precedenti. Iscrittosi a un liceo per “geni” delle materie scientifiche, Gary sarà uno studente mediocre circondato da numerosi figli di immigrati che cercano il riscatto sociale attraverso lo studio. Perché è solo ottenendo ottimi voti che si potrà entrare nelle migliori università. E una laurea in legge in un’ottima università è quello che desiderano i genitori di Gary. Ma Failurčka, ovvero Piccolo Fallimento come lo chiamerà la madre, fallisce in questa missione e frequenterà un’università minore, l’ Oberlin College.
Qui però le cose miglioreranno: Gary riuscirà a integrarsi un po’ , ad avere una ragazza e qualche amico. Ma resterà sempre un Piccolo Fallimento finché la scrittura non lo salverà del tutto e Gary diventerà uno scrittore.
Mi chiamavano Piccolo Fallimento racconta la continua ricerca di Gary di trovare il proprio posto nel mondo. Nelle pagine di questa autobiografia traspare la continua sensazione dell’autore di essere emarginato, diverso. In Russia era il bambino asmatico, alla scuola ebraica era il Russo, il nemico. Al liceo era il compagno che allo studio preferiva il parco. A questa solitudine poi va sommata anche la certezza di essere considerato un fallimento da parte dei propri genitori che lo accompagnerà sempre nella vita.
Questo è il riassunto in breve. Ora il mio giudizio. La storia della vita di Gary Shteyngart è abbastanza interessante. L’autore racconta con molta ironia anche i momenti più difficili della propria esistenza. Purtroppo però non sono riuscita ad essere totalmente coinvolta dalla lettura di questo libro. Ammetto di non aver mai letto nulla di questo autore contemporaneo e forse è questo il problema. Probabilmente se avessi prima letto qualche sua opera avrei avuto più empatia con Mi chiamavano Piccolo Fallimento e ne avrei apprezzato maggiormente la lettura. Approcciarmi a Shteyngart subito attraverso il suo romanzo autobiografico forse non è stata la decisione giusta. Credo che il giudizio di un lettore di Shteyingart sarebbe sicuramente diverso dal mio.
Ho scelto di leggere Mi chiamavano Piccolo Fallimento attirata da una frase sulla quarta di copertina: “Portnoy incontra Čechov. Che cosa ci può essere di meglio?”. Da accanita lettrice e ammiratrice di Philip Roth non ho saputo resistere! Ma devo purtroppo ammettere di esserne rimasta delusa. Sarò sicuramente di parte ma la bravura e la brillantezza di Roth sono inarrivabili. Traduzione di Katia Bagnoli.

Gary Shteyngart è nato a Leningrado nel 1972, si è trasferito negli Stati Uniti all’età di sette anni e vive a New York. Ha esordito nel 2002 con il romanzo Il manuale del debuttante russo. Vincitore di numerosi premi, è stato segnalato dal New Yorker come uno dei migliori scrittori americani under 40.

:: Un’ intervista con Giuliana Altamura, a cura di Elena Romanello

6 novembre 2014

978-88-317-1740_CorpiDiGloriaGiuliana Altamura, barese, classe 1984, è laureata in lettere moderne dove si è specializzata in filologia, ha conseguito un master in sceneggiatura, sta conseguendo un dottorato di ricerca in Discipline dello Spettacolo a Torino e si occupa in particolare di teatro simbolista francese, vivendo tra Milano e Parigi, ed è inoltre una musicista, diplomata in violino.
Un curriculum culturale di tutto rispetto, che si aggiunge ad un perrsonaggio che colpisce alle fiere del fumetto per il suo look un po’ gotico molto interessante e particolare e senza le baracconate di molte delle seguaci di questo stile. A tutto questo Giuliana ha aggiunto una nuova esperienza creativa e culturale, quella di scrittrice, con il romanzo Corpi di Gloria, edito da Marsilio, storia di un’estate infuocata nella sua Puglia natale di un gruppo di ragazzi e ragazze ricchi e in cerca di una loro identità e di un modo per crescere, costi quello che costi. Ma ecco cosa ci dice l’autrice in tema.

Come è nata l’idea di Corpi di Gloria?

Il romanzo è nato dal desiderio di raccontare il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta come un tempo sospeso, in cui tutto può ancora essere possibile, eppure si è forse troppo spaventati per capirlo. Ho legato questo sentimento a un luogo, la Puglia, raffigurandola come una terra perennemente estiva e paralizzata dalla luce, metafora appunto di uno stato esistenziale.

Il mondo che tu descrivi sembra molto diverso dalla persona che sei: perché questa scelta?

Lo è solo in parte. Ho voluto raccontare i ventenni di oggi, o almeno una parte di essi, con le loro paure e i loro eccessi, partendo da un’osservazione ravvicinata che sospendesse qualsiasi tipo di giudizio. Anche se non condivido lo stile di vita dei miei personaggi, capisco profondamente la minaccia di quel non-senso che grava costantemente su di loro e che, a uno sguardo superficiale, può sembrare semplicemente noia, ma nasconde ragioni ben più profonde che dovrebbero portare a riflettere sul nostro mondo, che non è poi così lontano dal loro.

Oltre a scrivere tu fai altre attività culturali: cosa ne pensi e come le vivi in questo momento non facile?

Sono dottore di ricerca in discipline artistiche, musicali e dello spettacolo e mi occupo di teatro simbolista francese. Inutile dire quanto sia difficile trovare fondi per la ricerca, è una lotta costante, in ambito umanistico e non solo, e si è sempre più costretti a guardare all’estero, nostro malgrado. È importante, tuttavia, non perdere mai la passione per quello che si fa.

Chi sono i tuoi maestri letterari e non?

Fra i miei autori preferiti ci sono Beckett, Bernhard, Goethe, Kristof, Nin. In altri ambiti, adoro Arvo Pärt e l’arte della Bourgeois. Il mio più grande maestro, però, in termini assoluti, resta Bach.

Prossimi progetti?

Sto lavorando a un secondo romanzo, ma è presto per parlarne 🙂

:: Il libro dei ricordi perduti, Louise Walters, (Corbaccio, 2014) a cura di Valeria G.

6 novembre 2014

2334114_Il libro dei ricordo perduti_cop@01.indd“Sul punto di suggerire il bar della National Gallery, mi sono voltata verso l’edificio e l’ho vista, una donna alta, sulla sessantina, che mi fissava. Non saprò mai sa mi stava già osservando da un po’. […] Con lei c’era una donna sui quarant’anni e due bambini dell’età di Roberta. […] Senza ombra di dubbio, avevano qualcosa di Roberta. La donna più giovane sembrava la versione femminile di John. Quella più anziana, Nina, perché era lei, impossibile sbagliarsi, ci osservava. Guardava i due ragazzini, certamente i suoi nipoti, poi di nuovo John. […] Per un secondo o due ci siamo guardate dritte negli occhi. […] Cominciavo già a vederci meno, allora, ma l’essenza di una persona non svanisce mai, e soprattutto, è impossibile dimenticare il volto di una donna che ha sofferto e nel bisogno ti ha supplicato di aiutarla. ”

Quando mi è stata proposta la recensione de “Il libro dei ricordi perduti” della neonata scrittrice di romanzi Louise Walters, inglese di nascita e di residenza, devo confessare che non ho nemmeno finito di leggere la scheda informativa. Si, perché quelle primissime righe della presentazione dell’editore Corbaccio mi hanno conquistato all’istante “Ripulisco libri. Spolvero i dorsi, le pagine, a volte una per una, un lavoro meticoloso, nocivo ” magico aggiungo io. Mi sono immediatamente immedesimata nella libraia moderna protagonista della storia, la quale affida ai libri, e alla sicurezza che questi emanano, la sua esistenza apparentemente povera di affetti, ma ricca di sentimenti perduti. La foto di copertina, poi, ha confermato la mia curiosità di conoscere questa donna della quale possiamo scorgere solo il busto e le gambe, avvolte in una gonna nera e lunga, che tiene tra le mani, in modo leggero e sicuro, quattro libri dall’aspetto antico e prezioso. Sullo sfondo un cielo grigio e cupo, tipico della Gran Bretagna e, in volo, due aerei da combattimento probabilmente durante una delle incursioni tipiche della seconda guerra mondiale.
E’ Roberta Pietrykowski che parla in prima persona e che ci accompagna tra gli scaffali dei suoi amati libri, di una libreria che cerca di proporre libri antichi e nuovi, che sente sua anche se di fatto non lo è. Ed è lei la libraia magica, la persona che ama i libri, che ci ricorda che “i libri hanno un loro odore, un loro suono: parlano. In questo momento avete in mano un oggetto che vive, respira e sussurra: un libro!”. Nella stessa libreria accade l’impensabile perché Roberta, certa delle sue origini polacche, trova una lettera, una vecchia lettera di quelle scritte di pugno, con l’inchiostro formato da una miscela di dolore e amore, di quelle autentiche che il tempo non potrà mai rovinare perché, sebbene le si abbia più volte tenute strette tra le mani, il contenuto elevato di sentimento al loro interno le renderà vive per sempre. Questa lettera la lascia sgomenta perché getta delle ombre piuttosto inquietanti sulla storia d’amore tra sua nonna Dorothea (o babunia come preferisce chiamarla lei, in ricordo delle sue, appunto, origini polacche) e il suo defunto nonno. Naturalmente, Roberta si dedicherà alla ricerca di quella che lei chiama verità affrontando con coraggio la fine di una comoda storia di passione, il lutto per la perdita del caro padre, il ritrovamento della mamma persa da bambina e una storia d’amore nascosta che trova da sé il momento migliore per sbocciare.
Le riflessioni di Roberta vengono interrotte in alternanza dalla storia di Dorothy Sinclair, divenuta poi Dorothea Pietrykowski, donna dall’aspetto vulnerabile che nasconde una forza di carattere unica nel suo genere. Un narratore affidabile ci accompagna negli anni quaranta, in un cottage all’interno della campagna inglese, nazione che si sta preparando alla inevitabile guerra che ha il distruttivo compito di non risparmiare nessuno. Il lettore viene accolto nella calda cucina di Dorothy che è stata abbandonata dal marito. In quelle mura semplici che sanno di cose buone da mangiare, di un focolare che scalda, anche e soprattutto, quando fuori c’è il gelo, si vive la guerra, si sviluppa l’amicizia tra Dot, Aggie e Nina due giovani giunte dalla capitale per lavorare alla fattoria, tre donne sconosciute che imparano a viversi ogni giorno, e si affaccia timidamente una storia d’amore che nasce quando sembra che anche l’amore sia un lusso per pochi e che per questo è, e resterà per sempre, unica. E poi, tanto dolore, tanta rabbia per quella maternità rubata che non ha nessuna intenzione di tornare a bussare alla porta della misteriosa Dorothea.
La storia è stata costruita in due tempi, simili a due binari che vengono ripresi, affiancati e alle volte intrecciati sapientemente perché le vicende delle due protagoniste sono una lo specchio dell’altra.
Ma non è tutto, non si tratta solo di un bel romanzo d’amore, dal sapore un po’ retrò. Al lettore completamente coinvolto nelle vicende di Roberta e Dorothea viene chiesto un ulteriore sforzo, un valido confronto su un tema ricorrente e alquanto doloroso.
Il romanzo stesso, infatti, apre un’analisi tra lettore e scrittore su quanto accadde ad una donna che desidera un figlio ma non riesce ad averlo e, al contrario, ad una donna che non ha nessuna predisposizione alla maternità che invece, per uno strano e funesto gioco del destino, lo concepisce. Un tema difficile da scrivere per non rischiare di urtare la sfera materna e sensibile della donna, nata per procreare. La scrittrice in questo frangente compone un quadro completo, riesce ad esprimere perfettamente cosa accade quando l’emisfero materno viene in contatto con la durezza della morte, non ha paura di scoprire i sentimenti più osceni che si sviluppano nei personaggi che lei ha creato. La sua penna non vuole illudere, non vuole addolcire, non vuole raccontare bugie su quanto è dolorosa la rinuncia, su quanto sia spaventoso l’abbandono.
E poi, infine, l’amore.
L’unico sentimento in grado di cambiare le sorti delle persone. Un amore che completa e che divide, un amore che durerà per sempre “ al di là del tempo che non ci sarà più”.

Louise Walters è nata nell’ Oxfordshire nel 1967, si è laureata all’Open University nel 2010 e vive nell’ Northamptonshire con il marito e cinque figli. Autrice di poesie, “ Il libro dei ricordi perduti” è il suo primo romanzo che ha subito suscitato l’entusiasmo degli editori di tutto il mondo. Oltre che in Italia, “Il libro dei ricordi perduti” verrà pubblicato in Germania, Paesi Bassi, Serbia, Svezia, Francia, Polonia e Stati Uniti.

:: L’amante inglese di Sissi, Daisy Goodwin, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2014

4542587Uno dei personaggi più amati della Storia dell’Ottocento è l’imperatrice Elisabetta d’Austria, nota come Sissi anche grazie ai tre film anni Cinquanta con Romy Schneider replicati ad oltranza sulle reti televisive anche in tempi molto recenti. Un personaggio tragico, bellissima e pessimista cosmica, simbolo della decadenza di un mondo e dell’impossibilità di essere felici, anche se spesso è prevalsa, come nei già citati film, un’immagine da principessa da fiaba.
Stranamente, mentre ci sono diverse biografie in tema, mancano i romanzi su Sissi, ed è per questo che è interessante, se si ama l’ultima Imperatrice d’Austria Ungheria, segnalare l’uscita de L’amante inglese di Sissi, secondo romanzo ad essere scritto da Daisy Goodwin e ad essere tradotto da Sonzogno in italiano, dopo L’ereditiera americana, che si rifaceva alle atmosfere di Herny James e di Edith Wharton.
Il romanzo racconta un periodo particolare della vita di Sissi, relativo alle sue visite in Gran Bretagna per sfuggire all’opprimente atmosfera di Vienna e di un marito che non la capì mai, durante le quali partecipò alle battute di caccia, conoscendo il cavallerizzo e nobile inglese Bay Middleton (avo alla lontana di Kate, la moglie di William) e vivendo pare con lui un’intensa ma breve storia d’amore. In realtà, la protagonista del libro non è Sissi, che resta un po’ in ombra, ma Charlotte, l’ereditiera che poi sposò Bay, vista come una ragazza in anticipo sui suoi tempi, amante della fotografia che tanto spaventava Sissi, personaggio realmente esistito ma su cui si sa poco e che l’autrice ha costruito ex novo come l’eroina della storia.
L’amante inglese di Sissi conferma il talento dell’autrice nel descrivere l’alta società dell’Ottocento, stavolta quella relativa alle monarchie, ed è particolarmente gustoso il parallelo tra Sissi, personaggio allora scandaloso, e la regina Vittoria, simbolo di pace e unità familiare, anche se i biografi di decenni dopo hanno scoperto non pochi suoi altarini, a cominciare dal rapporto con il citato John Brown.
Chi rimane però un po’ in ombra è proprio Sissi, non restituita nella sua interezza di personaggio complesso e tormentato: compare il personaggio del figlio Rodolfo, altra icona romantica, morto suicida una quindicina d’anni dopo i fatti narrati nel libro nel casino di caccia di Mayerling insieme all’amante Maria Vetsera, un altro fatto che ha ispirato film più o meno romanzati: l’autrice dà la responsabilità della caduta del ragazzo nell’abisso della disperazione alla scoperta della relazione della madre con Middleton, ma questa può essere solo una delle tante ipotesi, in quanto comunque sia Sissi che Rodolfo furono figure tragiche e dalle mille sfaccettature, e non è un caso che affascinino ancora oggi il pubblico degli amanti della Storia e del romanzesco.
Nella postfazione Daisy Goodwin avvicina Sissi a lady Diana: senz’altro come popolarità il paragone ci sta, ma le due figure sono abbastanza diverse, anche se furono entrambe due ribelli contro le convenzioni e un ruolo che stava loro troppo stretto. L’amante inglese di Sissi è un libro che comunque piacerà a chi ama l’Ottocento, per approfondire la figura di Elisabetta d’Austria, e la sua vita iniziata come una fiaba e finita in tragedia sono da consigliare le ancora disponibili biografie di Nicole Avril e Brigitte Hamann, o meglio ancora se si riesce ancora a reperire, in italiano nell’edizione Dall’Oglio o in inglese, l’opera di Joan Haslip anni Sessanta, forse la più riuscita in tema.

Daisy Goodwin vive a Londra. È produttrice televisiva e ha curato numerose antologie di poesia. Scrive per il «Sunday Times». È sposata e ha due figlie. Con Sonzogno ha pubblicato L’ereditiera americana (2013).

:: Filmology, Matteo Civaschi, Gianmarco Milesi, (Rizzoli, 2014)

4 novembre 2014

Filmology_300dpiDagli autori di Shortology, lo studio di giovani creativi H-57 (merita fare un salto a pagina 217 e scoprire le origini di questa inquietante sigla) capitanati da Matteo Civaschi e Gianmarco Milesi, è nato Filmology, da ottobre in libreria grazie a Rizzoli. Imperdibile per gli appassionati di cinema e di giochi con gli amici, magari intorno al caminetto.
Infatti in questo libro (curiosamente stampato in Cina) sono raccolti i titoli di quasi 200 pellicole, rappresentate da divertenti icone grafiche che ne sintetizzano la trama, o anche solo i tratti distintivi. Solo a fine libro vengono citati i titoli, con nome del regista e anno di uscita, strada facendo vi toccherà indovinarli.
E’ un libro a quiz insomma, ottima come idea regalo, piacevole da sfogliare o collezionare. Da Colazione da Tiffany, a Caccia a Ottobre Rosso, dalla Febbre del sabato sera, a Shining, insomma i cult movie che hanno fatto la storia del cinema ci sono tutti. Starà a voi riconoscerli. Alcune tavole sono impossibili da indovinare, altre semplicissime, tutte comunque sono animate da un certo gusto dissacrante e paradossalmente irriverente.
La brevità sembra il punto di forza di questo manuale tascabile del cinema, che sintetizza in pillole, le trame dei maggiori capolavori di registi come Vittorio de Sica, Luc Besson, o Stanley Kubrick, naturalmente hanno dovuto fare delle selezioni, magari seguendo il gusto personale dei curatori, o la facilità di trasformare le trame in immagini.
Originariamente quando avevo sentito parlare di questo libro e di fotogrammi, pensavo le tavole contenessero effettivi fotogrammi tratti dai film, idea da sviluppare magari per altri libri, sempre che i diritti lo permettano. Scrivere una recensione di questo libro è un po’ una missione impossibile (ci sarà o no questo titolo tra i tanti?) ma si può senz’altro lodare e apprezzare l’idea e lo spirito che lo anima, per cui non mi resta che augurarvi buon divertimento.

Matteo Civaschi dopo 15 anni in grandi agenzie di pubblicità, nel 2004 crea H-57 con Elena Borghi, e qualche anno dopo coinvolge nel progetto anche Gianmarco Milesi. Appassionato della musica di Mozart e Van Halen, adora il cinema di fantascienza, da Alien di Ridley Scott fino alla saga di Guerre Stellari. I suoi tre gatti sono i suoi assistenti preferiti durante le notti in cui i progetti importanti prendono vita.

Gianmarco Milesi nella prima parte della vita decide di diventare, nell’ordine: flautista, giocatore della NBA, chitarrista e infine egittologo. Poi, improvvisamente, scopre il mestiere del copywriter, trovandolo bellissimo e anche divertente. Dopo 12 anni in grandi agenzie di advertising, raggiunge Matteo Civaschi in H-57. Dopo la pensione, diventerà flautista, giocatore della NBA, chitarrista, egittologo.

:: Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, (Marsilio, 2014)

3 novembre 2014

Shotgun-Lovesongs-250x396Che il Midwest sia il cuore degli States, non è una novità. Rispecchia infatti buona parte del mito di quell’America rurale fatta di campi di mais, fattorie, silos, trattori, allevamenti di bestiame, contadini un po’ rustici dalle mani spellate dal vento e dal lavoro, dallo spirito provinciale e zoccolo duro e bacino elettorale conservatore.
Ora c’è la crisi, pure le fattorie sono indebitate fino al collo con le banche, (si respira un po’ l’aria della Grande Depressione), ed è proprio qui, nel piccolo centro rurale di Little Wing (guarda caso una famosa canzone di Jimi Hendrix), in Wisconsin, che Nickolas Butler ambienta il suo romanzo d’esordio, Shotguns Lovesongs. (Pubblicato in Italia da Marsilio nella collana Romanzi e racconti e tradotto da Claudia Durastanti).
Una struggente ballata country, giocata sui temi classici dell’amore, dell’amicizia, del senso di appartenenza ad una comunità, della ricerca del successo o meglio della realizzazione di sé. E dalla musica rivendica non solo i temi, ma anche l’utilizzo di un canone a più voci, ogni capitolo, intitolato con le iniziali dei cinque nomi dei protagonisti, Henry, Lee, Kip, Roddy e Beth, infatti ci narra la storia dai diversi punti di vista.
L’occasione per una specie di rimpatriata, il matrimonio di Kip e Felicia. Ed è così che i legami di amicizia, allentati dalla vita, (ognuno ha preso strade diverse, da chi è diventato una star della musica, a chi uno speculatore a Chicago, a chi ancora ha rilevato la fattoria di famiglia ed è restato a fare il contadino a Little Wing, a chi è diventato una star da rodeo), si rinsaldano e una verità quasi dimenticata metterà a dura prova un matrimonio e un’ amicizia con qualcosa che ha l’amaro sapore del tradimento.
Ma l’amicizia è più forte della vita, è più forte di tutto? Certamente, è la risposta appassionata di Nickolas Butler e dei suoi personaggi. La lealtà, l’amore per la natura, il legame con le proprie origini superano invidie e gelosie e sul piatto della bilancia fanno la differenza.
La scrittura poetica di Butler è sicuramente il valore aggiunto di Shotguns Lovesongs, che parte narrando la storia dal punto di vista del personaggio più riuscito, alterego forse dell’autore, che deve avere attinto a piene mani dal suo vissuto tanto da ricreare il personaggio di Lee su un suo vecchio compagno di liceo Justin Vernon della band folk dei Bon Iver. Con estrema naturalezza, anzi con quella delicatezza tipica di chi parla di sacrosante verità, l’autore ci parla di sentimenti, e lo fa con efficacia e senza mai scadere nel sentimentalismo, cosa tutt’altro che facile, soprattutto per chi guarda in se stesso per ricreare la realtà, o almeno un suo specchio.
E’ un romanzo perfetto? Non ostante le prime pagine che possono far gridare al capolavoro, forse no. Forse i personaggi di Henry e Lee superano per intensità gli altri, e le voci dei vari personaggi si confondono a tratti non perfettamente caratterizzate e distinte, ma nonostante questo è un bel romanzo, un bel romanzo davvero, (forse diventerà un classico chissà), consigliato a tutti gli appassionati della letteratura americana che amano ascoltare il suono del benjo all’imbrunire, magari in un portico, dondolandosi su una vecchia sedia a dondolo.

Nickolas Butler è nato a Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, Wisconsin. Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste. Attualmente vive nel Wisconsin con la moglie e i due figli. Questo è il suo primo romanzo, già opzionato per il cinema da Fox Searchlight.

:: Dal 7 al 9 novembre torna la XII edizione della Microeditoria di Chiari (BS) a cura di Viviana Filippini

2 novembre 2014

MicroedMancano pochi giorni per l’inizio della dodicesima rassegna della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia, dal 7 al 9 novembre. La tre giorni dedicata all’editoria indipendente e alla cultura sarà caratterizzata da presentazioni di libri, dibattiti, mostre, laboratori, concerti, in un programma che prevede la presenza di 100 editori provenienti da tutta Italia e un cartellone di oltre 90 eventi. La manifestazione, che negli ultimi anni ha visto un crescendo degli espositori e del pubblico presente, è organizzata dall’Associazione Culturale “L’Impronta” in collaborazione con il Comune di Chiari e per tre giorni animerà Villa Mazzotti (Viale Mazzini, 39), lo splendido palazzo in stile liberty, da sempre location prescelta per la kermesse culturale. Tema della XII edizione: la Felicità, oltre il PIL far crescere la Felicità Interna Lorda, un nuovo possibile indicatore del benessere di un Paese che va oltre la produttività e il consumismo. Il tema è stato scelto nell’intento di promuovere la riflessione sulle possibilità di miglioramento del benessere umano in ogni ambito, compreso quello culturale. Accanto ad esso poi ci si occuperà del rapporto dell’editoria con i nuovi media, della salute, di alimentazione e di storia, a dimostrazione del fatto che attraverso i libri ogni aspetto del mondo può essere raccontato. L’inaugurazione della rassegna è fissata per venerdì 7 novembre alle 17.30 a Villa Mazzotti a Chiari quando prenderà il via la tre giorni di cultura durante la quale sarà piacevole perdersi tra migliaia di parole lette e dette. Tra gli ospiti presenti (e sono davvero tanti) si ricorda Sabato 8 novembre alle 15.30 Nikola Savic vincitore di “Masterpiece” con il libro Vita Migliore, intervistato dallo scrittore e “giudice” Andrea De Carlo. Alle 18, Paolo Hendel in Come truffare il prossimo e vivere felici di Paolo Hendel, Francesco Borgonovo e Marco Vicari. Con Paolo Hendel e Carcarlo Pravettoni. Musica dal vivo con Ranieri Sessa alla chitarra. Ingresso con prenotazione sul sito . Domenica 9 novembre alle 14.30 Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, direttore della rivista Nimbus, noto per la partecipazione al programma televisivo Che tempo che fa, parlerà del suo libro Prepariamoci, come prepararsi a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità. Alle 16 Andrea De Carlo racconterà del suo diciottesimo romanzo Cuore Primitivo. Per partecipare alla presentazione è necessario iscriversi sul sito.

:: Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella (Scrittura & Scritture, 2014)

1 novembre 2014

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E’ sabato, giornata dedicata a Poirot e alla cioccolata calda.
Almeno a casa mia, e in attesa di Poirot e la salma, episodio tv tratto dall’omonimo (almeno nel titolo italiano) romanzo pubblicato per la prima volta da Dame Agatha Christie nel lontano 1946, vi parlo di un altro giallo che ho appena letto, Il messaggero dell’alba, della napoletana Francesca Battistella, edito da Scrittura Scritture nella collana Catrame.
Un giallo classico con sfumature da commedia ambientato nel vivace mondo letterario italiano. Certo i personaggi sono pura invenzione, non troverete né Baricco, né la Mazzantini, (faccio due nomi a caso) ma molti mali che il testo stigmatizza sono reali, e infondo parlano del nostro mondo composto da agenzie letterarie, festival, scrittori famosi ed esordienti, e anche blogger che sui loro portali stilano recensioni.
Orbene spero di non aver mai istigato all’omicidio nessuno, e in realtà non penso che le mie recensioni abbiano davvero tutto questo potere, di creare fortune letterarie o abbatterle, ma come pretesto per un intreccio giallo, esagerato certo dalle esigenze narrative, è sicuramente intrigante. E la Battistella si diverte a costruire un dietro le quinte, vivace e ironico, in cui frustrazioni, ipocrisie, veri e proprio odi e vendette scatenano il delitto.
E in questo libro gli scrittori muoiono, anche una blogger, critica letteraria in realtà, uccisi da una mano vendicatrice che resterà misteriosa fino alla fine del romanzo.
Ce ne è per le agenzie letterarie, l’agenzia letteraria Mainstream, infatti sicuramente incarna uno spettro abbastanza inquietante nel mondo delle patrie lettere, terrore di tutti gli scrittori esordienti, un’agenzia insomma vera e propria macchina per soldi, spietata e corruttrice. Spietata con gli esordienti, di cui calpesta sogni e aspirazioni scucendogli ingenti somme di denaro, corruttrice dei suoi consulenti, scrittori famosi che arrotondano così le magre entrate in questi tempi di crisi.
Ma ce ne è anche per i blogger, pagati dalle case editrici per scrivere stroncature dei libri dei concorrenti.
E poi ci sono gli scrittori famosi, vere e proprie star di un mondo che dovrebbe promuovere bellezza e cultura e si trova invece a rispecchiare una società dominata da arrivismo e avidità. Tutto è naturalmente estremizzato nei suoi aspetti drammatici per costruire l’intreccio giallo e si ride sì, ma un retrogusto amaro, figlio dell’anima noir dell’autrice, un po’emerge dalle pagine.
Ci sono comunque anche i buoni, le persone perbene, sembra incredibile ma anche nel mondo dell’editoria ci sono serietà e onestà. E meno male.

Francesca Battistella, classe ’55, ha alcune grandi passioni: il suo Piero, gli infernali nipoti Cecilia e Tommaso, ballare l’hip-hop come Jacko, leggere disperatamente e, naturalmente, scrivere scrivere scrivere…
Ha trascorso quattro anni a testa in giù (Nuova Zelanda) e quarant’anni nella sua amata/odiata Napoli, lavorando, recitando e combinandone di tutti i colori. Adesso vive tranquilla tra il Lago d’Orta, in compagnia della Poiana Dispettosa, della Volpe Max e dei germani reali Pippo e Peppa, e il paese di Massa Lubrense sulla costiera Sorrentina dove possiede un “buen retiro”.
Ha pubblicato tre libri e non ha mai smesso – né mai smetterà – di raccontare e raccontarsi storie…

:: L’ostinato scorrere del tempo, Justin Go, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2014

einaudi_go21481graTristan Campbell, uno studente californiano di oggi, segnato dalla morte prematura di cancro della mamma, riceve una lettera di uno studio legale londinese che gli comunica che forse è l’erede di un’immensa fortuna, frutto di un lascito di un ricco rampollo dell’aristocrazia britannica, Ashley Walsingham, eroe della Grande Guerra morto nel 1924 durante la prima, sfortunata spedizione europea sull’Everest, che lasciò i soldi al suo amore di cui non aveva più notizie, la ribelle e volitiva Imogen Soames-Andersson, forse la bisnonna del ragazzo da parte di madre.
L’ostinato scorrere del tempo, romanzo d’esordio di Justin Go, racconta due storie in parallelo, il grande amore tra Ashley e Imogen nei primi decenni del Novecento con sullo sfondo quella guerra di cui quest’anno si celebra il centenario, e la ricerca di Tristan di oggi, tra vari Paesi europei dove le tracce sembrano sbiadire ma dove forse troverà qualcos’altro. Ci sono due piani narrativi, quindi, da un lato una storia letteraria di gran fascino, raccontata al passato remoto e in terza persona nella parte ambientata un secolo fa, e in prima persona e al presente nei capitoli di oggi, non sappiamo se ispirati a qualcosa di vero per l’autore o persone a lui vicine.
Un libro interessante, che parla di fatti storici su cui forse non si sa abbastanza, dalla battaglia della Somme alle spedizioni in montagna, passando per la condizione della donna al principio del Novecento e la vita degli artisti, ma anche del mondo di oggi, così frenetico e dove forse può diventare importante cercare le proprie radici, da dove si viene, chi erano e cosa facevano i propri antenati, perché alla fine è questo che importa a Tristan.
Romanzo storico, storia d’amore appassionante, non scontata e mai volgare, ricerca di un senso della vita oggi: L’ostinato scorrere del tempo è tutto questo, un libro che avvince tra l’ieri e l’oggi, tra un mondo che non esiste più e una vita di oggi in cui quei ricordi, relativi a persone che non si sono conosciute e che per ovvi motivi non si conosceranno mai, possono dare un senso all’esistenza oltre al miraggio di un’eredità. Non è la prima volta che in un romanzo si parla di generazioni diverse e di ricerca del passato, ma Justin Go riesce a farlo in maniera particolarmente interessante, e a fare affezionare ai suoi personaggi, ai due amanti di quel passato ormai lontano ma ancora vivi attraverso i documenti e le tracce che Tristan raccoglie, e all’eroe per caso di un presente in tante città e luoghi più o meno iconici, in una ricerca di sé che gioca tra thriller e nostalgia, con un finale a sorpresa.
Come Tristan, Justin Go è californiano, ha studiato tra il Berkley College e l’University of London e sta lavorando ad un nuovo romanzo, che chi ha letto questo non può non vedere l’ora di leggerlo ma che per ora resta top secret. Traduzione di Carla Palmieri.

Justin Go è nato a Los Angeles, ha studiato storia a Berkeley e letteratura allo University College di Londra. Ha vissuto a Tokyo, Stoccolma, Parigi. Nel 2008, a ventisette anni, ha lasciato il lavoro e si è trasferito a Berlino per scrivere il suo primo romanzo, L’ostinato scorrere del tempo (The Steady Running of the Hour), tradotto in oltre venti lingue e pubblicato nel 2014 da Einaudi Stile Libero.

:: Intervista Alessio Arena per Letteratura Tamil a Napoli, (Neri Pozza 2014) a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2014

Arena e CoverBenvenuto ad Alessio Arena poliedrico artista e musicista con la passione della scrittura che nella sua tappa a Milano nella sede della case Editrice Neri Pozza ci ha raccontato come è nato il suo nuovo intrigante romanzo -multiculturale aggiungerei- Letteratura Tamil a Napoli.

Come è nata l’ idea di scrivere Letteratura Tamil a Napoli?

R: Per scrivere questo romanzo ho preso spunto della reale presenza della comunità singalese a Napoli, composta dai tanti vinti e vincitori della guerra che afflisse lo Sri Lanka a partire dalla metà degli anni Ottanta. Alla fine del conflitto molti abitanti decisero di lasciare la loro terra per emigrare altrove e a Napoli la comunità è presente dagli anni Novanta, proprio nel centro della città, nel Rione Sanità, dove sono nato anche io. Fin da piccolo ho sempre vissuto vicino a questa collettività e crescendo mi sono reso conto che, a parte un film Into Paradiso del 2010 della regista sceneggiatrice Paola Randi, non c’era materiale che raccontasse la letteratura Tamil e tutto il loro mondo e così ho pensato di scrivere il romanzo Letteratura Tamil a Napoli.

C’è una Napoli di superficie e una sotterranea. Raccontaci cosa accade nel ventre di Napoli.

R: Il mondo sotterraneo di Napoli è molto vitale, è il luogo dal quale arriva l’acqua per la città e durante la Seconda guerra mondiale è stato un vero e proprio rifugio dai bombardamenti per la popolazione. Nel mio libro, i Tamil trovano nel ventre di Napoli l’ambiente ideale per creare una seconda città, o meglio creano una città nella città come segno di libertà, anche se vivendo sempre più a contatto con le viscere di Napoli un poco alla volta anche i Tamil assumono su di loro i caratteri dei napoletani trasformandosi in Napo-tamil. Anche la letteratura che i Tamil puntano a ricreare dentro a questo cosmo che si trova nel sottosuolo è si qualcosa della loro tradizione, ma allo stesso è anche un qualcosa che recuperano da Napoli, perché girando nei sotterranei cittadini la maggior parte dei muri è ricoperta di scritte lasciate nel corso del tempo. Questi segni e parole sono la testimonianza che a Napoli è possibile farcela e sopravvivere. Tra i Tamil che creano libri, sfuggiti alla guerra dello Sri Lanka e i napoletani sopravvissuti alla guerra, c’è una somiglianza dettata dalla condivisione e dall’empatia della comune sofferenza determinata dalla guerra. Non a caso il primo libro tamil protagonista del mio romanzo racconta proprio la Napoli sotterranea durante il conflitto e per scriverlo ho preso ispirazione da Napoli 44, romanzo di memorie e visionario scritto da Norman Lewis.

Nel libro ci sono dieci personaggi impegnati a scrivere libri e loro corrispondono ad altrettante divinità indiane come mai?

R: I personaggi si muovono in un ambiente letterario in base all’avatar di Visnu nel quale si identificano di più, perché Visnu si reincarna per riportare l’ordine delle cose e nel mondo. Ogni avatar è un mito e i temi da loro recuperati hanno il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. I Tamil protagonisti del romanzo scrivono e nel momento in cui compiono questo atto lo fanno sotto la protezione di un avatar.

Che funzione hanno i libri che i diversi personaggi scrivono?

R: Ogni libro presente nel mio romanzo è un pezzo che assieme ad altri libri cerca di ridare vita nella città di Napoli alla storica biblioteca Tamil andata distrutta nella guerra tra Tamil e Singalesi. C’è quindi la volontà dei personaggi del libro di recuperare la tradizione della propria cultura di appartenenza per farla sopravvivere, per reinventarla e per crearsi un’ identità con il fine di comprendere il proprio posto nel mondo.

Quali fonti hai considerato per scrivere questo romanzo e quanto è importante conoscere culture nuove?

R: Per scrivere questo libro è vero ci ho messo del tempo, un po’ per la ricerca e un po’ per il mio lavoro da musicista che mi ha portato a girare in lungo e in largo in Italia e all’estero. Tra le fonti utili è stato fondamentale il contatto con i Tamil di seconda generazione, nati a Napoli e no. Parlando con loro ho percepito un forte senso di appartenenza all’Italia, loro non solo si sentono italiani, ma si sentono napoletani. Ho ascoltato le loro storie che mi hanno dato ispirazione per il mio libro e poi ha fatto riferimento ai dati storici relativi alla guerra tra Singalesi e Tamil. Per quanto riguarda la letteratura Tamil e l’approccio di conoscenza della letteratura leggendaria è stato molto utile approfondire la conoscenza della storia della letteratura Dravidica che influenzò la letteratura antica indiana e quella tamil. Conoscere altre culture, diverse da quella dove siamo cresciuti, è un importante percorso di conoscenza dell’altro, in quanto questo cammino di scoperta permette di individuare dei punti in comune tra mondo diversi. Per esempio, nel mio libro si noterà come i napoletani e i tamil siano uniti dalla condivisione del dolore e della sofferenza e come si dice in modo comune tra Tamil: “Siamo tutti sotto la stessa tempesta”.

I protagonisti hanno nomi in lingua Tamil e nomi in napoletano. Quale è la funzione di questa doppia identità?

R: Il doppio nome è un po’ una delle peculiarità delle gente di Napoli, nel senso che ogni abitante ha un nome e un soprannome. I personaggi del libro hanno sì un nome Tamil, ma si sentono anche molto legati a Napoli e per questo il loro soprannome, recuperato e spogliato da qualsiasi elemento dispregiativo, è rivalorizzato in modo positivo per sottolineare ancora di più il profondo legame con Napoli, che li ha accolti e accettati.

Come accadeva in L’infanzia delle cose, anche in Letteratura Tamil a Napoli ti occupi di piccoli gruppi etnici. Come mai hai questo interesse per le minoranze culturali?

R: Il mio interesse verso le minoranze etniche culturali è forse dovuto al fatto che anche io vengo da un parte di Napoli, il Rione Sanità, che in un certo senso è stato considerato una minoranza e una sorta di mondo a sé, spesso finito sotto etichette e pregiudizi nati nel corso degli anni. Quando ero piccolo in più occasioni mi son sentito escluso dal resto del mondo e un po’ sotterraneo come i protagonisti del mio libro, perché ho sempre sentito di appartenere ad una sorta di mondo altro presente nella città di Napoli. Basta pensare al fatto che a Napoli prima di conoscere l’italiano, in molte zone si impara il dialetto, che viene considerato una vera e propria lingua. Nel libro L’infanzia delle cose i protagonisti gitani si trovavano a vivre in una situazione di incontro e scontro tra culture diverse e tangenti che li voleva guidare a superare i propri limiti dettati dal contesto di vita. Una situazione che ho vissuto in un certo senso anche io, quando a sei anni mi son trasferito in Spagna, e mi son trovato ad entrare da piccola particella in un mondo vasto e sconosciuto che ho imparato a conoscere un po’ alla volta.

Tra i tanti personaggi presenti, molto intenso è il ritratto della zia transessuale di Bibberò. Raccontaci qualcosa di questa figura.

R: La zia transessuale di Bibberò è uno dei personaggi più affascinanti del libro per il viaggio alla scoperta di sé che compie durante la trama. Il parente del protagonista cerca di liberarsi da un corpo che non sente suo e quello che più mi appassiona suo è proprio cammino svolto per raggiungere la sua nuova e vera identità, attuando una nuova nascita. Chi nella realtà di ogni giorno vive un cammino simile, agisce per raggiungere un traguardo preciso e diventare ciò che sente davvero di essere. La zia di Bibberò e le tante persone che esperimentano questo percorso sono dei veri e propri libri scritti pronti a raccontarsi a noi lettori e uditori.

La religione è spesso presente nei tuoi libri compreso questo ultimo lavoro. Come convivono il cristiani e i tamil?

R: La religione è uno dei temi che spesso ritornano nei miei libri, e quello che più mi incuriosisce è il paganesimo della religione cristiana e anche i suoi aspetti più kitsch come le tante rappresentazioni delle statue di santi, le immagini e tutta una serie di oggettistica religiosa che era molto in voga negli anni Ottanta. A Napoli in ogni casa e in ogni angolo della città sono presenti oggetti e immagini di culto religiose che gente prega e venera con passione religiosa profonda, ma ora questi simulacri non sono più solo cristiani, perché compaiono anche quelli Tamil. Nel libro ad un certo punto la statua di San Gennaro viene sostituita con quella del Buddha e questo è un segno delle convivenza tra due mondi religiosi e cultura che c’è a Napoli, anche se non lo si dice in modo esplicito. Napoli è una città abituata a dare e ricevere e non a caso in lei gli italiani convivono tra loro e, da anni, gli italiani convivono con le diverse etnie presenti, tra le quali ci sono i singalesi, in un scambio reciproco di saperi e valori. Per capirci meglio, se fino a qualche anno a Napoli i manifestini attaccati ai muri con messaggi e avvisi di vario tipo erano scritti in italiano e napoletano, oggi accanto a loro ci sono pure annunci in lingua tamil. Questo dimostra che la convivenza e la mescolanza tra culture c’è, è viva ed è in atto una mescolanza tra tradizione e innovazione, come emerge dal libro.

Sei già al lavoro per un prossimo libro?

R: Il prossimo lavoro è in fase di stesura e sarà un libro che avrà per protagonista il transatlantico Homeland costruito nel 1905, che nell’estate 1950 effettuò 5 viaggi tra Napoli e New York.