Posts Tagged ‘Viviana Filippini’

:: Quando gli uomini son via, Siobhan Fallon, (nottetempo, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2014

quando-gli-uomini-sono-via-d431Meg, Natalya, Helena, Carla sono alcune delle donne che vivono nella base militare di Fort Hood (Texas) nell’attesa del ritorno dei mariti, soldati in missione in Iraq. Queste donne e le altre che abitano nel campo aspettano in trepidante attesa i loro compagni di vita. Uomini che tornano sì dalla guerra, ma che in cuore portano ferite incancellabili lasciate dalle esperienze vissute al fronte. Ci sono soldati che ricompaiono feriti nel corpo e nell’animo; altri rimangono profondamente traumatizzati e si rendono conto che il ritornare alla vita di un tempo è un’impresa ardua, più difficile che vivere in mezzo alla sabbia del deserto dell’Iraq. Ci sono poi militari talmente traumatizzati, così incapaci di distinguere lo scenario di guerra da quello domestico, che una volta tornati a casa continuano a mantenere lo stesso agire del campo da guerra, come se fossero immersi in una missione militare continua. Accanto a questi soldati ci sono mogli, fidanzate e figli che li attendono e che, purtroppo, non sempre sanno che dietro quelle divise sporche di rena e di sudore si celano cuori e animi profondamente scioccati dalla costante sensazione di pericolo di morte incombente. Quando gli uomini sono via è una raccolta di racconti tutti accomunati dal filo conduttore della guerra, un libro corale nel quale l’esperienza di singole famiglie serve all’autrice per narrare a chi legge quanto possa rivelarsi dolorosa e sofferta l’esistenza non solo di chi indossa un’uniforme, ma anche di chi vive accanto ad un soldato. In Quando gli uomini sono via ogni rapporto viene messo in discussione, ed è come se la guerra attuasse una vera e propria manipolazione dei caratteri delle persone che ne sono coinvolte – in prima linea in Iraq e a casa – provocando cambiamenti radicali. Ci sono madri malate in conflitto con i figli; mogli che si sentono tradite e abbandonate; soldati che sospettano l’infedeltà delle compagne a casa; figli che rimangono orfani e altri addirittura abbandonati da madri incapaci di badare a loro e a se stesse. Ogni episodio narrato dall’autrice americana, anche se frutto della fantasia, è l’insieme delle situazioni quotidiane e dei sentimenti che aleggiano in molte delle famiglie che hanno gli uomini al fronte. In ognuna di esse ci sono i tipici problemi che ogni nucleo familiare può avere, ma queste incomprensioni sono rese ancora più gravi e grevi dal fatto che uno dei componenti (padre, figlio, fratello o fidanzato) di questo piccolo mondo è in guerra. Tale universo dolorante, ma sempre pronto ad andare, avanti si trova a Fort Hood, il luogo dove vivono le famiglie dei soldati ed esso è una sorta di “cosmo a parte” inserito all’interno della società americana. Nella base militare ci sono negozi, scuole, ospedali, tutto quello che serve alle famiglie dei membri dell’esercito in guerra per vivere la loro vita quotidiana lontani, e in un certo senso anche protetti, dalle insidie della società civile. Fort Hood non deve essere inteso come una prigione, ma piuttosto come un’isola di sostegno messa a disposizione di coloro che hanno i propri cari in missione e che vivono una vita nella quale il senso di pericolo, perdita e morte sono, purtroppo, una costante presenza. Quando gli uomini sono via è un viaggio dentro un mondo non del tutto noto ai civili, un percorso fatto con delicatezza e sensibilità da parte della Fallon che permette al lettore di comprendere come questi uomini e donne con le divise e i loro congiunti sono persone forti e fragili, con sentimenti e preoccupazioni uguali a quelle di ogni essere umano. Traduzione di Silvia Bre.

Siobhan Fallon è una scrittrice americana e vive in California. Quando gli uomini sono via è il suo primo libro ed è stato tra i dieci migliori libri del 2011 secondo il New York Times.

:: La ragazza di Scampia, Francesco Mari, (Fazi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2014

ragazza scampiaI media di oggi ci bombardano di fatti di cronaca, gossip, news di vario tipo, ma quanto di quello che noi utenti fruiamo è vero e puro al 100%? Quanto i media manipolano quello che ci trasmettono? Spesso ho sentito questa domanda, e a farci capire che non sempre quello che passa alla tv è davvero quello che sembra ci pensa il romanzo La ragazza di Scampia di Francesco Mari. Il libro edito da Fazi è la storia di Franco, un mediocre funzionario dell’amministrazione pubblica del comune di Napoli, che non avendo una vita sociale e amorosa particolarmente attiva decide di sfogare il proprio fantasioso estro creativo nella scrittura. Il fine dello scrivere del protagonista è il suo desiderio di diventare un autore di fama mondiale. Detto fatto, Franco prepara un romanzo e lo invia ad una casa editrice del Nord, dove l’editor che lo riceve è così incuriosito della storia di Stella, protagonista del reportage La ragazza di Scampia, che decide di ricontattare subito l’autore. Quando Franco riceve la mail dove nota l’interesse per la pubblicazione del dattiloscritto, il suo entusiasmo schizza alle stelle, perché per lui è un sogno che si avvera. In realtà, il tutto si trasforma in panico quando l’editor gli chiede di poter incontrare Stella, per sentire da lei la storia raccolta nel libro. Franco cerca di mantenere il self control della situazione e assolda alcuni amici per far “indossare” loro i panni dei protagonisti della sua storia, però il piano architettato dall’aspirante scrittore mostrerà dei risvolti del tutto inaspettati non solo per il protagonista, ma per i lettori stessi del libro. Il romanzo scritto da Mari rientra in modo completo nel genere della commedia, perché ci sono situazioni tragicomiche nelle quali il protagonista riesce a mettere in scena tutta la sua goffaggine e il sentirsi troppe volte inadatto alla sua vita (è un mangiatore cronico di patate, vive in una dimensione del tutto personale e in certe situazioni è molto imbranato). Nel libro si ride, ma è un riso amaro perché l’autore attua importanti riflessioni sulle mezze verità che passano attraverso il mondo dell’editoria e in quello dei media. Come ho scritto sopra, Franco, il protagonista ama scrivere e come tutti gli scrittori emergenti è alla ricerca di qualcuno che pubblichi il suo lavoro e, suo malgrado, si troverà risucchiato in una spirale di intrighi che hanno come fine ultimo non tanto la tutela dell’autore emergente, ma l’utilizzo della sua opera scritta – come nel caso di Franco- solo per far garantire successo all’azienda e al suo staff. Tengo a precisare che non tutti gli editori si comportano come quello presentato da Mari, ma il suo è un avviso e un monito alla prudenza per chi scrive, chi pubblica e chi legge. L’altro aspetto interessante del libro dello scrittore napoletano è la pungente e seria riflessione sull’alta potenzialità di manipolazione delle informazioni che i media di oggi spesso esercitano facendo passare per vere e accettabili realtà che non sono tali. Il protagonista de La ragazza di Scampia ha creato un’enorme bugia per diventare famoso, ma tutto quello che lui ha scritto e orchestrato gli si ritorcerà contro, facendolo passare dalla parte del torto. Chi trama contro di lui, comprese alcune persone che conosce da una vita e delle quali si fidava, agisce in modo tale da farlo sembrare pazzo solo per rubargli la sua creatura letteraria e utilizzarla per ottenere successo e notorietà. La ragazza di Scampia di Francesco Mari è una pungente narrazione che evidenzia quanto la menzogna letteraria, ossia una vicenda inventata di sana pianta, a volte riesca, grazie ad astuti interessi di chi entra in suo possesso, ad imporsi sulla realtà facendosi accettare come una verità concreta, pura e impeccabile, che dietro la facciata di credibilità nasconde un imbroglio sconosciuto e ben orchestrato agli occhi dello spettatore.

Francesco Mari è nato nel 1966 a Napoli, città dove vive e lavora.

:: E venne il sabato, Alberto Manzi, (Baldini e Castoldi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2014

evenneAlberto Manzi è noto ai più come il maestro che insegnò a scrivere e a leggere agli italiani attraverso il programma televisivo Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai negli anni Sessanta. In realtà, Manzi era anche scrittore di romanzi per ragazzi tra i quali il più noto è Orzowey, pubblicato nel 1955 e diventato poi una nota serie tv. In più di una occasione Manzi ebbe la possibilità di viaggiare in America Latina, dove venne in contatto con le popolazioni contadine conoscendone usi e costumi, ma soprattutto scoprendo le precarie condizioni di vita e di sottomissione alle quali questi popoli erano soggiogati. Tali esperienze gli permisero di scrivere alcuni testi a tematica latina. La serie di libri cominciò nel 1974 quando Manzi pubblicò La luna nelle baracche, seguita da El loco nel 1979, terminata con la storia corale di E venne il sabato. La vicenda ha per protagonista un’intera comunità di cavatori di gomma brutalmente maltrattati e sfruttati dai possidenti terrieri pronti a tutto pur di arricchirsi. Questi lavoratori non riescono a comprendere lo stato di sfruttamento nel quale vivono e non sembrano aver l’energia necessaria a ribellarsi. Poi, grazie alle parole di due preti (ingiustamente incarcerati) e della giovane Naiso (una ragazza costretta al mutismo dalle terribili violenze subìte in passato, disposta a insegnare a leggere ai suoi amici del villaggio), l’intera comunità di contadini inizierà un cammino di presa di coscienza dei propri diritti. Questi lavoranti, passo dopo passo e parola dopo parola, si scopriranno uomini degni di vivere in libertà e non più maltrattati e puniti per colpe inesistenti, come l’essere frustati per non essere riusciti a raccogliere la quantità di gomma- spesso troppo ingente- imposta dai padroni. In E venne il sabato di Alberto Manzi non si può parlare di un protagonista singolo, perché l’attore principale della narrazione è l’intera comunità del villaggio che cresce e matura rendendosi conto di essere umana, di possedere una identità specifica e di non essere un oggetto da sfruttare. Ciò che permette la trasformazione di questi individui in persone è l’istruzione, perché è proprio imparando a leggere che questi umili cominceranno a comprendere molte più cose del mondo nel quale sono nati e cresciuti. Il lavoro di Manzi è un romanzo collettivo, dove la massa degli sfruttati, una volta istruita, inizia una rivoluzione pacifica fatta di gesti non violenti che metteranno in crisi i potenti signori e le forze dell’ordine inviate a sedare la rivolta. Questo libro porta il lettore dentro al mondo latinoamericano, facendogli compiere un viaggio nella vita di una comunità costretta a vivere in condizioni di estremo sfruttamento, ma poco per volta sempre più pronta ad attuare il cambiamento. La cosa che Manzi riesce a fare in E venne il sabato è dare ad ognuna delle persone che compongono il villaggio in rivolta pacifica una identità psicologica precisa che trasmette a chi legge lo stato emotivo di ogni singolo personaggio. Ognuno di questi popolani vive sì ai margini della società, ma la maturazione e la trasformazione del proprio io singolo in sinergia con quello del gruppo è la dimostrazione che cambiare con l’istruzione si può. Basta volerlo e volerlo insieme. Prefazione di Andrea Canevaro.

Alberto Manzi (Roma, 3 novembre 1924 – Pitigliano, 4 dicembre 1997) è stato un pedagogista, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1960 ed il 1968 dalla Rai per alfabetizzare gli italiani. Manzi si occupò anche dell’insegnamento dell’italiano a stranieri, infatti nel 1992 ideò e diresse la trasmissione “Impariamo insieme. L’italiano per gli extracomunitari” prodotta per la RAI 3. Morì nel 1997 a Pitigliano, cittadina della quale fu anche sindaco dal 1995 al 1997.
Manzi fece numerosi viaggi (dal 1954 al 1977) in America latina che avevano lo scopo della scolarizzazione degli adulti. Da queste esperienze Manzi prese spunto per scrivere Gugù (Gorée 2005), La luna nelle baracche (Salani 1974, (Gorée 2005), El loco (Salani 1979, Gorée 2006).

Come cucinare il lupo, Mary Frances Kennedy Fisher, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

19 settembre 2014

come_cucinare_il_lupo_02_1_Come cucinare il lupo è il libro di Mary Frances Kennedy Fisher uscito per la prima volta nel 1942. Devo ammettere che appena ho letto questo titolo ho pensato alla fiaba di Cappuccetto Rosso, in realtà il lupo al quale si riferisce la Fisher -pioniera del food writing, ossia della scrittura dedicata la cibo – è la fame che travolge la popolazione americana durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Una sensazione determinata dal razionamento del gas e dalla sparizione dal mercato alimentare di molti dei prodotti di largo consumo (carne di manzo, bourbon, zucchero a velo, pesce fresco, formaggi, burro puro) nell’America di quegli anni. Il libro in questione, ripreso dalla stessa autrice nei primi anni Cinquanta con l’apporto di alcune aggiunte, è un vero e proprio manuale di ricette rapide, salvifiche (usa pochi ingredienti – gli unici in circolazione- e non troppo costosi) e semplici da impastare nei periodi di limitazione delle materie prime. Letto oggi, questo volume a qualcuno potrebbe sembrare l’ennesimo libro che parla di cucina, ma sappiate che dopo la fine del conflitto bellico, Come cucinare il lupo divenne per gli americani un vero e proprio best seller, un’opera fondamentale della letteratura americana, tanto che il «Time» (esatto proprio la nota rivista USA) non esitò ad inserirlo nella top list dei cento migliori libri di non fiction degli anni Cinquanta. Il cibo è il motore dell’opera della Fisher, anzi è il carburante di un libro che riflette in modo pungente e ironico sul genere umano e sul suo impellente bisogno di cibarsi. Fondamentali sono anche le citazioni presenti all’inizio di ogni capitolo che non solo servono a introdurre l’argomento delle pagine a seguire, ma rispecchiano la realtà sociale e comportamentale del genere umano. Uno tra i riferimenti più arguti è quello del capitolo Come distribuire la virtù introdotto da una frase di Edmund Burke: «L’economia è un virtù distributiva, non consiste nel risparmiare ma nel saper scegliere» o ancora il detto di Shakespeare:«L’ingordigia, lupo universale» per Come salvare la pelle. Il libro della Fisher è un vero e proprio scritto sull’arte di arrangiarsi con quello che si ha, e lei lo fa cercando di dare anche consigli su come render più gustosi cibi che di solito non lo sono, o rimedi alternativi su come preparare il colluttorio o il sapone finto. Il volume propone una carrellata di ricette che comprendono la carne e il pesce (pochi e limitati), le verdure, le uova, le patate, il riso, bevande di vario tipo (latte aromatizzato, infusi vari) dolci semplici e genuini il (Pan di zenzero, la Torta di guerra, la Torta al pomodoro e le Mele al forno). Ogni tanto la Fisher consiglia anche ricette un po’ più sostanziose e costose per il tipo di ingredienti usati (il Boeuf Moreno o le Polet à la mode de Beaune), ma sono eccezioni, che lei stessa riconosce ci si può concedere una tantum. L’autrice, nota in Italia con il libro Biografia sentimentale dell’ostrica, uscito sempre Neri Pozza nel 2005 spesso dichiarava:«Quando non posso lavorare leggo, quando non posso leggere cucino» e il suo amore per l’arte della preparazione culinaria emerge in ogni singola pagina di Come cucinare il lupo che non è composto solo da ricette, ma presenta riflessioni ironiche e attenti moniti sull’utilizzo dei conservanti presenti nel cibo. A questo proposito basta leggere le pagine dedicate al salmone in scatola che nemmeno i suoi animali mangiarono e che sepolto in giardino assieme ad altra spazzatura umida, dopo mesi e mesi, rivelò ancora intatta la sua perfetta forma, la consistenza e il colore. Come cucinare il lupo è un vero e proprio manuale di sopravvivenza in cucina in tempi di razionamento, ma allo stesso tempo questo libro è un esempio di quello che davvero si potrebbe e dovrebbe fare per tenere lontano il lupo. A questo riguardo ammirevole è parte del primo capoverso delle conclusioni scritte da Mary Frances Kennedy Fisher: «… sia il libro che io concordiamo su un’idea nata assai prima del 1942: visto che dobbiamo mangiare per vivere, tanto vale farlo con grazie e gusto». Traduzione Massimo Ortelio

Mary Frances Kennedy Fisher (1908-1992) lavorò a Hollywood come sceneggiatrice, ma dopo un anno si licenziò. Nel 1944 ebbe una figlia, ma non rivelò mai l’identità del padre della bambina. Finita la guerra si trasferì a New York e sposò l’ editore Donald Friede. Il matrimonio, sciocco ma allegro, durò poco. In Italia le sue opere conosciute sono Biografia sentimentale dell’ostrica (Neri Pozza 2005), Il mio io gastronomico, Alfabeto per gourmet e L’arte di mangiare.

:: Il cardellino, Donna Tartt, (Rizzoli 2014) a cura di Viviana Filippini

12 settembre 2014

indexDonna Tartt ha come un’aura di mistero che la attornia e ascoltandola si ha la sensazione – mia personale- che le sue parole ti attraversino. Il cardellino, Premio Pulitzer 2014 è l’ultimo lavoro di questa  americana che pubblica libri a cadenza decennale (Dio delle illusioni nel 1992 e Il piccolo amico del 2002 sono le opere precedenti). Questo libro è il più poderoso dei tre romanzi fino ad ora scritti, ma non dovete farvi spaventare dalle dimensioni del tomo (900 pagine e passa che lo fanno assomigliare ad un mattone), perché la storia che anima le sue pagine è un percorso di formazione e amicizia con protagonista Theo Decker. Theo vive a New York con la madre, donna colta, appassionata di libri e di arte, magari con qualche piccola ansia che però non le impedisce di crescere il figlio in un rapporto genitoriale solido ed empatico. Il tutto si complica quando la donna muore in un tragico evento. Per Theo, affidato al padre ex attore dedito al gioco e alla bottiglia, comincerà un periodo cupo e travagliato alla ricerca di sé stesso e del proprio posto nel mondo. In questo romanzo di appredistato, che ad un certo punto presenta dei tratti letterari tipici del thriller, c’è un sottile fil rouge che collega tutti i personaggi. Esso è sempre presente anche se non si vede, ed è il cardellino del dipinto secentesco. Nell’antica cultura pagana il piccolo ed esile uccellino rappresentava l’anima dell’uomo che al momento della morte volava via, significato mantenuto anche in ambito cristiano, dove il cardellino diventa il simbolo della passione di Cristo. Questi valori messi in relazione alla vicenda narrata dalla Tartt ritornano in ognuno dei personaggi-persone usciti dalla sua mente. Tutti – compreso il pittore olandese Carel Fabritius, autore del dipinto che morì giovane a Delft nel 1654 nell’esplosione di una fabbrica di polvere da sparo- sono accomunati da esistenze di dolore e sofferenza. Il libro della Tartt ha un intreccio narrativo corposo nel quale Theo diventerà adulto dividendosi tra l’amore e il rispetto per Pippa e Hobie che lo accolgono come se fosse un figlio; tra l’amicizia fraterna, ma allo stesso tempo pericolosa con Boris e il segreto – che lui stesso scoprirà non essere così segreto- che per anni rimarrà nascosto dentro al suo zaino da adolescente. In realtà tra le pagine de Il cardellino si scorgono molti altri temi. L’autrice mette riferimenti alla letteratura americana, non manca una buona dose di storia dell’arte e poi c’è l’indagine nei meandri della vita umana. La Tartt porta chi legge in un mondo nel quale, oltre agli eventi reali, c’è una profonda indagine introspettiva di persone che hanno subìto forti traumi psichici e fisici (Theo e Pippa ne sono un esempio) che influenzeranno per sempre la oro esistenza. Theo, rimasto orfano, soffre e questo intenso dolore lo porterà a scegliere la non proprio legale via dell’imbroglio e del raggiro (vende mobili pseudo antichi spacciandoli per originali) per salvare l’attività di restauro e commercio del suo amico, e padre ideale che avrebbe voluto, Hobie. C’è spazio per l’amore non corrisposto e per le rocambolesche avventure che Decker vivrà insieme a Boris a Las Vegas, a New York e in Olanda. Tutte sono segnate da fughe, da uso e abuso di alcool e droga e da esperienze di vita al limite della resistenza e sopravvivenza umana. Per certi aspetti il continuo cambio di luogo, il girovagare a vuoto a piedi o con mezzi di fortuna alla ricerca di una meta che non sembra essere ben definita all’orizzonte e la ricerca di se stessi, mi hanno ricordato molto Sulla strada di Jack Kerouac, dove i protagonisti si muovono in lungo e in largo per gli Stati Uniti d’America senza avere una meta precisa. Ne Il cardellino Donna Tartt crea una voce narrante seducente che parla e guida chi legge alla scoperta delle gioie e dolori di un giovane uomo in crescita. Un cammino non facile durante il quale non solo Theo, ma anche il mondo che lo circonda e il lettore stesso saranno in trasformazione continua. Traduzione Zilahi De’ Gyurgyokai M..

Donna Tartt è una scrittrice statunitense è nata a Greenwood, nel Mississippi ed è cresciuta nella vicina città di Grenada. Nel 2014 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino. Il suo esordio è avvenuto a ventotto anni con il romanzo Dio di illusioni (Rizzoli 1992, disponibile in BUR), clamoroso best seller tradotto in 23 paesi. I suo secondo lavoro è Il piccolo amico (Rizzoli, 2002, disponibile BUR).

:: Le navi dei vichinghi, Frans Gunnar Bengtsson, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

4 settembre 2014

naveSono cresciuta con le storie dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, con le divinità greco-romane, ma pure quello che riguarda le culture altre, sparse per il mondo e diverse da quella dove sono nata mi affascinano da sempre. Il mondo nordico rientra in questa categoria non solo perché tra le mie attrici preferite del muto c’è Greta Garbo, tra i registi c’è Ingmar Bergman, tra i pittori che amo c’è Edvard Munch e come non ricordare la musica degli ABBA che da anni risuona a casa mia. In realtà, ci sono anche le tante storie scritte. La letteratura del Nord – e non solo il tipico giallo- non scherza riguardo la seduzione nei confronti del lettore, tanto per intenderci La saga di Gösta Berling o Il carretto fantasma di Selma Lagerlof con le loro atmosfere da leggenda vengono proprio dal Nord Europa. Tra alcuni dei libri che ho letto di recente e che arrivano da lassù c’è Le navi dei vichinghi, pubblicato per la prima volta nel 1941 da Frans Gunnar Bengtsson con il titolo di Röde Orm (Orm il Rosso). Le navi dei vichinghi è tornato di recente in libreria grazie alla casa editrice Beat che ha dato nuova vita a questa avventurosa epopea ambientata attorno all’anno 1000 con protagonista Orm il Rosso, figlio di Toste. Orm e Odd sono gli unici due sopravissuti degli otto figli della coppia composta dall’energico Toste e dalla bonaria Asa. I fratelli sono diversi, Odd è basso, cupo e un po’ attaccabrighe. Orm più alto, con la pelle chiara, i capelli ramati,è più coscienzioso e minato da una ipocondria cronica che lo accompagnerà nella sua vita di viaggi, sempre alla scoperta dello sconosciuto mondo lontano dalla sua amata Scania (una contea meridionale della Svezia). I tre viaggi narrati da Bengtsson sono immaginari, ma per come vengono descritti appaiono plausibili e ogni sosta per Orm e per gli altri uomini del Nord sarà un modo per conoscere nuovi popoli, usi, costumi e religioni. La narrazione di Bengtsson è un esempio tipico di epopea epica, però allo stesso tempo i suoi contenuti mettono in evidenza le trasformazioni, la conoscenza dell’altro e la non sempre facile convivenza che più scatenarsi dal confronto con culture diverse dalla propria. Tra le pagine si leggono storie di guerre rocambolesche, lotte all’ultimo colpo d’arma, intrighi politici, tresche amorose e ricerche di tesori. In realtà, l’autore non si limita a raccontare Orm dal solo punto di vista pubblico, perché chi scrive ci fa conoscere il Rosso anche nella sua dimensione privata con un ritratto della vita nei villaggi e nella fattorie dove il protagonista è nato e cresciuto e tornerà a vivere per nuove avventure. Le navi dei vichinghi è un libro curioso, in quanto grazie alla storia vissuta dai protagonisti il lettore ha la possibilità oltre a leggersi episodi degni dell’action movie di entrare in contatto con riflessioni dell’autore sulla religione. Ed ecco che è qui che emerge la fine ed elegante astuzia letteraria di Bengtsson che, attraverso il vissuto di Orm e compagni, ci parla del valore del cristianesimo mettendolo a confronto che la cultura islamica e con gli antichi culti di fede delle popolazioni delle foreste nordiche. Il tutto nel tentativo di comprendere quale sia il giusto comportamento umano e il senso che il vivere può assumere per le persone. Le eroiche gesta di Orm e le riflessioni sulla vita si mescolano così alla perfezione e son fatte con talmente tanto garbo, che è impossibile non amare questo libro di Frans Gunnar Bengtsson, andando ad allungare la lista di persone, tra le quali lo scrittore americano Michael Chabon autore dell’introduzione al volume, che hanno letto Le navi dei vichinghi rimanendone piacevolmente impressionate. Traduzione Lucia Savona

Frans Gunnar Bengtsson (4 ottobre 1894-19 dicembre 1954) è stato uno dei maggiori scrittori, poeti e saggisti svedesi. Si occupò di Francois Villon, Wlater Scott e Joseph Conrad e scrisse una importante biografia su Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però, Le navi dei vichinghi (in originale Röde Orm) pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945. Amava dire: «Giovanna d’Arco, Carlo XII e Garibaldi sono le sole persone che avrei voluto conoscere. Per loro la verità era più importante dell’intrigo».

:: Incubo premonitore, Marcello Tropea, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 settembre 2014

indexGiovanni Orsi, tenente dei Carabinieri, trasferitosi a Gallarate dopo aver lavorato per anni nei ROS è il protagonista di Incubo premonitore di Marcello Tropea edito da Todaro. L’uomo è tormentato da un terribile incubo che lo visita quasi ogni notte: lui è rinchiuso in un tugurio buio, stretto e non riesce a trovare la via di fuga. Orsi è ossessionato e intimorito da questa terrificante visione perché ha una strana sensazione che prima o poi qualcosa di simile accadrà. Quello che pero il protagonista non può sapere è se la vittima sarà lui o qualcun altro. Sogni cupi a parte, il tenente Orsi entra in gioco quando viene chiamato ad indagare sulla misteriosa morte di un fotografo milanese, il cui copro senza vita vien trovato da un extracomunitario lungo il viale alberato di un piccolo centro della provincia di Varese. Chi è la vittima? Perché è stato ucciso con un colpo al cuore mentre faceva joggin? Ma soprattutto cosa nasconde questo professionista che passava i propri week-end nel paese di provincia, per motivi – così sembra- romantici? Orsi tenterà di sbrogliare l’ intricata matassa, nonostante una serie di imprevisti che incontrerà durante l’indagine. Il ritmo del romanzo di Marcello Tropea è un crescendo, nel senso che Incubo premonitore ha un incipit un po’ lento e man mano che il protagonista si getta a capofitto nella ricerca dal colpevole, la trama comincia a velocizzarsi con un crescendo di tensione emotiva che sta attorno all’indagine. Questo cambiamento di ritmo è dato dall’insorgere sulla scena di personaggi che movimentano la trama narrativa con il loro agire tutto convogliato alla messa in crisi della risoluzione del caso. C’è la bella ballerina irlandese dai capelli rossi che fa perder la testa al fotografo. Poi, accanto a lei, a complicare la vita ad Orsi arrivano un probabile camorrista, un magnate egiziano e un ex collega dei ROS. Tanti sono i personaggi che irrompono sulla scena e che ruotano attorno alla vittima. Di loro però il lettore scoprirà ben poco, perché l’autore ci fornisce per loro solo quelli che sono i tratti essenziali, come se quello che interessasse in modo maggiore allo scrittore fosse la volontà di porre sotto la lente d’ingrandimento la vittima per scandagliare e mettere a nudo tutta la sua vita. Il sogno – e non rimarrà tale- che tormenta Orsi è un interessante espediente narrativo utilizzato per indagare le paure della mente umana e l’empatia che a volte si può scatenare, anche a livello inconscio, con le persone che si incrociano nella propria vita. Il tenente Orsi e i colleghi devono affrontare ostacoli (imprevisti, mancanza di indizi e difficoltà a trovare prove davvero utili alla risoluzione del caso) di ogni tipo che li catapultano in situazioni dalle quali emerge la fallibilità del genere umano. Incubo premonitore di Marcello Tropea è la conferma della volontà dell’ editore Todaro di dare spazio al genere giallo poliziesco, aggiungerei quotidiano e credibile, nel quale – e questo libro ne è la conferma- la risoluzione del caso è sì complessa, ma ogni tassello che la compone è molto simile, per ritmi e situazioni, alla vita di ogni giorno.

Marcello Tropea è nato a Somma Lombardo (VA) nel febbraio del 1957. Ha iniziato a scrivere brevi racconti nel 2007 senza un motivo scatenante apparente. Nel 2009, con Excogita Editore, ha pubblicato il romanzo d’esordio Valigie senza spago e con Todaro editore il giallo Incubo premonitore con protagonista il tenente dei carabinieri Giovanni Orsi.

:: Tanti cari saluti, Noëlle Revaz, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

2 settembre 2014

tanti-cari-saluti-cover-160Se in Cuore di Bestia di Noëlle Ravez il protagonista era un burbero contadino, in Tanti cari saluti, i personaggi principali sono una giovane donna e un attore di teatro. I due si amano e passeranno la vita intera in un continuo tira e molla fatto di avvicinamenti e allontanamenti. Quando Efina e la sua dolce metà non vivranno a stretto contatto saranno i pensieri scambiati, le gioie, i dolori convergeranno nelle parole scritte di intense lettere nelle quali non solo la vita vissuta, ma anche quella immaginata saranno le protagonisti dell’intenso scambio epistolare. Il romanzo della Revaz mostra un uomo e una donna che si attraggono come calamite, ma allo stesso tempo, per cause di forza maggiore, si respingono. Tanti cari saluti è quindi un viaggio dentro a due esitenze, alla scoperta di quello che nascondo i sentimenti del cuore. Efina e l’attore T. stanno assieme per brevi periodi, poi si allontanano e tutti e due cercano di ricominciare la vita al fianco di qualcun altro che si dimostri capace a sostituire in modo degno il o la partner appena lasciato. La lontananza tra i due in realtà è solo fisica, perché a livello sentimentale ciò che lega Efina a T. è qualcosa di davvero intenso e indistruttibile, tanto è vero che appena il destino lo permette, la coppia scoppiata si riunisce. Il rimettere assieme i cocci rotti della loro relazione dimostra che il sentimento che lega la coppia è molto più inteso e forte di quello che loro stessi credono e, soprattutto, comprendono. La Revaz racconta, attraverso un linguaggio semplice e incisivo, la complicata e passionale relazione che travolge gli animi irrequieti della protagonista e del sua amato. Il duo si vede, si sfiora, si parla, ma poi scatta qualcosa che li fa allontanare e questa continua altalena di movimenti e umori è la rappresentazione di quanto fragile possa essere il cuore degli uomini. Efina e l’attore T. si vogliono bene, ma è come se in loro ci fosse una latente paura a lasciarsi travolgere in modo completo dall’amore. Efina è molto impulsiva e questo suo stato spesso la porta a vivere i sentimenti senza equilibrio e senza considerare del tutto l’altra parte coinvolta nella relazione. L’attore T. è un attore professionista e la sua abilità lavorativa è tale che a tratti durante la narrazione ci si domanda se il suo modo di affrontare la vita fuori dal palco sia spontaneo o se la sua sia una recita continua. I personaggi creati da Noëlle Revaz sono adulti, ma non proprio così sicuri delle scelte compiute evidenziato dall’instabilità delle relazione della coppia, segno evidente della fragilità dell’animo. Questo stato evidenzia quanto debole e impacciato possa rivelarsi l’uomo davanti a sentimenti potenti come quello dell’amore che rimane vivo senza che i protagonisti se ne rendano conto. In Tanti cari saluti ho avuto la sensazione che l’amore è quella forza porta Efina e l’attore T. a lasciar perdere qualsiasi genere di finzione per essere puramente se stessi. Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002 Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo, Rapport aux bêtes, riconosciuto con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontiere e il Prix Marguerite-Audoux, tradotto in diverse lingue e proposto in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore. Ora è la volta di Tanti cari saluti, traduzione di Efina, edito sempre da Gallimard nel 2009 e vincitore del Prix Dentan e del Prix Alpha.  Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l’Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed e membro del gruppo di scrittori “Berna e ovunque”. Vive a Bienne, in Svizzera.

:: L’abbazia dei cento peccati, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2014

abbaziaMarcello Simoni ci ha abituato ad avvincenti romanzi storici nei quali il giallo, il thriller, e il mistery si mescolano alla perfezione. Tutto questo torna unito alla storia dell’arte nella nuova saga -Codice Millenarius- che in questo primo episodio, intitolato L’abbazia dei cento peccati, mette subito sotto pressione il protagonista Maynard de Rocheblanche. L’uomo è sopravvissuto per miracolo ad una disfatta militare dalla quale oltre ad aver avuta salva la vita, ha ricevuto in dono una piccola pergamena. Il documento, del quale il nuovo eroe è invitato a non dire nulla, è un antico scritto che contiene dei riferimenti ad un’importante e preziosa reliquia, nota con il nome di Lapis exilii. Cardinali, principi e molte altre persone sono interessati a possedere il misterioso documento e l’eroico Maynard dovrà scappare per proteggere la pergamena e il segreto che essa contiene. Un viaggio lungo, che porterà il nobile – d’animo e di casato- protagonista de L’abbazia dei cento peccati prima a Reims, dalla sorella Eudeline badessa del convento di Sainte-Balsamie e poi in Italia, a Pomposa. Qui Maynard incontrerà alcune persone – padre Andrea e l’artista Gualtiero de’ Bruni – che un po’ alla volta lo aiuteranno a scoprire il mistero aleggiante attorno all’enigmatica reliquia, conosciuta a fondo dal monaco deforme Facio da Malaspina. La nuova narrazione epica creata da Simoni è ambientata nel Trecento, per la precisione in un tardo Medioevo turbolento nel quale non mancano crisi politiche scatenate da guerre lunghe un secolo, carestie e malattie pestilenziali che decimano il genere umano. In questo universo, dove tutto sembra andar a rotoli, agiscono i personaggi–uomini e donne- che hanno una psicologia e un animo ricchi di emozioni e sentimenti contrastanti. Le vite di ognuno di loro sono spesso caratterizzate da supplizi, da traumi del passato che riaffiorano nel presente come nel caso di Eudeline, la sorella del protagonista che ha avuto un rapporto non facile con il proprio padre. Altro tema trattato dal Simoni sono la competizione e il conflitto generazionale tra genitori e figli, come quello che affligge il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni in lotta con il padre per gli affreschi da realizzare nell’abbazia di Pomposa. L’abbazia dei cento peccati è l’inizio di un avventuroso viaggio nel quale tra un combattimento e l’altro; tra interpretazioni di scritti e dipinti; tra intrighi politici e rocamboleschi inseguimenti, Maynard de Rochemblanche porterà i lettori alla scoperta di un mondo lontano. Un passato dove l’amicizia, l’amore, l’ossessione per il potere, l’odio e la voglia di giustizia si intrecceranno alla Storia e alla storia dell’arte per dare animo ad una vicenda nella quale fiction narrativa e realtà si mescolano alla perfezione in un crescendo di suspense che lascia il lettore, appassionato del genere o neofita, con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni nato a Comacchio, è un ex archeologo, laureato in Lettere che svolge attualmente il lavoro di bibliotecario. Ha pubblicato diversi saggi storici, ha partecipato all’antologia 365 racconti horror per un anno, a cura di Franco Forte (2011). Altri suoi racconti sono usciti per la rivista letteraria «Writers Magazine Italia». Con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton 2011), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Bancarella. Nel 2012 sempre con Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, nel 2013 Il labirinto ai confini del mondo e L’isola dei monaci senza nome nel 2014 L‘abbazia dei cento peccati.

:: Un’ intervista con Marcello Simoni a cura di Viviana Filippini

29 luglio 2014

l'abbaziaCiao Marcello benvenuto qui a Liberi di scrivere per raccontarci della tua nuova saga letteraria edita da Newton e Compton, che prende il via con il romanzo L’abbazia dei cento peccati.

Dopo la saga del mercante di libri maledetti con protagonista Ignazio da Toledo, come è nata la tua nuova avventura letteraria chiamata Codice Millenarius Saga e di quanti libri sarà composta?

R: La saga del Codice Millenarius nasce dall’esigenza di dare forma a nuovi personaggi, per certi versi più profondi e tormentati di quelli appartenuti alla trilogia del Mercante. Si tratta di uomini e donne contraddistinti da straordinarie qualità ma gravati da pesanti fardelli. Essi vivono nella metà del Trecento, in un tardo Medioevo tumultuoso, attraversato dalla crisi della Guerra dei cent’anni, dalla carestia e dalla grande pestilenza. Ciò nondimeno, non rinunceranno ai loro sogni. A meno che i miei programmi non cambino e la storia mi si allarghi tra le mani, dovrebbe comporsi di tre volumi.

Perché hai scelto i sette peccati capitali come perno attorno al quale sviluppare il tuo lavoro?

R: I peccati non sono soltanto una condanna che ci ricorda ogni istante di essere relegati a una condizione di imperfezione mortale, ma anche un motivo di riscatto che ci induce a correre ai ripari, per tentare di diventare migliori, giorno dopo giorno, errore dopo errore. Questa la strada che dovranno percorrere i miei protagonisti.

In questo tuo nuovo lavoro accanto alla fiction letteraria c’è molta Storia, molta Storia dell’arte e anche dei riferimenti alla simbologia dell’Apocalisse. Come sei riuscito a mescolare questi elementi tra di loro?

R: Seguendo le suggestioni che, di volta in volta, la documentazione stessa mi forniva. Ho voluto che il lettore capisse come si viveva e si pensava in quest’epoca, e tale operazione sarebbe impossibile senza iniziarlo alla simbologia del Medioevo. L’uomo del XIV secolo pensa per immagini e vede la Storia come una graduale rivelazione del disegno divino. L’avvento dell’Apocalisse, nella logica del “tutto è compiuto”, rappresenta una delle chiavi di questa affascinante forma mentis.

Il protagonista è un soldato di nome Maynard de Rocheblanche che sopravvive ad un tremenda battaglia, perché ha scelto proprio un militare per protagonista e custode dell’importante reliquia che tutti vogliono possedere?

R: Maynard non è esattamente un militare. È un nobile cresciuto secondo i principi della lealtà e dell’onore: valori che proprio in questo periodo stanno scomparendo, soppiantati da un nuovo modo di fare la guerra e di vivere il mondo. Il mio protagonista incarna, in sostanza, la crisi della cavalleria del tardo Medioevo. Ecco perché il suo ruolo sarà, fondamentalmente, quello di trovare un nuovo scopo per dare senso alla propria esistenza. La ricerca del Lapis exilii sarà la giusta occasione per mettersi alla prova.

Il protagonista ha una sorella, Eudeline, badessa nel convento di Sainte-Balsamie, dove lui e un suo amico –Robert de Vermandois- trovano riparo. Che rapporto c’è tra i due fratelli?

R: Un amore tormentato, adombrato dal ricordo del loro brutale padre. La coraggiosa Eudeline sarà un importante perno della mia saga.

La simpatia e l’empatia tra Eudeline e Vermandois è amicizia o complicità per il trionfo del bene?

R: Ogni volta che si crea intesa fra un uomo e una donna credo che il bene trionfi sempre, a prescindere dal fatto che qui ci troviamo in un convento e stiamo parlando di un guerriero e di una badessa.

Nel libro descrivi in modo accurato la vita monastica. Quali documenti hai preso in esame per conoscerla?

R: Moltissimi, a partire dalla saggistica contemporanea fino alle fonti dell’epoca. Per non annoiare i nostri lettori, dirò semplicemente che alla fine del romanzo troverete una nota storica in cui rivelo per filo e per segno le ricerche da me compiute per dare solidità e verosimiglianza alla trama.

Attorno alla reliquia che il protagonista custodisce c’è un interesse viscerale da parte di re e di esponenti del clero. Secondo te in chi ha già potere, cosa è che scatena il viscerale bisogno ad averne ancora di più e ad ottenerlo con qualsiasi mezzo?

R: Il potere è qualcosa che ti divora il cuore, creando un vuoto che può essere colmato soltanto soddisfacendo brame sempre più ambiziose. In realtà, comportandosi in questo modo non si fa altro che cercare di riempire il vuoto con altro vuoto, alimentando la paura di doverci confrontare, un giorno, con una banale realtà: il fatto che siamo semplici uomini, destinati a estinguerci come deboli fiamme.

A un certo punto la storia di sposta in Italia, a Pomposa, e nella sua abbazia. Che studi hai fatto per sviluppare questa parte del romanzo dove la storia dell’arte riveste un ruolo importante?

R: Studio la storia di Pomposa da anni, da quando mi fu chiesto di approfondire alcuni aspetti del suo straordinario ciclo pittorico. Affermare che quel monastero è per me una seconda casa non è affatto esagerato. Al contrario, la mia passione per il Medioevo nasce proprio da lì, e ciò perché Pomposa racchiude ogni splendore che contraddistingue quell’epoca: i libri, la musica, le immagini e la spiritualità. Ecco perché, ogni giorno che passa, sono sempre più convinto nell’affermare che Pomposa non è un semplice edificio medievale. Pomposa è il Medioevo.

A Pomposa c’è il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni che affrescherà l’abbazia, è un’artista dalla grandi risorse e inventiva, ma nonostante queste qualità, lui è in costante rapporto conflittuale con il padre Sigismondo. Cosa scatena questo conflitto?

R: La vita del geniale Gualtiero sarà destinata a intrecciarsi con quella dell’indomito Maynard. Ma se volete scoprire come, dovrete leggere il romanzo…

Il misterioso Facio da Malaspina è in fuga da tutto e da tutti, buoni o cattivi. Cosa nasconde o cosa sa di tanto importante?

R: Un segreto collegato all’Ultima Cena, di cui soltanto il Codex Millenarius fa menzione.

A quando il secondo capitolo della saga?

R: Ci sto già lavorando. Quindi, molto presto!

:: Recensione di Anna Bolena, una questione di famiglia, Hilary Mantel, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2013

anna bolenaIn Wolf Hall – primo capitolo di una trilogia dedicata ai Tudor – Hilary Mantel raccontava gli eventi che portarono all’origine dell’Inghilterra. In Anna Bolena. Una questione di famiglia l’autrice, vincitrice per ben due volte – e mai nessuno autore britannico ci era riuscito – del “Man Booker Prize” (nel 2009 e nel 2012), narra ancora gli snodi storici dell’Inghilterra, ma si addentra sempre più nella dimensione privata della vita della famiglia reale mostrando il tutto attraverso gli occhi di quei personaggi che nei tradizionali libri di storia vengono relegati in secondo piano. In questo caso, come nel precedente romanzo, il lettore conosce la vita del Regno Unito del 1535-36 attraverso gli occhi di Sir Thomas Cromwell, Primo Ministro – ma direi anche fidato braccio destro-  di Re Enrico VIII. Il fatto che stupisce di più, date le umili origini di Cromwell, è il continuo domandarsi da parte dei personaggi della narrazione, ma anche del lettore, come caspiterina questo ex mercenario, vedovo, nato in una umile famiglia dove il padre era fabbro sia riuscito ad entrare nelle “grazie” del re. Questo secondo romanzo dedicato ai Tudor mostra un Cromwell all’apice del successo e del potere, un cammino che si sviluppa  parallelo a quello di Anna Bolena, la donna per la quale il re fece di tutto per poterla rendere la sua seconda moglie. Enrico VIII non esitò a ripudiare la prima consorte Caterina d’Aragona allontanandosi dalla Chiesa di Roma con conseguente scomunica papale e  fondazione della Chiesa Anglicana. Il re fece queste azioni che cambiarono la storia perché in lui ardeva la  convinzione che Anna sarebbe stata la donna giusta che gli avrebbe dato l’erede maschio. Calcolo non proprio esatto, visto che la Bolena partorì una bella bambina. Scontento, il sovrano cominciò ad invaghirsi (strano caso!) di una giovane dama di compagnia, molto riservata e pacata: Jane Seymour. In Anna Bolena,  una questione di famiglia spetterà a Cromwell trovare l’adeguata scusante da servire agli occhi e orecchie della nobiltà riguardo al fallimento della seconda unione di Enrico VIII. La missione sarà un’ardua impresa che il protagonista, con il suo carattere elegantemente minaccioso (nel senso che Cromwell riusciva a destabilizzare  chi voleva mettergli i bastoni tra le ruote nascondendo le minacce dietro modi cortesi ed educati) dovrà riuscire a portare a termine con successo per garantire il rispetto verso il regnante, continuando ad assicurarsi il successo e la fiducia che la corona aveva sempre avuto verso di lui. Un’ opera non semplice, visto che Anna Bolena dimostrerà un coraggio e una tenacia che spiazzeranno i suoi contemporanei. Il tutto è organizzato in una intelaiatura di intrighi e alleanze politiche che evidenziano un ruolo di primaria importanza di coloro che nel romanzo rappresentano i cattivi e che con astuzia riuscirono ad incastrare con accuse come la stregoneria, l’incesto e l’adulterio – rivelatesi nel corso del tempo infondate – Anna Bolena. L’alta capacità narrativa di Hilary Mantel le ha permesso di creare una storia dove la suspense è sempre sul filo del rasoio e l’effetto empatico con i personaggi presenti nella scena è elevato. Il lettore sarà trascinato alla scoperta della corte inglese tra il 1535 e il 1536 attraverso lo sguardo di Sir Thomas Cromwell, ma questa visione soggettiva non impedirà a chi leggerà Anna Bolena, una questione di famiglia  di capire con quanta furbizia venne orchestrato il castello di accuse verso la giovane Anna, la quale si eleva sopra a tutti i suoi contemporanei dimostrando una forza e un coraggio disarmanti. Traduzione di Giuseppina Oneto.

Hilary Mantel, è nata a Glossop, nel Derbyshire, nel 1952. Scrittrice prolifica, ha esordito nel 1985 con Every Day is Mother’s Day. Wolf Hall (Fazi, 2011) è stato insignito nel 2009 del “Man Booker Prize” ed è stato finalista al “Costa Novel Award 2009” e all’ “Orange Prize for Fiction” 2010. Con il successo di Anna Bolena, una questione di famiglia l’autrice è entrata definitivamente nel pantheon dei più grandi scrittori contemporanei. Nel 2012 il romanzo ha vinto il “Man Booker Prize”, il “Costa Book of the year” e il “David Cohen Award”. Hilary Mantel sta lavorando al terzo capitolo della trilogia, The Mirror and the Night. La BBC ha opzionato i diritti televisivi per una trasposizione della trilogia. Hilary Mantel è stata inserita nella lista delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Time.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Viviana Filippini

21 Maggio 2013

stagnoCiao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista  Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?

Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.

Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto  storico di ambientazione?

Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.

Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora  proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?

Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.

La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?

Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.

Il protagonista  non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito,  ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?

Re:  Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.

Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?

Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.

Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come  Platonov e Tibyetskji sono morti?

Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.

Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?

Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.

Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?

Re:  Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.

Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche  della vita nella società civile afflitta  dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?

Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.

Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?

Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!

Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta,  volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?

Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.

Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?

Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.

Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene  nei panni del tuo personaggio?

Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha  immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….

Potresti dirci  a cosa stai lavorando adesso?

Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!

Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?

Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!