:: Recensione di Omicidio allo specchio di Ryan David Jahn

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Simon cadde all’indietro. Batté sul muro alle sue spalle e scivolò a terra. Non sapeva cosa avesse che non andava. Forse era solo la giornata. Cani e persone resuscitavano. Cadaveri che scomparivano. Impersonare un uomo morto. E ora essere lì e fingere di sorridere mentre una tizia dell’East Sider gli scattava una foto. Era troppo.

Omicidio allo specchio (Low Life, 2010) edito in Italia da Timecrime e tradotto da Cristina Genovese è il secondo romanzo di Ryan David Jahn dopo il più che efficace e celebrato I buoni vicini. Come ha detto l’autore in una nostra recente intervista, citando lo scrittore inglese Christopher Fowler, la definizione perfetta per questo romanzo più che psicothriller è ‘thriller esistenziale ’ e aggiungerei anche con venature psicanalitiche in un’ accezione puramente anomala come anomalo è il romanzo che si presta a numerose critiche ma non a quella di non essere inquietante e claustrofobico. Ci sono stati momenti in cui l’assurdo e l’aria malsana che si respira sono così densi che ho seriamente meditato di interrompere la lettura quasi temendo di farmi contagiare dalla follia che intossica il protagonista. L’inizio in sordina mi aveva piuttosto scoraggiato. Ci viene presentato un personaggio decisamente sgradevole, un balordo, un uomo solo di trentaquattro anni, contabile in una grossa società di Los Angeles, prematuramente canuto, con il viso butterato come la superficie della luna, miope, poco socievole, infatti ha due soli amici che non sembra neanche che lo amino molto, sessualmente frustrato, la sua massima distrazione è vedere canali pornografici in videoteche per adulti circondato da kleenex, fazzoletti e odore di sperma. Diciamo che l’autore fa di tutto per presentarcelo sotto la luce peggiore rendendo quasi impossibile al lettore di provare simpatia o anche comprensione per lui finchè un fatto drammatico ribalta la situazione e ce lo presenta come vittima. Un uomo sconosciuto entra nel suo malandato e fatiscente  appartamento in affitto e tenta di ucciderlo. Chi è quest’uomo? Perché vuole ucciderlo? Perché gli somiglia come una goccia d’acqua? Queste sono le prime domande che gli affollano la mente dopo che tentando di difendersi involontariamente lo uccide. Sarebbe legittima difesa, non avrebbe niente da temere dalla polizia, ma Simon, questo è il suo nome, decide di mettere il cadavere sotto ghiaccio nella vasca da bagno e sostituirsi a lui. Diventare Jeremy Shackleford, professore d’algebra al Pasadena College of the Arts, con una bella moglie, una villetta in una zona residenziale, una bella auto. Una vita invidiabile, il sogno americano realizzato. Il suo piano prevede che tutti lo scambino per Jeremy, per potere indagare e capire le ragioni dell’aggressione, per capire  che diavolo centri quest’uomo con la sua vita. E’ inutile dire che quello che scoprirà sarà l’ultima cosa che vorrebbe. In molte recensioni ho letto che la soluzione è intuibile già a metà del libro, io sono ancora qui a dibattermi nel dubbio di avere capito come in realtà siano andate le cose, tanto che probabilmente chiederò spiegazioni al povero Ryan David Jahn in una nuova intervista. Di molte cose mi sfugge ancora il significato soprattutto del pesce rosso Francine che appare e scompare, cosa che mi ha disorientato parecchio. Los Angeles  è investita dalla luce acida e un po’ malata di quei quadri iperrealistici in cui ogni particolare è dilatato ed esagerato, e molto spesso le allucinazioni si confondono alla realtà, quindi siete avvertiti: se amate i thriller assolutamente logici e razionali forse non fa per voi, ma se amate le sfide bene avrete pane per i vostri denti.

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