Aveva passato in rassegna con calma e metodo classe dopo classe, alunno dopo alunno. Per ogni viso aveva cercato di ricordare la persona in questione. Ci era riuscito nella maggior parte dei casi, anche se per alcuni gli era occorso tempo. Persino quelli con cui non aveva mai avuto a che fare si ripresentarono come spettri erranti nella banca dati della sua memoria. In compenso non era risucito a individuare nessun sospetto. Nemmeno uno tra tutti quei volti si era distinto tra gli altri, catturando la sua attenzione. Solo poche ore prima era sicuro che l’assassino dovesse essere da qualche parte in quell’annuario, ma adeso il dubbio si era insinuato in lui. Era sulla pista sbagliata? Decise di sfogliare le pagine un’ultima volta. Se non avesse trovato nulla avrebbe spento la luce e cercato di dormire un po’. Il fascicolo si aprì quasi spontaneamnete sulla 3C. Non sapeva quante volte avesse guardato quell’ immagine nell’ultima settimana, eppure non riusciva a disfarsi della sensazione che gli fosse sfuggito qualocsa. Qualcosa all’interno di quella fotografia. Era come se covasse un segreto.
Un nuovo ispettore arriva dalle fredde terre del nord Europa: Fabian Risk, antieroe problematico, svedese come il Kurt Wallander di Mankell (di cui ricorda per certi versi alcuni tratti), protagonista del romanzo d’esordio di Stefan Ahnhem, Domani tocca a te (Offer Utan Ansikte, 2014).
Edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto da Roberta Nerito, questo romanzo si inserisce quindi a pieno titolo nella grande corrente del poliziesco nordico e lo fa dignitosamente con picchi non privi di originalità (e cattiveria) che ne fanno un buon romanzo di genere e allo stesso tempo un affresco sociale credibile e attento alle problematiche più spinose di una Svezia ben lontana dall’idea stereotipata che molti si fanno (rivalità con la vicina Danimarca, bullismo, violenza contro le donne, carenze educative di genitori assenti).
Il giallo scandinavo se vogliamo è nato proprio come strumento di analisi della società e a mio avviso le sue prove più riuscite hanno fatto proprio questo, ci hanno parlato dei mali e delle contraddizioni di paesi in cui la ricchezza e il benessere economico non sono sempre sono andati pari passo con la felicità dei suoi abitanti.
Punto forte di questo romanzo, oltre al protagonista e a ben caratterizzati comprimari, è sicuramente l’indagine poliziesca fatta di continue riunioni in cui il nostro non brilla per cooperazione e gioco di squadra, per lo meno all’inizio quando una sua decisione estemporanea provocherà incidentalmente una morte evitabile con coseguenti sensi di colpa, false piste, intuizioni risolutive, e grazie all’autore si ha proprio l’impressione di accompagnare il protagonista passo passo nelle varie evoluzioni della trama, difficilmente prevedendo quale sarà il passo successivo.
Ahnhem gioca abbastanza pulito con il lettore, ci sono sì alcuni vicoli ciechi (tipo le chiavi di una cassetta di sicurezza in una cucina di una vittima), ma per lo più da giusti indizi preparando la rivelazione finale (davvero incredibile) degli ultimi capitoli (indizi che mettono sulla buona strada sulle scritte dei muri dei bagni, ma davvero incomprensibili prima della intuizione risolutiva del protagonista).
Capire perchè agisce l’assassino, quale filo logico segue la sua “vendetta” è tutta un’altra questione e se vogliamo la parte più interessante del romanzo che inizia con il trasferimento di Fabian Risk da Stoccolma alla sua città natale, Helsingborg, nel sud della Svezia. Capiamo subito che non è un tipo facile, a Stoccolma, dove lavorava nella sezione omicidi della polizia, lascia un passato che vorrebbe dimenticare, capace di mettere in crisi il suo equilibrio psicofisico e la sua stessa famiglia (c’è un’ altra donna nel suo passato) composta dalla moglie Sonja, con cui spera di ricominciare una nuova vita, e i suoi due figli.
Ad attenderlo dopo una breve vacanza, la divisione anticrimine della polizia di Helsingborg. Almeno questi sarebbero i piani, se il giorno stesso del suo arrivo, prima ancora dei mobili, che dovrebbero arrivare con il camion del trasloco, si presenta a casa sua il suo (futuro) capo, il commissario Astrid Tuvesson coinvolgendolo subito in un caso che lo tocca molto da vicino.
Un suo vecchio compagno di liceo, Jörgen Pålsson, viene ritrovato assassinato, con le mani amputate, nella scuola locale dove egli stesso insegnava. Accanto una foto di classe di trent’anni prima in cui il volto di Pålsson era stato cancellato. (Non a caso il titolo della versione in inglese, non ancora uscita, che traduce fedelmente il titolo originale è Victim Without A Face. In cui si nasconde un gioco con il lettore che capirete solo a lettura ultimata.)
Fabian Risk non ha un bel ricordo di Pålsson, nè degli anni del liceo, tormentato dai sensi di colpa causati da fenomeni di bullismo di cui non era vittima in prima persona, ma che lo costringevano a non intervenire e a guardare dall’altra parte quando un compagno veniva vessato. (Fatto che avrà ripercussioni anche nella sua vita di adulto). Pålsson era un picchiatore, Risk non si stupisce che gli abbiano amputato le mani, forse per un atto di vendetta per le angherie subite. E questa è la pista che per prima viene seguita con esiti inaspettati. E quando altri compagni di classe iniziano a essere uccisi il piano di questa vendetta emerge sempre più inquietante. E’ anche lo stesso Risk la prossima vittima dell’assassino? Perchè? E soprattutto riuscirà Risk a fermarlo prima che muoiano tutti?
Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Domani tocca a te è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie che vedrà protagonista il commissario Risk.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Se avete voglia di leggere qualcosa di spassoso, non troppo impegnativo e ricco di sentimento vi consiglio la storia di Faye, una giovane libraia a Brooklyn protagonista di Tutto cominciò con Tiffany, del tedesco Marzi Christoph, edito da Tre60. La vita di Faye scorre tranquilla tra i libri e la musica, anzi, a tratti potrebbe essere troppo calma poi, un giorno, in libreria entra un giovane che compra una vecchia edizione di Colazione da Tiffany di Capote e pronuncia una frase: “Certe storie sono come melodie” che cambierà per sempre l’esistenza di Faye. La ragazza rimane ammaliata da quelle parole, tanto che diventeranno per lei un mantra esistenziale. Il giovane che le ha dette compra sì libro di Capote, ma lascia il suo album di disegni nel negozio. Faye non perde l’occasione e decide di fare tutto il possibile per trovare il misterioso giovanotto partendo dal suo nome, Alex, riuscendo a scovarlo su Face Book. Tra i due giovani comincia un serrato scambio di messaggi, fino alla decisione di un incontro. Poi, quella che potrebbe diventare una storia d’amore perfetta, frana su se tessa, perché Alex e Faye raccontano in modo diverso il loro primo appuntamento avvenuto il 14 settembre. Per lui era domenica e si è sentito tradito vedendola con una altro. Per lei era venerdì e Alex non si è presentato. Chi mente e chi dice la verità tra Faye e Alex? Marzi costruisce una storia basata sul gioco di equivoci temporali e situazionali che pungolano la curiosità del lettore a procedere nella lettura per capire chi dei due personaggi protagonisti stia raccontando la verità. Faye cerca di sbrogliare l’intricata matassa che ha complicato il rapporto con Alex perché non riesce a capire lo strano comportamento del ragazzo e, nemmeno lei si ricorda di averlo incontrato prima del suo fatidico ingresso in libreria. Ad aiutarla nel superamento di questo stato di confusione mentale, e pure temporale, ci son il simpatico Mica, l’originale datore di lavoro tutto zen e yoga, e Dana, amica, a volte magari un po’ troppo prevaricatrice, di Faye. Il libro Colazione da Tiffany che compare spesso nella trama è il filo che lega i due protagonisti ed è quello che ad un certo punto porta Faye a sentirsi come Audrey Hepburn nell’omonimo film e, allo stesso tempo, il testo di Capote è anche il libro che Alex ha realizzato in una versione a fumetti nella speranza di trovare un editore interessato a pubblicarlo. Tutto cominciò con Tiffany ha venduto oltre 300.000 copie in Germania ed è in corso di traduzione in tutto il mondo. La sua trama è curiosa, a volte potrebbe sembrare un po’ labirintica, ma lo stile fluido della scrittura di Marzi e la buona traduzione di Manuela Carozzi portano chi legge a lasciarsi travolgere con piacere dalla ricerca di comprensione dei sentimenti e della mente umana messa in atto da Faye. Se come dice Alex: “Certe storie sono come melodie”, Tutto cominciò con Tiffany di Cristoph Marzi è un album da scoprire e ascoltare.
La casa è lussuosa, arredata con il gusto convenzionale e scenografico dato dai soldi e dall’invidia del Vecchio Mondo. Ovunque sciamano gruppi di invitati dai sorrisi luminosi come mezzelune bianche. Un popolo esclusivo che si riunisce per celebrarsi e officiare un rituale. È la notte di San Silvestro del 1936.
Album da colorare per adulti è la bella idea messa in forma da Johanna Basford, artista scozzese che in Inghilterra, Francia e anche in Italia sta riscuotendo grande successo con i suoi libri disegnati. L’ultimo, pubblicato da Gallucci, è La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare (giunta già alla seconda ristampa in Italia) un album con disegni tutti da colorare e da scoprire ad ogni pagina. Il libro non è fatto solo per essere riempito di colori, ma in esso ci son intricate decorazioni vegetali dietro alle quali si nascondo animali o oggetti da trovare. Non mancano disegni che il lettore deve completare e enigmi disegnati da risolvere per trovare i nove simboli presenti nell’intreccio disegnato e arrivare alla sorpresa finale. La foresta incantata è un libro adatto agli adulti, ma è molto apprezzato anche dai ragazzi. Colorando le pagine del libro si prova un senso di rilassamento e di partecipazione attiva che permetterà di scoprire ogni creatura, piccola o grande che sia, nascosta nella misteriosa foresta uscita dalla mano della Basford. I suoi disegni mi hanno ricordato molto da vicino la vegetazione della compagna scozzese e allo stesso tempo certi motivi decorativi dei tessuti per vestiti e pure lo stile floreale di William Morris, disegnatore e scrittore britannico, tra i fondatori dell’Art and Crafts (arti e mestieri), il movimento di riforma delle arti applicate, nato nel regno unito in opposizione all’imperante industrializzazione. La foresta incantata è un libro per immagini a cui dare vita attraverso il colore e che allo stesso tempo vi darà la sensazione di partecipare alla realizzazione di una opera d’arte che per la minuziosa attenzione ricorda un po’ l’arte di creazione dei mandala tibetani dove calma, attenzione e precisione danno vita a forme e colori che raccontano il processo di formazione del cosmo. La foresta incantata della Basford, magari non racconta come è nato l’universo, ma di certo invita il lettore a contribuire ad animare, con la propria fantasia cromatica, il mondo fantastico da lei disegnato. Colorare questo libro è un passatempo e allo stesso tempo un’attività artigianale che permetterà a chi la metterà in atto di esprimere al meglio la propria creatività e di rilassare il proprio intelletto e corpo.
Clelia e Diego. Lei è la maestrina seria e un po’ noiosa, lui è l’esperto di marketing che si accompagna a una donna diversa ogni weekend: basta una strana notte e i due si troveranno uniti a fronteggiare l’inaspettato. Inaspettato è quel bambino che cresce nella pancia di Clelia e che lei non vuole; inaspettato è il mondo di Diego che frana come un castello di carte; inaspettati sono i misteri che la gravidanza scoperchia, tra stramberie e problemi di amici e famigliari. Inaspettata è la vita che cambia senza che tu sia pronto, e chissà che alla fine non abbia ragione lei. Con un intreccio di vicende ad alto contenuto emotivo e di situazioni divertenti, l’esordio di Nicola D’Attilio è un romanzo, leggero e profondo a un tempo, sull’amicizia e la famiglia; un manuale su come stare uniti e costruire la perfetta famiglia imperfetta.
Due donne, la ricca borghese Barbara, oppressa da un desiderio di maternità frustrato e dalla noia, e Lydia, dalla vita inconcludente tra un lavoro precario in un call center e un’attività da borseggiatrice, si trovano in un centro commerciale di Torino nello stesso momento, accusate entrambe di taccheggio. Portate in una stanza a parte per essere interrogate in attesa della denuncia, vengono dimenticate nell’edificio al momento della chiusura e nelle lunghe ore solitarie iniziano a parlarsi, scoprendo di avere molto più in comune di quello che pensavano.
Un tempo il regno della fantasia era un unico regno governato da un unico sovrano. Purtroppo il troppo potere lo ha reso egoista e malvagio, costringendo così un nuovo sovrano a combatterlo e detronizzarlo. Il nuovo sovrano aveva cinque figlie e ha così deciso di dividere il regno tra di loro: il regno dei ghiacci, il regno dei corali, il regno del deserto, il regno delle foreste e il regno del buio.
Nel regno di Gavaldon, luogo dove le fiabe e i loro protagonisti sono realtà e Storia, vivono la bionda Sophie, aspirante principessa delle favole fin dalla nascita, cresciuta e comportatasi come tale, e la bruna Agatha, a prima vista perfetta come strega e antagonista, a cominciare da quella che è la sua abitazione in mezzo alla palude. Entrambe aspettano di essere ammesse all’Accademia del bene e del male, scuola del loro mondo che dovrebbe farle diventare la protagonista e l’antagonista che sembrano destinate ad essere, ma quando Sophie finisce con i cosiddetti cattivi e Agatha finisce con i buoni ufficiali qualcosa di strano e insolito sembra essere accaduto, e forse tutto può ancora essere riscritto.
1982 Charlotte, una bambina di pochi anni, solo quattro, viene ritrovata morta per soffocamento dentro al guardaroba di casa sua con le mani legate. La colpa ricade sulla madre Harriet, conosciuta per i suoi metodi molto rigidi di punire i figli. Harriet, infatti, aveva l’abitudine di chiudere i figli dentro al guardaroba per punirli e solo lei era capace di fare il nodo che aveva bloccato le mani alla piccola.
Vi è mai capitato di avere dei numeri o delle parole o qualcosa che ritorna in modo ossessivo nella vostra vita? Per Matteo Torrente sono il diciannove e il novantuno, dato chiaro fin dal titolo del nuovo romanzo di Davide Cavazza, uscito Leone Editore. Se scriviamo le due cifre in numeri e non in lettere, esce 1991, l’anno in cui si compie per il protagonista una vera e propria trasformazione esistenziale. Matteo è un adolescente alle prese con i futuri esami di maturità, ma a dire la verità, è più coinvolto dagli allenamenti di nuoto, perché lui, non solo ha un davanti è sé un domani come nuotatore nella nazionale italiana, ma si sta preparando al meglio per qualificarsi alla olimpiadi di Barcellona. L’arco temporale nel quale si svolge il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Matteo va da gennaio a dicembre del 1991. Dodici mesi durante i quali la giovane vita del protagonista sarà scossa da eventi e da incontri che lo porteranno a confrontarsi con il presente e con un passato del tutto sconosciuto e sconvolgente, che metteranno a dura prova la sua integrità fisica e psicologica. Matteo vive con la madre Bianca, a Bologna. Il padre, importante avvocato, è morto quando lui era bambino e la donna lo sta crescendo dandogli tutto l’amore e gli insegnamenti per renderlo una persona matura ed equilibrata. Ad un certo punto la mamma esaudisce un desiderio di Matteo e gli regala la tanto amata e desiderata moto nera. Tutto si incrina quando la madre Bianca lo metterà in contatto con suo nonno Carlo Cagni, ex gerarca nazifascista sospettato di aver compiuto diverse stragi. L’uomo è molto conosciuto apprezzato da alcuni compagni di classe del protagonista (Teschio venera l’anziano come se fosse una eroe), mentre Matteo preferirebbe non essere nemmeno parente di Cagni. Quando il ragazzo incontrerà il nonno Carlo, per lui ci sarà la scoperta di dolorose verità che lo indurranno a fare i conti con le proprie origini (il nonno gli racconta cosa accadde quando era un soldato accogliendolo in una casa dove il nero è ovunque e, inoltre, gli rivela che sua madre non si chiama Bianca, come dice lei, ma il suo nome vero è Nera). Matteo è sconvolto da questa sua parte di vita e quando la madre lo lascerà per sempre, lui dovrà affrontare il futuro contando su di sé e su quelle poche e vacillanti sicurezze che credeva di avere. Il protagonista è un bel ragazzo, figlio unico, fisico perfetto e sicuro di ogni cosa, poi i fatti vissuti lo destabilizzano e non sono tanto i compagni e compagne di scuola che se ne approfittano della sua prestanza e bellezza per usarlo come un oggetto. A far soffrire Matteo è il disintegrarsi dell’armonia familiare che lui e la madre si stavano creando. Una volta rimasto solo il protagonista del romanzo di Cavazza dovrà rimboccarsi le maniche, combattere con uno stato depressivo che lo indurrà a tentare di fare il peggio. Saranno l’aiuto dell’amico di sempre – Leonardo Salice, un aspirante pianista che poi deciderà di fare il medico – e della professoressa Bruni, che il giovane uomo troverà un nuovo equilibrio. Davide Cavazza, come aveva già fatto nel precedente romanzo La gabbia, riesce a tracciare una psicologia accurata del protagonista e di tutti coloro che gli gravitano attorno, dando vita a personaggi letterari muniti di comportamenti reali. Diciannove novantuno è una storia di vita dal ritmo serrato, incalzante, che invoglia chi legge ad andare avanti per capire cosa farà Matteo della sua esistenza e delle sue passioni. A rendere questo libro coinvolgente e realistico, giocano un ruolo importante l’accurato lavoro di ricostruzione storica e l’inserimento di personaggi realmente vissuti e di eventi accaduti, che fecero la storia della Bologna e dell’Italia del 1991 e del passato.
Iniziamo con un gioco.

Nata nel 1971 in una famiglia di Istanbul, laica e di sinistra, Pınar Selek non ha mai sentito parlare di armeni, finché un giorno la madre farmacista saluta una vicina di casa chiamandola “madame Talin”. Incuriosita, chiede chiarimenti e scopre che “madame” è l’appellativo riservato alle donne greche e armene, per distinguerle dalle turche “hanim“.
























