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:: La ragazza indossava Dior, Annie Goetzinger, (Bao Publishing, 2014) a cura di Elena Romanello

6 dicembre 2014

la ragazzaDi solito si pensa che i fumetti abbiano a che fare soltanto con storie di genere fantastico: effettivamente molti fumetti sono di genere fantascientifico e fantastico, ma da tempo ormai il medium delle nuvole parlanti viene usato anche per raccontare storie diverse, tra attualità e storia, e qualcuno chiama quest’evoluzione graphic novel. Alle graphic novel si sono dedicate varie case editrici del nostro Paese, presentando prodotti non più seriali come i fumetti propriamente detti, ma opere spesso in un unico volume, presenti nel circuito delle fumetterie e delle librerie.
Per molti non è ancora esistente un rapporto tra donne e fumetti, e dire che negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale sia le lettrici che le autrici, e le storie scritte da donne e rivolte alle medesime spesso sono tra le più originali, come dimostra uno dei titoli più recenti della Bao Publishing, La ragazza indossava Dior di Annie Goetzinger, autrice che in passato ha scritto opere più militanti, tra femminismo e altre tematiche sociali, e che stavolta sceglie di raccontare una storia solo all’apparenza più soft.
Annie Goetzinger racconta, attraverso gli occhi del personaggio inventato Clara, figlia di una sarta che vuol diventare giornalista di moda, l’epopea della Maison Dior, che nella Francia dell’immediato dopoguerra, ancora in preda a razionamenti e rigore, creò uno stile da sogno e da fiaba, fatto di abiti principeschi, che portarono critiche perché venivano visti come uno schiaffo alla miseria ma rilanciarono anche la moda e un settore dell’economica d’oltralpe.
Il tutto viene restituito in un volume curato, con disegni che si rifanno a foto e atmosfere d’epoca, in una mescolanza tra personaggi noti e inventati, che omaggiano figure famose, come la protagonista Clara che ricorda un’icona della moda e dello stile come Audrey Hepburn. Un breve periodo, dieci anni, tra il 1947 e il 1957 quando Dior morì avendo creato sogni e immaginari che periodicamente ritornano sulle passerelle e non solo, che rivive nelle pagine del volume, più incentrato sulla scoperta e restituzione di un’epoca che non sulla nostalgia.
La ragazza indossava Dior è una storia disegnata interessante per tanti motivi: per scoprire o riscoprire un periodo ormai entrato nel mito della storia del costume e della società europea, per rivivere una pagina della propria gioventù (ecco un titolo da regalare a genitori e nonni per far capire cosa sono i fumetti), per chi è interessato alla storia delle donne in tutte le sue forme, per capire il potenziale che hanno le nuvole parlanti, non solo raccontare storie di pura fantasia ma anche altro, favole moderne realistiche di momenti unici, non tragici, ma sempre pagine della Storia del nostro mondo.
Annie Goetzinger, La ragazza indossava Dior, Bao Publishing 19 euro.

Annie Goetzinger Artista sensibile, dal tratto elegante e dallo sguardo attento al mondo femminile, Annie Goetzinger è una delle disegnatrici più rappresentative del fumetto francese. Esordisce nel mondo della bande dessinée dando un grande contributo a riviste antologiche quali Pilote, Circus e Fluide Glacial. Nel 1975 pubblica Casque d’or, opera che le vale due premi al Festival internazionale d’Angoulême. A partire dal 1980 dà vita al sodalizio artistico con lo sceneggiatore Pierre Christin, insieme al quale pubblica numerose opere.

:: Liberi junior: David, Pierre Riches, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2014

DAVIDLa Bibbia è uno dei libri più antichi al mondo e tra le sue pagine ci sono tante storie che hanno per protagonista il popolo e la cultura ebraica. David di Pierre Riches, edito da Gallucci, racconta la vita e le avventure vissute da colui che divenne re David. Il libro è narrazione emozionante che ha per protagonista David, il giovane ed esile pastore che grazie alla sua intelligenza riuscì a sconfiggere il gigante Golia. Riches narra tutte le diverse vicissitudini, lotte e confronti con il popolo e i nemici, che portarono David a diventare il re d’Israele. Il libro è adatto ad un pubblico di lettori bambini,perché lo stile favolistico, usato da Riches, riesce a coinvolgere nella trama il lettore. In realtà, la lettura del volumetto, illustrato da Mantegazza, è adatta anche agli adulti ed è un simpatico libro per conoscere l’avvincente epopea di un uomo dal grande coraggio, ma allo stesso tempo molto umile. Ciò che colpisce in David di Pierre Riches è che nonostante tutto il potere ricevuto, il re d’Israele era sempre in grado di riconoscere le proprie fragilità umane, davanti alla grandezza di Dio. Dai 6 anni in su.

Pierre Riches è nato nel 1927 ad Alessandria d’Egitto, vicino alla Pale­stina dove visse Pietro. Ha fatto tanti viaggi e il giro del mondo per due volte. A 23 anni, da ebreo, è anche diventato cristiano e poi prete. Ha insegnato in molte università: in Ca­li­for­nia, in Nuova Ze­landa e in Paki­stan. Nel 1963 ha partecipato come teologo al Con­cilio Vaticano II in San Pietro, il ven­tunesimo dopo il primo tenuto dagli Apostoli a Gerusalemme. Ora che è anziano, quando non viaggia, vive nella campagna romana e si diverte ancora molto. Con Gallucci ha pubblicato Pietro e David.

Tinin Mantegazza (Varazze, 1931) ha cominciato prestissimo a disegnare sotto l’influenza del gruppo del “Corriere dei Piccoli”. Scrittore, pittore, scenografo, ha dedicato ai ragazzi molti suoi progetti per il teatro e la televisione. Nel 1985 ha ideato e realizzato il pupazzo Dodò, protagonista della trasmissione Rai “L’albero azzurro”. Per Gallucci ha illustrato Il mistero dei bisonti scomparsi.

:: Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2014

indexUn’opera prima di un’autrice non giovanissima, indo americana come il mondo che descrive nelle oltre cinquecento pagine del libro, che ha non pochi punti di interesse, anche se magari lascia qualcosa in sospeso e di poco convincente, nell’economia di una storia complessa e mai in ogni caso banale.
Mira Jacob, fotografa come la sua figlia letteraria Amina, racconta una saga familiare tra passato e presente, tra Seattle, Albuquerque e il New Mexico, con lutti e gioie, cibo e legami, ricerca di sé e richiamo delle proprie radici, scrivendo un libro scorrevole che parla di cose non proprio leggere ed evitando comunque alcuni cliché del genere incontro e scontro tra civiltà.
Si sa poco, letterialmente parlando degli indiani (dell’India) che vivono negli Stati Uniti: mentre su quelli naturalizzati in Gran Bretagna esistono saggi, romanzi, film e testimonianze, nel crogiolo d’oltreoceano se ne è parlato poco, ed è interessante vedere come se la sono cavata in luoghi non iconici a stelle e strisce, ma fuori dai circuiti della California e di New York. Interessante anche il rapporto con la cultura dei Nativi americani, chiamati per anni anzi secoli a torto indiani, e l’autrice dice di aver voluto trattare cosa vuol dire essere immigrati in quello che è un Paese in definitiva rubato ad altri, cosa evidente in Stati profondi come il New Mexico, terra di frontiera con il deserto e il mondo di altri popoli ora ridotti nelle riserve o come mero folklore.
Si parla di donne, con Amina, la classica esponente della seconda generazione dell’immigrazione, giunta nel suo nuovo Paese da bambina e che si è costruita una vita lì pur con i condizionamenti di una cultura che ha permeato la sua vita, ma anche con sua madre Kamala, rimasta legata a quell’altro universo, simboleggiato, e non è una novità ma funziona sempre, dalla cucina. Da segnalare che per una volta si parla di culture diverse, di abitudini diverse, di problemi che possono insorgere, ma non si cade nei soliti stereotipi di raccontare di donne oppresse da tradizioni arcaiche. L’indianità c’è, in Kamala e in Amina, fa parte della loro identità, sia pure in maniera diversa per età e esperienze, ma non in contrasto con altro, è un elemento della loro vita importante e che non preclude poi ad un percorso di affermazione, con strumenti diversi, in un mondo che non è il loro.
La fotografia è un altro tema importante della storia, un qualcosa che l’autrice conosce bene per esperienza diretta, e la fotografia secondo Roland Barthes poteva creare anche stati alterati della mente, ed ecco che si trovano altri due argomenti della storia, le allucinazioni del padre e il sonnambulismo del fratello, patologie che esistono da sempre e che sono viste come stadi ai confini della realtà, che qui rendono il libro ricco di quello che viene chiamato realismo fantastico, una storia in cui convivono tanti elementi.
Poi, forse il tutto è a tratti un po’ superficiale, si sentono poco gli ambienti, che sia in Occidente che in India, ma la storia scorre e riesce a parlare in maniera non pesante di argomenti estremamente impegnativi, dando un ritratto di una famiglia, tra umorismo e tragedia, e dell’incontro tra culture e modi di vivere diversi, argomenti quanto mai attuali oggi.

Mira Jacob è una scrittrice indiana-americana. Ha fondato il Pete’s Reading Series a Brooklyn, ha lavorato come web-editor e ha insegnato scrittura creativa a New York, New Mexico e Barcellona. I suoi scritti sono stati pubblicati su libri, riviste, tv e sul web. Attualmente vive a Brooklyn con il marito documentarista Jed Rothstein e un figlio. Manuale di danza del sonnambulo è il suo primo romanzo.

:: Addio a P. D. James, signora del giallo e non solo, a cura di Elena Romanello

4 dicembre 2014

AVT_P-D-James_74041Novantaquattro anni sono un’età ragguardevole, ma si vorrebbe comunque che certe persone non morissero mai, come P.D. James, autrice di gialli e non solo da oltre cinquant’anni, tra i nomi più amati degli ultimi decenni, capace di prendere in mano la lezione dei classici del genere e di renderli interessanti e fruibili anche dal pubblico di oggi.
Oltre a scrivere, l’autrice è stata per anni dipendente del British Civil Service, seguendo in particolari i settori della polizia e del ministero dell’Interno, esperienze che senz’altro le sono state molto utili, oltre che eletta alla Camera dei Lord e nel consiglio di amministrazione della BBC.
Il suo primo libro è Copritele il volto, del 1962 dove appare il suo personaggio feticcio, l’ispettore Adam Dalgliesh di Scotland Yard, che tornerà in altre storie e indagini. Tra gli altri romanzi dell’autrice ci sono titoli come Un lavoro inadatto ad una donna, in cui introduce un nuovo personaggio, la detective Cordelia Drake, Sangue innocente, storia dell’adolescente Philippa in cerca di informazioni sulla sua famiglia di origine che scoprirà realtà inquietanti e il fantascientifico I figli degli uomini, che ha ispirato anche un film alcuni anni fa, inquietante variazione sul tema della distopia. In tutto P.D. James ha scritto una trentina di romanzi, tra thriller e altro.
P. D. James ha anche scritto un’autobiografia, Il tempo dell’onestà e il manuale per amanti del thriller A proposito del giallo, in cui svela i meccanismi dietro ad un genere sempre verde e sempre amato e dà consigli di lettura e scrittura.
L’autrice ha concluso la sua carriera nel 2013 con Morte a Pemberley, seguito thriller di Orgoglio e pregiudizio e suo tributo a Jane Austen, dove Elizabeth e Darcy si trovano a dover investigare sulla morte di uno dei personaggi più discussi della storia, l’ambiguo Wickham, marito dell’esuberante Lydia.
I libri della James sono editi in italiano da Mondadori e sono di facile reperibilità sia nelle librerie che nelle biblioteche che nel mercato dell’usato e può essere senz’altro interessante prenderli o riprenderli in mano per ricordare un’autrice che ha riletto un genere modernizzandolo e parlando anche di tematiche scomode, come droga, terrorismo, pedofilia, violenza domestica, sempre con un’ambientazione rigorosamente british.

:: Mediorientarsi: La città ai confini del cielo, Elif Shafak, (Rizzoli, 2014) a cura di Matilde Zubani

3 dicembre 2014

indexElif Shafak ambienta il suo nuovo romanzo (La città ai confini del cielo, Rizzoli 2014) a Istanbul durante quello che fu il periodo più florido dell’Impero Ottomano, il XVI secolo. L’autrice elegge come protagonista dell’intricata storia un ragazzino di origini sconosciute, un certo Jahan, arrivato alla corte di Solimano il Magnifico con il compito di accudire l’elefante bianco Chota, che lo Shah dell’Hidustan ha inviato in dono a Sua Maestà il Sultano. Jahan è un ragazzo curioso e la sua curiosità lo spinge ben presto lontano dal serraglio in cui sono confinate le esotiche bestie del Sultano. Sarà proprio questa sua caratteristica dote ad attirare l’attenzione del Capo Architetto Reale, l’eccellente Sinan.
Sinan è un uomo di grande saggezza e sensibilità, dedito al proprio lavoro con ardore quasi mistico. Sarà lui ad insegnare a Jahan come l’architettura e la filosofia si fondano nel lavoro e nella fatica di un abile progettista, a spiegargli che in ogni moschea costruita bisogna lasciare una piccola imperfezione: una pietra sbeccata o una mattonella asimmetrica, poiché soltanto Dio può essere perfetto.
La vita di Jahan però non segue il percorso meticoloso e meditato di un progetto di Sinan, ma si aggroviglia in una lunga serie di vicende più o meno avventurose, più o meno emozionanti, ai confini del surreale. La scrittrice ci dà l’impressione di non voler scontentare nessuno e infatti in questo suo lungo romanzo non manca nulla (o quasi): amori impossibili, amicizie leali e subdoli tradimenti, menzogne e confessioni, guerre e pestilenze. I colpi di scena si susseguono, tratteggiati dalla scrittura chiara e semplice dell’autrice che rende la lettura, delle oltre 550 pagine, scorrevole e non impegnativa.
Questo è il terzo romanzo di Elif Shafak che leggo e, dovendo muovere una piccola critica, direi che l’autrice ama compiacere il suo pubblico proponendo una visione romantica ed esotica (forse un po’ stereotipata) di quel Medioriente di cui si fa interprete. Per raggiungere lo scopo si trova a mescolare personaggi di fantasia a personaggi storici, che si ritrovano ad essere collocati fuori dall’ordine cronologico della realtà in cui sono vissuti per piegarsi a favore dell’intreccio narrativo in modo forse un po’ eccessivo.
Inoltre, nella storia appaiono anche diverse figure “d’Occidente”, tra cui il Bailo di Venezia, a cui si deve riconoscere il merito di lasciarci intuire quanti rapporti intercorressero a quei tempi fra Istanbul e la Repubblica di San Marco, rapporti apparentemente ormai perduti, ma che di certo non lo sono.
Vorrei aggiungere che ho estremamente apprezzato la prepotente presenza di Istanbul, a cui questo libro rende omaggio con delle accattivanti descrizioni, non solo dei suoi orizzonti, ma anche dell’atmosfera magnetica e del fascino misterioso che la città esercitava, nel suo passato più splendido ed esercita ancora oggi, sui visitatori d’ogni provenienza.
Consiglio questo libro a chi cercasse una lettura vacanziera per lasciarsi coinvolgere da una cultura lontana, ma non troppo.

Sinan (Kayseri, 1489 – Istanbul, 1588) viene senza dubbio ricordato come uno dei più grandi architetti della storia, ed è anche colui che ha realizzato a Istanbul le opere più famose e splendide del Rinascimento Ottomano, come la moschea Süleymaniye. Nominato Capo Architetto Reale da Solimano il Magnifico, conserverà la carica anche sotto il regno di Selim II e Murad III. Sinan fu un prolifico progettista, nonché un colto uomo di scienza, votato alla ricerca e all’innovazione tecnica quanto a quella estetica. L’architetto ha realizzato 334 edifici di carattere religioso e profano: moschee, mausolei, scuole, bagni, ospedali, ponti, caravanserragli, palazzi, ecc.; e non soltanto nella capitale e in numerose città della Turchia, ma persino a Budapest e a Damasco. Sinan ha avuto un ruolo determinante nella storia di Istanbul non solo per gli edifici che ha costruito, ma anche per le ambiziose opere urbanistiche che ha realizzato, il cui assetto si conserva ancora oggi. Tra le caratteristiche più importanti del suo stile architettonico c’è l’utilizzo di un sistema di sostegno nelle costruzioni che dà molta importanza alla simmetria.

:: Fantasy Books a Cagliari, a cura di Elena Romanello

30 novembre 2014

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Sabato 29 e domenica 30 novembre Cagliari ospita la prima edizione di Books, festival della letteratura fantastica, inaugurando una nuova tradizione di eventi dedicati ad un genere amatissimo e valorizzando le eccellenze e gli appassionati di un territorio finora non attivo.
Il fantasy è oggi uno dei generi più amati, grazie e soprattutto anche alla letteratura, con fenomeni come la riscoperta di Tolkien, il successo di Harry Potter, la saga in tv e libro di Game of thrones e lo spazio dato in più al genere da varie case editrici, con l’emergere anche di autori e illustratori italiani.
Il festival, organizzato dall’associazione culturale Mondi sospesi, propone, nello spazio del Lazzaretto del capoluogo sardo, una serie di eventi, stand di case editrici, giochi di ruolo e autori e incontri, con un biglietto di ingresso di 5 euro.
Nel programma, un raduno potteriano per i fan letterari e cinematografici della saga che ha rilanciato il fantasy non solo in Italia, la presenza di autori come Aislinn con la saga di Angelize, Andrea Atzori che ha scritto la serie per ragazzi di Iskìda della terra di Nurak, Francesco Falconi che presenta le sue opere tra cui Muses, il blogger Eugenio Marica, il fumettista Massimo Spiga, Rafael Medina, debuttante con Rogo e Angela Ragusa, traduttrice di autori e autrici del calibro di Marion Zimmer Bradley e Terry Brooks. In programma anche vari altri eventi, tra cui la mostra dell’illustratore Luca Tarlazzi, autore delle copertine dei libri di George R. Martin nell’edizione italiana, workshop e dimostrazioni di giochi di ruolo.
Un evento a cui non resta che fare i migliori auguri, patrocinato tra gli altri dall’associazione Liberos, che vuole valorizzare l’incontro tra operatori culturali, non solo della Sardegna.
Il programma completo è disponibile nel sito ufficiale della manifestazione http://www.books.cagliari.it

:: Porca pupazza, no! La strategia del pesce palla, Maria Letizia Maffei, (Castelvecchi, 2014) a cura di Viviana Filippini

29 novembre 2014

pupazzaSe avete voglia di sorridere leggendo le avventure di una quarantenne nella Roma di oggi, vi consiglio Porca pupazza no! La strategia del pesce palla, di Maria Letizia Maffei edito da Castelvecchi. Il primo romanzo della Maffei è un ritratto di Amy alle prese con il lavoro precario, con l’amicizia, con il sesso e con l’amore. Attenzione questo libro non è il classico chick-lit, perché la Maffei ci racconta di Amy mostrandoci non solo una donna molto sbarazzina e amante della vita. La protagonista è appassionata al suo lavoro traballante e salda alle solide ruote della bicicletta con la quale scorrazza per le vie dell’Urbe e questo porta il lettore dentro alla vita e al cuore di questa donna spontanea e complessa. Amy a volte è impacciata in quello che fa e nei sentimenti che vive (basta leggere le sue avventure nel sexy shop- delle quali si pente subito dopo- o la preparazione fisico mentale che compie prima di un breve ricovero ospedaliero). Il suo essere a volte troppo “trasparente”, non solo le impedisce di nascondere quello che pensa e prova ma, a volte, la porta a credere in cose che non sono quello che sembrano in apparenza. Comica è la situazione romantica di Amy con il suo avvocato quasi “fidanzato”, a casa di lui. L‘atmosfera è idilliaca, ma essa si frantuma in un nano secondo quando lei, lasciata sola, scopre una foto con due ragazzini, che pensa subito siano i figli del suo partner. All’inizio Amy prova un senso di sfortuna, ma lo vive in modo ironico ed è questo che le permette di sorridere alla vita e allo stesso momento di sentirsi un po’ sfigata, visto che sembra trovarli sempre e solo lei gli uomini già ammogliati. Poi, però, leggendo il libro della Maffei ci si rende conto che il tono ironico serve alla protagonista non solo ad affrontare la vita, ma a tenere sotto controllo quel dolore che la tormenta da quando l’amata sorella è morta. Amy prova un vero e proprio senso di colpa per non essere riuscita a strappare alla morte la sorella, ed è questa sofferenza per aver perso qualcuno a cui lei voleva bene, che le rende difficile il riuscire ad affezionarsi prima e ad amare, poi, le persone. Quella di Amy non è incapacità di manifestare i propri sentimenti, la sua è paura di amare e di perdere, ancora una volta, chi ama. Il fil rouge che torna spesso e volentieri nel romanzo della Maffei è l’esclamazione “Porca pupazza”, che la protagonista esprime quando si trova in situazioni grottesche, tra il serio e il faceto. La frase potrebbe apparire infantile e fuori luogo, ma è il motto che serve alla giovane donna per sdrammatizzare e affrontare le assurde e complicate situazioni che la vita le riserva. Poi, Amy -e forse non solo lei- adotta la strategia del pesce palla che di solito, per rendersi più minaccioso, si gonfia per impaurire l’avversario. I protagonisti del libro non si gonfiano, ma si uniscono l’uno con l’altro, per formare un gruppo compatto e affrontare in modo compatto gli imprevisti del vivere quotidiano. Il ritmo incalzante, la trama coinvolgente e la dimensione quotidiana fanno di Porca pupazza no! La strategia del pesce palla di Maria Letizia Maffei un simpatico romanzo nel quale Amy cerca, in modo rocambolesco, la forza e l’amore per andare avanti e affrontare il domani.

Maria Letizia Maffei si diverte da vent’anni a lavorare nel mondo della comunicazione, principalmente di spettacoli teatrali. Ha passato la sua vita su bici e motorini, monitorando le strade di Roma e misurandone – di tanto in tanto – la lunghezza (con la faccia). Il suo rapporto con il cibo è abbastanza complesso come del resto quello con gli uomini. Convertita al matrimonio dopo lunghi quinquenni di singletudine, ha scoperto che in due ci si diverte di più, ma solo se si trova l’uomo giusto per allietare i lunghi pomeriggi invernali.

:: Romeo storia di un lupo, Nick Jans, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2014

romeoIl rapporto tra uomini e animali selvatici è spesso oggetto di contrasti e problemi, che spesso finiscono nelle cronache, ma può anche dare momenti di incomparabile bellezza, oltre che un arricchimento esistenziale e spirituale che non si dimentica facilmente.
Ambientato in un Paese molto più selvaggio dell’Italia, l’Alaska, lo Stato americano più a nord, Romeo storia di un lupo di Nick Jans racconta una di queste storie di incontro scontro con il mondo selvatico, realmente accaduta e basata sull’esperienza dell’autore, un fotografo e scrittore, collaboratore varie testate, che dopo aver girato e vissuto in vari luoghi ha scelto questo posto ai confini del mondo come casa per sé, la moglie e i suoi quattro cani, scoprendone la bellezza ma anche l’arretratezza delle posizioni di certi suoi abitanti.
La storia dell’incontro tra Nick e Romeo avviene in un giorno di dicembre, mentre sta camminando con moglie e cane sul lago ghiacciato vicino a casa, e dopo che qualche mese prima una lupa è stata trovata morta nelle vicinanze. Lì per lì il lupo sembra minaccioso, ma poi succede qualcosa di incredibile: lui e il cane labrador di Nick si avvicinano e fanno amicizia.
Per alcuni anni Romeo, come è stato chiamato, convive con la comunità di Juneau, dimostrandosi socievole, affezionandosi ai cani e dimostrando con alcuni di loro degli istinti quasi da mamma, interagendo con le persone. Ma a qualcuno, anche con dietro agganci politici, questa cosa non piace e la vita purtroppo non è una favola, tenendo conto che esistono ancora luoghi comuni legati al folklore e a tradizioni dure a morire che vogliono uomini e lupi (di cui abbiamo addomesticato i cugini più prossimi, i cani) nemici implacabili e che la macchina del fango, con false accuse, può colpire anche e soprattutto gli animali.
Romeo storia di un lupo è una storia per tutti coloro che amano gli animali, non vedendoli come bestioline da cartone animato, ma come esseri trascinati insieme a noi nel turbine di questo mondo. Una storia ecologista e non retorica, corredata da un inserto a colori che documenta anche di come Romeo continui a vegliare su Juneau, un libro toccante per chi ama quella creatura sfuggente e misteriosa che è il lupo, che ha molto più in comune con noi uomini di quello che pensiamo e anche molto da insegnarci. Interessante anche il tuffo in un mondo estremo di foreste e ghiaccio, difficilmente visitabile perché fuori dai circuiti turistici, e estremamente affascinante anche se con non pochi lati oscuri.

Nick Jans è fotografo e scrittore. Autore di numerosi libri e articoli, collabora con «Alaska Magazine» e «USA Today». Dopo aver vissuto per anni sin dall’infanzia in giro per il mondo, a Washington e in altre città, ha scelto di vivere nella natura. Oggi vive con la moglie e 4 cani in una località remota dell’Alaska sud-orientale. Dalla sua esperienza in questi luoghi è nato Romeo. www.nickjans.com

:: Peste, Alfredo Colitto, (Piemme, 2014)

27 novembre 2014

colitto pesteA Napoli nel 1655 regnano gli spagnoli con un Vicerè. Almeno questo insegnano i libri di storia. I romanzi ci raccontano un’ altra storia, parallela, ma non per questo meno realistica, e così fa Peste di Alfredo Colitto, uno scrittore che ha sempre fatto della storia la trama dei suoi libri più famosi, unendo avventura, intrighi, affreschi sociali vividi e animati, personaggi ben caratterizzati, ad una facilità di scrittura naturale, che smussa l’ ostacolo maggiore dei romanzi storici, rendere la lettura scorrevole e fluida e soprattutto non noiosa. E se c’è un difetto che Colitto non ha è quello di essere noioso.
Peste è il seguito del breve La Compagnia della Morte, sempre edito da Piemme (consiglio naturalmente a tutti di leggerli in ordine) e ci porta, come se fossimo a bordo di una macchina del tempo, nella Napoli del 1655, tra conquistatori spagnoli, intrighi orditi dai francesi, e la peste (forse meno famosa della manzoniana del 1630 ) che devastò l’Italia da nord a sud, da Genova a Napoli, fino alla Sardegna. Ma come ogni narratore Colitto, sullo sfondo di grandi avvenimenti, ci parla di personaggi, di creature di carta capaci di farci appassionare alle loro avventure come la giovane Cecilia, figlia di saltimbanchi, e il pittore Sebastiano Filieri, uno dei tanti napoletani che partecipò alla rivolta di Masaniello.
Ma oltre a questo è lo sfondo sociale che arricchisce la trama, quel popolo costituito da Lazzari, poveri che campano in miseria contrapposti ai nobilastri spagnoli asserragliati nel lusso dei loro sfarzosi palazzi. Può una polveriera sociale tale durare a lungo? Certo che no, e infatti si sviluppano rivolte, nascono gruppi segreti, e sotto la guida di Masaniello d’Amalfi, un pescatore che accende gli animi contro gli invasori stranieri si scatenerà una rivolta chiusa nel sangue. Masaniello verrà ucciso, accusato di doppiogiochismo, e molti altri moriranno a causa di intrighi e tradimenti.
Ma gli spagnoli non sono solo minacciati dai napoletani, anche potenze straniere congiurano nell’ombra. Il francese duca di Guisa infatti intriga per conquistare Napoli e a questo punto inizia la nostra storia.
Il pittore Filieri membro della Compagnia della Morte che a causa di un intrigo rimane vedovo e perde l’unica figlia, dopo lo scioglimento della compagnia continua il suo lavoro di pittore. E proprio mentre sta affrescando il palazzo di un borghese molto arricchito incontra Cecilia, una guitta che tenta di nascondersi per sfuggire a coloro che hanno sterminato la sua famiglia, a causa di quello che ha udito a proposito di un intrigo che vede nuovamente coinvolto il duca di Guisa, sempre intenzionato a conquistare Napoli, questa volta con l’aiuto e la complicità di un signorotto spagnolo traditore. Cecilia dopo aver perso in un agguato madre, padre e fratello, si rifugia nel palazzo che Filieri sta affrescando, e il pittore per compassione e bontà d’animo, la nasconde e la protegge. Ma un bravo di Guzmán ha scoperto dove la superstite si nasconde…
Come in ogni romanzo di avventura, intrighi e colpi di scena non finiscono qui, e tra il desiderio di Cecilia di vendicare i suoi genitori, e gli ideali di Filieri che sembrano rinascere dopo i tragici fatti precedenti, scoppia la peste, e tra spie, patrioti, e sacrifici fino al prezzo della vita la storia si conclude lasciando nel lettore la sensazione di aver trascorso ore piacevoli e di aver chiuso davvero un buon libro.
Per chi ama i romanzi di cappa e spada di una volta, un po’ Il cavaliere di Lagardère di Paul Féval, un po’ Capitan Fracassa di Théophile Gautier, e le avventure storiche come la saga di Angelica di Anne e Serge Golon (anche qui l’ eroina scopriva una congiura che metteva in gioco ricchi e potenti). Ma forse anche per gli altri.

Alfredo Colitto affianca all’attività di scrittore quella di traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro (finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), e La porta del Paradiso, il suo primo romanzo storico, sono stati tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi all’estero.

:: L’estate del bene e del male, Miranda Beverly-Whittemore, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

27 novembre 2014

unnamedMabel, cresciuta in una famiglia che gestisce una lavanderia e non ha mai visto molto oltre quell’orizzonte, ha la possibilità di cambiare la propria vita quando vince una borsa di studio per un college dell’East Coast, dove si trova a dover dividere la stanza con la ricca, bella e volubile Genevra Winslow, erede di una delle famiglie più importanti del Paese. Dopo un iniziale periodo di noncuranza reciproca, tra le due ragazze nasce un’amicizia, che porta Genevra a invitare Mabel a passare l’estate nella sua casa su un lago del Vermont, dove la aiuterà a sistemare un cottage.
Per Mabel tutto sembra un paradiso, anche se ci sono indizi strani, la madre che sembra cercare di convincerla a rifiutare, segreti non detti, scomparse misteriose di Genevra e sue cose dette e non dette, e durante quell’estate scoprirà cosa si nasconde dietro a questa famiglia di amanti dell’arte, i loro segreti di ricchezza e sessuali, trovandosi di fronte al bivio di distruggere questo mondo per senso di giustizia o di tacere per far parte di un mondo dove ha trovato tutto quello che voleva, amicizia, amore, culto del bello.
Non è la prima volta che la letteratura racconta l’incontro di due esponenti di classi sociali diverse: dai tempi de Il Grande Gatsby, di cui ci sono degli echi anche se i tempi sono quelli di oggi o comunque molto vicini, questo è stato uno degli argomenti della narrativa d’oltreoceano e non ricorrente. Interessante la prospettiva al femminile, partendo da un rito di passaggio e di crescita fondamentale oltreoceano, il college, che effettivamente permette incontri tra persone di estrazione diversa, grazie alla pratica non disprezzabile delle borse di studio che permettono ai meno fortunati di potersi elevare socialmente e culturalmente, aspirando a lavori e stili di vita a cui altrimenti non riuscirebbero ad accedere.
Non è nemmeno la prima volta che la letteratura racconta dei segreti che si nascondono dietro ad un’apparenza pressoché perfetta: rimanendo negli Stati Uniti non si possono non citare il romanzo Peyton Place di Grace Metalious o il serial cult Twin Peaks di David Lynch. Qui l’orrore emerge dallo splendore di una tenuta di vacanza, tra arricchimenti illeciti sfruttando una delle massime tragedie del Novecento, amori illeciti e violenze sessuali, magari con qualcosa di già sentito, ma che nello stesso tempo fa girare le pagine per capire come va a finire.
Un po’ thriller, un po’ romanzo di formazione, un po’ storia al femminile, L’estate del bene e del male non ha eroi, solo antieroi e vinti, e la voce narante alla fine non riuscirà a salvarsi da quel mondo splendido, che corrompe e rende schiavi. Una metafora di certi valori o disvalori della società americana e non solo, una perdita dell’innocenza per abbracciare qualcos’altro, in un universo che alla fine non ha pietà, ma sa adattarsi a nuove esigenze.

Miranda Beverly-Whittemore, classe 1976, figlia di enologi, ha vissuto per vari anni in Africa. Oggi vive a Brooklyn con la sua famiglia. Il suo sito ufficiale http://mirandabw.com/

:: 25 novembre – Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne

25 novembre 2014

LAURENT MAUVIGNIER, I passantiOggi è una giornata particolare, in tutto il mondo si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Per far sì che non scorra come tutte le altre pubblico oggi sul blog, per gentile concessione di Del Vecchio Editore e grazie a Fiammetta Biancatelli, alcuni estratti de I passanti di Laurent Mauvignier. Per riflettere.

Capitolo 2

Nella folla io non sono più esattamente quell’uomo, ma ancora non un’ombra. Non sono ancora qualcuno, ma non sono più esattamente nessuno. È già qualcosa, ma il fatto è che a volte mi annoio così tanto, quando la domenica lasciano la città a chi ne fa parte solo per contrasto, solo per difetto. Come quando di notte, alle quattro o alle cinque del mattino, guardo dalla finestra i semafori all’incrocio che continuano, verde, arancio, rosso, per nessuno, per l’asfalto e per me, per le strisce pedonali, da lassù, dietro la mia tenda, quando di notte guardo i riflessi dei fari nelle pozzanghere, le ombre degli alberi che si riflettono nelle vetrine di fronte perché accanto a casa mia c’è il parco. Gli alberi che danzano, per nessuno. E anche l’acqua della piscina che guizza e sciaborda dopo l’orario di chiusura, e io vado a guardarla come altri vanno a vedere i musei o come la gente seduta fuori dalle brasserie. Io, la piscina quando è chiusa. I piccoli riflessi bianchi rovinati dalle ondine – sono proprio testarde le onde, no, non è possibile, non è così, è tutto il contrario, è tutto piatto, levigato come vetro, poiché i riflessi invece sono precisi, come in uno specchio, nella grande vetrata da dove la sera io vado a guardare la piscina.
Perché io sentirò sempre il mio cuore battere. E sotto le lenzuola avverto cosa succede al sangue nell’acqua quando il cuore batte troppo forte, nelle tempie, sotto la pelle o nell’acqua. Cosa succede a sudare nell’acqua quasi come sotto le lenzuola, a sentire le vene rimbalzare e battere, sì, è quasi la stessa cosa, perché a stare fermi sotto le lenzuola, a guardare, si vedono, come sulla pelle, ma un po’ deformati, i sussulti, come nell’acqua si immaginano i movimenti perché tutto vibra, assorbe i colpi e spesso mi torna alla mente quell’immagine, il corpo di lei sotto l’acqua.
I suoi tratti, come filamenti che disegnano sulla sua pelle arabeschi blu, la percorrono, la disegnano, e il silenzio sotto l’acqua, no, i rumori della superficie che tornano come un’immagine sfocata delle sue gambe e delle sue braccia che si allargano e si muovono. E così, adesso io vado in piscina solo quando è chiusa. Poso le mani sulla grande vetrata. Stringo gli occhi. Quasi li chiudo per scorgere tra le ciglia solo i contorni della mia mano, il chiaroscuro che rende le dita nere, con l’azzurro che diventa così azzurro, così denso, sotto la luce dei neon.
Accade che le persone mi incrocino per strada, ma nessuno ha occhi per vedere che a me è successo qualcosa. Che adesso nella metro io non sono più una massa che tutti urtano per la fretta, tutti quanti, correndo all’uscita dal lavoro, mangiando, sbirciando gli orologi e i telefoni, portando le borse, ma tanto a me adesso non importa che non mi vedano. Che mi lascino senza storia, perché adesso io per loro sono solo una parola, una scheda, una rubrica, non qualcuno, no, non qualcuno, ancora no, non ancora, ma questa volta è un inizio, è molto meglio, sono un pericolo per loro che hanno una meta, per tutti, perché stare sulla pagina della cronaca locale è già qualcosa come quando mi càpita di venire schiacciato da loro nei convogli della metro, stritolato dai masticatori di chewing–gum, dai profumi, dai trucchi, dalle cravatte dei ciccioni, dagli alti e dai bassi che soffocano ma si uniscono agli altri quando insieme lanciano occhiate intorno per vedere se qualcuno si avvicina alla ricerca di uno sguardo.
E poi, niente, gli stessi silenzi in cui ognuno pensa e ripensa alle proprie storielle e ai propri incontri, ai weekend in campagna o in famiglia, gli stessi silenzi attorcigliati, annegati nel convoglio che scuote, che stride sui binari e nelle ossa. Con le immagini dei corridoi che si lanciano sotto le retine come i corpi giù per le scale della metro, nelle ore di punta, nei luoghi di scambio per raggiungere le periferie.
Ma talvolta sono un uomo molto calmo. Potrei fare come loro, starmene a capo chino a scribacchiare parole crociate e alzare gli occhi solo per vedere le stazioni. Sì, è una specie di calma. Come se alla fine di un sogno il giorno fosse qui a confortarci, a mascherare anche le ombre e ciò che fa male, a nascondere gli specchi: perché adesso c’è anche questo, che a casa ho nascosto la mia immagine, e tutte le lettere che ho buttato, lasciamo stare, non pensiamoci più, mi serve più vuoto per vivere il giorno, per non guardare verso di me, come quando di notte non arriva il sonno. Ma di giorno si può imbrogliare. Non ho girato gli specchi, però, per esempio, adesso mi faccio la barba sotto l’acqua della doccia, senza guardarmi come invece facevo prima, come avevo imparato seguendo i miei gesti allo specchio, dedicando del tempo a spalmare la schiuma sul viso, a seguire il contorno della mascella, delle guance, a risalire con la lama e ripulirla dai peli e dalla schiuma sbattendola contro il bordo di ceramica. Adesso invece, è successo così, per stanchezza, neanche per disgusto, solo perché non sentivo più il bisogno di destinare del tempo per me, lavarmi, radermi e poi mettere il dopobarba.
Anche i miei vestiti li cambio poco, perché la mia idiozia è di aver ucciso. Perché io credo di averla uccisa. E per questo ci si deve sbrigare a lavarsi, a mangiare, per poter uscire e non restare soli con se stessi – perché il corpo trema sempre, perché a volte sento la sua forza e l’ebbrezza che dà, anche se non è il fatto di avere ucciso che mi rende forte, ma solo il fatto di non poter essere diverso da quello in cui ciò mi ha trasformato. Potrei anche lanciare tutte le urla del mondo, perfino uccidermi, tormentarmi o dimenticare, dimenticare davvero ciò che ho fatto, in buona fede; e anche se un giorno io dimenticassi o addirittura pagassi, se mi beccassi vent’anni, mille anni o niente, o anche se tutto venisse dimenticato e mai più si sentisse il minimo respiro della mia vita – ebbene, fino alla vertigine, sì, anche senza di me ciò che conta sarà quello che ho fatto.
Nel complesso, io e la mia vita saremo un cuore nell’acqua. Un cuore che batteva troppo forte, e i polmoni come le guance, gonfi d’aria, con anche l’acqua che a volte entrava nel naso – quel sapore di cloro che rimane in bocca, sulla pelle, nei pori. Nel complesso, io non sarò stato altro che due occhi fissi su di lei. Due occhi che non avranno detto al cervello ciò che avevano visto, ma che la divoravano già, cedendo a ciò per cui sono fatti gli occhi, guardare, tutto, lei, il movimento dell’acqua, le bolle sotto i suoi colpi, come una spuma; i colpi e l’acqua che faceva le bolle e poi i suoi piedi, le caviglie, i polpacci e allora quella forza nel gesto da cogliere con un’occhiata sola, con la ferocia degli occhi perché gli occhi quando guardano lo fanno per prendere.
E io non nuotavo più. Chissà da quanto tempo tremavo nell’acqua, so solo che a un certo punto, sì è così, ho avuto freddo. Credo sia stato il freddo a farmi ritornare in me, a farmi capire che non stavo più nuotando e poi, soprattutto, che l’avevo vista.
Lei. Prima i suoi movimenti. Poi la sua figura, la forma del suo corpo. Il costume da bagno blu e poi lei che nuotava e, percorrendo le vasche, si avvicinava a me. Il suo corpo spingeva l’acqua verso di me e io ero come le rocce del mare, quando le onde vi si infrangono contro. Vacillavo. Non ero come le rocce. Ho dovuto bloccare le cosce, tendere i muscoli delle gambe, allargarle e poggiare bene i piedi sul fondo tanto l’acqua urtava il mio corpo quando lei tornava verso il bordo, verso di me, e faceva un giro su se stessa e prendeva la spinta sul bordo con un movimento delle gambe, con la punta dei piedi, solo con la parte superiore della pianta dei piedi. Era terribile. Lei nuotava e dire cos’era vederla nella corsia, lì, mentre tirava dritto senza mai oltrepassare il galleggiante, lasciando una scia, immergendosi nell’acqua che in due secondi riempiva lo spazio del suo corpo, là dove lei spariva, no, niente, io non sarei capace di dire cosa provavo. E lasciava ai miei occhi il tempo di riposarsi da lei, mentre si immergeva nell’acqua che scivolava sul suo corpo e la ricopriva, e poi riappariva due o tre metri più lontano, la testa per prima, con il busto che risaliva alto per la forza del movimento. E la pelle luccicava. Lei spariva e io cercavo la forza ascoltando i rumori dei bambini. Volevo le grida e le risate perché avevo freddo, perché avevo paura; e lei ritornava verso di me. Forse mi è passata troppo vicina, tanto che le nostre pelli si sono quasi sfiorate. Non succede mai nulla, e all’improvviso è successa questa cosa così nuova, l’impressione di vedermi per la prima volta nello stesso spazio delle cose da guardare. Sbarcare qui è stata la mia più grande avventura, e poi, basta, ed è per quello che mi piace guardare i marciapiedi e le persone da casa mia, scambiare i ruoli e guardarli senza che mi vedano, nessuno di loro. Mi piace molto seguire dall’alto tutto ciò che ci agita quando siamo in basso, e penso, che strano, dall’alto si ha l’impressione che gli altri si guardino in faccia. E invece no. Corrono, vanno, cantano anche quando portano a casa il pane sottobraccio, o quando i più giovani in gruppo aspettano il sabato sera e vanno a riempire i bar, o quando affrettano il passo perché il panettiere e l’arabo all’angolo stanno per chiudere.

Per gentile concessione di Del Vecchio editore

Laurent Mauvignier è uno degli scrittori francesi più apprezzati dal pubblico e dalla critica. Ha all’attivo sei romanzi, tra i quali Apprendre à finir (Editions de Minuit, 2000, Prix Wepler e Prix Livre Inter nel 2001), e Dans la foule (Editions de Minuit, 2006, Prix Fnac). Di Mauvignier sono usciti in Italia: La camera bianca, Zandonai 2008, Lontano da loro, Zandonai 2009, Degli uomini, Feltrinelli 2010, Storia di un oblio, Feltrinelli 2012.

:: Il lato oscuro del cuore, Corrado Augias (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

24 novembre 2014

_il-lato-oscuro-del-cuore-1406216177Si può scambiare con estrema facilità la sanità per follia e viceversa, anche perché non sono infrequenti le distorsioni nell’occhio clinico che indaga il fenomeno. La psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi esplorano gli estremi confini di territori proibiti, quelli di cui la borghesia avverte il fascino e il terrore, essendone nello stesso tempo sedotta e respinta.
Clara studia Storia della psicanalisi. Wanda è una donna vinta, sopraffatta dalla vita e dai suoi aspetti più violenti e dolorosi. Due esistenze lontane ma necessariamente complementari nella ricerca della verità.
L’occasione dell’incontro è un omicidio: il marito di Wanda viene crivellato di colpi e sua moglie è sospettata di complicità. Clara cercherà di ricostruire, attraverso le angosciate confessioni della donna, la terribile vicenda umana che ha portato alla morte del marito e al disperato accerchiamento di Wanda. Un viaggio che la condurrà al centro di un mondo spietato e senza regole.
Troppo per l’ordinaria esistenza di periferia della giovane, abituata a confrontarsi con l’oggetto del suo studio, ma non con la reale manifestazione della devianza.
Così la ricerca e l’analisi sulle “grandi isteriche” del passato e dei medici che le ebbero in cura, da Freud a Charcot, regalano al lettore un interessante excursus sulla storia della psicoanalisi, partendo da casi di scuola realmente trattati sino a riferimenti letterari. Si passa così dalla angosciosa vicenda di Dora, di cui Freud cominciò ad occuparsi quando la donna aveva solo diciotto anni, a quella di Else, protagonista della novella di Arthur Schnitzler, La signorina Else, vittime di un “oltraggio sessuale umiliante”. In entrambi i casi il dominio sul corpo e sull’anima delle donne da parte degli uomini è totale, feroce e bestiale. Ma gli esempi sono numerosi.
Come Hedda Gabler di Ibsen, come la signorina Giulia di Strindberg, Else soccombe al maschilismo della società, un tema che solo un artista come Schnitzler aveva saputo individuare e sviluppare. C’è addirittura chi sostiene che la tragica fine di Else sia la risposta data da un artista all’insensibilità dimostrata da Freud nel caso di Dora.
I passaggi della ricerca di Clara si intrecciano con la vita reale: i rimpianti di suo padre Luciano alle prese con un’esistenza sospesa, l’inquietudine del fratello Luigi all’esasperata ricerca di un riscatto sociale e familiare che fatica ad arrivare e l’amore in attesa di Corrado, il giovane che condivide con Clara ideali e passioni. Sullo sfondo una periferia abbruttita dalla mancanza di speranze e dalla criminalità, un non luogo dove presente e passato recente si sovrappongono e si fondono in un futuro senza orizzonte.
Non ci può essere una tale differenza tra quello che uno s’aspetta quando ha vent’anni e quello che ci si ritrova mezzo secolo dopo… Mi sento come se m’avessero fatto uno scherzo, capisci Clara? Come se questa non fosse davvero la mia vita, quella vera deve ancora arrivare, non è vero che sono così vecchio…Invece mi guardo allo specchio e lo vedo: è proprio così, niente da fare. Non mi sembra giusto, era l’unica vita che avevo e me ne sono accorto tardi.
Corrado Augias ci regala un romanzo intenso nella sua necessaria complessità e ci ricorda quanto duro e, a volte, vano sia il tentativo di comprendere la mente umana in tutte le sue più profonde ragioni.
Consigliatissimo.

Corrado Augias è giornalista, scrittore e conduttore televisivo. È opinionista del quotidiano «la Repubblica» e autore di numerosi libri, tradotti nelle principali lingue, e di programmi televisivi di contenuto culturale. Con Mondadori ha pubblicato, tra l’altro, I segreti di New York, I segreti di Londra, I segreti di Roma, e insieme al biblista Mauro Pesce, Inchiesta su Gesú. Nel 2007, sempre per Mondadori, è uscito Leggere. Per Einaudi ha pubblicato, insieme a Vladimiro Polchi, Il sangue e il potere. Processo a Giulio Cesare, Tiberio e Nerone (2008). Il lato oscuro del cuore (2014) è il suo primo romanzo per Einaudi.