Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Il Nao di Brown, Glyn Dillon (Bao Publishing, 2013) a cura di Federica Guglietta

13 aprile 2015

1Ci sono libri che vanno letti e poi riletti. Una. Due. Cento. Mille volte. Succede anche a persone come me che raramente rileggono qualcosa più volte.

Era un giorno come tanti altri quello in cui mi capitò di riprendere per la seconda volta un volume che, meno di un anno fa, mi ha fatto scoprire il mondo delle storie a fumetti, quei romanzi illustrati, graphic novel così ben scritti, strutturati e colorati con dedizione da sembrare – no, ma che dico -, così da essere dei veri tesori da custodire gelosamente. Sul comodino, incisi nella mente e nel cuore.  Proprio quel giorno, quando ripresi quel volume dal ripiano della libreria, pensai per un secondo a come Nao dovesse vivere la sua quotidianità. Se solo esistesse in carne ed ossa.

Una ragazza come altre, almeno all’apparenza. Se la incrociassimo per strada, probabilmente, non la noteremmo nemmeno. Tuttavia, se prestassimo un briciolo di attenzione in più, se fossimo davvero disposti ad aprire la sua scatola cranica ed entrarci dentro, noteremmo che lei, giovane donna per metà inglese e per metà giapponese, oltre a quell’aria disincantata che si porta sempre dietro, ha un segreto. Più di uno.
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Nao, infatti, è affetta da OCD, in particolare da una forma di disturbo ossessivo compulsivo che, contrariamente a quanto solitamente accade, non ha per sintomi la fissazione per l’igiene e il conseguente lavarsi le mani duecento volte in un giorno, disporre cose secondo il giusto cromatismo o cose simili. Tutt’altro.  Nella sua testa si manifestano visioni violente che riescono a fondere realtà ed immaginario, rendendole la vita impossibile.

Si tratta quasi una outcast à la Dickens trapiantata negli anni duemila, una persona che non riesce a stare bene con gli altri, che non riesce ad andare oltre la formalità nei rapporti lavorativi e sentimentali, perché non sta bene con se stessa. Nao non esiste, non è una persona reale, non la si può concretamente identificare in qualcuno, questo è vero. Eppure, se esistesse, potrebbe essere mille persone diverse, stando alla velocità con cui frullano i pensieri nella sua mente. Oppure potrebbe essere le nostre paure, ossessioni, fantasmi, demoni che girano ad una velocità devastante.
3Nao resta solo la protagonista di un bel graphic novel di Glyn Dillon, edito in Italia fine 2013 da Bao Publishing. Un prezioso volume cartonato, dalla copertina candida con in rilievo raffigurato un ensō (円相), simbolo che, in giapponese, vuol dire cerchio ed è proprio il concetto di ciclicità ad essere onnipresente in tutto lo svolgersi della storia.
Vivida l’influenza nel tratto e nei colori ad acquerello (è il rosso a predominare) di maestri quali Moebius e di Hayao Miyazaki.

Per l’edizione italiana, è stata scelta come sovracoperta un’immagine raffigurante il mezzo busto di giovane donna che ha, al posto della testa, una lavatrice sempre in azione, come se fosse sempre intenta a centrifugare.
Non fa altro che colpevolizzarsi dicendo di essere cattiva. Il presente si mescola alle immagini nella sua testa e si  4intreccia con un meta fumetto, un’altra storia a fumetti che l’autore ha inserito nella trama principale per intervallare le montagne russe che concorrono a formare il flusso di pensieri ossessivi presenti nella mente della protagonista.

Un racconto e una vita destinate alla decadenza e al baratro più nero che, ad un certo punto, saranno risollevate dall’arrivo di un gigante buono, un riparatore di lavatrici che, per Nao, rappresenterà una certezza nel suo mondo di paure e che l’aiuterà a capire una cosa importantissima: non tutto è sempre o bianco o nero, ma che esiste anche una via di mezzo. Questo compromesso tra un eccesso e l’altro non è il grigio, aspettate, ma il marrone.

Gyl Dillon, inglese, classe 1971, è figlio e fratello minore di altri due disegnatori. Comincia la sua carriera nel fumetto, ma prosegue principalmente come storyboarder e concept designer per il cinema e la televisione. Vive a North West London con la moglie e figli. Il Nao di Brown è il suo ultimo lavoro.

:: Il giardino dei tarocchi. Un’avventura tra i giganti colorati di Capalbio (Gr), Fabrizio Felici Ridolfi, (Scienze e Lettere, 2014) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2015

giardinodeitarocchi

Fiammetta compie gli anni e non ha la più pallida idea di quale sarà il regalo per lei. Poi, il nonno prende la bambina e il fratellino Aldo per portarli in un posto misterioso poco conosciuto e poco visitato. Il trio, in viaggio sulla strada, scorge all’orizzonte strane figure che compongono il Giardino dei Tarocchi, un luogo fantastico pieno di forme e di colori nei pressi di Capalbio, un piccolo borgo antico in provincia di Grosseto. Qui, Fiammetta e Aldo cominceranno un’esplorazione, tra realtà e fantasia, durante la quale, grazie alla guida di Niki de Saint Phalle, la pittrice e scultrice creatrice della struttura, impareranno a conoscere la storia di uno spazio e delle sculture che lo animano. Il giardino dei tarocchi di Ridolfi è il secondo volume della collana Terre Incantate della casa editrice Scienze e Lettere, dedicata ai bambini che hanno un’età compresa tra i 6 e i 12 anni e ha lo scopo di far scoprire ai piccoli lettori, e direi anche agli adulti, tanti luoghi poco noti, ma presenti in Italia (nelle grandi città e nei piccoli e sperduti centri delle nostre province) dove, storia, arte, tradizioni e folclore locale si mescolano. In questo volume, arricchito dalle colorate tavole di Emanuele Carosi, la piccola protagonista e il fratellino, grazie alla compagnia di Niki, impareranno la storia dei tarocchi, ma anche come la creatrice di questo fantastico luogo, dove è possibile passeggiare per trovare pace allontanandosi dal caos quotidiano, abbia preso ispirazione, per la creazione del suo progetto, dal Parco Guell di Barcellona, realizzato da Antoni Gaudì. Il Giardino dei Tarocchi, protagonista del libro di Ridolfi è nato nel 1998 e ospita ventidue enormi statue in calcestruzzo, interamente rivestite da tasselli colorati in ceramica, in vetri di Murano e in specchi riproducenti gli Arcani Maggiori del mazzo dei Tarocchi. Il parco è per coloro che lo visitano un luogo nel quale ritrovare l’armonia e la pace con se stessi e con il mondo. Vero è anche il fatto che Niki de Saint Phalle non abbia mai amato molto pubblicizzare la sua creazione per tutelarla dall’invasione del turismo di massa, ma adesso che conosciamo l’esistenza di questo giardino, una bella gita sulla scia di quella della piccola Fiammetta e di Aldo, la consiglio tutti.

Fabrizio Felici Ridolfi è docente di egittologia presso istituti di formazione universitaria per adulti e grande appassionato del Giardino dei Tarocchi e del suo ricco simbolismo. Autore di numerosi articoli sulla civiltà egizia, ha pubblicato per la collana Ankh di Scienze e Lettere, da lui diretta, i volumi Vita Quotidiana nell’Antico Egitto, I Luoghi dello Spirito, Miti e Dei dell’Antico Egitto e Rallegrati, o Egitto – Le origini del Cristianesimo nella terra dei Faraoni.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e Lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: La casa di tutte le guerre, Simonetta Tassinari, (Corbaccio 2015) a cura di Valeria G.

7 aprile 2015

un“Lisa aveva un’espressione sdegnosa e imbronciata, e ricordo perfettamente che stava raffigurando un albero. Aveva già tracciato il tronco, colorandolo di marrone intenso, ed era alle prese con i rami. Sembrava prenderci un gran gusto, e quell’albero mi parve meraviglioso. Nessuno di mia conoscenza era capace di disegnare così bene. Mi fermai con una fantastica frenata esattamente di fronte a lei, per impressionarla.”

Il coraggio è l’unica magia che vale la pena di possedere” ha detto Erica Jong.
Ogni essere umano ha provato almeno una volta nella vita una paura folle, paralizzante, una di quelle emozioni che possono azzerare ogni pensiero razionale. Eppure, proprio dalla paura nasce la virtù magica a cui si riferisce la Jong. Anzi, si può asserire che è obbligatorio avere paura per poter entrare nel mondo dei coraggiosi.
E, il coraggio, quello vero e puro, è stato abilmente nascosto tra le righe dell’ultimo lavoro della scrittrice Simonetta Tassinari intitolato “La casa di tutte le guerre”, edito da Corbaccio.
La protagonista è una bambina di dieci anni e mezzo che raggiunge la nonna di origini inglese nella grande casa di Rocca nel cuore della Romagna per le vacanze estive. Qui, Silvia Frassineti, la nostra piccola eroina, si trova a vivere l’estate che cambierà per sempre il corso della sua vita. La curiosità tipica di una bambina di quell’età la porta a voler conoscere “la Lisa” una bambina poco più grande di lei che vive una vita solitaria, povera di affetti e priva di mezzi a causa dell’indigenza di suo padre. Lisa ha perso la mamma ed è una bambina difficile da cui tutti, adulti e bambini, preferiscono stare alla larga. Ma per Silvia è diverso. Lei appena la vede sente che tra di loro c’è un legame che deve essere risvegliato, lotta per quell’amicizia come, forse, non ha mai lottato in vita sua. La strana amicizia delle due fanciulle gira intorno ad una grande storia d’amore, una di quelle che sono talmente uniche e profonde che hanno la capacità di unire e dividere, di creare intorno a sé bene e male, fiducia e vendetta. Una di quelle che solo i coraggiosi possono vivere perché da quel sentimento non si torna indietro, costi quello che costi.
La casa di tutte le guerre” è un romanzo gradevole e ironico che attraverso la voce della sua piccola protagonista ci racconta la saga misteriosa di una famiglia borghese durante gli anni sessanta ( anche se non mancano riferimenti storici del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale). La scelta di affidare la narrazione in prima persona ad una fanciulla rende la storia particolarmente divertente e leggera e in una recente intervista, proprio in vista della presentazione del suo romanzo, la Tassinari ha confermato di aver studiato e scelto questo tipo di narrazione per rendere la storia il più fluida possibile, per aprire un punto di vista fiducioso verso il futuro, e per presentare con la giusta spensieratezza una storia d’amore difficile e dolorosa.
La Tassinari, inoltre, sempre durante la stessa intervista, ha rivelato che per certi aspetti il romanzo si può definire autobiografico: il paese è lo stesso dove lei a trascorso le vacanze durante le estati degli anni sessanta, a casa della nonna. Nessuno ci dice se la sua vera nonna assomigli nei modi e nell’aspetto all’elegante Mary Frances, che con il suo ruolo dominante detiene le fila di tutto il romanzo, ma, vista l’importanza che lei ha voluto dare a tale personaggio, è facile supporre che ella sia stata fonte di autentica ispirazione nella stesura de “La casa di tutte le guerre”.
Un romanzo che profuma di sole e di giornate lente, di voglia di crescere e di responsabilità, di amicizia e devozione, di amore, di dolore e riscatto verso quel destino che tanto ha dato e tanto ha tolto.

Simonetta Tassinari è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Prima di scrivere La casa di tutte le guerre ha attraversato diversi generi, dalla sceneggiatura radiofonica alla saggistica storico-filosofica, dal romanzo storico al brillante, pubblicando, tra gli altri, per Giunti ed Einaudi scuola. Ha vinto il premio Il Pungitopo e il Premio di narrativa italiana inedita, e ha collaborato con giornali e riviste. Vive in campagna con la famiglia, tre gatti e un cane.

:: Ritratto di un matrimonio, Robin Black, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 aprile 2015

ritratto-matrimonioPer fortuna questo titolo, più vicino all’originale Drawing life, disegnare la vita, ha sostituito quello provvisorio, che sapeva davvero troppo di soap opera, e cioè Matrimonio d’amore con tradimento, perché questo romanzo ha profondità di commedia umana, anche se non è tutto omogeneo e convincente.
Owen e Augusta detta Gus sono una coppia di creativi di mezz’età, lui scrittore lei pittrice d’avanguardia, senza figli per problemi di sterilità di lui, che decidono di trasferirsi da Philadelphia in campagna dopo un tradimento di Gus con il padre di una delle sue allieve, a cui rimane legata come una figlia.
In una fattoria così lontana dai loro ambienti di vita, Owen e Gus sembrano riavvicinarsi, fin quando nelle loro vite non arriva Alison, insegnante di scienze e disegnatrice naturalistica, sfuggita ad un marito violento e madre di una bellissima ragazza, Nora. Queste due nuove presenze avranno effetti devastanti su questa coppia che si è amata tanto e che comunque non è rimasta insieme per abitudine, o non solo per questo, creandosi un suo mondo destinato ad andare in frantumi e non come si potrebbe pensare.
Ritratto di un matrimonio è un romanzo in cui convergono tanti elementi, dalla commedia di costume al thriller, passando per la storia d’amore e il ritratto sociale. Di nuovo, la Neri Pozza sembra confermare una tendenza che la porta a scegliere storie con protagoniste persone impegnate in qualche modo nell’ambito creativo, anche se qui resta tutto sullo sfondo, ed è più un’interazione tra persone.
Il tema dell’invecchiare insieme, cosa che in questi tempi sembra fuori moda, ma anche del rapporto con le generazioni più anziane (il padre di Gus è affetto da demenza senile), le crisi matrimoniali, il cercare gratificazioni e nuovi inizi, ma anche la piaga delle violenze familiari trovano tutti spazio nelle pagine di un romanzo che scorre bene ma che non passa inosservato, raccontando una storia di oggi in cui ci si può anche ritrovare, magari senza arrivare agli estremi della conclusione del libro.
Ritratto di un matrimonio è un libro di atmosfere e di ambienti, questa campagna che sembra tanto idilliaca ma non lo è, di rapporti umani che degenerano (Allison è un personaggio che diventa via via più irritante), una storia a stelle e strisce ma in fondo non poi così lontana da certe note anche europee, per riflettere alla fine sulle tante sfaccettature della vita, sul dolore nascosto dietro alle gioie e sulle difficoltà di amare. Non un capolavoro, ma comunque un libro interessante, soprattutto per chi è come età vicino a Owen e Gus, e conosce le croci e le delizie di aver superato i quarant’anni.

Robin Black ha scritto una raccolta di racconti If I loved you, I would tell you this (finalista al Frank O’Connor Short Story Award). Ritratto di un matrimonio è il suo primo romanzo. I suoi articoli, racconti e saggi sono apparsi in numerose riviste, tra cui O: The Oprah Magazine, The New York Times Magazine e The Southern Review. Vive a Filadelfia, con la famiglia.

:: Mediorientarsi: Sette Luoghi, Youssef Ziedan (Ed. Neri Pozza, 2015) a cura di Matilde Zubani

6 aprile 2015

sette_luoghi_02Questo è il terzo libro di Youssef Ziedan che l’editrice Neri Pozza propone ai lettori italiani. Pubblicato nel 2013 in Egitto col titolo originale di Mihal, viene poi tradotto direttamente dall’arabo da D. Mascitelli e L. Declich.

“Sette luoghi” è un romanzo che potremmo idealmente dividere in due parti. La prima parte è ambientata nello scenario splendido dell’Egitto classico, tra Assuan, Luxor e Alessandria. E’ in questi luoghi che il protagonista trascorre la giovinezza. Si tratta di un ragazzo di origini arabe, con padre sudanese e madre egiziana, studente di scienze sociali all’università, che trascorre le estati lavorando come guida turistica. L’autore ci delizia con idilliache descrizioni di meraviglie archeologiche e naturali che scorrono sotto gli occhi del ragazzo, le cui giornate sono scandite dai sogni più romantici e dalla recitazione di orazioni e versetti coranici, regalando al lettore occidentale un ritratto mistico del bravo musulmano. Unica stranezza in questo quadretto altrimenti perfetto, è la comparsa, sullo sfondo, di uno shaikh saudita il cui nome suonerà a molti familiare: Osama bin Laden.
Questo personaggio anticipa il tenore della seconda parte, in cui la storia del singolo si intreccia, in mondo quasi surreale, con la Storia. Il nostro giovane viene mandato dalla famiglia a lavorare negli Emirati Arabi. Da qui si sposterà in Uzbekistan, dove le sue vicissitudini personali lo portano a conoscere la complicata storia dell’Afghanistan di Ahmad Shah Mas’ud e del Mulla Muhammad Omar. La distruzione dei Buddha di Bamiyan, l’attacco alle Torri Gemelle; fatti tragici si susseguono come un fiume impetuoso e incontrollabile, conducendo il protagonista ad accettare un lavoro come reporter di guerra per Al-Jazeera: la sua prima destinazione sarà l’Afghanistan e la sua ultima sarà, incredibilmente, Guantanamo.
In genere non mi piace, quando recensisco un libro, soffermarmi troppo sulla trama svelandone l’impalcatura, ma questa volta non ho potuto evitarlo. Il romanzo scorre veloce, la lingua utilizzata è semplice, chiara e incalzante, ma la direzione della narrazione è sfuggente, piuttosto contraddittoria, al punto da risultare inverosimile. Forse l’autore ha voluto farci toccare con mano l’imprevedibilità della vita e l’impossibilità di sfuggire o contrastare gli eventi scritti dal destino; per fare questo però non ha rinunciato a nulla: romanticismo e lirismo uniti alla politica e a controversi scenari di attualità riservano qualche caduta di stile nella parte finale.

Youssef Ziedan (1958) è uno studioso egiziano specializzato in studi arabi e islamistica. Attualmente dirige il Centro dei manoscritti e il Museo affiliato alla Biblioteca d’Alessandria. E’ professore universitario di filosofia islamica e ha curato numerose pubblicazioni accademiche note a livello internazionale. Neri Pozza ha pubblicato i romanzi Azazel (2010) e Nabateo lo scriba (2011).

:: Se ti chiami Mohamed, Jérôme Ruillier, (Il Sirente, 2015)

3 aprile 2015

96front-cover Sono tanti i Mohamed d’Europa (termine di massima usato, non necessariamente in modo dispregiativo, per il maschile simile a Fatma con la stessa funzione per definire la donna araba) che vivono a Parigi, Berlino, Londra, e in una miriade di altri paesini, anche sperduti, nei quattro angoli dell’Europa. Le loro storie, per lo meno le storie delle loro famiglie di origine, per molti versi si somigliano, per altre sono uniche.

In questo graphic novel Se ti chiami Mohamed (Les Mohamed, Sarbacane, 2011), edito in Italia con il patrocinio di Amnesty International Italia da Il Sirente, nella collana Altriarabi migrante diretta da Chiarastella Campanelli, l’autore Jerome Ruillier, basandosi sul reportage giornalistico (tre documentari di 52’ realizzati nel 1997) Mémoires d’immigrés[1], della francese di origine algerine Yamina Benguigui, (Trois ans d’enquête, six mois de tournage et neuf de montage furent nécessaires à Yamina Benguigui pour réaliser Mémoires d’immigrés. L’héritage maghrébin , un documentaire en trois volets « Les pères », « Les mères », « Les enfants » – associant témoignages, images d’archives (CNDP, Pathé, INA) et images personnelles[2].) raccogliendo le testimonianze di padri, madri, figli ci narra in immagini (a tratti buffe) le storie dell’immigrazione maghrebina in Francia dagli anni Cinquanta a oggi, con ironia, rispetto, disincanto e una patina di amarezza, che non degenera mai, si insinua nel lettore aiutandolo a comprendere, a provare empatia per i protagonisti di questa storia d’Europa, per molti versi poco conosciuta.

105 Le storie narrate con leggerezza e, concedetemelo, poesia, sono storie di dolore, di sradicamento, di solitudine, di ingiustizia, di esclusione, di razzismo, ma nello stesso tempo di speranza, di amore, di integrazione, di ricerca d’identità, di vincoli familiari mantenuti non ostante la lontananza, di fiducia nel futuro ed è bello farne parte anche solo da lettore, da osservatore esterno. Anche noi italiani abbiamo nelle nostre famiglie storie di migrazioni, in Belgio, Germania, America, e simili esperienze ci accomunano molto più che dividerci, richiamando le stesse emozioni, le stesse vicessituidini le stesse ingiuste privazioni in cerca di riscatto. Leggendo questo graphic novel si prova porprio questo, un senso di comunione e di conoscenza dell’altro che ce lo fa apparire meno oscuro, minaccioso o anche solo altro. Mohamed-WWB-R-12 E così veniamo a sapere dell’orgoglio di Ahmed per la conquista, nel 1996, della medaglia d’oro olimpica di judo ad Atlanta nella caregoria 78 chili del figlio (Attento devi fare meglio degli altri perchè in caso di parità non passerai tu); degli scarafaggi sulla scatola di zucchero negli alloggi per celibi della Sonacotra; della riconoscenza di Zorah e Radia per la famiglia ebrea che sulla nave che le portava in Francia non le ha fatte morire di fame dandogli del pollo, del merkoda e un po’ di laktes, o del piccolo Mounsi che di Parigi sognava le luci della Tour Eiffel, e di colpo si trova in una baraccopoli. Mi ritrovo nella bidonville di rue de la Folie a Nanterre! Scopro un campo abbandonato circondato di reti, un’accozzaglia di baracche fatte di tegole, assi, casse, tetti tenuti assieme con gli pneumatici. E ovunque fango denso, vischioso, nauseabondo, in cui le scarpe restano incollate, ratti che corrono dappertutto, talmente affamasti che mi dicono si mangiano anche i gatti, bambini che giocano nell’ammasso di spazatura della discarica pubblica, proprio accanto alla bidonville.

Non sono sempre storie a lieto fine: si parla di aids, di droga, di carcere, di donne che non ostante i corsi di alfabetizzazione non impareranno mai a leggere e a scrivere, di donne picchiate dai padri, o dai mariti, di donne a cui è vietato leggere, ma stranamente non è mai la tristezza a prevalere, anzi una sorta di allegria sommessa e senza illusioni, ma proiettata verso il futuro, che sia il ritorno al proprio paese, o l’integrazione nel paese d’adozione. Un libro per conoscere in modo immediato e divertente la storia di tanti ragazzi d’ Europa, dai nomi esotici che ormai fanno parte a tutti gli effetti del colorato e multientico mondo che ci circonda. Da leggere nelle scuole, ma non solo, anche da regalare ai propri figli.

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Jérome Ruillier, nato nel 1966 in Madagascar, ha compiuto gli studi presso l’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo. Ha scritto e illustrato molti libri per ragazzi. Pubblicato nel 2011 Les Mohamed è il suo secondo fumetto dopo Le coeur-enclume (2009), entrambi pubblicati da Sabarcane. Con Les Mohamed, Ruillier ha ottenuto nel 2012 il dBD Award per il miglior fumetto reportage.

[1] Memoirs de immigres http://www.yaminabenguigui.fr/dossiers/les-documentaires.html [2] Mémoires d’immigrés. L’héritage maghrébin de Yamina Benguigui. De l’ethos biographique aux hors sujets de la reception Béatrice FLEURY Université de Nancy https://uottawa.scholarsportal.info/ojs/index.php/revue-analyses/article/view/696/597

:: Il richiamo di Alma, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2014) dal romanzo di Stelio Mattioni (Adelphi, 1980) a cura di Federica Guglietta

2 aprile 2015

1Non sono mai stata a Trieste. O forse sì. Conosco solo un frammento di quella città, un frammento sicuramente piccolo, fatto di vignette che formano un insieme di strisce rese quasi impalpabili dall’acquerello, dai tratti nitidi e descrizioni minuziose di strade, monumenti, luoghi. Eppure non ci sono mai stata, davvero. Eppure è successo che pochi giorni fa mi è stato regalato un volumetto dal packaging molto curato, immaginato in orizzontale, all’italiana.

Di cosa sto parlando?

2Ad ottobre 2014 Bao Publishing ha pubblicato una graphic novel capace di colpire emotivamente già dall’illustrazione di copertina, trasmettendo un senso di leggerezza che si estende al di là della visuale dello spettatore che guarda questa figura nitida, chiara, quasi fosse una donna – angelo dello tanto cantata dal Dolce Stil Novo e da Dante. Una donna che è purezza, ma anche presenza ignota, inafferrabile, evanescente. Di spalle, sta in piedi su una balaustra bianca come il suo vestito ed apre le braccia al vento, in punta di piedi. Lo spettatore è un ragazzo anonimo, capitato di lì per caso. La guarda assorto, quasi fosse una visione, come se si sentisse attratto da quella ragazza che non conosce. Lei è Alma, donna – ragazzina dalle mille facce che si sottrae all’ inseguimento di quel ragazzo che vorrebbe tanto conoscerla, ma non riesce mai nel suo intento. Alma diventerà un’ossessione, il suo primo pensiero al mattino così come è l’ultimo prima di dormire e sarà lui stesso a farsi narratore di questa storia, molti anni dopo.

Si tratta di uno splendido lavoro a fumetti nato dalla delicatissima mano di Vanna Vinci ed ispirato dall’omonimo romanzo dell’autore triestino, Stelio Mattioni, Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980).
Alma, questa donna che è più una figura, una presenza – assenza, una sorpresa emette un vero e proprio richiamo, che attira a sé mille e mille volte il ragazzo – narratore ed anche il lettore, in un clima che si fa denso di incertezza e, allo stesso tempo, voglia di conoscere l’ignoto e se stessi, fino in fondo. Una realtà che diventa sogno, un sogno che si fa realtà, tant’è che il nostro ragazzo, uno come tanti, con una vita ordinaria, indietro con esami all’universitaria, una famiglia come tante altre spesso indifferente, comincerà ad isolarsi e a pensare solo ad una cosa, o meglio ad una persona, mettendo in discussione la sua vita e il labile confine che si è creato nella sua mente, il confine tra mondo reale e mondo onirico.

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Per Vanna Vinci, il personaggio di Alma, protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, è la sorella gemella della sua Aida al confine (Kappa Edizioni, 2003), non per caso sempre ambientato a Trieste.
La trasposizione a fumetti di questo romanzo ci presenta una Trieste descritta con meticolosità e tratti acquarellati, in cui Vanna Vinci si dimostra capace di trasportarci in una storia che mantiene perfettamente la stessa trama di Mattioni, accelerandone il ritmo narrativo e prediligendo l’illustrazione di paesaggi sconfinati ed evocativi.
Forse avrei dovuto premettere di essere neofita per quanto riguarda il mondo di fumetti e graphic novel, ma la lettura di questo vero e proprio romanzo disegnato mi ha catturato fin dalla prima pagina, sorprendendomi per delicatezza ed intensità.

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. Vive e lavora tra Milano e Bologna.

Stelio Mattioni è considerato uno dei protagonisti della cultura triestina del secondo dopoguerra, scomparso nel 1997. Nel 1956 pubblica, per l’editore Schwarz di Milano, una raccolta di poesie, La città perduta, e inizia a frequentare il mondo letterario della sua città, avvicinandosi anche ad Umberto Saba. Tuttavia, non troppo soddisfatto delle proprie opere poetiche, pur suscitando l’interesse degli intellettuali del suo ambiente, decide di imboccare la strada della narrativa.   Degno esponente della letteratura mitteleuropea e “di confine”, caratterizzata da un’introspezione psicologica degna di Svevo.

:: La meretrice di Costanza, Iny Lorentz (BEAT edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

1 aprile 2015

inyIl romanzo storico è, insieme al giallo, un genere evergreen, dove semmai l’unica cosa che cambia è l’epoca specifica. Il Medio Evo continua ad essere una delle epoche più amate, con la tendenza anche, molto interessante, a raccontare vicende meno note e aspetti più oscuri, e sempre più le storie non di principi e cardinali ma della povera gente, o della classe comunque lavoratrice che costruì e mandò avanti la società verso il futuro.
La meretrice di Costanza, titolo crudo che rispecchia in parte i toni di un romanzo più picaresco che piccante, racconta le peripezie di Marie, figlia di un ricco mercante della città tedesca, fondamentale tra Tre e Quattrocento nelle lotte tra Papato e Impero, che alla vigilia del matrimonio con un nobile si trova accusata di prostituzione e scacciata dalla città dopo un calvario di violenze e umiliazioni.
Costretta a campare facendo davvero la prostituta sulle strade della Germania con la compagnia di alcune colleghe, Marie non perde di vista la vendetta, scoprendo man mano cosa e chi c’è dietro alla sua caduta e disgrazia, nella migliore tradizione del feuilleton storico.
Un libro che si rivolge a chi ama il romanzo storico, raccontando un’epoca meno nota ma fondamentale, da cui germinarono i semi che avrebbero portato poi alla Riforma protestante, raccontando il tutto dal punto di vista degli umili, o meglio delle umili, le prostitute, emarginate e reiette ma alla fine irrinunciabili ed emblema di sottomissione e violenza sulle donne.
La storia è raccontata tra colpi di scena, con un inizio degno del marchese di Sade, con tanto di innocente perseguitata, e una conclusione forse non molto realistica ma che completa una vicenda di riscatto e vendetta che avvince, appassiona, indigna e alla fine soddisfa.
In un affresco che ricostruisce splendori, miserie, violenze, crudeltà, qualche eroismo e che ricorda le sofferenze di chi è povero e emarginato, chi alla fine non emerge poi granché è Marie, bellissima, vittima innocente, ma alla fine stranamente sullo sfondo rispetto ad altri personaggi, a cominciare dalle altre donne che incontra sulla strada, a cominciare da Hiltrud, outsider capace di entrare nel cuore di chi legge con poche battute.
Detto questo, il libro resta scorrevole, appassionante, pruriginoso il giusto, storia di un’umanità vinta da sempre che ogni tanto, almeno nella finzione, trova la sua strada per la felicità.
Da segnalare che da La meretrice di Costanza, titolo originale Die Wanderhure, è stata tratta una miniserie televisiva vista anche da noi con il titolo La cortigiana, che forse non sarebbe male riproporre. E che aveva avuto già un’edizione per Sperling & Kupfer, con il titolo di Salvata dall’amore, alcuni anni fa, ed è il primo di una saga di sei romanzi, su Marie e la sua discendenza, ancora inediti in italiano.

Iny Lorentz è lo pseudonimo con cui firmano i loro romanzi Iny Klocke ed Elmar Wohlrath, una coppia di marito e moglie. La meretrice di Costanza è il loro primo romanzo e ha dato origine a una serie di grande successo in Germania con milioni di copie vendute. Dai libri è stata tratta una trasposizione televisiva che ha realizzato 9.800.000 telespettatori.

:: Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente, 27-29 marzo 2015: un bilancio in positivo

30 marzo 2015

Book pride

‘La persona superiore tratta le difficoltà come priorità. Il successo arriva solo dopo’ dice un antico detto attribuito a Confucio, e sembra che il successo abbia davvero sorriso all’iniziativa dedicata ai libri svoltasi dal 27 al 29 marzo a Milano, ai Frigoriferi Milanesi, promossa dall’ Odei – Osservatorio degli editori indipendenti e con il supporto organizzativo e amministrativo di Doc(k)s – Strategie di indipendenza culturale.
Gli esiti del Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente sembrano davvero incoraggianti in questo clima di ripresa che stenta ancora a dare segnali inequivocabili. Ma vediamo i numeri: 124 marchi editoriali rappresentati, 66 incontri in tre giorni,  grande coinvolgimento sui social network, 20.000 presenze e circa 20.000 libri venduti soprattutto, vera boccata di ossigeno per chi da anni lamenta una situazione di vero disagio. Insomma meglio di così non poteva andare, superando di molto le prudenti aspettative.
Numerosissimi i dibattiti, le presentazioni che hanno animato la Fiera, per la maggior parte registrando il tutto esaurito. L’entusiasmo è palpabile tra gli addetti ai lavori, che dopo mille tentativi sono riusciti a concretizzare un progetto che si preannuncia di lungo respiro. Tra i motivi del successo sembra che abbia giocato favorevolmente il contatto diretto tra lettori ed editori, quasi sempre presenti personalmente nei vari stand, creando davvero un uno spirito di partecipazione e cooperazione soprattutto con gli operatori culturali indipendenti.
Gli editori indipendenti costituiscono il 30 % del fatturato nazionale, che molto probabilmente tenderà a crescere in futuro. Dice Gino Iacobelli, Iacobelli editore, presidente Odei – Osservatorio degli editori indipendenti: “Una fiera che Milano si meritava, un grande momento d’incontro e di condivisione di idee, una vera fiera dell’editoria naturalmente indipendente ma anche una fiera dei lettori indipendenti, che hanno scelto di venirci a trovare in migliaia mostrando apprezzamento per il nostro lavoro. Un grande grazie a Docks, la cooperativa indipendente senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile. Ci vediamo al Book Pride 2016, ma Book Pride è anche oggi, domani, sempre!” Dunque appuntamento al prossimo anno.

:: Il leopardo delle nevi, Peter Matthiessen, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 marzo 2015

LEopardoIl leopardo delle nevi, uscito per la prima volta nel 1978, è un libro che prese vita da un viaggio che Peter Matthiessen, scrittore e naturalista americano, fece con lo zoologo e naturalista George Schaller, nell’autunno del 1973. La coppia, incontratasi un po’ per caso a New York nel 1972, percorse a piedi più di 250 miglia attraversando la regione di Dolpo, sulle montagne himalayane alla scoperta del cuore pulsante della civiltà tibetana più autentica. Il libro, ristampato da Beat, è una sorta di diario di viaggio romanzato, nel quale l’autore non narra solo il tragitto percorso in poco più di due mesi alla ricerca del Bharal (la pecora blu dell’Himalaya) e del raro e misterioso Leopardo delle nevi. Quello raccontato da Matthiessen è un pellegrinaggio dentro alla civiltà del Nepal del Nord, che ha mantenne intatta la sua purezza e il profondo legame con le proprie radici. Allo stesso tempo queste memorie possono essere viste come un cammino alla scoperta di sé e del proprio universo interiore, grazie alla conoscenza approfondita degli insegnamenti e della fede buddhista. L’autore del libro quando compì il viaggio era vedovo e aveva lasciato il figlio a casa e questa esperienza sarà per lui molto importante, in quanto gli permetterà di comprendere chi è, cosa vuole per la propria esistenza e per quella del figlio. Leggendo queste pagine, non solo si partecipa alla costante ricerca del Leopardo delle nevi, un misterioso felino che poco si mostra ai visitatori e che per tale ragione è diventato una creatura mitica, ma si percepisce la sottile trama di relazioni umane che Mathiessen instaurò con le popolazione locali e con gli sherpa (il suo si chiamava Tukten) che gli fecero da guida tra gli anfratti della Montagna di Cristallo. Il leopardo delle nevi è un libro coinvolgente, è un vero e proprio viaggio nelle gole profonde e tra le montagne del Tibet, dove ogni piccolo gesto (il lavarsi, il mangiare, il parlare e lo stesso respirare) veniva vissuto con il massimo rispetto per l’importanza vitale che incarnava. Allo stesso tempo il libro di Mathiessen è un racconto, o meglio un’accurata riflessione filosofica-esistenziale, sul valore che per ogni uomo assumo la vita e la morte e sul rapporto che l’essere umano instaura con la natura e con il mondo che lo circonda. Arrivati alla fine de Il leopardo delle nevi ci si rende conto di come questa esperienza abbia profondamente cambiato la vita e la persona di Peter Mathiessen diventato, prima, un praticante della filosofia Zen e, poi, monaco buddhista tutti gli effetti. La strana sensazione che si ha una volta giunti alla fine del libro, è che il cammino di ricerca vissuto da Mathiessen è sì un’esperienza personale, ma allo stesso vuole essere una storia condivisa per far conoscere un mondo lontano e una visione dell’esistenza dove l’io agisce per trovare l’armonia con il proprio ego e con tutto quello che lo circonda.

Peter Matthiessen è stato uno scrittore naturalista americano. Ha pubblicato, nel corso di quasi cinquant’anni, più di venti libri. Si ricordano Giocando nei campi del Signore (At Play in the Fields of the Lord) (1965) diventato un film con lo stesso titolo; Uccidere Mister Watson (Killing Mister Watson) (1991), la prima parte di una trilogia su un leggendario fuorilegge della Florida. Ha scritto anche romanzi storici, ma sono stati i romanzi di viaggio che lo hanno fatto conoscere come perfetto sostenitore della natura. Oltre a Il leopardo delle nevi, M. ha raccontato anche i suoi viaggi attraverso l’Africa e l’Antartide in African Silences (1991) e End of the Earth (2003), mentre con The Birds of Heaven (2001) ha promosso la protezione delle gru e, più in generale, dell’ecosistema del pianeta. Viveva a Sagaponack,nello Stato di New York, dove è deceduto nel 2014, all’età di 86 anni, a causa di una leucemia.

:: Funny Girl, Nick Hornby, (Guanda, 2014) a cura di Federica Guglietta

26 marzo 2015

Reginette degli anni ’60, Swinging London e la ragazza che sognava di far ridere la gente.

“Barbara sapeva di non voler diventare reginetta per un giorno, e nemmeno per un anno. Non voleva diventare reginetta e basta. Voleva solo andare in televisione a far ridere la gente. Le regine non facevano mai ridere, o comunque non quelle di Blackpool, e neanche quelle di Buckingham Palace.”

Anni ’60. Ci troviamo a Blackpool, cittadina a circa sessanta chilometri a nord di Londra, e Barbara non è che una delle tante ragazze in costume da bagno che concorrono per l’annuale concorso di bellezza del posto. Non una fra tante, è la più bella. Che sia la più bella tra tutte lo dice la gente di Blackpool, secondo cui aveva la vittoria già assicurata. Si faceva notare, eccome se si faceva notare, Barbara. Bionda, bel faccino, fisico da far invidia. O meglio, sarebbe meglio dire che tutti la notavano in quel posto di provincia, che le stava decisamente stretto, lei che avrebbe desiderato tutt’altro nella vita.

2015-03-26 14.29.34Non desiderava diventare una Miss, ma destino volle che stesse per succedere.

Era diversa, Barbara. Lei non voleva essere guardata per l’aspetto fisico, voleva far ridere la gente grazie a battute intelligenti e tanto buon umore. Il suo mito era la star americana Lucille Ball e chissà cosa dato per avere un quarto della sua bravura ed ironia. Anche per questo motivo non si perdeva uno solo dei suoi show in tv ogni domenica.

Desiderava essere felice, era naturale; non avrebbe voluto essere diversa dalle altre.”

Tuttavia si rende conto che il suo, al momento, poteva rimanere solo e soltanto un sogno. Aveva una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una bellezza notevole, sapeva pensare con la propria testa e sapeva a memoria tutte le battute che sentiva e risentiva mille volte in tv.

Dopo aver partecipato a Miss Blackpool, Barbara decide di tagliare i ponti con la vita di provincia e si trasferisce a Londra, nella Swinging London di quegli anni, capitale ricca di opportunità ed altrettanto insidiosa.

piccadilly-circus-1968-london-440x260“Temeva di non essere attraente quanto lo era a Blackpool; o meglio, che a Londra la sua bellezza fosse meno eccezionale. […] Era abbastanza certa, però, nessuna di quelle ragazze voleva far ridere la gente”.

Qui fa diverse esperienze, all’inizio del tutto negative, ma, tutt’un tratto, dalla sconosciuta Barbara arrivata dalla cittadina di Blackpool che era, conosce quello che diventerà il suo agente e diventa Sophie Swan, starlette della (sua amata) tv. La scritturano per una serie in onda sulla BBC dal titolo Barbara (e Jim).

banner-BB-470x330Sophie è la protagonista e lavora fianco a fianco di un cast formato da persone altrettanto attratte dal loro lavoro. Accanto a loro troviamo gli sceneggiatori, Tony e Bill, e Dennis, il produttore.

Il protagonista maschile si chiama Clive, praticamente un narciso che si sente sminuito dalla televisione e vorrebbe lavorare a progetti.

In quest’ambiente Sophie, pur facendo quello che aveva sempre sognato, si ritroverà ad interpretare una parte scritta su un copione che si rivelava, scena dopo scena, sempre più simile a quello della sua vita ed è proprio adesso che definitivamente sbatterà il visto contro una serie di scelte che, in un modo o nell’altro, cambieranno ciò che è e ciò che era stata in passato.

Anche quest’ultimo lavoro, nato dalla penna dell’ormai affermato Nick Hornby, non delude. Anzi. La sua narrazione fluida, ma minuziosa di dettagli ci trasporta automaticamente nell’ atmosfera patinata della Londra degli anni ’60, mostrandoci colori, musiche, attrazioni, non nascondendo paure, compromessi e fallimenti.

Nick Hornby, classe 1957, vive a Londra. Inizialmente lavora come insegnante, giornalista freelance e poi scrittore – sceneggiatore. La sua attività di scrittore comincia nel 1992 con Febbre a 90°, di stampo autobiografico, ma è con Alta fedeltà (1995) che verrà conosciuto dal grande pubblico, anche grazie all’adattamento cinematografico dal titolo omonimo diretto da Stephen Frears nel 2000. Seguiranno Un ragazzo (1998), Come diventare buoni (2001), Non buttiamoci giù (2005). Funny Girl, la sua ultima creatura, come per tutti i libri di Hornby, in Italia è pubblicata dalla casa editrice Guanda a novembre scorso.

:: La danza degli inganni, David Dalglish, (Fabbri Editore, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2015

shNeldar, città di Veldaren. Thren Felhorn, mastro della Gilda del Ragno, è un assassino spietato oltre che capo della gilda di ladri più potente di tutte le gilde. Temuto anche da Re Edwin vaelor e dal Triumvirato, l’alleanza delle tre famiglie più potenti di tutta la terra di Drezel, che si uniscono ogni due anni per festeggiare e ostentare sfarzo e potere nella festività chiamata Kensgold.
Ed è proprio a Kensgold che Thren vuole attaccare, e per farlo deve riunire tutte le gilde sotto il suo controllo.
Anche Aaron, figlio di Thren, teme suo padre, a tal punto che a otto anni uccide suo fratello maggiore solo per compiacere il padre e diventare l’unico erede, crescendo però inizia a capire che non vuole diventare uguale al padre.
Nel frattempo le Senzavolto, guerriere del Tempio di Karak, aiutano Alyssa, figlia di un membro del Triumvirato, a fuggire dalle celle del padre e la guidano per prendere le redini della famiglia.
Un romanzo fantasy molto avvincente che si allontana dai classici fantasy perché concentrato solo ed esclusivamente su una sola categoria di personaggi: i ladri.
Pur mancando i classici guerrieri, maghi e stregoni, non se ne sente la mancanza durante la lettura sia perché l’autore riesce a inserire ugualmente magie e combattimenti spettacolari mescolandoli a una trama avvincente, dinamica e misteriosa.
I personaggi vengono descritti minuziosamente sia a livello fisico, dando modo al lettore di immaginarseli perfettamente durante la lettura, che a livello emotivo e psicologico, rendendoli così reali che il lettore non può fare a meno di affezionarcisi, conquistando la fedeltà e la curiosità che lo porteranno a leggere i successivi capitoli, essendo questo il primo volume di una saga.
Pieno di colpi di scena e mistero è un ottima lettura per vivere il fantasy in modo diverso ma ugualmente affascinante che trasporterà in villaggi fantastici, dove grazie alle descrizioni particolareggiate possiamo toccare con mano le pareti in sasso delle case, nasconderci con i protagonisti dietro ai barili o ai carri, o addirittura partecipare agli incontri clandestini nelle taverne.
Detto questo non mi resta che augurarvi una buona lettura e un buon viaggio.

David Dalglish Scrittore statunitense, vive in Missouri con la moglie e le due figlie. Ha scritto cinque saghe, ma Shadow Dance è l’unica tradotta in italiano, di cui sono già stati pubblicati quattro volumi ed entro la primavera del 2015 verranno pubblicati anche il quinto e il sesto.