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:: Un’ intervista con Pietro De Angelis, a cura di Elena Romanello

6 marzo 2017

deangelis1Pietro De Angelis ha recentemente pubblicato presso Elliot Il mistero di Paradise Road, recensito su Liberi di scrivere qualche tempo fa. Un libro insolito e originale, ed è per questo che è interessante sentire cosa racconta l’autore stesso sulla sua genesi.

Come è nata l’idea de Il mistero di Paradise Road?

Ogni libro nasce da una scintilla diversa; a volte è un luogo, altre un’idea di trama, altre ancora un personaggio. In questo caso, tutto ha avuto inizio dalla folgorazione di un’immagine, l’immagine di un oggetto, che sarebbe poi diventato l’invenzione al centro della storia. Da lì, il resto è venuto in modo conseguenziale. C’era solo un tempo e un luogo in cui quell’immagine, cioè quell’invenzione, sarebbe risultata credibile per un lettore: la Londra dell’800.

Perché, secondo lei, l’Inghilterra vittoriana continua ad affascinare così tanto?

Personalmente, ma la mia è una risposta parziale, da puro appassionato del periodo, sono convinto che siamo un po’ tutti figli dei Vittoriani. L’epoca vittoriana è stata un periodo di continua, esasperata evoluzione, esattamente come il nostro, in cui si sono vissute e sperimentate fortissime contraddizioni, e si sono formati in nuce alcuni dei caratteri sociali e culturali che poi abbiamo ereditato, e che continuano ancora oggi a segnarci in positivo o negativo. Il moralismo e l’individualismo borghese, la rigida divisione in classi, il culto del successo materiale, la separazione delle pulsioni inconsce dalla vita pubblica, con lo spostamento di tutto ciò che era considerato proibito in una dimensione parallela e sotterranea, l’inibizione e la repressione feroce degli aspetti ritenuti non vantaggiosi per l’affermazione mondana, il ruolo subalterno della donna e insieme la sua lotta per l’emancipazione, sono tutti aspetti ancora vivi nella nostra società attuale. Al tempo stesso, è stata un’epoca di incredibili scoperte e invenzioni tecnologiche, che hanno animato una grande fiducia nel progresso scientifico, e anche un periodo in cui il diverso, il deforme, l’insolito sono stati venerati in circoli ristretti, elitari, quasi come una forma di resistenza, un marchio di distinzione.

Pensa di tornare in questo mondo con altre storie?

Sì, come scrittore mi affascina molto la tensione tra Ordine e Caos, tra Legge e Natura, tra Repressione e Libertà, e come ho detto quest’epoca è il setting perfetto per storie che vogliano trattare temi simili.

Quali sono i suoi maestri e fonti di ispirazione per questo e altri libri?

La stesura de Il mistero di Paradise Road è stata lunghissima, ed estenuante. Quasi dieci anni di lavoro, tra ricerche, traduzioni, scrittura e editing. Ho consultato moltissimi testi, dai grandi classici vittoriani, ai romanzi neovittoriani, a saggi a tema vittoriano. Non potrei indicarne uno, senza far torto a tutti gli altri. Ma ci sono stati due libri in particolare senza i quali non avrei mai potuto scrivere il mio: Rooms near Chancery Lane, un libro particolarissimo, che descrive le vicissitudine del primo Ufficio Brevetti della Corona, ovvero il luogo dove lavora il mio protagonista; e i due pamphlet let Le quattro età della poesia di Peacock e Difesa della poesia di Shelley, che mi hanno fornito lo scenario culturale per incarnare il conflitto tra Prosa e Poesia, il cuore pulsante del romanzo.

Come vive la sua realtà di scrittore oggi in Italia e in una zona terremotata?

Viviamo in un momento molto strano, in cui si pubblicano moltissimi libri, e se ne leggono pochi. Ormai la sfida maggiore, per uno scrittore, non è diventata farsi pubblicare, ma tentare di assicurare visibilità e longevità al proprio lavoro. I nuovi social sono un grande aiuto, in questo, ma trovo che siano anche una grande distrazione, sottraendo spazio a quel silenzio, necessario per chi scrive, dal quale soltanto nascono le parole. Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, temo non ci sia una vera risposta. Per chi ha vissuto la tragedia del terremoto, niente sarà più uguale a prima. La nostra geografia del cuore è stata di colpo distrutta, cancellata da un giorno all’altro. Viviamo come all’indomani della fine di una guerra, con tutte le sensazioni e le emozioni contrastanti di un momento del genere. A volte prevale il dolore della perdita, altre volte la speranza e il desiderio di riscatto, ma siamo tutti consapevoli, in cuor nostro, che qualcosa di immensamente prezioso è andato perduto, e che non ci sarà mai più restituito, almeno nell’arco della nostra vita; ci vorranno molti, molti anni per tornare alla normalità. Queste macerie, però, sono pezzi della nostra storia, e tutto ciò che si può fare è amarle con ancora più forza e intensità delle case e delle strade che furono. Essere scrittori qui significa sentire tutto questo dolore, tutto questo amore, e lasciarsene colmare; significa sapere che, un domani, quando sarà il momento, se ne scriverà, e si darà forma e senso a ciò che ora appare come impossibile persino da descrivere.

:: I nerd salveranno il mondo, Fulvio Gatti (Las Vegas Edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

3 marzo 2017
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Fino a non molti anni fa i nerd erano visti dalla maggior parte della gente come decisamente strambi e fuori dal mondo, persi in passioni totalizzanti per i fumetti, la fantascienza, il fantasy, i giochi di ruolo e cose simili.
Oggi le cose sono cambiate, come racconta Fulvio Gatti, nerd anche lui a causa o per colpa della saga di Star Wars, grazie essenzialmente al fatto che fumetti e fantastico sono diventati un business di proporzioni planetarie, a fenomeni di costume come il serial The Big Bang Theory e a Internet. Nell’agile e appassionante libro edito da Las Vegas I nerd salveranno il mondo Fulvio Gatti racconta per sommi ma abbastanza curati capi la storia dell’affermarsi di un immaginario, partendo dalla sua esperienza ma non solo.
Il punto centrale è l’affermarsi del fenomeno Star Wars, nato come progetto di nicchia per George Lucas e soci, diventato un grande successo, poi dimenticato per un po’ di tempo se non dagli appassionati e ritornato alla ribalta da alcuni anni grazie ai film ma non solo.
Tra le pagine del suo libro Fulvio Gatti parla anche di altri importanti fenomeni, come le serie di culto, Star Trek e Game of thrones in testa, i supereroi americani tornati di grande interesse dopo i film a loro dedicati, i romanzi di fantascienza, l’immaginario inglese capitanato da Doctor Who. Spiace solo non trovare tra le pagine i manga giapponesi, fondamentali per la costruzione di un’identità nerd e otaku in chi era bambino o ragazzino tra gli anni Settanta e Ottanta, ma del resto su questo argomento ci sono altri libri, ed è interessante in ogni caso l’esaminare un mondo composito e fatto di tanti universi.
L’autore racconta anche della situazione italiana, dove i lavori creativi e intellettuali vengono snobbati e dove per esempio i mass media si disinteressano di un fenomeno di costume e di cultura pop come Lucca Comics & Games, l’evento più visitato nel nostro Paese, ma dove ci sono eccellenze come l’editore Bonelli e il successo nell’ultimo periodo di film come il fantasy Il racconto dei racconti e il fantascientifico Lo chiamavano Jeeg robot.
I nerd, secondo Fulvio Gatti ma il suo pensiero è suffragato dalla verità, sono ormai una forza anche economica ma soprattutto, con la loro capacità di raccontare e creare belle storie possono creare una vera alternativa di vita in un mondo in cui i bulli, i prepotenti e gli intolleranti vogliono prevaricare a tutti i costi. Nelle storie amate dai nerd si esalta il pacifismo, la collaborazione tra etnie diverse, l’apertura verso il nuovo e l’insolito, il superamento delle discriminazioni. E forse, con questi valori, i nerd potranno davvero salvare il mondo.

Fulvio Gatti è nato a Torino nel 1983 e vive in provincia di Asti. Specializzato in fumetti e cultura del fantastico collabora da una decina di anni per giornali locali e nazionali. Ha pubblicato un saggio su Star Wars, vari racconti e sceneggiato una graphic novel tradotta anche in francese. Svolge anche attività di traduttore e videomaker.

Source: acquisto del recensore.

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:: Il Fantastico secondo Alessia Mainardi, a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017

alessiamainardiAlessia Mainardi, parmigiana doc, è un nome noto da diversi anni a chi si occupa di cultura fantastica e frequenta le fiere: cosplayer storica, attivista sociale per i diritti dei disabili, autrice delle due saghe fantasy di Argetlam e Avelion e del romanzo steampunk Blink. Ma sentiamo cosa racconta lei stessa sulla sua vita e la sua arte poliedriche e interessanti.

Come nasce la tua passione per i generi del fantastico, steampunk e fantasy?

Potrei dire che questa passione nasce con me. Mi spiego meglio: fin da bambina adoravo le fiabe, inventavo storie fantasiose che raccontavo io a mia nonna e non viceversa. Crescendo questa mia inclinazione verso tutto ciò che è fantastico si è allargata abbracciando i libri che leggevo, non solo romanzi di genere, ma anche saggistica su mitologia, leggende, misteri e archeologia, in particolare egittologia; per poi passare ai film e le serie TV che seguivo e, ovviamente, anche i cartoni animati, non solo Disney, quanto più gli anime giapponesi, i quali mi hanno fatto approdare ai manga. Alla fine, quando sono diventata scrittrice, per me è stato naturale continuare nel solco della passione che mi è sempre appartenuta.

In che universo ti sei sentita più a tuo agio, in quello fantasy o in quello steampunk?

Sicuramente in quello steampunk. Come ho detto prima sono appassionata di mitologia, archeologia e anche di periodi storici più recenti, come quello vittoriano in cui lo steampunk affonda le sue radici. Avendo adorato i romanzi di Jane Austen così come le avventure di Sherlock Holmes descritte da Sir Arthur Conan Doyle calarmi in quell’atmosfera, condendola di un pizzico di magia e fantasia, per me è stato molto più stimolante che creare dal nulla un intero mondo nuovo come richiede il fantasy. Preferisco nascondermi tra le pieghe di ciò che è familiare e conosciuto e ribaltarne la concezione con qualche innovazione imprevista.

Cosa pensi della situazione di questi generi in Italia?

Da lettrice devo dire di trovare le proposte italiane riguardanti il fantasy spesso noiose e ripetitive, come evidenziano bene la somiglianza di trame e copertine, per questo mi avvicino più volentieri all’urban-fantasy e allo steampunk. L’offerta è minima se rapportata ad altri generi più di moda come il paranormal-romance o anche il filone distopico, anch’essi abusati più che sfruttati, ma come ho detto prima, questi generi che partono da un periodo storico preciso, da una realtà comune a tutti, e poi la stravolgono, spesso racchiudono trovate originali e molto apprezzabili che non sono presenti in altri generi. Da scrittrice dunque, pur avendo esordito con una trilogia fantasy classica, me ne sono allontanata quasi subito, poiché desidero proporre ai miei lettori ciò che io per prima trovo differente e godibile.

Vuoi raccontare qualcosa della sua esperienza nel cosplay e del libro che hai scritto in tema?

La mia parentesi cosplay rientra nella mia passione per il fantastico, i film, gli anime e i manga. Era un modo per rendere reali i personaggi che amavo vestendone i panni. Il che da la possibilità di sfidare se stessi facendo cose che normalmente non rientrano nella nostra routine e, anche, di rapportarsi con gli altri dimenticando timidezza e inibizioni. Attraverso il cosplay si impara qualcosa di più del recitare un testo a lungo provato su di un palco, l’immedesimarsi in un personaggio al punto da renderlo reale per chi ti incontrerà in fiera e con cui dovrai interagire.
In più essendo io disabile, affetta da una malattia genetica rara che si chiama Atassia di Friedreich, cominciai a fare cosplay subito dopo la diagnosi come reazione alla mia condizione, scoprendo che con un costume addosso non ero più la ‘povera ragazza disabile’ di cui avere pena, bensì una cosplayer come tante altre, una del gruppo. Con il cosplay prendevo una pausa da me stessa e per assurdo, nei panni di un personaggio irreale, mostravo agli altri la vera me stessa, senza le limitazioni della mia malattia. Ero ciò che volevo essere.
Questa mia scoperta ho voluto inserirla nel libro autobiografico Alessia in Cosplayland proprio per condividere ciò di cui mi ero accorta e che ho sperimentato in prima persona, ovvero che, come scrivo nel testo, a volte ‘la disabilità è solo questione di punti di vista’ e ‘la volontà è ciò che rende chiunque in grado di realizzare anche l’impossibile’. Se non avessi imparato a guardare la mia disabilità da un’angolazione diversa, prendendola non come limite, ma semplicemente come un differente punto di partenza, non sarei dove sono ora a fare quello che faccio.

Prossimi progetti?

Come editore insieme ad Ailus Editrice, l’associazione di cui sono presidente, nata dalla passione di un gruppo di scrittori, illustratori e lettori, che ha lo scopo di far conoscere il mondo del fantastico a 360 gradi, pubblicando i lavori dei suoi artisti e collaboratori, davvero molti che mi vedranno impegnata per tutto il 2017. Come autrice, ho abituato i miei lettori ad avere un mio libro nuovo all’anno e non li deluderò. A novembre potrete leggere un romanzo che ho ribattezzato di ambientazione archeo-fantasy in cui saranno chiamate in causa le divinità dell’Antico Egitto, una delle mie passioni più vecchie e radicate.

Per ulteriori informazioni su Alessia visitare il suo sito ufficiale www.alessiamainardi.net e quello dell’AssociazioneAilus Editrice: www.ailuseditrice.it

:: Tra Sandokan e Salgari: Yanez De Gomera il bohemien dei mari maltesi di Felice Pozzo (Bibliografia e informazione, 2016) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017
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Emilio Salgari, maestro italiano dell’avventura sotto varie forme, dal romanzo storico alla fantascienza, continua ad appassionare, almeno chi è cresciuto con lui e i suoi libri, e magari anche gli adattamenti in tv, come l’ormai mitico sceneggiato Sandokan di quarant’anni fa.
Un autore così prolifico offre infiniti spunti su cui riflettere e da studiare, e nel saggio Tra Sandokan e Salgari: Yanez de Gomera il bohemien dei mari maltesi Felice Pozzo, uno dei massimi studiosi in materia, racconta uno dei suoi personaggi più amati, anche se all’apparenza secondari, per le edizioni Bibliografia e Informazione.
Yanez, migliore amico di Sandokan e suo complice in un’epopea che dura tanti libri, per molti è stato una sorta di alter ego dell’autore, un europeo che sceglieva di andare a vivere in un mondo non suo diventandone parte e condividendo le istanze di quei popoli, trovando là casa e ideali. Senz’altro Yanez, interpretato in tv in maniera mirabile da Philippe Leroy, è e resta uno dei personaggi più interessanti tra i tanti creati da Emilio Salgari, tra cui spiccano anche tante eroine decisamente in anticipo sui suoi tempi: leggere il saggio di Felice Pozzo è davvero come fare un tuffo nel passato, attraverso tutte le avventure di Yanez, con citazioni di brani dei libri e evoluzione di una figura che da avventuriero un po’ bohémien in cerca di avventure diventa il brahimo dell’Assam sposato con una donna indiana, secondo una serie di principi di multiculturalità che erano cari a Salgari ben prima che diventassero di moda e oggetto di dibattiti tra fazioni opposte.
In parallelo Felice Pozzo racconta anche la vicenda umana di Emilio Salgari, i suoi successi indubbi ma anche il suo folle lavoro, i suoi problemi familiari e personali, la sua morte prematura, ma anche i suoi interessi paralleli ai suoi libri, dalle traduzioni di Dumas all’attenzione per l’epopea del Risorgimento.
Tra Sandokan e Salgari è un libro che non può non mancare nelle biblioteche degli amanti di Salgari, sia di chi lo è da lungo tempo sia di chi l’ha scoperto magari in maniera fortuita e recentemente. I libri di Salgari continuano ad essere presenti nel circuito librario, sia delle novità che delle occasioni, anche senza più il supporto di recenti sceneggiati, e questo è un bene. Interessante però anche scoprire cosa c’era dietro ai suoi libri e ai suoi personaggi

Felice Pozzo, vercellese, è studioso salgariano, cinefilo, collezionista bibliofilo e appassionato di fumetti. Ha scritto vari saggi su Salgari e la sua produzione romanzesca, tra cui citiamo Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri, Nella giungla di carta. Itinerari toscani di Emilio Salgari, Emilio Salgari e dintorni, Il corsaro nero e Il laboratorio magico di Emilio Salgari. In questo periodo sta approfondendo i rapporti tra Salgari e la fantascienza, e tra Salgari e gli autori che si ispirarono a lui.

Source: dono dell’autore, si ringrazia Felice Pozzo.

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:: Per ricordare Primo Levi, a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2017

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L’11 aprile di trent’anni fa Primo Levi, uno dei massimi testimoni della Shoah, si suicidava dopo una vita passata a raccontare il suo dramma non certo individuale con fermezza e senza rancori, un gesto che sconvolse sia chi era della sua stessa generazione sia i giovani che erano cresciuti leggendo i suoi libri.
In attesa di celebrare l’anniversario ad aprile con varie iniziative in tutta Italia, nel Grattacielo del San Paolo di Torino si svolgeranno nel mese di marzo alcuni incontri con letture ad ingresso libero per raccontare l’uomo, lo scrittore, il testimone, l’intellettuale e il chimico, tutti aspetti presenti nella vita di Primo Levi e vissuti da lui in maniera parallela.
I tre incontri sono il 1 marzo alle 21 con Gioele Dix che leggerà brani di Primo Levi su Auschwitz, il 9 marzo Sonia Bergamasco che leggerà Primo Levi sulle invenzioni e i racconti di anticipazione e il 16 marzo Fabrizio Gifuni che leggerà dell’autore i brani sui mestieri. I singoli incontri saranno introdotti da Marco Belpoliti e Domenico Scarpa.
Trent’anni sono l’arco di una generazione, e in questi trent’anni Primo Levi non ha smesso di essere amato e letto anche da chi allora non era ancora nato. Di lui si sono scoperti altri aspetti oltre a quello di testimone dei lager nazisti, visto che era un narratore, anche di fantascienza, un uomo di scienza e cultura, un pensatore di rango internazionale. Oggi le sue opere sono disponibili in varie lingue e traduzioni, ed è uno dei pochi autori italiani contemporanei ad essere stato tradotto integralmente nei Paesi anglosassoni, dove per altri nomi sono usciti solo alcuni libri.
In Italia Primo Levi è pubblicato da Einaudi, in varie edizioni, e da un suo libro, La tregua, è stato anche tratto l’omonimo film di Francesco Rosi. Da segnalare inoltre anche il gruppo di lettura in corso alla Biblioteca Ginzburg in via Lombroso 16 dedicato proprio alla fantascienza di Primo Levi, i cui prossimi incontri saranno il 7 marzo, il 4 aprile e il 16 maggio alle 17 e 30.
Le sue storie quindi hanno ancora molto da dire, per la loro varietà e modernità: la prima storia parlerà del suo aspetto più noto, quello relativo alla deportazione e il suo ritorno a casa, mentre la seconda verte su racconti in cui spesso filtrò qualcosa del suo vissuto, in chiave magari fantastica e la terza sarà incentrata sul suo lavoro di chimico, che per anni lo assorbì.
La sede degli incontri è il Grattacielo Intesa San Paolo a Torino in corso Inghilterra 3, l’ingresso è gratuito su prenotazione, per ulteriori informazioni contattare l’Ufficio Media Attività istituzionali, culturali e sociali della San Paolo allo 011 5556203 o via mail a stampa@intesasanpaolo.com

:: Il mistero di Paradise Road, Pietro De Angelis (Elliot edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2017
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Nella notte del 15 gennaio del 1875, a Paradise Road, via di linde casette a schiera di persone della media borghesia, morirono nello stesso momento dodici persone, di varia età e non in condizioni di malattia, apparentemente senza motivo. Il fatto rimase un mistero sia per Scotland Yard che per la scienza.
Solo anni dopo emerge una possibile verità dal racconto di un uomo ricoverato in un manicomio: Lionel Morpher era un impiegato esemplare dell’Ufficio Brevetti che si era posto alcuni obiettivi fondamentali nella vita, come farsi una famiglia con Alphonsine. Ma qualcosa era andato storto, e Alphonsine si era appassionata alla poesia e poi ad un giovane poeta, con cui progettava di fuggire. A nulla erano valse minacce e lusinghe di Lionel, che aveva deciso di cercare di salvarla e ricondurla alla ragione con l’aiuto di una macchina misteriosa che si era procurato per vie traverse, che invece aveva causato la tragedia nella via.
Ancora una volta le atmosfere della letteratura vittoriana risultano vincenti anche oggi, con echi di Wilkie Collins e R.L. Stevenson, in un libro scritto oggi che immerge in quel mondo senza dimenticare tutte le suggestioni possibili, comprese quelle sociali, positiviste e steampunk.
Il mistero di Paradise Road ha diversi livelli di lettura: è un giallo paranormale di ambientazione ottocentesca, ma anche un esempio di narrativa d’anticipazione nel passato oltre che un quadro della società del tempo, raccontata anche in quegli aspetti privati di cui gli autori vittoriani non potevano tanto parlare, con riferimenti al ruolo subalterno della donna, visto che al centro di tutto c’è la ribellione di Alphonsine che viene trattata dal marito Lionel come una pazza da rinchiudere o da curare, ma anche a come veniva trattata la malattia mentale e a come erano risolti i problemi di disagio personale.
Un libro forse insolito nelle proposte editoriali di oggi, ma intrigante e senz’altro gradito per molti, visto che la fascinazione per l’epoca vittoriana è costante, raccontato da una voce italiana che si trova molto a suo agio in questa Londra nebbiosa e attratta dal progresso scientifico come soluzione a tutti i mali, sociali e dell’animo, a costo di crearne altri.

Pietro De Angelis è nato nel 1973 ad Ascoli Piceno. Dopo gli studi in filosofia, ha frequentato la Scuola Holden a Torino e il Corso per sceneggiatori Script/Rai a Roma. Nel 2006 ha pubblicato il manuale di scrittura creativa Il mondo narrativo. Come costruire e come presentare gli ambienti e i personaggi di una storia (Lindau). Sotto pseudonimo, ha esordito con il romanzo Primi riti del dolce sonno (Zandegù, 2006) e ha curato la raccolta collettiva di racconti The Sleepers. Racconti tra sogno e veglia (Azimut, 2008). Questo è il suo secondo romanzo.

Source: inviato dalla casa editrice al recenore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Il marchio dell’inquisitore, Marcello Simoni, (Einaudi, 2016), a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2017
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La Roma seicentesca è un mondo pericoloso, dominato da vari poteri, non ultimo quello dell’Inquisizione, che non riesce a frenare fermenti e voglia di cambiare, grazie anche all’invenzione della stampa, una delle più trascinanti e per certi versi devastante per l’ordine costituito di tutti i tempi.
In un torchio tipografico viene ritrovato il cadavere di un uomo, un religioso, con in bocca un pezzo di carta con un brano di un libro libertino considerato eretico: su questo crimine, perpetrato alla vigilia dell’inizio del XIII giubileo indaga Girolamo Svampa, membro dell’Inquisizione ma anche scienziato, esperto di demonologia e stregoneria, in cerca sempre e comunque di una verità, anche misteriosa come il marchio che ha sul collo, un roveto ardente, testimonianza di un passato forse da dimenticare.
Con i fidi padre Francesco Capiferro e Cagnolo Alfieri, un bravo (sì proprio quelli di cui parlava anche Manzoni) che conosce tutti, Girolamo Svampa cerca di chiarire il come e il perché di questa morte truculenta e scomoda, partendo dalle sue doti investigative, che si basano sulla certezza di cosa è già accaduto. Ma presto Svampa e i suoi colleghi si troveranno in un mondo di bugie e di pericoli, di verità non dette e segreti che è meglio non svelare e il morto nel torchio non resterà solo man mano che ci si avvicina ad una verità che può essere davvero scomoda per molti.
Marcello Simoni torna in libreria con un nuovo libro pubblicato presso un altro editore dove parte a raccontare una nuova epoca, la Roma barocca di Caravaggio e Bernini, che mise al rogo Giordano Bruno e fece abiurare Galileo Galilei. Il risultato è di nuovo interessante, perché anche stavolta l’autore ci porta in un’epoca che solo all’apparenza è lontana e buia, perché sa renderla interessante e avvincente, raccontandone splendori e miserie, contraddizioni e grandezze, lati oscuri e quanto ha introdotto poi la modernità che è arrivata fino a noi, nelle vie di una città come la Roma barocca dove ancora in parte oggi ci si può immergere.
Un giallo storico, certo, ma anche il quadro di un mondo in profonda crisi e trasformazione, dove la possibilità di poter stampare i testi aveva aperto nuove possibilità anche di dissenso. Stavolta Marcello Simoni sceglie il registro di un giallo storico meno d’azione e più di deduzione, con un omaggio a Umberto Eco e a Il nome della rosa e un antieroe come investigatore che è inserito nel sistema religioso del tempo ma forse è anche pronto a scoprirne difetti e novità. Il tutto sperando, ma ci sono buone probabilità, che ritroveremo Girolamo Svampa, uomo forse in anticipo sui suoi tempi affascinanti, crudeli e corrotti, in nuove avventure.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il Sessantesimo Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016). È tradotto in venti Paesi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La moglie perfetta, Roberto Costantini (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017
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Nel 2001 in una Roma assolata si intersecano le vicende di due coppie: da un lato il professore italoamericano di matematica Victor Bonocore, in Italia per impegni accademici, con la moglie Nicole Steele, dall’altra il pubblico ministero Bianca Benigni e il marito Nanni, psicoterapeuta. Due coppie che nascondono non pochi segreti, come le violenze di Victor su Nicole, che spinge la donna a chiedere l’aiuto di Nanni come terapeuta, attratto da lei ma anche dalla sua sorella sexy e pericolosa, Scarlett, che fa emergere i suoi mai sopiti problemi coniugali.
In parallelo compare il commissario Michele Balistreri, alle prese con il suo passato mai risolto legato anche ai legami poco chiari di suo padre con la mafia e ai suoi con l’eversione di estrema destra. Balistreri si trova a dover investigare sulla morte atroce di una ragazza, Donatella, che sembra risolta come un fatto di cronaca legato agli ultras fascisti e ad uno di loro particolarmente pericoloso. Il tutto sembra chiudersi con la morte del principale indiziato, ucciso dal padre di Donatella che poi si suicida, ma Balistreri sente che forse c’è dell’altro a cui non riesce ad arrivare.
Tutto viene sconvolto dalla morte di Victor Bonocore, dopo gli ennesimi maltrattamenti contro la moglie Nicole, che ha cercato protezione da Nanni: il commissario Balistreri indaga insieme a Bianca Benigni, credendo di aver trovato la colpevole in Scarlet Steele e coinvolgendo nell’arresto anche Nicole. Ma tutto precipita, Nicole sparisce, Scarlett si prende quattro anni per falsa testimonianza e quello che poteva nascere tra Bianca e Balestreri rimane in un limbo perché lei preferisce trasferirsi da Roma per amore del figlio leggermente autistico.
Passano dieci anni, a Balistreri capitano tante cose, compreso il ritrovare una figlia che non conosceva: un giornalista che indagava sul caso, ormai malato, lo contatta e gli dà nuove dritte. Per il commissario è giunto il momento della verità, oltre che di reincontrare Bianca Benigni, un quasi amore mai dimenticato, ormai separata dal marito e con il figlio grande e finalmente autonomo.
Dopo la trilogia del male Roberto Costantini ripropone il suo antieroe, in un intreccio parallelo ai fatti raccontati nei precedenti libri, ma alla fine godibile anche senza conoscerli. Anche questa volta si mescolano passato e presente, un cold case mai risolto e il desiderio di giustizia, le manipolazioni e le bugie che ci sono in tutti i matrimoni, forse anche solo per amore o per un significato sbagliato dato a questo, gli errori che si vorrebbero nascondere e un futuro che potrebbe essere diverso, ma forse tutto è già deciso e impossibile da cambiare. Un romanzo più psicologico che d’azione, che racconta anche di certe realtà nascoste italiane, dove Michele Balistreri si conferma un personaggio complesso, certo scomodo, ma alla fine con una sua umanità che non possono non farlo apprezzare, circondato alla fine da gente molto peggiore di lui. Sperando ovviamente che questa non sia la sua ultima indagine.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), è ingegnere, è stato consulente aziendale e oggi è dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con protagonista il commissario Michele Balistreri, composta da Tu sei il male, Il male non dimentica e Alle radici del male, bestseller in Italia, già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, con cui ha vinto il premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”.

Source: acquisto del recensore.

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:: Addio a Jiro Taniguchi, a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2017

jiro-taniguchiA soli 69 anni se ne è andato Jiro Taniguchi, un mangaka che ha mostrato anche in Occidente le potenzialità autoriali del fumetto giapponese, molto popolare e amato dagli appassionati ma spesso, anche a torto, snobbato dalla critica come troppo seriale e commerciale.
Come altri suoi coetanei, Taniguchi è appassionato di manga fin da bambino, e iniziò la sua carriera come assistente di Kyota Ishikawa. Debuttò nel 1970 con Kurorohorumu (Cloroformio), e da allora si distinse per i temi insoliti che trattava nelle sue opere, a partire da Kareta heya (La stanza arida), storia breve incentrata su una stanza in cui l’autore aveva abitato e che era stata in precedenza una casa d’appuntamento. Nel 1971 vinse il premio Big Comics con Tōi koe (Voci lontane), mentre nel 1975 debutta con la sua prima serie, Namae no nai dobutsutachi (Animali senza nome), incentrata sugli animali appunto che saranno tra i suoi argomenti preferiti.
Nel corso degli anni Taniguchi collabora con lo scrittore Natsuo Sekikawa con cui realizza alcuni manga noir tra cui spicca la raccolta Tokyo killers e con Caribu Marley insieme al quale si occupa di raccontare storie ambientate nel mondo della boxe. Ma i suoi interessi sono vari, e vedono la nascita di opere diversissime, come Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan), da un classico della letteratura giapponese, Bocchan di Soseki Natsume, ambientato nel periodo Meiji (1868-1912), il fantascientifico Blanca, le serie di racconti Genju jiten (Enciclopedia degli animali primordiali) e Aruku hito (L’uomo che cammina), il romanzo di formazione a fumetti Chichi no koyomi (Al tempo di papà), Ikaru (Icaro), frutto di una collaborazione con Moebius, il thriller Sōsakusha (La ragazza scomparsa), il western Ten no taka (Sky Hawk) .
Jiro Taniguchi ha vinto alcuni dei più importanti premi fumettistici giapponesi, come il premio Osamu Tezuka, è stato insignito in Francia della medaglia di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dallo Stato francese e del premio della fiera di Angouleme ed ha partecipato nel 2011 a Lucca Comics and Games.
Le sue opere, spesso autoconclusive e storie comunque brevi, si distinguono per uno stile di disegno limpido e maturo e per tematiche incentrate su riflessioni sulla vita, i sentimenti, la società. Lo stesso Taniguchi si è sempre sentito un outsider nel mondo dei manga.
In Italia le sue opere sono edite da Coconino, Planet Manga e Rizzoli e sono di abbastanza facile reperibilità, oltre che molto interessanti per chi cerca storie nuove, tra i manga e non, nell’opera di un autore che in molti hanno definito un vero e proprio poeta.

:: Un’ intervista con Michele Arigano, a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2017

indexMichele Arigano, di Enna, è uno degli autori della Bonfirraro Press, con il romanzo La famiglia Pickard, inquietante horror con echi di molta narrativa fantastica. Liberi di scrivere, dopo aver recensito il libro, ha voluto sentire qualcosa di più dal suo autore.

Come è nata l’idea del romanzo?

Sono stato ispirato da quello che la mente umana può fare, l’idea del romanzo è nata dalla voglia di raccontare una storia colma di mistero, partire da un personaggio comune che pian piano scopre il suo lato oscuro, affascinato dai luoghi isolati e colmi di storia, da famiglie con segreti inconfessabili, il racconto è partito da un viaggio ma è a Woodcutterhill che la storia ha preso vita.

Come mai la scelta del genere horror?

Il mio interesse spazia dal genere horror, fantasy e al genere giallo/noir, ciò che preferisco è scrivere storie piene di mistero, per il mio primo romanzo il genere horror è quello che meglio si è sposato con quello che avevo in mente.

Chi sono i tuoi maestri?

Sicuramente Edgar Allan Poe è lo scrittore che più mi affascina, leggere i suoi racconti ti fa vivere quelle emozioni che vorrei trasmettere a chi legge i miei romanzi. inoltre aggiungo Stephen King il maestro del genere horror e non solo.

Come mai l’interesse per l’horror continua ad esserci?

Come ho già scritto sono affascinato da tutto ciò che è mistero, il mistero fa parte del genere horror, anche se altri miei romanzi saranno di altri generi, tornerò sicuramente al genere horror.

Cosa pensi della narrativa di genere in Italia?

In Italia poter apprezzare la narrativa di genere è complicato a causa delle poche opportunità che si danno hai giovani talentuosi di oggi.

Prossimi progetti?

Ho appena terminato di scrivere un romanzo giallo, ambientato nella mia città, Enna, per rendere più veritiero il mio racconto ho anche collaborato con il Commissario Mario Giannotta che mi ha aiutato a creare una storia coerente e colma di mistero.

:: La classe dei misteri, Joanne Harris (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

10 febbraio 2017
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Torna in libreria Joanne Harris, una delle autrici contemporanee più poliedriche e prolifiche, con La classe dei misteri, seguito non ufficiale de La scuola dei desideri, viaggio nei meandri dei collegi inglesi tra passato e presente, con toni thriller ma non solo.
Un nuovo anno è iniziato al St. Oswald, collegio antico dalle grandi tradizioni e dall’aspetto suggestivo, minato negli anni da alcuni fatti non proprio edificanti. Alla riunione di inizio anno l’anziano professore di lettere classiche Roy Straitley scopre con i suoi colleghi che si è deciso di scegliere un nuovo rettore, per dare nuovo lustro ad un’istituzione non cristallina e comunque legata ad una visione ormai forse superata di istruzione.
Il problema è che il nuovo rettore è Johnny Harrington, già studente di Roy, legato ad una brutta storia di decenni prima, tra bullismo, pedofilia, disagio giovanile, che il docente conosce e ricorda fin troppo bene. Tutto il corpo docente è entusiasta di questo nuovo arrivo che secondo loro non può portare che bene, ma Roy ricorda troppo bene un passato di anni prima e soprattutto non capisce come mai Johnny è tornato in un luogo da cui avrebbe dovuto voler stare alla larga. Man mano che l’anno procede ritornano fuori le violenze, le sopraffazioni e i problemi di un tempo, e il professor Straitley si trova di fronte ad un dilemma, tra denunciare il tutto e mettere fine a quella che sembra una maledizione che porta solo sofferenza ai ragazzi o chiudere gli occhi e salvare la scuola a cui ha dedicato tutta la sua vita.
La classe dei misteri è un libro complesso e avvincente, sospeso tra vari piani temporali, tra l’oggi e due passati, per raccontare le storie spesso tragiche di ragazzi e insegnanti, in un microcosmo che può segnare la vita e che è l’altro grande protagonista della storia, tra aule, dormitori, corridoi, anfratti nascosti. Un thriller per molti versi, ma anche un romanzo di formazione su modello vittoriano, oltre che un viaggio negli abissi dell’animo umano, con una denuncia non moralistica di gravi problemi come il bullismo, le violenze scolastiche, il disagio giovanile che può portare a comportamenti deviati come le crudeltà contro gli animali. Un romanzo intrigante, che può anche essere letto in maniera indipendente da La scuola dei desideri, capace di parlare di un microcosmo allucinante e di sicura presa, da cui resta difficile poi staccarsi, basato alla fine su un dilemma eterno, quello di voler cambiare, costi quello che costi, sperando che le cose migliorino, e il voler rimanere ancorati ad un passato come unico rifiugio della vita, tra il desiderio di giustizia e il voler dimenticare per un quieto vivere non sempre proponibile e sostenibile. Tutto questo in attesa della prossima sperimentazione di Joanne Harris, autrice che ha sempre e comunque qualcosa da dire.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno, e ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Dopo Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo, da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Le parole di luce (2013) e Un gatto, un cappello e un nastro (2014).
È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003), Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007) e Il piccolo libro di «Chocolat» (2014).

Source: omaggio al recensore della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La questione Silvana De Mari, a cura di Elena Romanello

8 febbraio 2017

imagesLe scorse settimane sono state segnate, a Torino e non solo, da una polemica che ha avvolto una persona nota principalmente come autrice fantasy ma che già in passato aveva dato prova di una certa qual intolleranza verso il prossimo che percepisce come diverso da sue idee preconcette e discutibili.
Silvana de Mari, un passato e presente come medico endoscopista e come psicoterapeuta, è da alcuni anni autrice di libri fantasy di discreto successo non solo in Italia: ha cominciato con L’ultimo elfo, L’ultimo orco e Gli ultimi incantesimi editi da Salani, poi è passata a Fanucci con L’ultima profezia del mondo degli uomini, L’epilogo e Io mi chiamo Yorsh, prequel di tutta la serie, per poi approdare a Giunti dove è in corso di pubblicazione la saga di Hania.
I suoi libri sono ben scritti, avvincenti e con contenuti validi, con spesso al centro la lotta contro l’ermarginazione, il rispetto per chi è diverso e con grande attenzione ai personaggi femminili, non fanciulline sottomesse e in cerca del principe azzurro ma guerriere e maghe forti e volitive, come è spesso del resto abitudine del genere. Stupisce quindi, quando si va ad ascoltare l’autrice dal vivo in conferenze e simili, di sentire deliri sempre più intolleranti.
Fino a qualche tempo fa il suo capro espiatorio era il mondo islamico, poi è passata ad una lotta su due fronti, uno contro il femminismo (che ha permesso alle donne di studiare, lavorare, viaggiare e scrivere libri..), sminuendo drammi come il femminicidio dandone la colpa alle donne che non accettano più di fare gli zerbini degli uomini, e l’altro contro gli omosessuali, con toni di una violenza verbale da far inorridire, volgari, antiscientifici e discriminatori. Silvana de Mari ha manifestato una visione della Storia, della società e della vita reazionaria, legata a schemi eterosessisti che francamente fanno rabbrividire, e accusa gli omosessuali di essere pazzi, violenti, portatori di malattie, potenziali pedofili e da tacitare per il bene dei bambini e non solo. Poi pubblica per il Giorno della Memoria delle struggenti poesie sugli ebrei nei lager, senza ricordarsi forse chi altro era chiuso in quegli orrendi luoghi di sterminio e morte, tra gli omosessuali con il triangolo rosa e le lesbiche tra le asociali a Ravensbruck.
Giustamente ci sono state levate di scudi contro l’autrice, prontamente spalleggiata da alcuni dei movimenti politici più retrivi d’Italia, con segnalazioni all’Ordine dei medici, denunce da parte delle principali associazioni gay, critiche da personalità politiche come Chiara Appendino, sindaca di Torino, città dove la De Mari lavora, lettere alla Giunti perché ponderi bene la continuazione di questo rapporto editoriale, commenti indignati di semplici lettori, perché certe idee non possono passare lisce.
Il problema grosso non è tanto che Silvana De Mari ostenti le sue idee nel suo blog o nella sua pagina Facebook, ma che vada a divulgarle nelle scuole o in luoghi di cultura, come biblioteche e circoli, lanciando strali e odio, e arrivando a dire che vuole che i suoi giovani lettori e lettrici diventino gli alfieri delle sue battaglie per una società oscurantista, razzista, omofoba, in cui le donne siano di nuovo relegate in ruoli subalterni e in cui nessuno si azzardi a dire che essere gay è una normale possibilità che può capitare a chiunque. La libertà di opinione e parola non è andare in giro a dire qualunque delirio e a spargere odio immotivato perché è un mio diritto, ci sono dei limiti, limiti che purtroppo la dottoressa e scrittrice di cui sopra ha ampiamente superato.
Per cui ci sono senz’altro da fare alcune valutazioni in merito a quanto sia opportuno invitarla a tenere conferenze in luoghi pubblici e a quanto sia opportuno che l’autrice continui ad essere pubblicata da un editore di ben altra levatura (con i due precedenti se ne è andata perché non accettava di edulcorare le sue idee). In più, bisogna avere la responsabilità delle proprie parole e azioni e chi si lascia andare ad odi e intolleranze è anche giusto che venga perseguito nelle sedi idonee da chi si sente danneggiato.
Il fantasy è un mondo fantastico, ed è bene che non venga sporcato da ideologie reazionarie che con questo genere non hanno niente a che vedere né da spartire.