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:: Brama, Arne Dahl, (Marsilio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2014

image001Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A,  serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso.  Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.                     

Arne Dahl, tra i cinque candidati all’European Crime Fiction Star Award per il suo diffuso riconoscimento internazionale, è lo pseudonimo di Jan Arnald (1963). Editor, scrittore, critico letterario, a Stoccolma collabora con l’Accademia di Svezia e cura una rubrica sul «Dagens Nyheter». Autore di romanzi e racconti, ha raggiunto le classifiche internazionali con la serie del Gruppo A, di cui Marsilio ha pubblicato quattro episodi.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2012

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.

:: Recensione di Il mosaico di ghiaccio di Lars Rambe (Newton compton 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2011

Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad.  Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Cuore nazista di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2011

Cuore nazistaDopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria  con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà  appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta,  e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.

Cuore nazista di Olle Lonnaeus Newton Compton collana Nuova narrativa Newton, Titolo originale: Mike Larssons rymliga hjärta, Traduzione dallo svedese di Mattias Cocco,  2011, 327 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 12,90.

:: Recensione di L’uomo inquieto di Henning Mankell (Marsilio, 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2010

inquietoEra da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad,  Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
Ho avuto modo di leggere tutti i libri dedicati a Wallander e vedere tutti gli episodi delle trasposizioni televisive, (tranne forse gli ultimi della serie Henriksson),  per cui ho un’ idea del tutto personale di Kurt Wallander, e ci tengo a dire che  è uno dei personaggi letterari che nel bene e nel male mi hanno più colpito, non fosse altro che l’autore è una persona davvero singolare, che da anni tento di intervistare (invano).
Tutti ricorderanno quando questa primavera era a bordo della Sofia, l’imbarcazione svedese della Freedom Flottilla, la flotta di attivisti che portavano soccorsi agli abitanti della Striscia di Gaza, pesantemente attaccati dall’esercito israeliano. In quell’occasione Mankell, in cui ricordiamolo fu anche arrestato e rilasciato quasi subito grazie alla notorietà che ormai ha a acquistato a livello internazionale come romanziere, ebbe modo di rilasciare diverse dichiarazioni tra le quali disse: “Chi parla di solidarietà non capisce che quel che conta sono le azioni. È attraverso le azioni che dimostriamo di sostenere quello che riteniamo importante“. Ecco questa frase sicuramente caratterizza un uomo che crede in certi valori ed è pronto a rischiare in prima persona, mettendosi anche in pericolo, con coraggio e determinazione.
Premesso questo, mi sono avvicinata a L’uomo inquieto con una sorta di malinconica tristezza, innanzi tutto perché è un addio, con questo libro Kurt Wallander si congeda definitivamente dai suoi lettori e in un certo senso mi dispiace, come dispiacerà a molti fan della serie.
Ma Mankell ha scelto di far invecchiare il suo personaggio, di portarlo ad uno stadio di non ritorno, per dare conclusione ad un periodo della sua carriera di scrittore e dedicarsi ad altri obbiettivi, quasi volesse disfarsi di un compagno ormai ingombrante, seppure molto amato.
L’uomo inquieto, diciamolo subito non è un classico poliziesco con delitto, assassino e indagine; può averne le parvenze, ma è molto di più: è un’amara riflessione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sull’incapacità di adattarsi ad una società sempre più ostile. C’è un pessimismo di fondo, che non mi pare di aver riscontrato in altri libri della serie, che mi riporta ad altri narratori del Novecento come Camus e Kafka.
Ma analizziamo in breve la trama che potrebbe rimandarci ad un racconto spionistico, seppur tenuto conto delle premesse fatte.
Hakan von Enke, ex capitano di corvetta in pensione, (era stato al comando di sommergibili e cacciatorpedinieri e aveva fatto parte del comando militare che autorizzava le unità della marina ad aprire il fuoco contro navi straniere che avessero violato le acque territoriali), oltre che futuro suocero della figlia di Wallander, Linda, scompare un mattina d’inverno, durante la sua consueta passeggiata per le vie di Stoccolma.
Il commissario Wallander, turbato dalle recenti confidenze che gli aveva fatto durante la sua festa di compleanno su aspetti oscuri di un’ enigma politico-militare risalente a circa trent’anni prima, – di cui non è ben certo di aver compreso le inaspettate e complesse implicazioni- , inizia a indagare e più cerca di scoprire la verità, più si trova ad aver a che fare con un ginepraio di segreti e mistificazioni, alla cui base si trova un pericoloso segreto di stato che se rivelato potrebbe cambiare gli equilibri internazionali e che difficilmente potrebbe essere reso noto. Finale amaro e in un certo senso triste come un pomeriggio invernale in cui pian piano si spegne ogni luce.

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg

31 Maggio 2010

Venite a Fjallbacka, un incantevole angolo di Svezia di fronte all’arcipelago, dove regnano pace e tranquillità. Beh forse non d’estate, quando i turisti sciamano a frotte e trasformano il piccolo paesino di pescatori in un villaggio turistico. Ma gli altri nove mesi, ah c’è silenzio, pace , bellezza. Anche se diciamolo Fjallbacka non è più come un tempo, quando la pesca delle aringhe era l’unico mezzo di sostentamento e l’asperità dell’ambiente e la continua lotta per la sopravvivenza aveva forgiato una popolazione temprata e forte.
Certo ora Fjallacka è solo più un luogo pittoresco per turisti danarosi, ma i vecchi sognano come era allora  e dopo tutto d’inverno la neve scintilla e l’unico rumore che sentireste sarebbe quello del vostro respiro. Ma come David Lynch ci ha insegnato spesso le piccole città di provincia nascondono un lato oscuro, dietro le tendine inamidate delle simpatiche casette di legno piene di mobili di betulla dipinti di bianco. Spesso vicende strane e inquietanti trovano vie misteriose per manifestarsi e non è sempre facile indagare sui numerosi segreti degli abitanti del luogo.
Certo c’è un mondo di facciata, perfetto, edulcorato, patinato, costruito su misura per ben figurare a servizio del temibile “ quel che dice la gente”.
Erica Falck lo sa bene che queste sono le regole del villaggio, e quando si trova a scoprire il cadavere di Alexandra sua amica di infanzia immersa nel ghiaccio della sua vasca da bagno con i polsi tagliati in una pantomima che dovrebbe far pensare a tutti ad un suicidio beh un po’ della vernice perfetta che ricopre ogni cosa a Fjallbacka inizia a scrostarsi, a rivelare crepe, ragnatele che in controluce non si vedevano, perché niente è come sembra e la polvere che si nasconde sotto il tappeto basta un colpo di vento per farla disperdere. Segreti incofessabili tornano alla luce, e l’acqua limpida del mare che scintilla nell’arcipelago da cartolina diventa ben presto un acquitrino, un pantano di delitti, di odio e di vendetta.
La principessa di ghiaccio folgorante libro di esordio di Camilla Lackberg è ora disponibile in Italia grazie a Marsilio e all’ottima traduzione di Laura Cangemi, primo in patria di una lunga serie di sette titoli, tradotto in più di 24 lingue, vanta già milioni di lettori sparsi per il mondo.
Nell’onda lunga del giallo scandinavo, ormai una vera  e propria scuola di pensiero, la Lackberg è accomunata a nomi come Stieg Larsson e Henning Mankell, se non addirittura alla regina incontrastata del giallo inglese dame Agatha Christie, cosa che farà sicuramente sorridere i puristi ma un fondo di verità ci dovrà pur essere se no non si spiegherebbe l’incredibile successo di vendite raggiunto. Innanzitutto è un libro di facile lettura, le pagine scorrono fluide e non si ha la tentazione di saltare capitoli interi per arrivare alla conclusione anche se è da notare che i capitoli in questo libro non ci sono affatto.
C’è molta attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori o che compaiono anche una sola volta, una spruzzata di indagine psicologica per spiegare motivazioni, antefatti, intrecci e un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena che rendono la trama tutt’altro che scontata o monotona. A differenza dei succitati Larsson e  Mankell la Lasckberg da molto spazio al lato sentimentale della vicenda dedicando pagine intere alla storia d’amore tra la protagonista e Patrick Hedstrom il fascinoso poliziotto, amico di infanzia, con cui porta avanti l’indagine.
A mio avviso la bellezza del libro non risiede tanto nel lato thriller della vicenda, ma soprattutto nel fatto che un romanzo di genere dove il delitto e l’indagine sono più che altro un pretesto per parlare d’altro, per svelare il lato oscuro, il cuore nero, di una società quella svedese solo apparentemente solare e rassicurante.

:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2010

Il bambino della città ghiacciataIn un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta  era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene,  abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile.  Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare,  a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.   

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.