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:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima seconda)

15 novembre 2017

montaleEcco la seconda parte dell’articolo “Considerazioni sulla poesia” di Savino Carone. Potete leggere la prima parte qui.

Chi oggi si richiama in poesia a metri canonici e schemi di genere lo fa spesso in modo reattivo, in polemica più o meno esplicita contro l’orizzonte discorsivo ristretto e megalomane della lirica moderna, nata appunto per trascendere le regole e gli schemi del passato (salvo elaborarne di nuovi non meno sclerotici: ma questo è un altro discorso). Va inteso in questo quadro, io credo, il ricorso più o meno sottile a modulazioni di tipo narrativo, drammaturgico o saggistico, l’apertura polifonica, la vena didattica e talvolta satirica che è facile rinvenire in tanti libri di poesia italiani degli ultimi anni. Contro il sublime specialismo della lirica moderna, questa poesia ambisce al diritto di poter parlare di tutto, a tutti; ad usare una varietà di voci, punti di vista, categorie interpretative; a toccare e incrociare diversi generi (il romanzo autobiografico e spesso familiare, il reportage, la meditazione, la recitazione). Non solo molti poeti di recente esordio hanno considerato normale collocarsi in questo spazio, sia pure in modi personali e variegati (Tarozzi, Carpi, Donati, Ruffilli, Riccardi, Ballerini; Albinati, Savinio, Bellocchio); anche altri autori provenienti da percorsi in senso stretto lirici hanno aderito, negli ultimi tempi, a questo filone di ricerca, spostandosi in qualche caso dalla poesia breve al poema fluido, e finendo con lo scommettere sulla forza del libro piuttosto che sulla singola composizione. Penso alle ultime cose di Buffoni, Viviani, Tiziano Rossi, Lamarque, De Signoribus, Bacchini, Magrelli; a Bocksten di Pusterla; ad alcuni sviluppi recenti di Patrizia Cavalli. In alcuni di questi autori la dignità comunicativa, la limpidezza e l’onestà intellettuale sono ormai anteposte, almeno apparentemente, all’esigenza di concentrazione e alle accensioni del sublime. Lo scatto verticale e i barlumi tradizionalmente lirici abbandonano i luoghi più in vista e si spostano negli anfratti del poema, nelle pause della narrazione o del monologo.

Ovviamente non si tratta di tentativi inediti. Nella prospettiva della storia letteraria l’attuale apertura polifonica e poematica, la voracità onnicomprensiva, la ricerca su moduli narrativi o teatrali o pop può contare su modelli novecenteschi – così come non è nuovo il tentativo di fiaccare con espedienti antilirici la tenace resistenza del soggettivismo di ascendenza romantica. Basti pensare all’impostazione teatrale della scrittura futurista e crepuscolare, o all’esperienza di alcuni esperimenti neorealisti e più sistematicamente di «Officina», pronta a scommettere sul poemetto civile e su forme oggettive di versificazione. Però anche in questo caso va registrata un’importante differenza di fondo: gli sforzi attuali risultano più legati alla necessità di smobilitare il centro ormai malfamato della lirica e ad innescare una genuina tensione sperimentale. Parlavamo prima di exit strategy: quella che si delinea forse è più una via di fuga che la ricerca politica di una rivoluzione formale (a cui del resto ben pochi autori, giustamente, sembrano disposti a credere). Se i poemetti di «Officina» intendevano soprattutto spiazzare un pubblico abituato al frammentismo ermetizzante, indicando un’alternativa che alludesse a un cambiamento non solo letterario, le poetiche polifoniche attuali cercano piuttosto un punto di incontro, una solidarietà, un assenso del lettore – nel sogno di ricreare una dimensione comunitaria, che restituisca una funzione pratica della poesia. Bisogna del resto riconoscere che le riflessioni e i racconti in versi della Tarozzi, o di Buffoni, per esempio, non sono certo meno belli di quelli di Roversi o di Leonetti, vecchi di cinquant’anni. Né meno belli, né meno esemplari: niente come la fortuna attuale del racconto in versi o del poema inclusivo tradisce le pulsioni antiliriche da cui è scossa oggi la scena italiana, il desiderio diffuso di farla finita con un certo “io” e col suo gergo poetico. “La poesia prova a diventare recitabile e leggibile. L’esperimento è questo”.

Eppure resta attivo, innegabilmente, l’altro polo della dialettica: quello che continua a puntare sulla percezione lirica delle cose e insiste a servirsene per saltare nel buio – sia pure correggendo quegli aspetti del lirismo convenzionale che lo stato attuale di emergenza rende magniloquenti e fuori luogo.

E infatti, nonostante tutto, molti dei migliori poeti italiani contemporanei rimangono autori lirici, nell’accezione moderna del termine: concentrati in modo esclusivo su frammenti anche minimi di un sia pure esemplare materiale autobiografico, attratti da forme brevi e sintetiche, disposti alla confessione, all’esposizione e alla commozione. Il prezzo che pagano per restare sulla scena è sia quel processo di sbiancamento, ammortizzazione o “deflazione dell’io”, che peraltro rappresenta una delle poche costanti davvero significative, uno dei rari tratti unificanti del movimento della poesia degli ultimi trent’anni. Ma in questa area della produzione in versi anche il rapporto cruciale con i metasememi sembra in parte mutato: al posto della metafora simbolista o dell’analogia accecante troviamo volentieri il paragone esplicito o la similitudine (in Fiori, ad esempio, o in Zuccato): contro il gergo dell’oscurità, la ricerca di tropi disponibili all’interpretazione, particolarmente a loro agio nel fondo realistico e spoglio che è spesso caratteristico di questa versificazione. La difficile acrobazia della lirica prova a passare attraverso il progetto o l’illusione di una lingua naturale, lessicalmente e sintatticamente piena, e di un registro e di un paesaggio uniformi, chiari e quotidiani – tutto il contrario dell’eccitazione perenne del discorso promossa di consueto dalla lirica moderna. Eppure il nitore della rappresentazione viene alterato e scosso da sparsi elementi di disturbo: gli incroci dell’astratto col concreto (Anedda), l’uso improprio della deissi (De Angelis), la regressione intermittente del punto di vista (Benedetti), l’allure metafisica degli oggetti (Gezzi), l’impiego radicale dell’impersonalità (Dal Bianco).

Per questi autori, la pronuncia chiara non è che il contenitore confortevole in cui ospitare la sopravvivenza di una logica pur sempre aberrante, assoluta, almeno in parte irrazionale. Le cose sono quelle consuete, ma come ricoperte di uno smalto opalescente, capace di impreziosirle. Mentre i poeti di ambizione inclusiva puntano a un allagamento tematico e retorico del discorso in versi, per molti di questi nuovi lirici si tratta di intensificare il nucleo privato della propria ispirazione, abbandonando tutta la zavorra delle convenzioni formali non necessarie: la gabbia della lingua personale, l’armonia precostituita dello stile, persino il vizio di andare a capo, uno sforzo radicale di comunicazione oltre la forma, di discorso duttile, frontale e senza aloni. Eppure non privo di momenti di intensità, anzi spesso costruito surrettiziamente attorno ad essi.

Al contrario, oggi, più di ieri, mito delle origini e nevrosi non solo si oppongono, ma anche si intrecciano. Dicevamo ricerca di un discorso di grado zero, alleato della prosa. Ma in effetti il ricorso a inserti in prosa nei libri di poesia di questi anni è notoriamente uno dei fenomeni più visibili del nostro campo letterario (un altro, in ambiti diversi, è la ricerca di esecuzioni orali e di happening: ancora una sorta di trasversale exit strategy). Si può dire che tutte le interazioni tra poesia e prosa sono sempre più sollecitate: prosimetro, poema in prosa, poema narrativo, frammento lirico, più quel filone che con Jean-Marie Gleize – esplicitamente citato da alcuni poeti italiani di area sperimentale – possiamo definire “prosa in prosa”. Ci si rivolge alla prosa sia per conservare una dimensione lirica sotto le ceneri del linguaggio ordinario, sia per allargare gli ambiti del verso e respirare in un modo differente. A questa strada, così battuta dalla nuova poesia francese e americana, fanno capo in Italia alcuni poeti di area sperimentale, come quelli legati al GAMMM e all’iniziativa di Prosa in prosa. Ma c’è anche una parte della lirica italiana contemporanea che alterna poesia e prosa per provare a riflettere o ad attraversare la propria materia – per bilanciare, con un discorso ‘orizzontale’, il vecchio vizio di andare a capo. E’uno dei modi in cui la prosa ritorna nel lavoro di poeti nettamente lirici come Antonella Anedda, Stefano Dal Bianco, Mario Benedetti, Guido Mazzoni e per ancora citarmi, “Arbor mirabulis” edito nel 2014 per i tipi di “Rupe Mutevole Editore. Ancora fedeli a un invisibile mito delle origini, quando investono sulla prosa e sulla forza intellettuale; sulla oggettività, sulla nudità della poesia. Anche loro spaventati dalla fine, o coscienti che la commistione con la prosa riproduce un meltinsound che se pure esemplare e funzionale allo svolgersi tematico rinuncia, per certi versi, alle possenti radici che tengono ancorata la poesia al suo cenotafio.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima parte)

6 novembre 2017
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Eugenio Montale

Posta di fronte alla svolta degli anni, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione Strutturalista e post-romantica.

Naturale quindi che a un primo livello questo ricorso a una idea sorgiva, innocente e metastorica di poesia, questo mito delle origini, abbia prodotto (specialmente alla fine degli anni Settanta) formule espressive volutamente semplici, dirette, elementari, assestate sul linguaggio parlato e su uno stile volutamente al risparmio. Pochi tropi, sintassi facile, lessico vicino allo standard, metricità debole (la poesia selvaggia, ma in fondo anche l’esperienza apparentemente diversa di «Scarto minimo», e la scuola romana che riscopre Sandro Penna). In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza).

Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) di quegli anni.

La seconda, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto.

Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. Il mito delle origini rimuove la crisi; la nevrosi della fine “parla con la crisi, servendosene”. Qui non si cerca o non si finge l’immediatezza, il recupero del sacro, al contrario, si valorizza con intenti di straniamento la mediazione culturale, la citazione e il montaggio, il distacco laico, l’artificio. Si esalta ad esempio il lato artigianale della versificazione, aumentando il tasso figurale; si valorizza specialmente l’esercizio metrico e retorico (in qualche caso, la grana dialettale della lingua). Le regole stesse dell’andare a capo sono desunte dalla tradizione letteraria, anche premoderna – ma con effetto paradossalmente postmoderno. E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa.

Se il mito delle origini prevede un risparmio semiotico, ma non emotivo, la nevrosi della fine fa incetta di segni, ma emotivamente rimane sulle sue. Allude invece a un significato ironico, in senso romantico: Paesaggio con serpente e Composita solvantur di Franco Fortini rappresentano probabilmente i capolavori di questa posizione, che complessivamente ha prodotto versi inclini alla cupezza più che al gioco letterario; le sue ambizioni sono state meno decorative che parodiche. Come il recupero dei vincoli tradizionali non ostacola ma anzi consente la loro violazione, così la chiusura e lo splendore della forma ritrovata si accompagna volentieri a referenti bassi e a significati polemici. Nella nevrosi della fine antipoesia e poesia al quadrato si trovano spesso mescolate insieme – ma quello che negli anziani è stato soprattutto manierismo, e quindi adesione oltraggiosa al passato, nei giovani si è tinto di distanza: la componente più esplicitamente adorniana di questo “ritorno alle forme” coltiva una matrice anti-edipica, in senso deleuziano. Ripulsa dei padri e diffidenza verso la letteratura come istituzione sembrano psicologicamente alla base di molta poesia nata culturalmente dopo. La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

Vediamo all’opera da un lato uno sforzo di limatura delle parti consunte del gergo della lirica moderna – una ricerca di ‘poesia senza letteratura’, e quasi senza stile, che rinvia indirettamente a un indicibile mito delle origini. Dall’altro si profila un ritrovato interesse per i ferri del mestiere, le marche letterarie di generi non poetici e non monologici, che fa pensare alla nevrosi della fine – soprattutto se si considera che il movimento centrale della lirica moderna è stato spesso centrifugo rispetto all’idea della poesia come genere (e del ritmo come metro tradizionale). Il fatto nuovo è che mito delle origini e nevrosi della fine sembrano oggi incontrarsi in un punto decisivo: il tentato recupero di meccanismi di comunicazione e di interazione chiara con il pubblico – al riparo dal gergo opacizzato della tradizione moderna, in un guscio di leggibilità che legittimi l’esistenza di chi sa o sente di scrivere in assenza di mandato. E’il segno che l’usura del linguaggio poetico, la perdita del mandato sociale del poeta, la crisi di visibilità della comunicazione in versi si sono, negli ultimi dieci anni, ulteriormente aggravati.

Io sono veramente preoccupato che non parliamo la stessa lingua”, scrive Dal Bianco in Ritorno a Planaval, “ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa (…). Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando”.

Segue nei prossimi giorni la seconda parte.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.

:: Professione editoria

3 settembre 2014

imagesVuoi lavorare nel campo dell’editoria? Ti sei chiesto se i gruppi editoriali italiani assumono ancora e con quali modalità? Serve ancora inviare il c.v.? I master in comunicazione fanno ancora la differenza? Quali sono le figure professionali più richieste? Ci sono ancora assunzioni dirette, magari a tempo indeterminato, o preferiscono assumere liberi professionisti con Partita Iva? Per rispondere a domande come queste ho deciso di scrivere questo breve reportage, non esaustivo certo, ma spero utile per aiutarci a fare il punto della situazione.

Diciamolo subito l’editoria è in crisi, i libri non si vendono, editori con decenni di esperienza si trasformano in editori a pagamento, la concorrenza è altissima e molti pur di lavorare lo fanno gratis, ma chi sceglie di lavorare in questo ambito non lo fa solo per il vil denaro e per pagare le bollette, c’è autentica passione, inventiva creatività spesso necessaria anche nei ruoli più impensati come l’addetto stampa, il lettore professionista, il correttore di bozze o l’esperto di marketing.

Professionisti con anni e anni di esperienza, e competenze di ogni genere, dalla conoscenza del giapponese all’ abilità nel sapere vita morte e miracoli di un incunabolo, cercano lavoro. E le offerte sono poche, e spesso non si sa oggettivamente quali sono i contatti necessari per anche solo essere minimamente presi in considerazione. I principali gruppi editoriali in Italia sono senz’altro pochi: Gruppo Editoriale RCS, Gruppo Editoriale Mondadori, Gruppo Editoriale L’Espresso, Gruppo Editoriale Il Sole 24 Ore, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Ma perché sottovalutare le opportunità di piccole realtà editoriali indipendenti.

Nella seconda parte di questo articolo chiederò ai principali editori italiani informazioni in merito e vi dirò chi mi ha risposto e cosa. Ah, dimenticavo, seguirò anche io i consigli, poi vi dico se funzionano. Se volete lasciare nei commenti testimonianza delle vostre esperienze, spero anche felici, sarà di certo utile a coloro che cercano lavoro in questo ambito.

:: Analisi di Il terzo uomo di Graham Greene a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2011

[avviso spoiler]

Il terzo uomo di Graham Greene, pubblicato nel 1950, è una delle opere considerate minori del grande autore inglese, definite appunto come “divertimenti”.
Non è esattamente un romanzo, più che altro può essere considerato un racconto lungo che nacque non per essere pubblicato, ma per servire da soggetto da cui trarre una sceneggiatura cinematografica per un film di Carol Reed. Pur tuttavia sia per la complessità che per la compiutezza è sicuramente un’opera singolare e interessante non a caso considerata, forse, il suo “romanzo” più famoso.
Come premessa potremo cominciare con identificare tre componenti che si intrecciano dando vita ad una narrazione composita e di “intrattenimento”, come era nell’intenzione dell’autore: la componente più evidente è la struttura poliziesca del racconto, tutta la trama prende infatti la forma di un’ investigazione; secondo elemento è lo stile ironico, e a tratti decisamente divertente; e infine terzo elemento, il più importante a mio avviso, che offre una  struttura solida a tutta la narrazione evitandogli di scivolare nella semplice burla, ovvero il tema centrale che verte sulla trattazione di un argomento delicato come il contrabbando, in tempo di guerra, di medicinali avariati.

IL_TERZO_UOMO

“Non si può mai prevedere la caduta di un colpo. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta…”

Il terzo uomo inizia così. La voce narrante è in prima persona; l’aspetto razionale e critico è affidato ad un ufficiale di polizia britannico, Calloway, la cui primaria funzione e sorvegliare e indagare, ovvero reggere l’ordine, in un’ allucinata Vienna distrutta del secondo dopoguerra.
La fredda e burocratica opacità di un’ indagine di routine viene increspata dalla simpatia umana che il poliziotto prova per Rollo Martins, il vero protagonista di tutto questo intricato racconto. Già dalle prime righe capiamo che la storia si regge sul rapporto umano che si instaura tra due uomini completamente diversi che incidentalmente seguono le tracce di un terzo uomo, Harry Lime appunto, spettro sfuggente e simbolo di tutto quanto la guerra porta con sè di spregevole e viscido.
Possiamo definire questo racconto un racconto poliziesco con tutte le precisazioni precedentemente fatte. Ha la struttura narrativa di un’ indagine poliziesca, di una ricerca che solo in apparenza può essere considerata avventurosa o satirica. Sullo sfondo c’è una realtà drammatica e ben poco immaginaria. C’è una città, Vienna, molto simile a qualsiasi città durante la Seconda Guerra Mondiale: bombardata, abbandonata, ridotta ad un cumulo di rovine e macerie, divisa in zone di occupazione militare, in cui la desolazione e la difficoltà di sopravvivere accomunano, in una contraddittoria e fraterna disumanità, tutti i personaggi.
La devastazione non solo materiale della città riflette la vera distruzione operata nelle anime delle ombre che agiscono: agenti più o meno corrotti, pericolosi e spietati approfittatori, vecchi invalidi, spie, sovversivi, ragazze prive di identità e senza passaporto. Il pericolo, lo sbando di queste anime perdute, il disordine, la confusione, la violenza ancora presente come un eco terrificante, tutto questo fa da sfondo alle azioni di un uomo, Rollo Martins,  surrealisticamente irresponsabile, sciocco, sentimentale, romantico, che crede ancora all’amicizia (e di conseguenza nell’amore), allampanato, preoccupato, timoroso, scrittore di mediocri libri di evasione e avventura senza impegno come le sue storie sentimentali che colleziona con incoscienza e ingenuità.
Per semplificare: la trama verte sulla storia di un’ amicizia che lega  due uomini essenzialmente inadatti ad essere amici. Ciò che irrimediabilmente li separa è il loro modo di porsi di fronte al “male” in questo racconto simbolizzato dal traffico illegale di penicillina. Harry Lime trova in esso un conveniente strumento per arricchirsi, e dare così pieno campo all’avidità umana, vero motore di ogni guerra. Rollo Martins in tutta la sua mediocrità e ingenuità, conserva il suo senso morale e la sua capacità di provare empatia, orrore e pietà.
Tutto il racconto è un gioco di specchi, una complicata serie di sdoppiamenti, un lungo labirintico scontro tra il protagonista Rollo Martins e l’antagonista Harry Lime, un lotta impari che porterà all’inevitabile lieto fine, reso però amaro dalla certezza che nessuno, neanche chi si pone dalla parte giusta, è un vincitore fino in fondo.
Greene fu invitato ad ideare una storia che descrivesse la Vienna del secondo dopoguerra senza farne un’ opera di propaganda, conservando oggettività e “realismo” nel senso più vero del termine. Il fatto che sia un periodo di occupazione è sempre ricordato dall’autore, con riflessioni, digressioni, amare descrizioni di cosa significa avere gente armata straniera che circola per le vie di una città devastata in cui regna il caos.
Greene non si permette di fare facile retorica, si limita a descrivere i fatti senza mai evocare con disprezzo il vero nemico sconfitto (i tedeschi), ma semplicemente evocando concretamente i problemi d’ordine, le meschinità personali, la corruzione, la solidarietà quando resta solo il silenzio, più terrificante del rumore dei più violenti bombardamenti, il vuoto, e la malinconia della vita che continua, facendo dei sopravvissuti niente altro che degli spettri.
Le riflessioni che l’autore fa sono di una profondità psicologica e di una lucidità che hanno ben poco a che fare con un semplice “svago” come in apparenza tutto il racconto può sembrare. Il tema sensibile che Greene affronta con apparente leggerezza è così pieno di implicazioni morali ed etiche che non permette ad alcun lettore  di non avvertire la sgradevole consapevolezza che ognuno è tenuto a schierarsi e che molte volte l’irresponsabilità di certe nostre azioni ha conseguenze così devastanti di cui non conosciamo neanche la portata.

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Calloway voce narrante, poliziotto britannico,  alter ego dell’autore-osservatore, indaga su un crimine, – sul traffico illecito di penicillina adulterata -, sorveglia, insegue un delinquente, mantiene l’ordine e simboleggia una voce razionale nel caos. Il suo obbiettivo è risolvere un caso, stilare un dossier. Il suo istinto di poliziotto lo porta ad avvertire che c’è qualcosa di anomalo nella scomparsa del suo principale indiziato Harry Lime, e non ostante l’indagine sia formalmente chiusa, con la morte appunto di Lime, continua ad indagare e si mette a seguire Martins, che a sua volta segue le tracce del fantasma Lime, spettro sfuggente che per molta parte del racconto, creduto morto fino al colpo di scena finale, vive solo, come un’ombra riflessa, nei ricordi, nelle osservazioni degli altri personaggi nelle cui vite ha creato più o meno danni.
Anche  Calloway, continua appunto il gioco di specchi, conosce Lime solo per riflesso, attraverso i rapporti dei suoi diversi agenti, e si è fatto un’ idea abbastanza precisa su chi sia questo enigmatico individuo, che sembra irradiare intorno a sè un misterioso potere di devastazione. Per Calloway Martins è il solo collegamento con questo fantasma troppo presente e proprio seguendo i suoi spostamenti per Vienna, inizia a far luce pian piano sul mistero che come una cappa opprimente coinvolge tutti i personaggi.
La consapevolezza che le sue intuizioni sono fondate e i suoi sospetti reali, ovvero che Lime è ancora vivo e la sua morte è solo una manovra di quest’ ultimo per svincolarsi dalle sue responsabilità e come sempre cavarsela,  si concretizzano sempre di più mentre contemporaneamente Rollo Martins arriva a conoscere che persona è in realtà l’ “amico” che ha sempre idealizzato e venerato.
C’è una patetica ostinazione in Martins nel non credere al poliziotto e nel volere a tutti costi dimostrare l’innocenza di Lime, in nome della loro passata amicizia.  Più Martins scopre e accetta cosa Calloway già sa di Lime, più la figura di questo personaggio evanescente e effimero prende forma e si delinea come quella di un essere irrimediabilmente corrotto e privo ormai di ogni traccia di umanità.
Tra i personaggi maledetti della storia della letteratura sicuramente il personaggio di Harry Lime ha un posto difficilmente eguagliabile. Il suo utilizzo degli altri, la sua capacità di manipolare persino coloro che lo amano per i suoi fini, trasmette un cinismo e una freddezza sicuramente esasperata e funzionale a delineare il cattivo di turno, ma inquietante.
La descrizione riflessa di Lime avviene soprattutto per voce di Martins. Lime è un uomo d’azione, agisce per ottenere ciò che vuole a prezzo di qualsiasi sofferenza per gli altri. E’ paziente, razionale, non è il classico delinquente violento e dominato dagli istinti. E’ scaltro, persegue piani precisi che portano al suo arricchimento e alla distruzione degli altri di cui si disinteressa completamente, è privo di alcuna remora morale. E’ furbo, sa come risultare affascinante e simpatico, sa come muoversi nel mondo, sa come sfruttare le debolezze degli altri, e infine vertice della sua perfidia sa farsi amare.

Annex - Valli, Alida (Third Man, The)_02Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.
Anna Schmidt è un personaggio in fuga, una profuga ungherese con passaporto austriaco, abituata ad indossare maschere non solo per la sua professione. Tutti nel racconto improvvisano un’identità fittizia, per difendersi, nascondersi, sopravvivere e così fa Anna, ma in lei, a differenza dei personaggi maschili coinvolti con Lime, non c’è nessuna meschinità, resta in un certo senso “innocente” non ostante la sua vita di espedienti e il suo legame con un delinquente.
Il suo mistero, di cui la sua dolce e delicata sensualità ne accresce il fascino, consiste nella sua capacità di lealtà e di amore. Anna continua ad essere incapace di tradire o fare del male pure a un uomo come Lime. Restando fedele a se stessa acquista, pur nella sua debolezza, una forza epica ben superiore a quella di tutti gli altri personaggi.
La sua non particolare bellezza, la sua aria quotidiana, la sua non particolare bravura come attrice, tutte queste apparenti non-qualità svaniscono di fronte alla sua incrollabile capacità di non lasciarsi corrompere da niente e da nessuno. La sua dignità, il suo ruolo apparentemente defilato, mai invasivo, la sua tristezza, la sua drammatica compostezza bilanciano in un certo senso, in positivo, ciò che in Lime c’è di spregevole, come se Greene avesse voluto mettere in atto una sorta di “giustizia” e di “equilibrio” al fine di conservare una piccola luce di speranza in tutta questa desolazione.

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L’autore nell’introduzione spiega la lunga genesi dei dialoghi e di come presero vita, trasformandosi nella sceneggiatura che porterà al film,  lavorando assieme al futuro regista, diventando veri colloqui che i due improvvisavano per renderli più realistici. Nel racconto sono quindi piuttosto abbozzati e non articolati, comunque rivestono un ruolo sicuramente altrettanto importante della descrizione dell’ambientazione su cui invece più si sofferma.
L’interazione tra i personaggi, ovvero i rapporti che li legano, sono senz’altro determinati dai dialoghi, essenziali in un testo destinato a diventare una sceneggiatura. Il registro linguistico è piuttosto semplice e non formale, teso a sottolineare la difficoltà di comunicazione in una realtà piena di personaggi di nazionalità diversa. L’alternarsi del registro linguistico drammatico e comico crea una singolare sovrapposizione di percezioni che spezza la narrazione e getta inquietudine nel lettore.
I livelli di lettura differenti, non dimentichiamolo che formalmente non è altro che un elegante gioco di specchi con l’obbiettivo principale di divertire e intrattenere, hanno una funzione specifica di risvegliare la coscienza dei lettori su temi scomodi e dolorosi che pur sempre fanno parte della vita si può dire di ogni epoca.
L’effetto comico e farsesco dello scambio di persona, i fraintendimenti, lo svelamento improvviso dei ruoli di personaggi che in un primo tempo apparivano sotto un’altra luce, sono tutti espedienti che l’autore usa per spiazzare il lettore e destare la sua attenzione, provocandolo attraverso l’uso del ridicolo, del patetico, del commovente.
L’uso di personaggi come Crabbin, buffi, patetici, alternati ad altri rozzamente violenti, ci porta a percepire la realtà che l’autore vuole trasmettere come una foresta piena di contraddizioni e imprevisti. Nulla è ciò che sembra e tutto è mutevole e sempre in movimento.  Non c’è spazio per consolanti o rassicuranti bugie per mascherare la verità e mettere tranquilla la nostra coscienza.
La realtà che Greene conosce è terribile e spietata, il più forte vince inevitabilmente il più debole, e a questa regola non c’è scampo. Greene getta dubbi, insinuazioni, che creano allarme e aggiungono un irritante senso di mistero dando la claustrofobica sensazione che il protagonista Rollo Martins stia cadendo in una trappola tesagli soprattutto a causa della sua curiosità.
Le contrastanti versioni sulla morte di Lime, le discrepanze, le mezze verità, le autentiche menzogne e i depistaggi portano Martins su false piste, e nel frattempo la  fitta rete che inizia ad avvilupparlo si infittisce di maglie sempre più resistenti e solo il sorvegliante Calloway, che in un certo senso veglia sulla sua sicurezza, impedisce che questo si trasformi in tragedia. L’ordine viene ristabilito, il colpevole punito, ma l’amarezza per un’amicizia  mancata e tradita, persiste e non consola del tutto.

Temi principali:

Lo spettro della guerra, simbolizzato dal silenzio e dalla neve, fredda e incolore come la morte, è un tema sempre presente sullo sfondo e rende tutto più amaro e più tragico anche se materialmente la guerra è finita e restano solo macerie. La rovina materiale riflesso della rovina morale dei personaggi perdenti, tristi, devastati dal male e a dispetto di tutto vivi.

La solitudine è un altro tema trattato con realismo ed estrema sensibilità e sempre accompagna lo sbandamento e la desolazione dei personaggi. Il senso di alienazione, estraneità, smarrimento, (non c’è nessuno ad aspettare Martins in albergo).

L’amicizia infine è sicuramente il tema centrale del racconto. Un appuntamento mancato, un lungo addio tra due amici che non ostante siano su due posizioni diametralmente opposte sentono perdurare inaspettatamente il vincolo d’amicizia. L’unica emozione umana che Lime sembra avere conservato è appunto la consapevolezza che l’amicizia è un valore e nell’ inseguimento finale nelle fognature di Vienna, quando sa di essere irrimediabilmente perduto,  e che per lui non c’è salvezza, un senso di rimpianto, stempera il suo cinismo, pur naturalmente non dando spazio a niente altro che a questo e non trasformandolo in pentimento.
Lime non si pente del male fatto, delle centinaia di vittime dei suoi traffici, del dolore recato a Martins o alla ragazza, che amandolo rendono la sua indifferenza ancora più odiosa,  si pente unicamente  di non essere stato abbastanza scaltro e cinico da  cavarsela anche questa volta e nelle sue ultime parole prima di morire, ucciso da Martins, afferma proprio questa sua sconfitta con parole ironicamente derisorie.

L’avidità: questo tema è sicuramente oggetto di numerose riflessioni di Greene. Nella sua valutazione dei fatti e delle circostanze, vede sempre l’avidità a margine dei peggiori comportamenti umani. La corruzione che l’avidità porta con sè lo porta ad aumentare la sua pessimistica analisi dei fatti. L’avidità porta con sè le peggiori rovine perché non ha limite, è un meccanismo spietato che avvolge e avvelena tutto. L’autore sente una istintiva ripugnanza per questo “crimine”  ed enfatizzando i lati negativi della figura dell’ approfittatore Lime cerca di trasmettere al lettore tutto l’orrore e il  disgusto che l’avidità, di cui ha visto di persona le nefaste conseguenze,  gli provoca.

L’amore. In questo clima decisamente angosciante e opprimente, l’autore delinea una delicata storia d’amore tra la ex-ragazza di Lime e Rollo Martins. L’amore che lega questi due personaggi ha un po’ il tono della solidarietà tra naufraghi, ma non ostante tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze è la sola realtà che sopravvive e getta una luce di speranza sul futuro. L’autore non ostante il suo estremo pessimismo conserva ferma la fede nel potere salvifico di questo sentimento anche quando apparenterete tutto intorno è perduto.