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:: La memoria dei fiori, Il diario di Rywka Lipszyc, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2015

diaIl libro scelto da Garzanti per celebrare la Giornata della Memoria di quest’anno, che coincide con i settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è La memoria dei fiori, titolo deciso a tavolino per presentare Il diario di Rywka Lipszyc, un’adolescente ebrea del ghetto di Lodz, in Polonia.
Non è il primo diario di una persona travolta dalla Shoah che capita di leggere, basti pensare al celeberrimo diario di Anna Frank, ma questa storia si distingue per originalità e peculiarietà.
La vicenda di Rywka, raccontata dalle sue parole in un diario incompleto, è da leggere e meditare, visto che è la testimonianza su un aspetto non così noto, la situazione del ghetto della città di Lodz, che si era distinta negli anni prima della guerra come una delle più illuminate a accogliere etnie e religioni diverse. Rywka è molto diversa da Anna Frank, che visse nascosta con la sua famiglia, è una ragazza che si trova orfana e costretta a lavorare in fabbrica per salvarsi la vita, con fratelli e sorelle a cui badare, oltre a tre cugine di cui due si sono salvate e vivono oggi in Israele, ormai anziane.
Ma la cosa interessante di questo diario, giunto alla pubblicazione dopo un lungo iter, è la storia che c’è dietro, anzi le storie. Il diario fu trovato ad Auschwitz da Zinaida Berezovskaya, medico militare dell’Armata Rossa che lo portò con sé a casa in Siberia, non parlandone con la sua famiglia. La nipote di Zinaida, Anastasia, trovò nel 1995 il diario nella casa della nonna che stava smantellando dopo la scomparsa di questa, e decise di portarlo a San Francisco, dove risiedeva, per affidarlo a persone più competenti.
Il diario di Rywka è giunto poi nelle mani del Centro di studi sull’olocausto del nord California e del Brooklyn College, che hanno riconosciuto l’importanza di questa testimonianza, lo hanno scansionato, trascritto e tradotto e poi pubblicato, cercando notizie su Rywka e la sua famiglia. Ma la storia di questa ragazzina sparita nelle maglie della Shoah non finisce qui.
Il diario fu trovato ad Auschwitz, da cui Rywka riuscì a salvarsi per l’arrivo dell’Armata Rossa, per essere ricoverata in un ospedale di campo inglese dove la videro per l’ultima volta le cugine sopravvissute, credendo per anni ad una sua morte mai confermata. Le notizie in seguito sono frammentarie: la storica Judy Janec racconta in appendice al libro le sue ricerche in merito, Rywka non risulta morta in ospedale come sembrava in un primo tempo, né deceduta altrove, ad un certo punto le notizie su di lei si perdono, senza che ci sia una tomba, cosa che ai reduci dei lager morti negli ospedali era comunque concessa. Ancora oggi il suo caso è aperto, e anche nell’edizione italiana si invita a dare notizie al Centro se si sa qualcosa in merito.
D’altro canto, dentro c’è un altro mistero, perché negli appunti della dottoressa Berezovskaya in merito al diario, si parla che conterrebbe la storia di una mamma separata da suo figlio, cosa che non corrisponde assolutamente al contenuto del documento.
Quindi il mistero resta, e la storia di Rywka è da un lato l’ennesima testimonianza su una tragedia immane, ma dall’altro offre la speranza che da qualche parte Rywka abbia potuto vivere la sua vita e che qualcuno un giorno possa dire come e dove è andata a finire.
Un libro per chi non vuole dimenticare e anche per chi vuole un attimo sperare sui casi della vita.

Rywka Bajla Lipszyc (ʁivka lipʃitz) (15 set 1929 – 1945?) è stata un’ebrea polacca che scrisse un diario personale, nel ghetto di Lodz in Polonia durante l’Olocausto. Sopravvisse alla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, seguita da un trasferimento a Gross-Rosen e ai lavori forzati nel sottocampo di Christianstadt. Sopravvisse anche a una marcia della morte verso Bergen-Belsen, e visse per vedere la sua liberazione nell’aprile del 1945. Troppo malata per essere evacuata, fu trasferita in un ospedale a Niendorf dove. Il suo diario, composto da 112 pagine, è stato scritto in lingua polacca tra l’ottobre 1943 e l’aprile 1944. Il diario è stato tradotto in inglese da Malgorzata Markoff e commentato da Ewa Wiatr. E ‘stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nei primi mesi del 2014, circa 70 anni dopo che era stato scritto.

:: Uno strano luogo per morire, Derek B. Miller, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2015

23653542Sheldon Horowitz, ebreo americano, ex marine, ha vissuto sulla sua pelle le guerre degli ulitmi sessant’anni della storia mondiale e ora si ritrova vedovo, a vivere con la nipote, figlia nata postuma del figlio deceduto in Vietnam quarant’anni fa, e il compagno di questa in Norvegia, paese così lontano dagli Stati Uniti, dove ha fatto l’orologiaio, non dimenticando il suo passato con cui non riesce a fare i patti fino in fondo e ha qualche problema legato all’età di mancanza di memoria e simili.
Un giorno la vita e il destino irrompono nella sua casa, nelle persone della vicina di casa e del suo bambino, provenienti dal Kosovo, quel luogo in Europa in cui nemmeno vent’anni fa si è consumata una delle guerre più crudeli e violente dell’era moderna, con corollari, come gli stupri etnici, atroci, in fuga da un pericolo. E questo cambierà la vita di Sheldon una volta per tutte, in una storia on the road con una nuova, forse, ragione di vita per compensare quello di cui non si è mai perdonato.
Uno strano luogo per morire, libro di esordio di Derek B. Miller, funzionario ONU anglosassone che vive da anni a Oslo in Norvegia è un libro interessante e complesso, leggibile a più livelli. Gli amanti dei thriller troveranno abbastanza pane per i loro denti, con tanto di poliziotti integerrimi e molto inseriti nel sistema di una democrazia solida ma molto inquadrata, contro la quale però l’autore non si scatena più di tanto, non raccontando il lato oscuro della Scandinavia come hanno fatto Larsson e compagnia negli ultimi anni.
Più che parlare della Norvegia, Paese in cui si è consumata nel 2011 una delle più grandi tragedie del terrorismo ad opera di un bianco neonazista, Miller parla delle guerre e delle contraddizioni degli ultimi sessant’ani, della comunità ebraica e dei suoi problemi, dei conflitti combattuti dalla democrazia americana in nome di ideali sempre diversi e spesso discutibili di ordine mondiale, delle conseguenze di immigrazione, nuove famiglie, tragedie vecchie e nuove sulla vita delle persone. Un libro attraverso cui si leggono tutti questi eventi, ripassandoli e riscoprendoli, a testimoniare come certi problemi e questioni restano e sono eterni, e sono capaci di portare la loro ombra oscura sull’oggi, sulla vita di un pensionato che vive tra rimpianti, rimorsi e quotidianità.
Il tema del tramonto della vita e degli anziani è un’importante colonna del romanzo: Sheldon è un personaggio che o si ama o si odia, a cui è rimasta l’impostazione guerresca della vita ma anche il rimorso di aver spinto il figlio ad arruolarsi e non aver seguito l’esempio invece del biblico Abramo, seguendo la voce del cuore anziché quella del dovere. Un personaggio che ha dentro di sé tutte le contraddizioni dei tempi che ha vissuto, il rimpianto di aver comunque fallito la sua vita in questo mondo, la voglia malgrado tutto di provare a riscattarsi, e il dramma, molto realistico, dell’essere soli e sentire che il proprio passato sta svanendo, con tutte le gioie e i dolori.
Un libro interessante, quindi, magari con qualche caduta di tono (il nonnino in stile Schwartzy alla fine fa un po’ ridere) e un titolo che si poteva evitare visto che anticipa alla grande un finale che poteva anche essere alla fine una sorpresa, anche se in fondo annunciata. Un libro per appassionarsi ad un intreccio, ma anche per riflettere sul mondo in cui si vive e sui rapporti con generazioni passate che spesso si vedono solo come stereotipate e senza la loro vera anima.

Derek B. Miller è il direttore del Policy Lab, organizzazione dell’Istituto per la Ricerca del Disarmo delle Nazioni Unite. Dopo la laurea in relazioni internazionali all’Università di Ginevra e un master in studi sulla sicurezza della Georgetown University, in cooperazione con il St Catherine’s college, Oxford, ha cominciato a scrivere. Uno strano luogo per morire è il suo primo romanzo. Vive a Oslo con la moglie e i figli.

:: Capire la Tunisia con Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane, a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2015

UNA_CITTA__UNA_R_530318e9d4713Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane è una conoscitrice della situazione in Tunisia, Paese vicino all’Italia ma percepito come emblema di un’altra cultura e mondo, a cui ha dedicato il saggio Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, scritto alla vigilia delle ultime elezioni, importante per capire destini e evoluzioni di questa nazione divisa tra Oriente e Occidente.

Come le recenti elezioni possono cambiare la società tunisina?

In Tunisia si sono tenute quattro tornate elettorali in tre anni: la prima nell’ottobre 2011 (per l’Assemblea Nazionale Costituente), la seconda nell’ottobre 2014 (per l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo cioè il parlamento), le ultime due tra novembre e dicembre (primo turno e ballottaggio delle presidenziali). Sono elezioni la cui regolarità è stata certificata da decine di organizzazioni indipendenti nazionali e internazionali, con tassi di partecipazione non eccelsi ma comunque sufficienti, avvenute senza gravi incidenti e che hanno sancito il pluripartitismo e l’alternanza. Esse hanno fatto sì che i Tunisini si familiarizzassero non solo con le procedure democratiche di scelta dei rappresentanti (competizione tra partiti, campagne elettorali, e libere elezioni) ma anche con quelle di formazione dell’opinione pubblica tramite il confronto di opinioni, il pubblico dibattito, l’accesso ad una pluralità di fonti di informazioni, la trasparenza delle istituzioni.
In questo apprendistato molto rapido un risultato importante delle recenti elezioni sarà probabilmente una società meno settorializzata in cui verranno a cadere un certo numero di esclusioni reciproche: ci si abituerà a vedere laici discutere con islamisti, marxisti con liberisti, financo vittime del vecchio regime con ex sostenitori di questo. Ci sarà anche un certo rimescolamento dal punto di vista delle classi sociali: la partecipazione politica è già e sarà ulteriormente un fattore di avvicinamento tra strati diversi e di promozione sociale di gruppi in precedenza marginalizzati, che si tratti dei ceti popolari o delle regioni dell’interno e del Sud. Questo processo sarà rafforzato dal fatto che attualmente si fronteggiano due grandi partiti di massa – Nidaa Tounès e Ennahdha – ambedue con ramificazioni nella società civile tramite associazioni culturali, sociali, civiche, gruppi di pressione, lobbies, vicini all’uno o all’altro.
Sul piano culturale si può infine sperare che la normalizzazione democratica e la rimozione delle barriere sociali favoriscano una rinascita della vita culturale che attualmente è in grave sofferenza. Si produce poco in tutti i campi, e ciò che si produce è raramente di alta qualità, mancano spazi e pratiche dedicati alla cultura. Né potrebbe essere altrimenti, dopo vent’anni di “regime” con le sue repressioni e imposizioni nel campo della cultura, e tre anni di transizione in cui la partita tra rivoluzione e contro-rivoluzione è stata ampiamente giocata anche sul terreno del conflitto ideologico.
Dopo queste elezioni – sia che l’esito istituzionale sia un “compromesso storico” tra islamisti e antislamisti, sia che si configuri in una articolazione fisiologica tra una maggioranza e una opposizione disposte comunque al riconoscimento reciproco – il terreno della cultura potrebbe conoscere una nuova effervescenza. Non bisogna dimenticare che fino ad oggi quanto di meglio sia stato prodotto in campo culturale in Tunisia – e c’è tanto beninteso – soffriva di due grossi limiti: era appannaggio di una piccola élite ed era ampiamente tributario di influenze ex coloniali tendenti a scivolare nel neo coloniale da parte della Francia. Si può prevedere una valorizzazione della cultura locale, anche a seguito dei processi di decentramento politico e di uno sviluppo economico su base regionale, insieme ad una apertura all’Occidente, soprattutto ad un “altro” Occidente, meno europeo, più anglo-americano (e anche ad un oriente più “estremo”).

Che tipo di associazionismo giovanile esiste in Tunisia? E quello femminile? Che evoluzione potranno avere?

Prima della rivoluzione l’associazionismo giovanile era un associazionismo di regime, al quale i giovani rispondevano facendo la resistenza passiva, cioè prendendo poco parte alla vita associativa. Dopo la rivoluzione vi è stata una vera e propria esplosione di associazioni grazie alla liberalizzazione delle procedure di autorizzazione Molte sono state formate da giovani. Alcune esistevano in precedenza ma non erano state legalizzate e la loro attività era sistematicamente oggetto di repressione: è il caso della Association Tunisienne des Diplomés Chomeurs (Associazione Tunisina dei Diplomati Disoccupati) che si battono per delle nuove politiche dell’impiego giovanile. Dopo la rivoluzione i giovani hanno creato numerose associazioni in particolare in campo sociale e umanitario, facendo emergere una forte esigenza di impegno sociale.
In quanto alle donne, la storica Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) esisteva già prima della rivoluzione ma era soggetta ad una soffocante censura preventiva che ne limitava la possibilità di azione. Resta a tutt’oggi la più importante associazioni di donne, accanto all’Association Tunisienne Femmes pour la Recherche et le Développement (AFTURD) anch’essa di vecchia data. Queste associazioni tuttavia attraggono poco le giovani o le donne dei ceti popolari che rimangono oggetto e non protagoniste delle attività e delle rivendicazioni portate avanti.
Peraltro giovani e donne sono spesso impegnati in associazioni non specificamente giovanili o femminili. Vi è la rete tradizionale delle associazioni di beneficenza vicina al partito islamista Ennahdha e vi sono le associazioni che hanno per mission il monitoraggio delle istituzioni e delle procedure democratiche (come TOUENSA). Da queste provengono i volontari che sono stati attivamente impegnati nel monitoraggio delle procedure elettorali ai seggi (gli “osservatori elettorali” locali).

La Tunisia è uno dei Paesi scelti da tanti occidentali anziani, anche italiani, per vivere una terza età dorata. Cosa ne pensa di questo fenomeno sociale e come lo vede nella società tunisina?

Il trasferirsi all’estero nella terza età è fenomeno recente in Italia rispetto ad altri paesi: troviamo infatti nutrite colonie di “expats” inglesi in Grecia o di francesi in Marocco. Il termine inglese “expat” designa una emigrazione di lusso, o perché alle dipendenze di organismi internazionali o multinazionali, o perché scelta da chi ha buone disponibilità economiche. Nel caso degli Italiani si tratta piuttosto di una nuova forma di emigrazione pura e semplice: scelgono di trasferirsi in Tunisia molte persone la cui pensione non consente loro di vivere decorosamente in Italia. Beneficiano così non solo del cambio favorevole e di un costo della vita più basso ma anche di una legge che consente la detassazione delle pensioni italiane versate in Tunisia. Non si tratta però in generale di una vita “dorata” (chi può permettersela non emigra: va dove vuole e per quanto tempo vuole). La Tunisia è pur sempre un paese del “sud del mondo” dove mancano tutta una serie di beni, servizi e confort ai quali siamo abituati in Europa: la qualità delle abitazioni, delle reti idriche ed elettriche, del riscaldamento, dei trasporti pubblici, dell’offerta culturale, ecc. Chi sceglie questa forma di emigrazione ha quasi sempre, accanto alle motivazioni economiche, una qualche forma di motivazione affettiva: origini o legami familiari, dimestichezza e amore per il paese. Non sempre le relazioni sono facili ma in Tunisia gli stranieri sono bene accolti, le persone anziane godono di un rispetto che in Europa ci sogniamo, e il paese ha una vitalità e un clima che sono ottimi antidoti alle depressioni della terza età.
Si tratta di un fenomeno socialmente importante perché è un indicatore tra i tanti della crisi dell’Europa, incapace di trattenere i suoi giovani e di offrire una vecchiaia dignitosa e serena ai suoi anziani. Credo inoltre che questo crescente afflusso dia anche da pensare ai Tunisini: qui le solidarietà familiari sono ancora forti e l’arrivo di anziani soli pare rivelare qualche crepa nella mitizzata società europea. Il fenomeno peraltro non potrà che portare ad un ulteriore avvicinamento tra Italiani e Tunisini che hanno legami storici secolari. E porterà anche a rimettere in questione quella invisibile barriera che taglia in due il Mediterraneo, effetto collaterale disastroso dell’integrazione europea.

Che differenze e somiglianze ci sono tra la Tunisia e il Marocco, l’altro grande Paese maghrebino?

Non conosco il Marocco: posso dire come lo vedono i Tunisini e come lo vedono gli stranieri “expats”. I Tunisini ti dicono che in confronto al loro paese il Marocco è una società feudale, con una popolazione abituata alla sottomissione (tanto più che il re è anche comandante dei credenti e discendente del califfo), dove ci sono più donne velate, dominano i costumi tradizionali, e viene ammessa, sia pure con molte limitazioni, la poligamia. Viene da chiedersi come mai il paese sia prediletto in particolare dai francesi (turisti ed espatriati stabili) i quali hanno snobbato la Tunisia dall’indomani della rivoluzione e della fuga di Ben Ali e continuano a farlo tutt’oggi. Uno dei motivi probabilmente è che il Marocco è dotato di infrastrutture per un turismo o espatrio di lusso con case, alberghi, locali di grande bellezza e atti a soddisfare le inclinazioni orientaliste degli stranieri La Tunisia è meno esotica, è repubblicana, ha assimilato molto di più dall’Europa. Il turismo tunisino non è un turismo di lusso ma un turismo di massa.
La Tunisia nel 2011 disponeva di una popolazione con un buon livello di istruzione, di un grande sindacato, della struttura, ancorché illegale, di un partito di massa, nonché di importanti reti di comunicazione grazie alla digitalizzazione estesa del paese.
Se la Tunsia ha fatto la sua rivoluzione in modo straordinariamente pacifico in confronto al contesto regionale, in Marocco si è messa a tacere la rivoluzione embrionale in modo anch’esso molto soft. I due paesi possono essere visti come i due poli opposti del grande movimento di sollevamento arabo: in Tunisia ha portato ad una vera rivoluzione, in Marocco è stata fatta prontamente rientrare con una riforma costituzionale in larga parte di facciata. Ambedue hanno tuttavia in comune il fatto di aver evitato il bagno di sangue egiziano e la guerra civile di Libia e Siria.

:: Ultima la città delle contrade, Carlo Vicenzi, (Dunwich edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

10 gennaio 2015

ULTIMAKINDLE80percento-300x400Il genere fantastico, di cui più volte qualcuno celebra periodicamente il funerale, riesce sempre a risorgere con nuove storie e tematiche, e da un po’ di anni sta aumentando anche il numero di italiani che si dedicano ad esso, con storie che molto spesso non sono la copia di omologhi anglosassoni ma riescono ad aggiungere molto di nuovo.
Come Ultima la città delle contrade dell’emiliano Carlo Vicenzi, uscito per la romana Dunwich edizioni, che sotto l’egida di Lovecraft vuole proporre libri di genere fantastico poco noti o di autori nostrani, un romanzo steamfantasy di casa nostra capace di interessare e appassionare, in un contesto che reinterpreta passato e presente italiano in un mondo futuro alternativo.
Dopo una catastrofe bellica che viene solo accennata, un Paese che può essere l’Italia è regredito in una specie di Medio Evo con un po’ di tecnologia, diverso dalle ipotesi di opere come Mad Max o Ken il guerriero. In questa nuova società il potere si stabilisce non con elezioni come nelle nostre democrazie, ma con un palio all’ultimo colpo, con alcune regole come non uccidere gli avversari. Ed è dal palio delle contrade di una città tanto simile a quelle dell’Italia centrale catapultate in un altro mondo che parte la vicenda di Ultima, con il protagonista, il poco eroico Demetrio Deisanti, che viene accusato di un omicidio in gara dovuto ad un’arma truccata per potersi accaparrare la vittoria e l’elezione, ed è costretto a fuggire, mentre cerca di dimostrare la sua innocenza.
In questo universo Demetrio troverà molti nemici ma anche alcuni alleati, come Veronica e Miranda, una coppia di spie che lo aiuteranno nelle sue indagini, facendogli anche scoprire un modo di vivere diverso, visto che sono due ragazze gay che vivono insieme sfidando pregiudizi presenti anche in quel possibile mondo futuro.
Ultima prende elementi dello steampunk, la cosiddetta fantascienza nel passato, che parte dal presupposto che si sia potuto evolvere un futuro e una tecnologia a partire dalle premesse dell’epoca vittoriana, come era raccontato nei romanzi di Jules Verne e H. G. Wells e figura oggi come uno dei filoni del fantastico più amati, oggetto anche di produzione di gadget, realizzazione di eventi in tema e ispirazione per uno stile di abbigliamento Tra le pagine del libro, trovano spazio anche tematiche del fantasy e del romanzo d’avventura, per una storia che dimostra come il genere fantastico abbia ancora molto da dire e da dare.

Carlo Vicenzi, di Finale Emilia, città dove si svolge tutti gli anni un palio tra contrade, laureando in lingue e antropologia, ha scritto svariati racconti di genere fantastico e sta lavorando alla serie invece decisamente fantasy I cento blasoni per Delos Books.

:: Amore, cucina e curry, Richard C. Morais, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

9 gennaio 2015

5682256_294308Già pubblicato un paio d’anni fa come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è uscito di nuovo con un nuovo titolo sull’onda del film di Lasse Hallstrom: Amore, cucina e curry di Richard C. Morais racconta di nuovo il rapporto tra culture e cibo, partendo da una storia vera, con i nomi cambiati ma sempre reale.
Hassan, ragazzino indiano cresciuto con il culto per la cucina fin da quando arrivavano gli effluvi di cibo nella sua stanzetta a Bombay, ora Mumbai, si trasferisce in Francia con la sua numerosa e disfunzionale famiglia, prendendo il posto dell’adorata nonna Ammi nel ristorante indiano, una rarità al di fuori di Parigi e soprattutto nella cittadina di provincia d’oltralpe di qualche decennio fa dove si trova a vivere questo microcosmo giunto così da lontano. Il ristorante suscita le ire di madame Mallory, proprietaria del lussuoso albergo e ristorante di fronte, ma poi tra il giovane Hassan, giunto da un altro mondo e in cerca di un equilibrio tra i valori ancestrali e le sue nuove esigenze, e l’anziana donna legata a schemi antichi e a ricette della grande tradizione francofona nascerà una complicità imprevista, che durerà negli anni e influenzerà la vita di Hassan anche dopo.
Il film non ha avuto il successo sperato, il libro è senz’altro da scoprire o riscoprire, perché, parlando di multiculturalismo in un contesto insolito (di indiani e pakistani in Gran Bretagna sono piene letteratura e cinema, in Francia molto meno perché non si tratta di un’etnia che si è trasferita molto lì, per ragioni storiche e sociali), racconta una storia gustosa, di incontro e fusione di culture, di contrasti iniziali che si risolvono usando un linguaggio universale come il cibo, che può essere davvero un veicolo per capire e farsi capire, per comunicare e anche per esprimere amore e considerazione.
Già sentito in parte, si potrà dire, in tanti libri, anche con storie diverse, a cominciare da Chocolat di Joanne Harris, che non a caso si è detta entusiasta del libro: è vero, ma è bello scoprire anche un storia e un universo diversi, che racconta anche due percorsi e due mondi che sono cambiati in questi decenni.
Da un lato c’è infatti l’India, Paese contraddittorio di cui in questo ultimo periodo si è parlato enfatizzando soprattutto lati negativi e violenti, vista in un momento cruciale del suo cambiamento verso l’essere comunque una potenza emergente sia pure con problemi enormi, attraverso uno dei suoi tratti positivi più caratteristici, la sua cucina speziata e saporita, che non è certo solo puzza e cose strane. Dall’altro c’è la Francia, la patria della Haute Cuisine, dove Hassan troverà la sua strada, sapendo mettere insieme il meglio delle due culture per crearsi una vita partendo da quella che è un’arte su uno dei piaceri della vita.
Un libro gustoso e appassionante, una storia di formazione e crescita, un rapporto rispettoso tra culture, e quindi senz’altro estremamente terapeutico oggi da leggere e meditare, anche solo come antidoto a chi vuole contrapporre le culture in termini solo di odio e contrasto.

Richard C. Morais, statunitense, è nato a Lisbona che ha trascorso gran parte della sua vita in Europa. La sua carriera nel mondo del giornalismo è iniziata a New York nel 1984. Nel 1986 si è trasferito a Londra, dove ha vissuto e lavorato per 17 anni come corrispondente di Forbes. Amore cucina e curry, noto anche come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è il suo primo e per ora unico romanzo e nasce dal suo amore per la cucina e le storie collegate ad essa.

:: Nero, Angela Di Bartolo, (Runa editrice, 2014) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2014

neroLa letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Nero è un gatto del colore del suo nome, ed è una specie di star nella Città eterna, visto che ogni giorno, da tre anni, prende il trenino da Centocelle al centro di Roma e dopo un po’ torna a casa. Un giorno Nero sparisce e il suo proprietario offre una ricompensa di mille euro a chi glielo riporta, suscitando l’interesse di due compagni di scuola, due ragazzini di borgata, Matteo e Ahmed che si mettono alla sua ricerca, attirati da quello che potrebbero fare con quei soldi.
I due, che all’inizio non si sopportano granché, cominciano un’avventura tra le strade di Roma, sulle tracce del gatto ma anche del passato della città, tra rovine e incontri a sorpresa, scoprendo la verità dietro al ruolo di Nero e del suo padrone di casa, e imparando a conoscersi e ad essere amici, superando la diffidenza reciproca.
Si dice che almeno le storie per i più piccoli devono essere educative, ma questo non vuol dire che devono essere retoriche e ridondanti. Angela di Bartolo, appassionata di archeologia, erudisce innanzitutto i più giovani e non solo loro sulla storia e le bellezze di Roma, ma tra le righe racconta anche di integrazione e di lotta al razzismo, facendo vedere come due giovanissimi, nati in Paesi diversi, possono alla fine scoprire di avere molte più cose in comune. Un tema quanto mai attuale oggi, e i pregiudizi vengono superati essendo coinvolti in un progetto insieme, che porterà nuovi sogni e aspirazioni a questi due amici per caso e forse per sempre.
Nero è una storia per ragazzi con echi delle vecchie storie per ragazzi, quelle che ricordano bene chi era ragazzino negli anni Settanta e Ottanta, con avventure in giro per la città e non chiusi davanti al pc, ed è per questo che può piacere anche a chi non è più piccolissimo e può essere una storia che unisce più generazioni, i bambini di ieri che giravano per le città e quelli di oggi che sono soli davanti ad uno schermo.
Il gatto Nero è il grande protagonista, il personaggio che crea tutti questi cambiamenti, e che simboleggia l’amore per gli animali disinteressato e che alla fine risulta vincente, e questo senza anticipare i colpi di scena finali della storia e la fine di quest’avventura.
Nero è un libro interessante e nuovo, una favola che a tratti profuma d’antico ma parla dell’oggi, una storia per gattofili e per chi cerca la sua strada o ricorda quando la cercava, una manciata di pagine che si leggono con piacere. Un buon inizio per la collana Apprendisti lettori, che vuole creare nuovi amanti della carta stampata.

Angela Di Bartolo è nata a Bologna dove vive tuttora. Laureata in Scienze Politiche, lavora presso il suo Comune come Assistente Sociale. Le sue passioni, oltre alla letteratura, sono il giardinaggio, la storia e l’archeologia.
Negli ultimi anni ha partecipato con successo a concorsi per racconti di genere fantastico, fra i quali il Premio Sentiero dei Draghi con Ottobre (poi pubblicato nell’antologia Il Ritorno, ed. Lulu, 2008), il Trofeo RiLL con Ponti (uscito in Cronache da Mondi Incantati, ed. Nexus, 2009), SFIDA con Relitti (in Riflessi di Mondi Incantati, ed. Giochi Uniti, 2010), Nostos (ne Il Carnevale dell’Uomo Cervo e altri racconti, ed. Wild Boar, 2012) e La conquista (in Perchè nulla vada perduto e altri racconti, 2013). Il racconto Proxima è stata pubblicato da Ciesse Edizioni nell’antologia Favole della Mezzanotte, 2011, a cura di Stefano Pastor. Ha pubblicato nel 2014 con Runa Editrice Per altri sentieri, antologia di racconti fantastici.

:: Una levatrice a New York, Kate Manning, (BEAT, 2014) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2014

kate manningNella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
Una levatrice a New York inizia con toni dickensiani da romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo all’espediente caro anche al nostro Manzoni del ritrovamento di un manoscritto inedito con tanto di autocensure di parolacce riportate direttamente, e poi evolve in una ricostruzione appassionante e cruda della professione medica rapportata alle donne nell’Ottocento, dove fino ad un certo punto contraccezione e aborto erano tollerate a patto che non se ne parlasse troppo e dove il ruolo della donna come medico era disprezzato da parte dei dottori uomini, che intrapresero una vera e propria crociata contro ostetriche e levatrici estromettendole dalla professione.
Annie, ispirata al personaggio reale della levatrice Ann Lohmann, con qualche aggiunta romanzesca che rende il tutto più pepato, è un personaggio interessante, che mescola le eroine dei romanzi d’appendice dell’Ottocento con moderne istanze femministe e discorsi che, al di là della contestualizzazione di un’epoca restituita con cura, sono sempre attuali e interessanti. Antesignana di dottoresse come Margaret Sanger, che portò il dibattito sulla salute della donna e sui suoi diritti riproduttivi ad un livello ufficiale di battaglia, Annie aiuta sia le donne che vogliono essere madri che quelle che si trovano in difficoltà, scontrandosi con povertà, una cosa che lei conosce bene, ignoranza, violenze, incoscienza, sopraffazione, fino ad arrivare ad un processo che può distruggerla e ad un colpo di scena che cambierà la sua vita.
Un romanzo con l’anima ottocentesca ma con un fondo di impegno sociale, un libro da leggere come evasione ma anche come pamphlet contro chi vorrebbe ancora oggi riportare indietro l’orologio della Storia, una storia femminista e militante che svela retroscena e vite della Grande Mela quando era un universo per lo più di disperati da diverse parti del mondo, in cui chi stava peggio erano proprio le donne e i bambini. Da leggere se si hanno a cuore i diritti e se si cerca una storia che racconta di lotte e libertà senza retorica, partendo dalla realtà.

Kate Manning ha scritto e prodotto diversi documentari, con cui ha vinto due Emmy Awards e un Edward R. Murrow Award. Collabora con il New York Times, il Los Angeles Times Book Review, Glamour, ed altre riviste e quotidiani. Una levatrice a New York è il suo secondo romanzo.

:: La ragazza indossava Dior, Annie Goetzinger, (Bao Publishing, 2014) a cura di Elena Romanello

6 dicembre 2014

la ragazzaDi solito si pensa che i fumetti abbiano a che fare soltanto con storie di genere fantastico: effettivamente molti fumetti sono di genere fantascientifico e fantastico, ma da tempo ormai il medium delle nuvole parlanti viene usato anche per raccontare storie diverse, tra attualità e storia, e qualcuno chiama quest’evoluzione graphic novel. Alle graphic novel si sono dedicate varie case editrici del nostro Paese, presentando prodotti non più seriali come i fumetti propriamente detti, ma opere spesso in un unico volume, presenti nel circuito delle fumetterie e delle librerie.
Per molti non è ancora esistente un rapporto tra donne e fumetti, e dire che negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale sia le lettrici che le autrici, e le storie scritte da donne e rivolte alle medesime spesso sono tra le più originali, come dimostra uno dei titoli più recenti della Bao Publishing, La ragazza indossava Dior di Annie Goetzinger, autrice che in passato ha scritto opere più militanti, tra femminismo e altre tematiche sociali, e che stavolta sceglie di raccontare una storia solo all’apparenza più soft.
Annie Goetzinger racconta, attraverso gli occhi del personaggio inventato Clara, figlia di una sarta che vuol diventare giornalista di moda, l’epopea della Maison Dior, che nella Francia dell’immediato dopoguerra, ancora in preda a razionamenti e rigore, creò uno stile da sogno e da fiaba, fatto di abiti principeschi, che portarono critiche perché venivano visti come uno schiaffo alla miseria ma rilanciarono anche la moda e un settore dell’economica d’oltralpe.
Il tutto viene restituito in un volume curato, con disegni che si rifanno a foto e atmosfere d’epoca, in una mescolanza tra personaggi noti e inventati, che omaggiano figure famose, come la protagonista Clara che ricorda un’icona della moda e dello stile come Audrey Hepburn. Un breve periodo, dieci anni, tra il 1947 e il 1957 quando Dior morì avendo creato sogni e immaginari che periodicamente ritornano sulle passerelle e non solo, che rivive nelle pagine del volume, più incentrato sulla scoperta e restituzione di un’epoca che non sulla nostalgia.
La ragazza indossava Dior è una storia disegnata interessante per tanti motivi: per scoprire o riscoprire un periodo ormai entrato nel mito della storia del costume e della società europea, per rivivere una pagina della propria gioventù (ecco un titolo da regalare a genitori e nonni per far capire cosa sono i fumetti), per chi è interessato alla storia delle donne in tutte le sue forme, per capire il potenziale che hanno le nuvole parlanti, non solo raccontare storie di pura fantasia ma anche altro, favole moderne realistiche di momenti unici, non tragici, ma sempre pagine della Storia del nostro mondo.
Annie Goetzinger, La ragazza indossava Dior, Bao Publishing 19 euro.

Annie Goetzinger Artista sensibile, dal tratto elegante e dallo sguardo attento al mondo femminile, Annie Goetzinger è una delle disegnatrici più rappresentative del fumetto francese. Esordisce nel mondo della bande dessinée dando un grande contributo a riviste antologiche quali Pilote, Circus e Fluide Glacial. Nel 1975 pubblica Casque d’or, opera che le vale due premi al Festival internazionale d’Angoulême. A partire dal 1980 dà vita al sodalizio artistico con lo sceneggiatore Pierre Christin, insieme al quale pubblica numerose opere.

:: Manuale di danza del sonnambulo, Mira Jacob, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2014

indexUn’opera prima di un’autrice non giovanissima, indo americana come il mondo che descrive nelle oltre cinquecento pagine del libro, che ha non pochi punti di interesse, anche se magari lascia qualcosa in sospeso e di poco convincente, nell’economia di una storia complessa e mai in ogni caso banale.
Mira Jacob, fotografa come la sua figlia letteraria Amina, racconta una saga familiare tra passato e presente, tra Seattle, Albuquerque e il New Mexico, con lutti e gioie, cibo e legami, ricerca di sé e richiamo delle proprie radici, scrivendo un libro scorrevole che parla di cose non proprio leggere ed evitando comunque alcuni cliché del genere incontro e scontro tra civiltà.
Si sa poco, letterialmente parlando degli indiani (dell’India) che vivono negli Stati Uniti: mentre su quelli naturalizzati in Gran Bretagna esistono saggi, romanzi, film e testimonianze, nel crogiolo d’oltreoceano se ne è parlato poco, ed è interessante vedere come se la sono cavata in luoghi non iconici a stelle e strisce, ma fuori dai circuiti della California e di New York. Interessante anche il rapporto con la cultura dei Nativi americani, chiamati per anni anzi secoli a torto indiani, e l’autrice dice di aver voluto trattare cosa vuol dire essere immigrati in quello che è un Paese in definitiva rubato ad altri, cosa evidente in Stati profondi come il New Mexico, terra di frontiera con il deserto e il mondo di altri popoli ora ridotti nelle riserve o come mero folklore.
Si parla di donne, con Amina, la classica esponente della seconda generazione dell’immigrazione, giunta nel suo nuovo Paese da bambina e che si è costruita una vita lì pur con i condizionamenti di una cultura che ha permeato la sua vita, ma anche con sua madre Kamala, rimasta legata a quell’altro universo, simboleggiato, e non è una novità ma funziona sempre, dalla cucina. Da segnalare che per una volta si parla di culture diverse, di abitudini diverse, di problemi che possono insorgere, ma non si cade nei soliti stereotipi di raccontare di donne oppresse da tradizioni arcaiche. L’indianità c’è, in Kamala e in Amina, fa parte della loro identità, sia pure in maniera diversa per età e esperienze, ma non in contrasto con altro, è un elemento della loro vita importante e che non preclude poi ad un percorso di affermazione, con strumenti diversi, in un mondo che non è il loro.
La fotografia è un altro tema importante della storia, un qualcosa che l’autrice conosce bene per esperienza diretta, e la fotografia secondo Roland Barthes poteva creare anche stati alterati della mente, ed ecco che si trovano altri due argomenti della storia, le allucinazioni del padre e il sonnambulismo del fratello, patologie che esistono da sempre e che sono viste come stadi ai confini della realtà, che qui rendono il libro ricco di quello che viene chiamato realismo fantastico, una storia in cui convivono tanti elementi.
Poi, forse il tutto è a tratti un po’ superficiale, si sentono poco gli ambienti, che sia in Occidente che in India, ma la storia scorre e riesce a parlare in maniera non pesante di argomenti estremamente impegnativi, dando un ritratto di una famiglia, tra umorismo e tragedia, e dell’incontro tra culture e modi di vivere diversi, argomenti quanto mai attuali oggi.

Mira Jacob è una scrittrice indiana-americana. Ha fondato il Pete’s Reading Series a Brooklyn, ha lavorato come web-editor e ha insegnato scrittura creativa a New York, New Mexico e Barcellona. I suoi scritti sono stati pubblicati su libri, riviste, tv e sul web. Attualmente vive a Brooklyn con il marito documentarista Jed Rothstein e un figlio. Manuale di danza del sonnambulo è il suo primo romanzo.

:: Addio a P. D. James, signora del giallo e non solo, a cura di Elena Romanello

4 dicembre 2014

AVT_P-D-James_74041Novantaquattro anni sono un’età ragguardevole, ma si vorrebbe comunque che certe persone non morissero mai, come P.D. James, autrice di gialli e non solo da oltre cinquant’anni, tra i nomi più amati degli ultimi decenni, capace di prendere in mano la lezione dei classici del genere e di renderli interessanti e fruibili anche dal pubblico di oggi.
Oltre a scrivere, l’autrice è stata per anni dipendente del British Civil Service, seguendo in particolari i settori della polizia e del ministero dell’Interno, esperienze che senz’altro le sono state molto utili, oltre che eletta alla Camera dei Lord e nel consiglio di amministrazione della BBC.
Il suo primo libro è Copritele il volto, del 1962 dove appare il suo personaggio feticcio, l’ispettore Adam Dalgliesh di Scotland Yard, che tornerà in altre storie e indagini. Tra gli altri romanzi dell’autrice ci sono titoli come Un lavoro inadatto ad una donna, in cui introduce un nuovo personaggio, la detective Cordelia Drake, Sangue innocente, storia dell’adolescente Philippa in cerca di informazioni sulla sua famiglia di origine che scoprirà realtà inquietanti e il fantascientifico I figli degli uomini, che ha ispirato anche un film alcuni anni fa, inquietante variazione sul tema della distopia. In tutto P.D. James ha scritto una trentina di romanzi, tra thriller e altro.
P. D. James ha anche scritto un’autobiografia, Il tempo dell’onestà e il manuale per amanti del thriller A proposito del giallo, in cui svela i meccanismi dietro ad un genere sempre verde e sempre amato e dà consigli di lettura e scrittura.
L’autrice ha concluso la sua carriera nel 2013 con Morte a Pemberley, seguito thriller di Orgoglio e pregiudizio e suo tributo a Jane Austen, dove Elizabeth e Darcy si trovano a dover investigare sulla morte di uno dei personaggi più discussi della storia, l’ambiguo Wickham, marito dell’esuberante Lydia.
I libri della James sono editi in italiano da Mondadori e sono di facile reperibilità sia nelle librerie che nelle biblioteche che nel mercato dell’usato e può essere senz’altro interessante prenderli o riprenderli in mano per ricordare un’autrice che ha riletto un genere modernizzandolo e parlando anche di tematiche scomode, come droga, terrorismo, pedofilia, violenza domestica, sempre con un’ambientazione rigorosamente british.

:: Fantasy Books a Cagliari, a cura di Elena Romanello

30 novembre 2014

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Sabato 29 e domenica 30 novembre Cagliari ospita la prima edizione di Books, festival della letteratura fantastica, inaugurando una nuova tradizione di eventi dedicati ad un genere amatissimo e valorizzando le eccellenze e gli appassionati di un territorio finora non attivo.
Il fantasy è oggi uno dei generi più amati, grazie e soprattutto anche alla letteratura, con fenomeni come la riscoperta di Tolkien, il successo di Harry Potter, la saga in tv e libro di Game of thrones e lo spazio dato in più al genere da varie case editrici, con l’emergere anche di autori e illustratori italiani.
Il festival, organizzato dall’associazione culturale Mondi sospesi, propone, nello spazio del Lazzaretto del capoluogo sardo, una serie di eventi, stand di case editrici, giochi di ruolo e autori e incontri, con un biglietto di ingresso di 5 euro.
Nel programma, un raduno potteriano per i fan letterari e cinematografici della saga che ha rilanciato il fantasy non solo in Italia, la presenza di autori come Aislinn con la saga di Angelize, Andrea Atzori che ha scritto la serie per ragazzi di Iskìda della terra di Nurak, Francesco Falconi che presenta le sue opere tra cui Muses, il blogger Eugenio Marica, il fumettista Massimo Spiga, Rafael Medina, debuttante con Rogo e Angela Ragusa, traduttrice di autori e autrici del calibro di Marion Zimmer Bradley e Terry Brooks. In programma anche vari altri eventi, tra cui la mostra dell’illustratore Luca Tarlazzi, autore delle copertine dei libri di George R. Martin nell’edizione italiana, workshop e dimostrazioni di giochi di ruolo.
Un evento a cui non resta che fare i migliori auguri, patrocinato tra gli altri dall’associazione Liberos, che vuole valorizzare l’incontro tra operatori culturali, non solo della Sardegna.
Il programma completo è disponibile nel sito ufficiale della manifestazione http://www.books.cagliari.it

:: Romeo storia di un lupo, Nick Jans, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2014

romeoIl rapporto tra uomini e animali selvatici è spesso oggetto di contrasti e problemi, che spesso finiscono nelle cronache, ma può anche dare momenti di incomparabile bellezza, oltre che un arricchimento esistenziale e spirituale che non si dimentica facilmente.
Ambientato in un Paese molto più selvaggio dell’Italia, l’Alaska, lo Stato americano più a nord, Romeo storia di un lupo di Nick Jans racconta una di queste storie di incontro scontro con il mondo selvatico, realmente accaduta e basata sull’esperienza dell’autore, un fotografo e scrittore, collaboratore varie testate, che dopo aver girato e vissuto in vari luoghi ha scelto questo posto ai confini del mondo come casa per sé, la moglie e i suoi quattro cani, scoprendone la bellezza ma anche l’arretratezza delle posizioni di certi suoi abitanti.
La storia dell’incontro tra Nick e Romeo avviene in un giorno di dicembre, mentre sta camminando con moglie e cane sul lago ghiacciato vicino a casa, e dopo che qualche mese prima una lupa è stata trovata morta nelle vicinanze. Lì per lì il lupo sembra minaccioso, ma poi succede qualcosa di incredibile: lui e il cane labrador di Nick si avvicinano e fanno amicizia.
Per alcuni anni Romeo, come è stato chiamato, convive con la comunità di Juneau, dimostrandosi socievole, affezionandosi ai cani e dimostrando con alcuni di loro degli istinti quasi da mamma, interagendo con le persone. Ma a qualcuno, anche con dietro agganci politici, questa cosa non piace e la vita purtroppo non è una favola, tenendo conto che esistono ancora luoghi comuni legati al folklore e a tradizioni dure a morire che vogliono uomini e lupi (di cui abbiamo addomesticato i cugini più prossimi, i cani) nemici implacabili e che la macchina del fango, con false accuse, può colpire anche e soprattutto gli animali.
Romeo storia di un lupo è una storia per tutti coloro che amano gli animali, non vedendoli come bestioline da cartone animato, ma come esseri trascinati insieme a noi nel turbine di questo mondo. Una storia ecologista e non retorica, corredata da un inserto a colori che documenta anche di come Romeo continui a vegliare su Juneau, un libro toccante per chi ama quella creatura sfuggente e misteriosa che è il lupo, che ha molto più in comune con noi uomini di quello che pensiamo e anche molto da insegnarci. Interessante anche il tuffo in un mondo estremo di foreste e ghiaccio, difficilmente visitabile perché fuori dai circuiti turistici, e estremamente affascinante anche se con non pochi lati oscuri.

Nick Jans è fotografo e scrittore. Autore di numerosi libri e articoli, collabora con «Alaska Magazine» e «USA Today». Dopo aver vissuto per anni sin dall’infanzia in giro per il mondo, a Washington e in altre città, ha scelto di vivere nella natura. Oggi vive con la moglie e 4 cani in una località remota dell’Alaska sud-orientale. Dalla sua esperienza in questi luoghi è nato Romeo. www.nickjans.com