Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’ombra del Golem, Éliette Abécassis (Gallucci 2017), a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2017
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Il Golem, quell’essere antropomorfo nato nella mitologia ebraica e molto noto nel folclore medievale, bene o male lo abbiamo conosciuto tutti. Il Golem è quella creatura in argilla che abbiamo visto al cinema o del quale abbiamo letto la storia nel libro di Gustav Meyrink. In realtà la creatura nata dall’argilla è anche la protagonista del libro per ragazzi “L’ombra del Golem” di Éliette Abécassis, che ha per protagonista sì l’energumeno in argilla, ma lui non è solo, perché alla sua nascita assiste la piccola e sveglia Zelmira. La storia del libro per ragazzi edito da Gallucci è ambientata in una Praga di viuzze e casupole povere, ammucchiate le une vicine alle altre. Tra di esse ce n’è una, tutta stortignaccola, dove vive la piccola e curiosa Zelmira, alle prese con un fratellino dispettoso e con due genitori alchimisti che cercano di trasformare il piombo in qualcosa di più prezioso. Peccato che le loro abilità nel maneggiare alambicchi e pentolino non porti ricchezza ma solo miseria per tutti e disperazione per il padre che si rifugia nelle locande per trovare un “perché” al proprio fallimento. Nonostante tutto, Zelmira non si abbatte e cerca di sopravvivere alla vita nel ghetto dove c’è anche un uomo barbuto e misterioso, che potrebbe sembrare uno stregone dal quale stare alla larga. In realtà l’uomo è Maharal, il rabbino della comunità. Già la vita è difficile e povera nella collettività ebraica di Praga ma, a complicare ancora di più le cose arriva il guastafeste di turno, ossia Thaddeus, un monaco al completo servizio dell’imperatore Rodolfo. Le minacce incombono sempre più sul ghetto, urge quindi una soluzione che garantisca il bene della comunità. Vuoi la notte, vuoi la luna di Praga, vuoi l’acqua della Moldava, il saggio Maharal, con la curiosa e fidata Zelmira, la combina bella e grossa mettendo le mani in pasta (fango) e plasmando quell’essere gigante noto come il Golem. La creatura, la servizio del rabbino, non esiterà a sistemare le cose, proteggendo la piccola Zelmira e tutti gli indifesi della comunità dagli attacchi bruti e insensati dei cattivi di turno. “L’ombra del Golem” della Abécassis è una avvincente rivisitazione del mito del Golem che dimostra come una creatura mostruosa possa creare sì spavento ma, allo stesso tempo, quell’essere in argilla dimostra un affetto e una sensibilità per la piccola Zelmira e per chi come lei è vittima delle prepotenze altrui. Evidente segno che anche un essere nato dalla terra per mano dell’uomo (ricorda un po’ la creazione di Adamo devo dire il gesto del rabbino) può avere dei sentimenti veri e propri. A rendere ancora più avvincente e coinvolgente il libro della Abécassis, ci sono le colorate tavole di Benjamin Lacombe, che rendono ancora più sfiziosa la lettura della storia del mostro d’argilla, dal cuore buono. Traduzione Camilla Diez.

Éliette Abécassis nata nel 1969 a Strasburgo da una famiglia ebraica sefardita di origine marocchina e insegna filosofia all’Università di Caen. Le storie che racconta, frutto di minuziose ricerche e vita vissuta, sono profondamente intrise della religione e della cultura ebraica. Madre di due figli, vive a Parigi.

Benjamin Lacombe è nato a Parigi nel 1982, ed è tra gli esponenti di spicco della nuova illustrazione francese. Ha scritto e illustrato una ventina di libri, tradotti in varie lingue sia in Europa sia negli Stati Uniti. Espone regolarmente le sue opere d’arte a Tokyo, New York, Los Angeles, Roma.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

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:: Primo Levi, Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2017
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Nel trentesimo anniversario della morte tragica di Primo Levi, uno dei testimoni massimi della Shoah, si distingue tra le tante iniziative la graphic novel a lui dedicata, realizzata da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci, proprio per lo sguardo inedito e interessante che lancia su una personalità d’eccezione.
La storia raccontata parte da un intervento di Primo Levi presso la scuola Rignon, da lui stesso frequentata da bambino, pochi mesi prima della sua morte, quando si confronta con le domande di alcuni ragazzini, che non capiscono come possa essere stata permesso un orrore come i campi di sterminio. Da questo partono i ricordi come studente, poi come partigiano e poi come deportato di Primo Levi, con alcuni momenti chiave, presi dai suoi libri Se questo è un uomo e La tregua. La campanella di fine lezione interrompe le sue parole, ma non l’interesse dei ragazzi e dei docenti, e anche la maestra chiede a Primo Levi l’eterna domanda, se questo orrore potrebbe tornare e lui risponde con le parole di un reduce, Guerra non è mai finita, guerra è sempre.
La graphic novel si chiude con una delle celebri frasi di Primo Levi, suo leit motiv per tutta una vita condotta con lucidità senza voler odiare ma volendo fare giustizia con la narrazione: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. La parte disegnata è completata da una postfazione dello sceneggiatore Matteo Mastragostino, che racconta il suo rapporto con Primo Levi, da una cronologia della vita di Primo Levi, dai profili delle persone incontrate nella graphic novel, compagni di lotta partigiana e di lager, da una bibliografia e sitografia.
Senza togliere niente ai libri di Primo Levi, essenziali e imperdibili per le generazioni che lo ricordano in vita e per chi è venuto dopo, questa opera risulta essere un modo ottimo per avvicinare i neofiti alle sue opere e alla sua vita, ma anche un modo per vivere in maniera diversa e molto efficace un percorso umano lucido e implacabile, con sempre l’importanza di testimoniare e le paure che certe cose possano ripetersi, magari in maniera diversa.
Ci sono stati tanti omaggi doverosi a Primo Levi, ma questa graphic novel riesce forse ancora più che altri a dimostrare la sua attualità e la sua importanza.

Matteo Mastragostino, classe 1977, di Lecco, è scrittore e sceneggiatore. Laureato in Disegno industriale presso il Politecnico di Milano, sfrutta la sua creatività in vari settori, spaziando dal graphic design alla scrittura creativa e collaborando da freelance per varie agenzie, oltre che per vari giornali on line e cartacei su argomenti di cronaca, sport e costume. Primo Levi è il suo esordio come sceneggiatore di fumetti.

Alessandro Ranghiaschi, romano, classe 1990, ha frequentato la Scuola Romana dei fumetti e la facoltà di Archeologia all’Università La Sapienza. Dopo la laurea ha scelto di occuparsi a tempo pieno del disegno e ha svolto lavori come storyboard artist in campo cinematografico e pubblicitario. Primo Levi è il suo esordio come disegnatore.

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: La strega, Camilla Läckberg (Marsilio, 2017) a cura di Micol Borzatta

15 luglio 2017
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1671
Elin, dopo essere rimasta vedova, viene assunta dalla sorellastra Britta e dal marito, padre Preben, come serva insieme alla figlia Marta.
Da quando ha dieci anni Elin ha imparato dalla nonna materna e usare le erbe e le segnature. Pratica molto pericolosa da quando il nuovo Re ha aperto la caccia alle streghe.

1985
Linda e Anders Strand vivono beatamente nella loro fattoria con le figlie Sanna e Stella.
Un giorno mentre Linda e Sanna sono a fare shopping e Anders è al lavoro, Stella è affidata alle babysitters Marie Wall ed Helen Persson.
Tornate a casa Linda e Sanna scoprono da Anders che Stella, di soli quattro anni, è scomparsa.
Verrà trovata poche ore dopo morta nel bosco intorno a casa.

2015
Eva e Peter Berg abitano nella fattoria che un tempo era degli Strand.
Una mattina Peter esce prestissimo per andare ad arare lasciando Eva e la figlia di quattro anni Linnea a dormire.
Quando Eva si sveglia e trova la camera della bambina aperta è convinta che sia andata con il padre.
A ritorno a casa di Peter i due coniugi scoprono che la figlia è scomparsa, e verrà trovata morta esattamente come trent’anni prima è successo per Stella.
Le indagini sono guidate da Patrik Hedstrom, aiutato come sempre dalla moglie Erika Falck che oltretutto sta proprio scrivendo un libro sul caso Stella.

Come ogni libro della Lackberg anche questo romanzo non delude nessuna aspettativa che ci siamo fatti quando è stata comunicata l’uscita.
Ritroviamo nuovamente i personaggi a cui ci siamo affezionati, ovvero Patrik ed Erika, insieme ai loro famigliari, e anche in questo possiamo seguire il proseguo della loro vita, che collega tutti i romanzi dell’autrice.
Anche questa volta troviamo delle descrizioni minuziose sia per quanto riguarda le ambientazioni e gli avvenimenti, che per quanto riguarda i personaggi.
Conturbante, intrigante e spettacolare, un ennesimo capolavoro dell’autrice.

Camilla Lackberg nasce a Fjallbacka nel 1974.
Ha all’attivo altri dieci romanzi della serie di Patrik Hedstrom ed Erica Falk, alcuni saggi, libri di cucina e una raccolta di libri per bambini ispirata al figlio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Il ritorno delle tribù di Maurizio Molinari (Rizzoli, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

15 luglio 2017
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Esce in prima edizione a maggio 2017 con Rizzoli il libro di Maurizio Molinari Il ritorno delle trbù. La sfida dei nuovi clan all’ordine mondiale, dedicato dall’autore «Alla mia tribù». Leggendo il testo se ne comprende fin da subito il perché.
Il ritorno delle tribù appare come un articolo/commento lungo in cui l’autore racconta la sua versione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa, una personale analisi della «generale tendenza alla disgregazione che porta all’indebolimento degli Stati nazionali e dei rispettivi establishment».
Un libro che delude per il suo contenuto e stupisce per la presenza di alcuni refusi di punteggiatura, anche se bisogna ammettere che non sono di certo questi il vero problema.
Nelle affermazioni di Molinari il testo è volto «alla ricerca delle origini di rivolte, diseguaglianze e migrazioni per arrivare a descrivere le tribù d’Oriente e d’Occidente che ne sono protagoniste, mettendo in evidenza ciò che le distingue e ciò che le accomuna». In realtà, leggendolo, si ha l’impressione di consultare un vecchio testo di Storia nel quale gli accadimenti e le vicende geo-politiche vengono narrate descritte e commentate dall’unico punto di vista ritenuto giusto valido e attendibile: il monocolo occidentale. L’Universo dell’Occidente, che include anche Israele, guidato dagli Stati Uniti e la cui Legge sembra rappresentare per l’autore il Verbo divino. Come se tutti gli abitanti della Terra, indistintamente, debbano andare inesorabilmente verso l’unica direzione possibile e nota, la medesima tra l’altro che ha determinato e condizionato la Storia passata e presente e che si vorrebbe delimitasse anche quella futura.
Bisognerebbe riuscire ad ammettere quantomeno che le innumerevoli guerre e missioni portate avanti dai governi occidentali non sono rivolte a stabilire la pace e il benessere di tutti gli abitanti del Pianeta piuttosto a fermare chi si ribella all’ordine mondiale voluto e imposto dai suddetti governi.
Far leva sulla paura ingenerata dal terrorismo islamista oppure sulla cosiddetta invasione di migranti è facile e altrettanto facilmente può raccogliere consenso in chi legge. Una lettura meno critica del libro infatti potrebbe con molta semplicità dare la sensazione che gli jihadisti e i migranti siano l’unico vero problema da affrontare e che risolto ciò il Pianeta sarà salvo. È tanto evidente quanto elementare che così non è e così non sarà.
Molinari parla enne volte del «disegno apocalittico o escatologico della sottomissione dell’intero Pianeta al Califfo» nel suo libro, che è certamente contrario alla propaganda jihadista ma scritto con un’enfasi tale da apparire esageratamente e paradossalmente propagandistico a sua volta. Solo che l’apostolato sembra la cronistoria, a volte la giustificazione, delle strategie e delle tattiche degli americani, descritti come la punta, il vertice portabandiera delle imprese militari occidentali volte alla esportazione mondiale delle idee di democrazia progresso crescita e libertà. Secondo la visione dualista del mondo che vede gli occidentali, compresi gli ebrei, da una parte e tutti gli altri dalla parte opposta e in base alle cui regole di supremazia militare politica economica sono stati scritti e riportati oltre 2mila anni di Storia.
Il terrorismo jihadista, come qualsiasi altra forma di terrorismo, è da biasimare innegabilmente così come il dramma umano dei migranti e dei profughi non può lasciare indifferenti le società “civili” di tutto il mondo ma lo smanioso desiderio di accentuare ed enfatizzare la negatività dell’estremismo jihadista dell’autore sembra gli sia tornato utile per tralasciare, accennandoli appena, alcuni aspetti della vicenda affrancandosi di parlarne nel dettaglio.
Per esempio, l’accenno al Trattato di Sèvres del 1920 in base al quale le potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale promettevano l’indipendenza al popolo curdo e agli Accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 siglati tra Inghilterra e Francia per spartirsi il dominio e il controllo sul Medio Oriente, nonché il fatto che tutti i confini degli stati dell’area mediorientale e del Nord Africa sono stati tracciati a tavolino sempre dalle potenze occidentali tenendo conto, presumibilmente, dei propri interessi politici ed economici senza sottolineare come la situazione che vivono queste aree oggi deriva da tutto ciò appare quasi ridicolo, per non dire fuorviante.
La quasi totalità delle rivolte e dei malcontenti in Africa e Medio Oriente ha origine proprio dal fatto che la suddetta suddivisione in “stati a tavolino” ha generato un tale caos che, aggiunto al mal operato di governi corrotti e all’incessante sfruttamento del territorio e delle risorse sempre da parte degli occidentali ha portato dritti dritti alla situazione catastrofica odierna. Come si fa a credere che spetta ancora solo alle potenze occidentali trovare la soluzione?
La stessa nascita del jihadismo è imputabile, almeno in parte, all’operato degli occidentali i quali prima hanno sfruttato questi “ribelli” considerandoli alla stregua di eroi che combattevano al loro fianco per sconfiggere l’Impero del Male, allora rappresentato dall’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan, e solo in seguito diventati essi stessi il Male perché hanno portato il terrore nel cuore dell’Occidente.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 la missione di tutto l’Occidente, più compatto che mai, era scovare colui che veniva da tutti indicato come il responsabile della tragedia: Osama bin Laden. La cui uccisione è stata proposta alla popolazione come l’unica via per debellare il Male, incarnato dalle cellule terroristiche di al-Qaeda. Versione ingenua o peggio fuorviante. Quel che in realtà è poi accaduto è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Ancor prima di Bin Laden un altro è stato il nemico da battere a ogni costo per mantenere sicure le certezze occidentali: Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. La fine del dittatore iracheno ha generato la diaspora dei generali e degli uomini del suo esercito, molti dei quali hanno abbracciato le idee o sono stati ingaggiati dai terroristi islamisti con il compito di addestrare i nuovi adepti, compresi i foreign fighters. Oggi il nemico numero uno dell’Occidente è il Califffo. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
Ecco che si profila di nuovo il dubbio sull’affidabilità delle potenze occidentali a risolvere la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.
La soluzione auspicata da Maurizio Molinari ne Il ritorno delle tribù riguarda in realtà più il tentativo di superare la crisi economica conseguenza della globalizzazione che ha colpito il ceto medio occidentale e il cui malcontento sta consentendo, a suo dire, l’avanzata del populismo, indicato come il secondo dei mali da combattere. Il primo è il jihadismo. Uno interno e l’altro esterno che debbono essere affrontati separatamente ovvero, nelle parole dell’autore, «combattere il jihadismo come se il populismo non esistesse e rispondere al populismo come se il jihadismo non vi fosse». La linea indicata da Molinari per superare i due mali che attanagliano le tribù occidentali è molto parziale e sembra non tenere in considerazione non solo la consequenzialità degli eventi ma anche il processo inarrestabile della globalizzazione che non può e non deve essere solo di merci e capitali ma di persone. Per cui se anche fino a questo punto le decisioni dei governi occidentali non hanno voluto tenere in considerazione le conseguenze delle loro decisioni non solo riguardo la propria tribù ma anche per le altre, ciò non è più accettabile. Come non può esserlo l’idea che l’autore vuol far passare di Israele, indicato addirittura come “isola” per la compattezza e l’omogeneità della tribù che fa quadrato contro ogni minaccia «all’esistenza del proprio Stato».
Quelle che l’autore indica come scelte volte alla salvaguardia del proprio Stato o della propria nazione, della sicurezza o della democrazia in realtà, tradotte in fatti, corrispondono a sanguinose guerre e interventi militari che causano centinaia di morti e migliaia di feriti, sfollati, profughi e migranti. E che generano anche sentimenti di odio e risentimento nei confronti degli stranieri invasori e invadenti oppure verso governi corrotti e collusi che si rivelano inadeguati e disinteressati al benessere pubblico e collettivo. I problemi di cui parla Molinari, ovvero gli jihadisti e i migranti non sono la causa bensì la conseguenza e la conseguenza non la risolvi se non vai a incidere sulla causa, sia fuori che dentro il proprio Universo.
Molinari dedica il libro alla sua tribù perché è l’unico raggruppamento umano verso cui sembra nutrire un certo interesse.

Maurizio Molinari: giornalista e scrittore, direttore del quotidiano La Stampa.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Ornella dell’Ufficio stampa Rizzoli.

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:: Morte a San Siro, Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli editore, 2017)

15 luglio 2017
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Il 24 giugno 1965 al velodromo Vigorelli di Milano arrivarono i Beatles, pochi mesi dopo alla fine di settembre una ragazza della Milano bene scompare, Angela Pozzi, appena diciassettenne. Da questo punto parte Alessandro Bastasi per raccontarci in Morte a San Siro una storia d’amore, di morte, di rimpianti, di rese dei conti. Lo fa in un giallo dal sapore vintage, carico di rimandi a quegli anni, gli anni del boom, il Sessantotto era ancora lontano, predominava il conformismo, un certo provincialismo tutto italiano, vivo pure in una grande città come Milano. La Milano di Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, con i suoi chiaroscuri, i suoi grigi, le sue latterie dove bere un’ orzata, le gite all’ Idroscalo, il mare di Milano, i tavolini all’aperto dove bere un aperitivo rigorosamente Campari. Una città per bene, con i suoi cummenda, i suoi industrialotti con villa in Brianza, auto di lusso e amante in visone. In cui tutti i vestiti sapevano di bucato, ed erano stirati alla perfezione da brave e alacri massaie. I ragazzi si vestivano in giacca e cravatta, le ragazze mettevano le prime minigonne infrangendo regole non scritte di decoro e contegno. Angela Pozzi, amore giovanile del protagonista, era una creatura luminosa, bellissima e ribelle, una ninfetta, fuori tempo massimo l’avrebbe definita Nabokov, capace di turbare e sedurre un po’ tutti quelli che l’avvicinavano. Il ritrovamento dei suoi resti Cinquant’anni dopo da inizio a un’ indagine personale (del protagonista) e poliziesca, delle recalcitranti forze dell’ordine non proprio entusiaste di riesumare un cold case. Ma Guido Barbieri non si arrende, aiutato dalla figlia, giornalista in cerca di scoop, indaga, scava nel passato, cerca antichi testimoni. Persone che la ragazza la conobbero, e forse sanno. Poi un omicidio fresco attiva anche le forze dell’ordine, e la storia corre verso l’amaro epilogo. Qualcuno la Angela la uccise, sfangandola per cinquant’anni. Ma i morti chiedono giustizia, anche quando forse i vivi ne farebbero a meno. Alessandro Bastasi si riconferma un autore interessante, molto attento ai dettagli e alle ricostruzioni d’epoca di ambienti, mentalità, umori. Che siano gli anni ’80 o gli anni ’60, colleziona canzoni, film, marche di prodotti di consumo di massa, controllando che tutto sia autentico, frutto di un ricordo o di una ricerca. Ha una grande facilità di scrittura, una certa linearità e severità, anche amara quando riflette sugli ideali (giovanili) perduti, sul mondo che cambia, e ideologie e rigori morali, a volte non ne reggono il passo. I suoi personaggi sono avvolti da una sorta di malinconia, come il vecchio professore (che pensa al suo tesoro di libri che morto lui finirà in discarica) e la moglie, il protagonista stesso, alla fine neanche tanto sicuro di aver fatto bene a darsi tanto da fare, (per gli esiti ottenuti). La figlia, giornalista in carriera con figlio piccolo, che lo scoop lo ottiene, quasi stranita. E poi gli altri, l’amica di Angela, il fratello, il ragazzo di Angela il terrone, l’ex cappellano, spretato, vicino alla Gioventù Studentesca di Giussani. Tra loro un assassino. Forse.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia ha recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri, ha continuato in seguito a calcare le scene fino all’ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (“Sipario”, “La Ribalta”). Tra il 1990 e il 1993 ha vissuto a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha dato alle stampe: La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice 2010), Città contro (romanzo, Eclissi Editrice 2011), Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni 2012), La caduta dello status (racconto pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” 2012), Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni 2012), La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore 2013), Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore 2014) ed Era la Milano da bere (Fratelli Frilli Editori, 2016). Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli.

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:: Respira, Roberto Saporito (Miraggi edizioni, 2017)

14 luglio 2017
respira

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– I mostri sono convinti che tutti siano mostri – sta dicen­do Adelmo.

Forse Don DeLillo in L’ uomo che cade aveva posto la parola fine dando compimento agli scritti ispirati, connessi, influenzati da ciò che accadde l’ 11 settembre 2001 all’ombra delle Torri Gemelle del World Trade Center. La vita a New York, la storia contemporanea tutta cambiò da quel giorno, cambiò da quel giorno anche il modo di raccontare le storie, di documentare la realtà, di provare un senso di comunione tra sconosciuti, gli stessi che da ogni angolo del pianeta videro quelle immagini polverose nello schermo fosforescente dei loro televisori. Io ero in un ufficio di collocamento, ricordo che tutti i dipendenti smisero di lavorare alle loro pratiche, si alzarono e rimasero muti, come statue di sale, davanti a teleschermi altrettanto muti, attaccati alle pareti. Anche il mio stato di laureata in cerca di lavoro perse importanza quel pomeriggio. Poi certo la vita avrebbe ripreso il suo corso, ma quel gap rimane nella memoria collettiva di molti. Essendo forse stato detto già tutto non serviva un nuovo romanzo che trattasse questo tema, che scavasse nelle macerie dei ricordi di quel dramma, tuttavia per un autore che vuole analizzare la contemporaneità è difficile oscurare, ignorare quel giorno. E’ come un idolo muto, un avvenimento che ha trasceso la storia, che si può usare come pretesto, come appiglio per parlare dello stesso sgomento, della stessa caduta che può vivere un uomo del nostro tempo, integrato, disilluso, scontento, in cerca di nuovo ossigeno per i suoi polmoni stanchi. E proprio così fa Roberto Saporito nel suo nuovo romanzo breve, Respira, edito da Miraggi edizioni, collana Golem. Quello che accadde l’ 11 settembre 2001 all’ombra delle Torri Gemelle del World Trade Center è la scintilla da cui si genera una storia contemporanea, attuale, generazionale se vogliamo. La storia di un uomo in fuga, che accoglie come un dono del destino il fatto che sia stato creduto morto quel giorno. Prende i fondi neri della sua galleria d’arte contemporanea, (non solo suoi, anche del suo socio, insomma scappa coi soldi un po’ come Marion Crane in Psyco) e inizia la sua nuova vita prima in un motel di periferia, poi cercando di vivere a New York con una nuova identità, poi vagando tra la Francia e l’Italia, ultima tappa del suo vagare Venezia, dove avrà la più ingrata delle rivelazioni, che non anticipo, perché non si svelano i finali, ma che ricollocherà tutta la sua vita sotto una nuova prospettiva, dandogli una nuova amara consapevolezza. Dunque si fugge per respirare, ma non si può fuggire da se stessi, il vecchio io torna, ci tormenta, ci ingabbia in pareti di vetro temprato. Una parabola decadente, scritta con lo stile elegante e misurato di un autore colto e raffinato che conosce i luoghi che narra. Che lui stesso ha avuto una galleria d’arte, tanto che le cadenze autobiografiche danno autenticità a uno scritto che se vogliamo può avere anche le connotazioni di un crime. Ci sono soldi rubati, una fuga, un ex socio simile a un mafioso con guardaspalle che lo insegue. Ci sono dei morti, delle disillusioni, delle discrepanze, (la storia è narrata in seconda persona, quel tu quasi disorienta). Tutto comunque resta nei canoni di una parabola esistenzialista, di un narrato teso a parlarci delle profondità insondabili di un personaggio tormentato, di un uomo qualunque, anche di successo, di quelli che dalla vita hanno avuto tutto, che all’improvviso rinnega il suo vissuto per un ideale (di libertà?) e si ricostruisce il suo mondo a misura delle sue aspirazioni, e Saporito fa tutto ciò senza volerci sorprendere e scuotere con effetti speciali, proiettili (qualche proiettile a dire il vero sarà sparato) e colpi sotto la cintura. Da leggere.

Roberto Saporito (Alba 1962) ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi: tra gli ultimi romanzi pubblicati Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop 2010), Come un film francese (Del Vecchio 2015). Come “Anonimo” Il caso editoriale dell’anno (Anordest 2013). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste letterarie, oltre al volume Harley Davidson Racconti (Stampa Alternativa 1996). Collabora con la rivista «Satisfiction». Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf (2002) diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa “Inchiostro rosso sangue”, organizzato dalla Rivista Letteraria «Inchiostro» a Verona.

Source: pdf inviato dall’ autore.

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:: Il giardino delle farfalle, Dot Hutchison (Newton Compton, 2017), a cura di Micol Borzatta

14 luglio 2017
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Gli agenti dell’FBI Victor Hanoverian e Brandon Eddison vengono chiamati per interrogare la vittima di un crimine che sembra tutto tranne che una vittima.
Maya, non è il suo vero nome ma al momento si chiama così, è infatti una delle farfalle che sono state rinchiuse in un bellissimo giardino vicino a una grandissima villa isolata.
Maya e altre ventidue ragazze, infatti, sono delle bellissime ragazze dai sedici a vent’anni, che sono state rapite e portate in questo giardino chiuso e trasformate in farfalle grazie al tatuaggio di immense ali sulla schiena.
Dopo una soffiata l’FBI riesce a liberarle, ma ha bisogno di sapere cosa sia successo realmente, e così Maya è costretta a raccontare gli anni di reclusione e la fine che facevano le ragazze al compimento del ventunesimo anno di età.
Un racconto che stravolge Victor, che più di una volta vorrebbe fermarsi e non ascoltare più.
Romanzo inquietante, disturbante e che fa davvero venire i brividi.
La narrazione è divisa in parti ambientati nel presente in cui Maya e Victor stanno parlando, e scritto in terza persona, e parti in cui Maya narra in prima persona tutti gli avvenimenti accadutele.
Le descrizioni sono minuziose per quanto riguarda l’ambientazione e gli avvenimenti, ma tutta la parte relativa alle farfalle è qualcosa di ancora più profondo che colpisce il lettore fin dentro l’animo, trascinandolo in un vortice di orrore e distruzione, ma anche di legami familiari, creati tra le ragazze nonostante non siano consanguinei.
La storia è spaventosa, non tanto per atti di violenza cruenta, ma per le torture psicologiche, per l’atmosfera e la routine quotidiana che le ragazze erano costrette a subire, per quello che le loro anime e i loro cuori hanno costruito per riuscire a superare giorno dopo giorno la prigionia senza fare colpi di testa, e coloro che invece non ce l’hanno fatta e si sono suicidate.
Un romanzo che destabilisce e impedirà il sonno.

Dot Hutchison, è lo stesso autore che ha scritto A wounded name, ispirato all’Amleto di Shakespeare.
Il giardino delle farfalle è stato per molte settimane in vetta alle classifiche di Amazon.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Federica dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Alla ricerca di Mr Darcy, Giovanna Pezzuoli (Iacobelli, 2017), a cura di Elena Romanello

14 luglio 2017
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A duecento anni dalla morte, Jane Austen è più viva e amata che mai, grazie anche ai numerosi adattamenti televisivi, cinematografici e persino a fumetti delle sue opere, oltre che saggi e opere critiche che approfondiscono i suoi romanzi, non certo melensi e scontati, ma vere e proprie commedie di costume con figure femminili spesso in anticipo sui suoi tempi, come fu lei.
Al suo personaggio invece maschile più famoso e amato, modello di riferimento di tanta letteratura fino ad oggi, Mr Darcy, è dedicato il saggio di Giovanna Pezzuoli, Alla ricerca di Mr Darcy, appunto, dedicato al protagonista emblematico di Orgoglio e pregiudizio.
In particolare l’autrice racconta come Darcy è stato portato sul piccolo e grande schemo, con particolare riferimento all’ottimo sceneggiato del 1995 con Colin Firth nel ruolo in oggetto, uno dei suoi più riusciti oltre che quello che l’ha rivelato al grande pubblico. Colin Firth è poi stato anche Darcy di Bridget Jones, uno degli omaggi alla figura austeniana più evidenti e popolari oggi.
L’autrice racconta anche le altre figure maschili dei romanzi di Jane Austen, forse meno riuscite di Darcy, anche se spiccano figure come il colonnello Brandon di Ragione e sentimento, magistralmente portato al cinema dal compianto Alan Rickman e il capitano Wenworth di Persuasione, uscito postumo.
Il libro si conclude con un parallelo tra i romanzi di Jane Austen e quelli delle sorelle Bronte, usciti trent’anni dopo, un una situazione sociale diversa, incentrati su storie di passioni folli e divoranti alla Cime tempestose, o di protagoniste che svolgono il ruolo di crocerossina verso l’uomo dannato come Jane Eyre, anche se forse questa lettura del capolavoro di Charlotte Bronte è un po’ riduttiva. Anche qui Giovanna Pezzuoli mette a confronto adattamenti cinematografici e rappresentazione di un altro archetipo di personaggio maschile, affascinante ma forse meno proponibile oggi di Mister Darcy.
Alla ricerca di Mr Darcy è uno studio imperdibile per chi ama Jane Austen, e tra le righe fa capire come la narrativa inglese dell’Ottocento sarà ancora per molto un pozzo senza fondo di tematiche e suggestioni.

Giovanna Pezzuoli, giornalista esperta e appassionata di cinema, ha a lungo lavorato prima a Il Giorno e in seguito al Corriere della Sera e attualmente collabora con il blog del quotidiano milanese La 27esimaOra e con la rivista Leggendaria. Tra le sue recenti pubblicazioni, la cura (con Luisa Pronzato) del volume Questo non è amore: venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne (Marsilio 2013).

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa Iacobelli, si ringrazia Stefania Baldazzi.

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:: La maestra, Elena Moya, (Feltrinelli, 2014), a cura di Elena Romanello

12 luglio 2017
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A Morella, paese sulle montagne della Valencia, si progetta di demolire la vecchia scuola e al suo posto fare magari un centro commerciale o un casino, per portare quattrini e investimenti: dietro a tutto c’è lo zampino dell’ambizioso sindaco Vincent Fernández, proprietario dei muri, indebitato e desideroso di entrare nella crème della società locale.
Una prospettiva che non piace certo alla maestra che per anni ha insegnato in quelle aule, Vallivana Querol, per tutti Valli, ottantanove anni di grinta incredibile, testimone di decenni di Storia spagnola, da quando lasciò i genitori contadini e repubblicani per andare a studiare a Madrid in un collegio femminile, conoscendo vari intellettuali come García Lorca e Dalí, e diventando amica di femministe come Victoria Kent. Valli ha sempre creduto nel progresso sociale e scelse di diventare maestra, per aiutare gli abitanti delle campagne a migliorare la loro condizione. La dittatura di Franco l’ha costretta ad un lungo e doloroso esilio in giro per l’Europa, ma non può comunque vedere la sua scuola sparire.
Per questo motivo Valli parte e va ad Eton, sede del college più classista d’Inghilterra, dove incontra il professor Charles Winglesworth, a cui è legata da molto di più di quello che sembra a prima vista.
Tra gli eventi del passato e un presente da reinventare anche se si hanno ottantanove anni, La maestra racconta una lotta per la libertà e l’uguaglianza portata avanti per tutta la vita da una protagonista anticonformista, sullo sfondo di una pagina della Storia europea che solo in questi ultimi anni si è cominciato a voler raccontare, la Guerra civile spagnola, che portò alla dittatura fascista europea più lunga e con cui solo adesso la Spagna e non solo lei sembrano voler cominciare a fare i conti.
La maestra è anche una storia femminista, per ricordare come certe battaglie sono cominciate molto prima di come si pensa, occupando generazioni precedenti che poi non poterono godere a pieno dei frutti dei loro sforzi.
Tra le righe, comunque si parla molto anche dell’oggi, di una Spagna che è stata riscoperta da un quarto di secolo almeno come località turistica d’eccellenza, ma dove sono cresciute corruzione e speculazione edilizia, pronte a rovinare anche posti d’incanto che non avrebbero bisogno di niente di più di quello che c’è già. Un discorso valido anche qui in Italia, come occorre sempre ribadire l’importanza della giustizia sociale, baluardo di Valli da sempre, oggi messa in angolo da politiche neoliberiste e di austerità di cui una delle prime vittime è stata la Spagna, insieme al nostro Paese.
Un libro appassionante, per non dimenticare una pagina di Storia che ha insanguinato un Paese europeo, ma che fa pensare anche non poco sulle priorità che bisogna riscoprire oggi.

Elena Moya è nata e cresciuta a Tarragona, in Spagna. Vive da quindici anni con la sua compagna a Londra dove lavora come giornalista economico, prima per il “Guardian” ora free-lance. La Maestra, uscito in Spagna nel 2013 con grande successo per Suma de Letras, è il suo secondo romanzo.

Provenienza: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

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:: Briciole, Rocco Papa (Rune editrice, 2017) a cura di Micol Borzatta

12 luglio 2017
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Elisa Milite ha vent’anni e studia fuori sede a Roma, dove ha un appartamento tutto suo.
Figlia di un primario di chirurgia è sempre stata molto viziata e, specialmente col padre, ha sempre ottenuto tutto quello che voleva. Altro discorso con la madre, donna dalle idee chiuse e considerata dalla figlia bigotta.
È proprio a causa del pessimo rapporto con la madre che Elisa decide di anticipare il ritorno a casa di un paio d’ore, così da rimandare la comunicazione dell’esito negativo dell’esame e le conseguenti lamentele e rimproveri della genitrice, e magari avrebbe approfittato di quelle due ore per incontrarsi con un ragazzo, ma una volta scesa dal treno e avviatasi verso l’uscita posteriore della stazione, di Elisa non si ha più traccia.
Non vedendola arrivare i genitori si rivolgono all’ispettore Castaldi.
All’inizio Castaldi pensa che la ragazza sia dal fidanzato, un semplice cameriere che il dottor Milite non avrebbe approvato, ma il ragazzo non l’ha mai vista uscire dalla stazione.
nel frattempo cominciano a ricomparire gli averi di Elisa su altre scene del crimine che a prima vista non hanno nessun legame tra loro.
Castaldi seguirà ogni singolo indizio per risolvere il caso.
Un giallo tutto italiano ben strutturato.
Rocco Papa, infatti, riesce a creare una storia davvero intrigante e ben congeniata, narrata con uno stile semplice e lineare cosparso da colpi di scena e suspance che mantengono sempre viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina.
Le descrizioni sono davvero meravigliose, molto evocative e minuziose, riescono a creare un mondo tridimensionale intorno al lettore e a creare molti legami empatici, di diverso tipo, con i vari personaggi.
Lo sviluppo della storia è molto credibile, quasi da sembrare un reale fatto di cronaca.
Coinvolgente ed entusiasmante è un’ottima lettura, specialmente nel periodo estivo.

Rocco Papa nasce nel 1970 a Salerno, dove vive e lavora tutt’ora come giornalista. Collaboratore del quotidiano La città ha diverse pubblicazioni al suo attivo e molti premi vinti.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Il peso dei segreti, Aki Shimazaki (Feltrinelli, 2016) a cura di Elena Romanello

10 luglio 2017
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Yukiko ha nascosto per tutta la vita un tragico segreto: poco prima dell’esplosione della bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945 uccise suo padre con del veleno, colpevole di intrattenere una relazione extraconiugale che aveva avuto conseguenze devastanti per lei.
Ovviamente quello che sarebbe successo di lì a poco nascose la sua responsabilità e il suo gesto: quando, tanti anni dopo, è ormai anziana e in punto di morte Yukiko lascia una lettera alla figlia, in cui le rivela l’accaduto oltre che l’esistenza di un fratellastro.
Da questo fatto parte una storia tra passato e presente, tra segreti inconfessabili che raccontano l’ultimo secolo di storia giapponese, dal terremoto di Tokyo alla Seconda guerra mondiale con il suo tragico epilogo, dalla ricostruzione ai rapporti conflittuali con la Corea, con un mondo e una società che cambiano, con particolare riferimento al ruolo della donna, ma dove certi segreti, certi drammi, certe cose non dette e risolte restano e pesano per sempre.
Un libro formato da cinque libri più piccoli, scritti con uno stile minimalista ma non certo banale, per raccontare vicende che si intersecano su più piani, storie nella Storia, una saga familiare tormentata vista da più angolazioni e voci dei personaggi, tra un passato che incombe e un presente con cui è difficile convivere.
L’altra grande protagonista delle storie di Aki Shimazaki è la natura, presente e pronta a scandire le vite dei personaggi e le loro emozioni, il vento che accarezza i volti, le nuvole nel cielo poco prima che un’altra terribile nuvola si affacci, i prati pieni dei fiori blu wasurenagusa, le camelie nel bosco.
La narrativa giapponese contemporanea continua comunque a stupire per storie efficaci, sospese tra tradizione e modernità, scritte con uno stile conciso ma brillante per raccontare vicende molto locali ma nello stesso tempo eterne: i romanzi di Aki Shimazaki non vengono meno a questa regola, e raccontano in particolare due tabù del Giappone contemporaneo, i giorni della bomba atomica (deformati nelle storie di fantascienza animate) e il rapporto con i coreani, ancora oggi discriminati nelle città nipponiche.
Un libro, o meglio un quintetto di storie, da non perdere se si ama il Paese del Sol levante, per conoscere meglio la sua cultura immanente, i suoi cambiamenti sociali e i suoi problemi irrisolti.

Aki Shimazaki è nata a Gifu, in Giappone, nel 1954, ma vive a Montréal, in Canada, dal 1991. I suoi libri sono tradotti in inglese, giapponese, serbo, tedesco, russo e ungherese. È autrice della pentalogia Il peso dei segreti (Feltrinelli, 2016), con cui si è aggiudicata il Prix du Gouverneur-Général nel 2005, di un secondo ciclo romanzesco composto da quattro romanzi intitolato Au coeur du Yamato e nel 2015 ha dato inizio ha un terzo ciclo con Azami. Tra i suoi scrittori di riferimento ci sono Margherite Duras, Osamu Dazai e Agota Kristof.

Source: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

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:: L’ultimo angolo di mondo finito, Giovanni Agnoloni, (Galaad 2017), a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2017
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È un futuro lontano, ma non troppo, quello narrato in “L’ultimo angolo di mondo finito” scritto da Giovanni Agnoloni, edito da Gaalad. Un tempo a venire –siamo nel 2029- in un mondo dove eventi di varia natura stanno sconvolgendo la vita di tutto gli esseri umani. Negli Stati Uniti d’America la Rete del web ha subìto un tentativo di sabotaggio da parte del gruppo segreto degli Anonimi, ma l’azione è stata un fallimento. Conseguenza del fatto è stata la rinascita della rete di internet con l’uso di droni che rendono possibile la navigazione tramite il wireless. In Europa, la morte di internet è avvenuta e la comunicazione è stata travolta da una grave crisi che ha portato a diffondersi, in modo capillare, degli ologrammi (cloni immateriali di esseri viventi) addetti ad influenzare il comportamento degli abitanti umani. Questo è il mondo cupo e futuristico nel quale si sviluppano le avventure del professor Kasper Van der Maart, un esperto teorico di guasti antropologici della Rete. L’uomo parte per New York alla ricerca Kristine Klemens, la scrittrice che alla fine di “Sentieri della notte”, aveva scoperto la fine di Internet. Alle avventure di Klemens si alternano quelle dei seguaci degli Anonimi, sparsi qua e là in Europa alla ricerca di impulsi elettromagnetici da utilizzare per creare una nuova Rete nel Vecchio continente. Il quartetto è composto da Emanuela, approdata Bosnia, Aurelio in Portogallo mentre, i fratelli Ahmed e Amina, si trovano nel Sud Italia. Il libro di Agnoloni anche si occupa di una dimensione globale ci permette di conoscere meglio i suoi personaggi grazie ad una serie di monologhi dai quali emergono non solo le personalità dei protagonisti, ma tutte le loro ansie e preoccupazioni su quello che potrebbe accadere al mondo nel quale vivono. Questo è la dimostrazione di come a volte la letteratura non solo interpreti la realtà ma, in certi casi, ne anticipi gli sviluppi. La società narrata nel romanzo di Agnoloni è a tratti inquietante, nel senso che l’umanità in generale è controllata in modo costante da dei droni che volano, e vigilano, sulle teste di tutti, come una sorta di Grande Fratello ipertecnologico. Fosse solo questo! A rendere l’atmosfera ancora più preoccupante, il fatto che il genere umano conviva con dei propri alter ego fittizi (ologrammi) ai quali si rivolge come se fossero persone reali. L’immagine che ne esce è quella di un umanità forse sì molto avanzata, ma molto sola e a tratti completamente inconsapevole di essere manipolata che ha bisogno di ritrovare se stessa e la vera libertà. “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni chiude una trilogia nella quale nella quale la realtà e la finzione si mescolano alla perfezione dando forma ad una dimensione letteraria inquietante, ma molto verisimile, tanto da non essere molto diversa e lontana dalla dimensione del reale nella quale noi lettori oggi viviamo.

Giovanni Agnoloni, (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (2012; pubblicato in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (2014) e La casa degli anonimi (2014), L’ultimo angolo di mondo finito (2017), tutti editi da Galaad Edizioni. Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema. Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista. Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli. Il suo sito è http://giovanniag.wordpress.com

Source: inviato dall’autore al recensore.

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