Posts Tagged ‘Federica Belleri’

:: Il diciassettesimo conte, di Patrizia Marzocchi (Centoautori, 2016) a cura di Federica Belleri

6 dicembre 2016
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Jole e Johnny sono cugini. Hanno un’agenzia di investigazioni low cost a Bologna. Lui scrive romanzi rosa, lei li firma. Johnny è omosessuale, preso dalla filosofia Zen. Jole è in sovrappeso, fuma e non si piace per niente.
Jole ha una talpa all’interno della questura e un’amicizia burrascosa con il commissario Pedroni, uomo spigoloso ed egoista, che non esita ad usarla per avere informazioni da lei, per poi mollarla senza modo al suo lavoro di investigatrice. Jole è vulnerabile, si arrabbia spesso e ritiene il commissario un personaggio da abbandonare il prima possibile. Riuscirà davvero a fare a meno di lui?
A clienti piuttosto ordinari, se ne affianca uno con una richiesta singolare: un’indagine “non ufficiale” su una potente e antica famiglia, i Castelli della Torre. La loro storia è davvero complicata e il castello nel quale vivono, il Castellaccio vicino a Bologna, è simile a un feudo. Un vero e proprio maniero che domina tutto, tramandato da padre in figlio.
Da una parte Jole ci porta in bicicletta a zonzo per i quartieri bolognesi che conosce molto bene, ci fa sentire a casa e permette al lettore di meravigliarsi delle bellezze della sua città. Dall’altra ci fa conoscere il potere del denaro e i segreti inconfessabili dei conti Castelli della Torre. Una casata composta da uomini ricchi e troppo sicuri di sé e da donne che sembrano tristi e malinconiche. Ovunque, nel castello, si respira nobiltà, dignità e senso del dovere. È così?
Dal fascismo ai desaparesidos, da Londra a Roma, la crudeltà non ha confine. Chi decide e chi subisce. Chi organizza con freddezza e chi soffre di un dolore muto, che stratifica nel tempo. Chi fugge e chi desidera soltanto acquisire un titolo. Cosa è giusto sapere di questa famiglia? È sempre corretto cercare la verità e riesumare il passato?
Cosa nascondono le mura di Castellaccio? Omicidi o tragici incidenti?
I Castelli della Torre hanno un nome da preservare. Chi paga per tutti? Chi è stato ingannato?
Il diciassettesimo conte mi ha ricordato i gialli di Agatha Christie e di P.D. James. La sfida è stata affidare l’indagine a Jole, una donna che non ha stima di sé, teme la sfiducia da parte degli altri e si sente spesso a disagio. Sfida accolta e ben riuscita. L’improbabile e l’inaspettato formano un mix ideale, che cattura l’interesse del lettore. Un giallo che mi ha particolarmente colpito per la trama, il ritmo e la scelta dei personaggi, anche quelli minori. Consigliato.

Patrizia Marzocchi insegna Lettere nella scuola media. Ha pubblicato numerosi romanzi per ragazzi per Mursia e Salani. I più recenti sono La staffetta delle valli e Ricordare Mauthausen (Gruppo editoriale Raffaello). Ha pubblicato anche romanzi gialli, tra cui Le coincidenze necessarie (Kowalski).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Centoautori.

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:: Il settimo manoscritto, di Fabrizio Santi (Newton compton, 2016) a cura di Federica Belleri

5 dicembre 2016
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Giulio Salviati ha scritto due romanzi gialli di grande successo. Il suo editore sta aspettando il terzo, ma le idee scarseggiano. Non riesce a produrre nulla. Fino ad un misterioso incontro con un uomo dal lungo mantello e il viso nascosto da un cappuccio. Un manoscritto del Cinquecento è stato rubato. Nasconde un enigma mai svelato. Perché l’uomo incappucciato chiede aiuto proprio a Giulio? Cosa contiene il manoscritto da meritare un’attenzione particolare?
L’autore, con “Il settimo manoscritto”, ci porta a Roma attraverso quartieri storici. Ci fa entrare a Villa Chigi, a Palazzo Corsini, a Villa Farnesina e a Palazzo Spada, solo per citare alcuni luoghi di immenso valore. Ci affidiamo poi al protagonista per visitare un monastero in Val di Susa e un convento di suore di clausura. Ci intrufoliamo in biblioteche e archivi storici, cercando la verità sugli scaffali colmi di testi speciali. Accompagnamo Salviati in un’indagine parallela, alla ricerca di un ladro e un assassino pericoloso …
Un messaggio da decifrare, con intuito e intelligenza. Un labirinto di specchi e una serie di cunicoli sotterranei. Luci intermittenti che si vedono attraverso le finestre di un palazzetto all’apparenza disabitato. Omonimie e somiglianze. False prospettive che ingannano la vista e l’udito. Equilibri di ricostruire. Una ricerca a tutto tondo attraverso l’arte, la storia, la filosofia, la scienza e la biologia. Parole su carta tramandate nei secoli, per una diversa visione del tempo e dello spazio, dove corpo e spirito si uniscono. Per dare importanza alla direzione dello sguardo, all’istinto femminile e alla concretezza che contraddistingue il maschio. Guardare per osservare, per soffermarsi e capire …
Intrigante la trama. Buono il ritmo di scrittura. Consigliato.

Fabrizio Santi è nato e vive a Roma. È laureato in Lingue e letterature straniere e insegna inglese in un liceo scientifico romano. Il quadro maledetto, il suo primo romanzo, è stato per settimane in vetta alle classifiche.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Spy story love story, di Nicolai Lilin (Einaudi, 2016) a cura di Federica Belleri

30 novembre 2016
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Alësa è stato fedele alla Fratellanza per più di vent’anni. Ha ucciso per questa associazione criminale russa che, dagli anni novanta, aveva iniziato a reclutare giovani, promettendo loro un brillante futuro. Ha rispettato ordini, senza guardare in faccia nessuno. Fedeltà assoluta per il suo capo, Rakov. Non ha mai fallito una missione. Ama la letteratura Alësa, che lo fa gioire e piangere, vivere e morire. Precipita nel buio quando ammazza, è il killer perfetto, è solo e niente deve mettersi in mezzo. La sua decisione di uscire dal giro lo porta a mettersi in discussione. Non sarà facile perché il potere di Rakov non si può discutere.
Spy story love story è la storia di un percorso dentro se stessi. È il dolore, rivissuto sempre più spesso, attraverso i cadaveri, la droga e il rispetto di regole ferree. È il terrore di non poter più fare questo mestiere e la consapevolezza di non doversi mai fidare di nessuno. Mai. È il compromesso e la paura di aprirsi all’altro. È sentirsi vittima di incubi e fantasmi che non si potranno mai cancellare. Soffoca Alësa e si sente male, ma non è il solo a soffrire. Ama, a modo suo, ma deve controllare le emozioni, perché così deve fare uno come lui. Quanta rabbia ha dentro di sé,  quanta determinazione è obbligato ad avere, per portare avanti il suo progetto?  A quanto gli può servire l’esperienza passata, per confrontarsi con altri?
Questa è una sfida, coraggiosa. È il coraggio che si confronta con la paura. Paura dei ricordi dolorosi e la forza di saperli rimuovere.
Davvero si può sopravvivere a tutto questo? Davvero si diventa più forti?
Nicolai Lilin. Una storia terribile, raccontata con una semplicità agghiacciante.
Assolutamente consigliato.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014) e Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

Source: acquisto personale.

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:: I Medici, una dinastia al potere, Matteo Strukul (Newton Compton, 2016) a cura di Federica Belleri

14 novembre 2016
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Primo romanzo che apre la trilogia dedicata alla dinastia dei Medici. Matteo Strukul percorre la loro storia dal 1426 al 1453. Lo fa con professionalità, attenzione e approfondimento, passando attraverso l’invenzione, quando serve. Non è facile recensire un romanzo come questo, perché è davvero denso di avvenimenti, dalla prima all’ultima pagina. Arte, bellezza e magnificenza impregnano le frasi. Penso ad esempio alla cupola del Brunelleschi, commissionata da Cosimo de Medici, opera di straordinaria architettura che completa Santa Maria del Fiore a Firenze. Penso agli abiti sontuosi e alle feste organizzate per intellettuali e filosofi, appositamente create per stringere accordi e osservare il nemico.
L’autore ci racconta di Giovanni de Medici, uomo dalle origini popolari che non ha mai dimenticato, poco incline allo sfarzo e alla mondanità,  cosa che non gli ha mai permesso di conquistarsi le simpatie degli altri nobili, nonostante abbia creato un impero finanziario; personalità che senza dubbio lascia il segno. Di Piccarda, sua moglie, che spicca per determinazione e lealtà,  un punto fermo per tutta la famiglia. Di Cosimo, uomo d’arte e di lettere, forte ma riflessivo. Di Lorenzo, che si occupa degli affari di famiglia, istintivo e passionale.
Da qui si parte. Si discute di leggi, si combatte fra sangue e polvere, armati di picche e spade e rivestiti da armature finemente cesellate. Meglio staccare una testa dal corpo o giocare d’astuzia utilizzando la corruzione? Ci si avvicina alla peste, tra cadaveri, fogne putride e predatori senz’anima. Si lotta attraverso i dubbi, l’ambizione e gli oppositori di una vita. Si passa poi al carcere, percependo l’angoscia, l’umiliazione e la privazione. L’attesa di un verdetto sulla pubblica piazza lacera in due la folla e terrorizza l’accusato.
Strukul ci mette a disposizione la storia di importanti alleanze per rinnovare la pace e di un Concilio per unire Roma a Bisanzio. Ci parla di morte, di dolore, di sesso e di coraggio. Di come due personaggi particolari, un uomo e una donna, hanno vissuto la giovinezza intrisa di sofferenza, covando rancore e disagio emotivo. Entrambi utilizzano le armi che hanno a disposizione per difendersi e soggiogare la volontà degli altri …
Esilio, tormento, intrigo. Lussuria, violenza, ira. Riavvicinamenti e separazioni. L’eterna guerra fra nemici potenti. La forza e la fragilità delle donne presenti in questo romanzo. La volontà di ristabilire gli equilibri e di mantenere la famiglia al primo posto nella scala delle priorità.  La fierezza dei cavalieri e l’onore di battersi per il proprio padrone. La vendetta, bramata in modo quasi ossessivo, che non perde mai consistenza. La paura del futuro per una città come Firenze, ricca e bisognosa di una guida sicura.
Trent’anni di storia raccontati con metodo e accessibili a tutti. Intriganti, feriti ma orgogliosi. Ritmo che si mantiene costante durante tutta la lettura. Personalità dei protagonisti curata e precisa. Ottimo romanzo. Assolutamente consigliato.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in 20 Paesi e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della trilogia sui Medici, Una dinastia al potere: il libro è stato il caso editoriale della Fiera di Francoforte, i diritti di traduzione sono stati venduti in vari Paesi (tra cui Germania, Spagna e Inghilterra) ed è stato sin dall’uscita ininterrottamente in cima alle classifiche italiane di vendita. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è www.matteostrukul.com

Source: acquisto personale.

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:: Il turista, Massimo Carlotto, (Rizzoli, 2016) a cura di Federica Belleri

14 ottobre 2016
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Venezia è gremita di turisti. Percorrono ponti e vicoli, seguono i percorsi scelti appositamente per raggiungere Piazza San Marco e  il Canal Grande. Osservano, scattano foto, salgono su gondole e traghetti. Non sanno però che la città di laguna nasconde un serial killer, uno psicopatico che si mescola alla folla. Studia ogni mossa della vittima prescelta, si apposta e colpisce. È intelligente e curioso. Gode nel carpire i segreti della persona che ha ucciso. Può capitare però che qualcosa non funzioni, che un meccanismo ormai prevedibile si inceppi. In quel preciso istante il suo comportamento si altera e scatta la rabbia, così difficile da controllare. Lui è il Turista.
Un ex commissario di polizia, espulso per corruzione e abbandonato da moglie e figlia, è sempre sottoposto agli sguardi d’accusa di tutti, perché a Venezia conoscere i fatti degli altri non è poi così complicato. Entrerà in contatto con il Turista in modo particolare. Lui è Pietro Sambo.
Venezia diventerà il teatro di una guerra clandestina per scovare ex agenti segreti passati al soldo delle mafie. Gruppi paralleli e occultati alla vista. Fra ristoranti e botteghe artigiane si innescherà un gioco pericoloso. Il Turista è un personaggio cinico e un attore nato, difficile ingannarlo. Manipola a sua personale scelta chiunque si trovi di fronte. Utilizza ogni mezzo per ottenere ciò che desidera. Ha una faccia per ogni occasione.
Il vicequestore si attiva e tiene a bada i giornalisti con la solita storiella, ma si augura di uscire presto da questa vicenda. Nessuno viene risparmiato, anche gli innocenti diventano vittime da sacrificare per poter catturare il killer. Il rispetto viene raso al suolo. Una testa taglia l’altra, basta arrivare al dunque.
Il Turista. Una spirale di minacce, doppiogioco, violenza e frustrazione. Un assassino che segna nel profondo le persone che gli stanno attorno, abbandonandole poi a se stesse come palloncini bucati. Un killer che ha bisogno di uccidere e di essere notato, per sentirsi importante. Thriller dal ritmo fluido e costante. Una storia marcia e subdola, ambientata in una delle città più affascinanti del mondo.
Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto (Padova 1956) è uno dei più affermati autori italiani di noir. Ha esordito nel 1994 con Il fuggiasco, cui sono seguiti, tra gli altri, Le irregolari, Arrivederci amore ciao, L’oscura immensità della morte e la serie che ha per protagonista Marco Buratti detto “l’Alligatore”. È autore anche di testi per la radio e il teatro, di saggi, graphic novel, racconti, sceneggiature per il cinema e la tv.

Source: Acquisto personale.

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:: La terapia del dolore, di Marco Proietti Mancini (Historica, 2016) a cura di Federica Belleri

5 ottobre 2016
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Amare qualcuno non è facile. Ci si desidera ma ci si scontra. Uno dei due può rubare spazio all’altro non accorgendosi di annullarne la personalità. Ecco che il silenzio, a volte, non è più mancanza di parole ma incapacità di usarle nel modo giusto. È paura della solitudine, terrore di sentirsi mancare un appiglio sicuro. Anche quando uno dei due ferisce, colpisce, ancora e ancora. Tradisce e ne va’ fiero, sparisce e non concede spiegazioni al ritorno. Apparentemente la storia di solitudini intrecciate. In sostanza un matrimonio voluto a tutti i costi, uno spazio personale da non invadere e un quotidiano vissuto in punta di piedi per non urtare, per assecondare il più possibile. C’è chi si sente morto dentro e chi non fa nulla per cambiare le cose. Questo è il vissuto del protagonista di questo romanzo, fino al punto di non ritorno. Basta un gesto dettato dalla rabbia e dall’orgoglio ferito, per cambiare tutto. Un piccolo movimento e il dolore arriva. Come viene percepito, quanto è intenso? Interrogativi che vengono man mano svelati in corso di lettura. Dove sta ora quel maledetto orgoglio, nel momento in cui ci si deve affidare agli altri? Si comincia a parlare di “noi”, non di singolo individuo. È molto difficile… Bisogna comprendere e assorbire il proprio dolore per accettare quello degli altri. Bisogna ritrovarsi e riconoscersi per iniziare un nuovo percorso. È necessario “sentirsi” nuovamente, per aiutarsi a sopravvivere. Si deve parlare, confrontare, condividere, discutere. Solo in questo modo le lacerazioni potranno rimarginarsi. La vita prenderà una nuova forma, dando spessore ai sentimenti e alle piccole cose, anche nella paura di essere diversi e incerti. Il dolore cambia, quando lo si attraversa. Getta a terra sull’asfalto e permette di ricominciare. Costringe a vedere il mondo attraverso un filtro nuovo e più luminoso. La terapia del dolore. Romanzo introspettivo, delicato e sensibile. Crudo e diretto dove è necessario.
Assolutamente consigliato.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Il metodo della fenice, di Antonio Fusco (Giunti, 2016) a cura di Federica Belleri

6 settembre 2016
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Valdenza, novembre piovoso e freddo. Il cadavere di una bellissima ragazza viene ritrovato sotto al ponte di Campanelle. Polpacci e piedi carbonizzati. La testa avvolta in un sacchetto di plastica. Un altro cadavere, questa volta di un giovane, giace nella sua auto, nel lago di Galleti.
Il commissario Tommaso Casabona dorme ormai da giorni negli alloggi della questura. I suoi problemi familiari sembrano irrisolvibili e ha bisogno di stare solo. Malinconia e tristezza fanno parte del suo quotidiano.
Una telefonata anonima dà inizio alla vicenda. A chi appartengono questi due corpi?
Il caso sembra seguire una pista precisa e si conclude abbastanza in fretta. Troppo semplice. Troppo poco tempo. Qualcosa non torna. Casabona non ci sta e affronta l’indagine da un altro punto di vista. Perché esiste spesso un’altra angolazione. Per esempio, entrando in una piccola casa di produzione, si scoprono filmini porno amatoriali, che vedono protagoniste coppie rispettabili ma annoiate, in cerca di piacere travolgente. Oppure, parlando con una dottoressa psicoterapeuta cognitiva, si può osservare una persona in stato quasi catatonico a causa di un evento traumatico, seduta nella propria stanza, all’interno di un reparto psichiatrico. O ancora, si fatica ad entrare in una particolare comunità, all’apparenza votata alle adozioni di ragazzi rimasti soli e in grave disagio. È davvero così o è solo una folta siepe che cela orrori?
La scientifica rileva, analizza e determina. Riconosce responsabilità e coincidenze che hanno dell’assurdo e costringe il commissario a scavare, fino al 1969. L’indagine si complica. Casabona è perplesso, ma non molla. Comincia a risultare scomodo perché si sta facendo notare troppo. Da chi?
Il metodo della fenice. Un percorso investigativo descritto nei particolari e assolutamente comprensibile. Una storia dove la vita vera desidera spiccare il volo. Dove a nessuno spetta la decisione di uccidere, nemmeno per un delirio di immortalità e di potenza. Nessuno rinasce, non come ha fatto la fenice. Sofferenza, avidità, isolamento, paura, plagio, violenza. Tutto si mescola. Casabona troverà il modo di fermarsi al momento giusto, cercando di riprendere in mano la propria vita, cercando forse un nuovo inizio. Affrontando una risoluzione carica di amarezza e sconforto. Ottimo noir. Consigliato. Buona lettura.

Antonio Fusco è nato a Napoli nel 1964, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Dal 2000 si occupa di indagini di polizia giudiziaria in Toscana. Ogni giorno ha il suo male, suo romanzo di esordio, è stato accolto da un grande successo di pubblico e di critica, ottenendo il Premio Scrittore Toscano (Menzione speciale gialli e noir) e il Premio Garfagnana in Giallo 2014. Nel 2015, sempre per Giunti, è uscito La pietà dell’acqua, seconda indagine del commissario Casabona, inserito come miglior libro giallo dell’anno nella clas­sifica Best 2015 stilata da iTunes. Il metodo della fenice è il terzo capitolo della serie, pubblicato nel 2016.

Source: acquisto in libreria del recensore.

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:: Medical Noir, di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Acheron Books, 2016), a cura di Federica Belleri

3 settembre 2016

coverCinque racconti, fra horror e paranormale. L’argomento trattato è la medicina. Il difficile rapporto tra la precisione della scienza e l’inspiegabile. L’orrore di un parto anomalo, fatto di sangue e grasso; un caso clinico aberrante. Le telecamere in una sala operatoria a seguire un illustre chirurgo durante un intervento della massima urgenza; l’ego di questo medico è in diretta, la professionalità passa in secondo piano.Uno specchio che permette di guardare oltre se stessi; pazzia, dal punto di vista clinico; apparizione, tramandata da generazioni. Il diverso rapporto con conservanti e coloranti contenuti nei cibi confezionati, da parte di due sessantenni che vivono nello stesso palazzo. Due gemelli, uno medico e l’altro prete esorcista, alle prese con una bambina; è malata o posseduta? Un racconto paranormale, difficile da digerire.
Cinque racconti dicevo, brevi ma intensi. Sempre sul filo tra la diagnosi concreta e l’allucinazione. Il linguaggio è clinico ma si sposta con facilità verso il dialogo più semplice, permettendoci di focalizzare la crudezza di alcune immagini. Lettura molto interessante.

Danilo  Arona è uno dei più importanti scrittori horror italiani. Ha scritto e pubblicato più di quaranta volumi fra romanzi, antologie e saggistica.

Edoardo  Rosati, giornalista medico-scientifico, ha collaborato con il Corriere Salute, è responsabile delle pagine dedicate alla medicina del settimanale Oggi, e ha pubblicato diverse opere  sia di narrativa che di saggistica medica.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books.

:: Il sesto giorno, di Rosanna Rubino (Fazi, 2016) a cura di Federica Belleri

1 settembre 2016
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Ronnie Rosso ha sei giorni di tempo. Solo sei, per prendere una decisione importante e vedere la sua società quotata in borsa. Fa freddo a Milano, ma a lui non sembra interessare. Ronnie corre, conta i passi, macina metri su metri. Ogni tanto si ferma e respira. La sua città è in subbuglio. Manifestanti ovunque, disordini e rudimentali ordigni esplosivi. Lui passa e osserva, indifferente. Si rifugia nel suo attico, si siede a bordo piscina e si perde, in un passato neanche troppo lontano. Ha solo trentacinque anni, un fisico atletico e ha già conquistato tutto: fama, denaro e rispetto … forse.

Ha una storia pesante da raccontare. A lui piacciono le storie. Si sta liberando da un peso? È anaffettivo Ronnie, guarda ma non approfondisce. Ascolta ma non sente. Non si accorge della presenza dei suoi collaboratori più fidati. Non pensa a tutte le parole che gli escono dalla bocca e a quanto possano ferire. Cosa gli importa davvero?  Quali sono i suoi veri sentimenti?
Conta Ronnie, memorizza gli spazi attorno a sé per avere sempre sott’occhio una via di fuga. Impara i vocaboli e il loro significato. Scappa da se stesso, con un paio di comode scarpe ai piedi. Sopravvive, galleggiando a pancia in su, guardando il cielo e non ascoltando le urla di chi soffre. Non dorme Ronnie, da troppe ore. Abbraccia, senza percepire il calore. È attratto dai colori forti e dai numeri. È legato al suo essere bambino e alla forza che ha sviluppato per non soffrire.
Secondo romanzo questo, per Rosanna Rubino. Scrittura particolare e a tratti spigolosa. Spazi delimitati. Capitoli scanditi da luoghi e orari precisi. Rispecchiano la personalità di Ronnie Rosso. Ritmo sempre sostenuto e crescente nella parte finale. Quattro protagonisti, che hanno un nome. Altri, per i quali un nome proprio non è fondamentale. Mi permetto di definirlo un “noir dell’anima”. Davvero un’ottima e sorprendente lettura. Lo consiglio.

Rosanna Rubino Nata a Napoli, vive a Milano. Architetto, specialista in marketing e comunicazione, consulente nel settore real estate, ha collaborato con il Politecnico di Milano, la Comunità Europea e l’Istituto Europeo di Design. Ha esordito nel 2013 con il romanzo Tony Tormenta (Fanucci), ottenendo un grande successo di critica. È mamma di Sophie, una bimba di sei anni.

Source: prestito bibliotecario.

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:: Il risveglio della notte, Francesco G. Lugli (Novecento Editore, 2016) a cura di Federica Belleri e Serena Bertogliatti

27 luglio 2016
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Federica Belleri

Quartiere Ticinese, Milano. Inverno freddo, nebbioso, oscuro. La crisi economica devastante intimidisce gli acquisti natalizi e la mala impregna l’umore, si incolla alle anime. Franco ha una rinomata macelleria ma arranca tra le enormi difficoltà.  Sigari e alcool gli fanno compagnia e spesso si rifugia nell’ufficio del suo allevamento fuori città,  per evitare di tornare in una casa vuota e buia. Un incontro improvviso e un proiettile calibro trentotto sparato, lo sorprendono. Un pacchetto di banconote e un biglietto da visita, gli cambiano la vita. Diventa il Manzo e sta per entrare in un clan, cosa per lui inconcepibile. Perché lo fa? Perché ha bisogno di appartenere ad un branco? Forse perché è sempre stato il suo istinto? Forse perché la vista del sangue non lo disturba? Forse, perché può indossare una maschera e prendere le distanze da se stesso. Le famiglie Barone e Duca sono in guerra aperta. I morti si susseguono fra negozi bruciati e teste mozzate ritrovate nei Navigli. Milano è sotto assedio. La corruzione siede dietro scrivanie eleganti, in uffici lussuosi. Il commissario Giuffrida indaga, ma presto alcuni suoi file spariscono e viene dirottato su altri casi. È un poliziotto scomodo a molti. Il Manzo vive quest’avventura, fra proiettili, bustarelle, sesso e amore. Ha brevi crisi di coscienza, poi si rabbuia e torna alle dipendenze del temuto boss. È una pedina in una faida infinita? A voi scoprirlo. Acquisisce esperienza e impara ad osservare con occhio freddo e calcolatore. La Milano da bere è in netto contrasto con la periferia desolata e spettrale. I depositi di armi sono perfettamente nascosti dalla nebbia. I completi firmati celano sguardi minacciosi e duri. I poliziotti si vendono alla mala per arrotondare lo stipendio. Manzo non si pone troppe domande e cerca di restare a galla per sopravvivere in qualche modo. È davvero questo ciò che desidera?
Il risveglio della notte. Nero e crudo. Scorrevole la lettura, brevi e incalzanti i periodi. Numerosi i soprannomi che provocano il sorriso e le caricature dei personaggi, somiglianti spesso ad attori o cantanti. Leggero il sottofondo musicale, per una città dove nessuno è pulito e immune al ricatto. Milano ha due volti, come alcuni protagonisti di questa storia. Buona lettura.

Serena Bertogliatti

Milano, oggi.
Franco Giannoni, proprietario della meneghina “Boutique della costina”, non se la passa proprio bene. Non se la passa bene per un cazzo, a dirla tutta.
La crisi ha falciato le gambe alla sua piccola ma rinomata attività. Una volta gioiello del quartiere, è ora disertata dai vecchi clienti – che, a tasche svuotate, ripiegano sulla carne dei discount, di qualità decisamente più bassa ma per un prezzo decisamente più abbordabile – come dai nuovi – che sperimentano le vie del vegetarismo e del veganesimo, snobbando i pregiati tagli per cui Franco è famoso. L’adorata mogliettina si è rivelata non poi così tanto adorabile e adorante: quando il contante ha abbandonato la cassa del negozio, lei ha abbandonato la casa del marito. In aggiunta, a dargli l’ultima e decisiva spinta dentro la fossa, è arrivata la morte del padre.
Seppellito il genitore, Franco ha cominciato a seppellire se stesso nell’alcol.
Il macellaio, uomo di vecchio stampo, non concepisce la disfatta: lotterà fino all’ultimo, senza cedere né versare una lacrima. Mentre il mondo gli collassa addosso, si ritira come un vecchio animale ferito nel suo appartamento da rifugiato e lì, stoico, osserva la semiautomatica che gli restituisce lo sguardo con suadenza.
Questo non è (più) un paese per macellai di qualità, e per il non più giovane Franco sembra non esserci ruolo rimasto.
Ma, per fortuna, esiste la Mala.
Dove cominciare, con questa recensione di Il risveglio della notte (Novecento, 2016) di Francesco G. Lugli, se non dalla forma, regina indiscussa della Milano da cui e di cui scrive?
Lugli ha, in questo romanzo, uno stile ben preciso e rodato. La narrazione al presente è veloce e d’impatto, e non manca di coloriture stilistiche che lo renderebbero abbastanza riconoscibile tra tanti imitatori. A proposito di imitazioni, la prosa generale ha un sapore molto virilizzato (termine, “virile”, che non si fa desiderare nel corso della narrazione), nel senso che ricorda prose simili similmente usate per dare vita a simili prototipi umani: diretti, duri, privi di fronzoli, violenti all’occorrenza. L’eroe maschio di una certa epoca e di un certo tempo, insomma. E, a proposito di tempi, credo che il libro sia particolarmente apprezzabile da una generazione non troppo distante da quella di Lugli (classe 1971) per l’abbondanza di riferimenti, più o meno diretti, a mostri sacri del cinema, dai Blues Brothers ad Al Pacino.
Al contempo, però, Lugli dà a Franco – “Manzo” per gli amici e soprattutto per i nemici, da quando diventa un sicario del crimine organizzato – un’ironia sottile e memorabile. È un disincanto che riconferma il cinismo del protagonista, ma al contempo smonta tutta la severità con cui molti dei personaggi – lui stesso incluso – sembrano prendersi sul serio. Ha il gusto di un certo cinismo da bar, buono per abbordare qualcuno, ma nella sua modesta dimensione sembra far intuire un personaggio molto meno “macchiettesco” di quel che a volte sembra (Io non sono un duro da film, è che mi disegnano così).
Il libro accusa purtroppo il colpo di un editing impreciso. Ho trovato 5-6 errori tipografici, frutto di sviste, più qualche errore grammaticale sopravvissuto a tutte le riletture. C’è poi la strana questione della disomogeneità tra i tempi verbali usati (“Manzo avrebbe capito quelle ultime parole solo più avanti. Al momento ha problemi più attuali.”) in alcune parti del romanzo. L’impressione (ma è, appunto, una mera impressione) è che a tratti Lugli abbia sperimentato uno stile in cui i tempi passati vengono talvolta usati come per “distaccarsi” dal presente della narrazione, per guardarla dall’alto, ma che tale stile non abbia del tutto attecchito, e si sia talvolta trasformato, semplicemente, in un passaggio arbitrario da presente a passato (come quando, nel bel mezzo di una narrazione al presente, appare un verbo al passato), e che il tutto non sia stato ben aggiustato in fase d’editing. Peccato.
La trama scorre lenta ma puntuale, costruendosi e svelandosi capitolo dopo capitolo. È una storia di gangster in pieno stile camorristico trapiantata al Nord. Sembra un esperimento: “Che cosa succederebbe se mettessimo una storia alla Casalesi nella città della nebbia e della moda?” E, nell’esserlo, diventa una critica: Lugli fa la sua ipotesi, inserisce questo male poco conosciuto alla capitale lombarda tra le strade milanesi, e suggerisce conclusioni politico-economico-morali. A voi il (dis)piacere di scoprirle (ricordandovi che è fiction, per piacere).
I personaggi, come accennato, virano verso la macchietta – facile, quando si ha un protagonista che associa il volto di ogni persona a un personaggio noto del cinema. Eppure c’è un “eppure”. Più che veri e propri stereotipi sembrano persone incastrate in un personaggio. Così come Franco, il macelliere di quartiere, indossando i panni di sicario diventa “Manzo”, similmente i suoi compagni di sventure sembrano usciti da un reality: ribadiscono di essere veri e reali (perché questo vende), ma lo fanno interpretando quella mezza maschera che l’organizzazione di un programma televisivo richiede. Sembrano insomma l’incarnazione dello strano paradosso che è figlio dell’iperesposizione sui media.
Poi, a volte, la sottile ironia del narratore subentra e spoglia tutti – per qualche breve ma indimenticabile secondo. Lugli sembra quasi, di tanto in tanto, consapevolmente o meno, portare l’esasperazione al suo massimo, facendola sfociare nel grottesco e nel tragicomico. E così i personaggi, improvvisamente, da temibili malavitosi, appaiono nudi di maschere, armi e vestiti – e in questa imbarazzante condizione s’intravede un po’ della loro tridimensionalità.
Concludiamo parlando di animali e donne. Partiamo dalle seconde, facendole entrare per prime.
In un contesto così tanto macchiettesco, e che segue una ben precisa estetica, le donne non potevano che ritornare ai vecchi ruoli di una volta. Non in cucina, no: tra la puttana e la santa. O puttana o santa. O un po’ l’una e un po’ l’altra per renderle appetitose all’occorrenza.
Così, tra mogli approfittatrici che vestono leopardato e puttane sulla via della redenzione che traboccano di gratitudine e misure di reggiseno, ho pensato che Il risveglio della notte sta a un certo pubblico maschile come i tanto criticati Harmony stanno a un certo parco lettrici. In comune hanno il mettere in scena un/a protagonista in cui il/la lettore/trice possa immedesimarsi, e che quindi è più vicino/a all’uomo e alla donna medi/e che a un ideale irraggiungibile, abbellirlo/a un po’ (muscoli per lui, pelle candida per lei – suppongo), e renderlo/a oggetto dei desideri sessuali di tutti i personaggi dell’altro sesso presenti nel romanzo. E ho pensato, mentre m’immaginavo i desiderabili corpi delle ragazze descritte, che probabilmente ben poche persone vorrebbero immedesimarsi nelle donne che circondano Manzo e negli uomini che circondano le eroine Harmony. E, pensando questo, mi sono detta che in fondo non so niente di Harmony, e che stavo ragionando per stereotipi. Appunto, mi sono detta, e il cerchio si è chiuso.
Quando mi è stato chiesto di recensire il romanzo ho, come da prassi, letto le prime pagine per capire se accettare o meno. Il tema sembrava bollente: un macellaio in rovina che si dà al massacro umano. Sembrava cadere a puntino in quest’epoca di lotte all’ultimo sangue (animale e umano) tra estremisti carnivoreggiandanti e vegani. Che morale avrebbe portato, il libro, dopo aver fatto diventare un macellaio di animali un macellaio di esseri umani?
In realtà il tema rimane di sfondo, così come – in una certa misura – il sangue e il massacro. Le scene di violenza sembrano quasi pudiche, asettiche: dettagliata è la descrizione di quel che accade dentro a Manzo prima di premere il grilletto, ma quasi dato per scontato è ciò che succede a causa di quel grilletto. Il risveglio della notte è, insomma, un romanzo adatto anche agli stomaci deboli, e non consigliato a chi cerca un po’ di (in)sano gore: non troverete filetti di esseri umani tra le pagine, né boss della mala scuoiati vivi.
Manzo è a suo modo una vittima degli eventi: è un macellaio, ma avrebbe potuto essere qualsiasi (o quasi) altra cosa. Quel che crea la trama non è il suo lavoro, ma la sua visione della vita – e di se stesso. E per questo, proprio per questo, sconsiglio il libro a chi già è sulla via del disfattismo e del cinismo: Manzo vi darà ragione, e ve la darà gratis, quasi cullandovi. Gioco troppo facile.
Per questo, e per altre ragioni più o meno menzionate, credo che Il risveglio della notte sia sostanzialmente un romanzo d’intrattenimento. Non esattamente d’evasione, dato che dà forma a una visione della capitale lombarda che è un passo oltre il pessimismo, ma ci sono strani modi di farsi confortare: tra questi, il rimestare nella solita vecchia merda e cercare di darle, se non un senso, un’estetica soddisfacente.
C’è una critica, e forte, a una certa italianità in divenire, ma è così tanto estesa, e comprende così tante cose, e così tanto vagamente, che sembra fungere più da sfondo, come il chiacchericcio cinico di sottofondo in un bar di Milano, tra un bicchiere di scotch, una sigaretta (un sigaro, nel caso di Manzo) e la rabbia provocata da quel senso di frustrazione che ci rode l’animo quando assistiamo a certe ingiustizie e non possiamo farci niente, neanche se maneggiamo tutti i giorni gli attrezzi di un macellaio.
Manzo, così, in tutta la sua political incorrectness, più che un pugno nello stomaco diventa un sorso di cattivo, e perciò rincuorante, bourbon.

Francesco G. Lugli, classe 1971, nasce e cresce in quel concentrato di traffico, cemento e contraddizioni che chiamano Milano.
Giornalista e scrittore, è stato capo redattore della rivista Midi Songs e ha collaborato con diverse realtà editoriali tra cui DVD World, AF Digitale, EuroMoto, Horror Mania e il quotidiano Libero. Attualmente si occupa di produzioni video e pubblicità in qualità di copywriter. Appassionato di cinema e musica, è incline a scrivere racconti di fantascienza, horror, surreali, noir e thriller. All’attivo ha i romanzi “Il Codice Beatles” (Cult Editore) e “Il risveglio della notte” (Novecento Editore), le raccolte di racconti “Sei passi nella nebbia” (dBooks) e “Scritti con il sangue” (Dunwich Editore), racconti sulle raccolte “Toilet n. 20″ (80144 Edizioni), “Un giorno a Milano” e “Una notte a Milano” (Novecento Editore), “Italian Zombie 2” (80144 Edizioni), “365 Racconti di Natale” (Delos Books), e l’ebook: “Amo il mio lavoro” (Simplicissimus – Viaggio d’inverno).

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016
cove

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Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

Source: libro del recensore.

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:: Una moglie giovane e bella, Tommy Wieringa (Iperborea, 2016) a cura di Federica Belleri

14 giugno 2016
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Edward e Ruth si innamorano, nonostante la differenza d’età.  Chi è,  in realtà, il più giovane fra i due? E chi, al contrario, sta obbligando l’altro a invecchiare troppo in fretta? Il quotidiano, un lavoro di responsabilità,  il rispetto per gli animali, il matrimonio e il sesso … tutto assume una prospettiva diversa. E se avessero un figlio, cambierebbe qualcosa?
Una moglie giovane e bella. Uno spaccato di vita, all’ombra della bellezza, dove il tempo scorre e lascia crepe sulla pelle. Una coppia che ha paura di rivelarsi, di aprirsi, di dire all’altro finalmente le cose come stanno. Fino alla scoperta di non essere mai esistiti davvero, all’interno di un castello senza fondamenta. Fino alla consapevolezza di aver costruito poco e di aver tentato di amalgamarsi con la persona sbagliata. Tralasciare i veri sentimenti per inseguire la bellezza, porta a commettere errori imperdonabili.
Trama breve ma intensa. Lettura scorrevole e introspettiva. Scrittura pulita e diretta.
Buona lettura.

Tommy Wieringa, nasce nel 1967 a Goor in Olanda, al confine con la Germania, e debutta nel 1995 raggiungendo la fama internazionale nel 2005 con il romanzo Joe Speedboat (Iperborea, 2009). Questi sono i nomi (Iperborea 2014) è stato finalista del Premio Strega Europeo e del Premio Von Rezzori, e ha conquistato la critica che l’ha paragonato a Salinger, John Irving e Paul Auster. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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