Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: The Squirrel Machine, di Hans Rickheit (Eris, 2017), a cura di Elena Romanello

24 luglio 2017
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Accanto a varie graphic novel a sfondo sociale, la Eris edizioni propone il gotico The Squirrel machine, di Hans Rickett, storia di una vita estrema in un Ottocento fuori dal tempo.
The Squirrel Machine racconta in maniera visionaria il rapporto tra due fratelli geniali e problematici, Edmund e William Torpor, che scuotono il paesino della provincia americana del New England del XIX secolo in cui vivono.
I due protagonisti sono attratti fin da bambini verso tutto quello che è strano e inquietante, fuori dalle regole e al limite della legalità e passano la loro vita giocando e sperimentando la costruzione di astrusi strumenti musicali realizzati con insolite e sconosciute tecnologie e carcasse di animali trafugate dai rifiuti dei mattatoi.
Le loro invenzioni però non piacciono agli abitanti della loro città, con i quali negli anni i due fratelli cercano di costruire rapporti anche di tipo sentimentale, fallendo miseramente, e finendo poi nei guai per le loro attività considerate immorali e al limite della stregoneria in un’epoca positivista ma in cui ci sono ancora presenti superstizioni mai sopite, anche se d’altro canto le sperimentazioini dei fratelli Torpor presentano elementi non certo tranquillizzanti.
Le atmosfere di The Squirrel machine, con uno stile che ricorda le incisioni vittoriane che illustravano la narrativa popolare, sono di chiaro sapore steampunk, il genere del fantastico che immagina un futuro nel passato con le tecnologie di allora. Nelle pagine della graphic novel ci sono anche molte atmosfere gotiche e horror, con il richiamo all’archetipo dello scienziato pazzo, che da Mary Shelley a Wells e fino a storie di oggi torna come monito contro l’onnipotenza della scienza in un mondo in cui la ricerca scientifica diventa fondamentale.
The Squirrel machine immerge in un incubo di follia, con echi di Poe e Wells, visto dagli occhi di Edmund e William, due menti che cercano di manipolare la vita e il mondo a loro modo: e come in tutto il fantastico di qualità, anche The Squirrel machine ha un sottotesto sociale, il dramma della solitudine, la follia, l’emarginazione, all’interno di una storia gotica e affrontabile da più angolazioni.

Hans Rickheit, americano, classe 1973, vive nel Massachussets, dopo essersi diviso tra Boston e Philadelphia, e ha lavorato come gallerista e cartoonista. Ha collaborato e collabora con varie riviste e fanzine, come The Comic Interpreter e The Stranger. The Squirrel machine è e resta il suo più grande successo, pubblicato dalla casa editrice indipendente e specializzata in fumetto underground Fantagraphics Books, ed è stata tradotta in varie lingue.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

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:: Il vampiro di Venezia, di Giada Trebeschi (Oakmond Publishing, 2017) a cura di Federica Belleri

24 luglio 2017
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1576. Venezia si affaccia sulla fine di quell’anno terribile, devastato dall’epidemia di morte nera. I cadaveri martoriati dalla peste vengono gettati ovunque, in attesa di essere caricati sulle barche per il loro ultimo viaggio al Lazzaretto Vecchio. Il popolo cammina, attonito, accanto ai morti. Si sono abituati? È possibile. Il freddo è intenso e pungente e i mantelli di lana non sempre bastano a ripararsi.
Venezia non è solo questo, ogni medaglia ha due facce. La città è nobile, i profumi sono inebrianti, le spezie stordiscono. La bellezza delle cortigiane fa perdere il senno. Tutto si può mercanteggiare, perché ha un prezzo. Anche la politica, il peccato, l’abuso, la confessione. Venezia è passione e protezione ad ogni costo, è amore per sempre …
Questa cornice ricca di preziosi dettagli storici contiene il quadro creato dall’autrice, Giada Trebeschi. Tre uomini completamente diversi si mettono a disposizione per risolvere macabri delitti, in un misto fra metodo scientifico e superstizione. Orso Maria Pisani, Signore della Notte al Criminàl, responsabile della gendarmeria. Nane Zenon, esperto erborista e conoscitore dell’arte farmacologica. Giacobbe Calimani, medico ebreo. Uomini agli antipodi, liberi di scegliere ma intrappolati nelle loro convinzioni, legati a orribili omicidi che li lasciano sgomenti.
Sacro e profano, realtà e leggenda. Un assassino famelico da catturare al più presto. È un uomo in carne ed ossa o un mostro venuto dal regno dei morti? Il pensiero razionale vacilla di fronte alle vittime martoriate e uccise dopo terribili sofferenze. Qual è la strada giusta da percorrere? I simboli alchemici si mescolano al sangue, le esperienze degli esperti vengono messe a dura prova.
Il vampiro di Venezia ha il sapore della tragedia rappresentata a teatro. I delitti si susseguono e precipitano come tessere di un domino bestiale. Il lettore assiste, senza parole, a questa storia, dove vendetta e giustizia non sono poi così diverse …
Gli atti del romanzo sono delineati da angoscia e stupore, rabbia, mistero e privazione.
Chi può decidere di uccidere? Chi può mettere fine a questo massacro, e chiudere il sipario? Gli attori-protagonisti fanno immergere lo spettatore-lettore in una trama agghiacciante, efferata, che non fa sconti a nessuno e non mostra mai segni di cedimento. Come il vampiro. Che non si pente, e prosegue nel suo disegno diabolico.
Editing ottimo, copertina accattivante e necessario l’abbinamento di questo libro con un buon bicchiere di Amarone della Valpolicella, come suggerito dagli editori.
Mettetevi comodi. Buona lettura.

Giada Trebeschi è nata a Reggio Emilia nel 1973. Scrittrice di testi teatrali e attrice, ha conseguito il dottorato in Storia ed è un’appassionata ricercatrice. Nel 2012 ha esordito in Spagna con La dama roja, pubblicato da Algaida. Vive e lavora in Svizzera.

Source: acquisto personale.

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:: Yuri – Asa Nisi Masa, Igort (Coconino Press, 2017), a cura di Elena Romanello

22 luglio 2017
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Nel 1994 un’equipe composta dall’italiano Igort e dai giapponesi Yasumitsu Tsutsumi e Midori Yamane lavorò al primo esperimento di manga realizzato da un autore non giapponese per la casa editrice Kodansha, colosso editoriale conosciuto in Occidente solo per i fumetti ma che in realtà pubblica di tutto.
Nacque Yuri, uscito a puntate e tutto a colori (a differenza dei manga che sono quasi sempre in bianco e nero salvo qualche pagina speciale) e fu pubblicato dal settimanale Comic Morning, che vende un milione e quattrocentomila copie ogni settimana, ottenendo un ottimo successo.
Yuri racconta le peripezie di un cucciolo di astronauta, un alieno mezzo bambino e mezzo animale con una tuta per girare nello spazio, che gira per il cosmo in compagnia di un robot di legno per ritrovare i suoi genitori.
L’amore giapponese per le storie di robot e di orfani, che tante storie animate ha creato negli anni, torna in una storia coloratissima di viaggi, con un protagonista molto originale ma che nello stesso tempo echeggia icone dei manga come Astroboy di Tezuka, alle prese con l’eterna ricerca delle proprie origini, con accanto un robot diverso dai giganti d’acciaio imbattibili a cui ci hanno abituato Go Nagai e colleghi, di legno, con un evidente richiamo a quel Pinocchio di Collodi che molti mangaka amano.
Yuri visita le profondità del cosmo, pianeti sconosciuti e le profondità del mare, facendo vari incontri, con un finale aperto e di ricerca, e varie strizzate d’occhio alla cultura pop, a cominciare dalla presenza delle Fiat 400 e 600, modelli di culto nel Paese del Sol levante e oggetto di un collezionismo che è andato oltre il loro essere nate come utilitarie.
Un manga insolito e originale, nato per un pubblico di giovanissimi, ma piacevolissimo a ogni età, sia per chi ama il fumetto giapponese che quello occidentale, e per chi guarda con favore a ogni tipo di sperimentazione, qui forte e capace di coniugare tanti immaginari in un risultato insolito e originale, con una graphic novel che si avvicina all’albo illustrato.

Igort, vero nome Igor Tuveri, classe 1958, inizia la sua carriera di fumettista a fine anni Settanta, iniziando a collaborare con riviste italiane e straniere come Linus, Frigidaire, Metal Hurlant. A partire dagli anni Novanta inizia a lavorare per la casa editrice Kodansha, primo occidentale ad entrare nel tempio dei manga. Nel 2000 fonda la Coconino Press, che lascerà nel 2017; in parallelo si trasferisce a Parigi, e si dividerà molto tra la capitale francese e Tokyo, passando in Italia in molte occasioni e facendo altri viaggi. Tra le sue opere ricordiamo Goodbye Baobab, Yuri, Brillo Croniche di Fafifurnia, Storyteller, Quaderni ucraini, Quaderni russi, My generation, Gli assalti alle panetterie.

Source: dono della casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Fandango Coconino Press.

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:: Sguardi dal Novecento (Galaad, 2014), Vite colme di versi (Galaad, 2016), Nicola Vacca

21 luglio 2017
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Due saggi propongo oggi all’attenzione dei lettori di Liberi, scritti in tempi diversi (il primo nel 2014, il secondo nel 2016), per lo stesso editore Galaad Edizioni, scritti dallo stesso autore Nicola Vacca, giornalista, critico, poeta, operatore culturale nel senso più ampio e meno dogmatico del termine, figura anomala nel panorama culturale italiano, per molti motivi che forse saranno chiari proseguendo la lettura. I testi sono Sguardi dal Novecento (con prefazione di Simone Gambacorta, giornalista e “recensore” come ama definirsi) e Vite colme di versi. Le letture comparative sono interessanti, specie in questo caso, sono davvero due testi complementari che è utile leggere insieme se si vuole far luce su alcuni angoli bui della letteratura nella sua ampia accezione del termine, non solo italiana, del secolo scorso. Cosa accomuna i due testi (prima di vedere le varie peculiarità)? Lo spirito, lo sguardo con cui Nicola Vacca osserva la letteratura (che sia poesia o narrativa, o persino filosofia). Se si sfogliano anche solo i libri scorrendo gli indici, notando gli autori citati (per ognuno di loro qualche pagina essenziale, esplicativa) noterete mostri sacri (universalmente celebrati) accanto a nomi quasi sconosciuti, trascurati, esiliati dal panteon delle sacre carte, dell’ osanna ufficiale. Nicola Vacca ignora le direttive, le imposizioni, (e può permetterselo) e fa qualcosa di stranamente rivoluzionario, dà primato all’ arte, al talento, rispetto all’ ideologia, al credo politico, all’aderenza a scuole di più o meno alto prestigio. Si può permettere di parlare di Rocco Scotellaro, meridionalista e intellettuale socialista, e di Edgardo Marani, letterato emiliano, poeta di rara sensibilità, consigliere provinciale di Reggio, e successivamente segretario del fascio, seviziato e ucciso e ritrovato in una fossa comune.

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Nomi forse ai più sconosciuti come Nicola Gomez Devila, o Piero Bigongiari, o Beppe Salvia, o Nika Turbina (l’unica poetessa che anche io conoscevo eccettuati i grandi Caproni, Bellezza, Ungaretti, Campana, Celan, Prevert) possono convivere in fraterna vicinanza con Alda Merini, Silone, Flaiano, Sciascia, Bassani, Cassola e tanti altri che lascio a voi scoprire. Insomma se amate davvero la letteratura, e non avete paura di sporcarvi con il pensiero divergente, non allineato, anarchico, eretico, in questi libri troverete un piccolo tesoro di scoperte e riscoperte. Con poche parole Nicola Vacca stila ritratti sostanziali, analitici e dettagliati. Inviti ad approfondire, a volere saperne di più. A cercare le opere che questi autori hanno scritto, le poesie che hanno immaginato, testi altrimenti destinati a rimanere dell’oblio della (colpevole) dimenticanza. Pur nella loro brevità questi mini saggi, racchiudo l’essenza di autori a volte solo conosciuti dagli studiosi, e ora invece accostabili da tutti. Nella semplicità del linguaggio (che riesce a far sembrare semplici anche pensieri complessi) Nicola Vacca parla di critica letteraria in modo intuitivo e immediato, divulgativo, democratico (nella nobile accezione ateniese del termine) e ridà dignità ad autori che la polvere del politicamente corretto letterario tenderebbe a isolare e emarginare. Se Sguardi dal Novecento ci parla per lo più di narrativa, il suo compendio Vite colme di versi ci parla di poesia, ed entrambi concorrono a formare nel lettore qualcosa di raro e insolito, una sorta di pensiero indipendente, libero, svincolato da pregiudizi, o dettami più o meno imposti. Ernest Junger può essere vicino di pagine di Albert Camus (non ci possono essere autori più lontani), ed il bello di tutto ciò è che dimostra che così può essere, che non c’è nessun errore concettuale, nessuna discrepanza intellettuale, politica, etica o morale. Che la letteratura è un mondo dove la libertà ha ancora diritto di esistere, anzi è l’unica strada da percorrere per avere diritto di cittadinanza. E non emerge il senso di un puro esercizio teorico, di un sterile e freddo studio svicolato da sentimenti o emozioni. Se leggete Ante Zemljiar nell’ inferno dell’Isola Nuda (da Vite colme di versi), capirete di cosa parlo, la partecipazione è commossa, sincera, rispettosa, un tipo di atteggiamento che è raro nella critica, come nella vita di tutti i giorni. Forse il più toccante e arrabbiato è il profilo steso per Dario Bellezza, morto di Aids nel 1996, e espunto, cancellato dal discorso letterario contemporaneo. Il più curioso, il profilo di Karl Kraus, un’ intelligenza scomoda, una lingua tagliente, un autore inattuale quanto mai necessario. Questi testi aprono porte, sta a voi lettori la volontà di aprirle.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Svolge, inoltre, un’inten-
sa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Sche-
na 1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefa-
zione di Paolo Ruffilli, Pellicani 2002), Serena musica segreta (Manni 2003), Civiltà delle anime (Book editore 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007), Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008), Esperienza degli affanni (Edizioni Il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggiero Manzoni, Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (prefazione di Simone Gambacorta, Galaad Edizioni 2014), Luce nera (Marco Saya edizioni 2015).

Source: testi inviati dall’autore.

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:: Exit West, Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

21 luglio 2017
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In una città mediorientale devastata dalla guerra civile che non viene mai nominata inizia la storia di Exit West, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid (tradotto da Norman Gobetti), uno scrittore che sa descrivere con incisività il disagio della contemporaneità.
Exit West è un libro da leggere davvero, direi imperdibile. La storia di Nadia e Saeed, che si incontrano tra le macerie di una guerra che sembra non avere mai fine è il filo conduttore che Hamid inventa per scrivere il suo romanzo totalmente contemporaneo che affronta soprattutto il tema delle migrazioni ma che sa raccontare l’incendio globale di un pianeta che ha letteralmente perso la bussola dell’umanità.
Quando si scoprono innamorati nella città sotto assedio, i due protagonisti avvertono che sul loro amore soffia il vento della morte. Non ce la fanno più a vivere in un luogo in cui crolla tutto: tra posti di blocco e rastrellamenti andare avanti sembra impossibile, come spesso accade quando la guerra prende il sopravvento sulla pace.
Esistono delle porte misteriose attraverso le quali si può fuggire e raggiungere immediatamente altri luoghi. Nadia e Saeed contattano gli organizzatori di questi viaggi e pagano profumatamente per poter attraversare quelle porte con il mezzo del teletrasporto e lasciarsi alle spalle le atrocità di un mondo di guerra.
Così inizia l’avventura dei due giovani innamorati che attraverseranno diverse porte per fuggire per dare un senso alla loro esistenza devastata dal massacro di una guerra e soprattutto per cercare fortuna altrove e sopravvivere dignitosamente.
Ha una grande potenza visionaria questo romanzo breve di Mohsin Hamid. Una storia spietata e tenera in cui l’autore è capace, attraverso l’invenzione della letteratura, di dare un’interpretazione forte e simbolica dei nostri tempi oscuri.
Lo scrittore allarga magnificamente il campo del reale per raccontare attraverso la storia d’amore e di fuga di Nadia e Saeed il fenomeno complesso delle migrazioni e il loro rapporto con le problematiche geopolitiche del mondo.
Con una scrittura diretta e scarna Hamid scrive uno dei romanzi più importanti sulla contemporaneità in cui emerge quella civiltà del disagio in cui noi tutti siamo costretti a vivere tutti i giorni.
Il nostro scrittore è davvero un maestro del romanzo breve come pochi. Ricordate Il fondamentalista riluttante, uscito nel 2007, uno dei pochi libri intelligenti sugli attentati dell’ 11 settembre
Exit West – tra il reale e fantastico – non racconta solo la storia di una coppia in fuga da un paese islamico martoriato dalla guerra civile in cerca di un posto dove poter finalmente iniziare a vivere.
Mohsin Hamid è essenziale e diretto sa farci vedere con un romanzo perfetto il quadro dell’ «apocalisse migratoria».
Nadia e Saeed, che vengono trasportati dal un luogo all’altro del pianeta attraverso porte che si aprono per una fuga dalla guerra, sono i testimone di una possibilità umana che non va ignorata in un mondo in cui, tutti proprio tutti, siamo migranti.
«La cosa più importante – dice Mohsin Hamid – da fare in questo momento è immaginare un nuovo modo di vivere insieme».
Exit West è un libro che viene dal futuro ma che sta nel disagio del nostro presente per dirci che nessuna porta può essere chiusa.

Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, è stato finalista nel PEN/Hemingway Award ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian». Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale, ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award, oltre a essere selezionato tra i finalisti del Man Booker Prize. Da questo libro è stato tratto un film per la regia di Mira Nair. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente, vincitore del Premio Terzani 2014, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: Lea Garofalo. Una madre contro la ‘ndrangheta, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti (BeccoGiallo, 2016), a cura di Elena Romanello

21 luglio 2017
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Dopo aver raccontato con il mezzo delle graphic novel varie storie di donne di oggi, stavolta Becco Giallo si occupa di Lea Garofalo, una delle tante, troppe vittime della mafia, ma la cui vicenda ha scosso l’opinione pubblica più di altre, per l’efferratezza dell’omicidio, non solo un femminicidio, e per la vita blindata ma non protetta a sufficienza che la donna ha dovuto vivere per anni.
Lea Garofalo una madre contro la ‘ndragheta racconta la vicenda umana di questa eroina suo malgrado moderna, cresciuta in una famiglia vicina alla criminalità e sposata con un pregiudicato, che ad un certo punto decide di lasciare il marito e il mondo violento che lo circonda, per garantire un futuro alla figlia. Diventata testimone di giustizia, Lea si rifugia sotto protezione in varie città con la sua bambina che man mano cresce, ma purtroppo la sua fuga si interrompe a Milano nel 2009 quando viene assassinata per ordine dell’ex marito. La figlia Denise vive sotto scorta ma studia e ha intrapreso una strada diversa da quella della sua famiglia, i suoi assassini sono stati condannati a lunghe pene detentive grazie anche alla testimonianza della ragazza.
La storia di Lea Garofalo e del suo coraggio, nato dal volere una vita diversa per sé stessa e sua figlia, rivive in una serie di vignette a carboncino, che raccontano i momenti chiave di un peregrinare e di una presa di coscienza, fino alla tragica conclusione. Una tragedia moderna, forse evitabile, che racconta ancora una volta la ferocia di una mentalità ma anche il desiderio di riscatto che può e deve essere sostenuto presso chi si vuole sottrarre alla spirale di violenza, ma che resterà comunque per sempre in pericolo.
La graphic novel è corredata da alcuni redazionali che raccontano la storia dal punto di vista della cronaca, da una bibliografia e sitografia e da una postfazione di Daniela Marcone, chiudendosi poi su alcune parole dette da Denise sulla sua voglia di avere una vita diversa in onore del sacrificio di sua madre.
Un’opera interessante per tutti, ma da consigliare in particolare nelle scuole, dove una graphic novel può essere più efficace di qualsiasi romanzo o saggio scritto per parlare dei problemi dell’oggi, mafie in testa.

Ilaria Ferramosca pugliese, laureata in giurisprudenza, ha ideato una striscia a fumetti pubblicata da Treccani come inserto della Grammatica e ha sceneggiato graphic novel per BeccoGiallo, Tunué, 001 edizioni e Edizioni Voilier. Nel campo della narrativa è stata tra i dieci finalisti del premio Alberto Tedeschi de Il Giallo Mondadori ed è stata segnalata alla XXV edizione del Premio Calvino. Insegna sceneggiatura presso le sedi di Grafite, polo pugliese sulla grafica e sul fumetto.

Chiara Abastanotti, classe 1984, è diplomata in fumetto alla Scuola internazionale di Comics di Firenze e ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato per Liberedizioni Il colore della pioggia Piazza Loggia storie ai margini di una strage e ha illustrato per BeccoGiallo La Shoah spiegata ai bambini. Collabora con il sito Graphic News e vive tra Brescia e Bologna.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: L’arte della fuga, Fredrik Sjöberg, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

20 luglio 2017
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Fredrik Sjöberg, entomologo scrittore svedese, ci ha abituato ad entrare piano nella vita e nei mestieri di persone che hanno un fascino particolare e che hanno fatto davvero qualcosa nella Storia ma, purtroppo non sempre vengono ricordate in modo adeguato. Il suo ultimo libro, “L’arte della fuga”, segue le orme dei precedenti “L’arte di collezionare mosche” e “Il re dell’uvetta”, portandoci in un incredibile viaggio alla scoperta di Gunnar Widfross (1879-1934). Lo so che molti di voi lettori si domanderanno chi sia costui, ma Sjöberg nel suo ultimo libro edito in Italia da Iperborea, ci porta alla scoperta della vita di un grande paesaggista! Sì, perché Gunnar Widfross, che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu un geniale pittore svedese, forse non tanto noto per l’Europa, ma per gli Stati Uniti d’America, lui fu il “pittore dei parchi nazionali”. Il libro dell’entomologo svedese è una vera e propria avventura, nel senso che Sjöberg, per raccontarci la sua vita dell’artista compie un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca di informazioni, dipinti, indizi che gli permettano di ricostruire la vita di questo pittore così osannato in America che una cima del Gran Canyon porta il suo nome. Ed ecco che noi lettori seguiamo Sjöberg in Nevada, Arizona e Colorado. Tante tappe nelle quali c’è l’assaggio – descritto a parole – della gigante e selvaggia natura americana, quella molto amata da Emerson e Thoreau, dove ci si addentra in immense riserve naturali e indiane, dove tutto è così protetto fino a chiederti se tutta questa salvaguardia non rischi diventate una sorta di ghettizzazione. Il viaggio di Sjöberg non è solo una indagine su un uomo che dipinse opere su opere con protagonista il paesaggio americano con le sue montagne rocciose, alberi, deserti e radure. Il viaggio nella vita di Widfross è una vera e propria scoperta dell’esistenza di molte delle persone che lui incontrò nel suo soggiorno americano. E allora si rimane a bocca aperta dallo stupore nel conoscere come prese vita l’industria del chewing gum, passando a quella delle tessere dei puzzle, alla carovana di cammelli che inaugurò la mitica la Route 66, fino al tradizionale tacchino che Benjamin Franklin avrebbe voluto adottare come simbolo degli Stati Uniti al posto dell’aquila che conosciamo oggi. Quello che appassiona della scrittura di Sjöberg è la sua capacità usare le parole per trascinare il lettore dentro a vite umane di outsider non sempre ben compresi dalla loro patria. “L’arte della fuga”, non è solo quella sensazione che porta a vedere in Widfross un uomo sempre in viaggio, quasi incapace di piantare le radici in un posto, spinto da una sorta di senso di ricerca della libertà che lo faceva sentire vivo. “L’arte della fuga” è un libro avventuroso e avvincente che permette a Sjöberg di appassionarsi e appassionarci a questo pittore svedese e al suo particolare rapporto con la natura. Traduzione Fulvia Ferrari.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato dal The Times «Nature Book of the Year».

Source: inviato dall’ editore al recensore. Grazie a Francesca Gerosa e a Silvio Bernardi dell’ufficio stampa.

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:: Torino magica fantastica leggendaria, Massimo Centini (Il Punto Piemonte in Bancarella, 2017) a cura di Elena Romanello

20 luglio 2017
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Da anni si sente parlare di Torino città magica, vertice dei due triangoli della magia bianca e di quella nera, e su questo sono stati scritti libri e sono stati costruiti tour turistici per visitatori provenienti da tutto il mondo.
Massimo Centini, antropologo e autore, dedica a questo aspetto del capoluogo subalpino il saggio Torino magica fantastica leggendaria, insolito come approccio, visto che è organizzato in un’enciclopedia alfabetica di oltre trecento voci, e partendo da una prospettiva diversa e senz’altro più realistica.
L’autore ricorda come certe storie sulla Torino città magica, massonica e demoniaca erano nate dopo il Risorgimento, per mano dei detrattori dei Savoia, ma che il grosso momento di celebrazione e invenzione di questo mito fu tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, quando alcuni giornalisti iniziarono a scrivere articoli in tema, prendendo spesso spunto da vecchie leggende metropolitane poi non tanto diverse da quelle presenti in altre città, ma ricamando e aggiungendo storie spesso non documentate. Questa operazione era vista e per fornire un diversivo alle notizie tragiche degli anni di piombo, sia per creare una nuova identità di Torino dove il modello industriale stava andando in crisi.
Detto questo, non si può dire sfogliando questo libro che a Torino non ci siano elementi interessanti su cui lavorare e speculare: a Torino ha vissuto il sensitivo Gustavo Rol, personaggio non certo banale e ciarlatano e in passato fu visitata dall’alchimista e profeta Nostradamus, le cui centurie furono studiate da un altro torinese, Renucio Boscolo. A Torino c’è la Sindone, una delle massime reliquie della cristianità, sulla cui veridicità è aperto un dibattito che dura da secoli, sotto la Mole si nasconderebbe il Sacro Graal, alla faccia di Dan Brown che l’ha messo in un altro posto, vicino a Torino sul Musiné ci sarebbero stati avvistamenti di UFO e nelle case torinesi soprattutto dell’epoca liberty sono molte le decorazioni simboliche, da diavoli a draghi, senza dimenticare il vicinissimo maniero della Rotta, considerato uno dei più infestati d’Italia.
Un libro interessante per chi vive a Torino, ma anche per chi viene a visitarla da fuori, che non sminuisce l’importanza antropologica delle leggende e delle tradizioni, raccontandole da un punto di vista scientifico e documentato. Nel libro trovano spazio anche le tante associazioni che sono nate negli anni sull’esoterismo e tematiche associate, le librerie specializzate, le case editrici, autori e autrici del settore, tra saggistica e narrativa, e realtà recenti come il Mufant, Museo del fantastico.
Da un po’ di anni Internet e non solo hanno fatto sparire tutto il proliferare di notizie paranormali e simili: mentre il fantastico nella finzione non si esaurisce, nella realtà ha ceduto il passo ad altro, bufale comprese. In ogni caso il libro fornisce un ottimo viaggio in un universo tra fantasia e realtà, che ha avuto e ha comunque il suo fascino.

Massimo Centini, nato a Torino oltre sessant’anni fa, ha una laurea in antropologia culturale e si occupa di didattica universitaria e di ricerca sul campo, non solo in Italia. Ha scritto vari libri per Il Punto Piemonte in bancarella, oltre che con editori come Mondadori, Newton Compton, Rusconi, Piemme, Yume, alcuni dei quali tradotti all’estero. Nei suoi saggi si è occupato di tematiche come la storia della crimonologia, la caccia alle streghe, il folklore, i bordelli torinesi del passato.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di Editrice Il Punto.

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:: Diario del ladro, Jean Genet (Il Saggiatore, 2017), a cura di Nicola Vacca

19 luglio 2017
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Jean Genet è uno scrittore ribelle che nella vita e nella letteratura ha violato ogni consuetudine, raggiungendo in ogni cosa l’antiretorica di un esistere. È stato, nella vita prima che nei suoi libri, sempre dalla parte maledetta di un se stesso che ha sempre toccato i bassifondi dell’esperienza.
Diario del ladro è il suo libro autoritratto in cui lo scrittore francese mette a nudo il racconto della propria vita raccontandone il degrado e il turpiloquio, non vergognandosi della sua immoralità scandalosa fatta di furti, prostituzioni, di abiezione e depravazione.
Il Saggiatore manda di nuovo in libreria il libro scandalo di Genet nella storica traduzione di Giorgio Caproni.
Pagine dalle tinte forti in cui lo scrittore racconta gli anni del suo vagabondaggio e la sua giovinezza da sbandato e da teppista per le vie di Barcellona e per l’Europa.
Genet, l’eroe tragico che sfida il proprio destino in compagnia di altri disperati come lui con cui condivide tutte le più infime bassezze.
Lo scrittore si degrada per anelare a una beatitudine terrestre e tiene il suo diario non per confezionare un’opera d’arte ma per fare in maniera immanente i conti con un presente e un passato che non ignorino tutti gli orrori del cammino intrapreso.
Diario del ladro è il capolavoro di uno scrittore che mette a nudo senza alcuna vergogna le sue debolezze di uomo incline al pericolo. La letteratura nelle pagine di Jean Genet si fa avventura di una caduta a cui lo scrittore non ha nessuna intenzione di rinunciare.
È la cronaca di un inferno in cui c’è spazio per la poesia:«Mi sentivo allora veramente in esilio, e il mio nervosismo stava rendendomi permeabile a quella che – in mancanza di altre parole – chiamerò poesia».
Genet è il narratore di se stesso e in ogni pagina (autobiogafica) mette sempre in discussione la sua stessa natura di essere umano che fa i conti con le violenze e tradimenti del suo carattere maledetto che lo porta a cercare la bellezza nell’orrore, nella depravazione e nel vizio.
«Voi che mi disprezzate, non siete fatti d’altro che di un susseguirsi di miserie analoghe, ma non avrete mai coscienza, e quindi l’orgoglio, vale a dire la conoscenza di una forza, che vi permetta di tenere testa alla miseria – non alla vostra propria miseria, ma a quella di cui è composta l’umanità».
Jean Genet usa la lingua dei derubati per scendere senza alcun paracadute nel proprio inferno di cui nel suo Diario del ladro ci racconta ogni singola tensione.
Quella di Genet è una lezione feroce che profana l’innocenza. Il tono del suo libro ha scandalizzato gli spiriti migliori, anziché i peggiori, anche se lo scrittore non ha mai cercato lo scandalo.
Nel Diario del ladro egli riporta la sua esperienza dolorosa, racconta gli abissi del suo percorso interiore verso l’annientamento, dà forma agli atti di una dissoluzione, facendo della letteratura un argine contro il mondo che lo inghiotte.

Jean Genet è nato a Parigi nel 1910 e morto, sempre a Parigi, nel 1986. Il Saggiatore pubblica in Italia le sue opere narrative.

Source: libro del recensore.

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:: La sposa yemenita, di Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

18 luglio 2017
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Il mondo islamico è oggi nell’occhio del ciclone per vari eventi di politica estera e interni anche ai Paesi occidentali: in particolare lo Yemen, fino a non pochi anni fa meta di tour per un turismo di élite culturale e molto amato da Pasolini, è visto adesso come una delle roccaforti del terrorismo integralista.
La sposa yemenita racconta una storia diversa, oltre gli stereotipi, attraverso il reportage realizzato dalla giornalista Laura Silvia Battaglia, che nello Yemen ci è andata e ci vive. La graphic novel racconta vari momenti di vita, da quando la giornalista italiana ha potuto assistere ad un rito nuziale festeggiando con la sposa e le sue amiche alle lezioni di arabo per gli stranieri nel Paese, dall’incontro con un capo che parla di cosa fanno i droni alla popolazione civile al traffico dei bambini tra Yemen e Arabia saudita dove vengono usati per spacciare droga, fino al ruolo delle donne velate nello spazio pubblico e ai rapimenti di turisti stranieri visti dal punto di vista degli yemeniti.
Il risultato è una lucida disanima di una cultura lontana da quella occidentale ma legata da alcune radici, un mondo che è bene conoscere, fuori dagli stereotipi ma senza dimenticare i problemi, un universo immobile e tragico, con drammi e questioni irrisolte che sono emerse oggi nella loro drammaticità e che nulla tolgono al fascino e all’interesse di un Paese dove vive una cultura millenaria, precedente di molto a quella musulmana.
La sposa yemenita non è la prima graphic novel dedicata al mondo islamico uscita negli anni, dalla celeberrima Persepolis di Marjane Satrapi, ma è una delle prime, insieme a Kobane Calling di Zerocalcare, scritta da autori e autrici occidentali, e raccontata come una serie di reportage e di scene di vita, facendo parlare persone e costumi locali, senza giudicare ma raccontando la realtà, con uno stile di disegno tondeggiante, a tratti quasi da manga, ma che non toglie niente alle parole e alla forza di quello che si sta raccontando.
Alla graphic novel è aggiunto un reportage sotto forma di articolo, con le foto dell’esperienza di Laura Silvia Battaglia nello Yemen, una bibliografia e sitografia, e una cronologia sugli ultimi tre anni di storia yemenita, che hanno sconvolto e stanno distruggendo una cultura millenaria.
La sposa yemenita è una graphic novel e non solo da leggere per chi vuole capire meglio l’oggi in tutte le sue sfumature oltre gli stereotipi, ma anche per chi è incuriosito da un Paese che mescola tragedie a scenari da Mille e una notte e non accetta luoghi comuni sul mondo islamico, più complesso e variegato di quello che si pensa.

Laura Silvia Battaglia è giornalista professionista, freelance e documentarista, nata a Catania e vive tra Roma e Sana’a, la capitale dello Yemen. Svolge attività di corrispondente per vari media italiani e stranieri, come l’agenzia turca TRTWorld, Panorama, Rai tre, D-Repubblica delle donne. Ha realizzato inoltre reportage delle zone di conflitto, girando sette documentari e vincendo numerosi premi.

Paola Cannatella, napoletana di origine, nata a Catania, vive e lavora ad Alessandria, ed è fumettista autodidatta, illustratrice, grafica e docente di fumetto. Si è classificata al primo posto nel 2006 al concorso Fumetto International Talent Award e ha pubblicato la graphic novel Maria Grazia Cutuli – Dove la terra brucia, oltre a vari minicomic sul supplemento La Lettura del Corriere della Sera.

Provenienza: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: L’ordine del tempo, Carlo Rovelli, (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

17 luglio 2017
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Siamo davvero felici di tornare a leggere nuovamente Carlo Rovelli . Dopo Sette brevi lezioni di fisica, lo scienziato veronese torna con un altro libro affascinante.
Sempre da Adelphi esce L’ordine del tempo. Come nel suo fortunato libro precedente, il fisico si preoccupa prima di tutto di arrivare ai suoi lettori e in queste pagine gioca d’azzardo con il mistero del tempo.
Anche questa volta Rovelli raggiungerà un pubblico numeroso e possiamo dire che se lo merita tutto.
Facendo dialogare la filosofia con la religione e la scienza, passando per la fisica quantistica, Rovelli parla degli infiniti misteri che racchiude il tempo.
Scomoda la meccanica quantistica per mettere in gioco un magma rovente di idee in cui Newton dialoga con Aristotele, Einstein con il grande poeta Rilke, dove troviamo anche le riflessioni di S.Agostino e di Kant passando per la Recherche di Proust, il romanzo che racconta quello che c’è dentro la memoria ( che è la vera essenza del tempo), il libro del grande tempo ritrovato che è una disordinata, dettagliata passeggiata nella mente di Marcel.
Il volume di Carlo Rovelli è diviso in tre parti. Nella prima l’autore prende in esame quello che la fisica moderna ha compreso del tempo. Nella seconda e la terza il fisico coltiva una serie di interessanti e suggestivi paradossi per dirci, anche attraverso l’aiuto di pensatori, scrittori e scienziati che si sono cimentati con il mistero del tempo, che se il tempo non c’è è indubbio che noi esistiamo nel tempo.
Per comprendere e cogliere il tempo bisogna penare il mondo come un insieme di eventi. Il mondo non è un insieme di cose, è un insieme di eventi.
Bisogna essere nell’ accadere e non nell’essere per mettersi in contatto con la nozione di tempo.
«Noi, quindi, descriviamo il mondo come accade, non com’è. Meccanica di Newton, equazioni di Maxwell, meccanica quantistica, eccetera, come accadono eventi, non come sono cose».
Carlo Rovelli ci conduce con queste pagine fino dove arriva il sapere attuale sul tempo, ne sonda con la filosofia, la scienza e la letteratura il suo mistero soprattutto lanciando con la conoscenza una sfida perché sul tempo molte sono le cose che non sappiamo.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, sostiene giustamente Rovelli.
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Carlo Rovelli entra nelle pieghe più intime del mistero del tempo, ne attraversa le sue assenze fisiche e metafisiche, ne coglie gli aspetti gravitazionali e filosofici per dirci prima di tutto che il tempo è un concetto stratificato, complesso con molteplici proprietà distinte, che vengono soprattutto da approssimazioni diverse.
«Il tempo è allora la forma – scrive Rovelli – con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità».
Il mistero del tempo si interseca con il mistero della nostra identità personale, con il mistero della coscienza.
Il mistero del tempo continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Carlo Rovelli (Verona, 3 maggio 1956) è un fisico italiano. Ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell’ambito della gravità quantistica, dove è uno dei fondatori della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity). Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico, e, in particolare, della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità. (Fonte wikipedia).

Source: libro del recensore.

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