:: Segnalazione di Il cavaliere di Islanda di Claudia Salvatori (Mondadori, 2012)

21 aprile 2012 by

Dal 24 aprile in libreria

Il libro: Islanda, fine XII secolo. Kveld Ulfr, figlio di un prete cattolico, discendente da Egill Skallagrimsson, stregone, guaritore, guerriero e assassino sanguinario, lascia la sua isola di ghiaccio e di fuoco per raggiungere l’Inghilterra dove, durante un torneo, si distingue per la sua straordinaria abilità con l’ascia la leggendaria arma di Egill – e viene notato da re Riccardo Cuor di Leone, che lo addestra e lo arruola nell’esercito della Quarta crociata. Le atrocità a cui viene sottoposto Kveld tormentano ulteriormente la sua anima, sconvolta dopo il saccheggio di Costantinopoli, dove cristiani muoiono per mano di altri cristiani. Disertore e ramingo, si reca nella città di Albi, dove la fede catara lo illumina. Quando Innocenzo III emana la bolla in cui mette al bando tutte le eresie, i catari incaricano Kveld di una missione importantissima: raggiungere e condurre al sicuro il mitico papa cataro, l’uomo misterioso e potente di cui si favoleggia ma che nessuno ha mai conosciuto…

L’autore: Claudia Salvatori (Genova, 27 luglio 1954) è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. È una scrittrice di romanzi che spaziano dal thriller al giallo al noir. I suoi titoli sono stati pubblicati da collane specializzate come Il Giallo Mondadori o Segretissimo (Mondadori).
Tra le sue opere più recenti: Il sole invincibile (Mondadori,2011) Il mago e l’imperatrice: Il volto nacosto di Messalina (Mondadori,2010).

:: Segnalazione di La Corsa Selvatica di Riccardo Coltri (Edizioni XII)

21 aprile 2012 by

Edizioni XII propone la versione digitale integrale de La Corsa Selvatica di Riccardo Coltri.

Dopo il successo ottenuto dall’edizione cartacea, la casa editrice lecchese pubblica in formato epub e mobipocket La corsa selvatica di Riccardo Coltri. Completa l’opera un’appendice di Dario Spada, tra i più noti saggisti su miti e folclore.
Il romanzo è disponibile sull’eshop di Edizioni XII, Amazon.it, Simplicissimus Book Farm e tutti i portali della piattaforma Stealth a 3,90 euro. Disponibile anche la versione demo gratuita di 50 pagine, in formato pdf.

Il libro: Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. Una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium.
Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri e banditi, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e di ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.

L’autore: Riccardo Coltri è interprete di un genere a cavallo tra fantastico e horror, che attinge nelle leggende alpine e mediterranee, portandoci con la sua scrittura elegante verso una realtà che potrebbe esistere (e forse è esistita) appena fuori dalla porta di casa nostra.
Oltre a molti racconti su diverse riviste e antologie, suoi sono il romanzo horror Non c’è mondo (2001, basato sulla leggenda di Giulietta e Romeo) e Zeferina (2007, fantasy ambientato nel Regno d’Italia, riedito in versione ampliata nel 2009).

:: Recensione di Il gioco della mantide di Mauro Saracino (Nulla Die, 2011)

19 aprile 2012 by

Il piccolo rettile stava prendendo il sole, reggendosi con i minuscoli artigli al bordo di una crepa nel muro. La vide mentre voltava il capo in direzione della macchina che stava facendo qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre. Era convinto che la lucertola fosse abituata al suono delle automobili e in qualche modo avesse imparato ad abituarsi ad esse. L’abitudine non era una buona cosa, anche lei avrebbe dovuto saperlo. Si accorse troppo tardi dell’automobilista sconvolto che stava per scontrarsi contro il muro assolato. Sennis la vide cercare rifugioall’interno della crepa senza fare in tempo. La vide volare verso il centro della strada, mentre lui si abbatteva sulla parete. Il suo ultimo pensiero fu per quella creaturina che non avrebbe mai potuto sopravvivere, storidita dopo un volo simile in mezzo alla carreggiata.

Il gioco della mantide edito da Nulla Die, secondo romanzo dello scrittore romano Mauro Saracino dopo l’horror La casa del demone edito con Asengard Edizioni, è un thriller, o meglio un romanzo di suspense con sfumature noir, piuttosto insolito che merita un’ attenta lettura alla luce del fatto che è il primo thriller dell’autore ed è ambientato in Italia evitando l’escamotage di molti autori esordienti che ambientano le loro storie in paesi che non hanno mai visto ne conosciuto a scapito della credibilità della vicenda, errore grossolano che ho commesso anche io nei miei primi tentativi di scrittura. Grottesco, surreale, in alcuni tratti anche troppo macchinoso, Il gioco della mantide è un romanzo in cui il protagonista non fa niente o quasi per attirarsi le simpatie del lettore. Daniele Sennis è un giovane arrampicatore, egoista e calcolatore che decide di sposare una donna che non ama per soldi. Se avesse scelto una timida ereditiera influenzabile e impacciata forse gli sarebbe andata bene ma Daniele commette l’errore di puntare su Elisabetta Rumeo, una donna ricca sì ma dura, manipolatrice, anche crudele, decisa a compare la sua vita se e solo se l’acquisto è vantaggioso. Per determinare questa eventualità decide di sottoporre il suo promesso, almeno è quello che gli dice durante un pranzo in un ristorante di lusso da vera mantide pronta a catturare la sua preda, ad una singolare prova: dovrà per un giorno farsi monitorare con telecamere e microfoni come una cavia da laboratorio. Daniele pensando di essere più scaltro e furbo accetta e sarà l’inizio di un giorno da incubo. Naturalmente niente è ciò che sembra, e il finale si rivelerà ancora più perverso e sadico di quanto possa apparire in un primo tempo ma quello che mi preme sottolineare oltre all’ originalità della trama e un certo coraggio nel presentare personaggi così sgradevoli ed esagerati, è una certa critica sociale, anche se velata e non troppo approfondita, che ha per oggetto il divario che esiste tra la gente comune e i ricchi e i potenti. Che quest’ultimi ragionino davvero come i personaggi di questo libro, pur con tutte le esagerazioni concesse all’autore, non è un ipotesi tanto inverosimile. La noia, il sentirsi al di la della legge e della morale, la convinzione di farla sempre franca, sono mali decisamente comuni nella nostra società. Questo merita almeno una riflessione.

:: Recensione di Il pontile sul lago di Marco Polillo (Rizzoli, 2011) a cura di Elisa Giovanelli

19 aprile 2012 by

Orta San Giulio, Caffè del Lago. Mario, Tancredi e Stefano si trovano per il solito aperitivo delle sette. E Gennaro dov’è? Come mai non è ancora arrivato? L’attesa del quarto amico è vana: Gennaro Vattuone, ex professore di latino e greco, è stato assassinato. Il suo cadavere giace sul pontile della sua villa: qualcuno gli ha sparato alle spalle. Il notaio Fabio Massimo Vattuone, figlio della vittima, chiama in aiuto il suo amico Enea “Baffo” Zottìa, vicecommissario della Questura di Milano. Zottìa lascia per qualche giorno il suo ufficio in via Fatebenefratelli, il suo matrimonio infelice con Enza e soprattutto il suo amato gatto per occuparsi di questo tragico evento che ha turbato la realtà apparentemente tranquilla e immutabile del piccolo paese sul lago. Gennaro Vattuone non era una brava persona: dispotico e tiranno anche col figlio, era stato soprannominato “Vaff’uone” dai suoi alunni. Rimasto vedovo, amava esercitare il suo fascino sulle donne, preferibilmente più giovani di lui, senza preoccuparsi del fatto che fossero impegnate con altri. Il suo omicidio sembra un’esecuzione. La porta di casa era chiusa: l’assassino è arrivato dalla villa accanto o si è fatto aprire dal professore? Perché una delle quattro statue in giardino, la Primavera, è stata girata in modo da dare le spalle al lago?
L’atmosfera d’altri tempi di Orta San Giulio ha come un effetto ipnotico che rende difficile far venire alla luce la verità. Il vicecommissario Zottìa, poi, è distratto: i suoi pensieri sono concentrati su Serena, il suo grande amore, che ha ritrovato nella sua recente vacanza a Positano e che ha pensato bene di fargli visita. Questa distrazione del vicecommissario rischia di far aumentare il numero degli omicidi, ma gli permette anche di comprendere meglio le motivazioni dell’assassino. L’amore infatti è il vero protagonista del romanzo, descritto in tutte le sue sfaccettature: da quello filiale a quello passionale, da quello appena sbocciato a quello ormai irrimediabilmente finito.
Timido e impacciato nella vita, ma deciso e risoluto nel suo lavoro, Zottìa riesce a districarsi tra i vari moventi e i diversi sospettati, facendo emergere la rete di tresche, segreti e menzogne che caratterizza quella piccola comunità.
Il pontile sul lago è un giallo classico, fatto di indizi e riflessioni, coerente con la piccola e provinciale realtà di Orta San Giulio. Il lettore segue il vicecommissario Enea Zottìa (qui alla sua terza avventura dopo Testimone invisibile e Corpo morto, entrambi editi per Piemme) nelle indagini e nelle sue vicende private senza frenesia e ansia, ma con i giusti tempi per conoscere la psicologia dei personaggi, prestare attenzione agli elementi relativi al caso e concedersi anche di ammirare il paesaggio.
Marco Polillo riesce con maestria a descrivere le atmosfere del lago. In poche righe tratteggia luoghi e personaggi, facendoli emergere in maniera vivida davanti agli occhi del lettore come una serie di scatti fotografici, proprio come quelle fotografie che saranno determinanti per la risoluzione del caso. Polillo è un fine indagatore dell’animo umano e dà ampio spazio all’approfondimento della psicologia femminile. Nel romanzo ci sono infatti diversi ritratti di donne che, con le loro varie sfaccettature, finiscono per mettere in ombra i personaggi maschili, deboli e meschini a parte poche eccezioni. Il vicecommissario Zottìa è una persona discreta, gentile che risolve i casi con buonsenso e ragionevolezza. Un personaggio malinconico, che pensa che il nostro è un brutto mondo, ma non per questo smette di sognare quando si tratta di Serena, l’amore della sua vita. L’indagine dura cinque giorni, la piacevole e avvincente lettura anche meno.

:: Segnalazione di Il caso Maloney La prima indagine del detective Joe Faraday di Graham Hurley (TimeCrime, 2012)

18 aprile 2012 by

Dal 26 aprile

“Uno dei migliori scrittori di crime d’Inghilterra.” The Independent

“Il caso Maloney è un thriller eccellente, dalla trama impeccabile, che consente al lettore di confrontarsi con una società, quella inglese, sull’orlo del baratro.” The Bookseller

“I crime di Hurley sono tra i migliori da quando il genere è stato inventato, circa mezzo secolo fa.”

Literary Review

Con Il caso Maloney, Graham Hurley inaugura una serie che in Gran Bretagna e in Francia ha fatto scalpore: thriller forti di una scrittura scabra e cristallina, e di una capacità di restituire la realtà della scena criminale con tale efficacia da annoverare tra i molti estimatori i più alti gradi della polizia e dell’investigazione del Regno Unito.

Stewart Maloney è scomparso nel nulla: l’ispettore Joe Faraday è convinto che sia stato assassinato. Ma ci si può basare su una semplice intuizione in un luogo come Portsmouth, una delle città più povere e violente d’Inghilterra, dove le uniche leggi sono il traffico di droga e il crimine, e la sola regola è l’omertà? Sprecare energie dietro un presunto caso di omicidio è una perdita di tempo che Joe non può permettersi. Ma Faraday sta lottando anche contro altro: sotto un cielo grigio che  incombe, nel quale solo il volo degli uccelli sembra avere ancora una direzione e un senso, i demoni di un passato che lo ossessiona non gli concedono tregua. Perché ritrovare Stewart Maloney vivo o morto è il perno intorno al quale ruota ormai la sua intera esistenza: e fallire significherebbe arrendersi a quei demoni, arrendersi alla follia…

Graham Hurley è nato nel 1946 a Clactonon-Sea, Essex. Dopo una fortunata carriera come documentarista, ha deciso di dedicarsi interamente alla scrittura. Il caso Maloney, primo thriller della serie che ha per protagonista Joe Faraday, consta al momento di dodici volumi e ha conosciuto un ampio consenso di critica e di pubblico; France 2 ha prodotto una fortunata trasposizione televisiva di quattro romanzi della serie. Hurley vive e lavora a Exmouth, nel Devon, con la moglie Lin, i tre figli e un gatto.

«Se siete convinti, come lo sono io, che alcuni settori della nostra società siano al collasso, tenete presente che la prima testimone del degrado al quale si è giunti è la polizia. Perché è la polizia la prima ad avere a che fare con la rottura dei vincoli familiari, con gli orrori di un’educazione sbagliata, con la povertà e le ingiustizie che questa implica. Quello di cui sono testimoni oggi gli agenti di polizia è spesso lo specchio di quello che domani ci riguarderà tutti.» Graham Hurley

:: Segnalazione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012)

18 aprile 2012 by

Dal 3 maggio in libreria

Il libro: Abbandonata dal marito e relegata in un modesto appartamento newyorkese, Anna Welles, garbata, colta e disperata donna di mezza età, frequenta party per single, scopo “affettuosa amicizia”. Una sera segue George, appena conosciuto, nel suo appartamento. Poche parole, un po’ di jazz e amore senza amore: quando esce dall’edificio, Anna è in una sorta di trance, dietro di sé lascia un cadavere e il suo ombrello giallo. Tornata alla ricerca dell’ombrello, incrocia Bernie, l’ispettore di polizia incaricato di indagare sul brutale omicidio. Fra Anna e Bernie, uomo malinconico, marito e padre infelice, nasce un legame profondo e delicato. Ma intanto l’indagine prosegue a Anna a poco a poco recupera la memoria di quanto è successo quella notte.

L’autore: Elsa Lewin è pischiatra, vive e lavora a New York. Io,  Anna è il suo primo romanzo. L’autrice ha anche aiutato a scrivere la sceneggiatura tratta dal romanzo. Serpent’s Tail la casa editrice inglese che ha acquistato i diritti del libro è famosa per la qualità delle proprie pubblicazione e per il prestigio letterario dei propri autori. Oltre a numerosi premi Nobel tra cui Herta Muller  pubblica in Gran Bretagna, tra gli altri Derek Raymond e Michel Houellebecq.

:: Recensione di L’apprendista becchino di Giuseppe Chiara (Todaro, 2012) a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2012 by

Due becchini, una bara, dodici lingotti d’oro al posto del cadavere,  la misteriosa scomparsa del tesoro ritrovato e un nuovo omicidio che porta un giovane apprendista necroforo della Liguria ad essere il primo e unico sospettato del misfatto. Chi arriverà sul luogo del delitto per acciuffare il colpevole? Molti potrebbero pensare al solito commissario, oppure ai detective alla C.S.I, ad impavidi giornalisti o affascinanti psicologi. Ecco dimenticatevi tutte queste tipologie di investigatori, perché il protagonista romanzo d’esordio di Giuseppe Chiara è Silvestro Scannabue di professione:apprendista becchino. Silvestro non è solo l’intrepido investigatore che cercherà di smascherare il vero colpevole, ma è anche il primo sospettato della morte di Anselmo, il becchino brutalmente assassinato nella solitudine della sua casa da single di mezza età. Il tutto è cominciato quando il sindaco del paese ha ordinato ai due becchini di riesumare la salma di un partigiano per l’inaugurazione di un sacrario. Detto fatto, Anselmo e Silvestro si mettono al lavoro, ma durante la traslazione della bara, quest’ultima cade dalle mani dei due dipendenti comunali e rivela un contenuto ben diverso dal corpo del partigiano Saetta. Nel feretro non c’è un corpo decomposto, ma dei luccicanti lingotti d’oro massiccio che prontamente l’anziano Anselmo pensa di tenere e di rivendere donando, in cambio del silenzio assoluto,  una piccola parte del guadagno al suo giovane aiutante Silvestro. I fatti vanno diversamente,  perché il becchino viene ritrovato cadavere, l’oro è sparito e sul muro scritto con il sangue c’è un nome: Silvestro. L’aiutante becchino, troppo imbranato e simpatico per essere l’ omicida, si dà alla vita da nomade aiutato dall’amico Ricky – una versione molto nostrana di Elvis Presley – e da Norma,  la sua adorata fidanzatina, nonché figlia del sindaco di paese, il brusco e cupo Annibale Scannalupi. Al ragazzo non piace la latitanza nascosto nella diroccata Casa dell’Impiccato, anzi le sue giornate trascorrono tra il repentino nascondersi dalle forze dell’ordine e la riflessione continua sugli eventi e sull’ambiguità caratteriale persone di Folà Scrivia, il paesello dell’entroterra ligure dove lui ha sempre vissuto assieme alla la nonna Ines dalla morte dei genitori. Silvestro pensa, ragiona e cerca di unire i vari tasselli per capire prima del maresciallo Losurdo chi ha veramente ucciso Anselmo, quell’uomo dal passato partigiano e affossatore alcolizzato dagli ambigui gusti sessuali nel presente, facendo poi ricadere tutte le colpe su di lui. L’ambientazione del primo romanzo di Giuseppe Chiara – progettista o meglio come definisce : impiegato “terminale” spiaggiato in un finto ufficio con un finto lavoro- è ambientato nell’Italia degli anni ’70 ed è un giallo nostrano ad alta tensione dove la calma vita della provincia ligure è scossa da un omicidio brutale. Silvestro è da tutti ritenuto carnefice, in realtà è vittima prescelta di un intreccio perfettamente architettato da un astuto assassino, la cui identità una volta scoperta sconvolgerà non solo l’apprendista becchino, ma tutti coloro che lo conoscono. Il ritmo di questo thriller è dinamico, ricco di colpi di scena e di situazioni tragicomiche che mi hanno ricordato molti film comici degli anni ’70, in particolare modo quelli con protagonista Fantozzi. Intendiamoci, qui il protagonista non è un ragioniere imbranato  sottomesso dai colleghi e con una famiglia da circo! Nel libro di Chiara c’è un adolescente un po’goffo, desideroso di studiare all’Accademia di Brera a Milano, ma gli eventi della vita lo portano a fare l’aiuto becchino nell’attesa di vedere realizzarsi, forse sì o forse no, il suo agognato sogno. Un lavoro che per Silvestro non è molto affascinante, ma la scomparsa del tesoro ritrovato e i fatti seguenti gli daranno il giusto scossone emotivo che lo indurrà a cambiare opinione e a fare i conti con un destino imprevedibile. Imbranato sì, ma allo stesso tempo tenace, innamorato, fedele, onesto e pronto a tutto – compreso il mettere a repentaglio la propria vita – pur di smascherare il colpevole. L’apprendista becchino è un libro piacevole, dove il protagonista sarà coinvolto in fughe rocambolesche in mezzo ai boschi con  mezzi di fortuna, sempre animato dal solo desiderio di scoprire e far conoscere al’intera comunità di Folà la verità. Quello che mi ha colpito del mondo creato da Giuseppe Chiara è la presenza di personaggi tipo: il politico corrotto, il militare onesto che ha dovuto cambiare atteggiamento lavorativo dopo il duro impatto con l’evidenza dei fatti, il giovanotto  ribelle, la nonna esempio di rigore e saggezza, il partigiano che fatica a reintegrarsi nella società, la coppia di fidanzatini che si promette amore eterno. Tutti stereotipi umani che rispecchiano modelli comportamentali di ieri e ancora oggi molto attuali. Perché dovreste leggere L’apprendista becchino di Giuseppe Chiara? Per divertirvi con un giallo ben scritto, dove gli avvenimenti si susseguono in modo incalzante, narrati attraverso lo sguardo limpido e innocente – in tutti i sensi – di un giovane uomo dall’animo puro e di grandi speranze.

L’apprendista becchino
Autore: Giuseppe Chiara
Ed. Todaro pp. 260 € 15,50

:: Recensione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2012 by

Quando il fucile sparò di nuovo, lo seppi. Capii perché ero venuto qui, che cosa dovevo fare. Ogni cosa divenne chiara come il vasto cielo azzurro. Non ero venuto al Nord per un nuovo inizio, per sfuggire alla città per trovare la pace e la felicità nella natura. Il mio destino non era di essere felice; non ero stato programmato per esserlo. Non ero nemmeno venuto al Nord per salvare qualcuno, anche se quella era una parte di quanto dovevo fare, una parte importante. No, ero venuto qui per uccidere qualcuno.

La società degli animali estinti (The Extinction Club, 2010), edito in Italia nella collana Special Books di Isbn Edizioni e tradotto da Dafne Calgaro, è il terzo romanzo dello scrittore canadese Jeffrey Moore dopo Una catena di rose e Gli artisti della memoria, libri che i lettori che hanno avuto la fortuna di leggerli avranno sicuramente apprezzato per la bellezza poetica che contengono, per l’ironia sottile e dissacrante, per lo stile ricercato, che fa di ogni frase, cesellata e perfezionata quasi esasperatamente, un piccolo capolavoro che rasenta quasi la perfezione. Amo molto Jeffrey Moore e quando mi è stato proposto questo nuovo libro ho accettato di recensirlo con un certo entusiasmo e con idee precise su cosa avrei trovato. Come al solito Moore mi ha spiazzato proponendomi una favola ambientalista amara e dolorosa, sì resa più sopportabile dallo humour pieno di vita che caratterizza l’autore, ma con sfumature più malinconiche e arrabbiate rispetto ai libri precedenti. La società degli animali estinti è la storia di un’ amicizia tra un uomo, Nile Nightingale, e una ragazzina, Celeste Jonqueres, e di un amore verso la natura incontaminata, che è ancora possibile trovare nelle terre del Nord del Canada, minacciata da uomini senza scrupoli mossi unicamente dal profitto e dalla stupidità. Oltre che una favola nera il romanzo è anche un atto di denuncia efficace e lontano dalla retorica ambientalista che molti praticano per essere alla moda, e politicamente corretti. Moore riesce nel difficile compito di essere educativo e morale senza appesantire la sua opera con intenti propagandistici o demagogici. La delicatezza con cui delinea il rapporto tra l’adulto e la ragazzina più che commuovere cercando facili scorciatoie, emoziona e intenerisce lasciando nel lettore un senso di pulito e di incorrotto. La società degli animali estinti inizia con l’incontro tra i due protagonisti, avvenuto in circostanze drammatiche. Nile trova Celeste rinchiusa in un sacco, ferita e gettata in una palude a morire dissanguata. Abituato a fare sempre la cosa sbagliata l’uomo la raccoglie e la porta a casa sua. La cura, e si chiede le ragioni di quella aggressione così feroce. Celeste non vuole che sia avvisata la polizia, mente scrivendo (non può parlare avendo la laringe compromessa) che è stata aggredita da dei bulli che la pensano una ragazzina secchiona. Ma la verità emerge e i due si trovano alleati nella lotta contro i bracconieri che la ragazzina combatte con coraggio per salvare gli animali in via di estinzione e l’ambiente naturale del Quebec. Il finale è inevitabile. Bellissimo.

Jeffrey Moore divide il suo tempo tra Montreal, dov’è nato, e Val Morin, in Québec. Ha studiato all’Università di Toronto e all’Università della Sorbona (Parigi). Svolge professionalmente l’attività di traduttore, insegna al dipartimento di francese dell’Università Concordia e al dipartimento di traduzione dell’Università di Montreal, ma attualmente si dedica prevalentemente alla scrittura.
Con il suo primo romanzo “Una catena di rose” ha vinto il Commonwealth Writers Prize e si è fatto amare dai lettori di tutto il mondo.

:: Recensione di Omicidio allo specchio di Ryan David Jahn

17 aprile 2012 by

Simon cadde all’indietro. Batté sul muro alle sue spalle e scivolò a terra. Non sapeva cosa avesse che non andava. Forse era solo la giornata. Cani e persone resuscitavano. Cadaveri che scomparivano. Impersonare un uomo morto. E ora essere lì e fingere di sorridere mentre una tizia dell’East Sider gli scattava una foto. Era troppo.

Omicidio allo specchio (Low Life, 2010) edito in Italia da Timecrime e tradotto da Cristina Genovese è il secondo romanzo di Ryan David Jahn dopo il più che efficace e celebrato I buoni vicini. Come ha detto l’autore in una nostra recente intervista, citando lo scrittore inglese Christopher Fowler, la definizione perfetta per questo romanzo più che psicothriller è ‘thriller esistenziale ’ e aggiungerei anche con venature psicanalitiche in un’ accezione puramente anomala come anomalo è il romanzo che si presta a numerose critiche ma non a quella di non essere inquietante e claustrofobico. Ci sono stati momenti in cui l’assurdo e l’aria malsana che si respira sono così densi che ho seriamente meditato di interrompere la lettura quasi temendo di farmi contagiare dalla follia che intossica il protagonista. L’inizio in sordina mi aveva piuttosto scoraggiato. Ci viene presentato un personaggio decisamente sgradevole, un balordo, un uomo solo di trentaquattro anni, contabile in una grossa società di Los Angeles, prematuramente canuto, con il viso butterato come la superficie della luna, miope, poco socievole, infatti ha due soli amici che non sembra neanche che lo amino molto, sessualmente frustrato, la sua massima distrazione è vedere canali pornografici in videoteche per adulti circondato da kleenex, fazzoletti e odore di sperma. Diciamo che l’autore fa di tutto per presentarcelo sotto la luce peggiore rendendo quasi impossibile al lettore di provare simpatia o anche comprensione per lui finchè un fatto drammatico ribalta la situazione e ce lo presenta come vittima. Un uomo sconosciuto entra nel suo malandato e fatiscente  appartamento in affitto e tenta di ucciderlo. Chi è quest’uomo? Perché vuole ucciderlo? Perché gli somiglia come una goccia d’acqua? Queste sono le prime domande che gli affollano la mente dopo che tentando di difendersi involontariamente lo uccide. Sarebbe legittima difesa, non avrebbe niente da temere dalla polizia, ma Simon, questo è il suo nome, decide di mettere il cadavere sotto ghiaccio nella vasca da bagno e sostituirsi a lui. Diventare Jeremy Shackleford, professore d’algebra al Pasadena College of the Arts, con una bella moglie, una villetta in una zona residenziale, una bella auto. Una vita invidiabile, il sogno americano realizzato. Il suo piano prevede che tutti lo scambino per Jeremy, per potere indagare e capire le ragioni dell’aggressione, per capire  che diavolo centri quest’uomo con la sua vita. E’ inutile dire che quello che scoprirà sarà l’ultima cosa che vorrebbe. In molte recensioni ho letto che la soluzione è intuibile già a metà del libro, io sono ancora qui a dibattermi nel dubbio di avere capito come in realtà siano andate le cose, tanto che probabilmente chiederò spiegazioni al povero Ryan David Jahn in una nuova intervista. Di molte cose mi sfugge ancora il significato soprattutto del pesce rosso Francine che appare e scompare, cosa che mi ha disorientato parecchio. Los Angeles  è investita dalla luce acida e un po’ malata di quei quadri iperrealistici in cui ogni particolare è dilatato ed esagerato, e molto spesso le allucinazioni si confondono alla realtà, quindi siete avvertiti: se amate i thriller assolutamente logici e razionali forse non fa per voi, ma se amate le sfide bene avrete pane per i vostri denti.

:: Intervista a Giulio Passerini curatore della raccolta Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura a cura di Viviana Filippini

17 aprile 2012 by

Dove è stato trovato il dattiloscritto con i racconti di Bonura?

Era ormai da qualche mese che lavoravo nello studio di Bonura. La signora Claudina aveva deciso di donare all’Università Cattolica le carte del marito, e in attesa che venissero sbrigate le procedure burocratiche avevo cominciato a lavorare presso la sua abitazione. Un giorno, fra una carpetta e l’altra, salta fuori questa busta con su scritto Racconti del giorno e della notte. Erano racconti inediti, che lo scrittore aveva raccolto in preparazione di una futura pubblicazione.

In quanto curatore dell’edizione come hai svolto il tuo lavoro?

Anzitutto ho verificato che il testo corrispondesse alla volontà ultima dell’autore: per far questo ho cercato informazioni sul progetto editoriale da lui deciso, ho verificato l’esistenza di eventuali redazioni anteriori o posteriori dello stesso dattiloscritto, e infine ho controllato quali dei racconti della raccolta fossero effettivamente inediti e quali invece già apparsi su giornali o riviste.

Come è nato il tuo interesse verso la figura di Bonura?

Dal mio lavoro di tesi: ho scoperto pian piano un autore di grandissimo interesse critico e letterario.

I racconti sono divisi in 4 parti (mattina, pomeriggio, sera e notte). Secondo te perché Bonura li ha divisi in queste fasi temporali?

Bonura aveva un rapporto molto intenso, quasi viscerale con la natura, e le manifestazioni atmosferiche giocano un ruolo centrale nella sua opera. Nei Racconti del giorno e della notte il susseguirsi dei momenti della giornata scandisce con sapiente alternanza i temi e i sentimenti, ma tutto il volume viene percorso a passi più o meno decisi da un’ombra costante di tristezza, così come da un abbacinante raggio di dubbio. La vita vi è ritratta come dietro il velo della canicola del mezzogiorno, quando gli occhi e la mente sono tratti in inganno dai vapori, oppure attraverso l’umido della notte, quando l’aria prende forma e scontorna quello che ci circonda: ecco, la scrittura di Bonura è così, come febbricitante in pieno sole.

Dal “Giorno” arrivando agli episodi della “Notte”, i personaggi vanno crescendo nel senso che da singoli individui si formano piccoli gruppi e  una intera comunità. E’ possibile che Bonura abbia voluto rappresentare attraverso personaggi narrativi l’umanità reale?

Letteratura e umanità procedevano per Bonura su binari paralleli: hanno le proprie leggi, le proprie attese, le proprie aspirazioni, ma entrambe accusa la propria finitezza, la propria imperfezione; né la vita né la letteratura per Bonura potevano essere comprese nel loro senso più profondo. Quello che lo scrittore e l’uomo possono fare è cercare di avvicinarsi quanto più possibile all’ideale di senso e completezza che ci si prefissa, con la coscienza che questo senso sfuggirà sempre e che al suo posto troveremo un senso che la vita ha scelto per noi. In questa ricerca lo scrittore trova un compagno nel lettore, e l’uomo nell’uomo, e non è difficile immaginare che questa ricerca di senso in cui ci si dibatte da soli possa portare a incontrarsi in una vita di società (umana o letteraria), una vita con riti e celebrazioni quasi liturgiche.

Il paesaggio di ambientazione naturale e cittadino che funzione ha nella raccolta. Semplice cornice o è possibile intenderlo come personaggio integrante delle storie?

Città e natura o, più spesso, città e provincia sono i poli attraverso cui corre il cuore e la penna di Bonura che, originario della provincia, non si troverà mai a suo agio nella Milano in cui vivrà per la maggior parte della vita. E lo stesso si può dire dei suoi personaggi, spesso provinciali inurbati o cittadini in villeggiatura, che nel paesaggio che li circonda troveranno di volta in volta un alleato o un nemico.

I personaggi sono grotteschi e a volte sembrano caricature, affetti da tic, ossessioni paure e comportamenti maniacali. Perché l’umanità rappresentata da Bonura è così derelitta?

C’è una traccia di borghesia fantozziana nei personaggi di Bonura, è vero,  ma c’è anche molto della sua tempra morale. Era fondamentalmente un pessimista, ma non per questo riteneva ammissibile (per sé o per i suoi personaggi) abbandonare una condotta di vita moralmente robusta; ed è qui che entra in scena la satira e il grottesco, il filtro più adatto per fustigare vizi e piccolezze senza perdere il sorriso, per quanto amaro.

La raccolta Racconti del giorno e della notte si chiude con il racconto lungo dal titolo Il lungo anno dell’apocalisse. Che valore ha secondo te questa storia? Lo scrittore che alla fine riceve il manoscritto potrebbe essere un alter ego di Bonura?

Sì, senza dubbio, come moltissimi altri suoi personaggi del resto. Ogni scrittore mette nei propri personaggi qualcosa di sé, ma questo nel caso di Bonura è particolarmente vero. L’intreccio di verità e finzione e il sovrapporsi di piani di realtà diversi sono alcune delle sue specialità.

Leggendo Racconti del giorno e della notte mi sono venuti in mente scrittori come Iginio Tarchetti, Pasolini, Gadda e Savinio (per il senso di surrealismo di alcune situazioni) è possibile che Bonura sia astato influenzato da questa letteratura? Se sì cosa avrebbe recuperato da questi autori?

Era un lettore fortissimo quindi è senz’altro possibile (anzi, praticamente certo) che conoscesse molto bene l’opera di questi scrittori. In particolare credo che un certo “surrealismo domestico” di Savinio possa essere una buona categoria per interpretare tante pagine della sua opera; a Pasolini certo lo avvicina una militanza lunga una vita (per quanto condotta sulla base di idee molto diverse); mentre Gadda è stato certamente uno dei modelli più importanti per la costruzione di una scrittura dove gioco, esperimento e gravità fossero un tutt’uno.

Quale è il racconto presente nella raccolta che ti ha attratto di più e perché?

Se dovessi sceglierne solo uno sceglierei il Provinciale: è senz’altro uno dei più amari ma al contempo anche uno dei più comici.

Se avessi la possibilità di parlare con Bonura cosa ti piacerebbe sapere di questa sua raccolta?

Come giustamente si chiede anche Alessandro Zaccuri nell’introduzione, avrei da chiedergli perché mancano i racconti del Mezzogiorno.

Tu sei un curatore di opere letterarie, perché secondo te in Italia c’è sempre un po’ di “dubbio” e reticenza nel prendere in considerazione le raccolte di racconti  rispetto alla forma del romanzo?

Metto un attimo le mani avanti: non è da molto che lavoro in questo campo e, in particolare, questo è appena il secondo volume che ho l’occasione di curare. Detto ciò quanto mi dici purtroppo è la verità. La “short-story”, malgrado l’importanza che ha avuto (di volta in volta come novella o racconto) nella storia della nostra letteratura, è un genere che in Italia non ha una fortuna paragonabile a quella del romanzo, tanto fra gli scrittori quanto fra i lettori. Ed è un peccato perché abbiamo avuto dei veri maestri in questo genere, e Giuseppe Bonura è stato uno di questi.

:: Intervista a Diana Lama

16 aprile 2012 by

Grazie Diana per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. So che sei nata a Napoli, sei laureata in medicina, sei una scrittrice che adora scrivere racconti. Chi è Diana Lama?

Grazie a te Giulia. Chi è Diana Lama? Domanda difficile, sono tante cose insieme, come credo chiunque di noi. Dunque, sono un medico, professore universitario. La mia specializzazione è Cardiochirurgia ma da molti anni non opero più e lavoro al Policlinico di Napoli come ecocardiografista. Sono uno scrittore di thriller, giallo, noir, in qualunque modo si voglia definire il genere che ha a che fare con delitti, morte e ombre dell’animo umano. E’ vero che ho al mio attivo parecchie decine di racconti pubblicati da più o meno tutti i più importanti editori italiani, ma non direi che ho preferenze tra racconti e romanzi. Sono solo un po’ lenta per i romanzi, ma ne ho comunque pubblicati quattro e un paio ancora in via di revisione. Poi sono una mamma orgogliosa  di tre figlie ragazzine, sono il manager di una banda di bambini che suonano ottoni e fiati per beneficenza, sono la felice proprietaria di un leprotto domestico che si chiama Ginger. Che altro? Dipingo, al momento con gli acrilici ma adoro l’acquarello, credo di essere un artista incompreso, e sono una maniaca di cinema, specie thriller, ovviamente.

Raccontaci qualcosa del tuo background, della tua infanzia.

Infanzia di grande lettrice. Vengo da una famiglia dove la lettura era privilegiata. Pensa che dello stesso libro ne avevamo più copie in casa, perché ognuno, tra genitori e figli, aveva la propria libreria personale. Fin da piccola sono stata una lettrice onnivora, da Le mie prigioni di Silvio Pellico in edizione integrale con note a fronte a tutto Salgari, Stevenson, Burroghs, Dickens, Mark Twain, Maupassant, Guareschi e qualunque altro autore stuzzicasse la mia fantasia. Leggevo di tutto, e a otto anni ho scoperto i Gialli Mondadori di mio padre e mio zio, e ho iniziato a divorarli di nascosto. Quando i miei se ne sono accorti me li hanno sequestrati fino ai quattordici anni, ma il primo amore non si scorda mai. Ho una collezione di Gialli Mondadori e di tutta questa narrativa davvero imponente: libri letti, straletti e spesso riletti, che affollano la stanza che sognavo di possedere da bambina: una vera biblioteca, con le pareti ricoperte dal pavimento al soffitto di librerie in ciliegio, una poltrona di pelle rossa e volumi ovunque, anche per terra, e ahimè, ormai in doppia fila negli scaffali. Sono rimasta un lettore onnivoro e bulimico. Leggo per vivere.

Parlaci del tuo amore per i libri. Come è nato? Cosa trovi di più affascinante nel mestiere di scrittrice?

Mi piaceva e mi piace leggere perché ti permette di entrare in altri universi sconosciuti dove puoi esplorare modi di pensare, sistemi di vita, abissi e vette dell’animo umano. Passare alla scrittura è stata una naturale evoluzione. Amo il fatto di poter creare con la mente mondi paralleli alla realtà, in cui l’unico limite è la mia capacità di immaginare, di rendere credibile una storia, e soprattutto di renderla godibile ai lettori. Il meraviglioso potere creativo della scrittura è un qualcosa di cui non potrei fare a meno.

Hai esordito nella narrativa con il romanzo giallo Rossi come lei, scritto in coppia con Vincenzo De Falco, che ha vinto nel 1995 il Premio Tedeschi. Che ricordi hai del tuo debutto: cosa hai provato quando hai firmato il tuo primo contratto, quando sei stata alla prima presentazione?

Un’emozione indimenticabile. Grazie a quel Premio entrai di colpo nel mondo che avevo sempre sognato: la Redazione del Giallo Mondadori alla Mondadori di Segrate, dove conobbi Gianfranco Orsi e Lia Volpatti, figure mitiche del mio universo di appassionata giallista. E poi la Premiazione del Tedeschi al Noir in Festival, l’incontro con P.D. James, in assoluto la mia scrittrice di thriller preferita, e il grande Sergio Altieri. Fu come ritrovarsi all’improvviso catapultata nel proprio sogno.

Poi hai pubblicato come romanzi: Nell’ombra, Solo tra ragazze, La Sirena sotto le alghe e un infinità di racconti genere difficilissimo da scrivere e un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

Sono d’accordo che il racconto è sottovalutato come mezzo di narrazione. Si crede che perché è limitato come lunghezza debba essere facile da scrivere, e non è così. Il racconto deve in poche pagine avvincere l’attenzione del lettore, racchiudere un’idea originale e, nel caso sia giallo, una motivazione per un crimine plausibile, tratteggiare personaggi interessanti, e lasciare sul finale a bocca aperta. Non è semplice. Io personalmente preferisco racconti brevi, sotto le dieci pagine. Generalmente comincio un racconto per due motivi: o mi viene un’idea fulminante, oppure mi viene chiesto di scriverne uno per un’antologia con un tema che mi intriga. In questo secondo caso non mi stresso molto, perché so che improvvisamente mi verrà in mente il quid attorno al quale incentrare la storia. Non so come succede, ma a un certo punto so che cosa voglio raccontare. Ovviamente la cosa che più mi stuzzica è il perché si uccide, e meglio ancora perché si viene uccisi, cosa trasforma una persona in vittima. Da quel momento in poi è facile: cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere, e credo di essere un lettore esigente. J

Quali scrittori hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo, il tuo modo di costruire una storia?

Tantissimi, nel campo del giallo a parte i classici, letti e assimilati in gioventù, ho amato moltissimo Ed McBain, P.D. James, Elisabeth George, Ruth Rendell, Donald Westlake, Coornell Woolrich, James Headley Chase, Patrick Quentin, Sjowall e Wahloo, Doris Miles Disney, i primi di Jeffery Deaver e i primi di Thomas Harris, Josephnine Tey, e tantissimi altri giallisti che sarebbe troppo lungo elencare. Poi ovviamente c’è Jane Austen, che rileggo con immutato piacere appena posso, i classici per ragazzi che ho già citato, Maupassant, Sciascia, Harper Lee, Wolfe, Tolstoj, Hardy, e tanti altri. Confesso un debole per la letteratura anglosassone.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura? Quali sono le qualità necessarie per diventare un buon scrittore?

Qualità necessaria e indispensabile per essere un buon scrittore è sicuramente essere un lettore vorace. Non si può fare questo lavoro se non si ha un amore viscerale per i libri. Non saprei dire quale parte mi piaccia di più del processo di scrivere, ma certamente quando scrivo entro in una dimensione particolare, che ogni creativo conosce, nella quale non c’è tempo, non c’è fatica, la storia è davanti ai miei occhi come se la leggessi o la vedessi, e il piacere del processo creativo è un valore a sé.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria è in mano maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà del sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Direi che in Italia purtroppo questo problema esiste. Non mi pare che sia così all’estero. Per il mio genere letterario non a caso molti dei più grandi nomi sono donne, che hanno successi di critica e di vendite pari a quelli dei colleghi maschi.

Una mia amica scrittrice tedesca mi ha citato tra i nomi degli scrittori italiani di gialli e noir più famosi in Germania il tuo. Non è facile per uno scrittore italiano pubblicare in Germania. Come è nato il tuo legame con la Germania?

Sono molto contenta dell’apprezzamento dei lettori tedeschi, che mi seguono da tempo. Due dei miei romanzi scritti con Vincenzo de Falco, Rossi come lei e Nell’ombra, sono stati tradotti in Germania, dove all’epoca fummo addirittura paragonati a Fruttero & Lucentini, cosa di cui sono stata molto onorata. L’anno scorso è uscito in Germania La sirena sotto le alghe, che è andato molto bene, tant’è che sta per essere pubblicato il secondo della stessa serie, Il circo delle meraviglie, che in Italia è ancora inedito. Credo che ai lettori tedeschi piaccia molto il contrasto tra la solarità del Cilento, dove sono ambientate queste storie, e il buio dell’anima dei personaggi protagonisti. L’altro romanzo, Solo tra ragazze, che è una storia di suspence un po’ torbida, è invece uscito in Francia in quattro diverse edizioni, in Russia e in Canada.

Nel 2003 hai fondato l’associazione Napolinoir. Parlaci della situazione degli scrittori partenopei. C’è qualche nome di esordiente da tenere particolarmente d’occhio?

A Napoli ormai c’è un fiorire di scrittori di gialli, tra cui alcuni molto interessanti, e ne sono veramente contenta, anche perché ho fondato Napolinoir proprio per il desiderio di confrontarmi con altri scrittori e lettori di questo genere. All’epoca non avevo nessuno con cui parlare di gialli, e invece a Milano, a Roma e a Bologna nascevano associazioni simili, così mi sono decisa, e devo dire con piacere che Napolinoir è al momento la più antica associazione di genere giallo in Italia. Siamo amici, ci stimiamo e ci vogliamo bene. A breve lanceremo il nuovo sito www.napolinoir.com e ti segnalo tra l’altro una delle nostre iniziative più interessanti, un concorso letterario per ragazzi, ParoleinGiallo, che è alla quarta edizione, per racconti ovviamente di genere giallo. Ci sta dando grandi soddisfazioni e sono sicura che vedrò nascere tra questi ragazzi molti autori di domani.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo più libri in contemporanea, al momento sto finendo L’osservatore di Franck Thilliez e sono a metà de Lo spazio delle varianti di Vadim Zeland mentre sto rileggendo Mansfield Park di Jane Austen.

Citami i versi della tua poesia preferita.

Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti
– là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
baciandola con l’anima sulle labbra
all’improvviso questa prese il volo.

Francis Turner (un malato di cuore) dall’Antologia di Spoon River di Lee Masters

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo  o un racconto e se puoi anticiparci qualcosa?  

Grazie a te, è stato un vero piacere. In questo momento sono nelle fasi finali di un romanzo che mi sta impegnando molto, ci sto lavorando da più di un anno. Nelle mie intenzioni deve essere una cosa molto forte, vedremo. (Sorride) E ho avuto in questi giorni una grande soddisfazione: la Ellery Queen Mystery Magazine, la mitica rivista americana che pubblica racconti si suspence da più di settanta anni, mi ha chiesto un racconto. Sono contentissima! (Sorride)

:: Intervista a Susanna Angelino a cura di Elena Romanello

16 aprile 2012 by

Susanna Angelino, appassionata di scrittura e cultura dark, ha debuttato con la casa editrice Montecovello con il romanzo Sara, non la solita storia di vampiri pur inserendosi nel revival che questo genere sta attraversando.

Come sei arrivata a scrivere Sara?

Ho cominciato a scrivere Sara nell’estate del 2008, dopo aver conseguito la laurea in lingue e letterature straniere, e dopo aver scritto una tesi proprio sul vastissimo mondo dei vampiri, ho deciso di dedicarmi al progetto “Sara”, anche perché ero appena uscita da un periodo non proprio felice e avevo bisogno di una ‘cura’. “Sara” è stata la mia terapia.

Perché hai scelto il genere dei vampiri, per moda o per interesse?

Per interesse. Ho sempre nutrito, sin da piccola, un amore smodato per tutte le creature del mondo ultraterreno e ho sempre trovato i vampiri i ‘mesmerizzatori’ per eccellenza, quelli che sapevano alla perfezione il fatto loro.  E’ proprio per questo che ho sempre avvertito una specie di attrazione psicologica nei loro confronti. In fondo in fondo, anche io mi ritengo un po’ ‘vampira’, e nel mio modo di essere e nel mio stile di vita.

Perché secondo te oggi piace così tanto il genere fantastico?

Se ben ricordo, penso che il ‘boom’ ci sia stato con Harry Potter e sia continuato poi con la  Twilight saga. Credo che oggi come oggi, e più che mai nell’attualità in cui ci ritroviamo, le persone abbiamo bisogno di un diversivo, di qualcosa che faccia evadere loro dalla realtà non sempre appagante e, qual miglior palliativo che una storia d’amore turbolenta, affascinante e intensa come quella che ci racconta Stephenie Meyer in Twilight? In fondo in fondo, siamo rimasti tutti un po’ bambini e almeno con i film e i romanzi, questo desiderio di ‘fuga’ è appagato in un certo qual modo.

Quali sono i tuoi maestri in libri, film e simili?

Bella domanda. I miei maestri … be’, ce ne sono stati diversi in realtà. Comincio con i ‘classici’ che ho studiato a scuola ossia: Leopardi e Foscolo in particolar modo. La loro inquietudine l’ho metabolizzata in un certo qual modo e in effetti, qualche anno fa, scrivevo principalmente poesie, ispirandomi moltissimo a Leopardi (le pubblicherò, prima o poi). Crescendo, ho rispolverato il buon vecchio Abraham Stoker e Mary Shelley, visto che quando ero piccola, mio zio si divertiva a leggere le opere di questi due autori prima che mi addormentassi. Poi ho ‘conosciuto’ Stephen King, ed è stato amore a prima vista e continuando: Nancy Kilpatrick, Laurell K. Hamilton, Anne Rice, Banana Yoshimoto. Direi che sono questi i ‘cardini’ della mia crescita letteraria e come scrittrice. Per quanto riguarda il cinema invece, ci sarebbe una lista infinita ma cercherò di citare i registi che mi hanno lasciato qualcosa di importante: Stanley Kubrick, Guillermo del Toro, Jim Henson, Friedrich Wilhelm Murnau, Fritz Lang, Man Ray, Francis Ford Coppola e potrei continuare all’infinito ma mi fermo per non tediarvi oltre.

Progetti futuri?

Attualmente mi occupo di cinema per il sito urbanfantasy.it. Sono in procinto di dare un seguito alle avventure di Sara ed Andrew, un mio racconto Urban Fantasy farà parte di un’antologia che sarà pubblicata dalla casa editrice Montecovello, e ci sono tanti altri progetti a cui vorrei dedicarmi, non solo letterari. Per varie ed eventuali, vi invito alla pagina ufficiale del mio romanzo: sarailromanzo.jimdo.com oppure al mio profilo facebook: http://www.facebook.com/susanna.angelino.

Che consiglio daresti a chi scrive?

Il primo consiglio che mi viene in mente è quello di non gettare MAI la spugna, di essere testardi fino al midollo e di inseguire SEMPRE i propri sogni, anche se le persone che ci circondano non credono in ciò che facciamo. Un ulteriore consiglio è quello di avere una grandissima pazienza. Scrivere un libro non è facile e pubblicarlo e pubblicizzarlo spesso risulta anche più difficile. Chi volesse intraprendere la carriera dello scrittore, si deve armare di tanta buona volontà, tanta voglia di fare e il desiderio di non gettare mai la spugna, nonostante le avversità.