:: Intervista a Giulio Passerini curatore della raccolta Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura a cura di Viviana Filippini

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Dove è stato trovato il dattiloscritto con i racconti di Bonura?

Era ormai da qualche mese che lavoravo nello studio di Bonura. La signora Claudina aveva deciso di donare all’Università Cattolica le carte del marito, e in attesa che venissero sbrigate le procedure burocratiche avevo cominciato a lavorare presso la sua abitazione. Un giorno, fra una carpetta e l’altra, salta fuori questa busta con su scritto Racconti del giorno e della notte. Erano racconti inediti, che lo scrittore aveva raccolto in preparazione di una futura pubblicazione.

In quanto curatore dell’edizione come hai svolto il tuo lavoro?

Anzitutto ho verificato che il testo corrispondesse alla volontà ultima dell’autore: per far questo ho cercato informazioni sul progetto editoriale da lui deciso, ho verificato l’esistenza di eventuali redazioni anteriori o posteriori dello stesso dattiloscritto, e infine ho controllato quali dei racconti della raccolta fossero effettivamente inediti e quali invece già apparsi su giornali o riviste.

Come è nato il tuo interesse verso la figura di Bonura?

Dal mio lavoro di tesi: ho scoperto pian piano un autore di grandissimo interesse critico e letterario.

I racconti sono divisi in 4 parti (mattina, pomeriggio, sera e notte). Secondo te perché Bonura li ha divisi in queste fasi temporali?

Bonura aveva un rapporto molto intenso, quasi viscerale con la natura, e le manifestazioni atmosferiche giocano un ruolo centrale nella sua opera. Nei Racconti del giorno e della notte il susseguirsi dei momenti della giornata scandisce con sapiente alternanza i temi e i sentimenti, ma tutto il volume viene percorso a passi più o meno decisi da un’ombra costante di tristezza, così come da un abbacinante raggio di dubbio. La vita vi è ritratta come dietro il velo della canicola del mezzogiorno, quando gli occhi e la mente sono tratti in inganno dai vapori, oppure attraverso l’umido della notte, quando l’aria prende forma e scontorna quello che ci circonda: ecco, la scrittura di Bonura è così, come febbricitante in pieno sole.

Dal “Giorno” arrivando agli episodi della “Notte”, i personaggi vanno crescendo nel senso che da singoli individui si formano piccoli gruppi e  una intera comunità. E’ possibile che Bonura abbia voluto rappresentare attraverso personaggi narrativi l’umanità reale?

Letteratura e umanità procedevano per Bonura su binari paralleli: hanno le proprie leggi, le proprie attese, le proprie aspirazioni, ma entrambe accusa la propria finitezza, la propria imperfezione; né la vita né la letteratura per Bonura potevano essere comprese nel loro senso più profondo. Quello che lo scrittore e l’uomo possono fare è cercare di avvicinarsi quanto più possibile all’ideale di senso e completezza che ci si prefissa, con la coscienza che questo senso sfuggirà sempre e che al suo posto troveremo un senso che la vita ha scelto per noi. In questa ricerca lo scrittore trova un compagno nel lettore, e l’uomo nell’uomo, e non è difficile immaginare che questa ricerca di senso in cui ci si dibatte da soli possa portare a incontrarsi in una vita di società (umana o letteraria), una vita con riti e celebrazioni quasi liturgiche.

Il paesaggio di ambientazione naturale e cittadino che funzione ha nella raccolta. Semplice cornice o è possibile intenderlo come personaggio integrante delle storie?

Città e natura o, più spesso, città e provincia sono i poli attraverso cui corre il cuore e la penna di Bonura che, originario della provincia, non si troverà mai a suo agio nella Milano in cui vivrà per la maggior parte della vita. E lo stesso si può dire dei suoi personaggi, spesso provinciali inurbati o cittadini in villeggiatura, che nel paesaggio che li circonda troveranno di volta in volta un alleato o un nemico.

I personaggi sono grotteschi e a volte sembrano caricature, affetti da tic, ossessioni paure e comportamenti maniacali. Perché l’umanità rappresentata da Bonura è così derelitta?

C’è una traccia di borghesia fantozziana nei personaggi di Bonura, è vero,  ma c’è anche molto della sua tempra morale. Era fondamentalmente un pessimista, ma non per questo riteneva ammissibile (per sé o per i suoi personaggi) abbandonare una condotta di vita moralmente robusta; ed è qui che entra in scena la satira e il grottesco, il filtro più adatto per fustigare vizi e piccolezze senza perdere il sorriso, per quanto amaro.

La raccolta Racconti del giorno e della notte si chiude con il racconto lungo dal titolo Il lungo anno dell’apocalisse. Che valore ha secondo te questa storia? Lo scrittore che alla fine riceve il manoscritto potrebbe essere un alter ego di Bonura?

Sì, senza dubbio, come moltissimi altri suoi personaggi del resto. Ogni scrittore mette nei propri personaggi qualcosa di sé, ma questo nel caso di Bonura è particolarmente vero. L’intreccio di verità e finzione e il sovrapporsi di piani di realtà diversi sono alcune delle sue specialità.

Leggendo Racconti del giorno e della notte mi sono venuti in mente scrittori come Iginio Tarchetti, Pasolini, Gadda e Savinio (per il senso di surrealismo di alcune situazioni) è possibile che Bonura sia astato influenzato da questa letteratura? Se sì cosa avrebbe recuperato da questi autori?

Era un lettore fortissimo quindi è senz’altro possibile (anzi, praticamente certo) che conoscesse molto bene l’opera di questi scrittori. In particolare credo che un certo “surrealismo domestico” di Savinio possa essere una buona categoria per interpretare tante pagine della sua opera; a Pasolini certo lo avvicina una militanza lunga una vita (per quanto condotta sulla base di idee molto diverse); mentre Gadda è stato certamente uno dei modelli più importanti per la costruzione di una scrittura dove gioco, esperimento e gravità fossero un tutt’uno.

Quale è il racconto presente nella raccolta che ti ha attratto di più e perché?

Se dovessi sceglierne solo uno sceglierei il Provinciale: è senz’altro uno dei più amari ma al contempo anche uno dei più comici.

Se avessi la possibilità di parlare con Bonura cosa ti piacerebbe sapere di questa sua raccolta?

Come giustamente si chiede anche Alessandro Zaccuri nell’introduzione, avrei da chiedergli perché mancano i racconti del Mezzogiorno.

Tu sei un curatore di opere letterarie, perché secondo te in Italia c’è sempre un po’ di “dubbio” e reticenza nel prendere in considerazione le raccolte di racconti  rispetto alla forma del romanzo?

Metto un attimo le mani avanti: non è da molto che lavoro in questo campo e, in particolare, questo è appena il secondo volume che ho l’occasione di curare. Detto ciò quanto mi dici purtroppo è la verità. La “short-story”, malgrado l’importanza che ha avuto (di volta in volta come novella o racconto) nella storia della nostra letteratura, è un genere che in Italia non ha una fortuna paragonabile a quella del romanzo, tanto fra gli scrittori quanto fra i lettori. Ed è un peccato perché abbiamo avuto dei veri maestri in questo genere, e Giuseppe Bonura è stato uno di questi.

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