Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Quando leggere diventa gustoso: i #bookbreakfast di Petunia Ollister – Intervista a cura di Viviana Filippini

26 aprile 2016
Il Bambino magico. Petunia Ollister

© Petunia Ollister #bookbreakfast

Una mattina, navigando nel caotico e iper-affollato mondo di FaceBook, mi sono imbattuta in una foto dove compariva un libro (La versione di Barney di Mordecay Richler) in compagnia di una sfogliatina alle mele e di una tazza con del cappuccino. La cosa che mi ha colpito dello scatto fotografico è stata la perfetta corrispondenza cromatica tra la copertina del romanzo e il piattino con bevanda e spuntino messi lì a fianco. Poi, l’occhio si è spostato sulla foto del profilo: Petunia Ollister. Da quel giorno non ho mai smesso di seguire i suoi #bookbreakfast, un ottimo momento di relax per condividere nuove letture e colazioni. Per scoprirne di più ne parliamo con Petunia Ollister.

V: Chi è Petunia Ollister e cosa fa?

P: Petunia Ollister nasce dalle menti brillanti di un paio di amici, che anni fa hanno inventato questo personaggio. Ormai ha soppiantato la mia persona anagrafica, tanto che molto spesso mi capita di presentarmi con il mio vero nome e osservando la reazione sconfortata aggiungo timidamente Petunia suscitando il sollievo generale.

V: Come e quando è nato il progetto fotografico delle #bookbreakfast? Perché proprio la colazione?

P: Una mattina nel gennaio del 2014 mi sono resa conto che la copertina del libro che stavo sfogliando, Daily Dishonesty della graphic designer Lauren Hom, era dello stesso colore della tazza dalla quale stavo bevendo il mio caffè. L’istinto di fotografarli dalla cima di una scala, perfettamente a piombo, è stato immediato. Ho cominciato a condividere le mie letture a colazione su Instagram accompagnate da una tazza di caffè lungo, qualcosa – di solito dolce – da mangiare. Un’ossessione per i colori delle tazze e dei piatti, che richiamano rigorosamente i toni delle copertine e la maniacalità per le disposizioni simmetriche completano il quadro. Riassumendo in modo sufficientemente autoironico la mia mania per gli accostamenti cromatici, il rigore millimetrico e simmetrico e l’ossessione per lo scatto perfettamente perpendicolare da un’altezza fissa, è nato questo format diventato un apputamento fisso sul mio profilo Intagram per più di settemila appassionati di lettura.

V: Finalità del progetto e quanta visibilità hai riscontrato da quando hai iniziato?

P: Il progetto è nato in modo del tutto involontario, ma fin da subito ha avuto parecchio successo e mi sono resa conto, grazie ai commenti su Instagram, Facebook e Twitter – su cui ricondivido sempre gli scatti -, che era un modo leggero e semplice per avvicinare ai libri anche persone che non entrano mai in una libreria o tanto meno in una biblioteca. Il libro è un vettore di storie, forse reso un po’ troppo sacro da un certo radicalismo chic, il calarlo in un contesto molto quotidiano e divertente è un modo per dissacrare l’oggetto e rendere quotidiano e divertente il gesto di leggere.

V: In base a cosa scegli la colazione, l’agenda, la penna per gli appunti e la tovaglietta da abbinare a libro?

P: Quel che regola tutto sono lo stile e i colori della grafica di copertina. Per anni mi sono occupata di conservazione dei beni culturali – fotografie prima e libri poi – durante i quali ho maturato un certo interesse per le grafiche editoriali. In seconda battuta il tema del libro, grazie al qual scelgo gli altri oggetti ritratti negli scatti.

V: I libri gli scegli tu o sono proposti da editori?

P: La scelta è sempre insindacabilmente mia. Ho contatti con moltissimi uffici stampa che mi propongono nuove uscite, mi mandano schede, copertine e copie staffetta, ma sono sempre io che dopo attenta valutazione decido o meno se quel libro è adatto o meno al mio progetto.

V: Come e dove realizzi i tuoi scatti fotografici? (fai da sola, ti aiuta qualcuno, che mezzi usi e dove posti immagini)

P: Faccio tutto da sola, allestendo il set fotografico sul tavolo della mia cucina e poi salendo su una scala, da cui ad altezza fissa, scatto con il mio smartphone una trentina di scatti a piombo. Procedo poi a un minimo di correzione di colore, contrasti e ombre, per poi postare su Instagram e ripostare su Facebook e Twitter.

V: A colazione, con o senza libri, cosa mangia Petunia Ollister?

P: Mangio quel che vedete nelle mie foto, ossia di tutto. Biscotti, torte, pancake, bagel, yogurt, muesli, brioche, krapfen, panini. Compro tutto la sera prima, la mattina dopo scatto e, una volta scesa dalla scala, mangio, bevendo il mio caffè – conscia che i puristi dell’espresso stanno per inorridire – lungo americano con un po’ di latte freddo.

V: Quale è il libro più bello che hai letto, o al quale tieni di più, e quale colazione gli abbineresti e perché?

P: Non ho un libro preferito, o meglio ne ho tanti, ma forse il mio preferito ancora non l’ho letto o, più probabilmente, ancora non è stato scritto.
La mia colazione ideale è comunque salata, magari della sardenara – una pizza rossa, con capperi, olive e acciughe, tipica del ponente ligureoppure un club sandwich. Quindi spero che il mio libro venga pubblicato con una grafica di copertina adeguata.

V: Hai mai pensato di raccogliere tutte le foto dei #bookbreakfast in un libro?

P: Molti amici continuano a dirmi che dovrei farlo e io inizio a pensarci sul serio. Certo dovrei prima trovare un editore interessato a confezionare un libro piccolo e quadrato. Sto pensando di realizzare il merchandising dei #bookbreakfast, sempre su suggerimento di chi mi segue sui social. Vedremo.

V: Petunia legge libri cartacei o ebook?

P: Io leggo prettamente su carta. Preferisco il gesto, vedere la progressione delle pagine che diminuiscono. Sono abitudinaria e pigra, ma ultimamente mi sposto moltissimo e quindi ho ripreso in mano il mio eReader, esattamente come ho sempre fatto per i libri troppo voluminosi per venire in giro con me.

:: Un’ intervista con Sophie Littlefield

25 aprile 2016

LiBuongiorno signora Littlefield. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta sul blog Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Sophie Littlefield? Punti di forza e di debolezza.

Sono una madre single di due figli ormai adulti. Vivo a Oakland, in California, in una zona meravigliosa piena di idee, di vita, d’arte e di ristoranti. Il mio fidanzato ormai di vecchia data è un ufficiale di polizia – e sì, lo ho usato parecchio durante le ricerche per il libro! Abbiamo appena acquistato un cucciolo di labrador nero, che richiede molte cure. Suppongo che la mia forza sia il mio profondo, appassionato impegno verso i miei figli, la mia famiglia, gli amici, e, naturalmente, il mio lavoro. Lavoro molto duramente e cerco di essere collaborativa e incoraggio spesso i miei colleghi. Per quanto riguarda i punti deboli, quando sto lavorando, spesso trascuro il resto della mia vita. Vorrei riuscire a conquistare un migliore equilibrio!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola città del Missouri, nel Midwest degli Stati Uniti. Mia madre era un’ artista e mio padre era un professore, e mio fratello, mia sorella ed io eravamo tutti grandi lettori. La sera l’intera famiglia prendeva un libro e leggeva fino all’ora di dormire. Siamo stati anche fortunati a vivere in una zona dove era sicuro stare fuori tutto il giorno e giocare, e abbiamo trascorso le nostre estati facendo campeggio e escursioni.

Che lavori hai fatto in passato prima di diventare una scrittrice a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di queste esperienze?

Ho studiato informatica all’Università e ho lavorato come programmatrice per un grande studio professionale per diversi anni. La verità è che non sono mai stata molto brava con i computer, per cui sono stata molto contenta di lasciare questo lavoro quando sono nati i miei figli! Dopo di che, ho fatto il genitore che resta a casa fino a quando i miei ragazzi sono diventati adolescenti, dopo sono tornata a scrivere a tempo pieno. Ho scritto nove romanzi prima di trovare un agente e un editore.

The Missing Place, ora uscito in Italia per la Sperling con il titolo Non torna nessuno, è basato su una storia vera? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

C’era un articolo sulla rivista People sui “man camps” – le abitazioni temporanee per i lavoratori dei campo petroliferi – che ha attirato la mia attenzione. Ero molto intrigata dall’idea di tutti questi uomini che lasciavano le loro case e le loro famiglie, alcune delle quali a migliaia di miglia di distanza, per lavorare in queste condizioni così massacranti.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Due giovani uomini trovano impiego nei campi petroliferi del Nord Dakota, ma scompaiono dopo parecchi mesi. Il libro racconta la storia degli sforzi frenetici delle loro madri per ritrovarli, e come queste donne imparino a lavorare insieme nonostante le loro grandi differenze.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Non torna nessuno?

Dalle ricerche alla stesura finale, ci sono voluti circa otto mesi.

I capitoli iniziali presentano le due protagoniste: Colleen e Shay. Puoi dire ai lettori che cosa succede?

Colleen è volata dal Massachusetts, dove vive, nel Nord Dakota per la ricerca del figlio scomparso. L’unica sistemazione che riesce a trovare è con l’altra madre, che lei trova volgare e fastidiosa. Le autorità non vogliono parlare con le donne, che in un modo o nell’altro sono costrette a mettere in comune le proprie risorse per la ricerca di indizi.

Le piattaforme petrolifere del North Dakota sono un’ ambientazione strana e insolita per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

C’è una bellezza tranquilla in quella zona del North Dakota, ma in inverno è abbastanza crudele. Le città del boom del petrolio sono affollate di lavoratori che cercano luoghi di soggiorno e le provviste per sopravvivere, e le strade sono congestionate con i camion che trasportano i lavoratori e le attrezzature. Soffiano venti gelidi, neve e nevischio, e le strade sono lastre di ghiaccio. Le piattaforme petrolifere possono essere viste punteggiare ovunque l’orizzonte ovunque ti giri, come grandi strutture aliene che sembrano allo stesso tempo minacciose e imponenti.

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sono più legata alle scene che descrivono le interazioni tra le due donne. L’amicizia è complicata, e l’ansia e la tensione della situazione fa sì che debbano lavorare parecchio per creare un clima di fiducia o anche solo una sorta di dialogo.

Se Hollywood chiamasse, quali attrici vedresti bene per le parti di Colleen e Shay?

Vorrei poterti dare una risposta, ma guardo pochissimo la televisione e non so chi siano le attrici migliori per le parti! Sarei entusiasta, naturalmente, ma dovrei lasciare tutto nelle mani degli esperti.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho letto ogni giorno della mia vita, e le mie ore più piacevoli sono spesso trascorse con un libro. Ho tanti favoriti in quasi ogni genere ma posso rispondere solo dei miei preferiti al momento … ho appena letto Maestra della nuova autrice Hilton e sono rimasta profondamente colpita. Sono stata influenzata da molti scrittori di racconti americani – mi piace lo stile e la forma – e da scrittori di thriller sia degli Stati Uniti e che in traduzione. Mi viene in mente Herman Koch. Mi piace la Grit Lit o il genere noir del sud, di cui Daniel Woodrell è sicuramente il boss.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Puoi farci i nomi di alcuni thriller americani interessanti?

Ah! Vedo che ho anticipato la tua domanda, anche se Lisa Hilton è del Regno Unito, non americana. Luckiest Girl Alive di Jessica Knoll è un grande debutto. Megan Abbott è spettacolare, naturalmente.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Adoro fare tour, anche se preferisco farli con gli amici (i miei migliori amici sono le autrici Juliet Blackwell e Rachael Herron). Spesso ci intervistiamo a vicenda e mi piace sempre vedere se riesco a mettere una domanda inaspettata di nascosto per spiazzarle (sorride). Siamo state tutte in tour abbastanza a lungo che abbiamo amici in tutto il paese, quindi è bello incontrarci per una birra dopo. A volte i lettori si fanno avanti e mi piace chiedere loro della loro vita, per cambiare le carte in tavola, e un po’ per scoprire ciò che stanno leggendo e cosa possono condividere con me.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Provo a rispondere a tutte le e-mail che ricevo, ma, come hai notato, sono spesso lenta a rispondere quando mi trovo assorbita dalla scrittura di un libro – che è quasi sempre! Vi prego abbiate pazienza, lo dico a tutti i lettori che sono così gentile da mettersi in contatto con me.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sarebbe il mio più grande desiderio e spero di essere in grado di farlo in futuro!

Infine, concluderei questa intervista chiedendoti: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena completato un progetto di un nuovo romanzo ambientato nel quartiere della moda di New York City dopo la seconda guerra mondiale. E ‘stato affascinante conoscere questo mondo.

Grazie mille per avermi invitato!

:: Un’intervista con Andrew Nicoll a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2016

unnamedIn memory of Willie

Perbacco! Uno scrittore scozzese sul mio blog! E ‘una battuta, naturalmente, ma sei una persona molto divertente quindi questa intervista sarà un po’ diversa dalle altre. Il mio inglese è orribile, quindi buona fortuna a tutti e due. Prima di tutto, grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Non dimentichiamo le buone maniere. Raccontaci qualcosa di te. Da dove vieni? Dove hai studiato?

R. Vengo da Broughty Ferry, il luogo in cui è ambientata la storia di Miss Milne. Una volta era un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale della Scozia, ma, circa un centinaio di anni fa, è stato inghiottito dalla città di Dundee. Abbiamo vissuto qui dai tempi di mio nonno. Ma noi siamo nuovi arrivati. Nel 18 ° secolo la mia famiglia ha vissuto circa 20 chilometri a nord di qui e la famiglia di mia madre circa 20 chilometri a sud. Non ho vera educazione. Sono andato a scuola qui, poi sono andato a lavorare.

Quali lavori hai fatto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

R.  Uno scrittore a tempo pieno? Bene, suppongo di essere uno scrittore a tempo pieno da quando sono un giornalista, ovvero da 36 anni, ma non sono un romanziere a tempo pieno. Per me si tratta più che altro di un hobby. Scrivo libri sul treno mentre vado a lavorare. Prima di diventare un giornalista, ho lavorato per un breve periodo come operaio forestale dopo aver lasciato la scuola. Ho subito capito che non ero tagliato per la vita di un working man.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

R.  Come la maggior parte delle cose capitatemi nella mia vita, è stata accidentale. Arrivato ai 40, ho vissuto un periodo molto duro. Insomma, mi chiedevo “è ora?” Volevo trovare qualcos’altro da fare, per crescere in qualche modo. Ho visto un amico che raggiunti i 40 ha avuto una macchina veloce e un giovane fidanzata, ma il tutto si è rivelato un hobby molto costoso. Così ho cominciato a scrivere racconti brevi con un certo successo. Poi ho avuto un’idea per un racconto e ho iniziato a scriverlo sul treno per anadare a lavorare. Si è trasformato in non Sara Mai Inverno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Come sei arrivato alla pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

R.  Nessuno voleva pubblicarmi. Proprio niente. Mi sono dato una scadenza. Ho detto, se nessuno accetterà il libro dopo due anni, mi sarei fermato. Ricevetti una proposta dopo dieci giorni.

Parliamo di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Prima di tutto il libro è ispirato ad una storia vera, – o, per meglio dire-, ad una vera e propria inchiesta. Giusto? Puoi parlarcene?

R.  E ‘una storia che è cresciuta con me tutta la vita. I fatti sono successi un centinaio di anni fa, tuttavia questo tempo non è niente. Dico spesso che la mia mano ha tenuto una mano che teneva un fucile nella Grande Guerra. Un centinaio di anni fa, è solo una stretta di mano di distanza. Quando sono nato, ci devono essere stati uomini qui a Broughty Ferry che ricordavano la storia dalla loro infanzia. E la leggenda viveva. Non so quante volte ho superato quella casa con un brivido. Ma tutto ciò che sapevamo era che la signorina Milne è stata uccisa lì e l’assassino non è mai stato trovato.

Questa è una domanda difficile. Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

R.  E’ la storia della omicidio irrisolto di una  ricca e solitaria donna in una tranquilla cittadina scozzese, basata sui file della polizia resi pubblici dopo 100 anni.

Finalmente dai al  caso un colpevole, che nella realtà non fu mai trovato. Come hai scoperto la tua verità?

R.  Quando mi sono imbattuto nei file della polizia ero quasi senza fiato per l’eccitazione. Dentro c’era tutto quello che avevo sempre voluto sapere su questa leggenda che aveva tormentato i miei anni d’infanzia. Ho letto tutto, e ora dopo ora e non potevo credere a quello che stavo vedendo. Tante cose che erano state semplicemente ignorate e disattese. Il suo corpo è stato trovato coperto di fiammiferi usati – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegare il perché. Un vaso sulla scala accanto al suo corpo era pieno di urina – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegarne il motivo. Ci sono state tante circostanze strane che sono state semplicemente ignorate e una in particolare non è mai stata nemmeno esaminata e studiata . Mi ha dato l’occasione di sbrigliare la mia fantasia e trovare una risposta che si concatenava perfettamente coi fatti.

Parlaci delle fonti che hai scoperto durante la scrittura di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Che tipo di ricerche hai svolto?

R.  Quasi tutto viene dai file della polizia, ma ho anche consultato filedi giornali del periodo in biblioteca. I giornali, ovviamente, già noti, mentre i file della polizia sono stati segreti per un secolo.

Qual è stato il ruolo di Internet?

R. Quasi nessuno.

Chi era il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

R.  Ho scritto quattro romanzi pubblicati a livello internazionale e questo è stato di gran lunga la cosa più facile. Conosco queste persone e le strade in cui vivono, le case in cui abitano. L’intera storia era lì. Ho semplicemente appeso i vestiti su.

Progetti di film da tuoi libri?

R.  No.

Hai ricevuto recensioni negative?

R.  Oh, alcune fortemente  critiche. In particolare in Italia. La gente compra il libro pensando che sta acquistando un giallo. Odio i romanzi gialli. In realtà sono la solita  detective story,  scritta e ripetuta all’infinito, più e più e più volte. E’ la cosa più noiosa del mondo. Se volevo scrivere davvero un romanzo poliziesco, avrei  scelto di parlare di un omicidio irrisolto ? Questa è la peggiore idea del mondo. Non è un “giallo”. E’ una storia di persone. Se vi piace la gente, comprate questo libro. Se volete leggere la stessa vecchia storia di detective, provate con un altro libro.

Come immagini il tuo futuro?

R.  Non lo so. Che è probabilmente una fortuna. Ho lavorato 18 anni presso il mio primo giornale, ho lavorato 18 anni presso il mio attuale giornale e, tra 18 anni, avrò la stessa età di mio padre quando ci ha lasciato ed è morto nel bel mezzo di una e-mail. Cerchiamo di non immaginare troppo il futuro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R.  E’ la cosa migliore del mondo, davvero. Persone che si incontrano che si interessano  abbastanza del tuo lavoro che escono la sera e parlarlano con voi, è veramente una sensazione meravigliosa. Suppongo che la cosa più divertente sia accaduta in Romania, quando stavo facendo breakfast TV. L’intervista era in inglese con traduzione dal vivo e l’intervistatore mi aveva chiaramente cercato su Google. E’ diventato chiaro che mi aveva confuso con Andrew Niccol – con una L – che viene anche lui da Broughty Ferry. Ma solo uno di noi era mai stato capitano della squadra di rugby della Scozia e non ero io.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi autori:

William McIlvanney:
Una parola non è sufficiente per Willie. Era un uomo molto piacevole. Educato, generoso, gentile, soave. Un eroe.
James Ellroy:
Strano. (Buono, ma strano)
James Crumley:
Pastorale
Raymond Chandler:
Abile
Agatha Christie:
Sottovalutata
Iain Banks:
Ricco (anche morto).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

R.  Lampedusa. Era il mio santo patrono, quando non riuscivo ad essere pubblicato. Joseph Conrad. RL Stevenson. Joseph Mitchell, che ha scritto Bottom of the Harbour e Joe Gould’s Secret. Sono innamorato della Illiad. La lista è enorme.

Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

R.  I miei colleghi giornalisti, suppongo. Anni di vicinanza ogni giorno. Capire l’abilità di dire tre cose in un paragrafo o una cosa in tre pagine.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

R.  Mi piacerebbe. Ho visitato l’Italia una sola volta, per breve tempo la scorsa estate. Sarei lì in un minuto.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

R.  Shhh. Non comprare mai la carrozzina fino a dopo che il bambino è nato. Willie McIlvanney me l’ ha detto.

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2016

indexBenvenuto Qiu Xiaolong. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Qiu Xiaolong? Punti di forza e di debolezza.

R: Grazie per l’ intervista. Chi è Qiu Xiaolong?, mi ricorda una domanda simile che c’è nel mio nuovo romanzo dell’ ispettore Chen: chi è o chi diventa l’ ispettore Chen? Ebbene, solo alcune informazioni di base su di me. Sono un romanziere accidentale che scrive sulla Cina in lingua inglese. Accidentale in quanto durante la repressione di Tiananmen nel 1989 il governo cinese mise al bando una mia raccolta di poesie e mi fece scrivere in un’altra lingua, in un altro paese, e in un altro genere. Questo potrebbe in realtà indicare alcuni dei punti di forza e di debolezza della serie dell’ ispettore Chen. Sono stato educato come poeta, piuttosto che come romanziere, o tanto meno come un autore di crime in lingua non nativa, ma è ironico che questi svantaggi a volte si trasformino, almeno in parte o in modo imprevisto, in vantaggi in questa era globalizzata.

Una curiosità: qual è il tuo nome e quale il tuo cognome?

R: Il mio nome significa “piccolo drago.” Sono nato nell’anno del Drago, così i miei genitori mi hanno dato questo nome. È un nome abbastanza comune, poiché il drago è un simbolo fortunato nella mitologia cinese. Per quanto riguarda i cognomi cinesi, di solito non significano nulla. Il mio cognome Qiu è relativamente raro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R: Sono nato a Shanghai, in una famiglia di commercianti, che al tempo è stata condannata come “nera, e capitalista” alla luce della teoria della lotta di classe di Mao, e come risultato, ho sofferto di discriminazioni e umiliazioni per essere un “black puppet”. La fine dei miei anni di scuola primaria ha coinciso con l’inizio della Rivoluzione Culturale del 1966, quando tutte le scuole sono state chiuse e i giovani facevano la rivoluzione, così non ho quasi studiato nulla in quegli anni ad eccezione del Libretto Rosso di Mao. Poco dopo in attesa della ripresa della rieducazione dei giovani, nella campagna di Mao di mandare giovani istruiti in campagna per la rieducazione dai contadini poveri e della classe medio-bassa, ero fuori dalla scuola, e fuori dal lavoro. È stato allora che ho iniziato a studiare inglese da solo in Bund Park. E grazie a questo, dopo la Rivoluzione Culturale, sono stato in grado di superare il test di ammissione all’università con un punteggio alto in inglese, e quindi ho potuto ottenere la mia prima laurea in letteratura occidentale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

R: È difficile individuare un momento preciso. Fu probabilmente durante il periodo in cui stavo studiando inglese al parco. In quei giorni mi è capitato di entrare in possesso di alcuni romanzi in lingua inglese, la cui lettura mi ha aperto un nuovo mondo, e mi ha dato la voglia di iniziare a scrivere qualcosa di mio.

Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao. Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Come continua? Qual è il ruolo di questa donna?

R: Shanghai Redemption inizia con la scena dell’ ispettore Chen che visita il cimitero durante le festività di Qingming. Il che ha un valore simbolico. Chen si sente così male per non aver seguito le orme di suo padre, uno studioso confuciano, a causa della sua scelta di fare un percorso diverso, ovvero di diventare un poliziotto membro del Partito al posto di essere anche lui uno studioso. E nel frattempo, Chen diventa sempre più disilluso della sua carriera nell’ambito di un sistema che pone l’interesse del Partito sopra ogni altra cosa, anche se non è ancora disposto a rinunciarvi anche quando viene privato del suo ruolo di ispettore. La donna che incontra lo fa precipitare ulteriormente nella crisi che sta attraversando con la sua richiesta di aiuto e lo trascina in un’indagine che coinvolge alti funzionari del Partito collegati ai vertici.

Shanghai Redemption è una storia di fantasia, ma nello stesso tempo si ispira al vero scandalo che coinvolse Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing, e Wang Lijun ex capo della polizia della città. Vuoi dire ai nostri lettori, che magari non conoscono questa vicenda, quali sono i fatti reali dietro la tua storia?

R: Tra i fatti reali dietro la mia storia: Bo era un membro del potente Central Politburo of the Communist Party of China e segretario del partito della città di Chongqing, un principe rosso in rapida ascesa con un gran numero di seguaci maoisti, ma a causa di un disastroso scandalo internazionale a seguito dell’omicidio di un uomo d’affari britannico da parte di sua moglie, e la fuga del capo della polizia di Chongqing nel consolato americano, Bo è stato distrutto dai suoi rivali in una feroce lotta di potere nella Città Proibita. È stato riconosciuto colpevole di corruzione e condannato all’ergastolo. Per inciso, Bo è stato un mio compagno di scuola presso la Graduate School della Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino nei primi anni Ottanta. Non che ci frequentassimo, ma un giorno prese in prestito la mia racchetta da ping pong preferita, mi ricordo, senza mai restituirmela. Per un principe rosso è stata forse una sciocchezza. Ma è forse non troppo dire che molti di questi principi rossi danno per scontate molte cose, anche in tutta la Cina, come se ciò fosse loro diritto.

In che misura la Rivoluzione Culturale ha cambiato, secondo lei, il destino della Cina?

R: La Rivoluzione Culturale è stata un disastro (1966-1976) con milioni di persone uccise, molte di più perseguitate o colpite in modi inimmaginabili, e l’economia del paese è stata praticamente distrutta. Di conseguenza, l’ideologia di Mao e la pratica della “rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” e della “lotta di classe per tutto il periodo del socialismo cinese” sembravano essere totalmente screditate, così ho creduto che, a seguito di questa disastrosa lezione, non ci sarebbe mai stata una seconda Rivoluzione Culturale per la Cina. Solo un paio di anni fa, tuttavia, l’allora premier cinese Wen Jiabao ha messo in guardia circa la prospettiva di un’altra Rivoluzione Culturale in relazione alla cospirazione di sinistra di Bo. A dispetto della sua caduta, la inquietante possibilità riconosciuta da Wen sembra essere sempre di più realisticamente fattibile con tutti gli altri principi rossi al potere in una lotta disperata per la conservazione della loro dinastia autoritaria.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura di questo libro?

R: Come accennato, la scrittura del libro è stata in parte ispirata dallo scandalo di Bo Xilai. Alcuni dei dettagli nella vita reale si sono rivelati ancora più incredibili e inimmaginabili rispetto alla mia finzione. Per esempio, Bo schiaffeggiò il viso di Wang (presumibilmente a causa della relazione di quest’ultimo con la moglie) ed è stato descritto come uno schiaffo che ha cambiato radicalmente il destino della Cina. Senza di questo Wang non si sarebbe mai nascosto nel Consolato Americano, rendendo così il caso un enorme scandalo internazionale, visto che come unica possibilità di sopravvivenza le autorità di Pechino avrebbero potuto benissimo coprire tutto dall’alto, e ciò è abbastanza sicuro, Bo è caduto a causa sua. Non ho potuto resistere alla tentazione di includere tale episodio nel romanzo, ma Chen è un poliziotto troppo onesto per fare ricorso a quel trucco diabolico. Questa si è rivelata una delle parti più laboriose nella scrittura del libro.

Il governo cinese permette la pubblicazione dei tuoi libri in Cina?

R: Il governo di Pechino ha permesso la traduzione e la pubblicazione di alcuni dei miei libri in Cina. Non troppo sorprendentemente, tuttavia, hanno fatto tagli e modifiche senza il mio permesso. Per esempio, nonostante l’importanza di Shanghai nei miei libri, i funzionari della censura hanno deciso che le storie di omicidio non potevano avere successo a Shanghai, e l’hanno cambiata in “città H” (H in inglese) nel testo cinese. Ho protestato più volte invano, così ho deciso di non dare più i diritti di traduzione all’editore che non poteva promettere di mantenere Shanghai nel testo cinese.

Quali poesie ti hanno ispirato più spesso nel corso della stesura di questo libro? Chen è un poeta anche lui, giusto?

R: Chen è un poeta e un traduttore. In origine, avrei citato Thomas Stearns Eliot più di chiunque altro, ma il mio editore americano era preoccupato per il costo dei diritti. Quindi ho scelto le poesie classiche cinesi composte durante la dinastia Tang e Song, più di mille anni fa, con le quali non ho preoccupazioni di questo tipo. E io stesso le traduco in inglese. Cosa c’è di più, scrivo anche poesie, sotto il nome dell’ ispettore Chen, per dare intensità lirica alla narrazione , poesie che diventano parte organica dei romanzi. Una collezione dal titolo Poesie dell’ ispettore Chen arriverà anche in italiano.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

R: Tra i poeti, Thomas Stearns Eliot, tra i romanzieri di polizieschi, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, e Andrea Camilleri.

Pensando alla scuola, c’è stato un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione?

R: Forse Bian Zilin più di chiunque altro, un poeta e traduttore e studioso di Shakespeare. Ho studiato “la poesia occidentale” sotto di lui presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ma lui mi ha influenzato molto di più come poeta, sostenendo che uno dovrebbe essere in grado di scrivere poesie prima di provare a essere un critico o un traduttore. Per coincidenza, anche lui stesso ha scritto un romanzo in inglese prima del 1949, che è diventato in ritardo una delle maggiori fonti di ispirazione per me quando ho deciso di provare a scrivere il primo romanzo della serie dell’ ispettore Chen in inglese.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

R: Sì, certamente. Per esempio, hanno dato enfasi alla parte sociologica presente nei miei romanzi polizieschi rendendola più consapevole. E più giustificabile anche.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Una cosa davvero piacevole circa i tour letterari è la possibilità di incontrare e parlare con i lettori. E i lettori italiani sono così calorosi e meravigliosi. Un buon numero di loro sono ora connessi con me su Facebook. Durante una delle visite, ricordo, sono stato riconosciuto da due lettori italiani mentre ero a piedi lungo la strada. Così abbiamo camminato e parlato per un lungo tratto. Mi hanno detto che volevano che l’ ispettore Chen si sposasse, ma poi hanno aggiunto che fino a quando lui è relativamente felice, loro sarebbero stati felici per lui. Sono così nel personaggio, mi sento in dovere di andare avanti con la sua avventura, in particolare con tutto quello che sta accadendo oggi in Cina.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

R: Sono venuto in Italia un paio di volte. Per quanto riguarda i piani di visita futuri, sto lavorando con il mio editore. Alla fine di aprile verrò a Milano per un programma televisivo, e poi a metà giugno, al Festival Parolario a Como. Non vedo l’ora. E molti lettori italiani già mi hanno contattato su Facebook per eventuali incontri.

Pensi che i tuoi romanzi contribuiscano al processo di cambiamento culturale in atto oggi in Cina, o almeno migliorino la percezione all’estero di ciò che è l’universo cinese?

R: Per quanto riguarda la possibilità di migliorare la percezione all’estero di ciò che sta accadendo in Cina, penso di sì. Ho parlato con molti lettori occidentali, e questo è quello che mi hanno detto. Solo un paio di mesi fa, c’ è stato un “gruppo turistico” italiano che è andato in Cina, “seguendo le orme dell’ ispettore Chen,” ed ero così felice di parlare con loro attraverso Skype, rispondendo alle loro domande mentre erano seduti in un caffè di Shanghai. Per quanto riguarda un eventuale contributo al processo di cambiamento culturale in atto in Cina, lo spero. Ma le cose in Cina sono difficili da raccontare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

R: In realtà, ho già finito il manoscritto del nuovo romanzo dell’ ispettore Chen, originariamente intitolato Becoming Inspector Chen. L’edizione francese, con il titolo cambiato in Once upon a Time, Inspector Chen, è uscita questo ottobre, ed è un romanzo in retrospettiva composto da storie legate tra loro, ben diverso nella sua struttura. Ho lavorato su un altro romanzo, con “l’ ispettore” Chen che sta lavorando su un caso sotto la copertura di scrivere una storia del Giudice Dee che sovverte una storia scritta da Van Gulik. Anche in questo caso, è abbastanza sperimentale, con le due indagini che si ispirano e che si contraddicono l’un l’altra, mentre scorrono in parallelo.

:: Un’ intervista con Federico Inverni

16 marzo 2016

Il prigioniero della notte_Esec.inddBenvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Federico Inverni non è il tuo vero nome per cui il primo mistero del libro è già racchiuso nell’identità del suo autore. Ipotizzo che tu sia un uomo, ringrazi tua moglie, ma non sappiamo la tua nazionalità, la tua età, la tua professione. Cosa spinge un autore a pubblicare i suoi libri sotto pseudonimo? Per motivi di privacy, per sicurezza, per tenere separate le carriere?

R- Grazie per aver deciso di ospitarmi, è un piacere. Ho scelto di adottare uno pseudonimo, sì, ma in fondo è un mistero di poco conto: la vera sfida è dentro il romanzo! Ho fatto questa scelta per motivi di privacy e personali, come dici tu, ma anche perché penso davvero che Il prigioniero della notte debba trovare i propri lettori senza trascinarsi dietro il peso dell’autore. I protagonisti sono Lucas e Anna, la scena è loro.

Come concilierai la tua identità nascosta e la vita dello scrittore con presentazioni, tour letterari, eventualmente premi?

R- Semplice: non farò presentazioni né tour letterari, se non ‘virtuali’ come questa intervista.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

R- Leggendo tanto, tantissimo, e anche attraverso fasi di crescita personali e professionali di cui però non posso parlare… Ma ricordo ancora il colore (nero e verde scuro) e la consistenza tattile (liscio metallo, fredda plastica dei tasti) della macchina da scrivere di mia madre, presa in prestito quasi clandestinamente per battere a macchina il mio primo ‘romanzo’ (in realtà un racconto breve), che ho rilegato cucendolo a mano. Ora che ci penso, ricordo perfino l’odore del nastro bicolore, rosso e nero.

Il prigioniero della notte è il tuo primo libro? O hai già scritto altri libri magari con il tuo vero nome?

R- No, questo è il mio primo romanzo pubblicato.

A quali autori o romanzi ti sei ispirato?

R- Adoro la crime fiction, credo si intuisca… Ma in realtà sono un lettore onnivoro. Da piccolo sono stato operato di appendicite, presa al pelo perché si stava trasformando in peritonite. Di quell’esperienza ricordo soltanto due cose: il conto alla rovescia prima di soccombere al gas narcotizzante che si usava all’epoca, e la felicità di poter trascorrere dei giorni di convalescenza in ospedale perché così potevo saltare la scuola e leggere, finalmente, quello che mi pareva.

Nell’ interessante nota dell’autore, al termine del romanzo, parli di memoria e identità, della vita come narrazione. Sono i temi centrali del libro? I punti di partenza da cui hai tratto la trama del romanzo?

R- Sono i temi centrali della mia ossessione, sì. Avrai visto anche dalle risposte che ti ho appena dato che mi sforzo di recuperare i miei ricordi come se fossero ancore, argini cui aggrapparmi per impedire alla vita di trascinarmi via con sé… Sì, Lucas è la forma narrativa di una mia ossessione concreta e reale. Sono i punti di partenza, esattamente come dici tu. Il resto, mi auguro e spero, è intrattenimento!

Il prigioniero della notte è un romanzo molto particolare, forse non tanto per lo schema narrativo, (abbiamo un serial killer, numerosi giovani vittime, e un’ indagine poliziesca con investigatori e profiler), ma per le interconnessioni tra passato e presente dei personaggi principali, Anna e Lucas, e se vogliamo anche l’assassino. Gravi traumi, sensi di colpa, possono causare danni alla memoria anche in persone psicologicamente sane? La patologia di Lucas è più marcata, ma anche Anna per motivi che non anticipo, è vittima di una sorta di memoria dissociata, pur essendo una persona apparentemente normale.

R- Nella finzione letteraria si tende a ingigantire certi aspetti per amor di efficacia narrativa. La realtà… È molto peggio, secondo me. Non solo ‘gravi traumi’, anche ‘piccoli’ traumi possono segnare una personalità, possono creare dei marcatori psichici che riconfigurano la struttura mentale in modi inattesi, imprevedibili e soprattutto oltre qualsiasi possibilità di controllo da parte del soggetto. Il fatto è che poi tutto questo, nella vita quotidiana, viene riconciliato, appianato, ristrutturato dal lavoro della memoria, che modifica retroattivamente le percezioni narrandoci una storia, la nostra, nella quale non possiamo fare a meno di identificarci. Insomma, il bello di tutto questo è che è la nostra stessa mente, la nostra stessa identità a rendere evidente una cosa: noi umani delle storie abbiamo bisogno, ne abbiamo un disperato bisogno, perché senza non avremmo alcun senso.

Non hai scelto un’ambientazione italiana, (siamo a Haven), i personaggi hanno nomi stranieri. Perché questa scelta?

R- Haven è una cittadina fittizia, e i nomi dei personaggi sono venuti di conseguenza… Oltre a essere in buona parte una specie di easter eggs… La verità è che volevo svincolarmi il più possibile da un ancoramento geografico, localistico, perché i protagonisti di questa vicenda sono le menti dei personaggi. C’era un luogo vero, in una primissima stesura. E’ durato qualche pagina, perché mi annoiava, mi costringeva a usare parole inutili e dispersive, mi appesantiva come un pranzo mal digerito un pomeriggio d’afa d’estate, la storia affondava con molta meno grazia e molto meno romanticismo di Di Caprio al termine di Titanic.

E soprattutto perché hai scelto una narrazione in prima persona per Anna. Un personaggio femminile. Che ruolo pensi abbiano le donne nella narrativa di genere, più spiccatamente thriller o noir?

R- Anna è nata come contraltare a Lucas, che è nato prima di lei. Ma mentre Lucas, per sua stessa natura, non può essere raccontato in prima persona, Anna ha trovato subito una sua voce, sorprendendomi, cogliendomi alla sprovvista, arrabbiandosi molto – com’è sua essenza – quando non le rendevo giustizia, quando usavo parole non sue. Nella narrativa in generale, e nella narrativa di genere in particolare, le donne hanno un duplice ruolo. Innanzitutto come autrici: fondamentali, spesso più acute dei colleghi maschi, benché tuttora poco riconosciute dalla critica ufficiale che invece è ancora, e ingiustamente secondo me, incline a “premiare”, diciamo così, gli scrittori maschi. Lo dicono tante statistiche sulle recensioni di giornali e riviste letterarie, in Italia e all’estero. E poi c’è il ruolo finzionale dei personaggi femminili. Non più solo vittime, nella crime fiction, ma protagoniste coraggiose, determinate, complesse, stratificate, e questo da lettore mi piace tantissimo. Proprio tanto.

Progetti di traduzione per l’estero?

R- Dita incrociate, ci sono molte cose che si muovono in tal senso… Ma staremo a vedere!

Quale è il tuo legame con i libri? Che tipo di lettore sei? Cosa leggevi da ragazzo? E che libro stai leggendo in questo momento?

R- Leggo tantissimo da che ricordo. Di tutto. E voracemente, infatti non sono un particolare collezionista di libri. Ci sono pochissimi volumi cui sono affezionato in quanto oggetto fisico, se un libro si rovina non me ne curo, ma le storie… Restano dentro di me. Ci sono alcuni romanzi che periodicamente ricompro, magari adesso anche in ebook, e rileggo, per ripulirmi la mente. Da ragazzo? Ho sempre preferito Topolino a Paperino – ovvio, era un detective. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe. Bram Stoker, Wilkie Collins, Coleridge. Oscar Wilde. Bonvi e Max Bunker. Clive Barker, i minimalisti americani. Tutto Stephen King, ossessivamente e compulsivamente. In questo momento non ho tempo di leggere per piacere, purtroppo: mi sto documentando…

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

R- Se te ne parlassi, poi sarei costretto a… 🙂 A parte le battute: mi sto documentando, come ti dicevo, per provare a dare una forma alla storia che Lucas e Anna hanno ancora da raccontare.

:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa

1 marzo 2016

coverEN1149.jpg

Inizia oggi il Blogtour dedicato al romanzo di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere, edito da Newton Compton. Bolognese, classe 1974, già due romanzi all’attivo, Santarsiere ci porta nell’ altopiano del Mato Grosso (grande bosco), in Brasile, sulle tracce di un mistero. Mengele, manoscritti antichi, leggende, città perdute, civiltà antiche che conservano immensi saperi, la glaciazione dell’ Antartide saranno parte del viaggio che continuerà sul web in altre cinque tappe. Siete pronti a partire con noi?

֎ A come avventura… ֎

Hugo Pratt, certo una persona informata dei fatti, un paio di decenni or sono osserva che:

la narrativa d’avventura sta alla geografia come il romanzo storico sta alla storia.”

La narrativa d’avventura ci parla di luoghi lontani, e ci offre spesso un personaggio che per qualche urgente motivo deve andare da A a B. Sull’urgenza, poi, possiamo discutere – Ulisse impiega dieci anni, ad andare da A a B.
E probabilmente per questo legame col viaggio e con l’esplorazione che la narrativa avventurosa prospera nell’era delle grandi esplorazioni e successivamente, nel periodo coloniale. Nel compiere il proprio viaggio da A a B, l’eroe scopre il mondo e, attraversdo la sua nuova conoscenza del mondo, arriva a conoscere meglio se stesso, e ad allargare i propri orizzonti non solo in termini strettamemnte geografici.
E’ il modello utilizzato da Robert Louis Stevenson, e da Kipling, e da Edgar Rice Burroughs. E’ il modello tanto di Sir Henry Rider-Haggard che di Talbot Mundi – quest’ultimo un propugnatore delle teorie teosofiche della Blavatski, e quindi fortemente sensibile al tema della conoscenza attraverso l’avventura (e viceversa). E’ il modello che Harold Lamb adatta alla narrativa storica e Robert E. Howard piega alle necessità  della narrativa fantastica.
La narrativa d’avventura accompagna gli anni fra le due guerre, e fornisce ad autori diversi una collezione di strumenti, di cliché, un linguaggio, che viene piegato alle necessità  espressive del narratore. In fondo, Hemingway e Chandler sono entrambi autori d’avventura, ma sarebbe limitativo e miope descriverli come tali.

Nel secondo dopoguerra, l’avventura (come ogni forma di narrativa di genere) comincia ad assumere un sapore spiacevole per una certa fetta del pubblico – e in particolare per la critica. La narrativa d’avventura si trasforma da letteratura di viaggio in lettura da viaggio – il libro per le vacanze, per il lungo percorso in treno, per le noiose ore sotto al sole sulla spiaggia.
Passatempi, intrattenimento, fuga dalla realtà.
Libri che si leggono per divertirsi – come se esistessero libri che si leggono per soffrire.
Sono poi venute le critiche proprio per quel passato coloniale e quella rappresentazione scortese di persone diverse da noi.
Tarzan e Mowgli sono stati eliminati dalle blioteche scolastiche perché diseducativi.
Che valanga di sciocchezze!
Eppure la narrativa avventurosa resta saldamente nella lista dei best seller – e i nomi di Smith e Cussler vengono citati proprio nel presentare “La Mappa della Città  Morta“, una novità  che è in realtà la prosecuzione di una tradizione lunga e – per lo meno un tempo – rispettabile, che ha in Emilio Salgari uno dei suoi numi tutelari.
Storie di terre lontane, di strani popoli, di antichi misteri, azione, pericolo. Narrativa d’intrattenimento.
C’è chi se ne vergogna. Sono degli sciocchi.

Davide Mana

֎ L’intervista ֎

Benvenuto Stefano su Liberi di scrivere in questa prima tappa del blog tour dedicato al tuo libro La Mappa della Città Morta. Prima di parlare del tuo libro mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, di come ti sei avvicinato alla scrittura.

La mia storia inizia in un piccolo paese della Lucania, dove ho assaporato la più spontanea e felice libertà, e continua a Bologna, dove ho imparato a disciplinarmi e organizzare la mia vita. In mezzo ci sono viaggi e libri letti, il lavoro all’università, i progetti, i fallimenti, le ripartenze e la famiglia.
La scrittura ha seguito lo stesso cammino: è nata nel paese come puro istinto, è cresciuta in città come sperimentazione, come studio e apprendimento, infine è diventata tutt’uno con la mia quotidianità, nutrendosi giorno per giorno di esperienze.
Mi sono avvicinato ad essa in un lontanissimo pomeriggio di infanzia, mentre guardavo insieme ai miei fratelli il film La notte del demonio, di Jacques Tourneur. E oggi, a distanza di quasi tre decenni, puntualmente vedo tra le righe che scrivo tutto quello che ho vissuto e ciò che io stesso sono diventato, come se mi guardassi in un vecchissimo specchio.
Ecco come intendo la scrittura: il riflesso di me attraverso le trame e gli eventi raccontati, ma con la magia aggiuntiva di esprimere anche i miei desideri, e le mie paure.

La Mappa della Città Morta è il tuo primo romanzo? So che è un fenomeno del web, sei stato in altre parole un autore indie, che ha auto-pubblicato il suo romanzo. Parlaci di questa esperienza, quale è stato il tuo segreto per farti conoscere dai lettori?

In realtà è il terzo, ma si tratta della prima storia che ha come protagonista questo copywriter del mistero che si chiama Charles Fort. A gennaio dello scorso anno ho pubblicato il libro su Amazon, con la formula KDP, e in tre mesi è stato scaricato poco meno di quattromila volte occupando stabilmente la top 10 dei libri più venduti. È stata una sorpresa anche per me, visto che mi sono limitato a creare la pagina Facebook del romanzo e fare un po’ di advertising con Google AdWords. È stato emozionante vedere giorno per giorno crescere il gradimento e le recensioni, fino a quando ho ricevuto una e-mail dalla Newton Compton. Spero che la seconda vita del libro sia altrettanto fortunata.

Il tuo romanzo si inserisce nel filone del romanzo avventuroso: un manoscritto antico, un tesoro, una spedizione nel Mato Grosso, popolazioni indigene, un mistero da svelare. Pensi che oggi il fascino delle spedizioni del passato sia ancora presente nelle nuove generazioni, o ormai il pianeta terra, grazie ai moderni mezzi tecnologici (penso ai satelliti, ai telefoni satellitari, agli equipaggiamenti in dotazione agli esploratori) non ha più segreti ?

In verità non sono certo che il pianeta abbia svelato tutti i suoi segreti. Fra i temi del libro v’è anche questo: quanto è solida la convinzione che ogni cosa sia ormai alla luce del sole, in bella mostra sotto i nostri occhi. Dobbiamo proprio escludere che esistano angoli ancora in grado di offrire qualcosa alla nostra onniscienza? Eppure basta pensare al sottosuolo, o al fondo degli oceani, o guardare alle nuove specie viventi che ancora vengono scoperte grazie alla ricerca, per incrinare quella convinzione.
Credo che il fascino dell’ignoto e della scoperta sia rimasto inalterato anche in quest’epoca illuminata dalla fredda luce della tecnologia e inondata di informazioni che ci raggiungono alla velocità di un click. E questo per una sola ragione: abbiamo dentro un’innata e insopprimibile sete di conoscenza, mista alla speranza che ci sia qualcos’altro oltre l’orizzonte che vediamo ogni mattina dalle finestre di casa.

Come ti sei documento per la stesura del tuo romanzo. In che misura la scienza incide nelle tue trame?

Ho fatto una ricerca bibliografica su tre elementi chiave: culture e territorio dell’Amazzonia, esplorazioni geografiche e modalità di sopravvivenza durante le spedizioni, teorie scientifiche sulle glaciazioni e in genere sugli eventi estremi che hanno caratterizzato la storia del pianeta.
Ho letto alcuni libri che propongono ricostruzioni alternative della storia umana o del passato geologico della Terra, e relazioni di antichi esploratori che hanno compiuto favolose scoperte nel profondo della giungla. Più di ogni cosa, mi sono appassionato alla storia di un avventuriero inglese del secolo scorso, che ha trascorso l’ultima parte della sua vita a inseguire il sogno di una città perduta nel cuore del Brasile.
Tutto ciò ha contribuito senza dubbio a consolidare la trama, ma con una dinamica che mi sarebbe difficile ricostruire perché ogni elemento, entrando a contatto con la storia, si è fuso indissolubilmente con essa.

Nelle tue storie vengono prima i personaggi e poi l’avventura, o i personaggi vengano creati in funzione della trama, e come?

Di norma la storia, o meglio l’idea centrale, viene prima. Gli eventi si aggregano uno dopo l’altro intorno a questo nucleo, come nella formazione di un pianeta. Ma arriva un momento in cui devo arrestare il processo e fare ordine, ed è qui che i personaggi emergono definitivamente o svaniscono nella nebbia. Quelli che restano prendono in mano la vicenda e la condizionano, la adattano al loro modo di essere e la conducono fino al termine. Il finale può essere una parziale sorpresa anche per me, ed è un piccolo dispiacere salutarli quando scrivo la parola ‘fine’.

Oltre a modelli letterari, hai avuto anche modelli cinematografici? Quali sono i film di avventura dai quali hai tratto maggiore ispirazione?

Il cinema è la mia seconda grande passione insieme alla letteratura. Ho anche girato un paio di cortometraggi, uno dei quali, ‘Scaffale 27’, è un piccolo thriller che ha avuto il suo successo a Bologna. Ho amato moltissimi film, non necessariamente di avventura, anche se pellicole come All’inseguimento della pietra verde o la saga di Indiana Jones hanno avuto una certa influenza sul mio concetto di ritmo e azione in un libro come La mappa della città morta. Ma in generale preferisco un cinema di respiro più ampio e anche, paradossalmente, dai ritmi più lenti. E sono proprio questi riferimenti che entrano maggiormente nel libro. Posso svelare, ad esempio, che nelle pagine finali c’è una citazione a 2001: Odissea nello spazio.

Come organizzi la tua giornata dedicata alla scrittura, e come concili la scrittura con gli impegni familiari e la vita di tutti i giorni?

La scrittura è per me una costante, un’abitudine, un’energia a volte latente, altre volte che si accende e mi trascina. In ogni caso è sempre lì, fissa nella mia mente, a richiedere attenzione sulla storia che sto scrivendo. Perciò mi è inevitabile trovare il modo di inserirla nella mia giornata. In genere scrivo tra le 18.00 e le 20.00, sempre. Talvolta prevale la ricerca o il lavoro sul progetto, ma è pur sempre tempo dedicato alla storia.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa breve intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

Grazie a voi!
Ho appena concluso la seconda stesura della nuova avventura di Charles Fort. Stavolta porto il lettore nei mari del sud, sulle isole Fiji. Ci lavorerò ancora qualche mese con una terza stesura, dopo vedremo il da farsi. Molto dipenderà da quanto si farà apprezzare La mappa della città morta.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 31 marzo sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
– Commentate tutte le tappe del tour.
– Diventate
follower dei blog partecipanti.
– Mettete “mi piace” alla pagina FB deciata al romanzo e a quella di Newton Compton.
Sistema di estrazione: random org

Prossime tappe:

Seconda tappa: Blog Expres 8 marzo
Terza tappa: Penna d’Oro 10 marzo
Quarta tappa: Thriller Magazine 15 marzo
Quinta tappa: ThrillerPages 22 marzo
Sesta tappa: Il flauto di Pan 29 marzo

:: Un’intervista con Craig Johnson, autore della serie di Walt Longmire a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2016

index

Ciao Craig. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Johnson?

Sono l’autore bestseller del New York Times dei libri di Walt Longmire, base per la serie televisiva Netflix Longmire.

Raccontaci qualcosa della tua città e del tuo paese. Qual è il tuo background?

Sono uno scrittore e nello stesso tempo proprietario di ranch del nord del Wyoming, lungo il confine con il Montana, e la città più vicina al mio ranch ha una popolazione di 25 anime. Ora sono essenzialmente uno scrittore, ma ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa nei ranch e anche parecchi anni nei rodei.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Quando ti sei interessato alla letteratura crime e western? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono arrivato alla scrittura grazie alla tradizione orale; vengo da una famiglia di cantastorie e per me è stato naturale scrivere le storie che loro raccontavano a voce. L’ interesse per la letteratura poliziesca mi è nato durante il periodo in cui ho lavoro per le forze dell’ordine e ho iniziato a vedere le persone al loro peggio e al loro meglio.

Cosa hai scritto per prima cosa?

The Cold Dish, il primo romanzo della serie è stato il mio primo libro, seguito dagli undici successivi, due novelle, e una raccolta di racconti, tutti con Walt Longmire protagonista, lo sceriffo della contea meno popolata nello stato meno popolato degli Stati Uniti.

Sei stato incoraggiato a scrivere nei primi tempi e se sì, da chi?

Non molto, voglio dire io venivo da una famiglia operaia e quando dicevo che volevo fare lo scrittore era un po’ come se avessi detto che volevo fare l’ astronauta, in modo che nessuno, me compreso, ha mai preso sul serio questo genere di cose. Così è stato qualcosa che ho tenuto chiuso nel mio cuore mentre lavoravo nell’edilizia, o come cowboy tutte cose che ho fatto nei miei primi anni.

Raccontaci qualcosa della tuo debutto.

Ti dirò è stato un po’ come la storia di Cenerentola, ho scritto The Cold Dish, è stato preso da un agente davvero meraviglioso e potente di New York, il quale l’ ha presentato a uno dei cinque editori più grandi del mondo. Un anno dopo che era stato inviato The Cold Dish era sugli scaffali di tutte le librerie degli Stati Uniti.

Pensi che qualche scrittore in particolare abbia influenzato il tuo stile o il tuo approccio alla scrittura?

Assolutamente, e John Steinbeck primo fra tutti. Amo i narratori che dipingono su una grande tela, quelli che non hanno paura di parlare di grossi argomenti, ma lo fanno ad una scala umana con personaggi assolutamente coinvolgenti, che prendono queste idee come verità e giustizia e le rendono accessibili mantenendo la scrittura ad una scala umana.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No. Ho avuto un sacco di attenzione da parte dei media e meravigliose recensioni, ma alla fin fine sono solo opinioni, né meglio né peggio di una e-mail o di una conversazione casuale sul mio lavoro.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Tutto. Sono cresciuto in una di quelle case in cui i libri erano dappertutto. La più grande colpa nella casa dei miei genitori era quella di essere visti senza un libro ed è qualcosa che fa parte della mia vita, ancora oggi.

Cosa ti ha portato alla pubblicazione?

Scrivere un libro, che è sempre la parte più difficile, scrivere qualcosa che possa essere degno di essere pubblicato. Generalmente una possibilità l’otteniamo tutti, ed è meglio non farla scappare, perché non è detto che si possa avere un’altra possibilità. La mia storia, come ti ho già raccontato, è più una storia di Cenerentola, non granché come modello, in quanto ho incontrato un grande agente e un grande editore in meno di un anno.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Brady Udall, Willy Vlautin, Daniel Woodrell, Christopher Moore, James Lee Burke, Cormac McCarthy, Ken Kesey…

Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Hammett, mi piacciono gli aspetti politici della sua scrittura.

E ora parliamo della serie di Walt Longmire. Come è nata?

Kathryn Court, il capo della Penguin, mi disse che dovevo davvero continuare a far vivere i miei personaggi in una serie e io, con l’esperienza di chi aveva pubblicato solo un libro, fui d’accordo con lei. Mi disse di tornare al mio ranch e pensarci su, così ho fatto.

Mi piacerebbe parlare un po’ dello sceriffo Walt Longmire. Chi ti ha ispirato per questo personaggio?

Ho fatto davvero tante cavalcate assieme a tanti sceriffi in Wyoming e Montana e li ho assemblati in Walt, lui è parte di un sacco di quei ragazzi, intelligenti, duri e che hanno cura delle persone delle loro comunità.

Ci sono parti autobiografiche?

Oh, certo, è difficile scrivere un’ intera serie di libri in prima persona e non metterci un po’ di te stesso in tutti i personaggi.

Cosa consigli agli aspiranti scrittori?

Scrivere con il proprio cuore; se stai solo cercando di farti pubblicare non funzionerà mai. Seguire le tendenze è un gioco a somma zero, qualsiasi cosa tu stia cercando di emulare, il treno ha già ha lasciato la stazione.

Se potessi iniziare la tua carriera di nuovo, cambieresti qualcosa?

No, non una sola cosa.

Sei uno scrittore così prolifico. Quale è il tuo libro preferito?

E’ un po’ come chiedere quale è il preferito tra i tuoi figli. Sono tutti preferiti, ma per motivi diversi, alcuni sono più veritieri, altri divertenti, perspicaci, coinvolgenti, impossibile dirlo.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Come hai reagito?

Oh, certo. C’è sempre qualcuno là fuori a cui non piace quello che stai facendo, ma non si può farne una questione personale. Se si vuole si può vedere cosa hanno scritto loro e vedere se hanno qualche merito, se no, solo buttare le critiche nella spazzatura e andare avanti.

Pensi che la tua scrittura stia migliorando?

Assolutamente, se no non scriverei più.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura?

Beh, io ho un ranch il che significa che ho delle responsabilità per prima cosa quando mi alzo al mattino. Allora posso iniziare a scrivere a metà del pomeriggio, poi torno ad essere un rancher per alcune ore e poi scrivo ancora un po’, mi lavo e mi preparo per la cena. Ho una vita molto piena e non sono il primo scrittore a scoprire che barcamenarsi tra lavoro intellettuale e fatica fisica è un ottimo modo di vivere.

Hai molti fan. Che legame hai con i tuoi lettori?

Ho un legame molto stretto. Ho un sito web http://www.craigallenjohnson.com in cui i lettori possono semplicemente scrivermi direttamente. Rispondo a tutte le mie e-mail che ricevo e penso che sia fantastico avere una bella e stretta relazione con le persone che leggono i miei libri. Poi c’è Longmire Days in Buffalo, Wyoming dove giriamo lo show televisivo, io e circa quattordici mila persone partecipiamo – è molto divertente.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Quando Rosey Wayman della polizia stradale del Wyoming viene trasferita nel bellissimo e imponente paesaggio del Wind River Canyon, una zona che gli agenti di polizia chiamano terra di nessuno a causa della mancanza di comunicazioni radio, lei inizia a ricevere chiamate di assistenza. Il problema? Stanno arrivando da Bobby Womack, un leggendario poliziotto Arapaho ferito a morte nel canyon quasi mezzo secolo prima. In un’ indagine che abbraccia questo mondo e il prossimo, lo sceriffo Walt Longmire e il buon amico Henry Orso in Piedi si occupano di un caso che li mette a confronto con una leggenda: The Highwayman.

:: Un’ intervista con Fiammetta Biancatelli

23 febbraio 2016

unnamedBenvenuta Fiammetta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei nata a Roma, ti sei laureata in Lingua e Letteratura spagnola, per alcuni anni hai fatto la traduttrice, sei stata una dei cinque fondatori di nottetempo, per più di sei anni sei stata responsabile dell’ufficio stampa della Newton Compton Editori, da poco hai fondato l’agenzia letteraria Walkabout Literary Agency insieme a Ombretta Borgia e Paolo Valentini. Insomma hai “giocato” in quasi tutti i ruoli dell’editoria, che bilancio ne trai, cosa ti ha dato più soddisfazione?

R- Sono state esperienze diverse ma complementari tra loro, tutte molto formative sia da un punto di vista umano che professionale. Impossibile dire quale mi abbia dato maggior soddisfazione. Anzi proprio in virtù di aver operato nei diversi ruoli dell’editoria, ho potuto scommettere su una nuova avventura. La somma di quelle esperienze diverse mi ha portato a a fondare l’agenzia letteraria dove le competenze necessarie sono molto variegate. Tutte le esperienze del passato si sono rivelate preziose e importantissime. Dall’esperienza che un traduttore fa nella profondità di un testo letterario, alla conoscenza a 360 gradi di come opera una casa editrice, fino ad adattare le strategie di addetto stampa alle politiche di un editore molto aggressivo e capace nella promozione e nel marketing. Ciò nonostante, il progetto di Walkabout literary agency non sarebbe stato possibile senza le sinergie con Ombretta e Paolo, siamo un team complementare e affiatato che ci sta permettendo di dare all’agenzia un’identità specifica e solida.

Data la tua variegata esperienza (traduttrice, editore, addetto stampa, agente letterario) si può dire che i libri sono al centro della tua vita e così gli autori. Che legame deve crearsi tra tutte le varie componenti perché un libro sia un successo, o è solo merito del caso? Quando mi faccio questa domanda io penso sempre alle varie Sfumature.

R- Parlare oggi di successi editoriali è un terreno minato, stiamo assistendo a casi letterari che di letterario hanno davvero poco. Lavorando nel settore ne dobbiamo prendere atto senza smettere di lavorare con passione nei libri in cui crediamo. Come agenti siamo molto attenti a intercettare quelle originalità che hanno il potenziale del successo, ma sempre secondo un nostro criterio che non trascende mai dalla qualità. Non riusciamo a innamorarci di un testo che non abbia una forte autenticità nella trama o nello stile, e siamo sempre alla ricerca di voci narrative nuove, declinate naturalmente nei diversi generi destinati a lettori diversi.

In questo particolare periodo perché aprire una nuova agenzia letteraria, in cosa si differenzia la vostra da tutte le altre?

R- Quando due anni fa abbiamo fondato l’agenzia letteraria era un momento delicatissimo, l’editoria stava attraversando una crisi importante e con consapevolezza, abbiamo corso dei rischi. La nostra decisione però si fondava esattamente su un ragionamento che interpretava la crisi come una opportunità. Proprio perché l’editoria attraversava una fase di grande incertezza, con snellimenti di personale all’interno delle case editrici, tagli radicali, ridimensionamenti di ogni genere, abbiamo voluto conformare la nostra agenzia tenendo conto delle molte esigenze che sarebbero emerse tra gli autori, ma anche tra le case editrici. Infatti, non ci occupiamo soltanto di intermediazione dei diritti in Italia e all’estero, ma il nostro lavoro con gli autori comincia molto prima, spesso nelle prime fasi di ideazione, stesura ed editing del testo, lo affianchiamo e ci lavoriamo, spesso anche a contratto già chiuso, e lo seguiamo nei diversi passaggi fino alla pubblicazione, senza trascurare la fase promozionale, attraverso il lavoro di ufficio stampa e promozione.

Il compito dell’agente letterario come è cambiato negli anni? Come selezionate i vostri autori? Prediligete legami più personali, o unicamente professionali?

R- In Italia la figura dell’agente letterario ha faticato a radicarsi e fino a pochi anni fa ancora molti scrittori affermati non avevano un agente, per non parlare degli scrittori emergenti. A torto si è creduto che un agente servisse nel momento in cui uno scrittore si affermava o riscuoteva un certo successo di vendite. Un errore di valutazione che ha pregiudicato e danneggiato molti autori senza esperienza che, pur di essere pubblicati, hanno firmato i loro primi contratti molto sbilanciati a favore dell’editore o hanno esordito con editori che non hanno saputo sfruttare al meglio il loro potenziale. I nostri autori li selezioniamo a partire da un unico criterio: noi dobbiamo credere in loro, nelle loro potenzialità, che siano autori letterari, commerciali, di narrativa o saggistica o varia. Ci dobbiamo credere. Le nostre scelte sono sempre il frutto di un confronto tra noi tre soci e di attente valutazioni.

L’agente letterario, generalizzando vende diritti e tutela l’interesse degli autori. Nella tua esperienza ci sono autori da evitare, così come case editrici?

R- Il rapporto con gli autori è uno degli aspetti più belli del nostro lavoro, perché il sostegno e la tutela che un agente garantisce all’autore non può essere soltanto professionale. Noi rappresentiamo gli autori e le loro opere quindi interagiamo con la loro creatività e con il loro ingegno. E dato che l’obiettivo dell’autore coincide perfettamente con l’obiettivo dell’agenzia, è fondamentale che si crei un legame di fiducia reciproca e di stima. In ultima istanza il nostro è sempre un lavoro di squadra.
Come nella vita, capita sempre qualche brutta esperienza.

Immagina che un esordiente ti mandi in valutazione un testo molto letterario, con una spiccata voce personale, oggettivamente bello, ma di nicchia e poco commerciale. Cosa fai?

R- Ci è capitato naturalmente di ricevere testi molto letterari con poche possibilità di trovare un editore. Ma quando un testo ci seduce, ci scommettiamo comunque, senza mai nascondere all’autore le difficoltà che dovremo fronteggiare. A volte abbiamo fatto centro, a volte no. Non vogliamo abbandonare questa linea, è il nostro stile e non potremmo lavorare diversamente.

In che misura varia il mondo letterario italiano da quello estero? Trovi in realtà grandi differenze? C’è più professionalità all’estero, per meglio dire ognuno è più specializzato nel suo settore?

R- Una delle maggiori differenze che avvertiamo quando ci confrontiamo con gli editori stranieri riguarda proprio il coraggio di scommettere su nuove voci che si discostano dai generi di recente successo. In Italia ci è capitato che ci abbiano detto “questo genere non vende” e dall’estero ci annunciano un nuovo caso editoriale proprio di quel genere. Sicuramente il nostro mercato oggi così compresso è molto condizionato dal risultato economico e chi sceglie i libri deve poter garantire un successo di vendite. Così proliferano libri che imitano i successi. Ovviamente anche in Italia ci sono editori che cercano di tenersi distanti da queste logiche e continuano ad offrire ai lettori testi di qualità con una certa dose di innovazione, ma ovviamente l’obiettivo del profitto è quello che predomina sopratutto nella grande editoria.
Certo, se pensiamo agli editori che hanno fatto l’editoria italiana dagli anni ’50 in poi, e ai grandi scrittori italiani della seconda metà del ‘900 – che oggi faticherebbero a trovare un editore – ci accorgiamo dell’enorme differenza. Ma queste trasformazioni rispondono a una società che ha cambiato ideali, linguaggi e stili di vita a grandissima velocità, e non possiamo non tenerne conto.

Hai appena lanciato una nuova iniziativa editoriale dell’agenzia, ce ne vuoi parlare?

R- In occasione del secondo compleanno di Walkabout literary agency abbiamo aperto un canale di Amazon-Kindle: e-Walkabout nasce con 5 collane in formato digitale a prezzi accessibili. Per tutti i gusti. Dalla narrativa di genere a quella letteraria, dalla saggistica alle short stories. Un catalogo di autori e autrici su cui scommettiamo. Usciranno con cadenza mensile a € 2,99. I primi tre titoli sono già online.

La serietà, l’esperienza, la professionalità sono elementi sempre più difficili da trovare, c’è molto pressappochismo e incompetenza. Questo queste ultime danneggiano l’editoria, e c’è un modo per difendersi?

R- Come nella vita, anche nel settore dell’editoria credo che l’unico modo per difendersi dall’incompetenza è imparare a riconoscere dove c’è veramente onestà e professionalità. E riferendomi agli autori emergenti, consiglierei di non avere fretta di raggiungere l’obiettivo di pubblicare, ma cercare vie e professionisti in grado di contribuire costruttivamente al loro progetto, anche se a volte significa andare incontro a rifiuti e delusioni.

Cosa pensi del mondo dei blog letterari, è un universo che in parte conosci, per i tuoi anni in Newton Compton, che idea te ne sei fatta?

R- Come ufficio stampa ho sempre collaborato volentieri con i blog letterari, anche negli anni in cui non avevano la forza promozionale che hanno adesso. Ora per promuovere i libri è imprescindibile occupare anche questi spazi, spesso in mano a persone competenti e attente. La rete come sappiamo è diventata un luogo di primaria importanza per raggiungere i lettori, così come i social network.

Quando parlano di crisi dell’editoria, testimoniata da studi, sondaggi e statistiche, ci credi completamente? Quali sono i mali maggiori, le cose a cui si può porre ancora rimedio?

R- Come ho detto in una risposta precedente, la crisi, che è innegabile, ha contribuito a tagli e ridimensionamenti, sovraccaricando di conseguenza i professionisti che lavorano nel settore. Gli spazi per le scommesse letterarie si sono notevolmente ridotti, così come la capacità per un editore di promuovere e seguire un libro nei mesi successivi alla sua pubblicazione. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di colmare queste mancanze.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Walkabout literary agency ha soltanto due anni e sta camminando di buon passo. Non ho altri progetti se non far crescere e avanzare l’agenzia. Parafrasando il significato del nome che abbiamo scelto per l’agenzia, direi che continueremo a cercare, per e con i nostri autori, “le vie del canto…”.

:: Un’ intervista con Mirko Zilahy a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Un’ intervista con Roberto Mingoia

3 febbraio 2016

indexOspito oggi sulle pagine di Liberi di scrivere un giovane scrittore sardo con un progetto interessante, che sarà utile anche a tanti giovani scrittori che cercano una strada nel (difficile) mondo dell’editoria. Lascio a lui la parola.

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nato? Che studi hai fatto?

Buona sera e grazie a voi per l’interesse. Ho 37 anni, sono di Cagliari e sono laureato in Scienze Politiche. Ho sempre amato scrivere ma ho aspettato ad essere gratificato sul lavoro e ad avere del tempo libero prima di buttarmi in questa avventura. Ora la gente mi considera uno scrittore, è una cosa meravigliosa ma anche una responsabilità. Anche quando prendo degli appunti o scrivo la lista della spesa non posso sbagliare una doppia o scrivere qualcosa di insensato.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Leggo da sempre, forse perchè vedevo mio papà farlo. Leggevo i libri che prendeva in prestito dalla biblioteca vicino a casa, ora sarà lui a leggere i miei. Mia mamma mi ha raccontato che si è commosso come ha letto i primi articoli sul mio nuovo romanzo.
Le prime letture che mi sono rimaste impresse sono state di Wilde, Orwell e Pirandello.

Da scrittore esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

Da scrittore esordiente è durissima, devi avere una energia e una determinazione assoluta. Altrimenti è impossibile. Devi vedere l’obiettivo di arrivare al grande pubblico già realizzato anche se in un primo momento ti leggono solo i tuoi familiari o i tuoi amici, quello rimarrà sempre il nocciolo duro di pubblico per cui scrivi. Ma la persona per cui devi davvero scrivere tutti i giorni per il puro gusto di farlo, sei tu. Io scrivo per me stesso e sono in ogni caso contento di farlo perchè provo piacere nel farlo, nel trovarmi davanti a una pagina bianca con la mente vuota per poi riscoprire un capitolo pieno di personaggi e aneddoti che non pensavo nemmeno di poter concepire. Poi scrivo anche per trasmettere qualcosa di positivo agli altri, come se mettessi il mio cuore e i miei pensieri in una capsula del tempo e li dedicassi per sempre agli altri. Se ci credi funziona è il mio motto. Ora ho tantissima gente che mi chiede cosa sto scrivendo e non vede l’ora di leggermi.

E’ uscita su Bookabook.it (il primo portale italiano di crowdfunding del libro grazie a cui le opere più seguite verranno pubblicate) la tua opera dal titolo “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, ambientata in Sardegna e in particolare nella città di Cagliari. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’idea di partecipare?

Ho avuto l’idea di partecipare in quanto avevo già percorso la via dell’autopubblicazione e quella della ricerca di un editore. E’ un’avventura davvero stimolante e ti apre mille orizzonti. Del resto a prescindere da chi o come è stato pubblicato il libro per farlo davvero arrivare a un pubblico vastissimo bisogna muoversi sul territorio: contattare biblioteche, associazioni, istituzioni, non lasciare nessuna strada intentata. Sono stato invitato anche da diverse scuole medie e superiori per presentare il libro e dar vita a dei laboratori di scrittura.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

In Italia è ancora poco conosciuto perchè in alcune cose fatichiamo ancora a sperimentare e sopratutto fatichiamo spesso a dare fiducia agli altri o a chiedere il sostegno degli altri. Sono tra le persone che crede che il crowdfunding sia il futuro sia nell’editoria che nel mondo dell’economia. E’ una forma di meritocrazia, va avanti chi funziona, chi riceve l’apprezzamento e il sostegno della gente, degli utenti finali.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un’esperienza molto positiva e gratificante. Ho ricevuto complimenti, interviste, inviti a presentare l’opera nei circoli dei sardi in tutta Italia. Non pensavo nemmeno potesse piacere così tanto. E piace anche ai non sardi perchè il sardo è un testardo che si butta a capofitto in tutte le cose e si fa voler bene. Bisogna stare dietro alle biblioteche e alle istituzioni, i tempi sono lunghi e a volte sembra che ti stanno facendo un favore. Pensate all’obiettivo e che se si chiude una porta si apre un portone!

Parlaci del tuo libro, “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, raccontaci di cosa parla, a che genere appartiene, quali sono le sue caratteristiche più insolite?

E’ un giallo avvincente, a tinte pulp, ambientato in Sardegna ma studiato sulla scia dei classici americani: medico legale, gangster, inseguimenti al cardiopalma. Il Commissario Casu, è pieno di caratteristiche insolite, ama bere, fumare, gli piacciono le donne e le auto sportive. Ama anche la musica raeggeton e il buon cibo, è gentile e generoso, è un inguaribile ottimista ma anche allo stesso tempo un’anima inquieta che soffre per le brutture del mondo ed è intenzionato a fare la sua parte per eliminarle. E’ anche un giocatore, ama fare la sua capatina settimanale nella sua agenzia di scommesse preferite e fare due chiacchiere con quella moltitudine di simpatici personaggi che la popola.
Il romanzo fa rivivere le atmosfere di suspence e tensione dell’epoca dei sequestri degli anni ’90 in Sardegna e lo fa in chiave moderna e originale. Il Commissario ama anche scrivere poesie e leggere libri motivazionali, una persona piena di risorse che non vi annoierà un minuto.

Quanta importanza ha per te una bella copertina nella vendita dei libri? Pensi sia un dettaglio marginale?

Una bella copertina è fondamentale. La mia l’ho realizzata in modo minimalista richiamando la sagoma di un delitto, colorata di giallo per evidenziare il genere della storia. Poi ci ho messo il Commissario che prende appunti con il suo taccuino, immancabile compagno di viaggio, dalla serie i dettagli sono importanti.

Diventerà una storia a fumetti?

Potrebbe benissimo diventarlo, finora a parte il grande interesse generale c’è stato anche l’interessamento di un regista. Lo vedo già il Commissario protagonista di un intrigante film giallo.

Sei uno scrittore che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Leggo tanto, tutto quello che mi capita. Ora sto leggendo un libro giallo “Il Commissario Bordelli” di Marco Vichi. Carino, trovo tante affinità ma anche tante differenze, tutto questo è davvero stimolante.

Progetti per il futuro?

Sto finendo il secondo libro sull’investigatore sardo. “Il Commissario Casu e il serial killer della stella”. Ho in mente poi un terzo capitolo della saga ambientato tra Londra e New York per farlo conoscere ancora di più al grande pubblico e farlo cimentare in casi internazionali, visto che ama tanto anche viaggiare e non rinuncia mai alle sfide.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi, autrice di “Tredici storie di Adriatico”, a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2016

ILgKv0ORBenvenuta Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a te, Giulia.

Sei originaria di un piccolo centro vicino a Ferrara e ora vivi vicino a Bologna. Parlaci dei tuoi luoghi, dove sei cresciuta, dove ora vivi.

Ho vissuto nella Bassa fino a 19 anni, poi ho trovato lavoro a Bologna  continuando a cambiare casa nei paesi limitrofi. Al momento ho all’attivo otto traslochi. Sono stata impiegata a Bologna per oltre trent’anni facendo subito  miei i termini: Rusco (spazzatura), Tiro (apriporta), Cinno (ragazzo) e Soccia (…)  il quarto ho smesso di usarlo appena mi hanno spiegato cosa voleva dire. Di Argenta, dove sono nata, ho un ricordo di estati afose,  valli e tanta nebbia. Quando qui parlano di nebbia ripenso a quella della Bassa, dove per procedere in macchina devi metter la testa fuori dal finestrino per seguire la striscia bianca di mezzeria. Ora vivo in un posto immerso nel verde a Castello di Serravalle dove quando d’inverno nevica resti anche per una settimana a lume di candela e senza riscaldamento. Una cosa molto romantica.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa leggevi da ragazzina?

I primi libri furono Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie,  cominciai ad appassionarmi  alla lettura coi romanzi di Verne verso i 10 anni. Sono diventata una lettrice  solo dopo i 30. Dai 20 ai 30 con una  figlia piccola da crescere, autobus denso di fumo con soli posti in piedi,  lavoro e  casa da seguire  non trovavo il tempo e non sapevo neppure quali letture potessero piacermi. Alla passione per il noir ci sono arrivata per eliminazioni successive.

Poi è arrivata la scrittura. Ce ne vuoi parlare? Che tipo di scrittrice sei?

Una scrittrice lenta. Tutto è cominciato per caso vent’anni fa, inviando un racconto a un concorso. Da lì ho partecipato ai concorsi letterari come fosse un lavoro per 4 anni, arrivando ai primi posti in una sessantina. All’inizio collezionavo targhe e coppe, negli ultimi tempi miravo solo ai premi in denaro. Scrivevo una storia di una trentina di cartelle e la spedivo.  Allungando, accorciando e cambiando l’ambientazione a seconda delle richieste dei bandi. Col  primo racconto La ribaltabile, il più modificato in assoluto, potrei farci un Esercizi di stile. Partiva da una storia nella Bassa arrivando all’ambientazione sarda. Una volta  premiarono lo stesso racconto nello stesso giorno in due posti diversi a 500 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ci dividemmo i compiti col marito.

Scrivi di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine. Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quali sono i film tratti da libri più riusciti?

Sono  assetata di storie e amo  il cinema da sempre. Da piccola abitavo fuori mano e non potevo andarci, era il periodo dei Western. Per anni ho sognato di vederne e da allora mi è rimasta la voglia di scriverne uno a modo mio. Di film riusciti tratti da libri  me ne  vengono in mente solo alcuni: Il gattopardo, Shining,  Mystic River, La cruna dell’ago, alcune trasposizioni da Simenon, Uomini che odiano le donne… Spesso mi  capita vedendo un film di leggere il libro in seconda battuta.

Ho letto Tredici storie d’Adriatico, uscito nel 2014. Un libro di racconti. E per quanto ne capisco di libri, originale, ben scritto, con un suo proprio stile che lo evidenza da tanta narrativa tutta uguale. Che accoglienza ha avuto?

L’Editore Luciano Sartirana  ha letto la raccolta, gli è piaciuta, e si è offerto di pubblicarla. Il libro è stato bene accolto dai lettori e ne sono contenta. Non è una pubblicazione a pagamento. Se dovessi pagare per pubblicare  mi terrei gli scritti nel cassetto.

Molte protagoniste dei tuoi racconti sono donne. Come sta cambiando il ruolo delle donne nella narrativa?

I miei racconti prendono spunto da storie vere, solo i finali sono di fantasia. Mia figlia e le mie amiche offrono spunti  a raffica tutti i giorni. Tutte viviamo per il gusto dell’aneddoto e appena ne abbiamo uno ce lo telefoniamo. Da  lì nascono i miei racconti. In Tredici storie di Adriatico  solo due storie sono narrate in prima persona da maschi. Ho sempre pensato che le donne abbiano più cose da raccontare, anche se poi sono i maschi a vendere più libri.

In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città. Come dico nella mia recensione al tuo libro: “c’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare”. Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono. Pensi sia vero?

Resto dell’idea che per scrivere di un posto occorra viverlo. Poi ci sono sempre le eccezioni alla regola.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Di italiani ho amato alcuni libri di Ammaniti,  Baldini, Carofiglio, Camilleri e  De Giovanni anche se  la grande passione resta  sempre per Simenon (quello dei romanzi senza il Commissario Maigret).

Cosa stai leggendo adesso?

Ho appena finito Freddo nell’anima di Lansdale e Chiamate la levatrice di Jennifer Worth. Apprezzando  entrambi.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Preferisco i romanzi. Quando mi affeziono a una storia vorrei che il piacere si protraesse il più a lungo possibile e non si esaurisse in poche pagine, ma amo anche i racconti.

Riguardo la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi o dei dialoghi?

Mi vengono più rapidi i dialoghi. Anche da lettrice le descrizioni troppo corpose se non sono indispensabili mi affaticano, e quelle che somigliano a poesie mi uccidono.

Un ricordo di Luigi Bernardi.

Si propose per pubblicarmi una raccolta di racconti sulla Bassa (Bassa e nera) ma avevo mandato la stessa raccolta a  un concorso che aveva per premio la pubblicazione e l’ho vinto. Quando lo seppe si arrabbiò e  disse “E adesso arrangiati!” Conservammo comunque dei buoni rapporti e ho tenuto  le sue mail per ricordo. Era di una schiettezza rara. Peccato averlo perso troppo presto.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per le presentazioni dei miei  libri finora, fortunatamente,  è andata bene. Ho invece il ricordo di due  premiazioni letterarie  dove non si presentò il secondo classificato, causa morte improvvisa. Ecco in quei casi lì pensi che sia  bello non arrivare secondi. Capitò anche che  per due volte  mi scrivessero sulla  targa “Paolo Rambaldi” scusandosi quando mi videro arrivare. La giustificazione fu sempre la stessa:  il racconto era talmente duro e cattivo da far pensare che  l’avesse scritto un uomo. L’ho  preso come un complimento.
Ma quello che mi faceva morire erano le motivazioni della premiazione (di solito lusinghiere) cioè quello che, secondo il critico,  avrei voluto dire col  racconto. Alcune  interpretazioni erano talmente  sorprendenti che sembrava si riferissero alla storia di un altro. Cominciavano sempre con un “E qui l’autrice ha voluto dirci che…” e le leggevano ad alta voce cercando cenni di assenso da parte mia che non riuscivo a dare. Alcune memorabili e involontariamente comiche le tengo ancora incorniciate in salotto. Di qui la mia diffidenza quando un critico cerca di spiegarmi un quadro…

Grazie della tua disponibilità, Paola.

È stato un piacere, Giulia!

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Spero che il mio romanzo Brisa, attualmente presso un agente trovi presto la sua strada, non desidero altro. Oddio a ben pensarci qualche altra cosa da desiderare  l’avrei ma la pubblicazione del romanzo è sicuramente la prima.
Alla pace e alla guerra nel mondo ci pensano già a Miss Italia.

:: Un’intervista con Merritt Tierce

29 gennaio 2016

vivCiao Merritt. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta nel mio blog. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ciao Giulia, e grazie mille per il vostro interesse per me e la mia scrittura. Allora un po’ di me: prima della pubblicazione del mio primo libro, Carne Viva, ho lavorato come attivista per i diritti dell’ aborto e prima ancora come cameriera. Ho servito ai tavoli per tredici anni. Mi sono sposata e ho avuto i miei figli quando ero molto giovane. Le mie esperienze hanno dato forma a quello che penso della vita e della scrittura e che infondo sono la stessa cosa: che cosa significa essere donna. Come è essere donna. Come ci si sente. Come a volte fa schifo e come non dovrebbe.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una famiglia molto conservatrice e religiosa (sebbene anche amorevole) in una parte molto conservatrice e religiosa degli Stati Uniti (Texas). Mi manca gran parte della cultura pop che c’è stata nel corso degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, è stato come se fossi cresciuta in una stella lontana, che è essenzialmente quello che è successo. Ho lasciato la mia casa per l’università due anni prima di quanto è tipico, e mi sono laureata quando avevo diciannove anni. A quel tempo ero stata accettata a Yale per studiare religione e letteratura, ma poi ho scoperto che ero incinta. Così, invece sono diventata una moglie e madre, e in nessuna delle due cose ero molto brava. Dopo la nascita del mio secondo figlio sono diventata un’ apostata, poi un’ agnostica, poi una cameriera, poi molti anni dopo ho scritto un libro su tutto questo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Ho scritto un saggio per la scuola quando avevo dodici anni. Niente di che. Parlava di una gara di atletica in cui ho corso due gare-gli 800 metri e i 2 mila metri-, con la saggezza della preadolescenza (e sebbene stessi scrivendo il romanzo della mia vita era un po’ maldestro). Quel saggio può essere anche stato niente di che; può anche essere considerato un capriccio giovanile se vogliamo; e certamente sono contenta di non avere idea di quello che gli sia successo. Ma mai nella mia vita mi ero sentita così, mai niente era stato così esaltante quanto scrivere quelle frasi.

Il tuo romanzo d’esordio, Love Me Back, ora pubblicato in Italia con il titolo Carne viva, racconta la storia di una giovane donna, Maria, una cameriera a Dallas, da solo con una bambina piccola. Ci puoi parlare di lei e del suo rapporto con la figlia?

Marie dà alla luce sua figlia quando ha solo diciassette anni, e si sforza di essere una buona madre in mezzo ai tanti casini personali. Cioè, ha perso la possibilità di frequentare una prestigiosa università; ha sposato, più o meno contro la sua volontà, un uomo con cui si sente in conflitto e da cui poi di colpo ha divorziato; ciò le è stato rimproverato ed è fonte di vergogna per i capi della sua chiesa; e lei ha dovuto capire come guadagnarsi da vivere senza competenze professionali. Così il suo rapporto con la figlia è più su come entrare in contatto con la bambina – incoerentemente, in modo inesperto, e gravata da un profondo senso di fallimento- e questa palude di difficoltà spiega il modo in cui lei si sente nei confronti della figlia. E’ chiaro che la ama; tuttavia non ha idea di come amarla.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ci sono aspetti autobiografici, o è tutta una finzione? Ti ispiri a eventi reali durante la creazione delle tue trame?

E ‘difficile dire esattamente quando/cosa/dove per quanto riguarda l’inizio della Carne Viva, perché non credo che la scrittura inizi proprio quando uno si siede a un tavolo con una penna in mano, o comunque scrive le prime parole. Per me la creazione di questo mio primo libro è più legata a incerti elementi di passione,- non in senso romantico- alcune buone idee si sono agitate dentro di me per un tempo sufficiente da far si che si creasse qualcosa di vero nel buio della mia anima, e il tutto poi ha trovato la sua via d’uscita. Ma c’è anche stato un momento cruciale nella creazione di Carne Viva, ed è stato la sera in cui mi sono seduta in un caffè e ho scritto il capitolo di Danny (in inglese è il capitolo intitolato “Suck It“). L’intero libro, e la maggior parte delle opportunità che poi ho avuto come giovane sconosciuta scrittrice derivano direttamente da quella storia. E sì gran parte del libro è autobiografico, non sono timida nell’ affermarlo. Per un primo libro penso sia comune, infondo il materiale che si ha più a portata di mano è la propria storia, e io non credo che ci sia qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’usare la propria autobiografia come risorsa. Può essere fatto male, proprio come può essere fatto male un testo interamente inventato. E per quel che vale non ho mai nemmeno pensato che la fiction sia solo pura invenzione: la fiction è semplicemente una cosa fatta. Una creazione, una storia. Io ho un debole per la lingua, quindi per me il valore della narrativa sta nel modo di raccontare. Allo stesso modo della reale ispirazione di un testo di fiction. C’è così tanta magia e significati già pienamente formati in ciò che pensiamo sia reale, se siamo in grado di trovare le parole per descriverlo, che non credo che tutti gli scrittori di fiction nel cosmo ne esauriranno mai i modi di raccontarlo.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Raramente, se scrivono fiction; sento che mi è mancato troppo nella mia prima formazione e ci sono tanti libri essenziali che devo ancora leggere prima di avere anche solo una conoscenza parziale di quello che la letteratura è e di come fare un bel libro. Comunque ho letto un brillante romanzo quest’anno: After Birth di Elisa Albert. Non ho mai letto niente di così onesto sull’ essere madre, e anche così perfettamente scritto. Di recente ho letto Euphoria, di Lily King, ed è perfetto. Anche Days of Abandonment di Elena Ferrante, che è l’unico suo libro che ho letto ed è brillante.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Killing and Dying, una brillante raccolta di racconti a fumetti di Adrian Tomine; Five Days at Memorial, sull’uragano Katrina, di Sheri Fink; un paio di biografie di Josephine Baker; l’ ultima collezione di poesie di Kay Ryan, Erratic Facts; il libro di memorie This Party’s Got to Stop di Rupert Thomson; la traduzione di Madame Bovary di Lydia Davis; Ethan Frome, di Edith Wharton; e Divine Horsemen di Maya Deren.

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Io amo l’Italia! Tanto più ora che sono stata accolta così calorosamente dai librai di tutto il paese, in particolare Gianmario Pilo a Ivrea, Cristina di Canio a Milano, Davide Ferraris a Torino, dalla Libreria Marcopolo di Venezia e Todo Modo di Firenze. Ho fatto una meravigliosa visita a “Più libri più liberi” a Roma, e ho avuto il piacere di viaggiare con Martina Testa, la mia editor a BIG SUR e la magnifica persona che ha dato al mio libro una splendida traduzione.