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:: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Alice Basso (Garzanti, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 luglio 2015
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Ghostwriter. Scrittori fantasma. Scrivono storie, romanzi, documenti ufficiali, discorsi o trattati al posto di altri.

Gli Altri. Spesso sono persone importanti, celebrità, personaggi con le luci della ribalta puntate addosso. Non hanno tempo, non hanno voglia e, magari, la maggior parte delle volte non sono neanche capaci di scrivere. Eppure può capitare che la questione sia più semplice. Non hanno “l’idea”, quel guizzo creativo che può dar vita ad un capolavoro.

Bravura di una persona totalmente anonima, che quel romanzo non lo firmerà neanche. Successo assicurato per la casa editrice grazie al nome e alla una bella foto patinata in copertina del personaggio di turno. Un binomio perfetto per assicurarsi vendite su vendite e sfornare l’ennesimo bestseller. Un successone, altroché. Di chi sarà il merito, alla fine?

Nell’ambito editoriale di ghostwriter ce ne sono tanti.

Lo sa bene Silvana “Vani” Sarca, che lo fa di professione per L’Erica Edizioni. Una casa editrice importante, L’Erica. Una personalità scostante, quella di Vani, che cerca sempre di vivere ai margini di ciò che la circonda. Ha un’innata antipatia verso il Mondo.

Si nasconde. Tra le pile di carte e il materiale che le inviano per scrivere. Tra le mura del suo ufficio. Dietro il suo ciuffo e il suo abbigliamento abituale, entrambi meravigliosamente neri.

Vani, però, ha un grande pregio, sconosciuto ai più: l’empatia. Sa arrivare dritta al cuore, ai sentimenti e alle sensazioni delle persone, pur avendone letto solo una bozza di manoscritto. Proprio questa sua qualità le permette di essere più che mai vicina agli autori di cui “prende il posto”. Scrivere è la sua passione, scrivere è diventato il suo lavoro. In incognito. Preferisce non incontrare personalmente chi commissiona all’editore i libri che poi lei butterà giù, come un fiume in piena, facendoli diventare cult.

Finché, un giorno, il suo editore non la obbliga a conoscere Riccardo, autore conosciutissimo alle prese con un invalidante blocco dello scrittore.

Vani, come sappiamo, si era sempre rifiutata di prendere contatti con gli autori per cui scriveva, ma stavolta fa un’eccezione. Tra lei e Riccardo, dopo un’iniziale simpatica reciproca, è subito empatia, anzi di più: vera e propria alchimia, forse. Parlano citando grandi autori quali Hemingway, Fitzgerald e Steinbeck. Vani non crede potesse essere possibile una cosa del genere, ma capisce di doversi tutelare. Sicuramente, dopo la pubblicazione del libro, Riccardo farà perdere le sue tracce (e invece…).

“Ho scritto il libro più bello del mondo, ma nessuno lo sa.”

Poi succede l’inaspettato. Una scrittrice per cui, precedentemente, aveva lavorato scompare e allora Vani deve per forza uscire allo scoperto.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, romanzo d’esordio di Alice Basso, edito da Garzanti, ci mostra le dinamiche del mondo editoriale “da dentro”, un microcosmo spesso fatto di scrittori senza nome, di relazioni fisicamente inesistenti, di contatti solo lavorativi. Tuttavia, lascia anche spazio all’amore, ai sentimenti più puri e umani che esistano… e al mistero. Scrive quello che conosce, la Vani – Alice, nient’altro che questo. Sa andare dritta al punto, così come riesce ad andare in fondo al cuore delle persone. Si fa leggere senza fatica.

Un romanzo che si presenta quasi come un vademecum di avviamento alla scrittura, dettato da chi proprio del Mondo circostante non ne vuole sapere, e che poi diventa una storia di passione lavorativa e sentimentale.

Alice Basso, al suo esordio con L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, in realtà, è veterana per quanto riguarda libri, storie e romanzi, dato che, proprio come il suo personaggio, di mestiere fa la redattrice in una casa editrice. Ha già in mente di scrivere il continuo delle avventure della sua Vani.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Agatha Christie 2 X 1

9 luglio 2015

cmpgn2046Sebbene Derek Raymond non amasse particolarmente Agatha Christie, scrisse addirittura un saggio dal titolo piuttosto espilicito Perché odio Agatha Christie, devo dire che rivedendo la serie tv britannica Agatha Christie’s Poirot, (con uno strepitoso David Suchet) ho rivalutato anche la lettura di questa Dame del brivido davvero prolifica, oltre che osannata da stuoli di fan. Alcuni titoli davvero belli, tra i miei preferiti: i celeberrimi Assassinio sull’Orient Express, Il Natale di Poirot, L’assassinio di Roger Ackroyd, Poirot sul Nilo, ma anche Carte in tavola, Dopo le esequie, Gli elefanti hanno buona memoria, oltre a tutti i gialli dedicati a Miss Marple. Mondadori nel 125° anniversario della nascita (1890 – 2015) dedica fino al 19 luglio un’ iniziativa che farà felice i collezionisti, un offerta 2 X1 su tutti i gialli digitalizzati di Agatha Christie (ormai quasi tutta la sua produzione). Comprando un giallo di Agatha Christie in ebook infatti si potrà scerglierne un secondo gratis. Questo non è esattamente un post promozionale, (non sono retribuita per scriverlo), ma ho pensato che ai miei lettori potesse essere interessare. Vi posto anche un po’ di trame prese dal sito IBS, tutte di gialli con il belga più famoso della letteratura gialla come protagonsita.

Carte in tavola:

Decisamente uno strano invito a cena quello che ha ricevuto Poirot. Il suo anfitrione, il mefistofelico Schaitana, ha infatti promesso al celebre investigatore di mostrargli la più strana delle sue collezioni: quella di criminali che hanno commesso un delitto e non sono mai stati scoperti. Poirot, incuriosito, si reca al ricevimento con un funesto presentimento e ben presto scopre che la sua sensazione era ben motivata. Infatti, mentre gli invitati, tra i quali altri tre celebri cacciatori di delitti, sono impegnati in una partita a bridge, qualcuno pugnala a morte l’eccentrico padrone di casa. Il caso si presenta subito difficile da risolvere, il colpevole senza dubbio si nasconde tra gli ospiti, ma tutti sembrano al di sopra di ogni sospetto, eppure almeno uno di loro, in passato, ha già ucciso.

Il mistero del treno azzurro:

Conosciuto anche con il pomposo nome di ‘Treno dei miliardari’, il Treno Azzurro unisce nella notte Londra alle spiagge assolate della Costa Azzurra. Sulle sue lussuose carrozze si possono incontrare tutti i protagonisti dell’alta società: miliardari americani, nobili europei, ereditiere e anche investigatori famosi come Hercule Poirot. La presenza di quest’ultimo, per quanto casuale, deve essere per forza collegata a qualche delitto. E infatti il delitto avviene. La giovane e bella Ruth Kettering, figlia del miliardario Van Aldin e moglie infedele del corrotto lord Kettering, viene ritrovata stangolata nel suo scompartimento senza la preziosa collana di rubini che aveva con sé.

Due mesi dopo:

Com’è morta veramente l’ultima delle figlie del generale Arundell? Per il vecchio medico e per la fedele dama di compagnia dell’anziana signorina non ci sono dubbi: si tratta di morte naturale. Il fatto poi che neppure i parenti inspiegabilmente diseredati pochi giorni prima del decesso avanzino alcun sospetto sembra confermare l’ipotesi. Ma allora come mai Hercule Poirot, che due mesi dopo la morte della signorina Arundell, ha ricevuto una strana lettera scritta dalla defunta, sembra non credere alla versione accettata da tutti? Questo romanzo, scritto nel 1937, è forse uno dei più piacevoli gialli della Christie, sia per la disinvoltura con la quale la scrittrice, oramai perfettamente padrona del suo mestiere, tratta i personaggi, sia perché riflette alcuni dei principali interessi dell’autrice: i cani, le case di campagna e il fascino sottile dell’occulto.

Gli elefanti hanno buona memoria:

Il caso è risolto e archiviato da molti anni: duplice suicidio. Ma quando la giovane Celia Ravenscroft decide di sposarsi, l’inquietante interrogativo della sorte dei suoi genitori, trovati morti su una scogliera nel pressi della loro villa in Cornovaglia e ritenuti, appunto, suicidi, torna d’attualità e l’inchiesta si riapre. La tesi del suicidio è ancora valida, oppure è state la madre a uccidere il padre o viceversa? Ariadne Oliver, la celebre scrittrice di gialli (personaggio dietro il quale si nasconde la stessa Christie), si sente in dovere di intervenire in quanto amica della defunta mamma della sposa. L’intraprendente signora prova a ricostruire i fatti interrogando tutti i vecchi testimoni della vicenda, persone dotate di una memoria da elefante… ma anche questa volta, per risolvere l’intricato puzzle, occorrerà la genialità di Hercule Poirot. Scritto nel 1972, “Gli elefanti hanno buona memoria” è uno degli ultimi romanzi di Agatha Christie, un libro dall’intreccio appassionante e “raffinato”, come sempre.

Poirot non sbaglia:

Nella sala d’aspetto del dentista si trovano diversi personaggi, tra di essi c’è anche un “timoroso” Poirot. Ma la paura del dolore non toglie a Poirot l’innato istinto di notare i particolari. Così quando viene a sapere che il dottor Morley è stato trovato cadavere, non crede all’ipotesi di suicidio formulata dalla polizia. Un altro omicidio e misteriose sparizioni convinceranno Scotland Yard che Poirot non si era sbagliato.

:: Cari mostri, Stefano Benni (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

9 luglio 2015
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Ero dell’idea di rimandare a fine luglio la lettura dell’ultimo romanzo di Stefano “il Lupo” Benni, uscito a maggio scorso per Feltrinelli (casa editrice che dal lontano 1987 pubblica tutti i suoi scritti), ma – come potete ben vedere – non ci sono riuscita.

Mi ha ispirato fin da subito questo suo “Cari mostri”, dove già titolo e immagine di copertina racchiudono un ossimoro (con relativa rappresentazione grafica). Persone apparentemente “normali” la cui ombra, proiettata sui muri intonacati e rischiarati dalla luce giallognola dei lampioni di un qualsiasi piccolo centro cittadino d’Italia (o del Mondo, chissà), rappresenta il loro lato negativo, quel gemello cattivo nascosto nell’anima di una persona qualunque e che potrebbe emergere da un momento all’altro. Come un fantasmi dagli occhi spiritati e rossi, un famelico lupo, una creatura indefinita e così viva.

Mostri “normali”. Mostri che si scontrano quotidianamente con la realtà in cui vivono fino a perdere il controllo. Immaginazione, paura, terrore e sangue convivono in esseri (umani e non) apparentemente innocui. Dei “Cari mostri”, appunto. Teneri, inaspettatamente nascosti, protetti dalla coltre del loro inconscio o sotto una coperta. Mostri che vengono protetti e scacciati dai loro stessi possessori, mostri che vengono combattuti. Mostri che esistono, ma non si vedono.

Una raccolta di sei racconti che affronta tematiche sociali diverse affiancate alle relative paure. Già dalle primissime pagine del primo racconto quello che emerge è uno stato di confusione mentale e oggettiva. Uno spaccato tra realtà e disordine psichico, azioni e immagini mentali.

Tutto ciò ha un suo capro espiatorio o spirito guida malvagio (lascio a voi il giudizio, senza rivelare il mio): il Wenge. Un mostro reale, ibrido, commistione di più animali messi insieme come un novello Frankenstein, sempre affamato. Si dice che scelga da solo il suo padrone, chissà se sia davvero così o solo una diceria. Il Wenge da esserino tenero e bisognoso d’amore semina terrore e morte. Il Wenge ossessiona, spaventa, forse è il più mostro tra tutti i mostri del romanzo.

Come dimenticare, poi, la Madonna che, invece di piangere, ride di gusto; quel manager che, pur di ridimensionare l’edificio del Museo Egizio sfida una mummia tutt’altro che “cara”; ragazzi della nostra generazione senza alcuna prospettiva per il futuro; l’influente riccone russo che si è messo in testa di sradicare un albero secolare e… mi fermo qui.

Benni riesce a unire romanzo di genere e narrazione horror, mantenendo sempre quello stile che lo caratterizza da sempre: un modus scribendi satirico, ma smussato, per niente arido o spigoloso, che crea neologismi ed è aperto al gergo corrente, che non nasconde mai un’esplicita voglia di critica sociale perché, come lui stesso scrive nel suo “Margherita Dolcevita” (Feltrinelli, 2005):

L’arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare. Io fuggo sempre, e i miei disegni sono così perché so che possono essere cancellati, divorati in un attimo. Eppure so che uno di questi, almeno uno, o tanti, durerà milioni di anni.”

Con “Cari Mostri”, Banni si è dimostrato capace di scavare a mondo nei meandri del Male di vivere, del buio costante, dell’alienazione, della depressione. Lo dimostra con la sua ironia, prendendo ispirazione un po’ qua un po’ là: dal grottesco (un E. A. Poe intriso di comicità), passando per l’angoscia esistenziale e poi ributtandosi nel comico, per liberarci dal Male con una grossissima risa. Il suo è intento è quello di spiegarci cosa sia realmente la Paura in modo da divenire capaci di affrontarla, di sconfiggere questo Mostro fagocitante… e ci riesce. Ci riesce davvero bene.

Stefano Benni, classe 1947, nato a Bologna, è uno scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore e umorista. Tra i suoi romanzi e raccolte di racconti ricordiamo: “Bar Sport”, “Elianto”, “Terra!”, “La compagnia dei celestini”, “Baol”, “Comici spaventati guerrieri”, “Saltatempo”, “Margherita Dolcevita”, “Spiriti”, “Il bar sotto il mare”, “Pane e tempesta” e “Le Beatrici”, tutti pubblicati, negli anni, dalla casa editrice Feltrinelli. Da qualche anno, inoltre, pubblica racconti inediti tradotti in arabo sulla rivista “Al Doha”. Infatti, i suoi libri sono stati tradotti in più di trenta paesi: Albania, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Cina, Colombia, Corea, Croazia, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Iran, Israele, Lituania, Macedonia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia, Ungheria e Stati Uniti. In più, ci sono numerosi gruppi (emergenti o più conosciuti) hanno messo in musica le parole del Lupo. Ad esempio i Modena City Ramblers, come si può ascoltare dalle note di “Riportando tutto a casa” (PolyGram/BlackOut, 1994) che contiene il testo “Ahmed l’ambulante”: «Nel settembre del ‘92, aggirandoci per lo stand Rinascita della Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, ci è capitato di leggerci ad alta voce questa poesia di Stefano Benni. Accogliendo l’invito del retrocopertina del libro (“Ballate”, Feltrinelli 1991), abbiamo deciso di metterla in musica; ne è nata questa canzone dal suono per noi insolitamente mediterraneo. Abbiamo fatto sentire il pezzo al poeta in persona, ricevendone la benedizione. Ancora grazie Stefano.» o gli Üstmamò: il loro primo album – omonimo -, infatti, (Virgin, 1991), contiene, “Filikudi”, scritto da Giovanni Lindo Ferretti in collaborazione con Stefano Benni. Come giornalista ha scritto per La Repubblica e Il Manifesto.

Piccola curiosità letteraria: da grande amico di Daniel Pennac, fu proprio lui a convincere la Feltrinelli a tradurre i primi libri di quest’ultimo dal francese all’italiano. Da allora i due amici presentano ciascuno i libri dell’altro quando vengono pubblicati nei rispettivi Paesi.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Sbirritudine. Un poliziotto dentro la mafia più feroce. Una storia vera, Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

8 luglio 2015
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Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

Giorgio Glaviano (1975), siciliano, vive e lavora a Roma come sceneggiatore.

Source: ebook inviato dall’ Ufficio Stampa dedicato, ringraziamo Fiammetta di Walkabout Literary Agency.

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:: Padiglioni lontani, M. M. Kaye, (E/O, 2015) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015
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La casa editrice E/O ripropone come lettura estiva ma non solo un famosissimo romanzo degli anni Settanta e Ottanta, Padiglioni lontani, di Mary Margaret Kaye, autrice inglese nata e vissuta in India, uno dei ritratti più fedeli e appassionati dell’India sotto la dominazione britannica, assente da troppi anni dalle librerie italiane dopo essere stato un grande successo, come purtroppo capita spesso con i libri.
Senz’altro qualcuno ha ancora in casa l’edizione Sperling & Kupfer, che ogni tanto si trova anche nei mercatini dell’usato e nei bookcrossing, o magari qualcuno lo ricorda anche come titolo, grazie anche al bel sceneggiato anni Ottanta con Ben Cross, Amy Irving e Christopher Lee, anche questo purtroppo non più replicato. Ma molti non lo conoscono e questa è un’occasione per immergersi nelle oltre mille pagine di un’epopea avventurosa, storica, romantica, mai melensa, crudele, appassionante, colorata.
Tutto parte nell’India della rivolta dei Sepoy del 1857, quando Ash, bambino inglese, vede morire i suoi genitori uccisi dai rivoltosi e viene salvato dalla sua balia indiana, che lo nasconde al nord, verso le montagne, dove conosce il giovanissimo Marajà di cui entra al servizio, stringendo amicizia con Anjuli, la sorellastra di questo, il grande amore della sua vita. Costretto a fuggire perché in pericolo di vita, Ash torna in seno alla società britannica e fa carriera nel copo delle Guide, ma sarà per sempre diviso tra due culture e due anime, indiana e inglese, finché dopo anni reincontrerà Anjuli in una situazione imprevista.
Un romanzo che è storia d’amore, Storia di una pagina poco nota, ritratto di una cultura che oggi si affaccia sui destini del mondo e dove molte delle cose narrate ci sono ancora, tra tradizione, folklore, crudeltà. Padiglioni lontani è considerato il romanzo migliore mai scritto da un autore occidentale sull’India, un mondo che Mary Margaret Kaye conosceva bene, visto che ci era nata nel 1908, ci è tornata a varie riprese, anche aiutata dal successo editoriale di Padiglioni lontani, che ha venduto in tutto il mondo diciotto milioni di copie.
Mary Margaret Kaye è autrice anche di diversi gialli, alcuni usciti negli anni nella collana del Giallo Mondadori, spesso ambientati in Sud Africa, altro Paese in cui ha soggiornato, vari libri per ragazzi e il romanzo storico esotico L’ombra della luna
L’autrice è morta nel 2004, a 96 anni, e le sue ceneri sono state disperse nel lago Picola, nei pressi di Udaipur, nei luoghi indiani di Padiglioni lontani.
Quindi, un’ottima occasione per leggere o rileggere un classico e per immergersi in un mondo che non può non conquistare.

M.M. Kaye nasce in India, a Shimla, nel 1908, in una famiglia con stretti legami con l’apparato militare britannico (ne fecero parte il nonno, il padre, suo fratello e infine suo marito). Dopo l’indipendenza indiana segue il marito in giro per il mondo nei suoi spostamenti per ragioni di servizio. Pubblicato nel 1978, Padiglioni lontani è stato un caso editoriale senza precedenti. Autrice di più di quindici opere fra romanzi e memorie, dopo la morte, avvenuta in Inghilterra nel 2004, le sue ceneri sono state disperse nel lago Pichola, nei pressi di Udaipur, in India.

Source: libro del recensore.

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:: Va tutto bene, Alberto Madrigal (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 luglio 2015
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Berlino. Anno corrente o quello prima, è uguale: in tempi di crisi la relatività non esiste, tutto si fa assoluto.
Eppure qualcosa di relativo c’è.
Berlino e le sue strade deserte al tramonto. Città moderna, dà un senso di estrema civiltà solo a vederla così disegnata.
Berlino e i suoi locali pieni di gente, sempre al tramonto. Città europea che ha saputo ricostruirsi, modernizzarsi, staccarsi dagli orrori del passato. Tuttavia, forse, non basta. Anche una città così ha le sue pecche, come tutte le grandi capitali. Come la facciata di un antico palazzo macchiata dalla tag di uno street writer.
Partiamo, appunto, da questa Berlino silenziosa, fluttuante e, allo stesso tempo, stabile, solida con i suoi palazzoni fa da sfondo a un racconto generazione che riunisce noi, tutti i giovani nati tra gli anni ’80 e i primissimi anni ‘90: adulti, ma non troppo. Con un titolo di studio, ma con senza esperienza (e viceversa).
Senza un futuro ben delineato: solo immaginato. Con tanti sogni nello zaino o nella valigia (sempre disposti a partire per mettere in pratica progetti, per avere un briciolo di speranza che il Mondo, quello dei grandi, li consideri come esseri capaci di costruire qualcosa di bello, produttivo, geniale. O, magari, che, contenga tutte queste tre variabili. Gli stessi che, purtroppo, non hanno i soldi per metterli in pratica e sono costretti a lasciar perdere o a chiedere aiuto.
2Eterni figli: anche solo pensare di poter immaginare una vita insieme alla persona che amano li spaventa. Se non li spaventa, non ci sono abbastanza soldi. L’idea di crearsi una vita insieme, avendo anche un bambino, non è contemplabile. Non siamo più negli anni ’80: la gente non fa un passo così importante, pur senza avere un lavoro. Quelli erano altri tempi, ci si riusciva ad arrangiare. Oggi no, la società è diventata un’arma a doppio taglio: offre opportunità che solo in pochi riescono ad afferrare e impone di vivere secondo determinati schemi.
I Sex Pistols ci dedicherebbero senz’altro “No Future”, ma è probabile che basti il solito “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche sotto forma di domanda e, si sa, una risposta ad un interrogativo del genere è sempre del tutto soggettiva.
Fa male ammetterlo, ma è così. Veniamo trascinati da un’amarezza che ci stringe il cuore. Siamo tutti giovani: troppo o troppo poco, ormai. Viene da chiederci se vada tutto bene. Questa domanda ci frulla in testa una, due, tre, cento volte al giorno.
Il titolo dell’ultimo graphic novel di Alberto Madrigal, sua seconda opera lunga a due anni da “Un lavoro vero” e in uscita il prossimo 10 luglio in tutte le librerie sempre per Bao Publishing, ci dice che sì, va tutto bene. Alla fine. Dopo aver preso un palo dritto in faccia o, letteralmente, aver pestato più di una merda di cane sul marciapiedi, ma sì.
Va tutto bene.
La parola “bene” in copertina è tutta in maiuscolo, scritta con un font bello pieno, quasi fosse un grassetto colorato di bianco. Il bianco spicca sull’ombra dei palazzoni berlinesi e dà speranza. Più delle due parole che lo precedono. Come se questa frase di sole tre parole volesse essere scandita.
Va. Tutto. Bene.
3C’è Sara, una ragazza creativa e sognatrice. Ha mille idee che, sfortunatamente, almeno in questo momento, non riesce a realizzare. Nemmeno quando si tratta di metterle su una pagina di Word. Eppure non si arrende e parla ai suoi amici della sua idea migliore, quella più ponderata: riuscire ad aprire un’attività mai nessuno ha mai pensato. Un locale innovativo. “Ormai non si vendono oggetti, si vendono esperienze”, le aveva detto Steve, quel suo amico, il più aperto a cose nuove e, forse anche un po’ svalvolato, della comitiva. Chissà se è vero. “Non può non funzionare”, ripete tra sé per motivarsi. Bisogna buttarsi per vedere se è vero, ma da sola è difficile.
Dall’altra parte c’è Daniel, conosce Sara da tanti anni, è come se fosse la sua Nemesi: un ragazzo coi piedi per terra, vorrebbe solo trovare un lavoro e avere uno dignitoso stipendio assicurato. Fino a qualche anno prima sognava di poter vivere facendo musica. Adesso, rimasto quasi disoccupato, si è reso conto che solo di sogni non si va avanti. Di musica non si campa, ci vuole il lavoro fisso. Questo è il pensiero che lo assilla, soprattutto da quando sta con Eva, la donna che ama e che, dal canto suo, vorrebbe tanto avere un figlio da lui.
Sara, Eva, Steve e Daniel. Quattro giovani legati da un rapporto di amicizia (e anche di più). Hanno davanti lo stesso identico futuro, ma lo affrontano in modi e da punti di vista nettamente differenti. Se ne accorgeranno dopo un anno, avranno la conferma che non sempre va tutto come si sperava, ma bisogna tirare avanti.
Un romanzo a fumetti fatto di silenzi, magnifiche tavole descrittive che si raccontano da sole, stream of consciousness, un misto tra calma e apparente e tumulto interiore, aspettative disilluse e flashback di un un passato ancora troppo vicino. Berlino guarda tutto e tace, in una sorta di silenzio assenso. Può capitare, però, che il tempo e la realtà circostante mandino dei segni, degli avvertimenti.
Una volta capito il senso di ciò che ci succede, non possiamo non affermare che:
A volte siamo così occupati a scansare la merda da non renderci conto che la vita è piena di opportunità.
…e allora, come all’interno di un rewind esistenziale di cui solamente noi possiamo regolare intensità e durata, va tutto bene.

Alberto Madrigal, classe 1983, illustratore e fumettista spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Dopo le prime storie brevi e illustrazioni da freelance, esce la sua prima opera lunga “Un lavoro vero” (Bao Publishing, 2013), graphic novel (quasi) autobiografico che affronta la tematica del “potrò mai vivere facendo quello che mi piace? Perché il mio lavoro artistico non viene considerato al pari degli altri?”. Anche in “Va tutto bene” ritroviamo gli stessi temi e lo stesso punto di vista, straniato, ma realista, di chi vorrebbe tanto fare ciò per cui si sente più portato, ma deve accontentarsi di altro. Il suo stile è inconfondibile, tratti leggeri, appena accennati, velati da una colorazione pastello dalle sfumature malinconiche. Sempre nel 2015 illustra “L’albero delle storie”, romanzo per ragazzi di Gabriele Clima e pubblicato nella famosa e sempreverde collana “Il Battello A Vapore” di Edizioni Piemme. Attualmente sta realizzando le illustrazioni per un graphic novel francese, in uscita nel 2016 per la casa editrice Futuropolis, dal titolo “Berlin années 10.0” con i testi di Mathilde Ramadier.

Source: libro del recensore.

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:: Il passato è una bestia feroce, Massimo Polidoro, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 luglio 2015
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Da alcuni anni prolificano storie di genere thriller ascrivibili ai cosiddetti cold case, i casi di anni prima mai risolti, oggetto anche di una popolare e struggente serie di telefilm statunitense, ma anche di fatti reali: un po’ le nuove tecniche di indagine scientifica permettono di cercare di dare una risposta a crimini di anni fa rimasti irrisolti, un po’ perché il dolore per ogni perdita non si esaurisce mai e si cerca di dare una risposta comunque.
A questo filone appartiene il giallo d’esordio come autore di narrativa di Massimo Polidoro, Il passato è una bestia feroce, storia di una ricerca su una scomparsa di decenni prima di una ragazzina da parte del suo miglior amico, tra pericoli, nostalgia, disincanto per quello che non è stato e non ci sarà più.
Bruno Jordan, cronista di nera in un giornale specializzato, appena lasciato dalla fidanzata e con un papà ex cantante pop ora malato di demenza senile che non gli fa riconoscere il figlio e lo fa inveire contro la moglie che sarebbe fuggita con un amante quando in realtà è morta di cancro da anni, riceve una strana lettera che gli riporta alla mente la scomparsa di Monica, sua compagna di scuola e amica, in una lontana estate di oltre trent’anni prima, quando sparì senza lasciare tracce e lasciando nella costernazione lui e altri due amici.
Bruno torna nel paesino della bassa Padana in cui è cresciuto, scoprendo cosa ne è stato, spesso in negativo, di persone che erano sue amiche e conoscenti anni prima, e si butta a capofitto alla ricerca di Monica, scoprendo false piste e coincidenze inquietanti, fino al finale imprevedibile.
Il passato è una bestia feroce ha dentro di sé due anime che convivono perfettamente: una è ovviamente la trama thriller, abbastanza ben congegnata, forse con qualche eccesso nel finale e con un ultimo capitolo che apre nuove avventure per Bruno. L’altra è la riflessione sulla generazione che era adolescente negli anni Ottanta, Monica sparisce nel 1982, la sera in cui l’Italia sta stracciando la Germania ai Mondiali di calcio e tra le righe sono citati cantanti e programmi tv. Una generazione che poi si è confrontata con un mondo sempre più precario e assurdo, che ha perso molte delle certezze che aveva in quelle lontane estati, che ha dovuto confrontarsi con una realtà che ha deluso e disilluso e che oggi, non più giovane, campa tra lavori non sempre entusiasmanti e problemi familiari e personali vari. Bruno, che ha perso i suoi sogni con la sua amica trent’anni prima, cerca di recuperare quel momento, di scoprire la verità per ritrovare quel se stesso, ma certe cose sono andate per sempre, come un amico morto di cancro, come una vicina di casa finita malissimo.
Chiunque ha più o meno l’età di Bruno ritroverà qualcosa di se stesso, si appassionerà alla sua ricerca e alla sua discesa agli inferi di qualcosa che non era immaginabile, ma soprattutto sentirà un groppo in gola pensando a quello che si pensava che potesse essere la vita e cosa è diventata. A tutto questo si aggiunga l’enigma e le ferite sempre aperte delle persone che spariscono nel nulla per non tornare mai più e non essere mai ritrovate né vive né morte, un qualcosa che destabilizza e inquieta chiunque rimanga.

Massimo Polidoro è crittore e giornalista ed è considerato uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito. Conduttore e consulente scientifico di trasmissioni televisive di successo, ha scritto saggi come Enigmi e misteri della storia e di Rivelazioni. Ha fatto dell’indagine sui misteri la sua professione. IL passato è una bestia feroce è il suo primo libro di narrativa.

Source: libro del recensore.

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:: La distanza, Baronciani – Colapesce (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

7 luglio 2015
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C’erano una volta (e sopravvivono ancora) quelle relazioni in cui ti vedi una volta al mese, se tutto va bene. Quelle relazioni in cui ci vuole un po’ più di sacrificio e fiducia, di fiducia e sacrificio. Bisogna lanciare in aria i sentimenti, quasi fossero tanti aquiloni lasciati andare sempre più su, in balìa dell’etere. Direzione nord-est o sud ovest non importa. Sarà sempre troppo lontano.
Telefonate, parlare due ore e viverle come se fossero passati appena cinque minuti. Oppure parlare due secondi ed attaccare. Dipende.
Messaggi, tanti, troppi, indispensabili. Chilometrici, come la strada da percorrere per vedersi. Ancora una volta, se in treno o in aereo non ha alcuna importanza. Viaggi programmati per stare insieme, in cui si investono speranze, sogni, ma anche soldi e tempo. Attese che logorano l’anima. Silenzi incresciosi. Lacrime che, la maggior parte delle volte, rispecchiano mancanze.
Questo stato (emotivo e non) si può riassumere in una sola parola: distanza. Quella caratteristica che può unire o rovinare tutto.
Distanza fisica, lontananza reale, un misto di nostalgia, aspettative e piccoli rituali. Quella stessa distanza che diventa un amplificatore di emozioni, in pratica. Una cassa di risonanza in cui centrifugano in loop le parole dette e taciute, le azioni compiute e le mancanze, le incomprensioni e i silenzi.
Il concetto di distanza potrebbe essere espresso così oppure in altri mille modi.
O meglio. O peggio.
Meno male che c’è un graphic novel, uscito lo scorso 26 giugno per Bao Publishing, che mi è capitato tra capo e collo, inaspettatamente, in cui la distanza è come una prima donna, una femme fatale che ammalia e dispera.

2Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando de La distanza di Baronciani e Lorenzo “Colapesce” Urciullo. Un libro scritto a quattro mani, un personaggio principale (ma sono anche tanti quelli secondari che fanno capolino nella storia per poi dissolversi, quasi fossero un pensiero, un ricordo evanescente) e un sentimento dominante: l’inadeguatezza.
Sì, perché Nicola, ragazzo siciliano alla soglia dei trent’anni, si sente esattamente così. Senza certezze, senza una base solida su cui costruire il proprio futuro. Ha una storia a distanza con Carla, che vive a Londra, ma è come se lei non lo ascoltasse più. Un amore al telefono, con svolgimenti sempre più rari. Telefonate inesistenti e, per questo, inconcludenti. Lui parla e lei non l’ascolta.
Decide comunque di partire per Londra. Dal nulla, piomba nella sua vita Francesca, ragazza ligure in vacanza al Sud, incontrata per caso nel negozio di dischi del suo amico Piero. Prima di andare a Londra, Nicola aveva in mente di compiere un viaggio nella parte nord orientale dell’isola, per poi fermarsi per un festival, rivedere vecchi amici e, infine, fare tappa all’aeroporto di Palermo Punta Raisi. Francesca si propone di accompagnarlo insieme all’amica Charlotte, che sarebbe arrivata il giorno dopo.
Così partono per un suggestivo viaggio on the road. Aria d’estate. Luoghi sconosciuti ai più che sembrano delle piccole oasi in cui riprendere fiato. Musica, tanta musica. Gli Smiths con la loro “There is a light that never goes out”. Scorci naturalistici, monumenti, silenzi e dialettismi in una Sicilia tutta da vivere quando si è giovani che di arance, limoni, viuzze e salsedine.
Nicola, nichilista, cinico e un po’ logorroico.
3Francesca, cordiale, allegra e un po’ avventata. Charlotte, versione femminile di Nicola in francese, naturalmente, lingua che mischia all’italiano creando parole davvero buffe.
Ancora non lo sanno, ma le loro differenze contribuiranno a guidarli in questo viaggio.
Baronciani disegna le tavole di questo splendido graphic novel a tutta pagina, lasciando che il lettore sia rapito da ciò che osserva e, allo stesso tempo, rimanga spettatore non visto in questo vortice di luoghi, sensazioni, sentimenti e suggestioni. Le figure, coloratissime, danno un senso di vivacità e spensieratezza che smorza un po’ il fil rouge della storia: quell’ansia generazionale che induce a sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, proiettati in un futuro che non c’è con a fianco persone che spariscono.
Tutto questo percorso ascendente di emozioni vi riserverà sicuramente il piacere di una lettura che mira a sfatare molti miti e molti luoghi comuni, con un pizzico di consapevolezza in più e tanto trasporto emozionale.

Alessandro Baronciani, classe 1974, è nato a Pesaro, ma ha lasciato che Milano divenisse la sua seconda casa. Artista poliedrico, è fumettista, illustratore, art director, grafico, cantante e chitarrista nel gruppo punk Altro, ha inoltre dato vita al progetto new wave Tante Anna. Ha collaborato con La Repubblica XL e Rumore Magazine. Nel 2006 pubblica “Una storia a fumetti”, raccolta delle sue prime autoproduzioni, che sarà poi seguita da “Quando tutto diventò blu” e “Le ragazze nello studio di Munari”, tutti e tre editi da Black Velvet. Nel 2013 esce il suo primo lavoro per Bao Publishing, la sua “Raccolta – 1992/2012”. Suo è anche “I quit girls”, libro di illustrazioni tutte dedicate alle ragazze. Le sue tavole trasudano naturalezza ad ogni tratto: è capace di delineare le figure dei suoi personaggi lasciando che siano in armonia con l’ambiente circostante. Fa uso di colori vibranti e pieni, crea realtà assimilabili a quelle di Roy Lichtenstein e della pop art, solo più piene.

Colapesce (pseudonimo di Lorenzo Urciullo), classe 1983, è un cantautore siciliano. Inizia a fare musica fin da giovanissimo: già nel 1998, registra un brano insieme a Roy Paci; successivamente è tra i fondatori degli Albanopower, formazione con cui realizza un tributo all’album “Mellon collie and the infinite sadness” degli Smashing Pumpkins, facendosi notare persino da Billy Corgan, frontman del gruppo statunitense. Sceglie il suo pseudonimo (nome che poi farà da titolo al suo primo EP, estendendosi anche alla formazione che lo accompagna da solista) dalla “Leggenda di Colapesce”, risalente addirittura al XII secolo: Nicola “Cola Pesce” è un ragazzo che viene maledetto dalla madre per le sue continue immersioni, diventando un pesce in tutto e per tutto. Cola si ritrova così a dover trovare rifugio tra le onde, facendosi inghiottire ogni volta da pesci più grandi di lui per poi uscire tramite un taglio nel ventre. Suo album d’esordio è “Un meraviglioso declino” (24 Records, 2012), con cui vince la Targa Tenco e il P.M.I. Lo scorso febbraio è uscito il suo nuovo disco, “Egomostro”. La collaborazione con Baronciani per “La distanza” rappresenta la sua prima esperienza nel mondo di fumetti e graphic novel.

Source: libro del recensore.

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:: Creole Belle, James Lee Burke, (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015
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New Orleans. Dave Robicheaux si sveglia in ospedale dopo essere stato operato per aver ricevuto una pallottola nella schiena durante una sparatoria in Bayou Teche, ma la sua battaglia più grossa l’affronta non tanto per il post operazione ma quanto per la morfina che stanno usando per non fargli sentire il dolore.
Purtroppo la morfina non gli sta facendo passare solo il dolore, ma gli sta annebbiando la mente facendogli rivivere i ricordi che lo hanno afflitto in passato. Dave però non riesce a distinguere quali sono i ricordi e quali i fatti reali che gli stanno capitando intorno.
Una notte riceve la visita di Tee Jolie Melton, una sua vecchia conoscenza con un passato molto difficile. La mattina dopo però viene a sapere da Clete Purcel, suo vecchio partner in polizia, che Tee Jolie è scomparsa molti giorni prima e a tutti sembra strano che sia ricomparsa solo per andare a trovare in ospedale una vecchia conoscenza.
Sarà proprio l’ex partner che lo aiuterà a scoprire la verità su quanto accaduto.
Un romanzo emozionante che guida il lettore passo passo nella battaglia interiore di Dave vivendo tutti i drammi personali come se stesse combattendo anche lui in prima persona.
La lunghezza un po’ di quanto siamo abituati per un giallo non comporta comunque nessuna difficoltà nella lettura grazie a uno stile brioso e coinvolgente che guida per tutta la narrazione.
Le descrizioni degli ambienti sono totalmente reali che fanno vivere appieno l’atmosfera di New Orleans, non come siamo abituati a vederla nei film o nei telefilm, tutta colori, feste e balli, ma una New Orleans più suggestiva e oscura.
Anche i personaggi sono molto ben descritti, e non solo fisicamente, ma a livello molto più profondo e intimo che fa sì che il lettore possa creare un legame empatico con il suo personaggio preferito.
Un ottimo romanzo adatto anche a chi non conosce l’autore e a chi non è un fan del genere giallo.

James Lee Burke nasce a Houston nel 1936. Cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana frequenta il Southwestern Louisiana Institute e in seguito ottiene una laurea in inglese nel 1958 e un master presso l’università del Missouri nel 1960.
Nel corso degli anni ha svolto molti lavori tra cui geometra, giornalista, professore universitario d’inglese, assistente sociale, impiegato per il servizio occupazionale e istruttore negli U.S. Job Corps.
Premiato per ben due volte come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno, è stato uno dei vincitori del Breadloaf & Guggenheim Fellowship e ha ricevuto il premio della NEA (National Educational Association).
Al momento della pubblicazione del suo romanzo The Lost Get-Back Boogie da parte della Louisiani State University fu nominato per il premio Pulitzer.

Source: libro del recensore.

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:: Cinematografia organizzata, Francesca Romana Massaro (Ensemble, 2015) a cura di Federica Guglietta

6 luglio 2015
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Torniamo a parlare di cinema, più nello specifico di saggistica cinematografica.
Dopo aver analizzato il saggio sul coloratissimo (e più simmetrico che mai) cinema wesandersoniano, si cambia totalmente registro con Cinematografia organizzata – la mafia tra cinema, fiction e realtà a cura di Francesca Romana Massaro, pubblicato da Ensemble e presentato lo scorso 3 luglio in occasione della Festa dell’Unità ad Ostia Antica.
Un saggio che indaga nel profondo il legame stretto instauratosi negli anni tra produzione cinematografica e organizzazioni mafiose.
A partire dai temi trattati, o meglio, dal tema unico che è, appunto, quello della mafia. A partire dalla sua genesi fino alla sua “esportazione” in America, secondo il famoso e intramontabile assioma: Italia – pizza – mandolino – mafia. Ah, non si tratta propriamente di un assioma? Poco male.
Francesca Romana Massaro ci porta, con dovizia di particolari, in mondo creato per generare un’alternativa filmica alla realtà: spiegare i come ed i perché della mafia, vederla da vicino, capire per quale motivo, ad un certo punto questa riuscisse ad influenzare l’andamento stesso di un set cinematografico, imponendo divieti, regole da rispettare, figure da idolatrare, negando permessi.
Si tratta proprio di un genere, quello del mafia movie, divenuto poi uno dei filoni più importante del gangster. A consacrare questo stato di cose arriverà, nel 1972, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Degno predecessore di questo lavoro è, sicuramente Pietro Germi, che, trovandosi a girare nel filone del cinema d’autore post Seconda Guerra Mondiale e, proprio per questo motivo, trovandosi attorniato dai vari film figli del neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis e Lattuada (per citarne alcuni), ne risente egli stesso l’influenza. Quindi decide di provare a fare una commistione tra western e neorealismo. Quello che ne risentirà molto sarà proprio uno dei suoi primi film girati per il genere mafia movie “In nome della legge” del 1949. Girato a Sciacca nel 1948 e tratto dal romanzo “Piccola pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film racconta di un giovane magistrato palermitano che viene inviato come pretore in un paesino della Sicilia e qui, per amore e rispetto della legalità, si troverà a fronteggiare varie ingiustizie sociali, ma anche l’omertà della gente del posto che mai si sarebbe schierata contro il boss confessando qualcosa.
Successivamente, negli anni Settanta, tocca al cosiddetto cinema di impegno civile l’arduo compito di portare i film di mafia sul grande schermo. Ci riuscirà nel 1973 Francesco Rosi con il suo “Lucky Luciano”, seguito nel 1977 da “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri.
Il “Lucky Luciano” di Rosi si rifà al personaggio realmente esistito di Salvatore Lucania, nel film interpretato da Gian Maria Volonté, boss italoamericano rispedito in Italia come “indesiderabile” nel 1946. A questo punto, Luciano torna a Napoli dove inizia a vivere in modo tranquillo e per nulla imputabile, ma le voci lo accusano di essere coinvolto nel traffico internazionale di droga. Sarà perseguitato ed accusato, ma nonostante tutto non svelerà mai il suo segreto.
Nei capitoli successivi, la Massaro svolge una puntuale analisi su come boss mafiosi abbiano influenzato la cinematografia di genere (sia italiana che americana). Secondo la sua opinione sarebbe proprio la figura di “Lucky Luciano”, boss mafioso di Cosa Nostra, a diventare fonte di ispirazione per tutti gli altri film successivi appartenenti a questo filone.
In poche parole si stava creando quello che, ormai, è secondo l’immaginario collettivo l’immagine di boss, nella fattispecie quello di origini siciliane, irreperibile, una persona di cui, a volte, si sa solo il nome o, addirittura soltanto il soprannome, e che diventa personaggio adattabile a storie tratte da avvenimenti reali o più romanzati.
I capitoli centrali del saggio affrontano il tema dell’infiltrazione mafiosa proprio sul cinematografico, con i rischi e pericoli che tutto ciò potesse portare. Intere produzioni cinematografiche sono state costrette a trovare un compromesso con i boss del posto per poter girare così ì loro film (che sia il pizzo da dare o censure da attuare).
Inoltre viene affrontato il tema del Male, della criminalità e delle azioni empie viste come fonte di attrazione e intrattenimento. Come succede tutt’oggi con varie serie televisive americane di recente produzione: anche qui il potere della criminalità organizzata diviene fulcro dell’azione stessa. Sarete sicuramente a conoscenza de I Soprano (1999-2007), Boardwalk Empire (2010 -2014), e, per quanto riguarda il legame tra crimine e potere politico non posiamo far a meno che ccitare House of Cards (2013 – corrente).
Nel saggio, ampio spazio è quello dedicato alla figura della donna in un ambiente (poi genere) considerato per lungo tempo solo maschile. Ed è cosi è che ci troviamo davanti alla pupa e alla moglie del boss, ma anche a donne capaci loro stesse di diventare donna di mafia.
A corredare il lavoro della Massaro troviamo un’ampia sezione documentaria e una lunga lista di interviste e testimonianze.
Ricordiamo, infine, un film agrodolce che tenta di spiegare in modo semplice e metaforico la mafia vista dagli occhi di un bambino siciliano cresciuto negli anni ’70. Stiamo parlando de La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Pif Diliberto.

Francesca Romana Massaro, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha già all’attivo un saggio dal titolo “Il cinema come nessuno ve l’ha mai raccontato” (Ed. Emmebi, 2011). Inoltre è direttore responsabile de L’Araldo dello Spettacolo (www.araldodellospettacolo.it)

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:: Straniera ingrata, Irena Brežná, (Keller editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2015
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Da poco Keller editore ha pubblicato in Italia il romanzo Straniera ingrata di Irena Brežná. La storia è autobiografica, ma riesce a farci capire alla perfezione lo stato d’animo di chi fugge dalla terra di origine, alla ricerca di un luogo nuovo e migliore dove poter cominciare una vita nuova. La Brežná prende spunto dalla propria esperienza personale per narrarci le difficili condizioni socio-esistenziali di chi viene considerato un immigrato. Nel libro, la voce narrante è una sola, quella dell’autrice stessa, ma si sdoppia, mostrando a noi lettori due mondi che convivono nella stessa persona. Da una parte, c’è la dimensione di vita della giovane immigrata arrivata da lontano che lotta per farsi accettare senza dover mai rinunciare alle proprie origini. Questo spirito di ribellione permetterà alla Brežná di evitare il tipico processo di assimilazione, rimanendo legata alla cultura della sua patria d’origine e sentendosi una straniera ingrata. Dall’altra parte, c’è la voce della scrittrice che lavora come interprete pronta ad ascoltare gli emigranti per mediare con le autorità svizzere, nella speranza che qualcuno riesca a trovare rifugio. La Brežná agisce in questo modo, perché conosce bene la grande afflizione di chi scappa dal proprio paese d’origine devastato dalla guerra, dalla povertà o da una politica repressiva. Lei stessa si diede alla fuga dalla Cecoslovacchia (oggi è la Slovacchia) nel 1968 per rifugiarsi in Svizzera, ma appena arrivata qui non le fu semplice inserirsi e farsi accettare dal nuovo mondo elvetico. Straniera ingrata sembra un diario scritto dall’autrice per se stessa e per gli altri. Gli “altri” sono da intendere come i tanti migranti dei quali lei stessa ci narra le vicende, perché lavorando come traduttrice negli uffici per l’immigrazione, negli ospedali e nelle carceri, la donna ha la possibilità di entrare in contatto con l’umanità più umile e disperata. Non a caso le parti del libro nel quale la Brežná ci parla delle persone che incontra durante il suo lavoro sono le più toccanti, in quanto emergono storie di famiglie distrutte dalla povertà e dalla guerra. Il lettore conoscerà storie di immigrati gravemente malati, consapevoli che la loro vita sarà breve, ma pronti a tutto per garantire ai figli l’inserimento in una società nuova che permetta loro di vivere meglio, rispetto al proprio paese natale. Non mancano delinquenti che tentano la fortuna e ogni escamotage possibile per sfuggire all’arresto, però sono tante le voci che l’autrice ascolta e traduce e tutte sono in cerca di vero aiuto. L’immagine è quella di una umanità derelitta, alla ricerca della salvezza, della redenzione e della pace. Attraverso la propria storia, la scrittrice cecoslovacca ci racconta le diverse sfumature del mondo dell’immigrazione ed evidenzia il difficile rapporto e convivenza tra culture diverse, temi molto attuali. Inoltre, questo libro porta chi legge a riflettere sul valore dell’identità personale e nazionale, ma quello che fa pensare ancora di più è la piena consapevolezza di Irena Brežná, autrice di Straniera ingrata, che non sempre il nuovo Paese scelto per salvarsi, sia migliore del tetro incubo che ci si è lasciati alle spalle. Traduzione di Scilla Forti.

Irena Brežná è nata nel 1950 in quella che un tempo era Cecoslovacchia e oggi Slovacchia ed è emigrata in Svizzera nel 1968 dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi di slavistica, filosofia e psicologia s’impegna nella mediazione interculturale e a favore dei diritti umani. Dal 1981 è scrittrice e giornalista. I suoi articoli, pubblicati in Svizzera, Germania e Repubblica Slovacca, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Le sue opere letterarie affrontano principalmente i temi dell’esilio e della patria.

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:: La porta delle tenebre, Glenn Cooper, (Editrice Nord, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015
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Emily e John sono finalmente rientrati alla loro epoca, ma appena tornano scoprono che l’apertura del portale ha portato nell’Oltre la sorella e i nipoti di Emily che erano nella sala mensa insieme a una scienziata e altre otto persone sparite dalle loro abitazioni.
Rincomincia così un nuovo viaggio nell’Oltre per salvare i nuovi spariti e per farlo John ed Emily dovranno allacciare alleanze con persone molto pericolose che nel loro primo viaggio hanno tradito o evitato del tutto, ma questo e altro per salvare i propri familiari.
Anche in questo nuovo viaggio Cooper mantiene un terminologia molto semplice che permette a qualsiasi lettore di potersi avvicinare ai suoi scritti, appassionandosi subito senza nemmeno più accorgersi del tempo che scorre, rimanendo attento e concentrato nella lettura fino all’ultima pagina senza volersi mai fermare.
Le descrizioni sono sempre molto minuziose e profonde come siamo stati abituati, infatti già dalle prime righe si ha la sensazione di rincontrare vecchi amici che avevamo salutato 7 mesi fa,m provando le stesse emozioni e gli stessi legami provati per gli altri suoi libri in generale e con Dannati in particolare.
Anche stavolta il viaggio nel tempo viene aiutato dalle descrizioni degli ambienti che riprendono perfettamente l’altro libro portano una perfetta continuità nella storia che fa dimenticare al lettore il fatto che sia passati 7 mesi tra una pubblicazione e un’altra.
Anche stavolta il finale è totalmente aperto dando l’impressione che ci sia un terzo libro in uscita che ovviamente aspetteremo con ansia.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper  Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa edizioni Nord.

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