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:: Recensione di Sconsacrato di Jonathan Holt (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

12 Maggio 2013

SconsacratoSiamo a Venezia. È il 6 gennaio la notte della Befana, notte in cui a Venezia la gente si maschera e festeggia come se fosse Carnevale. Sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Salute viene ritrovato un cadavere affiorato dalle acque del Canal Grande. Dai vestiti sembra un sacerdote, ma a un esame più approfondito si scopre essere una donna con gli abiti da cerimonia di un sacerdote. Grande abominio, per la Chiesa è considerata una profanazione assoluta.
Caterina Taddei viene incaricata di indagare sul caso. Le indagini la porteranno a collaborare con il sottotenente dell’esercito americano di stanza a Venezia, Holly Boland, e il creatore del social network e città virtuale Carnivia, Daniele Barbo.
I tre scopriranno che dietro a tutto c’è la Chiesa, la CIA, l’MCI e l’esercito.
Devono riuscire a trovare le prove però, altrimenti i vecchi crimini non verranno mai puniti e continueranno a ripetersi all’infinito.
Ottimo romanzo che unisce fatti veri con aneddoti e personaggi di fantasia in un connubio magistrale che riesce a rendere tutto omogeneo.
Un romanzo che, come racconta l’autore in una sua intervista, nasce quasi per caso. Dopo 5 anni di continue ricerche e approfondimenti l’autore getta via tutto il materiale non soddisfatto di quello che è riuscito a trovare per poi trovarsi un giorno, durante una vacanza a Venezia, a indagare sulla presenza dell’esercito americano in Italia e da quelle ricerche è riuscito a trovare talmente tanto materiale che è nata la trilogia di Carnivia.
Un thriller avvincente pieno di effetti speciali da leggere tutto d’un fiato che porta il lettore a indagare con Cate e Holly, che lo invoglia a indagare anche da solo e a immergersi negli ambienti fantastici del mondo virtuale di Carnivia.
Tutto questo unito a uno stile di scrittura accattivante che tiene alta la tensione della trama, fa di questo libro un caso internazionale dell’editoria mondiale. Traduzione di Cecilia Pirovano e Nicola Spera.

Jonathan Holt

Jonathan Holt, docente di letteratura inglese a Oxford e direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria londinese. Vive tutt’ora a Londra.

:: Recensione di Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, (Città del Sole edizioni, 2013)

12 Maggio 2013

vilasiVorrei parlarvi oggi di un libro che ho avuto modo di leggere, un po’ perché si avvicina agli argomenti da me trattati all’università, e un po’ perché la storia dei servizi segreti, in un certo senso, ci insegna molto del nostro tempo. Si intitola Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, edito da Città del Sole edizioni (Reggio Calabria) e non è un romanzo, né una mera raccolta di documenti, sebbene sia corredato di interviste, documenti e materiali di approfondimento. E’ un saggio in cui la storia dell’intelligence italiana viene trattata in modo originale e inconsueto, soprattutto perchè il testo accosta parti di analisi storica a numerose interviste, realizzate dall’autrice, ai protagonisti che vissero in maniera diretta questi avvenimenti e contribuirono a renderli tali, tra cui Mario Mori, ex capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, generale d’Armata, Carlo Jean, Marco Minniti e Giuseppe De Lutiis. E’ inoltre una lettura che necessita di attenzione e di pazienza, data la complessità e la varietà degli argomenti trattati. La materia infatti è vasta, parte dall’Unità di Italia e il Fascismo, (interessante la scheda analitica sul caso di Ignazio Silone), passa ad analizzare il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla strage di piazza Fontana, per poi continuare a studiare il periodo che va dal 1969 alla riforma del 1977, (ampio spazio è dato al tentativo di golpe in Italia del dicembre del 1970). Il capitolo 4, uno dei più delicati, tratta con precisione e essenzialità gli anni Ottanta: Licio Gelli e la P2 e soprattutto la strage di Bologna. Stragi deviazioni e inchieste che riportano alla memoria l’instabilità politica di quel periodo e i suoi misteri, a tutt’oggi ancora non del tutto chiariti. Poi analizza gli anni Novanta: Andreotti e Gladio; i fondi neri del SISDE e le bombe del 1993, (interessante la scheda analitica sui luoghi segreti dei Servizi Segreti). Infine il capitolo 6 ci porta alla riforma del 2007 e alla concezione moderna dell’intelligence: lo stretto legame tra terrorismo e politica; il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale; la morte di Nicola Calipari. Storia dei Servizi segreti italiani è un volume agile e per niente noioso, scritto in modo discorsivo e chiaro, che nella sua essenzialità fa luce su un magma ancora avvolto da ombre non del tutto diradate. Utile in un corso di studi universitari, utile per un lettore che ha voglia di approfondire temi tutt’altro che di secondo piano. Dettagliata la bibliografia di riferimento, per approfondire i temi che hanno maggiormente destato il vostro interesse. L’autrice Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull’Intelligence (UNI). Giornalista e docente universitaria, collabora con numerose riviste scientifiche. Tra le sue opere pubblicate di recente: Manuale di intelligence (Città del sole, 2011); Islam tra pace e guerra (Città del sole , 2011); Mafie, Origini e sviluppo del fenomeno mafioso (Dissensi, 2012); e Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne (Neftasia, 2012).

:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Altri libri. La diversità come risorsa. La tavola degli indipendenti

10 Maggio 2013
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COSA: ALTRI LIBRI DA EATALY

La tavola degli indipendenti

DOVE: Sala Punt & Mes, Eataly, Lingotto, via Nizza 230, Torino

QUANDO: Giovedì 16 e Venerdì 17, in contemporanea con il Salone del Libro

Partendo da un’idea di Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop e promotore dell’iniziativa, un gruppo di editori indipendenti ha deciso di unirsi in modo alternativo in occasione della prossima edizione del Salone internazionale del libro di Torino.

Per rivendicare l’importanza della propria diversità e il diritto di essere raggiunti dal pubblico, in un contesto editoriale sempre più gestito dai grandi gruppi, le case editrici DeriveApprodi, :duepunti edizioni, Hacca, La Linea, Laurana, Melampo e Perdisa Pop saranno insieme per una serie di eventi in uno spazio esterno al Salone: la sede di Eataly, al Lingotto. In questa sede verrà allestito uno spazio espositivo per la vendita dei libri e saranno presentati a lettori e stampa i progetti, le novità e le anteprime di ciascun editore aderente all’iniziativa.
Punto centrale della due giorni sarà la tavola rotonda sull’editoria indipendente,

ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÁ COME RISORSA,

che si terrà giovedì 16 a partire dalle ore 17,00, a cui parteciperanno vari esponenti del mondo editoriale, tra cui gli Enrico Pandiani, Silvia Longo, Francesco Forlani, Domenico Scarpa, Marco Croella e tanti altri stanno inviando la propria adesione.
La scelta di incontrare lettori e stampa in uno spazio diverso non è in polemica con il Salone del libro, al quale parteciperanno comunque alcuni degli editori presenti in contemporanea da Eataly. Nasce tuttavia dall’esigenza di richiamare l’attenzione sull’editoria indipendente e sulle sue potenzialità, all’interno di un sistema di mercato che ne limita la visibilità e la crescita. Per questo gli incontri saranno aperti anche agli interventi dei rappresentanti di altre case editrici, che saranno invitati a partecipare attivamente. Media partner Border Radio e Extra Campus TV

PROGRAMMA

GIOVEDÌ 16
10.00 – Apertura spazio espositivo
12.00-13.00 – Conferenza stampa: le case editrici espongono le ragioni dell’iniziativa. A seguire aperitivo
15.00 – Presentazione a cura di La Linea: I giorni in fila, di Andrea Garbarino, interviene Alessandra Callegari
16.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Zoo a due, di Marino Magliani e Giacomo Sartori
Dalle 17.00 alle 19.00 – Tavola rotonda: Dibattito sull’editoria indipendente, ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÀ COME RISORSA. A seguire degustazione a cura di Velier
VENERDÌ 17
10.00 – Apertura spazio espositivo
11.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Cattiverìa, di Rosario Palazzolo
13.00 – 14.00 – Degustazione a cura di Velier e chiusura stand.

:: Un’ intervista con Massimo Cassani a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2013

51575-1Ciao Massimo benvenuto a Liberi Discrivere prima di parlare del tuo terzo romanzo dedicato alle indagini del Commissario Micuzzi raccontaci un po’ di te.

Lavoro nel Gruppo 24 ORE, mi occupo di riviste. Sia per i libri sia per la musica sono un disordinato, faccio fatica a seguire un filo. Passo dalla musica d’autore alle contaminazioni multietniche dell’Orchestra di via Padova, dalla musica antica alla Gatta Cenerentola di Roberto de Simone. Dipende dai periodi. O dal cd che mi casca in mano in quel momento. Ultimamente sto ascoltando fino alla nausea la colonna sonora di In the mood for love. Non sto proprio sull’attualità, diciamo…

Zona franca è il terzo giallo milanese con protagonista Micuzzi. Come è nata l’idea di fare dei romanzi gialli seriali?

In realtà non era previsto che fosse una serie, per lo meno in principio. Mentre scrivevo il primo episodio ho cominciato a buttar giù qualche appunto su una possibile seconda storia con gli stessi personaggi e con la medesima ambientazione, ma erano, appunto, soltanto spunti. Quando presentai a Sironi il romanzo, abbozzando l’ipotesi di un seguito, mi proposero un contratto anche una seconda storia. E lì ho avuto paura di essermi ficcato in un guaio.

A chi ti sei ispirato per creare la figura del commissario Sandro Micuzzi, un uomo svagato che a volte sembra aver perso il contatto con la città dove vive e lavora?

A nessuno in particolare. Certe distrazioni sono le mie, ma non mi sono preso come modello. E poi lui ha i baffi.

In Sottotraccia l’indagine si svolgeva attorno ai Navigli, in Pioggia battente protagonista e viale Abruzzi e in Zona Franca protagonista è l’area di Via Padova e limitrofe. In base a quali motivi scegli l’ambientazione delle tuo storie con protagonista Micuzzi.

In realtà sui Navigli era ambientata una sola scena,all’inizio del romanzo, tutto il resto spaziava per varie zone di Milano: da Città Studi a corso Buenos Aires, dal quartiere Gallaratese fino allo storico quartiere dell’Ortica. Racconto le zone che frequento o che mi è capitato di frequentare.

Nei tuoi romanzi c’è sempre una perfetta mescolanza tra realtà con riferimenti a fatti e persone provenienti dalla Storia e invenzione narrativa. Come è avviene il processo di unione tra le due parti?

Tutte le vita individuali sono sempre inserite in un contesto storico più generale. Ed è impossibile, almeno per me, dimenticare cosa accade intorno alle vicende private. Credo che questo derivi dai racconti familiari di quando ero bambino. Il tema della seconda Guerra mondiale, per esempio, era un filo conduttore continuo. Episodi di vita quotidiana, magari anche piccoli, banali, venivano sempre associati allo scenario più generale. Una contaminazione continua. E’ la forza del racconto popolare, della tradizione orale.

Addentrandoci in Zona Franca il primo personaggio che il lettore incontra si chiama Benito Marabelli ed è tornato in Italia per portare a termine un missione punitiva. Come mai ha scelto un’apertura che fa capire da subito al lettore che ben presto tra le pagine si troverà alla prese con un omicidio?

Volevo che l’obiettivo di Marabelli fosse chiaro fin da subito e che si intuissero anche le motivazioni del suo agire, per far concentrare il lettore sul resto dell’intreccio, sui personaggi, sugli ambienti in cui si muovono, che ci fosse un equilibrio fra gli aspetti tipici del genere e quelli tipici del romanzo in senso stretto.

L’ottantenne Gigi Sciagura, all’anagrafe Luigi Pecchi, è alle prese con una sua forma di protesta che lo spinge a sostenere la demolizione del Duomo. Perché sostiene questa sua iniziativa con così tanta tenacia e da tanto tempo?

Gigi Sciagura dice cose vere su certe derive di Milano, ma siccome è un po’ andato via di testa le trasforma lui stesso in una narrazione delirante. La sua lucida follia gli fa vedere le cose che noi stessi viviamo senza rendercene più conto. Vive la sua predicazione come una missione. Fra le pieghe dei suoi deliri c’è più saggezza di tanti individui che girano per Milano con macchine che sembrano carrarmati. E che consumano come i carrarmati.

Il tragico epilogo della vita di Sciagura-Pecchi è l’evento che porta alla ribalta Sandro Micuzzi, come accoglierà questa nuova indagine il commissario?

Con fastidio, come sempre. Gli tocca lavorare. Micuzzi non ha dentro il fuoco sacro. Cerca di fare il suo lavoro. E spesso gli pesa.

Ambra Cattaneo, l’amica giornalista di Micuzzi, viene brutalmente aggredita e Selene, sua amica nonché persona importante per le indagini rischia più volte di essere vittima di violenze. Come agiscono sulla psiche del commissario questi eventi che travolgono le persone che lui consoce?

Sono la molla che lo spingono a indagare, anche se lui non potrebbe, visto che già nel primo episodio viene silurato dalla squadra mobile e confinato in un commissariato cittadino.

Micuzzi non deve solo badare a se stesso, ma tenere sotto controllo le perenni avances della ex moglie Margherita. Il prendersi e lasciarsi continuo come è vissuto dai protagonisti?

Il commissario Micuzzi è l’antitesi dell’uomo decisionista. Da una parte sente che la loro storia è finita. Dall’altro è attratto dall’idea di ricostruire il suo matrimonio perché in fondo è un abitudinario. Una situazione di perenne stallo. Margherita è una donna volitiva, anche se nei tre episodi fin qui pubblicati dimostra tratti di fragilità inaspettati. Penso che questa donna sia abbastanza antipatica ai lettori. E io sono d’accordo con loro.

Quanto sono importanti per il protagonista i  suoi colleghi di lavoro, sia dal punto di vista delle indagini, ma anche umano?

Sono fondamentali. Se c’è un lato positivo di Micuzzi è quello di saper valorizzare i suoi collaboratori. E loro danno il meglio. Poi, loro come lui, sono umani, sbagliano, hanno le loro debolezze e, come nel caso di Lariccia, pure le loro meschinità. C’est la vie.

Zona Franca ha al centro un’ indagine per la risoluzione di un inspiegabile omicidio. Micuzzi indaga, ma poi scoprirà inquietanti e drammatiche realtà presenti nella città della Madonnina (lavoro nero, traffico di droga, morti sul lavoro). Quale sarà la sua reazione e cosa hai voluto mettere in evidenza con questi fatti?

La realtà. Sia quella che vediamo sia quella che non vediamo. Una realtà spesso “invisibile ai vedenti”.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico delle storie dell’ispettore Micuzzi, quale attore potrebbe vestire i suoi panni?

Francamente non lo so. Fisicamente ho in mente un attore che purtroppo è scomparso, ma anche se fosse stato in vita avrebbe avuto soltanto la faccia giusta. Non dico chi è. Però era un comico. E non era nemmeno milanese.

Massimo potresti dare ai lettori una breve spiegazione del senso del titolo di Zona franca e perché lo hai scelto?

Nel romanzo si parla di un sevizio segreto clandestino realmente esistito e attivo in Italia dal Dopoguerra (il cosiddetto Anello). E’ solo uno dei tanti misteri del nostro Paese, l’ennesima storia torbida in cui i veri responsabili non hanno mai pagato. I protagonisti di certe vicende, come questa o come la strage di piazza Fontana o della stazione di Bologna (e qui mi fermo perché purtroppo l’elenco è lungo) sembra che vivano o abbiano vissuto in tante ‘zone franche’, protette, impermeabili.

Sei già al lavoro su un nuovo caso del commissario Micuzzi? Puoi darci qualche anticipazione a riguardo?

La risposta alla prima domanda è: sì. La risposta alla seconda domanda è: no. Ma non per reticenza, è che al momento sto ancora rimestando nel torbido.

Un’ultima domanda prima di salutarti. Quale è libro secondo te il libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni lettore?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ogni lettore è diverso dall’altro. Conosco persone che hanno adorato Il Maestro e Margherita e altre che l’hanno detestato. Per non parlare del Piccolo Principe. Posso dirti un autore che ho scoperto di recente e che mi è piaciuto molto: Torsten Krol, in Italia è pubblicato da ISBN. Si favoleggia non l’abbia mai incontrato nessuno, neppure il suo editore, o che dietro questo nome si nasconda un noto autore. Io so solo che i suoi libri sono straordinari. E magari invece qualcuno li detesta, chi lo sa?

:: Recensione di 666 Park Avenue New York, di Gabriella Pierce, (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2013

666 park-avenueRomanzo dark fantasy di Gabriella Pierce che ha ispirato una serie televisiva.
Il romanzo narra di Jane Boyle, architetto, cresciuta con la nonna dopo aver perso entrambi i genitori.
Trasferitasi in Francia con la nonna è stata cresciuta con un’educazione molto rigida in un ambiente paranoico e troppo protettivo.
Scappata dalla nonna appena entrata nell’età adulta fa carriera nel migliore studio di architettura francese.
La sua vita sembra del tutto normale, fino a quando incontra Malcom, un ragazzo fantastico, figlio della più famosa e importante famiglia di New York: i Doran.
La loro storia d’amore sembra andare avanti senza problemi, Malcom sembra proprio la perfezione, anche quando vanno a casa della nonna di Jane e la trovano morta è lui che prende in mano la situazione.
Quando Jane arriva a New York, a casa dei suoceri, viene accettata come se fosse una figlia. Jane non riesce a credere a quello che sta vivendo, tutto è perfetto come se stesse vivendo dentro una bolla a di fuori del mondo dove tutto è rosa e fiori e prosegue senza intoppi.
Purtroppo però è tutto un’illusione, infatti Jane non è una ragazza normale ma una strega, come anche la sua futura suocera che ha manipolato tutto e tutti per poter approfittare di lei.
Inizia così uno scontro epico che terrà il lettore attaccato alla lettura con il fiato sospeso.
Infatti il romanzo all’inizio parte con una narrazione molto lenta, quasi da classico romanzo rosa stile Liala con la trama scontata della ragazza normale che incontra il ricco ereditiere, scocca l’amore e la vita di lei cambia. Una volta riusciti a superare la prima parte però sembra di trovarsi completamente in un altro libro, la narrazione diventa più fluida e piena di colpi di scena che sanno tenere il lettore incollato alla lettura senza fiato fino alla fine del libro.
Finale che pur lasciando il lettore in sospeso non risulta né banale né inconcludente, invogliando a procurarsi il prima possibile il seguito. Sì proprio così, il seguito, perché se la serie televisiva, pur essendo molto più complessa come trama e avvincente fin dall’inizio, non ha ottenuto molto successo al punto che hanno deciso di interromperla alla fine della prima stagione, il libro ha avuto talmente successo che l’autrice ha deciso di farlo diventare il primo di una saga e si sa già che un secondo volume è già stato pubblicato e il terzo sarà pubblicato nel 2013. Non si hanno notizie certe per altri volumi a seguire ma potrebbero essercene.
Un ottimo libro che può essere letto ovunque e da chiunque, che descrive in un’ottica un po’ diversa la figura delle streghe e i rapporti e i legami familiari.

Gabriella Pierce scrittrice americana, vive a Parigi coi suoi due cani. 666 Park Avenue è il suo primo romanzo.

:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013
Matt Bondurant

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“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.

Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma  mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

Liberi di scrivere intervista Matt Bondurant: qui

Source: acquisto personale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: questo libro appartiene alla promozione Remainders -50%

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

:: Gran Premio delle Lettrici di Elle: Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti)

9 Maggio 2013

image003Gran Premio delle Lettrici di Elle
Romanzo dell’Anno 2012
Il linguaggio segreto dei fiori
di Vanessa Diffenbaugh

      (Garzanti)

Premiazione
giovedì 16 maggio, ore 18.30
Boutique Montblanc, Via Roma 104 – Torino
(nell’ambito del fuori Salone)

E’ Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti) il romanzo vincitore della terza edizione del Gran Premio delle Lettrici di Elle, votato da una giuria di 80 lettrici tra 24 titoli in concorso.

Il romanzo verrà premiato giovedì 16 maggio alle ore 18.30, nell’esclusiva boutique Montblanc a Torino, alla presenza dell’autrice, del direttore di Elle, Danda Santini, e della redazione.
Diventato in breve tempo un caso editoriale, il libro racconta la storia di  Victoria, una giovane donna capace di trovare pace e serenità solo quando è a contatto con i fiori, comunicando attraverso di loro le sue emozioni. Una storia che ha saputo arrivare al cuore delle lettrici e toccarne le corde più profonde.
Lanciato dall’edizione francese di Elle nel 1970, il Gran Premio delle Lettrici di Elle, che prevede i romanzi come unica categoria di opere in concorso, è subito apparso totalmente diverso rispetto ai premi letterari tradizionali. Vere protagoniste sono infatti le lettrici. La giuria, rinnovata ogni anno, è composta da 80 donne, scelte dalla redazione di Elle, tutte volontarie e rigorosamente coperte dal più assoluto anonimato. In soli due anni, le richieste di farne parte sono passate da poche centinaia alle 1500 di quest’anno, a conferma del fatto che le donne di oggi sono grandi divoratrici di cultura e buone letture.
Il meccanismo è semplice: la redazione ogni mese seleziona tre romanzi tra le opere letterarie di recente pubblicazione e li sottopone, a turno, alle valutazioni delle lettrici giurate, divise in 8 giurie mensili composte da 10 lettrici ciascuna. Ogni giuria mensile designa un Libro del mese, al quale viene dedicato un focus su Elle e, attraverso il sito e il blog, un dibattito con le altre lettrici, che possono interagire con i loro commenti e seguire  in tempo reale la sfida tra i 24 titoli in concorso.
Insieme al romanzo dell’anno designato dal Gran Premio delle Lettrici di Elle, nel corso della serata verrà assegnato anche il riconoscimento speciale “Nel segno di Grace” istituito per il secondo anno da Montblanc, marchio particolarmente attento alla cultura, in omaggio al personaggio letterario che per grazia, spirito artistico e animo appassionato possa evocare più di altri l’iconica Grace Kelly. La sfida è stata ardua, ma la giuria di qualità formata dai giornalisti della redazione di Elle alla fine ha scelto la piccola Cica, protagonista del romanzo Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo (Mondadori). Cica è una ragazzina fragile ma ostinata, un’anima leggera e coraggiosa che diventa grande con il libro. Sopravvissuta al trauma di una madre che tenta di suicidarsi, cresce lottando, confrontandosi con il mondo, diventando un modello di giovane donna.

Questi gli otto romanzi finalisti che si sono contesi il Premio:

Il male quotidiano di Massimo Gardella (Guanda); La Masnà di Raffaella Romagnolo (Piemme); Così in terra di Davide Enia (Dalai Editore); Esecuzione di Angela Capobianchi (Piemme); Il negativo dell’amore  di Maria Paola Colombo (Mondadori); Da qui a cent’anni di Anna Melis (Frassinelli); La bambina che diceva sempre di sì di Maud Lethielleux (Frassinelli), Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti).

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2013/05/14/liberi-di-scrivere-intervista-eugenio-gallavotti-vicedirettore-di-elle-e-maria-paola-colombo/

:: Un’intervista con Tom Wood autore di Killer (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013

Killer Tom WoodCiao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Wood? Punti di forza e di debolezza.

Tom Wood è un inglese che scrive thrillers con protagonista un assassino conosciuto solo come Victor. Come la maggior parte delle persone ho una discreta quantità di punti di forza e, probabilmente, un numero maggiore di punti deboli. Speriamo che la scrittura sia uno dei miei punti di forza!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nella contea di Staffordshire, in una piccola città dove non c’era molto da fare e ho trascorso la maggior parte della mia infanzia annoiandomi molto. Ho studiato sceneggiatura prima di dedicarmi ai romanzi.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Guardando indietro credo di averlo saputo fin dalla più giovane età, probabilmente intorno ai dieci o undici anni, ma ero troppo giovane allora per pensare ad una carriera nella scrittura. Amavo scrivere storie, questo è vero. In effetti era l’unica cosa che apprezzavo della scuola. Ma diciamo che solo a vent’anni ho deciso di prendere sul serio la scrittura.

Scrivi a tempo pieno? O si dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Scrivo a tempo pieno.

Raccontami cosa succede nella vita di uno scrittore. Descrivimi una tua tipica giornata di lavoro.

Mi alzo verso le 07:00 e di solito inizio a scrivere verso le nove. Poi scrivo tutto il giorno fino alle 18:00. Un giorno di lavoro può includere prendere appunti e pianificare i miei libri, o fare editing, o ricerca. A volte mi prendo una pausa dalla digitazione e scrivo a mano. Non c’è un giorno tipico nella mia esperienza. Se sta andando particolarmente bene scrivo fino a sera e faccio lo stesso se sta andando male o sono di fronte ad una scadenza.

Hai scritto tre romanzi: The Killer, The Enemy e The Game. Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Baso i miei personaggi su persone che ho incontrato e spesso i dialoghi provengono dal mondo reale, ma non più di questo. La mia vita è incredibilmente banale rispetto a quella di Victor.

The Killer, ora pubblicato in Italia con il titolo Killer da TimeCrime – Fanucci, è una sorta di thriller internazionale d’azione. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza risale a molto tempo fa. Prima di decidermi a provare a scrivere un romanzo iniziai a scrivere racconti e brevi sceneggiature. Comunque questi testi erano ben lungi dall’essere completi, forse erano composti solo da una scena o un capitolo. Uno di questi testi narrava quella che sarebbe diventata la sparatoria all’hotel, scena di apertura del mio primo libro. Nella sua forma originale era solo una sequenza d’azione, senza una storia, ma poi alcuni anni dopo ci sono ritornato su e ho deciso di scrivere quello che sarebbe successo dopo.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Victor è un assassino freelance che si ritrova in fuga dopo un lavoro apparentemente di routine che è andato storto. E’ braccato da vari nemici e cerca di scoprire chi lo vuole morto e perché.

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Victor?

Victor è un assassino professionista estremamente pericoloso che vive da solo, opera da solo. Non ha famiglia, non ha veri amici. Egli sa che, a causa della sua professione, la sua vita è costantemente in pericolo e così è sempre vigile e sempre in attesa di essere attaccato. E’ assolutamente spietato e quasi amorale. In qualsiasi altro libro sarebbe stato un cattivo.

Victor è una sorta di perfetto assassino. Una sorta di Jason Bourne. Chi ti ha ispirato a scrivere questo personaggio?

I cattivi mi sono sempre piaciuti e diciamocelo di solito sono i personaggi più interessanti e memorabili sia nel cinema che in letteratura. Un giorno ho deciso di vedere cosa sarebbe successo se il cattivo fosse stato il protagonista invece del semplice cattivo di turno.

Quale è la tua scena preferita in Killer?

E’ difficile. Credo che sia una delle tante scene d’azione. La sparatoria all’ hotel è la prima che ho scritto e credo che sia di conseguenza un po ‘sentimentale, ma la mia scena preferita forse è la sequenza culminante in Tanzania, dove ci sono tutti i tipi di eventi interessanti che accadono uno dopo l’altro o la breve scena in cui una banda di giovani fa l’errore di cercare di derubare Reed.

In Killer quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Victor era sicuramente il più difficile perché è un antieroe. Ottenere il giusto equilibrio tra la sua autenticità come assassino e la sua simpatia come protagonista è stata una sfida. Quando ho iniziato a scrivere di lui era ancora più spietato, ma io ero molto giovane a quel tempo e la passione per la creazione di un protagonista molto diverso dalla norma, era molto forte. Per fortuna invecchiando l’ho addolcito e ho attenuato un po ‘la sua amoralità, senza perdere quella autenticità. Alcune persone sono scioccate e sconvolte da alcune delle cose che fa, e io voglio che sia così, ma la maggior parte delle persone finiscono per volergli bene. Se ci penso, non sono davvero sicuro di sapere come sia riuscito a scrivere questa storia.

Dove hai ambientato la storia? I luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

La storia si svolge in tutto il mondo, ma i luoghi sono semplicemente i fondali dove si svolge l’azione.

Quali scrittori contemporanei leggi? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Non leggo molti altri autori che scrivono il mio genere, ma leggo un sacco di scrittori contemporanei. Il mio autore preferito è probabilmente Bernard Cornwell, in particolare per la sua trilogia Warlord. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente Kevin Wignall, che ha scritto diversi romanzi fantastici che vedono degli assassini in ruoli da protagonista.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La correzione delle bozze in cui devo leggere il mio libro e visualizzare tutte le modifiche che sono state apportate da parte del revisore. A questo punto non ho solo scritto il romanzo, ma è anche passato attraverso diverse fasi di editing e di revisione quindi sono praticamente annoiato a forza di rileggerlo. In più, non è affatto divertente vedere tutti gli errori di ortografia e di grammatica che ho fatto.

Ritieni il tuo stile cinematografico? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, considero il mio stile cinematografico e questo è intenzionale. Voglio che i lettori siano in grado di vedere ciò che sta accadendo, perché nella mia esperienza succede così quando la lettura è al suo meglio. Uso anche alcune tecniche di sceneggiatura nella scrittura dei miei romanzi, vale a dire non scrivo parole superflue o scene riempitive. Con i vincoli di tempo di un film non c’è spazio per niente che non sia essenziale per la trama o i personaggi e il risultato è una storia più snella. Ho lo stesso approccio con i miei romanzi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono tra un libro e l’altro, ma il prossimo sulla mia lista è Poison di Sarah Pinborough.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Trattare la scrittura come una carriera, anche quando non lo è. Potrebbe essere la vostra passione, ma se volete essere pubblicati vi toccherà un sacco di duro lavoro. Trattare ogni presentazione all’editore del vostro libro come se ci si stesse dedicando ad un lavoro che non solo ci vuole, ma è necessario. Trattare ogni rifiuto come una cosa normale e provare di nuovo.

Come  possono i lettori mettersi in contatto con te ?

E’ sempre bello stare in contatto con i miei lettori, e possono contattarmi tramite il mio sito web o sia via Twitter che su Facebook.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Attualmente non ci sono piani, ma mi piacerebbe moltissimo venire in Italia per un tour letterario.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo il mio quarto romanzo. E’ nella fase iniziale e non ha ancora un titolo, ma sono molto entusiasta.

:: Segnalazione di Guaritore galattico di Philip K. Dick (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013

CopGuaritoreGalat_LowEsce per Fanucci Guaritore galattico di Philip K. Dick. Pubblicato già da Bompiani a metà degli anni Novanta, ritroviamo questo bellissimo romanzo in un’edizione curata dal professor Carlo Pagetti e con la nuova traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. Philip K. Dick non ha bisogno di grandi presentazioni ma basta pensare a cosa disse di lui un grande come Roberto Bolaño“Dick è la somma di Thoreau più la morte del sogno americano”- per capire che fu più di un semplice scrittore di fantascienza, senza nulla togliere al genere che già di per sè si presta a parlare del presente e delle tematiche più profonde dell’uomo col solo pretesto di aggiungere astronavi e mondi sconosciuti.

Scritto da Philip K. Dick tra il 1967 e il 1968, e pubblicato negli Stati Uniti nel 1969, Dick avrà modo di soffermarsi in più occasioni su Guaritore galattico individuando in esso un momento di difficoltà e di crisi nella sua ricerca del Salvatore (the salvific entity), che poi costituirà il centro de La Trilogia di Valis. Giustamente riconducibile a opere dello stesso periodo come Ubik, Guaritore galattico mescola motivi e forme della cultura sf più convenzionale, spesso apertamente parodiati. Parodia dunque ma anche il continuo lavoro su una sua idea del divino, e poi ancora, al di là dell’elemento speculativo e religioso,  l’utilizzo costante di un metodo intertestuale, fatto di rimandi e di echi letterari (riferimenti espliciti a Yeats e a Brecht, alla leggenda di Faust), che non riguardano solo la fantascienza, e che rivelano un gusto evidente nell’attenzione al linguaggio e alle sue manipolazioni. Nell’Exegesis (febbraio 1982, pochi mesi prima della morte), Dick annota: «Guaritore galattico mostra la possibilità molto concreta di sconfinare nella follia. Gli archetipi sono fuori controllo – vale a dire, l’inconscio è ostile e si solleva per sommergere. Il libro è disperato e spaventato, e si disintegra, come in un sogno, sempre più escluso dalla realtà. Fuga, disorganizzazione: la via si è quasi esaurita.» Quasi. Insomma, l’autore americano ribadisce che quel momento costituisce anche l’inizio del suo risveglio creativo. Infatti, Guaritore galattico comprende anche una riflessione sull’identità dell’artista e, in modo più specifico, sullo scrittore di fantascienza. Man mano che procedeva nella sua attività di scrittore, per Dick diveniva sempre più incalzante l’interrogativo dello scrittore sul ruolo che una narrativa così marginale come quella fantascientifica avrebbe potuto ritagliarsi nella cacofonia di voci che riempivano l’orizzonte culturale americano, tanto più se accanto alla dimensione estetica si manifestava l’urgenza di definire anche un rapporto con il divino.  Nel caso di Dick, bisognerebbe pensare allo scrittore di fantascienza, che, fornito di poche pretese, cerca di ‘aggiustare’ le visioni futuristiche e fantastiche dei suoi lettori, senza però dare a esse una coerenza che non possono avere.

Siamo nel 2046, in un’America totalitaria nella quale lo Stato controlla le azioni, le parole e perfino i pensieri dei suoi cittadini, così come avviene ormai in tutto il mondo. Joe Fernwright è un guaritore di vasi, in grado di far tornare come nuovi i manufatti di ceramica che restaura. In un mondo dove tutto è fatto di plastica, però, Joe si ritrova disoccupato e depresso. Con un matrimonio fallito alle spalle, e senza prospettive, il suo unico divertimento è quello di dedicarsi, con alcuni amici sparsi in tutto il mondo, a quel che Joe chiama semplicemente il Gioco. Il Gioco consiste nel decifrare incomprensibili traduzioni automatiche di titoli di libri e film, e risalire al titolo originale. Un giorno, però, Joe viene contattato da Glimmung, un’entità dotata di poteri quasi divini, e insieme ad altre persone altrettanto depresse e alienate, e a una schiera di creature provenienti da tutta la galassia, si imbarca in una grande Impresa: raggiungere un lontano pianeta per far riemergere un’antica cattedrale sommersa sul fondo dell’oceano.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Recensione di La morte dei caprioli belli, Ota Pavel, Keller editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

8 Maggio 2013

caprioli belliDicono che la scrittura abbia una funzione terapeutica e credo sia proprio vero, visto che molti autori hanno iniziato a scrivere per lenire alcune problematiche personali o malattie. Ota Pavel giornalista sportivo nato a Praga, cominciò  a scrivere di narrativa per curare la depressione che lo tormentava e questa arte curativa gli ha permesso di dare vita ai tanti racconti presenti in La morte dei caprioli belli. Il libro prende il titolo da una delle storie di Pavel presenti nella raccolta uscita per la prima volta in Italia nel 1971, ma l’editore Keller ci ridona questo insieme di ricordi familiari e d’infanzia in una nuova edizione. Protagonista di ogni breve episodio di vita è Leo Popper, il padre dell’autore, un uomo ricco, non tanto di soldi, ma di quel coraggioso spirito d’iniziativa – a volte eccessivo direi- che non sempre gli garantiva il successo sperato nelle imprese compiute. Ogni episodio narrato ha in sé un buona dose di comicità che evidenzia tutta la frizzante voglia di vivere e di fare del padre del protagonista. Incredibili e sensazionali sono le imprese compiute da Otto Popper come venditore di elettrodomestici per la ditta Electrolux. Un’abilità che gli permise di guadagnarsi la stima del padrone della ditta, ma due piccoli imprevisti derivanti dal comportamento un po’ goffo di Leo misero a repentaglio la sua fama di mercante di frigoriferi (in Al servizio della Svezia).  A fare da sfondo alle vicende c’è la Seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze derivanti da essa. Eventi che toccheranno da vicino Ota e i suoi familiari, senza impedire loro di nutrire  la speranza per un domani migliore. Il padre dell’autore è un uomo coraggioso che non si arrende davanti alle avversità del destino e fa di tutto pur di garantire una vita degna alla moglie e ai figli.  Basta addentrarsi nella lettura del racconto che fornisce il titolo alla raccolta, per scoprire tutto il coraggio di Leo pronto a rischiare la vita per assicurare ai figli destinati alla deportazione quel sano cibo che gli fornisca forza. La scrittura fluida permette a Pavel di regalarci delle cartoline vere e proprie del suo album di famiglia e della provincia boema dove visse, facendoci entrare in un mondo di affetti e di eventi storicamente accaduti e del tutto sconosciuti a molti dei lettori. Da questo punto di vista un esempio è la distruzione della cittadina di Lidice o i disordini negli anni del Comunismo (in La corsa per le strade di Praga), drammi che fecero comprendere a Leo Popper che essere ebrei era una spinosa questione pure dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La morte dei caprioli belli è toccante e allo stesso tempo tragicomico grazie alla figura vera dell’intraprendente e sognatore padre del protagonista innamorato della pesca e della donne. Un ometto che ne combinava una dietro l’altra strappando sorrisi – anche nei momenti più dolorosi- alla paziente moglie e ai figli. I Popper- diventati poi Pavel- non sono soli nella vita, ma accanto a loro compare la più variegata umanità: operai, cacciatori di frodo con i loro fidi segugi, pittori eccentrici non disposti a compromessi e rappresentanti di commercio sempre pronti ad imbarcarsi in avventure economiche dall’esito incerto (basta leggere la tragicomica vicenda della carta moschicida in Problema insetti risolto). Questo piccolo libro è uno scrigno dove le storie presenti sono preziose perle familiari dell’infanzia di Pavel  raccontate con chiarezza e con uno humour agrodolce che ci fanno sì sorridere, ma allo stesso ci inducono a riflettere quanto coraggio serva per affrontare gli imprevisti della vita di ogni giorno. Traduzione di Barbar Zane. Postfazione di Mariusz Szczygiel.

Ota Pavel è nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga. Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz. Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli.