:: Recensione di Arab Jazz di Karim Miské (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 luglio 2013 by

karimVincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara,  questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Arab Jazz, già dal titolo (lo dice espressamente in una pagina fintamente citazionista) un omaggio neanche tanto velato a White Jazz di James Ellroy, potremmo definirlo un poliziesco esistenzialista, contaminato da sprazzi vividi e caldi di colore locale, multietnici suoni di un’ umanità variopinta e caratterizzata da usanze, culture, credi religiosi contrapposti e spesso stridenti. Arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, mille volti di un quartiere parigino dove convivono varie comunità che quasi si ignorano tra loro, chiuse nelle loro enclavi etniche, familiari, sociali e che fa da sfondo a una storia amara e crudele, che come ogni poliziesco inizia con un delitto.
Laura, giovane hostess dell’Air France, viene ritrovata cadavere nel suo appartamento, legata al balcone, lasciata a dissanguare dopo innumerevoli coltellate inferte con efferata violenza. La tavola apparecchiata per due, il coltello conficcato in un trancio di maiale. Una messinscena grottesca, apparentemente legata a qualche fanatismo religioso, di impurità e punizione.
Ad avvisare la polizia una telefonata anonima, ma anche Ahmed, il vicino del piano di sotto, vede piovere delle gocce di sangue sul suo balcone e alzando la testa vede i piedi della ragazza. Una ragazza che forse lo amava, ma lui questo amore non è mai riuscito a ricambiare chiuso nella sua depressione cronica e senza speranza. Per lei, solo un rituale che paradossalmente lo pone in una posizione delicata. Ha le chiavi di casa della ragazza, perché si era offerto di innaffiare le sue orchidee durante le sue lunghe trasferte. Solo lui era abbastanza ossessivo e fanatico per dare la giusta acqua a fiori così bizzarri e incontentabili.
La portinaia lo sa, e non mancherà di dirlo alla polizia, facendo di Ahmed il primo sospettato. Ma i due poliziotti incaricati dell’indagine fanno presto, vedendolo, a capire che lui non centra niente. Il suo sguardo è troppo dolce, fragile, la sua casa piena di romanzi polizieschi comprati un tanto al chilo da Paul, il librario armeno, che per lui ha sempre qualche raro volume da aggiungere ai suoi acquisti, non è la casa di un assassino. Jean il poliziotto bretone, figlio di comunisti e Rachel la rossa poliziotta ebrea lo capiscono subito, per istinto, per esperienza.
Ma Ahmed, sa che quei due strani poliziotti, non verranno mai a capo di quella storia, deve indagare lui, deve scoprire lui chi ha ucciso Laura, non può certo cambiare il passato, vivere quell’ amore ormai irraggiungibile, ma può scoprire la verità. Glielo deve.
Ecco un accenno di trama, una breve traccia che ci porta nel cuore di questo romanzo, scritto al presente, in un susseguirsi di accelerazioni e cambi di prospettiva. Punti focali Ahmed, Rachel e Jean, in un’ alternanza di vie di fuga narrate da un narratore partecipe che analizza fatti e pensieri dei personaggi, e ci porta nel loro mondo, nel segreto labirinto che è la loro anima.
Vagamente joyciano il dormiveglia solitario di Rachel, mentre immagina di consumare un infuocato amplesso con Tony Leung, a questo servono i divi cinematografici considera quasi in un’ epifania catartica. Vagamente proustiano l’attaccamento di Jean verso il cibo, la bistecca sognata e condivisa con Rachel, le patatine ai gamberetti prese al ristorante cinese. Miské crea con eleganza uno stile insolitamente raffinato per un polar, letterariamente denso e per alcuni versi anche d’avanguardia. Una lettura interessante. Forse non per tutti, ma personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Karim Miskè è nato nel 1964 ad Abidjan da padre mauritano e madre francese. Cresciuto a Parigi, si è trasferito a Dakar per gli studi in giornalismo. È da più di vent’anni regista di documentari che vengno trasmessi su Arte, France 2 e Canal+. A partire dal 2010 pubblica numerosi articoli sul tema del razzismo e tiene un blog sul sito de «les inrockuptibles». Arab Jazz è il suo primo romanzo. Nel 2012 ha vinto il Grand prix de littérature policière.

:: Un’intervista con Fabio Mundadori

3 luglio 2013 by

occhi-violaGrazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Sei nato a Bologna nel 1966, e ora vivi a Latina. Sei uno scrittore. Ami la fantascienza. Parlaci di te descrivendoti come se fossi un personaggio di un tuo libro.

Grazie a te Giulia. Come prima domanda non c’è male! Provo.
Mundadori sta sulla sedia dietro al tavolo di metallo, la lampada puntata al volto gli permette d’intravedere appena la sagoma del poliziotto di fronte a lui che in piedi sfoglia un dossier Fabio Mondadori! Per questo le permettono di scrivere: è un raccomandato.
Mundadori, con la U.
Le chiedo scusa se mi sono permesso.
Ma le pare! Passo metà del mio tempo a correggere chi sbaglia il mio cognome.
Ovviamente non mi stavo scusando davvero.
Non avevo dubbi, potrebbe togliermi dalla faccia questa lampada?
Nemmeno a parlarne, che razza d’interrogatorio sarebbe.
Di cosa sono accusato?
Di esistere.
Nientemeno.
Vediamo che dice qui: ah perbacco è un informatico.
Non esattamente: violento server.
Non si allarghi troppo: problemi di linea vedo che ne ha già a sufficienza.
Se lo faccia dire: è proprio una sagoma. Sì, comunque: mi occupo di sicurezza informatica.
Sicurezza? Lei? Siamo in una botte di ferro!
Ma è sicuro di essere un poliziotto e non un cabarettista?
Commissario Sammarchi, per servirla.
Ora mi è chiaro perché se ne sta lì buio, pantaloni arancio o gialli oggi?
Non si permetta! Non è colpa mia se…
Lo so, lo so: una moglie dal sonno leggero.
Sa troppe cose.
Secondo lei come mai?
Le domande le faccio io. Forza, cos’è questa storia del morbo di Asimov che ha contratto nell’infanzia.
Nulla di contagioso.
Non le ho chiesto questo.
È un gioco di parole ovviamente: da Isaac Asimov compianto scrittore, di fantascienza ma non solo. Ho amato ogni suo romanzo o racconto, spero un giorno di poter acquisire un decimo della sua padronanza nel raccontare.
Una missione impossibile.
Ha qualcuno che le scrive le battute o è così al naturale?
Dovrebbe saperlo.
Questo interrogatorio è contro la legge!
Qui la legge sono io,
Spettacolare questa frase, vorrei averla scritta io!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato la lettura e pur cercando di leggere di tutto ho comunque preferito la fantascienza, l’avventura e il giallo: il mio immaginario è stato formato da scrittori come Salgari, Verne, Doyle e Asimov ma anche Richard Matheson, Dan Simmons, Valerio Evangelisti, Robert E. Howard e William Gibson. Per me lettura ha significato anche fumetti partendo dagli immancabili eroi Disney passando da mostri sacri come Stan Lee, Jack Kirby, John Byrne, Neal Adams per arrivare ai tratti più maturi di Frank Miller, al cartooning esagerato di Todd McFarlane o al bonelliano Claudio Castellini. Gli stessi generi mi hanno appassionato anche nel cinema; registi come Tim Burton, Ridley Scott, George Lucas e Steven Spielberg mi hanno insegnato come  trasmettere emozioni, se con profitto o meno vedremo.
Malgrado tutto questo la mia è una formazione tecnica: sono diplomato in elettronica industriale anche se lettere è sempre stata la mia materia preferita.
La mia infanzia è stata tutto sommato felice, vissuta in una Bologna, ovviamente, molto diversa da quella di oggi, circondato da nonne e da una bisnonna sempre pronte a regalarmi il libro o il fumetto che attirava la mia attenzione.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?    

Per la letteratura (e la lettura) davvero non saprei, spesso mi diverto a dire che ho imparato prima a leggere che a parlare, è uno scherzo ovviamente ma ho un ricordo chiaro di me stesso in prima elementare che leggo Topolino seduto su un muretto, mentre i miei compagni giocano a calcio (sport in cui, non a caso, sono una schiappa). A guardare bene anche il piacere di scrivere è qualcosa che mi accompagna da molto tempo: se vado indietro nel tempo mi rendo conto che scrivere un tema è una cosa che mi ha sempre stimolato e difficilmente mi è capitato di non saper davvero cosa scrivere. Piuttosto c’è stato un momento chiaro in cui ho deciso di far leggere ciò che scrivevo e questo è accaduto grazie a un blog che avevo aperto sulla ormai defunta piattaforma Splinder., ma è stato più che altro un pretesto, per come la vedo io chi scrive ambisce a essere letto: quanti diari segreti sono mai rimasti davvero tali?

Hai iniziato scrivendo racconti, apparsi in diverse antologie e vincitori di premi. Poi nel 2010 è uscita la tua prima antologia Io sono Dorian Dum. Parlaci dei tuoi esordi

Ho accennato poco fa a Splinder: da quelle pagine virtuali ho cominciato a raccontare le mie prime storie (molte delle quali sono poi finite proprio in Io sono Dorian Dum) che riscuotevano sempre buoni giudizi dai frequentatori di blog, lettori che non si possono certo definire “teneri”, così ho cominciato a partecipare a vari premi letterari fino a vincere l’edizione del 2008 di Giallolatino. In quell’occasione ho conosciuto il mio attuale editore e autori della fama di Biagio Proietti (Lungo il fiume, Dov’è Anna, La mia vita con Daniela tra le sue più famose sceneggiature per la TV), Andrea G.Pinketts, Andrea Carlo Cappi, Enrico Luceri e Stefano Di Marino.

La struttura del racconto pretende uno stile molto definito, autonomo, personale. Quali sono i tuoi maestri? Quali sono i libri di racconti che hai amato di più?

È vero, scrivere un racconto spesso costringe a misurarsi con un limite di battute imposto e di conseguenza, soprattutto nel caso del giallo o del thriller, a scoprire le proprie carte solo al momento giusto. Per quanto mi riguarda queste sono condizioni molto stimolanti che mi fanno immaginare di condurre una vera e propria sfida con il lettore, spingendomi a trovare continui accorgimenti per tenere sempre alta la sua attenzione.
In questo senso veri maestri per me sono stati Isaac Asimov, Richard Matheson (che purtroppo ci ha lascato da pochissimo) Salgari e Dan Simmons, senza contare i vari Jack Kirby, Stan Lee, Frank Miller, John Byrne, Chris Claremont: dalle loro sceneggiature a fumetti ho imparato la scansione temporale della narrazione d’avventura. Tra i libri di racconti che ho preferito ci sono sicuramente Io Robot e Catastrofi a scelta di Asimov, I migliori racconti di Richard Matheson, Le avventure di Sherlock Holmes di A.C. Doyle e la serie di antologie edita da Mondadori delle storie di Conan il barbaro scritte da Robert E. Howard.

Dai racconti al romanzo. Occhi viola è stato definito un thriller dai risvolti horror. Viola, una misteriosa ragazza ritratta in un dipinto, morta cinque anni prima in circostanze mai chiarite, “sembra” tornata dall’oltretomba per vendicarsi. In che misura la paura, – generata, indotta, evocata -, e il soprannaturale sono presenti in questo romanzo?

Se fossero ingredienti di un dolce, nelle dosi ci sarebbe scritto Q.B. : una regola che uso per tutti i generi che di solito trovano spazio in ciò che scrivo. Personalmente non decido a priori di quale genere scrivere,  mi viene naturale contaminare tra loro più forme narrative, naturalmente compatibili. In questo senso in Occhi Viola la paura e il sovrannaturale, quest’ultimo tengo a precisare non come elemento fondante della trama gialla, sono funzionali alla costruzione del caso che il commissario Sammarchi deve  risolvere.

Raccontaci brevemente la trama e descrivici i personaggi principali.

C’è un ragazzino che in una notte di luna piena entra in una chiesa sconsacrata e vede qualcosa che non deve.
C’è una setta che si fa chiamare “I Legati di Satana” che lo teme tanto da volerlo uccidere.
Ci sono un dipinto e l’antica famiglia di possidenti terrieri che lo conserva.
Ci sono  un cadavere carbonizzato e una misteriosa ragazza di nome Viola che sembra tornata dall’aldilà per vendicare la propria morte.
Questi gli elementi in mano al commissario Sammarchi. Catapultato in un piccolo paese di campagna, per risolvere un apparentemente semplice caso di omicidio, il poliziotto si troverà invece a districare una matassa di eventi che si snoda lungo l’arco di molti anni.
Il tutto sotto l’onnipresente sguardo dei Palmieri: la ricca famiglia che, guidata dal vecchio Emiliano, da decenni esercita il proprio potere su tutto il territorio circostante.
Questi quindi i personaggi principali.
Ranieri: il bambino che di fatto innesca la sequenza di eventi che porterà alle indagini.
Viola: per certi versi la vera protagonista del romanzo, una ragazza che custodisce molti segreti, alcuni dei quali senza nemmeno saperlo.
Il tenente Musolesi: l’ufficiale a capo della locale caserma dei carabinieri e che avrà un ruolo determinante nella soluzione del caso.
E ovviamente il commissario Sammarchi.
Sfrutto questa domanda per parlare della parte artisitico/promozionale legata a Occhi Viola: per la copertina è stata utilizzato un’inquietante scatto delle rovine dell’abazia di S.Galgano della fotografa Cinzia Volpe. La colonna sonora del book trailer, visibile qui http://www.youtube.com/watch?v=oOVxLB-pQXY,  è il brano “Nel sole della notte” concessami da Erika Savastani e Danilo Pao. ovvero i Deserto Rosso.

Ambientato nella campagna emiliana, Occhi viola ha come protagonista il commissario Sammarchi. In cosa si differenzia questo personaggio dal clichè tipico del commissario del giallo italiano?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei ringraziarti perché sottintende un complimento rispetto a qualcosa che nella mia scrittura ritengo fondamentale: l’originalità. A proposito di questo ciò che posso dire è che Sammarchi non l’ho costruito a tavolino: è venuto fuori immaginando una persona qualsiasi, non particolarmente simpatica anzi direi scorbutica, con un’intelligenza sopra la media che non si preoccupa di nascondere. Si capisce che ha alle spalle un passato piuttosto movimentato, ancora avvolto nella nebbia.
Dal punto di vista narrativo Sammarchi è funzionale alla storia e al ruolo che riveste, ma non è invadente, non cerca i riflettori come capita per molti dei suoi colleghi.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

Narrazione e luoghi s’influenzano vicendevolmente: modificando anche solo in parte uno dei due elementi la storia cambierebbe radicalmente: nel caso di Occhi Viola la collocazione in un piccolo paese di campagna della provincia italiana mi ha permesso di avere a mia disposizione elementi che ad esempio in una grande metropoli sarebbero fuori luogo e che invece sono fondamentali nell’economia della storia.

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Senza fare troppe anticipazioni è una sequenza che rappresenta il mio personale, e indegno, tributo alla serie cinematografica Die Hard. Chi leggerà (tutto) il libro capirà 🙂

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Il più facile direi Musolesi, il più complesso forse Ranieri: un altro che rischiava di trasformarsi in un cliché.

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontaneo e guidato dall’ inconscio?

Normalmente opero una sorta di mix tra le due cose: c’è una “prima scelta” spontanea e una successiva “rifinitura” più ragionata anche se molto spesso l’inconscio ha già lavorato nella direzione giusta.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Rispettivamente “Il passaggio” di Justin Cronin. “Buio come una cantina chiusa” di Enrico Luceri e “I Dodici” sempre di Justin Cronin, il sequel de “Il passaggio”.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?

Credo di averli citati più volte nell’intervista ma lo rifaccio volentieri per Dan Simmons un autore che definire poliedrico è riduttivo: come Asimov (quello che considero il mio punto di arrivo) e Matheson, ha scritto di tutto senza preoccuparsi troppo di giurare fedeltà a un genere in particolare.
Sono italiani, ma non posso non citare Alessandro Manzoni , Giacomo Leopardi e Emilio Salgari.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Certamente i dialoghi, anzi spesso sfrutto le parti di dialogo per far conoscere i personaggi al lettore: credo che per i personaggi di un libro valgano le stesse regole che si utilizzano per le persone reali: vanno conosciuti attraverso le loro azioni e le loro parole e non perché qualcuno ce li racconta. Alla descrizione dei luoghi mi dedico solo se è strettamente funzionale alla storia o se mi serve creare un’atmosfera particolare, come accade ad esempio per la Pieve Rossa nel primo capitolo di Occhi Viola.

Usi metafore o significati nascosti nei suoi libri?

Non esattamente: spesso inserisco delle citazioni a canzoni, film o fumetti, a volte sono nascoste altre nemmeno troppo; in ogni caso fanno sempre parte di quella sfida tra me e lettore, ovviamente a livello di gioco, senza nessuna pretesa di dimostrare o insegnare nulla. In Occhi Viola qualcosa c’è. 😉

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Sinceramente è un problema che non mi sono ancora posto, dici che sbaglio?
Scherzi a parte, credo che cercare di scrivere sempre qualcosa che mi piace sia un ottimo metodo per rimanere indipendenti. Convengo sul fatto che potrebbe non essere sempre possibile, ma mi riservo di affrontare il problema qualora dovesse presentarsi.

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Occhi viola, quali musiche sceglieresti?

La musica non incide in modo “attivo” sulla mia scrittura, funziona piuttosto da accompagnamento, come scrivi tu da colonna sonora. Per Occhi Viola c’è un pezzo che sembra tagliato apposta ed è Back in black degli AC/DC, insieme a Clubbed to death di Rob Dougan o ancora It’s no good dei Depeche Mode e perché no The final countdown degli Europe, anche se una lettrice ha avuto la pazienza di confezionare un CD contenente una compilation dedicata e devo dire che molti dei brani che ha scelto sono piuttosto azzeccati come Nothing else matters e Mama said dei Metallica, My Sacrifice dei Creed e Iris dei Goo Goo Dolls.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Oddio, parlare di lettori preferiti mi mette un po’ in imbarazzo. Diciamo che mi aspetto che chi mi legge sia chi cerca storie dove mistero, azione e avventura la facciano da padrone, senza preoccuparsi troppo del genere specifico al quale appartengono. Contattarmi è facilissimo, chi vuole può farlo alle mie presentazioni e attraverso l’ormai onnipresente Facebook: il mio profilo è http://www.facebook.com/doriandum, via twitter: http://www.twitter.com/fabiomundadori  o sul mio sito http://www.fabiomundadori.it, e già che ci siamo anche Google+ fabio.mundadori@gmail.com.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ho appena terminato di scrivere una nuova storia del commissario Sammarchi che spero veda la luce presto. Alla voce “altri progetti” troviamo un libro su Bologna e un romanzo di “fantascienza” scritto a quattro mani con un collega rimandato per troppo tempo. Ovviamente sto già abbozzando l’idea per il terzo romanzo con il mio commissario.

:: Segnalazione di La signora delle camelie di Alexandre Dumas (figlio) (Newton Compton, 2013)

30 giugno 2013 by

camelieAlexandre Dumas (figlio)
La signora delle camelie

Edizione integrale
Traduzione di Luisa Collodi

Euro 0,99

In uscita il 18 luglio

Camelie profumate: sono i fiori che accompagnano sempre Margherita Gautier e che diventano il perfetto simbolo di un personaggio mitico.

Margherita: mantenuta del duca, amore impossibile di Armand, fragile donna malata e vittima dei suoi vizi, eppure misteriosamente forte. Un personaggio indimenticabile, che donò al suo giovanissimo autore (nel 1848, quando uscì la prima edizione, il figlio del grande Alexandre Dumas non aveva che ventiquattro anni) un successo clamoroso e ininterrotto, capace di superare i confini del tempo e dell’arte. L’autore stesso ne realizzò una versione teatrale; pochi anni dopo, Giuseppe Verdi saprà farne una trasposizione sublime, in musica, con La Traviata. Margherita Gautier, alias Violetta, è diventata così una figura a sé stante: un mito appunto, con il quale si sono confrontate dive come Eleonora Duse, Greta Garbo, Maria Callas.

Alexandre Dumas (figlio) figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

:: Novità in libreria

29 giugno 2013 by

Ellroyleone lepremacchinanienteTra le novità in libreria attese per luglio ( + una di giugno) mi hanno particolaremente incuriosito alcuni libri che sono felice di segnalarvi.

Innanzi tutto il nuovo Ellroy, Ricatto, disponibile dal 9 luglio per Einaudi, ad un prezzo molto popolare di 10,00 Euro. Non mi scapperà sicuramente.

Benvenuti nel mondo di Fred Otash: ex sbirro della Omicidi e rapine, non proprio inappuntabile; investigatore privato che non si tira indietro davanti a nulla; collaboratore della Hollywood Research Incorporated, specializzata in indagini commissionate dagli studi cinematografici; informatore del tabloid scandalistico “Confidential”; re incontrastato del ricatto ai danni di produttori, divi, starlette, chiunque conti qualcosa nella Mecca del cinema. Ormai anziano e male in arnese, si induce a raccontare la sua vita a uno scrittore mezzo matto di nome James Ellroy; forse per salvarsi l’anima, più probabilmente per intascare un po’ di quattrini e sentire da lontano il profumo dei suoi giorni di gloria. E così Otash parla, come un fiume in piena, raccontandoci le piccole e grandi miserie dei divi, e l’anima nera che traspare dietro lo splendore della celluloide. Il mondo di Hollywood, con la sua parata di stelle, le piccole e grandi miserie dei divi, l’anima nera che traspare dietro lo splendore della celluloide: la città di Los Angeles, che Ellroy ha saputo raccontare come nessun altro, e alla quale è tornato. Un romanzo sardonico, brutale, divertentissimo, inarrestabile come un fiume in piena.

Poi, sempre a luglio, per Guanda è previsto Il leone e la lepre di Alexander McCall Smith, tradotto da Giovanni Garbellini, una raccolta di favole africane raccontate dall’impareggiabile investigatrice Precious Ramotswe, responsabile del Ladies’ Detective Agency N.1.

“Quando si sentono queste vecchie storie – storie già sentite tante e tante volte – di colpo si torna indietro nel tempo. Ci si ritrova di nuovo là, seduti accanto alla zia sulla soglia di casa sua. C’è tranquillità, il cielo è sgombro e il sole picchia forte. E si pensa: che fortuna stare ad ascoltare queste cose che sono accadute in un altro luogo – proprio qui, dietro l’angolo – all’epoca in cui gli animali avevano il dono della parola. Allora la tristezza svanisce e si ritorna appagati. Metterò questo libro sulla scrivania per leggerlo quando non c’è molto lavoro alla Ladies’ Detective Agency N.1. Sceglierò un racconto e chiederò alla mia assistente, la signorina Makutsi, se lo ricorda. Lei si metterà a ridere e dirà di sì, e rifletteremo su quel racconto mentre l’acqua per il tè è sul fuoco. Sì, è proprio così che farò.” (Precious Ramotswe)

Un altro libro che segnalo, sebbene sia già uscito a giugno, è La macchina dei corpi di Ellis Warren, edito da Longanesi e tradotto da Massimo Gardella, un poliziesco a tinte fosche, per lettori che amano le storie non convenzionali e ricche d’azione.  Sono in attesa di leggerlo, ma Stefano di Marino dice che è bello, quindi sono molto ottimista.

Il detective John Tallow ha appena assistito alla morte del suo compagno di pattuglia, ucciso da un inquilino impazzito sulle scale di un fatiscente condominio di Manhattan. La tentazione di mollare tutto è forte, ma Tallow non può cedere, non ora, perché in quello stesso palazzo ha fatto una scoperta tanto casuale quanto sconvolgente: un appartamento blindato e sospetto. All’interno, decine e decine di armi: sulle pareti, sul soffitto, sul pavimento… E basta un primo esame balistico per svelare una verità ancora più inquietante: ognuna di quelle armi è collegata a un delitto irrisolto. La scoperta di Tallow, nel giorno peggiore della sua carriera, costringe i colleghi a riaprire tutti quei casi, peggiorando ulteriormente la sua reputazione nel distretto. Ma dietro l’ostilità che il detective sente montargli intorno, dietro gli ostacoli che gli impediscono di portare avanti l’indagine, Tallow sente che c’è dell’altro. Qualcosa che lo spinge a cercare di risolvere l’enigma che si nasconde dietro quelle armi e che a poco a poco lo avvicina a un mondo in cui la nuova Manhattan e quella antica, con i suoi villaggi, i sentieri, le foreste, si sovrappongono come in una dissolvenza cinematografica. Un mondo in cui le ambizioni di alcuni degli uomini più potenti di New York incrociano le trame di un individuo misterioso, metodico e visionario che si fa chiamare “Il cacciatore”.

Chiudo questa breve carrellata con un Jim Thompson di annata, da decenni introvabile, Un uomo da niente, edito da Einaudi e disponibile dal 2 luglio, traduttore Luca Briasco. Buona lettura!

Un uomo da niente è un romanzo noir dello scrittore statunitense Jim Thompson. Il protagonista del romanzo è Clifton Brown, un giornalista di successo che tutti ammirano. E’ un uomo brillante, capace e affascinante. La sua ex moglie è ancora perdutamente innamorata di lui, tanto quanto la bella vedova che farebbe qualsiasi cosa pur di renderlo felice. Eppure Clifton Brown è un uomo tormentato. Infatti in seguito ad un trauma che l’ha privato della virilità, si è rifugiato nell’alcol, per cercare di attenuare il dolore e la disperazione. Ma il passo che dalla depressione conduce alla rabbia è molto breve. Può, un uomo come Clifton Brown, trasformarsi in un pericoloso assassino? Un uomo da niente è un’ulteriore prova della maestria di Jim Thompson nel genere noir.

:: Segnalazione di La casa sfitta di A.A. V.V. (Jo March, 2013)

28 giugno 2013 by

La Casa Sfitta - Jo MarchEsce oggi 28 giugno, per la prima volta in lingua italiana, il romanzo breve  La casa sfitta (A House to Let, 1858) scritto a più mani da Charles Dickens, Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins e Adelaide Anne Procter, quattro dei più importanti e raffinati scrittori vittoriani, autori di capolavori senza tempo che hanno fatto la storia della letteratura mondiale.  Pubblicato da Jo March Agenzia letteraria, una piccola e interssante casa editrice di Perugia specializzata nella riscoperta di classici inediti, nella collana Atlantide e tradotto da Camilla Caporicci, che cura anche l’introduzione, Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, questo romanzo, originariamente pubblicato nell’edizione natalizia della rivista Household Words, diretta da Dickens, risveglierà sicuramente l’interesse degli appassionati,  rendendo fruibile un testo ai più sconosciuto. L’opera è così suddivisa: Charles Dickens e Wilkie Collins hanno scritto a quattro mani i capitoli Al di la della strada e Finalmente affitatta; Elizabeth Gaskell ha scritto il capitolo Il matrimonio di Manchester; Charles Dickens ha scritto il capitolo Ingresso in società; Adelaide Anne Procter ha scritto il capitolo Tre sere nella casa; e infine Wilkie Collins ha scritto il capitolo Il rapporto Trottle.

Dalla quarta di copertina:

Mute testimoni di relazioni umane, le mura di una casa custodiscono nel silenzio i segreti degli uomini che le hanno abitate. Eppure certe case hanno assorbito così profondamente il loro contenuto, che esso si palesa all’esterno in tutto il suo inquietante aspetto. Nido, o prigione? Quale mistero avvolge la casa sfitta che ossessiona la signora Sophonisba? Cosa si cela dietro le persiane scorticate e il fango che oscura i vetri dai quali nessuno parrebbe più affacciarsi? Due investigatori speciali tenteranno di mettere pace nel cuore della loro prediletta: il fedele Trottle e il premuroso Jarber si sfideranno a colpi di manoscritti, di senili e tenere scenate di gelosia, e di coraggiose sortite nella casa. Mettetevi comodi: un regista d’eccezione come Charles Dickens ha scritturato i migliori autori sulla piazza per svelare, attraverso un intreccio impeccabile e una scrittura potente che lasciano semplicemente senza fiato, l’arcano della perturbante casa sfitta.

:: Recensione di Sto bene, è solo la fine del mondo, Ignazio Tarantino, (Longanesi, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 giugno 2013 by

fine mondoSto bene, è solo la fine del mondo mi ha incuriosito da subito perché il titolo mi ha ricordato la canzone dei R.E.M. It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) poi, leggendolo mi sono accorta che questo lavoro di Ignazio Tarantino è un  una sorta di grido di libertà di un giovane uomo che ha lasciato un mondo nel quale si sentiva prigioniero per ricominciare in un cosmo tutto nuovo da conoscere, scoprire e costruire assieme agli altri. L’Italia che fa da sfondo alla trama è quella degli anni 80. Il protagonista è un ragazzino di nome Giuliano che ci racconta la vita della sua squattrinata famiglia e i grandi cambiamenti che nel corso degli anni l’hanno cambiata trasformandola per sempre. Da un parte, c’è un padre violento che non teme nulla e nessuno e non esita sfogare sulla moglie e i figli la sua insoddisfazione personale. Dall’altra, c’è la madre Assunta, una donna che subisce e pensa solo a crescere i figli nel miglior dei modi possibili, fino a quando un giorno la donna comincia a frequentare la Società nell’attesa che l’annunciato e imminente giudizio di Dio arrivi con la salvezza per coloro che sono “eletti”. In questa esperienza la donna coinvolgerà, loro malgrado, i figli causando, senza rendersene conto, una serie di cambiamenti radicali per il suo nucleo familiare. Sto bene, è solo la fine del mondo di Tarantino è una storia di formazione nella quale Giuliano, anno dopo anno, da bambino diventa un giovane uomo. Quello narrato è un periodo di crescita caratterizzato da sentimenti contrastanti tra il desiderio di vivere la propria vita in modo libero e il rispetto delle regole imposte dalla Società, dove la madre ha trascinato il protagonista e i suoi fratelli. Giuliano vive l’esperienza dell’ ente, ma allo stesso tempo frequentando le scuole superiori ha la possibilità di conoscere la vita fuori dal sistema della setta religiosa alla quale lui è affiliato e lo scontro tra realtà diverse lo indurrà a vivere una maturazione combattuta tra il rispetto e la trasgressione. L’infrangere le regole da parte del protagonista corrisponde al poter amare chi si vuole – compreso chi non è dentro la setta -,  al poter leggere qualsiasi libro, all’ascoltare ogni genere di musica e al divertirsi come fanno tutti i suoi coetanei, senza sentire il peso di un senso di colpa per peccati che non sussistono. Il libro di Tarantino non racconta solo la storia di un ragazzino che cerca di diventare grande e di capire cosa è davvero giusto per lui, ma Sto bene, è solo la fine del mondo è un lucido sguardo sulla nostra Italia e sull’Europa tra anni ’80 e ’90 con il terremoto, con i fatti della storia d’Italia e con la caduta del muro di Berlino. Eventi che Giuliano non riesce a condividere in modo completo, perché sempre in bilico tra il voler essere come tutti gli altri ragazzi e il sentirsi legato ai principi della Società. Un vincolo dovuto non tanto e solo al suo crederci, ma al bene che lui prova per la madre e che in una prima fase lo portano ad obbedire sempre. Giuliano a differenza dei suoi fratelli trova il coraggio di ribellarsi e di prendere una decisione radicale che cambierà per sempre la sua vita e il rapporto con i suoi familiari. La volontà di trasformazione di Giuliano è il segno evidente di un ragazzo che dopo aver passato un’esistenza ad obbedire e subire ha capito che la vita è fuori da quella “Sala del Regno” nella quale la madre lo ha inserito. Giuliano sceglie la sua libertà e questa ribellione lo renderà libero di esprimersi e di salvare la sua identità di individuo singolo. Sto bene, è solo la fine del mondo è sì la vicenda di un giovane alla ricerca di sé, ma è anche un’acuta riflessione sulla manipolazione delle menti umane e di quanto si riesca con il potere delle parole ad indurre le persone a compiere gesti e seguire determinati principi di vita. Inoltre, lo sguardo in soggettiva di Giuliano ha in sé una forte componente dell’io autoriale e non a caso nella nota di chiusura, Ignazio Tarantino ci spiega come certi fatti narrati in questo primo romanzo lui li abbia recuperati dal proprio background di esperienze personali, a dimostrazione del fatto che la vita può diventare romanzo e il romanzo può entrare nella vita.

Ignazio Tarantino è nato a Monopoli e vive a Firenze, dove lavora nel campo dell’arte contemporanea.

:: Segnalazione di Il prezzo della bellezza di Rosa Teruzzi (Rusconi libri, 2013)

27 giugno 2013 by

ilprezzodellabellezzaUna bomba esplode sotto una Porsche posteggiata davanti a un palazzo signorile di Milano. È una fredda notte di febbraio e questo è solo il primo di una serie di attentati compiuti dalle sedicenti Brigate Antisilicone contro i chirurghi estetici delle star. Ma chi si nasconde dietro questa sigla? Davvero un gruppo di “rifatte” pentite o, all’origine, c’è qualcosa di diverso: una passione ferita, un antico astio, una vendetta?
Sul caso indagano Irene, giovane cronista di “nera” in uno scalcinato giornale del pomeriggio, e Angelo, il suo inseparabile fotografo, specializzato in proverbi milanesi.
Sullo sfondo ruota il mondo variopinto del quotidiano in cui Irene lavora (a partire da Dog, il misogino capocronista, per finire con Luca, imprendibile e affascinante vice-direttore) e quello del palazzo in cui abita, uno stabile sul Naviglio Grande dove vivono anche Viola – la sua amica del cuore – e una sorprendente figura di guru, Rosa Maria.
E poi c’è Beppe, il commissario di polizia, con cui Irene ha intrecciato una tormentata storia segreta.
E soprattutto c’è il dono, il talento di sentire le emozioni violente del prossimo anche solo sfiorandolo, una specie di empatia al quadrato che mette Irene in contatto con molti segreti.
Sveva Casati Modignani, madrina letteraria dell’autrice, ha paragonato la sua protagonista al commissario Montalbano. “Magari! – si schermisce Teruzzi – In realtà Irene ha la metà dei suoi anni. È goffa in amore quanto lui è irresistibile e purtroppo vive a Milano, non in Sicilia. Ma entrambi provano una specie di ‘nostalgia della giustizia’. Una giustizia più alta, che non coincide necessariamente con quella dei tribunali.”

Rosa Teruzzi è giornalista e scrittrice. Ha lavorato per molti anni come cronista di “nera” a La Notte, il giornale del pomeriggio di Milano che ha ispirato La Città di Irene. Poi è passata a Epoca e in tivù. Ha pubblicato il suo primo racconto nell’antologia Crimine Milano giallo-nera (Stampa Alternativa, 1995). Altri racconti sono usciti nelle antologie Cuori di Pietra, Facce di Bronzo e Corpi, pubblicate da Oscar Mondadori nel 2007, 2008, 2009. Un suo racconto, Requiescat, è stato segnalato dalla giuria del Premio Scerbanenco nel 1996. Il primo romanzo con Irene protagonista è stato Nulla per Caso (Sperling&Kupfer 2008), cui sono seguiti Il segreto del giardiniere (Rusconi 2012) e Il prezzo della bellezza (Rusconi 2013).

:: Dal 28 giungo il festival Tener-A-Mente anima il Vittoriale dannunziano a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2013 by

Cover TeneramenteTener-A-Mente è come il ricordare un qualcosa che si è sperimentato e che ci ha lasciato un segno o un emozione indelebile nella vita. Questo è quello che vuole continuare a fare il Festival artistico culturale del Vittoriale di Gardone Riviera in provincia di Brescia, che prenderà il via Venerdì 28 giugno con il concerto di Mario Biondi. La rassegna, giunta alla terza edizione,  è organizzata dalla  re: think-art in collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani che da tre anni è lo scenario di una serie di spettacoli nei quali convergono artisti del mondo della musica, del teatro e del cinema di importanza nazionale ed internazionale.  Gli spettacoli previsti per la programmazione estiva sono 13 e si svilupperanno da Venerdì 28 giugno fino al 9 settembre.
Tra i tanti artisti coinvolti  oltre all’apertura tra il Jazz e il soul con Mario Biondi spiccano  Keith Jarreth  (21 luglio ) e David Byrne (9 settembre). Accanto a loro si innesta la fervente creatività del pianista Stefano  Bollani (3 agosto) e di Elio e le storie tese (13 luglio), le originali accoppiate artistiche tra i comici  Ale&Franz con Enrico Ruggeri (14 luglio) e il duo di Gino Paoli con Danilo Rea (20 luglio). Tornano al Vittoriale Ludovico Einaudi (3 luglio) con In a time lapse e Vinicio Capossela (6  agosto) con il suo Rebetico Gymnastas. Tra i tanti appuntamenti in cartellone che si possono consultare al link http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/pag.asp?n=101&t=Cartellone,  da ricordare anche l’omaggio che l’attore Filippo Timi farà a d’Annunzio, in uno spettacolo fortemente voluto dal presidente della Fondazione, Giordano Bruno Guerri, noto scrittore, storico e  saggista.
Due sono le importanti novità della stagione 2013 di Tener- A-Mente, evento che nell’edizione del 2012 ha raccolto quasi 16.000 spettatori provenienti da tutta Italia e dall’Estero.
La prima sono le  visite guidate sul tema “I luoghi della parola e dell’arte” proposte dalla fondazione e rivolte  agli spettatori del Festival, che avranno la possibilità di  andare alla scoperta di quegli spazi del parco del Vittoriale (la Nave Puglia, il colle dove si trova il museo del Mas e il Laghetto delle Danze)  dove vennero messe in scena rappresentazioni artistiche teatrali e musicali ai tempi di d’Annunzio. Tra i vari luoghi da ricordare anche il cinema privato del Vate, che aveva un forte passione per i cartoni animati come “Braccio di ferro rigattiere” e Gatto pazzo al Polo Nord”.
La seconda è la consolidata partnership tra il Festival e alcune aziende del settore enogastronomico. Un rapporto che si sta consolidando sempre più, dando vita ad un collaborazione nella quale il pubblico, oltre a deliziare l’udito e la vista con gli spettacoli che offre il Vittoriale, potrà compiacere il proprio palato con le proposte enogastronomiche proposte all’interno della cornice del festival Tener- A-Mente.
Per maggiori informazioni su prenotazioni, offerte speciali, promozioni, acquisto dei biglietti e possibili variazioni del calendario visitate il sito http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/

:: Recensione di Chi semina vento di Nele Neuhaus (Giano, 2013)

27 giugno 2013 by

chiseminaventoChi semina vento di Nele Neuhaus (Wer Wind sät, 2011), trasposizione letterale del titolo originale, edito ad aprile da Giano nella collana I libri della Civetta e tradotto da Alessandra Petrelli, è un poliziesco tedesco con venature ambientaliste – tanto da essere definito dallo Stern “uno straordinario eco-thriller”-  in cui accanto alle indagini investigative dei due protagonisti, la commissaria Pia Kirchhoff e il commissario capo Oliver von Bodenstein, coadiuvati da un folto gruppo di colleghi appartenenti alla squadra dell’ufficio II di Hofheim, si da grande spazio alle loro vicende personali, pur non essendo i due personaggi legati sentimentalmente tra loro, cosa piuttosto insolita.
Il volume è decisamente corposo, quasi esattamente 500 pagine, anche se la scrittura scorrevole, grazie anche al lavoro della Petrelli, che si conferma una solida professionista, regge bene la lunghezza e rende la lettura veloce e agevole. Natura e ambiente costituiscono poi un valore aggiunto insolito e interessante, che scava in una piaga contemporanea di grande attualità, ovvero la corruzione e i raggiri legati a numerose aziende che si occupano di energie rinnovabili e enti pubblici che si occupano di tutela ambientale. E’ indubbio che le grandi quantità di denaro che ruotano intorno a questi interessi, l’ecosostenibilità ambientale è un’ esigenza vitale per il pianeta, si prestano a diventare oggetto di feroci contese, legate non solo alla grande criminalità, in cui si mischiano avidità, egoistici interessi personali, vendette, terreno ideale per un romanziere in cerca di validi moventi per un delitto.
Chi semina vento inizia infatti nel più classico dei modi, per un poliziesco, con un delitto. Rolf Grossmann, guardiano notturno della WindPro, azienda che si occupa di impianti eolici, viene rinvenuto cadavere da un’ impiegata al fondo di una scala. Ad un primo accertamento la morte sembra causata da un incidente, Grossmann era noto per essere dedito all’alcool anche durante le ore di lavoro e cadere dalle scale non sembra così inverosimile. Ma subito un particolare mette in allarme Pia, chiamata ad investigare. Sempre quella notte un estraneo, individuato dai video di sorveglianza, si è introdotto nell’azienda posizionando la carcassa di un criceto sulla scrivania di Stefan Theissen, capo della WindPro. Atto che fa cadere inevitabilmente i sospetti dell’ irruzione su un gruppo di ambientalisti che si oppone alla realizzazione di un parco eolico nel Taunus che implicherebbe la deturpazione del paesaggio, l’abbattimento di un bosco e la messe in pericolo di una colonia di specie protetta di criceti selvatici, oltre ad essere completamente inutile, come ha determinato la perizia privata fatta dai manifestanti.
Naturalmente grandi somme di denaro sono legate a questo progetto, essenziale per la WindPro, che rischia il fallimento. E quando il padre di Oliver von Bodenstein, anch’egli parte del gruppo ambientalista che si oppone al parco eolico, trova il cadavere di Ludwig Hirtreiter, uno dei capi della protesta, a cui la WindPro aveva offerto tre milioni di Euro per un campo essenziale per la costruzione del parco, offerta da lui sdegnosamente rifiutata non ostante l’insistenza dei figli,  inequivocabilmente ucciso a colpi di fucile con il suo cane, le indagini finalmente si avviano e una pista sembra certa, Jannis Theodorakis, lo stesso ambientalista sospettato dell’effrazione nella WindPro, è anche colui che aveva litigato violentemente con Hirtreiter, poche ore prima della sua morte. Ma ovviamente nulla è semplice come appare, e Pia Kirchhoff si troverà quasi da sola sulle spalle un caso difficile e complesso alla cui radice come sempre si troverà il denaro.
Nele Neuhaus, scrittrice tedesca, classe1967, già autrice di Biancaneve deve morire (2011), Ferite profonde (2012), e La donna malvista (2012) è un nome piuttosto noto nel panorama europeo del poliziesco, o krimi. A lungo ai primi posti nelle classifiche dei besteseller in Germania, con la coppia di investigatori composta da Pia Kirchhoff e da Oliver von Bodenstein, la Neuhaus è riuscita a creare una serie, con questo romanzo giunta al quinto episodio, ma in Germania è già uscito nel 2012 il sesto, Böser Wolf, di sicuro interesse per gli appassionati di polizieschi.
L’inizio è piuttosto lento, con il ritorno di Pia Kirchhoff da una vacanza in Cina, alcune scaramucce con l’ex marito, la scoperta di un cadavere la cui morte sembra causata da un incidente, ma ben presto l’indagine prende l’avvio e la lettura inizia a scorrere veloce. La parte investigativa infatti è sicuramente quella che ho apprezzato di più, alternata a vivaci squarci di vita domestica dei due investigatori e degli ambientalisti impegnati nella protesta. La trama è piuttosto complessa, ricca di false piste, intricata quanto basta da non rendere subito evidente lo svolgimento dei fatti, anche se movente e tempi dell’azione rendono tutto plausibile. Un buon poliziesco.

Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967 e, prima di diventare scrittrice, ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura, e ha lavorato in un’agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire è stato, e continua a essere, un successo straordinario in Germania. http://www.neleneuhaus.de

:: Un’ intervista con Matti Rönkä a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2013 by

fratelloSalve Mr Rönkä. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matti Rönkä? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo di mezza età che cerca di osservare e comprendere la vita di un uomo di mezza età. Sono nato in campagna, sono andato a scuola, ho fatto il servizio militare, mi sono trasferito a Helsinki per studiare all’università … Sono andato in una scuola di giornalismo molto famosa, e così ho lavorato per quasi 30 anni in un giornale, alla radio e alla televisione … poi ho deciso di fare qualcosa di più appagante, e ho scritto il mio primo libro … Potrei descrive me stesso come un uomo giovane, insicuro e coraggioso!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Beh, sono nato e cresciuto vicino al confine sovietico, e la guerra era ancora molto vicina – mio padre e tutti i miei zii hanno combattuto – qualcuno è morto, altri sono stati feriti e così via … Così sono stato allevato in modo che sapessi chi fosse il nemico. E allo stesso tempo abbiamo sempre cantato le melodie malinconiche russe, e l’Unione Sovietica era un paese così romantico durante la mia infanzia e la mia adolescenza. E da giovane studente ho viaggiato molto in URSS, e ho capito quanto il paese fosse pieno di contraddizioni. I servizi igienici sono sporchi, ma possono volare verso la luna, non funziona niente ma tutto può essere aggiustato, lo stato può essere molto crudele, ma gli abitanti sono molto amichevoli …

Sei un giornalista televisivo finlandese, sei stato anchorman dal 2003 su YLE del telegiornale quotidiano 8:30 National Report, e ora sei un romanziere. Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi polizieschi?

Quando ho creato Viktor, quando stavo progettando il mio primo romanzo, ho voluto creare un protagonista che fosse unico, diverso dagli altri. Non un poliziotto o un gruppo di poliziotti e poliziotte (normale struttura del poliziesco scandinavo …). E un detective privato nello stile americano non si adatta alla realtà finlandese. La questione delle persone che si spostavano in Finlandia dalla ex Unione Sovietica era un argomento molto discusso in quel periodo, e mi resi conto che avrei potuto usare una persona così. Dandogli un background da esule, capacità speciali e così via. E allo stesso tempo facendo osservazioni sulla società finlandese. E in realtà, lo ammetto, ho fatto un “ pastiche ” di un eroe chandleriano …

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho sempre letto molto, così posso dire che ci sono molte opere classiche che hanno influenzato la mia idea di una buona trama o alcuni paragrafi e così via. Nei miei romanzi ho cercato di utilizzare alcuni elementi della tradizione del noir americano … Posso dire che ho provato a fare una pastiche del romanzo chandleriano (Raymond Chandler) e combinarlo con alcune caratteristiche del romanzo giallo scandinavo, e con alcuni elementi di umorismo finlandese.

Hyvä veli, paha veli, ora pubblicato in Italia con il titolo Fratello buono, fratello cattivo, è il secondo libro della serie di Viktor Kärppä, ora in Finlandia al sesto romanzo. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando stavo progettando il mio primo libro, ho voluto creare un tipo di eroe diverso, una location e una scena diverse …. e mi sono reso conto che questi argomenti erano molto dibattuti . Ho anche capito che dovevano essere cose che conoscevo (il mio interesse per la storia, la mia formazione, i miei studi, i miei viaggi in Unione Sovietica negli anni 80 ….)
E ho pensato di poter dare un’ immagine della gente e degli affari che la gente della classe media “normale” non vede.

Raccontaci qualcosa in più del tuo protagonista, Viktor Kärppä?

Viktor è solo un uomo, che vuole vivere una vita normale e tranquilla. Ma ci sono molte cose che gli sono successe – cose che non ha effettivamente scelto che accadessero!
Ho descritto Viktor come un uomo, il cui cervello è fatto di acciaio inossidabile, e il cuore di puro ghiaccio …
Ha avuto un addestramento speciale nell’Armata Rossa, e forse avrebbe dovuto agire come un agente in futuro – per il KGB o il GRU (L’intelligence militare). Ma in realtà è solo un ragazzo normale, a cui è capitato di nascere in URSS, a cui è capitato di essere uno sportivo di talento e così via … e il suo paese natale è appena scomparso … tutte cose che non ha scelto. E le cose e le persone del suo passato, della sua storia, ritornano sempre nella sua vita. Puoi vendere o comprare o cambiare quasi tutto – ma non il tuo passato … Ogni persona ha le sue contraddizioni – e questo è quello che è interessante. Credo che, per me la cosa più importante sia, che Viktor è un outsider, o meglio non è completamente integrato nella società finlandese. Le cose si vedono sempre più chiaramente dal di fuori, quando non si è nel mezzo delle situazioni. Ha la sua chiara morale, e cerca di seguire il suo personale codice morale con la sua famiglia e le persone, ma quando le cose diventano più grandi di lui, oppure quando Viktor è trattato male, a volte passa dalla parte sbagliata. Lo seguo ormai da dieci anni, e cerca di muoversi in affari sempre più legali, ma … È possibile acquistare o vendere o dare via quasi tutto, ma non il passato. E questo è qualcosa che continua a tornare da Viktor. Le persone e le cose che ha fatto nella sua vita.

Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003) è una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Come è cambiata la Finlandia dai primi anni del 2000?

Alcune strutture della società sono cambiate. Per esempio molti luoghi in Carelia ora sono luoghi di villeggiatura per i ricchi di San Pietroburgo. Anche San Pietroburgo è molto cambiata – ora l’ élite politica (Putin-Medvedev, ecc) ha alcune cose in comune – il KGB e San Pietroburgo!
Si possono vedere un sacco di russi in Finlandia al giorno d’oggi, che spendono denaro per le loro vacanze nei centri benessere, negli alberghi e nei negozi di lusso. C’è sempre più traffico attraverso il confine!

Puoi parlarci un po’ del libro senza rivelarci il finale?

La cosa più difficile per me è quella di creare il “crimine” … Non mi interessa descrivere la criminalità e la violenza o qualche mistero da risolvere … I miei libri non sono il tipo di romanzi in cui è importante il “chi è stato”. Ho letto che Raymond Chandler scrive grande letteratura poliziesca in modo che puoi strappare via le ultime 20 pagine e apprezzare ancora il libro. Questo è quello che voglio fare anche io.
La trama è come una corda, e io appendo le mie piccole storie e gli episodi dei miei romanzi su di essa. Sto pubblicando il mio sesto romanzo qui in Finlandia, e le mie trame sono sempre più deboli e meno importanti rispetto al resto. Eppure, in questo genere di storie, si deve creare un po’ di tensione e di pericolo, ma per me questo non è il problema principale!

Perché hai ambientato la storia ad Helsinki? Come i luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

Credo che sia una location unica – una società molto chiusa, l’impero, il crollo dell’ URSS e tutte le vecchie strutture che scompaiono. Ciò significa un nuovo inizio, ed è possibile vedere il rapido sviluppo di un capitalismo selvaggio … e si possono vedere i problemi legati all’ immigrazione, alla povertà, alla criminalità … Helsinki è come un laboratorio sociale!

Come è cambiata la tua vita dopo il successo?

Sembra che le persone amino veramente Viktor! Dopo aver vinto il Glass Key, un premio riservato ai migliori autori scandinavi di crime, tutto è cambiato. Da allora sono stato classificato tra i primi 10 o 15 scrittori in Finlandia e i diritti dei libri sono stati venduti in 15 paesi stranieri. E’ stato incredibile.

Verrai in Italia, di nuovo, per presentare i tuoi romanzi?

Sì, certo che verrò in Italia per presentare i miei nuovi romanzi e conoscere i lettori di italiani.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando su alcune cose, ma per ora è tutto top secret!

:: Recensione di Tra la notte e il cuore di Julie Kibler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2013 by

miss isabelleMiss Isabelle e Dorrie non potrebbero essere più diverse: la prima è una novantenne bianca, ex membro attivo della comunità, sola da anni dopo la morte prima di lei del marito e del figlio, mentre la seconda è la sua giovane parrucchiera di colore, già mamma di due ragazzi adolescenti. Ma Miss Isabelle si è affezionata a Dorrie, e quando le chiede di mollare tutto per accompagnarla dal Texas a Cincinnati, per partecipare ad un funerale misterioso, lei accetta, scoprendo un passato doloroso ma avvincente e trovando nuovi spunti per proseguire la sua vita, all’insegna della speranza e del saper cambiare.
Ci sono già stati altri romanzi che hanno parlato di rapporti tra generazione al femminile e del dramma della segregazione razziale negli Stati Uniti, qui raccontato negli anni della Seconda guerra mondiale, quando i neri servirono nell’esercito non nelle mansioni più umili, ma in prima linea, come soldati e medici, spesso morendo sul campo di battaglia, per un Paese che continuava a discriminarli nelle scuole, negli ospedali, nei posti di lavoro.
Un titolo su tutti, che viene in mente, è Pomodori verdi fritti alla fermata del treno di Fannie Flagg, ma Tra la notte e il cuore riesce ad essere diverso ed originale, e non solo perché svela appunto pagine poco note di un passato così lontano ma a tratti così vicino, spina nel fianco ancora oggi della democrazia americana.
Dalle due voci alternate di Isabelle, che rievoca la sua giovinezza lontana e il grande amore impossibile per Robert, il figlio intelligente e pieno di talento della sua governante nera, e di Dorrie, alla ricerca faticosa della felicità che la Costituzione a stelle e strisce stabilisce come diritto inalienabile di ciascuno, emerge una vicenda appassionante e toccante, che si snoda tra colpi di scena, agnizioni, scoperte, ricordi e presente, fino ad un finale che può non lasciare gli occhi asciutti.
Tra ricostruzione d’epoca e viaggio on the road in cerca di radici e segreti nascosti per decenni, Tra la notte e il cuore racconta una pagina di vita, ancora non del tutto risolta negli States (per non parlare altrove), dove, malgrado che alla Casa Bianca ci sia un Presidente con famiglia al seguito di colore, ci sono ancora in alcune zone, come nel profondo Sud, razzismo e discriminazioni, con vere e proprie zone off limits per i neri e gli appartenenti ad altre etnie.
Julie Kibler, texana, esordisce con questo romanzo, che in originale si intitolata Calling me home, Chiamandomi a casa, forse più in linea con la storia narrata, di un ritorno verso il passato, per chiudere un cerchio rimasto tristemente aperto e avere per un attimo un po’ di speranza da donare. Un’autrice da tenere d’occhio, in attesa di altre sue storie, perché comunque sa avvincere, commuovere e creare personaggi interessanti e non stereotipati.

Julie Kibler vive in Texas con il marito e i figli. Tra la notte e il cuore è il suo romanzo d’esordio. Traduzione dall’inglese di Alba Mantovani.

:: Recensione di Il quadro del mondo di Gerry Gherardi, (Edizioni Ensemble, 2011) a cura di Ilaria Mainardi

25 giugno 2013 by

quadroC’è chi cerca metafore ardite, arzigogolati sotterfugi lessicali, sprazzi di citazione illustre che si mescolano a un’idea della vita (e della poesia, immagino) che sa di pagine patinate, sporcate ad arte, finte.
Ci sono poesie che sanno di muffa, altre che la muffa la implorano.
E poi ci sono poesie che profumano davvero del “cielo sopra i sogni”, nelle campagne antiche, intatte, intorno alla cittadina di Pontedera, in provincia di Pisa, vicina al mio sentire anche per ragioni meramente geografiche.
Gerry Gherardi, autore pontederese de “Il quadro del mondo”, poco più che trentenne, ma già letterariamente assai maturo, pennella, con la sapienza dello sceneggiatore esperto – lo è, oltre che doppiatore – squarci di vita semplice, scorta attraverso la lente sognante di un finestrino, ingrato amplificatore di ricordi (“Dal treno il mare/ al finestrino/ coperto da un velo”) o nella pienezza materica di un’estate assolata (“Galleggia/ nei campi d’oro/ un cappello di paglia/ sotto il cielo sereno”).
Torna a intervalli regolari l’estate calda, quella natia, nei versi di Gerry, talvolta raggianti, altre volte sopiti nella sonnolenza del mattino, di un farfalla, raccolta su un fiore: “ Il respiro del tempo,/ come un soffio di vento/ muove le tende bianche/ una mattina d’estate”.
Ma ci sorprende, in questo quadro i cui rimandi si collocano nelle “piccole cose”, cantate da Umberto Saba, ispirazione implicita dell’autore, secondo chi scrive, il guizzo surreale di “Alice e Pinocchio”, un incontro impossibile che si sincopa sul finale dapprima speranzoso, infine vano : “Babbo,/ c’è una bimba innamorata/ con un vestitino blu,/ corre dietro ad un coniglio/ poi scompare,/ mi chiama/ ma non la vedo più”.
E poi ancora l’oro del grano, della paglia, sorta di fil rouge della silloge poetica di Gherardi, l’oro che galleggia, che dà ristoro agli amanti esausti, che tiene al sicuro la memoria dagli inverni trascorsi, che ritrova “il tempo/ dei tuoi vestiti leggeri,/ come petali di fiori/ ai piedi di un divano”, chiosa evocativa del componimento “Da lontano”, forse il più riuscito della valida raccolta.
E’, nella mia analisi, un percorso all’interno della memoria dell’esistenza, quello che compie l’autore de “Il quadro del mondo”: le sensazioni estive, spensierate quanto lo può essere la nitida consapevolezza del tempo, sfuggente come la maturazione di una spiga di grano, si stemperano all’interno della sera, dell’età adulta, delle responsabilità, del cemento metropolitano, colorato di un’ambra che non è quella dei bei campi della giovinezza.
E’ già autunno, dunque, e “per la strada nessuno,/ solo quel gatto/ sul tondo di un ceppo, […] a sonnecchiare”.

Gerry Gherardi nasce a Pontedera un sabato d’agosto del 1978 alle 9,30 di mattina, faceva caldo e tutti erano in ferie. Frequenta quindi l’Accademia Musicale Toscana sotto la guida del Maestro Franco Ceccanti e successivamente a Roma segue i corsi alla scuola di teatro “Ribalte”, di Enzo Garinei e debutta  con Francesca Draghetti in “Terapia di gruppo” di C. Durang, primo spettacolo di una lunga serie che sancisce una lunga collaborazione. Doppiatore e sceneggiatore mette in scena due monologhi teatrali e una parodia per quattro attori. “Il quadro del mondo” è il suo primo libro.