Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Domani tocca a te, Stefan Ahnhem, (Sperlig & Kupfer, 2015)

18 Maggio 2015
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Aveva passato in rassegna con calma e metodo classe dopo classe, alunno dopo alunno. Per ogni viso aveva cercato di ricordare la persona in questione. Ci era riuscito nella maggior parte dei casi, anche se per alcuni gli era occorso tempo. Persino quelli con cui non aveva mai avuto a che fare si ripresentarono come spettri erranti nella banca dati della sua memoria. In compenso non era risucito a individuare nessun sospetto. Nemmeno uno tra tutti quei volti si era distinto tra gli altri, catturando la sua attenzione. Solo poche ore prima era sicuro che l’assassino dovesse essere da qualche parte in quell’annuario, ma adeso il dubbio si era insinuato in lui. Era sulla pista sbagliata? Decise di sfogliare le pagine un’ultima volta. Se non avesse trovato nulla avrebbe spento la luce e cercato di dormire un po’. Il fascicolo si aprì quasi spontaneamnete sulla 3C. Non sapeva quante volte avesse guardato quell’ immagine nell’ultima settimana, eppure non riusciva a disfarsi della sensazione che gli fosse sfuggito qualocsa. Qualcosa all’interno di quella fotografia. Era come se covasse un segreto.

Un nuovo ispettore arriva dalle fredde terre del nord Europa: Fabian Risk, antieroe problematico, svedese come il Kurt Wallander di Mankell (di cui ricorda per certi versi alcuni tratti), protagonista del romanzo d’esordio di Stefan Ahnhem, Domani tocca a te (Offer Utan Ansikte, 2014).
Edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto da Roberta Nerito, questo romanzo si inserisce quindi a pieno titolo nella grande corrente del poliziesco nordico e lo fa dignitosamente con picchi non privi di originalità (e cattiveria) che ne fanno un buon romanzo di genere e allo stesso tempo un affresco sociale credibile e attento alle problematiche più spinose di una Svezia ben lontana dall’idea stereotipata che molti si fanno (rivalità con la vicina Danimarca, bullismo, violenza contro le donne, carenze educative di genitori assenti).
Il giallo scandinavo se vogliamo è nato proprio come strumento di analisi della società e a mio avviso le sue prove più riuscite hanno fatto proprio questo, ci hanno parlato dei mali e delle contraddizioni di paesi in cui la ricchezza e il benessere economico non sono sempre sono andati pari passo con la felicità dei suoi abitanti.
Punto forte di questo romanzo, oltre al protagonista e a ben caratterizzati comprimari, è sicuramente l’indagine poliziesca fatta di continue riunioni in cui il nostro non brilla per cooperazione e gioco di squadra, per lo meno all’inizio quando una sua decisione estemporanea provocherà incidentalmente una morte evitabile con coseguenti sensi di colpa, false piste, intuizioni risolutive, e grazie all’autore si ha proprio l’impressione di accompagnare il protagonista passo passo nelle varie evoluzioni della trama, difficilmente prevedendo quale sarà il passo successivo.
Ahnhem gioca abbastanza pulito con il lettore, ci sono sì alcuni vicoli ciechi (tipo le chiavi di una cassetta di sicurezza in una cucina di una vittima), ma per lo più da giusti indizi preparando la rivelazione finale (davvero incredibile) degli ultimi capitoli (indizi che mettono sulla buona strada sulle scritte dei muri dei bagni, ma davvero incomprensibili prima della intuizione risolutiva del protagonista).
Capire perchè agisce l’assassino, quale filo logico segue la sua “vendetta” è tutta un’altra questione e se vogliamo la parte più interessante del romanzo che inizia con il trasferimento di Fabian Risk da Stoccolma alla sua città natale, Helsingborg, nel sud della Svezia. Capiamo subito che non è un tipo facile, a Stoccolma, dove lavorava nella sezione omicidi della polizia, lascia un passato che vorrebbe dimenticare, capace di mettere in crisi il suo equilibrio psicofisico e la sua stessa famiglia (c’è un’ altra donna nel suo passato) composta dalla moglie Sonja, con cui spera di ricominciare una nuova vita, e i suoi due figli.
Ad attenderlo dopo una breve vacanza, la divisione anticrimine della polizia di Helsingborg. Almeno questi sarebbero i piani, se il giorno stesso del suo arrivo, prima ancora dei mobili, che dovrebbero arrivare con il camion del trasloco, si presenta a casa sua il suo (futuro) capo, il commissario Astrid Tuvesson coinvolgendolo subito in un caso che lo tocca molto da vicino.
Un suo vecchio compagno di liceo, Jörgen Pålsson, viene ritrovato assassinato, con le mani amputate, nella scuola locale dove egli stesso insegnava. Accanto una foto di classe di trent’anni prima in cui il volto di Pålsson era stato cancellato. (Non a  caso il titolo della versione in inglese, non ancora uscita, che traduce fedelmente il titolo originale è Victim Without A Face. In cui si nasconde un gioco con il lettore che capirete solo a lettura ultimata.)
Fabian Risk non ha un bel ricordo di Pålsson, nè degli anni del liceo, tormentato dai sensi di colpa causati da fenomeni di bullismo di cui non era vittima in prima persona, ma che lo costringevano a non intervenire e a guardare dall’altra parte quando un compagno veniva vessato. (Fatto che avrà ripercussioni anche nella sua vita di adulto). Pålsson era un picchiatore, Risk non si stupisce che gli abbiano amputato le mani, forse per un atto di vendetta per le angherie subite. E questa è la pista che per prima viene seguita con esiti inaspettati. E quando altri compagni di classe iniziano a essere uccisi il piano di questa vendetta emerge sempre più inquietante. E’ anche lo stesso Risk la prossima vittima dell’assassino? Perchè? E soprattutto riuscirà Risk a fermarlo prima che muoiano tutti?

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Domani tocca a te è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie che vedrà protagonista il commissario Risk.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tutto cominciò con Tiffany, Marzi Christoph, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

18 Maggio 2015

MarSe avete voglia di leggere qualcosa di spassoso, non troppo impegnativo e ricco di sentimento vi consiglio la storia di Faye, una giovane libraia a Brooklyn protagonista di Tutto cominciò con Tiffany, del tedesco Marzi Christoph, edito da Tre60. La vita di Faye scorre tranquilla tra i libri e la musica, anzi, a tratti potrebbe essere troppo calma  poi, un giorno, in libreria entra un giovane che compra una vecchia edizione di Colazione da Tiffany di Capote e pronuncia una frase: “Certe storie sono come melodie” che cambierà per sempre l’esistenza di Faye. La ragazza rimane ammaliata da quelle parole, tanto che diventeranno per lei un mantra esistenziale. Il giovane che le ha dette compra sì libro di Capote, ma lascia il suo album di disegni nel negozio. Faye non perde l’occasione e decide di fare tutto il possibile per trovare il misterioso giovanotto partendo dal suo nome, Alex, riuscendo a scovarlo su Face Book. Tra i due giovani comincia un serrato scambio di messaggi, fino alla decisione di un incontro. Poi, quella che potrebbe diventare una storia d’amore perfetta, frana su se tessa, perché Alex e Faye raccontano in modo diverso il loro primo appuntamento avvenuto il 14 settembre. Per lui era domenica e si è sentito tradito vedendola con una altro. Per lei era venerdì e Alex non si è presentato. Chi mente e chi dice la verità tra Faye e Alex? Marzi costruisce una storia basata sul gioco di equivoci temporali e situazionali che pungolano la curiosità del lettore a procedere nella lettura per capire chi dei due personaggi protagonisti stia raccontando la verità. Faye cerca di sbrogliare l’intricata matassa che ha complicato il rapporto con Alex perché non riesce a capire lo strano comportamento del ragazzo e, nemmeno lei si ricorda di averlo incontrato prima del suo fatidico ingresso in libreria. Ad aiutarla nel superamento di questo stato di confusione mentale, e pure temporale, ci son il simpatico Mica, l’originale datore di lavoro tutto zen e yoga, e Dana, amica, a volte magari un po’ troppo prevaricatrice, di Faye. Il libro Colazione da Tiffany che compare spesso nella trama è il filo che lega i due protagonisti ed è quello che ad un certo punto porta Faye a sentirsi come Audrey Hepburn nell’omonimo film e, allo stesso tempo, il testo di Capote è anche il libro che Alex ha realizzato in una versione a fumetti nella speranza di trovare un editore interessato a pubblicarlo. Tutto cominciò con Tiffany ha venduto oltre 300.000 copie in Germania ed è in corso di traduzione in tutto il mondo. La sua trama è curiosa, a volte potrebbe sembrare un po’ labirintica, ma lo stile fluido della scrittura di Marzi e la buona traduzione di Manuela Carozzi portano chi legge a lasciarsi travolgere con piacere dalla ricerca di comprensione dei sentimenti e della mente umana messa in atto da Faye. Se come dice Alex: “Certe storie sono come melodie”, Tutto cominciò con Tiffany di Cristoph Marzi è un album da scoprire e ascoltare.

Christoph Marzi è uno dei più promettenti autori tedeschi, amato dalla critica e dal pubblico. E adesso si appresta a conquistare l’Europa: i diritti di traduzione di Tutto cominciò con Tiffany sono stati venduti ovunque: dall’Inghilterra all’Olanda, dalla Spagna alla Norvegia. Scoprite di più sull’autore sul suo sito www.christoph-marzi.de

:: L’estate segreta di Babe Hardy, Fabio Lastrucci (Dunwich, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

15 Maggio 2015

LEsLa casa è lussuosa, arredata con il gusto convenzionale e scenografico dato dai soldi e dall’invidia del Vecchio Mondo. Ovunque sciamano gruppi di invitati dai sorrisi luminosi come mezzelune bianche. Un popolo esclusivo che si riunisce per celebrarsi e officiare un rituale. È la notte di San Silvestro del 1936.

Hollywood, anni ‘30. Il cinema esplode negli Stati Uniti, e con esso le sue star: Oliver Hardy e Stan Laurel. Sì, proprio loro: Stanlio e Ollio. Il duo comico in bianco&nero che Lastrucci porta in vita e colore sulla pagina scritta.
L’autore rianima Oliver e Stan avvalendosi di una scrittura che somiglia a uno schizzo, in quanto a freschezza ed espressività. Ha la capacità del ritrattista di dare un’idea del personaggio con poche, pulite frasi. Senza sapere come e quando sia accaduto, ci si trova a immaginare vividamente come la loro sagoma – quella allampanata di Stan, quella rotondeggiante di Oliver – si guadagni spazio sulla scena e come i loro volti – che, almeno nel mio caso, erano rimasti fermi alle poche comiche smorfie dei film – si aprano e chiudano in espressioni sorprese, perplesse, riflessive, stanche. Lastrucci sa, insomma, dare tridimensionalità e movimento persino a due personaggi che il cinema ricorda come macchiette in bianco e nero.
Abile regista, l’autore ha anche un talento come scenografo: le ambientazioni che si susseguono nel romanzo, facendoci fare un tour virtuale della Hollywood degli anni ‘30, sono – similmente ai personaggi – schizzate con due linee e qualche veloce campitura di colore, ricordando certe scenografie teatrali capaci di dare corpo alla scena senza appesantirla.
Concludo sollevando il pollice anche davanti alla gestione del ritmo della narrazione: il romanzo, composto da intense e veloci scene, non solo si fa leggere con piacere, ma procede con un proprio, quasi musicale, andamento. Non c’è momento morto, né tensione tirata troppo per le lunghe. Lastrucci sa quando e come far trattenere il fiato, quando e come far adagiare personaggi e lettori su un divano a riposare sorseggiando un drink.
Il grande difetto di L’estate segreta di Babe Hardy si colloca nel territorio in cui romanzo e marketing si sovrappongono – a sfavore del primo, in questo caso.
Tutte le presentazioni del romanzo (la copertina, la scheda sul sito della casa editrice, l’introduzione di Alexia Bianchini), intese per essere viste e lette prima della lettura del romanzo, ci fanno intuire (nel caso della copertina) o ci dicono apertamente (nel caso della scheda e dell’introduzione) che avremo a che fare con uno Stanlio e Ollio divenuti vampiri. Già questo spoilera una consistente parte della trama, rendendo inutile tutta la macchinazione registica attuata da Lastrucci che decide di iniziare il romanzo prima che essi siano succhiasangue, ma avrebbe potuto funzionare se L’estate segreta di Babe Hardy avesse voluto intenzionalmente giocare, in maniera più o meno parodica, con questo dato già dato. Non mi sembra questo il caso. Non solo Lastrucci ci presenta i due attori vivi e in salute – e sappiamo quindi, mentre leggiamo, che ora dovrà dedicare alcuni capitoli per sviluppare una parte della trama che già conosciamo, che noi leggeremo con pazienza perché strutturalmente necessari – ma tratta il tema “vampirismo” come se i lettori non sapessero già che è il tema portante del romanzo. L’autore dissemina indizi che già per il lettore medio (che conosce i tratti tipici più famosi dei vampiri) sarebbero, più che indizi, cartelli al neon che lasciano ben pochi dubbi. Se pure a un lettore dovessero sfuggire questi riferimenti, ci avrebbero pensato copertina, scheda e introduzione a dirgli preventivamente: “Tieni gli occhi bene aperti: prima o poi arriverà un vampiro!
Non so che cosa sia venuto prima – l’uovo o la gallina, il marketing o il romanzo – ma in ambo i casi avrei preferito soluzioni diverse.
Se si fosse voluto rendere fin chiara fin dall’inizio la presenza del tema “vampiri”, avrei optato per un approccio più smaliziato: senza fingere che i lettori non sappiano di che cosa stiamo parlando, ma anzi approfittando di ciò, avrei giocato con i cliché che la figura del vampiro si porta appresso, magari in maniera parodica – dato che Lastrucci sembra avere una certa abilità nel narrare con ironia. La mia impressione è che la parodia venga sì a crearsi, ma non intenzionalmente, e quindi a detrimento del romanzo.
Se si fosse invece voluto costruire un giallo che, solo dipanato, rivelasse ai lettori l’esistenza dei vampiri nella trama, avrei evitato di disseminare spoiler espliciti nella scheda del libro e nell’introduzione. Avrei invece disseminato indizi, più sottili dei grossolani indizi-cliché-parodici scelti da Lastrucci, che solo in un secondo tempo, risolvendo il giallo, i lettori avrebbero potuto riconoscere come segni della presenza di un vampiro – o di quello che verrebbe catalogato come simile. Avete presente quando, a conclusione di un romanzo, ci diciamo: “Avrei dovuto capirlo…!” Ecco, quello.
Un giallo da risolvere, comunque, rimane. Che si tratti di vampiri è chiaro fin dall’inizio, ma le cose non sono sempre quel che sembrano.
Lastrucci mette un giallo nel giallo con un ribaltamento finale. Perché forse questo famoso vampiro, da Polidori in poi, non è mai stato esattamente un vampiro.
E che cos’altro potrebbe essere, allora?
A voi il piacere di scoprirlo mentre Lastrucci vi guida per le glorie e le vergogne della Hollywood anni ‘30.

Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato per le principali reti televisive nazionali, il teatro lirico e di prosa con i laboratori Golem Studio e Metaluna, mentre attualmente porta avanti il progetto artistico “Nuages – morbidi approdi” col fratello Paolo. Nel 1987 disegna l’albo a fumetti La guerra di Martìn, su testi del drammaturgo Francesco Silvestri. Come autore di testi ha messo in scena lo spettacolo teatrale “Racconti salati” (con Fioravante Rea e Fulvio Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite da Stregatto Editore, Malatempora, Il Foglio Letterario, Ghost, Xenia, CS_libri, Perrone, Montag, DelosBooks, Ciesse e Dunwich. Collabora con interviste e articoli sul fumetto con le riviste “Delos Science Fiction” e “Fralerighe fantastico”. Con le Edizioni Scudo nel 2012 propone il saggio “I territori del fantastico”, una raccolta di interviste semiserie con autori italiani e stranieri. Nel 2014 pubblicherà l’e-book “Max Satisfaction” con le edizioni La mela avvelenata e con Dunwich edizioni il suo primo romanzo ambientato nella Hollywood degli anni ’30.

:: La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare, Johanna Basford, (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2015

img1990-gAlbum da colorare per adulti è la bella idea messa in forma da Johanna Basford, artista scozzese che in Inghilterra, Francia e anche in Italia sta riscuotendo grande successo con i suoi libri disegnati. L’ultimo, pubblicato da Gallucci, è La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare (giunta già alla seconda ristampa in Italia) un album con disegni tutti da colorare e da scoprire ad ogni pagina. Il libro non è fatto solo per essere riempito di colori, ma in esso ci son intricate decorazioni vegetali dietro alle quali si nascondo animali o oggetti da trovare. Non mancano disegni che il lettore deve completare e enigmi disegnati da risolvere per trovare i nove simboli presenti nell’intreccio disegnato e arrivare alla sorpresa finale. La foresta incantata è un libro adatto agli adulti, ma è molto apprezzato anche dai ragazzi. Colorando le pagine del libro si prova un senso di rilassamento e di partecipazione attiva che permetterà di scoprire ogni creatura, piccola o grande che sia, nascosta nella misteriosa foresta uscita dalla mano della Basford. I suoi disegni mi hanno ricordato molto da vicino la vegetazione della compagna scozzese e allo stesso tempo certi motivi decorativi dei tessuti per vestiti e pure lo stile floreale di William Morris, disegnatore e scrittore britannico, tra i fondatori dell’Art and Crafts (arti e mestieri), il movimento di riforma delle arti applicate, nato nel regno unito in opposizione all’imperante industrializzazione. La foresta incantata è un libro per immagini a cui dare vita attraverso il colore e che allo stesso tempo vi darà la sensazione di partecipare alla realizzazione di una opera d’arte che per la minuziosa attenzione ricorda un po’ l’arte di creazione dei mandala tibetani dove calma, attenzione e precisione danno vita a forme e colori che raccontano il processo di formazione del cosmo. La foresta incantata della Basford, magari non racconta come è nato l’universo, ma di certo invita il lettore a contribuire ad animare, con la propria fantasia cromatica, il mondo fantastico da lei disegnato. Colorare questo libro è un passatempo e allo stesso tempo un’attività artigianale che permetterà a chi la metterà in atto di esprimere al meglio la propria creatività e di rilassare il proprio intelletto e corpo.

Johanna Basford è un’ illustratrice fanatica dell’inchiostro e si è formata al Duncan of Jordanstone College of Art and Design con una tesi dedicata al tessile, cioè alla colorazione e alla pittura dei tessuti.  Johanna Basford, ha lavorato per case di moda popolari come H&M, ma anche di grandissimo prestigio come Hermes, azienda per la quale ha realizzato disegni esclusiviTra i suoi clienti di maggiore prestigio ci sono anche Sony, Starbucks, Chipotle, Absolute Vodka. Questo è il suo sito  www.johannabasford.com. Il suo primo libro, Il giardino segreto, ha avuto grande successo in tutto il mondo. L’edizione italiana, pubblicata da Gallucci, è stata ristampata più volte.

:: Una famiglia imperfetta, Nicola D’Attilio (Edizioni San Paolo, 2015)

14 Maggio 2015

famiClelia e Diego. Lei è la maestrina seria e un po’ noiosa, lui è l’esperto di marketing che si accompagna a una donna diversa ogni weekend: basta una strana notte e i due si troveranno uniti a fronteggiare l’inaspettato. Inaspettato è quel bambino che cresce nella pancia di Clelia e che lei non vuole; inaspettato è il mondo di Diego che frana come un castello di carte; inaspettati sono i misteri che la gravidanza scoperchia, tra stramberie e problemi di amici e famigliari. Inaspettata è la vita che cambia senza che tu sia pronto, e chissà che alla fine non abbia ragione lei. Con un intreccio di vicende ad alto contenuto emotivo e di situazioni divertenti, l’esordio di Nicola D’Attilio è un romanzo, leggero e profondo a un tempo, sull’amicizia e la famiglia; un manuale su come stare uniti e costruire la perfetta famiglia imperfetta.

– Clelia!
Fu sorpresa da una voce alle spalle; la riconobbe senza fatica nonostante fosse ormai lontana settimane. Si voltò e lo vide: il padre biologico era lì, a pochi metri, ignaro di tutto.
Avanzava con passo disinvolto, stretto in una giacca di pelle nera con collo alla coreana, jeans slavati e scarpe da passeggio che lasciavano intravvedere, con studiata noncuranza, un prezioso baffo rosso sulla linguetta.
Rivederlo dopo quell’unico incontro ebbe l’inatteso effetto di scoperchiare un groviglio di reminiscenze che nemmeno pensava di avere. Era più carino di quanto lo ricordasse ma non era quello il punto; il nodo che sentiva allo stomaco suggeriva la presenza di domande che aveva sapientemente eluso: una su tutte chiedeva non tanto chi fosse, ma cosa rappresentasse quell’uomo per lei. Gli andò incontro cercando di allontanare i dubbi e di godersi la serata, come imposto da sua sorella.
– È tanto che aspetti? – disse Diego, sfiorandole la guancia con un bacio. Il profumo dell’uomo le solleticò le narici, ricordandole la mattina del loro primo incontro.
– No, figurati.

Interno familiare. In una cucina, economica. Madre, padre e figlia che parlano di un’altra figlia ancora, tra Tarallucci del Mulino Bianco inzuppati nel latte e inaspettate rivelazioni. Così inizia Una famiglia imperfetta, romanzo d’esordio di Nicola D’Attilio, giovane (ma non proprio giovanissimo) scrittore genovese, classe ’76, della scuola di narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Verrebbe da dire “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” ma sarebbe fuorviante, questo romanzo non è un dramma, nè un affresco di costume che stigmatizza, nel caso di Lev Tolstoj, l’adulterio. E’ una commedia, che sì tratta temi seri e a volte drammatici come l’aborto e le gravidanze non volute o anche solo l’immaturità sentimentale, ma lo fa con freschezza e leggerezza, e con una sorta di joie de vivre tipica di quelle commedie brillanti anni 60, che trovano sempre meno spazio nel mondo gravato dalla crisi di questi anni.  E’ sempre un romanzo edito dalle Edizioni San Paolo, difficilmente troverete una difesa ad oltranza dell’aborto come pratica medica, ma non aspettatevi un pamphlet morale, qui si parla principalmente di sentimenti, e di come i personaggi affrontano i vari dilemmi morali che la vita gli riserva. Non ci sono giudizi, condanne, ma semplicemente una visione alternativa su cosa può capitare a chi si trova ad essere genitore, quasi per sbaglio. E Clelia e Diego sono senz’altro due improbabili genitori, imperfetti a modo loro, protagonisti di questa commedia corale che vede altri personaggi dire la loro sulla faccenda con esiti buffi e imprevedibili.  Con ironia e umorismo D’ Attilio, parla di amicizia, di amore, di senso della famiglia, di crescita personale, e lo fa con uno stile vivace e pieno di brio. Riusciranno Clelia e Diego a diventare una coppia? Beh vi toccherà leggere il romanzo per scroprirlo, ma vi assicuro sarà una lettura piacevole.

Nicola D’Attilio, nato a Genova nel 1976, si è laureato in Informatica e lavora nella progettazione di sistemi di sicurezza fisica nel campo dei trasporti. Ha partecipato alla seconda edizione de La Bottega di Narrazione a cura di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

:: Tacchi e taccheggi, Desy Icardi (Golem, 2014) a cura di Elena Romanello

10 Maggio 2015

indexDue donne, la ricca borghese Barbara, oppressa da un desiderio di maternità frustrato e dalla noia, e Lydia, dalla vita inconcludente tra un lavoro precario in un call center e un’attività da borseggiatrice, si trovano in un centro commerciale di Torino nello stesso momento, accusate entrambe di taccheggio. Portate in una stanza a parte per essere interrogate in attesa della denuncia, vengono dimenticate nell’edificio al momento della chiusura e nelle lunghe ore solitarie iniziano a parlarsi, scoprendo di avere molto più in comune di quello che pensavano.
Desy Icardi, cabarettista e blogger, interprete del mondo delle donne, costruisce quello che a prima vista potrebbe sembrare un romanzo chick lit, ma che in realtà parla dell’universo femminile, dell’oggi, delle contraddizioni delle vite, di divertimento e dramma, con rara maestria.
Un anonimo centro commerciale a Torino, un non luogo uguale in ogni parte del mondo dove ogni giorno arrivano persone di ogni tipo, fa da sfondo a questo scontro tra due meteore impazzite, due donne agli antipodi, una che ha tutto tranne che l’essenziale e l’altra che non ha niente e deve trovare l’essenziale, di età e condizione diversa, non certo due eroine, nemmeno le due classiche bamboccie anche un po’ irritanti da chick novel, simbolo del mondo di oggi, dove le aspettive di cui si viene investiti, soprattutto se donne, non sono sempre realizzabili e nemmeno auspicabili.
Tacchi e taccheggi è un romanzo agile e veloce, che diverte, ma che fa pensare e riflettere su tanti aspetti di oggi, dalla solitudine al lavoro precario, dall’esclusione sociale all’alienazione, e Barbara e Lydia, non ribelli e senza cause, possono trovare l’una nell’altra quello che manca loro nella vita, il riconoscimento e qualcuno con cui parlare davvero.
Un libro torinese ma universale, proposta della casa editrice subalpina Golem, che propone nuove voci o comunque voci insolite nel panorama della letteratura. La prefazione di questo viaggio nell’oggi e nell’animo di due donne insolite è di Massimo Tallone, scrittore e terapista bibliofilo, anche lui abitante sotto la Mole.
Tacchi e taccheggi piacerà a chi ama le storie insolite e chi vuole riflettere sull’oggi in maniera lieve ma non certo superficiale.

Desy Icardi, torinese, è cabarettista, scrittrice, blogger, insegnante di scrittura creativa, ha dedicato la sua vita a sviscerare il rapporto tra le donne e la risata. Il suo sito ufficiale è http://www.desyicardi.it/

:: Principessa dei Coralli, Tea Stilton, (Piemme, 2009) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2015

teaUn tempo il regno della fantasia era un unico regno governato da un unico sovrano. Purtroppo il troppo potere lo ha reso egoista e malvagio, costringendo così un nuovo sovrano a combatterlo e detronizzarlo. Il nuovo sovrano aveva cinque figlie e ha così deciso di dividere il regno tra di loro: il regno dei ghiacci, il regno dei corali, il regno del deserto, il regno delle foreste e il regno del buio.
È proprio nel regno dei coralli che si svolge questa storia.
Kalea è la principessa del regno dei coralli. Vive nel palazzo con due fratellastri, due ragazzi gemelli trovati nel mare quando erano ancora in fasce e fatti crescere al palazzo come se fossero stati i suoi fratelli.
La vita sembra scorrere tranquillamente, quando un giorno viene ritrovato in spiaggia un ragazzo. Kaliq viene dal regno del deserto, era in spedizione per studiare nuove tipologie di piante quando la sua nave viene attaccata dai pirati. La nave cola a picco e tutto l’equipaggio è stato ucciso, tranne lui.
Kaliq riesce a conquistare la fiducia e il cuore di Kalea, ma strani avvenimenti fanno sì che tra di loro insorgano dei dubbi…
Un ottimo romanzo per bambini, ma anche per i più grandi.
La trama è talmente coinvolgente che ti porta a leggere il libro tutto d’un fiato, passando l’intera nottata attaccata alle sue pagine, sentendo il cuore battere all’unisono con quello della protagonista, tifando per i gemelli e per Kalea quando gli eventi fanno credere che il nemico sia la persona sbagliata.
Descrizioni strepitose come siamo abituati a trovare nei libri degli Stilton, partendo da quelli di Gerolamo arrivando fino a Tea ai tanti loro parenti.
Una fiaba che sa far sognare insegnando anche l’importanza della sincerità, della famiglia e dell’amore.

Tea Stilton Elisabetta Dami nasce a Milano nel 1958 ed è l’autrice e l’inventrice dei libri di Geronimo Stilton e di tutta la famiglia Stilton, compresa Tea Stilton, pseudonimo che utilizza per la saga delle Principesse del regno della fantasia.
Figlia dell’editore Pietro Dami, fondatore nel 1972 della Dami Editore, inizia a soli 13 anni a lavorare come correttrice bozze nella casa editrice di famiglia. A 19 anni inizia a scrivere brevi racconti per ragazzi e assiste come volontaria bambini malati, esperienza che la porta a inventare il personaggio di Geronimo Stilton. L’idea di creare un topo antropomorfo come protagonista di storie ha talmente successo che inizia a scrivere usando prima il suo personaggio come pseudonimo, poi creandogli una famiglia intera intorno, trasformando la sorella Tea Stilton in scrittrice anch’essa. Tutto questo successo permette alla Dami di continuare ad aiutare i bambini malati, orfani e abbandonati.

:: L’Accademia del Bene e del Male, Soman Chainani, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

9 Maggio 2015

indexNel regno di Gavaldon, luogo dove le fiabe e i loro protagonisti sono realtà e Storia, vivono la bionda Sophie, aspirante principessa delle favole fin dalla nascita, cresciuta e comportatasi come tale, e la bruna Agatha, a prima vista perfetta come strega e antagonista, a cominciare da quella che è la sua abitazione in mezzo alla palude. Entrambe aspettano di essere ammesse all’Accademia del bene e del male, scuola del loro mondo che dovrebbe farle diventare la protagonista e l’antagonista che sembrano destinate ad essere, ma quando Sophie finisce con i cosiddetti cattivi e Agatha finisce con i buoni ufficiali qualcosa di strano e insolito sembra essere accaduto, e forse tutto può ancora essere riscritto.
L’idea della scuola di magia può richiamare Harry Potter, ma l’Accademia di questo libro non ha praticamente nulla in comune con Hogwarts, e il rileggere le fiabe è ormai una costante di film, telefilm, fumetti e romanzi, dal fumetto Fables al serial Once upon a time, ma qui il tutto avviene in un’ottica comunque originale.
Nelle pagine di un romanzo di formazione per ragazzi ma intrigante e non scontato anche per adulti, guarnito nell’edizione italiana dalle immagini di Jacopo Bruno, la storia gioca con archetipi e stereotipi, partendo dalle fiabe, certo, ma come metafora potente delle etichette che vengono date nella vita reale alle persone, etichette che nascono appunto nella preadolescenza e che possono influenzare le persone per tutta la vita.
In particolare, risulta molto interessante la visione al femminile dell’insieme, attraverso i due archetipi per eccellenza, la principessa buona e la strega cattiva, archetipi della narrazione fantastica ma anche di vari generi letterari e non, oltre che stereotipi di comportamento alla fine imposti spesso alle bambine e ragazzine della vita reale. Sophie e Agatha non sono assoluti, non sono monoliti, sono due amiche, e ciascuna delle due saprà trovare la forza in se stessa e nell’altra di provare a cambiare il mondo, e non solo con i poteri magici, ma con intelligenza, determinazione, voglia di fare e con il legame che le unisce.
Una storia fiabesca e fantastica, avvincente, ma anche un modo per parlare di diversità, ruoli imposti, ribellione, capacità di reinventare il mondo, oltre gli schemi predefiniti che, nella fantasia e nella realtà, ognuno ma soprattutto le ragazzine trovano loro imposti. In tempi di conformismo la cosa non è niente male, anche perché viene trattata in maniera soft e non retorica, strizzando l’occhio alle fan delle Winx e non solo.

Soman Chainani è laureato ad Harvard summa cum laude con una tesi sul perché i personaggi femminili cattivi nella letteratura siano così affascinanti, si è occupato a lungo di cinema sperimentale e ha partecipato a oltre 150 festival in tutto il mondo con i suoi cortometraggi. Questo è il suo primo romanzo, già tradotto in 18 lingue.

:: La donna che collezionava farfalle, Bernie McGill (Bollati Boringhieri, 2011) a cura di Micol Borzatta

9 Maggio 2015

donnachecolezionavafarfalle1982 Charlotte, una bambina di pochi anni, solo quattro, viene ritrovata morta per soffocamento dentro al guardaroba di casa sua con le mani legate. La colpa ricade sulla madre Harriet, conosciuta per i suoi metodi molto rigidi di punire i figli. Harriet, infatti, aveva l’abitudine di chiudere i figli dentro al guardaroba per punirli e solo lei era capace di fare il nodo che aveva bloccato le mani alla piccola.
1968 Anna, ultima discendente di Harriet, è incinta e sta tornando a casa con il marito, però prima di far ritorno vuole fare chiarezza sul terribile fatto che ha colpito la sua famiglia.
Inizia così un lunghissimo scambio di lettere tra Anna e la sua tata Maddie, che era al servizio per Harriet ai tempi della morte di Charlotte, e la lettura del diario che Harriet scrisse mentre era in carcere.
Un romanzo davvero coinvolgente che collega due epoche molto particolari trasportando il lettore indietro nel tempo, in un periodo in cui i rapporti tra genitori e figli erano molto duri.
Le descrizioni sono poco minuziose a livello fisico, essendo il romanzo scritto come una raccolta di lettere, ma molto approfondite a livello psicologico e sentimentale facendo vivere al lettore in prima persona tutti i dubbi provati da Harriet e i dolori emozionali provati durante la sua infanzia, cresciuta da una madre che le preferiva la sorella e la puniva per qualsiasi azione e pensiero da lei compiuto, con l’unica passione quella di collezionare farfalle, seguire la loro crescita da quando erano solo larve, accudirle e vedere sbocciare, per poi infilzarle ancora vive in modo da non perderne i colori. Proprio da questa sua passione arriva il titolo del libro.
Il tema trattato è molto forte, specialmente trattandosi di un fatto accaduto realmente e documentato.
Un romanzo che consiglierei veramente a tutti che fa aprire gli occhi su alcune mancanze che purtroppo sono esistite nella nostra storia.

Bernie McGill vive a Portstewart, nell’Irlanda del Nord, con la sua famiglia ed è una commediografa. Nel 2008 ha vinto il premio Zoetrope: All-Story Fiction Contest voluto da Francis Ford Coppola. La donna che collezionava farfalle è il suo primo romanzo.

:: Diciannove Novantuno, Davide Cavazza, (Leone editore 2014) a cura di Viviana Filippini

9 Maggio 2015

indexVi è mai capitato di avere dei numeri o delle parole o qualcosa che ritorna in modo ossessivo nella vostra vita?  Per Matteo Torrente sono il diciannove e il novantuno, dato chiaro fin dal titolo del nuovo romanzo di Davide Cavazza, uscito Leone Editore. Se scriviamo le due cifre in numeri e non in lettere, esce 1991, l’anno in cui si compie per il protagonista una vera e propria trasformazione esistenziale. Matteo è un adolescente alle prese con i futuri esami di maturità, ma a dire la verità, è più coinvolto dagli allenamenti di nuoto, perché lui, non solo ha un davanti è sé un domani come nuotatore nella nazionale italiana, ma si sta preparando al meglio per qualificarsi alla olimpiadi di Barcellona. L’arco temporale nel quale si svolge il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Matteo va da gennaio a dicembre del 1991. Dodici mesi durante i quali la giovane vita del protagonista sarà scossa da eventi e da incontri che lo porteranno a confrontarsi con il presente e con un passato del tutto sconosciuto e sconvolgente, che metteranno a dura prova la sua integrità fisica e psicologica. Matteo vive con la madre Bianca, a Bologna. Il padre, importante avvocato, è morto quando lui era bambino e la donna lo sta crescendo dandogli tutto l’amore e gli insegnamenti per renderlo una persona matura ed equilibrata. Ad un certo punto la mamma esaudisce un desiderio di Matteo e gli regala la tanto amata e desiderata moto nera. Tutto si incrina quando la madre Bianca lo metterà in contatto con suo nonno Carlo Cagni, ex gerarca nazifascista sospettato di aver compiuto diverse stragi. L’uomo è molto conosciuto apprezzato da alcuni compagni di classe del protagonista (Teschio venera l’anziano come se fosse una eroe), mentre Matteo preferirebbe non essere nemmeno parente di Cagni. Quando il ragazzo incontrerà il nonno Carlo, per lui ci sarà la scoperta di dolorose verità che lo indurranno a fare i conti con le proprie origini (il nonno gli racconta cosa accadde quando era un soldato accogliendolo in una casa dove il nero è ovunque e, inoltre, gli rivela che sua madre non si chiama Bianca, come dice lei, ma il suo nome vero è Nera). Matteo è sconvolto da questa sua parte di vita e quando la madre lo lascerà per sempre, lui dovrà affrontare il futuro contando su di sé e su quelle poche e vacillanti sicurezze che credeva di avere. Il protagonista è un bel ragazzo, figlio unico, fisico perfetto e sicuro di ogni cosa, poi i fatti vissuti lo destabilizzano e non sono tanto i compagni e compagne di scuola che se ne approfittano della sua prestanza e bellezza per usarlo come un oggetto. A far soffrire Matteo è il disintegrarsi dell’armonia familiare che lui e la madre si stavano creando. Una volta rimasto solo il protagonista del romanzo di Cavazza dovrà rimboccarsi le maniche, combattere con uno stato depressivo che lo indurrà a tentare di fare il peggio. Saranno l’aiuto dell’amico di sempre – Leonardo Salice, un aspirante pianista che poi deciderà di fare il medico – e della professoressa Bruni, che il giovane uomo troverà un nuovo equilibrio. Davide Cavazza, come aveva già fatto nel precedente romanzo La gabbia, riesce a tracciare una psicologia accurata del protagonista e di tutti coloro che gli gravitano attorno, dando vita a personaggi letterari muniti di comportamenti reali. Diciannove novantuno è una storia di vita dal ritmo serrato, incalzante, che invoglia chi legge ad andare avanti per capire cosa farà Matteo della sua esistenza e delle sue passioni. A rendere questo libro coinvolgente e realistico, giocano un ruolo importante l’accurato lavoro di ricostruzione storica e l’inserimento di personaggi realmente vissuti e di eventi accaduti, che fecero la storia della Bologna e dell’Italia del 1991 e del passato.

Davide Cavazza è nato a Bologna il 3 gennaio 1972 ed è consulente per diverse organizzazioni non governative. Ha scritto il manuale Campagne per le Organizzazioni Non Profit (emi, 2006), e con Leone Editore è al suo secondo libro dopo La gabbia (2013).

:: Tamara de Lempicka – Icona dell’Art déco -, Vanna Vinci (24 ORE Cultura, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 Maggio 2015

tamIniziamo con un gioco.

Immaginate di essere una donna comune a fine ‘800 – inizi ‘900. Fatelo. Chiudete gli occhi ed ecco che, in un momento, vi troverete catapultati a badare alla casa e alla famiglia, quasi sicuramente verserete in una condizione economica non delle più agiate, com’è sicuro che avrete qualcuno, vostro marito, fratello o figlio partito per il fronte e non è più tornato. Patite la fame, vivete di stenti, siete solo persone del popolo, non potete permettervi agi o svaghi, vorreste partire, scappare dalla guerra, ma non potete.

Eppure vivete nello stesso secolo di tanti intellettuali, artisti, discendenti di grandi casate aristocratiche. Come dovete affrontarle voi la guerra e la fame tocca anche a loro. Siamo pur sempre in quello che è stato definito il Secolo Breve dallo storico e scrittore britannico Hobsbawn, il Secolo delle Antinomie, dei contrari e degli estremismi, dei fermenti culturali e delle bombe, delle avanguardie e delle fughe all’estero, lontano dagli orrori della guerra. In una parola, il Novecento.

Tra tutti quegli artisti c’era anche lei, Tamara de Lempicka, pittrice nata a Varsavia, ma diventata poi cosmopolita, artista vera, nelle ossa, nella carne e nell’animo, quel tipo di artista che niente aveva in comune con le donne del suo tempo.

Ci troviamo a cavallo tra la rivoluzione bolscevica e le due guerre mondiali.

Indipendente, spregiudicata, determinata, Tamara vive nel nome della sua arte e si nutre dei frutti del suo talento. Sapeva che sarebbe riuscita a farsi notare fin dalla tenera età… e ci è riuscita.

Cerco di vivere e creare in modo tale da imprimere sia alla mia vita che alle mie opere il marchio dei tempi moderni“, come ci dice Tamara stessa. Una vita affrontata con coraggio nel nome della modernità, quindi.

La conoscete? Spero di sì.

Lei, quella donna sapeva il fatto suo fin da bambina. Lei, capace di far fronte a tutte le difficoltà della vita grazie alla sua personalità e sfrontatezza. Lei, alla fine, era molto più umana di molti altri (sebbene possiamo essere sicuri che non l’avrebbe mai ammesso) e, per questo motivo, non immune da crolli psicologici e depressione.

Sono rimasta così affascinata dall’esistenza di questa grande artista, spesso messa in un angolino soprattutto dai critici a lei contemporanei, da pensare che anche Vanna Vinci abbia pensato la stessa cosa quando ha impugnato la matita con la decisione di creare questo splendido graphic novel che stringo gelosamente tra le mie braccia, Tamara de Lempicka – icona dell’Arte decò – pubblicato a marzo da 24 ORE Cultura.

Vanna Vinci ci riporta indietro nel tempo, dando voce alla vera Tamara, e lo fa con consapevolezza storica e tratti decisi che colpiscono al primo sguardo.

Tamara è bellissima e sa di esserlo, dall’infanzia all’età matura. Sempre giovane, bella e – cosa fondamentale –  moderna. Non si risparmiava in nessun ambito: percorso artistico e professionale, vita mondana, compromessi, eccessi, conoscenze, flirt vari, promesse non mantenete e liaison. I soldi, il fascino, la celebre Bugatti verde del suo autoritratto alla guida che, in realtà non fu mai sua.

Questo è il mondo di Tamara. Questa è la realtà che ama.

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E ancora: salotti culturali, locali di bassa lega, sesso, festini, cocaina, canoni di bellezza estremizzati e spesso giudicati dalla Lempicka, la palese lontananza da Marinetti, il Futurismo e le altre avanguardie in generale, l’orrore provato nei confronti del poeta D’Annunzio e di quell’estetismo ostentato e ripugnante.

Vanna Vinci ci presenta una Tamara senza peli sulla lingua, dissoluta, sfrontata ma sempre fuori dai guai. Affascinante ed affascinata dal senso del bello, dalla consistenza dei corpi, dallo studio e riproduzione su tela di nudi femminili.

La figure di sua madre, nonna e sorella furono gli unici punti fermi nella vita sregolata di Tamara.   Il matrimonio fallito con un giovane aristocratico, da cui nacque la sua unica figlia, la fatica ad ingranare come artista, quella sicurezza mostrata al mondo sempre a testa alta, ma che nasconde un enorme vuoto ci permettono di entrare in diretto contatto con quest’artista.

Sempre in viaggio tra San Pietroburgo, Firenze, Venezia, Roma, la passione per il Rinascimento, Parigi e la sua dissolutezza, l’America e la sua modernità, New York e il sogno hollywoodiano, il soggiorno a Houston con la figlia – sua  principale antagonista, colpevole forse di minare alla sua immagine di donna totalmente autonoma, sempre al centro del tempo e dello spazio artistico e al contempo sua croce e delizia. Infine il Messico, dove passò gli ultimi anni della sua vita.

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Questo graphic novel non fa altro che riconfermare la bravura di Vanna Vinci, che riesce a rendere una biografia sconosciuta ai più in una storia avvincente e ben strutturata dal punto di vista psicologico ed emozionale. Quarantasei pagine di amore puro per bellezza e arte riportano in vita Tamara de Lempicka come se cosse una persona famosa dei nostri giorni. Probabilmente avrebbe vissuto meglio negli anni 2000, chi può dirlo.

Da non dimenticare la mostra monografica dedicata a quest’artista senza tempo in programma al Palazzo Chiablese di Torino fino al 30 agosto 2015 (www.mostratamara.it).

Immagini © Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicata a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

Tamara de Lempicka, artista polacca, esponente dell’Art déco. Al secolo Tamara Rosalia Gurwik, nasce a Varsavia nel 1898 e muore a Cuernavaca, in Messico, nel 1980. Il suo stile pittorico, iperrealista, pungente e moderno la allontana da quasi tutte le correnti e le avanguardie del ‘900, contribuendo così a renderla, molto spesso, incompresa dalla critica. In realtà, la sua spregiudicatezza e il suo senso di modernità altro non fanno che donarle la fama di artista eterna, che attraversa tutti i tempi.

:: Mediorientarsi – La Maschera della Verità, Pınar Selek, (Fandango Libri, 2015) a cura di Matilde Zubani

7 Maggio 2015

maschera-veritàNata nel 1971 in una  famiglia di Istanbul, laica e di sinistra, Pınar Selek non ha mai sentito parlare di armeni, finché un giorno la madre farmacista saluta una vicina di casa chiamandola “madame Talin”. Incuriosita, chiede chiarimenti e scopre che “madame” è l’appellativo riservato alle donne greche e armene, per distinguerle dalle turche “hanim“.
A scuola Pınar studia sul suo manuale che “il diavolo chiamato ‘armeno’ era l’eterno nemico del turco” e recita ogni giorno lo slogan “felice chi si dice turco!”, ma poco a poco questa granitica verità inizia a sgretolarsi sotto i suoi occhi.
Pınar scoprirà che madame Talin è parte del “resto della spada”: espressione feroce usata per indicare gli armeni sopravvissuti al massacro avvenuto in Anatolia del 1915. Molti si sono salvati fuggendo a Istanbul, diventando invisibili, forzatamente assimilati a un’identità che non appartiene loro.
In Turchia sono gli anni duri del colpo di stato militare guidato dal generale Kenan Evren (12 settembre 1980), molti oppositori al regime riempiono le carceri (tra cui il padre della stessa autrice). Pınar Selek comincia a militare in diversi movimenti femministi, antimilitaristi e di estrema sinistra scoprendo, con rammarico che pur rifiutando ogni forma di nazionalismo, hanno ereditato la negazione del massacro e perso la memoria. Nel luglio del 1998 anche lei viene arrestata e torturata con lo scopo di farle confessare complicità inesistenti in un attentato inventato.
Una volta fuori, però, la lotta interiore continua e continuano gli incontri: prima con un ottantenne sagrestano armeno che vive nella chiesa dei Tre-Altari dopo essere rimasto completamente solo e che ha trovato nella fede la sua unica consolazione; poi con Hrant Dink: un armeno che non si nasconde, fondatore del primo giornale bilingue turco-armeno, Agos. Il giornale si fa portavoce di una domanda che suona scomoda alle orecchie di molti: dove sono gli armeni? Inutile dire che la voce di Hrant Dink viene presto messa a tacere da tre colpi di pistola nel gennaio del 2007.
Nel 2009 Pınar Selek lascia definitivamente la Turchia e si ritira in Francia, in esilio.
Con questo libro Pınar Selek ci consegna una testimonianza che cerca di spiegare al lettore cosa si prova a vivere in una città dove i nomi armeni sono stati cancellati dalle insegne, in un paese che, a cento anni di distanza, ancora non ha fatto i conti con le pagine nere e controverse del proprio passato.
Uno scritto che non vuole essere un vero e proprio racconto, ma piuttosto un collage autobiografico e intimista, forte, polemico. La traduzione (dal francese) curata da M. Maddamma riesce a rendere perfettamente il clima di tensione e frustrazione di quei giorni, di quegli anni vissuti dall’autrice e da molti altri.
Consiglio questo libro perché il dibattito sulle minoranze dimenticate e la tendenza a mettere in discussione giudizi storici consolidati non riguardano solo la Turchia e sono più che mai attuali.

Pınar Selek – Pınar Selek è una sociologa e attivista turca nata nel 1971 a Istanbul. Dal 2006 è l’editrice della rivista femminista Amargi. Dal 2009 vive in esilio in Francia, dove è ricercatrice all’École normale supérieure di Lione. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo “La maison du Bosphore”.

Turchia, 1980Il colpo di stato del 12 settembre 1980 rappresenta uno dei momenti più tragici della storia turca. I militari presero il potere al culmine di una crisi molto difficile per la Turchia, tra stagnazione economica, instabilità politica e soprattutto una guerra civile strisciante tra gruppi di destra e di sinistra. La dittatura militare durò tre anni, durante i quali si contano 650mila arresti, oltre 200 morti per tortura, 50 esecuzioni capitali, oltre 1 milione e mezzo di persone schedate, migliaia di esiliati politici e di insegnanti licenziati, decine di migliaia di associazioni soppresse. Le vittime principali del colpo di stato furono gli attivisti e gli intellettuali di sinistra e il movimento autonomista curdo. Al di là delle violenze, le implicazioni del golpe nella politica turca furono molteplici e cariche di conseguenze ancor oggi tangibili. Nel 1982 venne redatta una nuova Costituzione (più volte emendata ma ancora in vigore) che introduce, ad esempio, una soglia elettorale del 10% per rendere il sistema partitico più gestibile, consentendo quindi l’accesso in Parlamento ad un massimo di due o tre fazioni politiche.
Nel 2014 l’Alta Corte di Ankara ha condannato all’ergastolo gli ultimi due protagonisti dell’azione golpista ancora in vita: il generale Kenan Evren, 96 anni, ex capo della giunta e settimo presidente della Turchia e Tahsin Sahinkaya, 89 anni, ex comandante dell’aviazione militare.