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:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Come un film francese, Roberto Saporito, (Del Vecchio editore, 2015)

21 luglio 2015
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Roberto Saporito è uno scrittore che legge.
Non in modo bulimico o compulsivo (come me), non affastellando sul suo comodino ideale (un lettore ha per antonomasia accanto al letto un comodino stracolmo di libri) di tutto dalla narrativa commerciale, all’ultimo successo (che la bandella assicura ha venduto mille mila copie), qualche classico (perché se non leggi l’Ulisse, pur non capendoci niente, non sei nessuno), fino ai libri d’arte (oh, ce ne sono di bellissimi), qualche autobiografia di personaggio famoso (sai com’è tutti ne parlano, vuoi mica trovarti in società e non avere niente da dire a tal proposito), qualche libro di cucina, e perché no un corso su carta su come disporre i fiori o tagliare le siepi.
No, non legge per motivi futili.
Legge in modo selettivo, forse snob, prediligendo scritture eleganti e raffinate, (ha una passione per i postmoderni, e per gli esistenzialisti, anche).
Dico questo non perché sia entrata di nascosto nottetempo in casa sua, a sbirciare i libri della sua biblioteca (rigorosamente d’acciaio cromato), ma perché lo capisco leggendo i suoi libri, e perché lui non fa in effetti niente per nasconderlo (oltre a liste di musica, non è raro trovare nei suoi libri consigli di lettura; a pagina 9 – e sì, le ho contate- ce ne è pure una in Come un film francese).
Oltre a leggere, ruba. Dalla realtà. Da sé stesso, aspetti a volte marginali, a volte qualche riflessione filosofica chiarificatrice (sulla letteratura, sulla vita), a volte una sua passione (per gli abiti neri e la Costa Azzurra).
Ma il personaggio senza nome, protagonista di Come un film francese, non è lui.
Non ci somiglia, per molti versi, per niente.
E’ un personaggio letterario, una creatura simbiotica che vive solo in queste pagine. Roberto Saporito è molto più simpatico. Trovo buffo chi scambia l’autore per il suo personaggio, a volte commovente. Anche se alcuni autori si arrabbiano, anche vivacemente quando succede.
Ci sono autori che amano deformare nei loro libri i loro nemici, Saporito ama fare la stessa cosa con se stesso.
E in questo gioco letterario, forse solo lui si orienta, completamente.
Noi lettori accontentiamoci di sentire gli echi letterari della Recherche di Proust, de Il Grande Gatsby di Fitzgerald, di Lolita di Nabokov; le citazioni in chiaro, da DeLillo a Bernardi, da Roth a Ballard, sono solo una parte del gioco, questa volta, metaletterario, (sì, Saporito ci parla di cosa è la buona scrittura e fornisce strumenti validi al lettore per investigarla), che conduce non senza eleganza. Altra cosa è elencare autori famosi, solo per dire io sono un intellettuale colto e à la page.
Come un film francese, riflettevo una volta letta l’ultima pagina e chiedendomi il perché del gesto estremo in essa contenuto, è come un esorcismo laico e consapevole, una sorta di freudiano processo di liberazione, come quando si brucia in piazza il simulacro di Guy Fawkes.
Per un testo così breve, diciamo, tanta carne al fuoco, per restare in metafora. Buona lettura!

Ps: la tomba, a cui si accenna in copertina, è di Proust, è importante, correggetelo nelle prossime ristampe.

Ps2: ah, se mi scrivesse una dedica su un suo libro, non correrebbe il rischio di trovare il volume in una bancarella dell’usato, ma io non sono un critico importante, sono troppo pigra.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, dopo gli studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessi, Anche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Le fatiche di Ercole, Sergio Parini, Jacopo Fo (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2015
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Arriverà tra pochi giorni (il 23 luglio) in libreria il libro Le fatiche di Ercole scritto da Sergio Parini con i disegni Jacopo Fo (figlio di Dario) edito da Gallucci. Il libro, adatto ai bambini dagli 8 anni in su, racconta le avventure di quel personaggio della mitologia greca che può essere considerato il primo super eroe della storia: Ercole. Il libro ripercorre le dodici fatiche che Ercole dovette affrontare per rimediare al tremendo errore compiuto e per ritrovare la serenità perduta. Ad affidargli le diverse missioni, re Euristeo che, di volta in volta, sceglierà prove sempre più difficili per mettere in crisi l’eroico Ercole. Da leoni super potenti, a draghi con sette teste, passando per irraggiungibili cervi e affascinanti fanciulle dalla cintura preziosa, il figlio di Zeus e Alcmena ne vedrà delle belle. Il libro di Parini narra, con un linguaggio semplice e scorrevole, le avventure del forte Ercole, rese ancor più divertenti ed emozionati dalla colorate immagini di Jacopo Fo. Quello che mi è piaciuto di questo libro è la volontà di raccontare a piccini e adulti (non a caso sul retro del libro è segnata la fascia di età del lettore ideale che va dagli 8 ai 99 anni) una figura mitologica che da più di tremila anni attraversa la storia dentro libri, dipinti e anche film. Ercole appare sì come un super eroe dal fisico scolpito e dalla forza sovraumana, ma allo stesso tempo presenta pure delle piccole fragilità che lo rendono simile a noi lettori di oggi e che ci fanno capire che anche un individuo mitico come lui ha qualche piccola imperfezione. L’Ercole protagonista di Le fatiche di Ercole di Parini si rende conto che nella vita e, in questo caso, nelle sue mirabolanti avventure, non si deve usare solo la forza per ottenere ciò che si vuole. Essa spesso va unita alla razionalità, alla gentilezza, ad un pizzico di astuzia, di pazienza e di volontà per poter raggiungere l’obiettivo stabilito.

Sergio Parini è nato nel 1955 a Milano, dove vive. Prima di mettersi a scrivere ha fatto per un po’ l’organizzatore di concerti (uno solo, per la verità, ma buono: quello che ha lanciato gli Skiantos) e il rocchettaro (L’invasione degli Uomini Paprika). Con Jacopo Fo ha scritto ’68 – C’era una volta la rivoluzione. Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. Ha un bambino, Giorgio, per il quale adora inventare e rielaborare storie. Le fatiche di Ercole è una di queste.

Jacopo Fo è nato a Roma nel 1955. Scrittore, attore, regista, attivista, a 18 anni ha cominciato a pubblicare vignette e fumetti su varie riviste underground. Nel 1978 è stato tra i fondatori del settimanale satirico “Il Male”. Autore di una quarantina di libri, tra saggi e romanzi, scrive e disegna per numerosi quotidiani e riviste, da “Cuore” a “Il Corriere della Sera”. Nel 1981 ha fondato in Umbria, dove vive e lavora, la Libera Università di Alcatraz, impegnata a diffondere la cultura della pace, dell’arte e dell’ecologia. Per Gallucci ha realizzato i disegni del volume Le fatiche di Ercole.

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:: Fratello Kemal, Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2014) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2015
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Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.

Gli scrittori non dovrebbero mai morire.
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).
E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:

La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, distributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.

Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.

Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.

Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle mani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assumerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

Approfondimento: per saperne di più leggete questo interessante post

Jakob Arjouni a quattordici anni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone. Dopo la maturità, migra a Montpellier; mentre cerca di diventare scrittore, vende costumi da bagno e noccioline, finché Diogenes, eccellente editore tedesco, non decide di puntare su questo diciannovenne acqua e sapone. Jakob viene consacrato ‘enfant prodige’ dalla stampa: Happy birthday, turco! va in classifica e Doris Dörrie ne ricava un film di cassetta. Simpatico e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller.
I romanzi di Arjouni vengono tradotti in tutte le lingue; anche in uk e negli usa si fa a gara con i complimenti. Fratello Kemal è il quinto della serie di Kemal Kayankaya e l’ultimo libro di Jakob Arjouni, portato via a quarantanove anni da una morte prematura: ci lascia in quest’ultimo romanzo il suo senso della giustizia lontano da convenzioni e moralismi, la sua passione per la bellezza fuori da ogni retorica, il suo sguardo lucido e divertito sulla realtà. Memorabili il gioco delle parti alla Fiera del libro di Francoforte e il finale di gioiosa aspettativa della vita che verrà.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: Il lago, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Ancora mi ricordo di quel giorno, come se fosse ieri.

Era il 2005, ormai dieci anni fa. Se fosse mattina o pomeriggio, non importa. Entrai nella piccola libreria al centro del paese e, dopo un ponderato giro tra i pochi scaffali presenti, scelsi un libro dalla copertina particolare, i cui colori viravano dal viola chiaro all’azzurro intenso, col titolo in giallino e il nome della scrittrice ancora più chiaro. – Banana – pensai – che nome buffo per una scrittrice, mi piace -.

Si trattava di Amrita, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2005).

Non avevo mai letto nulla della Yoshimoto: quello fu l’inizio di una lunga serie di amore puro per le sue pubblicazioni. Ho letto praticamente gran parte dei suoi libri. Da Kitchen ad Honeymoon, aggiungendoci svariate riletture di Amrita (perché, com’è che si dice, il primo amore non si scorda mai), passando per Presagio Triste, Ricordi di un vicolo cieco… e adesso Il lago.

Che strano: non sembrava proprio un titolo à la Yoshimoto. Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo.

Vi dico la verità: se dovessi analizzarlo per inquadrarlo in un genere prestabilito dovrei dire che Il lago è un romanzo di formazione, dai risvolti ovviamente esistenzialisti, un goccio di mistero, un cucchiaino di nebbia e uno zucchero. Non posso (e non devo, in questa sede), quindi vi anticipo già da adesso che quello che andrete a leggere nient’altro è che il racconto di un viaggio totalizzante e sfumato nei suoi contorni, nel tempo e nello spazio. Eros e Thanatos, elaborazione di un lutto e presa di coscienza di vari distacchi, diffidenza e percezione sensoriale, paura dell’altro e desiderio di aver qualcuno a fianco, ricordi, destini, immagini meravigliose ed altrettanto terrificanti, sogno e realtà: tutto si mescola in una metonimia: quella di un lago. Non troppo esteso, ma neanche troppo piccolo, ha il proprio bacino lungo un sentiero impervio che porta in cima ad una montagna, a tre ore di treno dalla metropoli sconfinata e non so quante ore di cammino contare per darvi solo una possibile idea di lontananza.

Questo lago è naturale, reale, fisico, esistente. Eppure il proprio aspetto cambia rispetto alle condizioni emotive e psicofisiche di chi si trova a guardarlo: può sembrare stupendo, meraviglioso, dalle mille increspature che riflettono un bellissimo tramonto. Un autentico paesaggio zen, che sta lì, a disposizione di chiunque volesse fermarsi a contemplare e godere della propria bellezza naturalistica:

“[…] La superficie del lago era increspata da piccole onde”; la fioritura dei ciliegi intorno l’avrebbero coperto da un velo rosa.”

Oppure può rivelarsi solamente uno specchio d’acqua, poco più grande di una pozzanghera, insignificante. E ancora, potrebbe rivelarsi orrorifico e terribile. Tutto questo non dipende dalla natura in sé. Dipende da noi. Da chi guarda, da chi osserva, da chi vive una determinata situazione.

Partiamo dall’inizio.

Dopo aver vissuto anni in una cittadina di provincia poco fuori da Tokyo, Chihiro si ritrova a dover elaborare il lutto per la perdita della cara mamma. Decide, così, di trasferirsi nella metropoli in modo da poter fronteggiare i tempi duri del distacco da una persona tanto amata.

Non solo: abbandonare la provincia significava anche lasciarsi alle spalle un passato difficile. La gente l’aveva sempre giudicata male, lei come la sua famiglia, poiché era considerata figlia illegittima di una mama-san proprietaria di un locale notturno e di un uomo d’affari spesso fuori per lavoro. In questa condizione che gli altri vedevano come immorale e disonorevole, alla Chichiro bambina – ragazzina non era mai mancato nulla. Portava il cognome di sua madre, ma suo padre non l’aveva mai abbandonata. Anzi, essendo cresciuta in un ambiente non convenzionale, per niente adatto ad una bambina della sua età, i genitori cercavano sempre di proteggerla. Soprattutto sua madre, con cui Chihiro ebbe sempre un rapporto di straordinaria empatia.

Con la morte della mamma, tutto cambiò.

Per caso, a Tokyo, conosce Nakajima, un ragazzo di qualche anno più giovane di lei che si rivelerà essere il suo esatto contrario. Sia per quanto riguarda personalità e sfera emotiva, sia per il suo modo di relazionarsi e avere così un contatto fisico con una donna. Sono diversi anche per attitudini ed interessi: lui, dottorando, studia da mattina a sera per portare a termine il suo lavoro di ricerca; lei è un’artista visuale, ha studiato scenografia e, per lavoro, dipinge murales: dà nuova vita a quegli angoli che sembrano dimenticati dai cittadini.

Nonostante tutto, i due sembrano completarsi a vicenda, così Nakajima diventa ospite fisso a casa di Chihiro, contribuisce alle spese e non disdegna definirsi suo coinquilino o addirittura a definire lei come “la mia ragazza”. Eppure tra loro non c’è molto contatto, per volere di lui, ma anche – inconsciamente – di lei. Infatti, più che tenerlo per mano quando dormono insieme, non riesce a fare. Inoltre capita spesso che sua madre le si presenti in sogno. D’altra parte, anche dimostra da subito di avere ad un passato che, col passare del tempo, si fa sempre più presente. Tra loro c’è un forte sentimento che non riesce, però, a sfociare in nulla che riguardi la sfera della sensualità. Anche abbracciarsi sembra una cosa fuori dal normale per Nakajima e Chihiro, eppure stanno insieme.

Ci vorranno diversi viaggi accompagnate da spiegazioni appena sussurrate e da eventi chiarificatori prima che i due possa solo sperare di aver trovato un equilibrio. Senza farsi male l’un l’altro o, addirittura, far del male a se stessi.

L’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto ci porta in un ambiente in cui il concetto di caos metropolitano si perde, per lasciare spazio ad una vita tranquilla (almeno sulla carta) in cui i protagonisti devono fare i conti, prima che con il proprio passato, con loro stessi.

Come due facce di una stessa medaglia, Chihiro e Nakajima scopriranno cose che non credevano possibili, lasciandoci splendidamente e/o amaramente immersi nel dubbio.

Approfondimento: la Yoshimoto presenta Il lago presso LaFeltrinelli Duomo a Milano: video (dal canale YouTube Feltrinelli Editore)

Banana Yoshimoto (吉本ばなな Yoshimoto Banana), pseudonimo di Mahoko Yoshimoto (吉本真秀子 Yoshimoto Mahoko), classe 1964, è una scrittrice giapponese. Tutti i suoi libri in edizione italiana sono editi da Feltrinelli, a partire da Kitchen (1991); N.P. (1992); Sonno profondo (1994); Tsugumi (1994); Lucertola; Sly (1995) fino ad arrivare ad Honeymoon (2000); Presagio triste (2003); Amrita (2005). Il lago è il suo ultimo lavoro. Molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ama, invece, parlare molto di ciò che scrive: “tendo a sentirmi colpevole perché scrivo queste storie quasi per divertimento”. Ha un giornale online per i suoi lettori anglofoni. La Yoshimoto ha vinto il premio Scanno (1993), il premio Maschera d’Argento (1999) e il premio Capri (2011).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Ultimo piano (o porno totale), Francesco D’Isa (Imprimatur, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015
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Momento – momento – momento:

come mio solito, vi rubo due secondi per corredare questo articolo di una piccola nota introduttiva: come collaboratrice di Liberi di scrivere, lettrice e recensore del libro di cui potete vedere la coloratissima e geometrica copertina qui di fianco, volevo avvertirvi che no, non si tratta di letteratura erotica; non troverete contenuti così scabrosi da rovinarvi la vita e sì, il sottotitolo tra parentesi se ne sta lì con un intento ben preciso.

Se Ultimo Piano è il titolo del romanzo, Porno Totale, messo tra parentesi e con quella “o” a precederlo, è il titolo del più grande film porno che un regista affermato nel suo ambiente, Claude, vuole realizzare.

Il suo capolavoro, il suo film più completo e totalizzante, l’ultimo. Il più importante. Una pellicola in cui il desiderio non è più soltanto l’oggetto di un altro desiderio ancora più irraggiungibile e lontano, ma diventa il centro esatto in cui qualsiasi brama di qualunque essere umano può venire soddisfatta ed appagata nel momento stesso in cui viene concepita. Nient’altro che prefiggersi l’obiettivo di annientare il desiderio stesso, servendosi di quello che definisce, appunto, “porno totale”.

Narratore della vicenda, osservatore esterno (ma neanche troppo), quasi fosse un Big Brother in carne e ossa, è il proprietario della Perverse Angels, immenso palazzone squadrato, simmetrico e colorato come se ogni facciata fosse quella di un cubo di Rubik, è Frank Spiegelmann, che non indugia ad autodefinirsi un uomo orrendo, un diabolus in macchina con velleità da voyeur.

Mi chiamo Frank Spiegelmann e sono un uomo orrendo. Sono alto un metro e quarantasei, ho qualche ciuffo rossiccio appiccicato al cranio e non esito a definirmi calvo; inoltre sono grasso, flaccido, col naso a patata e la bocca sottile. I miei occhi, stretti e vagamente orientali, sono privi di qualunque fascino esotico e mi rendono simile a un grasso felino malato. Nonostante questo sono circondato da belle donne, che potrei cogliere come mele da un albero che l’Onnipotente ha posto alla mia ridicola altezza: il motivo è che sono il proprietario della più grande casa di produzione pornografica della Federazione Europea – e di mille altre cose, tra immobili, ristoranti, alberghi e case di cura. Non lo dico per vanità, ma perché sia chiaro che so che la decisione che mi aspetta sancirà la fine del mio impero. Non solo: le diaboliche forze all’opera dietro questa scelta non si limiteranno alla mia capitolazione, ma forse trascineranno con me anche il palazzo in cui mi trovo, uno dei gioielli di Varsavia, con i suoi cinquanta piani scintillanti – tutti miei.
Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato. In fondo eccedere è parte integrante del mio lavoro.

Non a caso, Frank è il proprietario della casa cinematografica per cui lavarono i due fratelli Claude & Claude, maschio e femmina uniti dallo stesso nome, ma da carriere diametralmente opposte, seppure complementari: il fratello, regista affermato nel suo ambito, la sorella recita negli stessi film, facendosi chiamare Eva.

Claude regista, proprio come l’autore, ha studiato Filosofia per poi dedicarsi a tutt’altro. L’arte ha molte facce, ma ha senz’altro bisogno di solide basi e studi.

Siamo in una Varsavia indefinita ed immaginaria, così come sono le aspirazioni umane. Quel grattacielo altissimo, palazzone dalle mille facciate colorate, è strutturato secondo una precisa gerarchia, quasi secondo i principi di un’oligarchia ben acclarata: ai piani alti è tutto un paradiso, man mano che si scende si cade nell’abnegazione e nella miseria… e pensare che fino al Medioevo i piani alti erano prevalentemente riservati ai servi, ai meno abbienti.

Nella nostra società, invece, è tutto diverso.

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L’autore delinea e disegna uno specchio riflesso, ma anche un po’ distorto, del modo di vivere odierno. Lo fa in quella Varsavia “Federale”, molto colorata, ma grigia nell’animo, pur essendo considerata “città del cuore di molti”, soprattutto da chi arriva dalla provincia.

Qualche riga più sopra mi sono accorta di aver usato il termine “disegna”: non avrei potuto esprimermi in altro modo, dato che questo romanzo, più che un’opera da leggere, si deve guardare, scrutare, osservare.

Il nodo cruciale della storia è appunto quello racchiuso nel verbo osservare, campo semantico in cui si svolge l’intera narrazione: non si tratta di un semplice romanzo, ma di un esperimento di inchiostro su carta che è, a suo modo, compreso nella stessa arte visuale, in un mondo apparentemente lontano, ma che diventa così vicino non appena ci si dimostri disposti ad addentrarsi nel sistema perfetto della Perverse Angels.

Vi avevo avvertiti, non c’è traccia di letteratura erotica. Non esplicitamente. Certo, le parole sesso, porno, pornografia etc etc sono all’ordine del giorno, ma non racchiudono il senso di ciò che Francesco D’Isa vuole tramandare. Un libro che va letto più di una volta per afferrarne il senso e la (non troppo velata) critica sociale.

Osservare pare essere diventato un imperativo categorico ai nostri giorni: tanto più osserviamo i comportamenti altri, meglio riusciamo a capire noi stessi.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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© immagine Francesco D’Isa, “How it works”.

:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

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:: Come bestie ferite, Luca Bonzano, (Todaro editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2015
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Mattia, un bambino morto senza un perché. Un uomo e una donna, assidui giocatori di poker con la memoria corta. Un serial killer tornato dal Messico per vendicare la morte del figlio. Una losca banda di malavitosi e un ispettore pronto a tutto pur di sbrogliare l’intricata matassa che aleggia attorno alla morte del bimbo. Questi sono alcuni dei personaggi che agiscono nella trama di Come bestie ferite il nuovo romanzo di Luca Bonzano, scrittore milanese, nel quale non c’è un protagonista unico, ma un coro di voci che con i loro racconti ricostruiranno la vicenda narrativa. La storia è ambientata in un piccolo paesino della Lunigiana dove, in piena notte, un bambino di cinque anni corre in mezzo alla strada per recuperare un pallone rosa. Il piccolo viene ritrovato cadavere. Ad indagare sulla sua morte, un ispettore di polizia in profonda crisi emotiva e personale, che cercherà di risolvere lo spinoso caso di morte, senza lasciarsi travolgere troppo dai propri problemi personali. Il romanzo di Bonzano, edito da Todaro, mostra diverse tipologie di essere umani. Ciò che li accomuna è il fatto che tutti abbiano una vita complessa, fatta da traumi e da ferite che al posto di richiudersi, stanno lì, sopite,  pronte a ingrandirsi quando meno i protagonisti se lo aspettano. Le piaghe che hanno i diversi personaggi non sono solo fisiche, ma si ritrovano anche in quelle verità dolorose non del tutto confessate, nelle bugie e nelle azioni vendicative. Di questo ci si rende conto nel momento in cui nella trama gli eventi inizieranno ad avere una sembianza più ordinata e i diversi protagonisti, nonostante facciano i conti con se stessi, non riusciranno mai a trovare la vera pace. La cosa che intriga di questo thriller è anche la modalità con la quale Bonzano lo ha costruito, nel senso che leggendolo vi imbatterete nei primi cinque capitoli molto simili  ad un countdown. Poi si passerà alla storia narrata dai diversi punti di vista dei protagonisti e, nel momento di massima tensione narrativa, il lettore si imbatterà in una vera propria Corale (e la maiuscola non è casuale). Ed ecco che Tess, la giocatrice di poker, il suo amico complice Mario, l’ispettore e Sironi (il padre del bambino) o i malavitosi che compaiono sulla scena parlano, tanto a volte, ma da quello che dicono si ha come la sensazione che qualcosa li blocchi e impedisca loro di esprimersi in modo veritiero. In un certo è come se non riuscissero ad dire in libertà quello che passa loro per la testa. Questa impossibilità a raccontare in modo completo, crea nei protagonisti un senso di oppressione, di tensione che ricorda il nervosismo degli animali chiusi in gabbia. Il giallo di Bonzano ha una trama a puzzle nella quale l’alta suspense permette ai diversi tasselli di Come bestie ferite di incastrarsi uno alla volta,  fino alla visione completa di un mondo, nel quale tutti i personaggi vivono e cercano di sopravvivere ad una vita che non è quella che vorrebbero.

Luca Bonzano è nato a Milano nel 1973. Dopo la Maturità Classica, ha frequentato la Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano ed è diventato giornalista pubblicista. Ha collaborato ad alcuni programmi televisivi e lavorato per una rivista specializzata, finché ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. In attesa di capire se sia stata una buona idea, divora libri, film, serie televisive e cerca di passare più tempo possibile a Levanto, quasi una seconda casa, per camminare scalzo, nuotare o anche solo stare a mollo nel mare, e coltivare con alterne fortune la propria passione per il surf. È stato finalista della XXII edizione del premio Calvino con un romanzo inedito. Nel 2014 ha pubblicato con Todaro il romanzo noir Come bestie ferite.

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:: Le fragili attese, Mattia Signorini, (Marsilio, 2015) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2015
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Nella periferia di Milano sorge la pensione Palomar, gestita dal signor Italo, che tanti anni prima, quando arrivò a lavorare nel capoluogo lombardo dal Polesine sconvolto dalle alluvioni, soggiornò in un dormitorio che poi trasformò nella pensione, ma che ora ha deciso di chiudere i battenti, non prima di aver scoperto chi è la misteriosa mittente di alcune lettere d’amore che ha ricevuto negli anni Sessanta. I suoi ultimi ospiti sono Guido, professore d’inglese travolto da uno scandalo non voluto, che cerca di insegnare a parlare a una bambina muta, Lucio Ormea, in cerca del padre scomparso dalla sua vita quando era piccolo, il generale in sedia a rotelle Adolfo Trento, vittima dimenticata della guerra in Bosnia, Ingrid ex arpista che fa la commessa e si butta in fugaci avventure, e Emma, la domestica braccio destro di Italo, che forse ha anche lei qualche segreto da svelare.
Le fragili attese è un romanzo non lungo ma denso di tematiche, personaggi, questioni, sospeso tra lievità e tragedia, tra i primi anni Cinquanta e la fine del Millennio, microcosmo che riflette il mondo, tante storie di vinti non patetici che commuovono, dove il lieto fine non è per tutti, non sarebbe realistico, ma che non disturba quando avviene.
Ogni personaggio rappresenta un pezzo di umanità, l’immigrato giunto nella grande città sbalestrato e poi capace di trovare un suo spazio, anche se al margine di un mondo, l’intellettuale di belle speranze che si trova coinvolto in cose più grandi di lui, la bambina che non riesce a comunicare fino alle estreme conseguenze, il figlio in cerca di un padre, l’invalido in cerca di un senso della vita, la delusa che ritiene di non avere più prospettive, l’anima discreta del micromondo della Palomar capace di dare speranza. Non macchiette, ma personaggi emblematici, di una commedia umana che porta per mano pagina per pagina, tra colpi di scena, colpi allo stomaco, momenti di poesia pura, fino ad una conclusione che apre e chiude tante pagine.
Evidente anche l’omaggio a Italo Calvino, con uno dei protagonisti che si chiama come lui e la pensione che prende il nome, è vero, di un famoso osservatorio statunitense, ma che ispirò anche Calvino per un suo famoso romanzo.
Le fragili attese è un romanzo psicologico, sociale, sentimentale, di formazione e capace di colpire, sia raccontando un’improbabile ma non impossibile storia d’amore, anzi due, sia costruendo tante vite tragiche ma in fondo non disperate, surreali ma molto umane, ed è consigliato per chi ama gli universi che si aprono dalle pagine di un libro. Effettivamente, quando si apre la copertina del romanzo, è davvero come se si spalancassero per i lettori i battenti della pensione Palomar, altra protagonista del libro, anzi la grande protagonista del libro, porto sicuro in cui le anime inquiete sempre in attesa degli antieroi di questa storia trovano conforto. E che è un posto talmente toccante da restare nel cuore, e da far desiderare che possa esistere una pensione Palomar, per tutte le eterne e fragili attese che costellano la vita di ognuno, attesa di un incontro, di un amore, di una speranza, di una possibilità.

Mattia Signorini è nato a Rovigo nel 1980. Ha pubblicato Lontano da ogni cosa (Salani 2007; TEA 2011) e Ora (Marsilio 2013). Ha fondato la scuola di scrittura creativa Palomar. I suoi romanzi sono tradotti in otto paesi. Il suo sito ufficiale è http://www.mattiasignorini.it

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:: La scatola nera, Michael Connelly, (Piemme, 2015) a cura di Laura M.

16 luglio 2015
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Ci sono personaggi strabordanti, eccessivi, che non si accontentano del ruolo di protagonista, ma pervadono tutte le pagine di un romanzo attirando su di sé, e solo di sé, le luci dei riflettori.
Così è per Harry Bosch, (forse non c’è neanche bisogno di dirlo) personaggio seriale nato dalla penna del romanziere americano Michael Connelly.
Di Bosch sappiamo tutto, o quasi tutto. Il suo autore ci parla della sua vita privata (sofferta, complicata, fuori dagli schemi) come della sua vita professionale, con luci e ombre di una carriera che sta volgendo alla fine, con tutta la malinconia che questo comporta.
Presto Bosch andrà in pensione, o morirà a pochi passi dal raggiungerla (con Bosch tutto è possibile) e forse subentrerà sua figlia, con tutto l’onere e l’onore di una eredità così impegnativa. Già sappiamo di che pasta è fatta, già sappiamo di chi seguirà le orme.
Ma non ancora.
Dopo La caduta, pubblicato l’anno scorso, sempre con Piemme è appena uscito in libreria il sedicesimo volume della serie di Harry Bosch, (venticinquesimo romanzo in assoluto) La scatola nera, (The Black Box, 2012), tradotto questa volta dal duo affiatto di traduttori composto da Giuliana Traverso e Stefano Tettamanti.
Ed è un buon romanzo, per nulla appesantito dai difetti della serialità, capace di accontentare i vecchi fan che hanno seguito Connelly dall’inizio, come me. Che sono invecchiati con lui, in questi anni difficili.
Perchè Harry Bosch con la sua testardaggine, che rasenta la cocciutezza, la sua onestà fuori moda, il suo fascino stropicciato alla Clint Eastwood, il suo caratteraccio, se vogliamo, che non gli farà mai far carriera, ha saputo negli anni cambiare, addolcire alcuni tratti (specie nel rapporto con la figlia), rendere più spigolosi altri, ma non ha assunto una dimensione monolitica e statica. Come le persone, come i suoi lettori. La sua amerazza, la sua voglia di giustizia, il suo lottare contro un sistema se non corrotto, complice, è la stessa nostra, almeno del nostro noi stessi ideale, come vorremmo essere.
E Harry Bosch ha il coraggio di essere così, senza compromessi, senza debolezze. Arivando a rischiare di perdere tutto, fin anche la vita, per un ideale, per una corenza che difende senza cedimenti.
Ma non è un illuso, un perdente.
Lui vince, sempre.
Un po’ per fortuna, un po’ per quel guizzo in più fatto di intuito, coraggio e perchè no, sensibilità.
Ne La scatola nera, Harry si trova ad indagare su un caso irrisolto di vent’anni prima. Un omicidio avvenuto a Los Angeles nel 1992, al tempo dei disordini scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, un suo vecchio caso. In quella confuisone, la giovane reporter danese Anneke Jespersen venne trovata uccisa con un colpo di pistola fra gli occhi, come in un’ esecuzione, proprio dal tenente Bosch.
Il caso fu archiviato e solo vent’anni dopo Bosch può riprenderlo in mano, pensando che la reporter fosse stata uccisa perchè voleva fotografare qualcosa, accaduto durante i disordini. Ma indagando, scopre che c’è dell’altro, qualcosa che forse può gettare una nuova luce sul delitto. Qualcosa che lo tocca molto da vicino, anche lui segnato dall’esperienza della guerra, (in Vietnam, lui, in Irak, la giovane reporter).
Contro il volere dei suoi superiori, che vorrebbero desistesse dalle indagini, Bosch continua, e noi che lo conosciamo non possiamo dubitare che non sappia scoprire la verità e risolvere il caso.
Alla prossima Harry.

Michael Connelly, una delle più grandi star del thriller americano, Michael Connelly raggiunge sempre il primo posto nelle classifiche con ogni suo nuovo romanzo. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal primo romanzo pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. In seguito ha fatto la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di moltissimi suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Con Il poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. In anni più recenti Connelly ha ideato un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che svolge la sua attività nel sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, è stato anche ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature, a Roma. La scatola nera è il sedicesimo thriller che ha per protagonista Harry Bosch.

Source: acquisto personale

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:: Da grande voglio camminare, Claudia e Gaetano Digregorio – con Giuliano Foschini – (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

16 luglio 2015
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Quella che leggerete qui di seguito non è una semplice recensione di un libro letto recentemente.

Oggi ho deciso di raccontarvi una storia. Una storia vera.

Alcuni di voi già la conosceranno, se n’è parlato in tv poco tempo fa. Io, che con la televisione in generale non ho rapporti molto costanti, ne sono venuta a conoscenza una sera, quando un video che veniva condiviso e ricondiviso mille e mille volte sulla mia home di Facebook.

A dir la verità, dopo aver finito di leggere questo libro, (solo) per un attimo ho pensato di non voler scrivere nulla a riguardo.
Il mio punto di vista mi sembrava superfluo, ridondante, avevo già letto tutto, avevano già scritto di tutto. Sui giornali. Sui social. Ne avevano parlato in televisione.

Poi ho chiuso gli occhi e ho immaginato a Claudia e alla sua quotidianità sofferta da ragazzina di quindici anni e, niente, mi sono decisa.

Mai smettere di parlarne, quando ci sono in mezzo situazioni come queste. Bisogna parlare, parlare, condividere, parlare. Magari solo così si riesce a trovare una soluzione, una cura.

Claudia non è diversa dagli altri, è speciale, come le dicono spesso papà Gaetano, mamma Tina e il suo fratellone Saverio, di poco più grande di lei. La famiglia Digregorio vive a Santeramo in Colle, in Puglia. Papà Gaetano fa il meccanico da quando aveva dieci anni. Sarà per questo motivo che non perde mai la speranza: per lui tutto s’aggiusta, basta un po’ di sacrificio ed olio di gomito. Ora ha chiuso l’officina: ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla figlia. Mamma Tina insegna matematica, ha alle spalle anni e anni di studi scientifici. Claudia odia i numeri, ma sarebbe stata anche disposta a partecipare alla gara di matematica, se l’ansia e la paura di fallire non gliel’avessero impedito.

Ama improvvisare, Claudia. Soprattutto a scuola. Tutto l’opposto di suo fratello Saverio. Non solo, Claudia ama cantare, cucinare, adora “guardare le sue amiche perché sono scattanti”, farsi passare la piastra sulla sua folta chioma riccia, scegliere da sola cosa indossare ed è padrona assoluta del telecomando, quando, di sera, si ritrovano tutti insieme sul divano di casa davanti alla tv.

Una forza della natura a tutti gli effetti questa ragazzina. Capace di catalizzare l’attenzione su di sé, dopo i primi minuti di conoscenza, riesce ad attirare l’attenzione, non di certo per il suo problema, ma per la sua spontaneità.

Insomma, cos’è che rende Claudia così speciale? Sicuramente, la sua caparbietà accompagnata da tanta curiosità, parlantina e voglia di fare.

Voglia di andare avanti, sempre. Vuole tornare a camminare. Vuole correre, correre veloce come prima, azzarderei.
Sì, perché fino a qualche anno fa Claudia camminava, correva, si arrampicava sugli alberi dell’orto di Papà Gaetano.
Puntava il piedino destro per terra, come una prima ballerina classica… e danza classica l’ha anche frequentata per qualche tempo. I medici lo scambiarono per “atteggiamento”, in realtà era tutt’altro. Più tardi iniziarono i disturbi intestinali: ogni volta che metteva piede in macchina, appena partiti, vomitava. Si pensò a qualche trauma psicofisico.

Quando la notte del suo orale di terza media, ebbe la prima crisi respiratoria della sua vita tutta la famiglia Digregorio temuto di perderla. Portata di corsa all’ospedale.

L’intervento d’urgenza, poi la rianimazione. “Abbiamo aspirato la più grossa palla di muco che ci sia mai capitato di vedere”, “Forse non si sveglierà”.

Inizia così l’Odissea della piccola Claudia Digregorio e di tutta la sua famiglia. Inizia così la lunga trafila per gli ospedali di tutta Italia: dalla Puglia, fino a Bologna, passando per Roma e Milano e finendo a Genova.

Sempre in macchina, per amore del signor Gaetano e per la sicurezza di Claudia. Arrivarono anche fino a Lourdes, durante un viaggio nel sud della Francia e, ancora, in Calabria, dover un tale che si definiva “frate” organizzava processioni e preghiere collettive: prometteva miracoli, nella disperazione uno può pensare di provare tutto, ma proprio tutto per far star bene la propria bambina.

Claudia è ammalata. Di una malattia che non conosciamo. Non rara ma sconosciuta. Tra le due parole c’è un solco, una voragine, e in questa voragine si può mettere qualsiasi cosa. Non sai chi è il tuo nemico. Non conosci le armi con cui combatterlo. Più banalmente: con chi te la devi prendere? Ma io non mi arrendo. Non mi arrenderò mai. E non perché non ci si può arrendere, quando si tratta di tua figlia. Non è questione di amore, fede, incoscienza, speranza. Ma per un’altra ragione: io sono un meccanico. La prima cosa che mi hanno insegnato quando sono entrato in un’officina è che non esiste nulla che si rompa definitivamente. Tutto si aggiusta. Non c’è motore che non possa ripartire. Bisogna smontarlo, rimontarlo, oliarlo, alle volte sostituire un pezzo con un ricambio, ma alla fine si deve rimettere per forza in moto. Magari potrà camminare più lento, non potrà più raggiungere i regimi di una volta, non potrà più viaggiare a lungo a 130 chilometri orari, ma una cosa è certa: un motore si rimette sempre in funzione.”,

queste le parole di Gaetano Digregorio, riportate anche in Da grande voglio camminare, libro testimonianza scritto a quattro mani con Claudia e l’aiuto di Giuliano Foschini, giornalista.

La malattia di cui è affetta Claudia non è né SLA, né SMA, né Sindrome di Duchenne. Non è annoverata tra i casi clinici delle malattie rare. Un dolore inaspettato, un fulmine a ciel sereno. Un mostro che toglie le forze giorno dopo giorno. Una malattia senza nome.

Sì, questa patologia è davvero sconosciuta. In tutto il mondo è stato trovato solo un caso simile, in Belgio. Caso simile, non propriamente lo stesso.

Nonostante la tracheo e la mancanza di forze che la tengono su una carrozzina, Claudia non si è mai arresa. Ha continuato con la scuola, iscrivendosi alle superiori, ci va volentieri anche se, all’inizio, si è dovuta scontrare anche con la diffidenza dei compagni. Gaetano l’ha sempre aspettata fuori, sia col brutto che col bel tempo, dall’orario di entrata a quello di uscita. In molti gli chiedevano perché facesse tutto questo da solo. Incredulo per una domanda simile, ripeteva che lo faceva per Claudia, per farla sentire al sicuro e per intervenire in casi di emergenza o semplicemente per effettuare quelle manovre da infermiere dovute al tubo che è costretta a portare in gola per respirare. Un papà è meglio di un infermiere.

In molti si chiedono se ce la farà. Per avere una degna risposta, in conclusione, lascio la parola proprio a Claudia, che sa sicuramente rispondervi meglio di me:

“Ma certo che ce la farò. Su questo non c’è dubbio. Ho ancora troppo da fare. Capirete facilmente che non è bellissimo per una ragazza come me finire sugli schermi di mezzo mondo con un tubo piantato in gola. La mia dose di notorietà vorrei prenderla anche quando starò bene. Sapete cosa faccio quando sono triste? Chiudo gli occhi e immagino una delle cose che amo di più: il mare. Mi piace sentirne l’odore, mi piace passare ore e ore con i piedi a mollo. Mi piace sentire l’acqua che sbatte contro ogni centimetro del mio corpo. In questo sono come mio padre. Appena mi rialzo, voglio correre sulla sabbia. Il più a lungo possibile. E per ricaricarmi voglio fare una lunghissima, grandissima mangiata di pesce. Sono stata dal Papa, il mio supereroe. Non vedevo l’ora di incontrarlo. Ho apprezzato la sua omelia. Ha parlato di perdono, proprio a me che, insomma, se fossi molto arrabbiata, nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Ma devono stare tranquilli. Io ho già perdonato tutti.”

Claudia e Gaetano Digregorio, padre e figlia, hanno un rapporto indissolubile. Vivono a Santeramo in Colle, in provincia di Bari. Claudia, di quindici anni, frequenta l’Istituto Pietro Sette e sogna di diventare una grande Chef. Ironica e cocciuta, si fa subito amare da tutti. Papà Gaetano, di professione meccanico, non ha occhi che per sua figlia. Claudia vuole (e deve) tornare a correre.

Giuliano Foschini, classe 1981, è il giornalista de La Repubblica che ha conosciuto il signor Gaetano in un giorno qualunque, sempre quando stava aspettare Claudia fuori scuola dentro la sua Jeep. Ha da subito desiderato aiutarli a raccontare la loro storia di malattia e di coraggio. È nato in Puglia, dove vive e lavora.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Reykjavík Café, Sólveig Jónsdótti, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

16 luglio 2015
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Le storie al femminile contemporanee sono una costante della narrativa, presenti in tutti gli angoli del mondo dove si scrive, con toni più leggeri o più impegnati a seconda dei casi: vicende non incentrate su una storia d’amore, come la narrativa rosa tout court, ma sulla vita di una o più donne in un determinato tempo e luogo vista in vari aspetti.
Stavolta ci si sposta nell’estremo Nord, in Islanda, Paese di estremi e che d’inverno è gelido e quasi sempre buio, perché come suggerisce il titolo, Reykjavík Café è una storia di donne in questa capitale così lontana da tutto (eppure è Europa), dove però si può ridere, scherzare, innamorarsi, lasciarsi, vivere le proprie vite, disperarsi, dare una svolta a se stesse e tanto altro ancora.
L’autrice, Sólveig Jónsdóttir, racconta la storia di quattro giovani donne sui trent’anni, che durante un inverno si incontrano nel caffè che dà il titolo al libro. Hervòr sogna grandi cose, ma si trova a dover fare la cameriera al caffè dopo una laurea e ad avere una storia con un suo professore molto più vecchio, Silja è un medico che vede la sua vita andare in frantumi tornando a casa un giorno prima dal lavoro e trovando il marito con un’altra donna, Mia non si capisce più con il brillante fidanzato che la lascia, Karen vive con i nonni, dopo una vita di abbandoni e lutti, non ha un lavoro e si butta in varie relazioni, tra cui con il marito di Silja.
Quattro storie esemplari, immerse nell’atmosfera di un posto dove a gennaio il sole sorge alle 11 del mattino e tramonta alle 16, ma che per certi aspetti potrebbero essere anche di altri luoghi, che rivelano comunque le difficoltà oggi di trovare la propria strada, anche in Paesi in cui c’è un wellfare ben diverso da quello mediterraneo, la difficoltà ad elaborare lutti, la solitudine, il vivere relazioni difficili, ma anche la gioia di incontrarsi e essere amiche.
Reykjavík Café non è né un chick lit classico né un libro ultraimpegnato, ma una piacevole via di mezzo per scoprire la vita in un posto lontano ma vicino, che è fuori dalle rotte turistiche tradizionali rispetto ad altre Nazioni europee e non, e per appassionarsi alla vita di quattro ragazze nordiche, ai loro problemi e ai loro momenti felici. Non è nemmeno la versione in salsa islandese di Sex and the city, le quattro ragazze di qui non sono omologhe delle quattro di New York, non sono straricche e modaiole, ma molto più umane e alle prese con problemi più realistici, alla fine solo Silja ha un lavoro di un certo livello, le altre tre si arrangiano senza molte prospettive, per abitudine ma anche per problemi personali e esistenziali, di disagio che rendono impossibile tentare nuove strade. Comunque, le quattro protagoniste sono anche lontane da certi stereotipi sul Nord Europa che ci sono ancora, non sono biondissime e ultra disinibite, ma simili a tante altre, e intorno a loro emerge un ritratto di società islandese con vari punti in comune con noi, sia nel bene che nel male, tra problemi legati all’immigrazione, agli anziani, al lavoro e non solo.
Un ritratto vivace e non banale di quattro esistenze femminili, un romanzo che scorre, con questi nomi così strani, per una lettura d’evasione sì ma non certo scontata e stupida. In attesa dei prossimi libri dell’autrice Sólveig Jónsdóttir, qui al suo esordio come romanziera.

Sólveig Jónsdóttir ha studiato scienze politiche e vive a Reykjavík, dove lavora come giornalista alla redazione di «Lifestyle Magazine». Reykjavík Café è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’ Ufficio Stampa Sonzogno.

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