:: Segnalazione di La casa ai margini della dolina di Irene Pecikar

15 aprile 2012 by

La Chichili Agency, importante agenzia letteraria tedesca, specializzata nella pubblicazione e commercializzazione di ebook,  dopo il grande successo ottenuto in patria, sta portando il concetto di ebook seriale anche al di fuori della Germania e soprattutto in Italia dove ha aperto una sua diramazione la Chichili Agency Italia, http://www.chichili.de/chichili-italia.html guidata dalla sua agente rappresentante, Roberta Gregorio, scrittrice, profonda conoscitrice della lingua tedesca e professionista guidata da un certo intuito per scoprire talenti e soprattutto promuoverli. Per gli appassionati di ebook seriali ha creato una collana horror/thriller Chills di cui giusto ieri è uscito il terzo episodio La casa ai margini della dolina di Irene Pecikar, dopo Ordinary man di Pierluigi Curcio e Santa Claus is coming to town dell’ inossidabile duo Novelli&Zarini. Tra le caratteristiche di questi ebook c’è senz’altro la convenienza solo 0,99 cent e la qualità. Volete saperne di più di La casa ai margini della dolina? Vi posso anticipare la trama tratta dalla quarta di copertina, è piuttosto inquietante come tutto ciò che mette in gioco i meccanismi nascosti della psiche e l’abisso tra normalità e follia:

Una casa nel Carso attirerà Doriana, psichiatra triestina, alla ricerca di un’abitazione per lei e la figlia. Deciderà di acquistarla mettendo a tacere il senso d’inquietudine avvertito. La routine verrà spezzata quando, nel cuore della notte, riceverà la telefonata allarmante di un paziente e qualcosa di efferato e inspiegabile si farà strada. Riuscirà la ragione a prevalere sulla follia?

E’ prevista anche una quarta puntata dal titolo Flamen furrinalis di Claudio Foti. Che dirvi di più. Buona lettura! E lasciatemi nei commenti una vostra impressione sugli ebook seriali, ci conto! Disponibili su Amazon.

:: Le prossime uscite 2012

15 aprile 2012 by

Senza voler essere esaustiva, e prendete le date di uscita con le molle, perchè variano sempre, ho voluto guardarmi intorno e cercare le prossime uscite a mio avviso interessanti e così ho scoperto che  dopo una serie di  contrattempi, eravamo in molti ad aspettarlo, La vera storia di Kyle Nevin di Dave Zeltserman dovrebbe finalmente uscire a maggio con Timecrime. Poi sempre spulciando tra i libri in arrivo Tim Willocks dovrebbe uscire con Doglands non è un paese per cani Sonda Editore. Aisara anuncia per il 26 aprile Viva la muerte! di Andrè Helena. Per Meridiano Zero a giugno dovrebbe uscire Il giaguaro rosso di Kent Harrington. Sempre a maggio per Piemme dovrebbe uscire il nuovo Connelly Il respiro del drago. A maggio per Tre60 dovrebbe uscire L’artista della morte di Aris Alejandro.  A giugno per Metropoli d’Asia Duplice delitto a Hong Kong di Chan Ho Kei. A giugno Nella carne di Sara Bilotti Edizioni Termidoro. A maggio per Longanesi La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi.  Per Piemme a giugno dovrebbe uscire Il dubbio di Brian Freeman. A giugno per Longanesi La fenice rossa di Tess Gerritsen. Cambio di programma nella collana I Mastini della Polillo  “La carne dell’orchidea” di James Hadley Chase uscirà tra giugno e luglio. A giugno per Timecrime Il settimo sacramento di David Hewson. Nella seconda metà di maggio nella collana I Mastini della Polillo dovrebbe uscire Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar. A giugno Skagboys di Irvine Welsh edito da Guanda. Aggiornerò questo post man mano che troverò nuove uscite. Se qualche lettore avesse novità da proporre le posti nei commenti, grazie.

:: Segnalazione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni (Mondadori, 2012)

14 aprile 2012 by

E’ con grande piacere che segnalo ai lettori di Liberidiscrivere l’uscita, prevista per il 30 aprile, del nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni Il metodo del coccodrillo. Per le avventure del commissario Ricciardi bisognerà ancora aspettare perchè questo libro vede come protagonista un nuovo personaggio: l’ispettore Giuseppe Lojacono. Napoli sarà sempre al centro della scena, ma sarà una Napoli contemporanea e insolita. Fino al 30 aprile ho promesso di non dire di più.

Il libro: Tre ragazzi vengono trovati morti in tre diversi quartieri di Napoli, uccisi dalla stessa arma. Solo il commissario Lojacono, trasferito per punizione dalla Sicilia, sembra comprendere la chiave del mistero: un fazzoletto intriso di lacrime che il killer lascia dietro di sé. Il commissario solitario e il “Coccodrillo” si fronteggiano come in uno specchio, in una caccia spietata che ha i toni cupi dei grandi noir americani.

L’autore: Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Creatore del personaggio del commissario Ricciardi ha pubblicato per Fandango nel 2007 Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, nel 2008 La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardrdi, nel 2009 Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, e nel 2010 I giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. Nel 2011 è passato ad Einaudi e ha pubblicato Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi. Il metodo del coccodrillo uscirà per Mondadori.

:: Recensione di Progetto Lebensborn di Claudia Salvatori a cura di Serena Bertogliatti

14 aprile 2012 by

Progetto Lebensborn, di Claudia Salvatori, è il terzo romanzo della saga “Walkiria Nera” (preceduto da La genesi del male e Golden Dawn). La “Walkiria Nera” risponde al nome di Kira von Durcheim, spia partorita per la collana “Segretissimo” ammantata di due impressioni: l’eleganza démodé delle dive del cinema degli anni ‘30 e un’androginia che, perlomeno apparentemente, risulta ante litteram.
Il problema di Kira, o forse proprio la formula della sua unicità, sta nell’essere un’eroina che deve piacere a perlomeno due pubblici.
Da una parte si ha il vecchio pubblico a cui sono rivolte le pin-up delle copertine di Segretissimo: belle, sensuali e rese accattivanti da un’idea di femminilità molto precisa, dai tratti delineati quanto il rossetto che dipinge loro le labbra.
Dall’altra parte c’è il pubblico ideale di Salvatori, autrice che da anni – anche lei un po’ ante litteram nel panorama dell’editoria di genere italiana – mette in scena personaggi che giocano con le vecchie e rigide identità di genere, mescolando maschile e femminile fino ad annullarli l’uno nell’altro.
Kira von Durcheim in Progetto Lebensborn diviene così una sintesi. Compiacendo il format storico, Kira si destreggia in scene d’azione spericolate sfoggiando tecnologie belliche dell’epoca: dalla Luger agli Stuka. Ma lo fa come essere umano prima che come donna, come soggetto in cui immedesimarmi prima che come oggetto da contemplare.

Progetto Lebensborn si apre con un gioco di ruoli sovversivo, in cui il male è rappresentato dal personale di un orfanotrofio polacco e il bene viene incarnato dalle SS, salvatrici di un gruppo di bambini. Benché il giudizio della narratrice non si omogeneizzerà a tale presentazione iniziale – la narratrice preferirà rimanere nel mezzo, nel territorio della non-stigmatizzazione di un gruppo politico o di un regime a favore di un altro – non si può ignorare la forza di un tale incipit, che mette da subito in chiaro una mancata volontà di attenersi ai giudizi moral-storici in voga.
Il tema centrale del romanzo è, come titolo suggerisce, il “Progetto Lebensborn”, progetto ufficializzato nel 1935 teso a ripopolare la Germania nazista (dalla bassa natalità) con bambini di puro sangue ariano, progetto che Kira dovrà seguire su richiesta di Rudolf Hess.
Il progetto è giunto per vie traverse alle orecchie dei lettori meno esperti in materia nella forma degli inquietanti esperimenti di eugenetica attuati dai nazisti con quella classica tedesca organizzazione maniacale di ogni dettaglio – persino gli accoppiamenti. Ma Salvatori va, come spesso fa, oltre, indagando i lati oscurati dall’ombra demoniaca gettata sul nazismo: lo fa incentrandosi sul ruolo che le ragazze-madri (ariane) avrebbero avuto in tale progetto. Esse, partecipandovi, avrebbero ricevuto assistenza e sarebbero state tutelate dalla condanna delle famiglie e della Chiesa. Si apre così la dimensione sociale del Progetto Lebensborn, che verrà ripresa nel corso della narrazione:

Kira incontra le donne che vogliono scrivere un libro, dipingere un quadro, danzare in un balletto, recitare un film o una pièce di teatro. Essere qualcuno, o magari essere madri senza rinunciare a essere qualcuno. Donne colte e libere, donne che potrebbero volere un figlio ma non un marito.

Kira si fa portatrice di un punto di vista più ampio che investe l’intera società, riecheggiando la Repubblica di Platone:

Io credo che i bambini dovrebbero essere allevati fuori dall’ambito egoistico degli interessi di una famiglia formata da un uomo e una donna, o da una sola donna. Una intera società, meglio se una comunità animata da forti ideali, dovrebbe crescere i figli. Tutti dovrebbero farsi carico di tutti.

La proposta è al contempo datata e futuribile. Quando Salvatori scrive che un bambino del Progetto Lebensborn sarà “non più smarrito, diviso dagli altri, frantumato”, è facile rileggere in tale frammentata situazione quella attuale, in cui tanto spesso si parla della perdita d’identità del singolo catapultato in un mondo a cui manca un senso unificante.
In Progetto Lebensborn si ritrova anche un altro Leitmotiv di Salvatori concernente la società contemporanea, quello che ne critica la de-mitizzazione. Così, Kira accusa il nemico di voler “diventare il Prometeo del futuro mondo comunista, l’uomo che conosce i misteri divini e ci spiega che… anche Dio è uguale a chiunque altro”. Ironizzando, afferma che “dobbiamo essere tutti uguali… dopo aver spodestato i regnanti del mondo e svilito tutto quanto rende la vita degna di essere vissuta”. Ma l’invettiva che Salvatori mette in bocca a Kira non è ascrivibile alle critiche spesso portate al comunismo da fazioni politiche il cui intento è quello di preservare la vecchia nobiltà o una più moderna identità nazionale. Il dilemma di Salvatori sta nella ricerca di una via di mezzo, auspicabile, con cui il romanzo stesso si conclude: “Dobbiamo essere tutti fratelli… ma non uguali”.
Questa “uguaglianza nella diversità” viene rappresentata con place Blanche, luogo d’incontro delle differenze – differenze di classe, di identità di genere e di etnia. Tale scena ha luogo nelle scenografie della Parigi più nascosta, al di fuori delle convenzioni sociali, in una corte dei miracoli novecentesca rigettata e al contempo celebrata dalla Parigi ufficiale:

A place Blanche tutti si mescolano veramente con tutti: la principessa russa coperta di gioielli e pellicce con il teppista da galera, le prostitute dei due sessi con i poeti appena cacciati dalla casa di Cocteau, gli operai che vanno a dormire con quelli che vanno al lavoro. Attori della Comédie Française che vengono a confondersi con attori che recitavano nella vita, geni incompresi farneticanti, vecchie dame eccentriche, ladri, travestiti, cantanti, pittori e pittrici, lesbiche vestite con calzoni da facchino e sfacciati berretti portati di traverso sui riccioli corti.

La Parigi di Kira è la Parigi di Cocteau, di Sartre, di Coco Chanel e di Picasso – a cui Salvatori dà vita immettendoli nella trama, collegandone i destini, ma soprattutto rendendoli cammei rilevatori dello spirito dell’epoca.
I personaggi comprimari sono molti, e Salvatori non lascia a nessuno di loro il diritto di confondersi con lo sfondo: ognuno è ben caratterizzato da brevi periodi che ne riassumono l’aspetto, il portamento e le inclinazioni. Persino quelli più vicini ai cliché conosciuti – ed è il caso dell’algido e bellissimo SS-Gruppenführer Ludwig von Weisshammer, che dipinto da un’altra penna avrebbe rischiato di diventare una macchietta – acquisiscono tratti peculiari che li rendono tridimensionali, ossia individui. Ognuno di essi ha una propria voce, non omogeneizzata a quella della narratrice, che si oppone o si accosta a quelle altrui creando il quadro di un’epoca.

Un ultimo commento sulla forma.
In Progetto Lebensborn la prosa è generalmente semplice, facilmente accessibile da chiunque, priva sia di sperimentalismi che di complessità formale. Tale semplificazione la mantiene comunque scorrevole: i passaggi macchinosi sono infrequenti. L’impressione è quella di un’autrice prestata alla scrittura di genere, capace di modulare la propria voce a seconda del target a cui si rivolge ma incapace di perdere il proprio stile. Appaiono qui e lì, perfettamente inserite nel testo, metafore particolarmente incisive, soprattutto nella descrizione dei personaggi, che ricordano la Salvatori di opere dalla prosa più caratteristica (Il sorriso di Anthony Perkins).
Attendo a questo punto di vedere che forma avrà Il cavaliere d’Islanda, romanzo che uscirà il 24 aprile.

:: Intervista a Francesco Troccoli a cura di Barbara De Carolis

14 aprile 2012 by

Intervistiamo Francesco Troccoli, classe 1969, scrittore, traduttore e curatore di uno dei blog di fantascienza più seguiti in Italia – Fantascienza e… Dintorni. Il 18 Aprile uscirà il suo primo romanzo Ferro sette edito da Curcio Editore. Nella sua casa romana, abbiamo intrattenuto con lui una conversazione dai toni fantastici.

–         Ciao Francesco e benvenuto su Liberidiscrivere.

Tu hai dei trascorsi lavorativi nel mondo di una multinazionale farmaceutica, come nasce il Francesco Troccoli scrittore? C’è stato un momento nella tua vita nel quale si è accesa la luce dell’ispirazione?

C’è stato piuttosto qualcuno che ha acceso una luce. Nel 2005, per il mio compleanno, mi venne regalato da un’amica un corso di scrittura di fantascienza tenuto da Massimo Mongai – Premio Urania 1999 con Memorie di un cuoco d’astronave, presso la scuola Omero in Roma. Durante il corso Massimo ci obbligò a iscriverci a un premio letterario, il Trofeo RiLL, con i cui organizzatori sono ancora in assiduo contatto. In questo modo, iniziai a scrivere i primi racconti. Finito il corso, ho continuato a scrivere, e a partecipare ad altri concorsi, ho visto che i risultati arrivavano e ho proseguito. Quando nel 2007  la mia azienda è entrata in crisi, ho accettato il piano di uscita volontaria che venne offerto a tutti e ho mollato un genere di vita che mi stava stretto già da qualche anno. Da allora  ho iniziato a lavorare come consulente per il farmaceutico, soprattutto come traduttore, e ho anche avuto molto più tempo per scrivere.

–         Perché la fantascienza?

Fin da piccolo ho sempre seguito la fantascienza, forse più al cinema e alla televisione che con le letture, ma ne sono sempre stato affascinato e la possibilità di essere io a crearla ha subito indotto in me una forte risonanza, spingendomi a scriverne. Devo però dire che mi dedico in realtà non soltanto alla fantascienza, ma al genere fantastico a tutto campo.

–         Dunque, ti sei avvicinato alla scrittura attraverso il circuito dei concorsi letterari, immagino che questo sia stato un buon terreno di confronto con le tue stesse capacità; la definiresti un’esperienza positiva?

Sicuramente si. Grazie ai concorsi si ha la possibilità di misurarsi con gli altri, e ottenere riscontri è già un indicatore delle proprie capacità. Inoltre si impara ad avere pazienza, e ce ne vuole tanta, perché con sin dalle prime fisiologiche delusioni ti puoi arrendere e scoraggiare facilmente, mentre perseverare è imperativo. Credo comunque che si debba scrivere a prescindere dalla volontà di prender parte a una competizione o una valutazione editoriale; ma poi, se il risultato è buono, ci si può mettere alla prova nei concorsi e poi, in una fase più matura, con gli editori. I concorsi letterari sono la sola vera maniera per emergere nella massa e devo dire che, soprattutto nel genere fantastico, in Italia ce ne sono molti seri e validi a cui poter partecipare.

–         Il tuo romanzo Ferro Sette nasce proprio da una vittoria ottenuta in un importante concorso letterario?

Sì e no. Ferro Sette nasce dallo sviluppo di un racconto che ha vinto il premio Giulio Verne nel 2011, dal titolo “Il Cacciatore”. Tuttavia a quel tempo il romanzo, ancora intitolato provvisoriamente nello stesso modo, era già giunto alla stesura definitiva. Ho partecipato insomma al concorso ben due anni dopo aver scritto il racconto, che per numero di battute e genere rientrava perfettamente nei requisiti previsti dal bando. Ricordo che decisi di partecipare quasi per caso, riducendomi all’ultimo giorno utile all’invio. La cosa divertente fu che la prima e-mail con la quale Curcio mi propose di pubblicare il romanzo arrivò esattamente due giorni dopo la premiazione, ad aprile del 2011. Una coincidenza curiosa, ma nulla più che una coincidenza in effetti.

–         Mi vuoi parlare del tuo romanzo, senza, ovviamente, anticipare troppo?

Ferro sette è un romanzo di fantascienza nel senso più classico del termine. La narrazione si svolge in un lontano futuro, in un lontano pianeta, ma la sua ambientazione di fondo è strettamente connessa all’oggi. In sostanza, mi sono chiesto: se questo imperativo sociale dominante che vorrebbe fare della produzione lo scopo delle nostre esistenze andasse avanti a oltranza, cosa ne sarebbe della nostra quotidianità? Cosa ci succederebbe? Ho immaginato la risposta a una simile domanda soprattutto in termini di evoluzione dell’essere umano: potrebbe cioè accadere una certa cosa, che aumenterebbe la nostra produttività e finirebbe per abbreviare la durata della nostra stessa vita. Sulla base di questo scenario, in un futuro collocato a decine di millenni dal presente, ho immaginato l’incontro fra un uomo che conosce la verità e un altro che invece resiste ad essa con ogni mezzo. La conseguenza è un inevitabile conflitto, all’esterno come all’interno di sé. Lanfranco Fabriani, nella recente presentazione di Fiuggi in occasione della riunione annuale della Deepcon, ha affermato che si tratta di un romanzo di “presa di coscienza” di una verità nascosta, e io sono decisamente d’accordo.  Temo proprio di non poterti dire di più….

–         Il tuo romanzo, quindi, affronta tematiche attuali o riconducibili al nostro particolare momento storico.

Direi di sì e penso che spesso la fantascienza faccia proprio questo, persino quando non ne è cosciente o quando sembrano prevalere gli aspetti più avventurosi e tecnici;in realtà, su un piano più profondo, c’è quasi sempre un significato attualissimo. Mi piace pensare che la fantascienza descriva il presente travestendolo con i panni del futuro oppure di una realtà alternativa.

–         Credi che Ferro sette si possa rivolgere anche a chi non è avvezzo al genere?

La fantascienza deve essere a mio parere accessibile a tutti e non solo agli assidui cultori del genere. C’è chi preferisce scrivere fantascienza solo per i lettori di fantascienza, talora utilizzando un linguaggio molto “tecnico”; io, forse non volutamente, penso di aver scritto qualcosa che credo risulterà accessibile a chiunque. Prima della pubblicazione il romanzo è stato letto da un nucleo di “cavie” e non c’è stata gran differenza di giudizio fra i cultori del genere e quelli che la fantascienza non l’avevano mai letta o avvicinata. Proprio questi ultimi, che talora immaginavano che si sarebbero trovati a interagire con qualcosa di molto più sofisticato, oppure di molto più “infantile”, mi hanno chiesto: ma questa è fantascienza ? Insomma, io spero e penso che ci siano le potenzialità per questo romanzo di arrivare anche a chi non è un lettore accanito di questo genere.

–         Ti è mai capitato di essere ispirato dalla quotidianità, di cogliere un gesto, una situazione dalla quale trarre spunto per una storia?

Si, soprattutto per i racconti; a volte si tratta di idee che arrivano per caso, magari a seguito di un incontro con una persona particolare, oppure quando meno te l’aspetti. Una volta, ad esempio, ricordo che ero al volante, fermo al semaforo, e notai un anziano attraversare la strada e muoversi con un’innaturale lentezza mentre le macchine gli sfrecciavano intorno, come se lui fosse isolato dal resto del mondo, come se si muovesse a un’altra velocità. Questo episodio mi ha colpito e mi ha ispirato un racconto, Il Guardiano, scritto molto tempo fa, il cui protagonista è in grado di muoversi alla velocità della luce in un ambiente che dal suo punto di vista è immobile, esattamente il contrario di ciò che avevo visto accadere all’anziano signore.

–         Giorni fa ho avuto modo di leggere un tuo racconto, Strudel alla viennese, meritatamente finalista al Premio Italia 2012, e ne sono rimasta colpita. La tua forma narrativa è intensa, passionale e mostra una notevole capacità descrittiva, dai l’idea di essere uno scrittore che visualizza continuamente quello che sta scrivendo, che sembra procedere per immagini, è così?

Si, e sono anche piuttosto impressionato che tu lo dica; è proprio così. In realtà, io pretendo esattamente questo quando leggo, ossia come lettore cerco questo tipo di scrittura e se non ci sono “immagini”, come dici tu, rischio di annoiarmi, anche se un libro è ben scritto. Io credo che si impari a scrivere leggendo tanto e preferendo proprio quel tipo di letture che consentono di visualizzare con immediatezza la scena.  Penso inoltre che solo oggi, rendendomi conto che dopo anni di esercizio riesco a trasmettere immagini a chi legge, posso dire di saper scrivere in maniera appena decente.

–         La fantascienza, a volte, offre scenari che possono inquietare o che non si vorrebbe mai veder realizzati.  Esiste a tuo parere un aspetto di questo genere che in qualche modo ti spaventa o ti disturba?

Non mi piace e non capisco il fascino che esercita su molti lettori e autori la fantascienza animata da una sorta di pulsione distruttiva, catastrofista, pessimista, priva di speranza e disumanizzante. L’esempio per antonomasia di autore “oscuro” è notoriamente P. K. Dick. Se di lui ho avuto modo di apprezzare opere come Rapporto di minoranza, di altre, come La svastica sul sole, non ne ho davvero compreso il successo. Non amo gli scenari cupi, nei quali non c’è più alcuna possibilità di rivalsa o un “eroe” che incarni la voglia di rivincita e che porti umanità nella storia. E quando dico “umanità” mi riferisco a qualcosa di ben preciso. Con ciò non intendo farmi fautore di un fatuo “buonismo”; dico soltanto che rappresentare l’essere umano come naturalmente incline all’auto-distruzione è un’operazione frutto di un’ideologia che non condivido, ed è perciò una responsabilità che rifiuto, come lettore e come autore.

–         Forse perché è più facile spaventare che infondere speranza?

Indubbiamente si, è più facile distruggere che costruire, nella finzione come nella realtà. In qualsiasi storia c’è molto del carattere di chi scrive. Personalmente, anche in uno scenario buio e tetro io cerco un punto luminoso. L’inquietudine e la cupezza hanno senso solo se si attende la luce. Altrimenti, nella migliore delle ipotesi, mi annoiano.

–         Se pensi a un ipotetico destino dell’umanità, sei più orientato e vederne il declino o la rinascita?

Assolutamente la rinascita, penso che non ci siano alternative, c’è troppa energia nell’essere umano, individualmente e collettivamente, perché la distruzione prevalga su una possibile evoluzione. Ci sarà sempre un protagonista, un essere umano valido e capace che a un certo punto, quando tutto va a rotoli, è in grado di esprimere il meglio di noi tutti e mostrare un’altra strada, e ci saranno sempre masse pronte a seguirlo. La storia è fatta dalle masse, dai popoli, e il movimento della collettività, in questi termini, ha sempre portato cambiamenti evolutivi.

–         Se avessi facoltà di scelta, in quale contesto fantastico vorresti essere immerso? Quali elementi dovrebbe avere un ipotetico universo ideale nel quale vivere? Viaggi nel tempo, nello spazio o eventuale download dell’anima in stile silone?

Esattamente l’ultimo che hai citato, ma più che in stile silone penso ad esempio ai romanzi di Richard K. Morgan, che ha immaginato la possibilità di digitalizzare la mente umana, e quindi di scaricarla in diversi corpi fino a rendersi potenzialmente eterni. Molti dicono che l’eternità inficerebbe l’umanità perché la parte migliore di noi risiede nella nostra mortalità; io non penso che sia così, vivrei volentieri mille vite e possibilmente mantenendo un’età intorno ai trent’anni! Poi naturalmente ci sono i viaggi nel tempo, per i quali, a livello narrativo, nutro una vera e propria mania. Non so cosa darei per tornare a osservare il mio primo bacio a quindici anni o addirittura riviverlo. Sarebbe bello poter tornare indietro agli episodi più salienti della propria vita, sia come spettatore che in prima persona.  Per non parlare di viaggio verso il futuro… non ti incuriosirebbe vedere Roma nel 2450?

–         Perché no!

Credi che il sentirsi uno scrittore o appassionato di fantascienza abbia un forte legame con la capacità o meno di sognare.

Sì, assolutamente sì, e sono colpito  da questo tuo nesso. E’ proprio così, la fonte della creatività è la stessa, sia di quella da cui deriva il sogno durante la notte, che di quella da cui nasce l’immagine narrativa di giorno. Poi quella creatività può diventare un quadro per chi sa dipingere, un racconto per chi sa scrivere e così via. La fantascienza, in particolare, ti dà ancora più libertà, perché sei tu a decidere le regole del gioco: puoi violare le leggi della fisica, della chimica, è tutto lecito e più sai spingerti in là con questo modo di sognare ad occhi aperti, più il risultato può essere soddisfacente. Naturalmente è una liberta che va usata con intelligenza e responsabilità.

–         Hai mai pensato: “ dannazione, avrei voluto essere io a concepire questa idea!”

Continuamente. Anche leggendo storie non particolarmente note, come alcuni racconti di altri autori italiani che conosco personalmente, perché le idee più geniali, le più travolgenti, sono spesso le più semplici, al cospetto delle quali non puoi che esclamare: ma è così ovvio, perché non è venuto in mente a me?

–         C’è un’idea o un argomento che ti ispira particolarmente e che vorresti sviluppare e trasformare in un romanzo? Una specie di ossessione, insomma?

C’è un mio racconto, Tempus Fugit, strettamente collegato all’idea del viaggiare nel tempo, che ha avuto un discreto successo e che ho sempre desiderato trasformare in un romanzo. In realtà riuscirci senza scivolare nella banalità si sta rivelando difficile, quindi non so se effettivamente questo progetto vedrà mai la luce. In effetti, ho citato questo racconto perché il trascorrere inesorabile del tempo  è a volte fonte di inquietudine, e mi piacerebbe perciò elaborarlo attraverso un viaggio romanzato nel tempo della vita, un po’ come accade, su scala ridotta, nel racconto.

–         Se parliamo di fantascienza italiana, scrittori emergenti, concorsi letterari, quali prospettive vedi di diffusione e di relativo successo del genere?

Ci sono molti autori italiani di grande fascino, sia fra quelli noti che fra gli emergenti. La speranza che il genere torni all’età dell’oro c’è sempre, però ci vorrebbero da un lato un maggior coraggio degli editori ad aprirsi di più al fantastico e alla fantascienza, e dall’altro, da parte di alcuni autori di fantascienza (e lo dico con umiltà e sperando di non urtare alcuna suscettibilità) sarebbe forse utile una maggior propensione a voler parlare a tutti e non soltanto a chi legge e intende la fantascienza, rendendo accessibili cose che, di fatto, lo sono anche a chi, fino a oggi, non ha mai letto genere. Il discorso è certamente più comprensibile se parliamo di cinema: quanti milioni di persone sono andate a vedere Avatar? Perché questo sembra non poter valere anche per un buon libro di fantascienza? Il posizionamento percepito dal pubblico, che è influenzato anche dalle scelte editoriali, è determinante.

–         Ferro Sette che diventa un film… è possibile?

Sarebbe meraviglioso. Proprio sulla scia del discorso che facevamo poco fa sulle immagini, chi ha letto Ferro Sette mi ha detto che è molto immaginifico e che si presterebbe bene a una trasposizione cinematografica. Ma parlare di una trasposizione cinematografica di un romanzo di fantascienza in Italia, è fantascienza. E’ già moltissimo che venga pubblicato da un editore come Armando Curcio.

–         Confidiamo allora nella fantascienza. Da parte mia, ti auguro di riuscire a trovare nuove fonti di ispirazione e, soprattutto, di avere sempre la voglia di metterle a frutto, insistendo con la tua attività di scrittore, convinta, personalmente, che ne varrà la pena.

Hai ragione, bisogna insistere. Una persona di mia conoscenza afferma che il difficile non è tanto realizzare qualcosa ma riuscire a mantenere successivamente il livello raggiunto. Penso che abbia ragione da vendere. Grazie dell’augurio.

:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012 by

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Recensione di La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke a cura di Viviana Filippini

12 aprile 2012 by

Se vi chiedessero: «Come lo preferisci il bisturi? Affilatissimo, Affilato o smussato?» Voi cosa rispondereste? Presumo che a seconda del contesto (dal chirurgo plastico, in una sala operatoria e perché no, magari pure in qualche ristorante cool) queste domande potrebbero essere più o meno piacevoli. Sicuramente Jon Vatten – protagonista del romanzo La biblioteca del’anatomista -quando si sente porre questa domanda dal suo aguzzino non è molto contento di quello che comporterebbe la sua scelta e soprattutto, appena sentite queste gelide parole prende coscienza di quanto possa essere cinico un uomo all’apparenza tranquillo. Siamo nel 2010, in Norvegia a Trondheim dove Vatten è il principale sospettato dell’omicidio della collega Gunn Brita Dahle, la donna da lui rinvenuta cadavere all’interno dell’ente culturale dove lavorano entrambi, lei come bibliotecaria, lui come addetto alla sicurezza. Per Vatten, sensibile, pasticcione e anche un po’ imbranato, non è la prima accusa di omicidio, infatti, già cinque anni prima l’uomo era stato sospettato di aver assassinato moglie e figlio, ma le prove lo aveva scagionato. L’ uccisione della collega però, lo porta nuovamente sotto la lente degli investigatori, ma ben presto le accuse contro il custode cominceranno a vacillare per due motivazioni: la prima, riguarda le modalità d’esecuzione dell’omicidio, compiuto seguendo una logica specifica e con strumenti di precisione per tagliare e incidere. Secondo, negli Stati Uniti d’America, a Richmond in Virginia,  il curatore dell’Edgar Allan Poe Museo, tale uomo solitario Efrahim Bond, viene ritrovato cadavere e il suo corpo presenta gli stessi particolari segni di tortura della Dahle. Due delitti sì lontani, ma con procedura simile che riconducono al contenuto di un misterioso manoscritto di un prete del XVI secolo, conosciuto da tutti gli esperti del settore bibliofilo come Libro di Johannes, che non a caso è inaspettatamente sparito. La collaborazione tra investigatori americani (la perspicace poliziotta Felicia Stone) e norvegesi (l’ispettore Odd Singsaker, operato al cervello e lasciato dalla moglie) porteranno i lettori dentro ad una intricata indagine tra passato e presente, tra libri antichi e pergamene alla scoperta dell’assassino. I fatti narrati dall’esordiente Brekke sono molto cruenti e questa sensazione la si percepisce sin dal prologo, ma la presenza di personaggi dei quali il narratore ci racconta parte della loro vita privata (l’adolescenza traumatica di Felicia Stone, le sofferenze del simpatico Singsaker e l’ambigua stranezza della giovane bibliotecaria neoassunta Siri Hom) aiuta noi lettori ad affrontare con attenzione la ricerca del colpevole e a capire che la vita è caratterizzata da un combinazione di sofferenza, lotta e anche un po’ di pace e armonia.
Come accade in molti romanzi dove il filo conduttore è la caccia al colpevole, anche questo primo lavoro d’esordio di Brekke è concepito come un puzzle di luoghi e persone inizialmente distanti tra loro e senza nessun apparente legame, poi più ci si addentra nella storia, più i “nodi vengono al pettine” e il mosaico si ricompone portando a galla un’agghiacciante verità del presente e del passato. Il filo conduttore che collega i due brutali assassinii nella contemporaneità affonda le radici nei secoli trascorsi, in una serie di personaggi storici realmente esistiti (lo stampatore veneziano Manuzio, lo studioso di anatomia Alessandro Benedetti e l’anatomista Vesalio) e di fatti la cui certezza storica è più o meno confermata, nei quali è coinvolto un giovane ragazzo del Nord Europa,che una volta indossato l’abito talare scriverà un importante libro su pergamena. Il narratore dimostra una preparazione vasta e raffinata che gli permette di creare un perfetto mix tra azione, ritmo incalzante e suspense, evidenziano come  certi  ambienti ( il museo e la biblioteca) e strumenti di conoscenza (i libri) di solito ritenuti “amici” dell’uomo, in certi casi possano diventare pericolosi, direi vere lame a doppio taglio – e non solo perché ci sono coltelli e bisturi un po’ ovunque nella narrazione-,  se le mani sbagliate  se ne impossessano. Se i librai indipendenti norvegesi hanno assegnato a La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke il “Premio Norli” come miglior esordio letterario dell’anno ci sarà una motivazione non vi pare? Io credo che nella narrazione il connubio tra i tempi di oggi e quelli di ieri, tra delitti concreti e presunti, tra antichi manoscritti e collezionisti rendano lo scritto di Brekke un bel thriller mozzafiato con colpi di scena imprevisti, capace di  regalare al lettore comodamente seduto in poltrona la giusta scossa emotiva.

Titolo: La biblioteca del’anatomista
Autore Jørge Brekke
Ed. Nord pp.367 € 16,90

:: Recensione di Ogni goccia di sangue di Michael Robotham (Timecrime, 2012)

12 aprile 2012 by

In questo momento ho come la sensazione che la mente mi stia sfuggendo. Le mie emozioni sono state manipolate e la ragione sviata. E’ come osservare un mago che pratica un gioco di destrezza, distogliendo abilmente la mia attenzione per non farmi vedere il trucco.
So che c’è un nesso tra Gordon Ellis, Ray Hegarty e Sienna, ma non capisco che cosa li leghi.
E che ruolo ha in tutto questo l’Uomo Che Piange? E Lance Hegarty? Qualcuno ha ucciso il mio cane. Qualcuno mi ha spinto fuori strada. Quando ho accennato a Gunsmoke, Gordon Ellis mi ha lanciato uno sguardo strano. Quasi non capisse a cosa mi riferivo.
Devo ripartire da zero e mettere tutto in discussione, ma ora sono troppo stanco per pensare. Sono sporco, con la barba incolta, sfinito e ho voglia di una doccia. Di un letto.

Ogni goccia di sangue (Bleed for Me, 2010), nuovo thriller dello scrittore australiano Michael Robotham, edito in Italia da Timecrime, marchio crime della Fanucci, e tradotto da Annalisa Biasci, è il quarto romanzo della serie che ha per protagonisti il professore e psicologo clinico inglese Joe O’ Loughlin e il detective in pensione Vincent Ruiz, dopo L’indiziato (The Suspect, 2004), Perduta (Lost, 2005) e Il manipolatore (Shatter, 2008). Ogni goccia di sangue si apre con la pagina di un diario di una ragazzina di quattordici anni, Sienna Hegarty, il tipo di diario che ogni madre non vorrebbe mai leggere. Invece di esserci buffi disegni, solari descrizioni di imprese sportive, impressioni sulle prime cotte adolescenziali, nel diario di Sienna c’è sangue, dolore, disperazione. Con un taglierino, preso dal capanno degli attrezzi di suo padre, Sienna si provoca tagli profondi sulle braccia, sulla pancia, per far si che il dolore esterno eguagli quello interiore, per far si che il veleno che ha dentro goccioli fuori. Sienna è più vecchia della sua età, più matura: ha quattordici anni ma sembra una donna di trenta, è segnata da cicatrici più dolorose di quelle autolesionistiche che si infligge, è devastata da esperienze terribili che non dovrebbero succedere a nessuno. Il confronto con il mondo degli adulti non potrebbe essere peggiore. Un padre che ha abusato di lei e di sua sorella, un professore di teatro che anch’egli l’ha utilizzata sessualmente, giocando con la sua psiche ancora in formazione. Gli adulti, che dovrebbero essere per lei figure di riferimento, ancor più quando sono investite di autorità e di precisi obblighi educativi, si sono rivelati crudeli, spietati, infidi. Per cui è naturale che Sienna diffidi di Joe O’ Loughlin, un adulto che vuole aiutarla, padre della sua migliore amica Charlie, incaricato dal tribunale di stilare una perizia psichiatrica inseguito al sospetto che abbia ucciso suo padre. Già di ragioni per volere morto Ray Hegarty, ex poliziotto giudicato dai suoi vecchi colleghi coraggioso ed eroico, duro e inflessibile ma onesto, Sienna ne ha fin troppe, ma Joe O’ Loughlin sente che qualcosa non torna, un po’ perché è molto legata alla sua Charlie ed è di casa nella famiglia O’ Loughlin, un po’ perché si sente in colpa per non aver capito i motivi per cui la ragazzina voleva sempre stare a casa loro, un po’ perché c’è una storia sotto molto più complessa, popolata di personaggi pericolosi e oscuri. Con l’aiuto del vecchio amico Vincent Ruiz, Joe incomincerà la sua indagine personale che lo porterà ad Edimburgo sulle tracce di Gordon Ellis, il professore di teatro di Sienna, e di un uomo misterioso e inquietante, l’Uomo Che Piange, legato a filo doppio a Novak Brennan, un politico ultra nazionalista di tendenze neonaziste, imputato di un processo d’omicidio seguito da sua moglie Julianne. La storia comunque è ben più complicata di quanto possa emergere da questi mie brevi accenni, e regge un thriller psicologico di solida scuola anglosassone, per di più ispirato ad una storia vera, come tutti i romanzi di Robotham; un thriller ben costruito sia per impianto narrativo che per caratterizzazione dei personaggi. Il personaggio di Joe O’ Loughlin, in lotta principalmente con il Parkinson, emerge su tutti per umanità e intuito investigativo, ma anche Vincent Ruiz, già protagonista principale di Perduta e sempre presente in ciascun romanzo dell’autore, è un ottimo comprimario. La suspense è tesa, senza cadute di tensione, la trama verosimile, anche se è difficile immaginare che Sienna sia una quattordicenne, i tempi e i canoni del thriller psicologico sono rispettati. I temi trattati sono di attualità: dagli abusi sui minori, ai rigurgiti neonazisti, alle violenze sugli immigrati; l’ambientazione tipicamente inglese, fatta di pub, villaggi residenziali, scuole di lusso in cui tutti indossano una divisa, è efficace e fa quasi per contrasto risaltare ancora di più una storia in cui violenze domestiche, spirito di gruppo quasi mafioso, ed egoismi personali contrastano ciò che è giusto ed etico. E’ un romanzo piuttosto corposo, un po’ di più di 500 pagine, qualche refuso, ma si legge molto velocemente un po’ per capire i meccanismi della vicenda, un po’ perché lo stile di Robotham è lineare e levigato e non annoia. Il personaggio dell’ispettore capo Cray, e soprattutto dell’Uomo Che Piange, sono sicuramente originali e arricchiscono una storia fatta di personaggi più ancora che indagini, inseguimenti e aggressioni. Un buon thriller insomma, per appassionati.
Piccolo giallo nel giallo. A parte i refusi, a Monica Bartolini del sito Thriller caffè non è sfuggito un errore piuttosto insidioso, non nella trama comunque. Per scoprirlo ci vuole spirito di osservazione e conoscenza delle tecniche di CSI!

:: Milano Calibro Noir

12 aprile 2012 by
MILANO CALIBRO NOIR
14 aprile presso Lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a partire dalla 15

Una volta se uno doveva pensare ai gialli o ai noir ambientati a Milano i primi nomi che gli sarebbero venuti in mente sarebbero stati quelli di Augusto De Angelis, Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri con il riferimento specifico al commissario “poeta” De Vincenzi, all’inquieto Duca Lamberti e al piacente Commissario Ambrosio. E nel tempo non è mai mancata la giusta geografia letteraria a base di nebbia e delitti agli scrittori che hanno raccontato Milano scoperchiandone l’anima criminale.
Con l’obiettivo di dare voce ad alcune delle più interessanti voci del panorama noir meneghino contemporaneo il prossimo 14 aprile lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a Milano, in collaborazione con Eclissi Editrice, per festeggiare i cinque anni di attività dei suoi noir, e con l’amichevole collaborazione di Cadillac Magazine organizza una serata speciale dal titolo “Milano Calbro Noir”.

Per saperne di più: http://ilcerchiogiallo.blogspot.it

:: Recensione de Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2012 by

Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua sono i due racconti vincitori del primo Premio short-Kipple 2011, dedicato a racconti fantascientifici inediti. Difficile stabilire quale dei due sia il migliore, vista anche la diversità dei temi e dei registri stilistici, e giustamente la giuria si è espressa per un ex-aequo.
Il racconto di Agnoletti (Galeata, 1957) è breve ma molto intenso. Due ragazze controllano l’unica piattaforma costruita su Maath, un pianeta interamente ricoperto d’acqua, le cui “balene” sono molto ambite per le loro proprietà e per questo oggetto di una caccia spietata da parte di gigantesche baleniere automatizzate. La protagonista-voce narrante ama disperatamente l’altra coinquilina, Hela, che è però perseguitata da un passato terribile. Non mancano momenti lirici e sognanti fino all’inaspettato finale che spazza via ogni residua illusione.
Carpocalypse del giovane Domenico Mastrapasqua (1984) è invece un’interessante variazione su un tema (la zombie apocalypse) fin troppo sfruttato. Gli zombi che si trovano ad affrontare i protagonisti sono ben diversi da quelli romeriani e dalle loro successive evoluzioni: più che il prodotto di virus misteriosi sembrano essere il frutto di esperimenti scientifici e hanno dimensioni enormi e capacità fuori dal comune. Lasciamo al lettore il piacere di scoprire quali.
Mastrapasqua mostra un’ottima abilità nell’imbastire il racconto con un inizio in medias res e un finale aperto, il tutto narrato con uno stile secco e ironico, che evita ogni lungaggine eliminando tutto il superfluo. Un racconto che si spera sia solo il primo di una serie…
L’epub senza DRM è acquistabile al prezzo di solo 1€ su www.kipple.it/index.php?route=product/product&product_id=229 e su altre piattaforme di vendita online come Simplicissimus o anche in versione cartacea  per 3€. Un prezzo più che abbordabile per gustare un po’ di buona fantascienza italiana.

:: Intervista a Filippo Sottile autore di Lo spleen di Mompracem a cura di Elena Romanello

11 aprile 2012 by

Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c’è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell’avventura.

Come è nata l’idea de Lo spleen di Mompracem?

Ogni idea che si concretizza in un’opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e “vita vissuta”. La scintilla iniziale l’ho sognata: c’era Sandokan che leggeva  delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L’immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell’artista nella nostra società. Le mie parole d’ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l’artista è un critico e svolge un’azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l’arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.

Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?

Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po’  come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.

Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c’è tra queste forme di cultura?

Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.

Come sei arrivato a farti pubblicare?

Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri  nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.

Chi sono i tuoi maestri letterari?

Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all’osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.

 

Elena Romanello

:: Un’ intervista con C.M. Palov autrice de La città perduta dei Templari

10 aprile 2012 by

Ciao Chloe. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è C. M. Palov? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia, sono davvero felice di concedere questa intervista. Hmm, la tua prima domanda mi sta dando una bella occasione, altrimenti CM Palov potrebbe eventualmente essere la scrittrice più solitaria del pianeta. Sto scherzando, naturalmente, ma sono un po’ un lupo solitario quando si tratta della mia scrittura. Che è una stranezza in questo tempo in cui tutti sono cosi ‘collegati’. Vorrei dire che la perseveranza è la mia più grande forza, ed è stata davvero messa alla prova negli anni in cui stavo lottando per fare pubblicare il mio primo libro. Per quanto riguarda la mia più grande debolezza, sono quasi imbarazzata ad ammettere che sono disperatamente dipendente dalla caffeina. Anche se il caffè è una debolezza per la maggior parte degli scrittori, ho tentato, e fallito, in numerose occasioni di smettere questa abitudine. Ma la speranza è eterna…

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta a Washington DC, e per questo motivo, è la città con cui maggiormente mi identifico. I miei anni formativi sono stati molto tipici, molto middle-class: mio padre era un contabile nel governo federale e mia madre era un ingegnere di sistemi informatici nel settore della difesa. Crescendo, ho trascorso molto tempo in molti musei di Washington, quegli immensi spazi, così scenografici, mi hanno sedotto. Inoltre, durante la mia giovinezza, sono rimasta basita dalla biblioteca pubblica. In realtà, il mio primo lavoro (quando avevo 15 anni) è stato quello di presentare riviste e giornali nella sala periodici della biblioteca. Più tardi, quando sono andata all’università, ho conseguito la laurea triennale in Storia dell’Arte. Fu in questo periodo che ho iniziato a viaggiare molto in Europa e ho acquistato il terzo amore della mia vita – le chiese medievali. Questa trinità – musei, biblioteche e chiese – è sempre presente nei miei libri.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittrice a tempo pieno?

Una domanda migliore potrebbe essere questa: che lavoro non hai svolto? Dal momento che ti ho già parlato del mio primo lavoro in biblioteca, ecco l’elenco: apprendista falegname,  modella in un grande magazzino;  segretaria d’ospedale; guida in un museo d’arte, insegnante di inglese a Seoul, in Corea, ed esaminatrice in una compagnia di assicurazioni.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Quando ero una bambina, sognavo sempre di diventare una giornalista e di viaggiare in luoghi esotici e zone dilaniate dalla guerra. Alla luce di queste fantasie, inventavo storie di folli avventure e costringevo i bambini del vicinato a impersonarle. Tuttavia, nonostante queste fantasie infantili, non ho mai davvero preso in seria considerazione l’idea di diventare una scrittrice. In realtà, ho sempre sottovalutato le mie capacità di scrittura e non ho speso  tempo ad affinare il mio talento grezzo. Almeno non fino a quando sono diventata adulta ed un amico, piuttosto inaspettatamente, mi disse: “Dovresti diventare uno scrittore come Robert Ludlum.” Mentre il commento mi colse di sorpresa, è anche rimasto con me per molti anni; un piccolo seme che ho nutrito. E ‘stato mentre stavo lavorando duramente facendo il mio lavoro preferito almeno per quel periodo (presso la compagnia di assicurazione a Miami, Florida) che ho avuto la mia epifania. Un giorno mi sono semplicemente alzata dalla mia scrivania, sono uscita dal palazzo, sono saltata in macchina, e non sono più tornata. E’ stato il punto di non ritorno, il seme che è  finalmente germogliato nel suolo. Durante il ritorno a casa, ho avuto chiaro nella mia mente l’idea di diventare uno scrittore. Non dimenticherò mai l’euforia che ho provato una volta che ho preso questa importante decisione, è stato come se un peso di piombo fosse stato rimosso dalla mia anima.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada della pubblicazione è stato un lungo e tortuoso sentiero, infatti, sono trascorsi dieci anni  prima di raggiungere quella destinazione molto desiderata da ogni scrittore– vedere messo in vendita il mio primo libro. Dopo aver lasciato il mio lavoro a Miami, mi sono trasferita in una vecchia fattoria in West Virginia. Ho volutamente fatto in modo che potessi portare avanti la mia scrittura senza distrazioni. Ritengo che questi dieci anni presso l’agriturismo siano stati il mio apprendistato per la scrittura. E, sì, ci sono state molte lettere di rifiuto da parte degli editori e degli agenti lungo la strada. Se non altro, quelle lettere di rifiuto hanno rafforzato la mia determinazione a diventare uno scrittore pubblicato. Ma c’è anche un lato positivo, in quegli anni ho potuto imparare il mio mestiere senza la pressione di una scadenza appesa sopra la mia testa. Poiché non avevo mai fatto un corso di scrittura, avevo bisogno di quei dieci anni per affinare le mie capacità di scrittura e imparare tutto quello che potevo sul processo creativo. L’errore che ho fatto è stato di cercare la mia strada in una serie di differenti generi di fiction che, a posteriori, mi rendo conto non erano adatti ai miei talenti o interessi. Una volta che ho cominciato a scrivere di argomenti esoterici (che da tempo mi affascinavano), sono finalmente riuscita ad ottenere un agente letterario che poi molto velocemente ha venduto il mio primo libro, Ark of Fire (il primo libro della serie dei Templari).

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Curiosamente, mi piace ogni fase del processo: la ricerca, la stampa, la scrittura, la modifica e, sì, anche le revisioni. Anche se la produzione di un libro ben scritto certamente necessita della fiamma creativa. Questa è una sensazione molto soddisfacente.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La città perduta dei Templari (The Templar’s Quest)? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La città perduta dei Templari è un libro per il quale l’ispirazione originale è insolitamente  provenuta dal mondo visivo, piuttosto che dalle pagine di un libro di storia (dove traggo la maggior parte della mia ispirazione). Diversi anni fa, ero a Parigi durante i mesi estivi e ho assistito ad una delle più belle vedute della mia vita – il sole al tramonto perfettamente inquadrato nel centro del Grande Arche. Questa potente immagine mi ha spinto a ricercare l’ ‘asse sacro’ che va dal Louvre, lungo gli Champs-Élysées, che si conclude al Grande Arche. I misteri esoterici che circondano il ‘asse sacro’ di Parigi sono il cuore pulsante di La città perduta dei Templari.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

In poche parole, un gruppo di scienziati del 21 ° secolo, discendenti degli ufficiali nazisti delle SS, tentano di utilizzare la teoria della relatività generale di Einstein per alterare il continuum spazio-temporale in modo che possano cambiare l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Intrecciati a questa vicenda ci sono misteri esoterici che coinvolgono i Cavalieri Templari, i Catari medievali, e gli antichi Egizi.

Raccontaci i personaggi principali del libro.

Questo libro è unico (in relazione agli altri libri della serie dei Templari), perché ci sono due protagonisti maschili: Finn McGuire, un soldato americano delle forze speciali, e Caedmon Aisquith, un ufficiale dell’ intelligence britannica e studioso medievale. Non solo Finn e Caedmon sono profondamente differenti l’uno dall’altro, ma le loro personalità e il loro modo di risolvere i problemi si scontrano violentemente. Inoltre, essi utilizzano metodi opposti . Al fine di sconfiggere gli antagonisti, comunque soldato e spia dovranno mettere da parte le loro differenze e unire le forze. E, sì, alla fine eventualmente possiamo avere quello che in America chiamiamo un ‘bromance’.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La città perduta dei Templari?

Come con tutti i miei libri, il processo di scrittura ha richiesto un intero anno solare. Per i primi 5 mesi, faccio ricerche. Questo periodo poi è seguito da 6 mesi di scrittura, e l’ultimo mese lo trascorro a modificare il manoscritto.

Quanto è importante un buon titolo? Raccontaci le origini del titolo La città perduta dei Templari .

I titoli sono fondamentali dal momento che, insieme alla copertina, è la prima introduzione di un autore ad un lettore. Detto questo, è stato il mio editore che ha deciso di utilizzare il tag ‘Templari’ per il secondo libro della serie e da quel momento è stato sempre con me (The Templar’s Code, The Templar’s Quest, The Templar’s Secret). Anche se devo dire che in un primo momento ho fatto delle resistenze, poi ho capito che la parola leggendaria ‘Templari’ trasmetteva ai lettori in modo molto efficace l’idea di un mistero medievale esoterico.

Ti capita mai di usare eventi reali e storici nelle tue storie, o è solo fantasia?

Le mie trame sono una combinazione delle due cose, anche se per uno scrittore di fiction, includo una enorme quantità di dati storici nei miei libri. In particolare mi piace usare retroscena nella creazione di eventi reali di ogni personaggio in quanto ciò aggiunge maggiore profondità e dimensione. Un esempio di questo è la storia dietro l’antagonista Ivo Uhlemann e la sua infanzia nella Germania nazista che descrivo in dettaglio utilizzando veri e propri eventi storici.

In La città perduta dei Templari, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Di gran lunga, il personaggio più difficile da scrivere è stato l’assassina Angelika Schwarz per il semplice motivo che lei è una vera psicopatica, non solo è incapace di provare rimorso, ma è sessualmente eccitata dal dolore. Questi tipi di menti oscure sono sempre difficili, perché mi costringono ad andare in luoghi bui per dare vita al personaggio sulla pagina scritta. Al contrario, il personaggio più facile per me da scrivere è stato il protagonista Caedmon Aisquith perché su molti livelli io e lui siamo simili, il nostro temperamento e i nostri interessi sono strettamente vicini. E ‘abbastanza facile per me entrare nella testa di Caedmon. Una buona cosa perché è in tutti i libri della serie dei Templari.

Quanti libri sono previsti per la serie? Oppure si tratta di un standalone?

La città perduta dei Templari è in realtà il terzo libro della serie. Tuttavia, poiché si tratta di un prequel, può essere considerato il primo del blocco. Pochi giorni fa, ho finito le revisioni del quarto libro, The Templar’s Secret, e molto presto inizierò a lavorare sul quinto. Non ho un certo numero di libri previsti per la serie. Finché i personaggi e le trame attireranno il mio interesse, continuerò la serie.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo libro?

Per La città perduta dei Templari, come con tutti i miei libri, ho fatto un enorme quantità di ricerche, infatti, faccio ricerca molto più di quanto possa poi usare nel romanzo. In genere, ho letto tra i 25-30 libri di ricerca prima di iniziare a scrivere. Inoltre, quando è possibile, viaggio per i luoghi che descrivo e ciò mi aiuta in particolare nel coreografare le scene di inseguimento.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, ricerca e marketing dei tuoi libri?

Internet è infatti indispensabile per controllare i fatti. Mi chiedo sempre cosa facevano gli scrittori prima della nascita di Google? E ‘così molto più veloce verificare un nome, una data o un luogo con pochi click sulla tastiera piuttosto che sfogliando le pagine di un tomo polveroso. Anche se tutta la mia ricerca ‘sostanziale’ è fatta alla vecchia maniera, con una pila di libri e un blocco di carta. Perché io non sono presente nei social network (sempre per colpa del mio carattere solitario), non uso internet per la commercializzazione di miei libri, che è un difetto, lo so. Probabilmente avrei dovuto elencare ‘la mia fobia per i social network ‘ come uno dei miei punti deboli.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

A causa del mio background in storia dell’arte, mi considero una persona visiva. Quando scrivo una scena, sono in grado di immaginare l’impostazione tutta nella mia mente e che potrebbe spiegare perché il mio lavoro tende ad essere molto cinematografico. E mentre il cinema è una mia passione, vorrei dire che la sua influenza è più generale che specifica. Finora, non ci sono progetti cinematografici in cantiere, ma le mie dita sono incrociate.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Attualmente sto leggendo tre libri differenti: Science and the Akashic Field di Ervin Laszlo; Drift: The Unmooring of American Military Power di Rachel Maddow, e The Green Man di Kingsley Amis.

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto con lettori? Come possono entrare in contatto con te?

I lettori possono contattarmi attraverso la mia pagina web http://www.cmpalov.com. E rispondo a tutte le mie e-mail. In realtà, proprio una query di un mio lettore mi ha spinto a scrivere il prequel La città perduta dei Templari. Il lettore in questione ha voluto sapere perché (nel primo libro) il mio protagonista Caedmon Aisquith, che è uno studioso dei Templari, aveva scritto un libro sulla dea egizia Iside. La risposta a questa domanda è presente nel prequel.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

No, mai. Un giornalista mi ha mandato le recensioni del mio primo libro. Anche se quel libro è stato ben accolto, mi innervosiva leggere le recensioni. Non ho mai neanche digitato su Google il mio nome o i titoli dei miei libri. Il solo pensiero mi manda un brivido lungo la schiena.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe viaggiare in Italia per presentare i miei libri ai lettori. L’Italia è uno dei miei paesi preferiti da visitare. La cultura è incredibile, c’è bella gente, una cucina squisita. . . quando volete che arrivi?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena iniziato le ricerche per il quinto libro della serie, che approfondiranno le origini del male, in particolare esaminando gli angeli caduti partendo dal Libro della Genesi, la possessione demoniaca, e i culti satanici. Un argomento oscuro, ma affascinante.

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