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:: Recensione di Parole sante di Eva Clesis (Perdisa Pop, 2013)

4 marzo 2013

parole santeLui stesso non era per niente sicuro di stare facendo la cosa giusta. Ma quando toccò la spalla di Viorica e lei si voltò a guardarlo capì di non avere altra scelta, e che nessuno di loro due la aveva. Non era concepibile fare altrimenti, lasciarla andare e raccogliere i cocci di quel piccolo mondo antico che era andato in frantumi in poco tempo. Con delicatezza, fece risalire la mano sul collo di lei. Vide Viorica abbassare le palpebre ed ebbe la conferma che niente sarebbe stato meglio di così. Si avvicinò e le diede il bacio più bello che ricordava di aver mai dato nella sua vita di uomo intero, nonchè l’unico da menomato. Come a scandire il momento, la sua stampella destra cascò ai loro piedi. Lungi dal divincolarsi, Viorica si strinse e rispose a quello che in seguito avrebbe ricordato come il suo ultimo vero bacio.

Parole sante di Eva Clesis è un romanzo decisamente caustico e surreale, che si potrebbe anche definire corale: protagonisti infatti non sono uno o due personaggi, ma una intera comunità, un gruppo eterogeneo di personalità capaci di dare colore a una narrazione strutturata come un affresco sociale, in questo caso sulfureo e oserei dire agghiacciante. Scenario delle vicende narrate è Comasia, immaginario paesino della Puglia, specchio di un Meridione gretto e provinciale, in cui religione, superstizione, razzismo, avidità, vendetta, gelosia si mischiano formando un tessuto connettivo capace di creare alchimie esplosive e devastanti. Oggetto del contendere, punto nevralgico su cui si costruisce l’intera vicenda, è una villa e i suoi terreni circostanti, appartenenti a una agiata famiglia del posto, i Magnano. Il parroco di Comasia, per motivi ben più complessi che la semplice avidità, motivi che si sveleranno pian piano nella lettura, ha ordito un piano oserei dire diabolico per convincere con l’ inganno Lina Magnano e suo figlio Santo a donare alla chiesa la villa, conservandone in teoria l’usufrutto, in cambio della salvezza dell’anima. Tutto andrebbe come previsto se non che l’arrivo di Viorica Kirilenko, badante ucraina, desiderosa di trovare un marito italiano, costringerà il parroco Don Felice e il suo sacrestano Dieci a dover mettere in atto, oltre al raggiro, un vero e proprio piano criminoso con esiti del tutto imprevisti. Innanzitutto devo premettere che è un romanzo estremamente intelligente e divertente, pur conservando un retrogusto noir che non scontenterà i cultori del genere. Si ride e molto, l’autrice ha uno stile satirico e ironico che ci accompagna pagina per pagina condito da un senso dell’ inquietudine e dell’attesa che accresce la suspense fino al finale vagamente pulp. Non ridevo così praticamente dai tempi di Peccatori di provincia di Gabriel Chevallier, ma comunque si ride amaro, una certa malinconica tristezza rende opachi i raggiri in odore di simonia del parroco, la triste vita del sacrestano, l’irreligioso bigottismo della vedova Magnano, l’infelicità di Santo, minato da una malattia che ne debilita il fisico e lo spirito, la mancanza di etica del notaio, la necessità di sopravvivere di Viorica, non più giovanissima ma ancora piacente e vitale, desiderosa di costruire un futuro per suo figlio e sua madre nella terra delle opportunità che è l’Italia. E poi altri personaggi, le amiche del burraco di Lina, il viceparroco Don Michele, Ivan il benzinaio rumeno, danno coralmente vita ad un mondo non tanto lontano dal nostro. Schegge di dialetto rendono realistici e credibili, molti dialoghi davvero fulminanti e propri della lingua parlata. Realmente apprezzabile proprio lo stile narrativo dell’autrice, era da tempo infatti che non leggevo un libro così ben scritto e curato fin nei dettagli più minuti. Davvero un piccolo gioiello. Uscirà il 6 marzo per Perdisa Editore nella Collana i Corsari.

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Con questo pseudonimo ha pubblicato il saggio 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010) e i romanzi A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), oltre a numerosi racconti su riviste e antologie.

:: Segnalazione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013)

3 marzo 2013

crepeIn libreria: 13 Marzo 2013

Crepe

Luigi Bernardi

Bologna, sottoterra: le gigantesche talpe d’acciaio dei lavori per l’Alta Velocità ferroviaria scavano giorno e notte, noncuranti dei brividi che la terra ferita rimanda in superficie. In una palazzina i tremori disegnano crepe di sofferenza sui muri e sulle esistenze di chi vi abita.  Amanda è una giovane giornalista ambiziosa e insoddisfatta. Arturo ha un rapporto difficile con il figlio Orfeo, ventenne solitario che odia il mondo e vorrebbe ripulirlo da ogni sporcizia. La signora Armida è un’anziana sola che vive dei propri ricordi in un mondo ch enon riconosce più. Gregorio fa l’anatomopatologo e viaggia ininterrottamente in luoghi che sembrano estratti da un atlante di itinerari di sogno. Ma non sono solo i lavori a disorientare l’esistenza: il tempo sembra accelerare e chiedere a ognuno di adeguarsi alla sua nuova velocità. La signora Armida osserva crescere dentro di sè il sentimento della fine. Gregorio è sempre più legato ai suoi viaggi. Amanda riesce a visitare il cantiere sotterraneo per scrivere l’articolo della vita. Arturo si sente affondare nell’incapacità di gestire i propri affetti. Orfeo trasforma il desiderio di pulizia del mondo in un piano criminale. Un romanzo che unisce la tensione del thriller e l’autorevolezza stilistica del classico. Il ritratto privo di indulgenza di un umanità smarrita, capace soltanto di raccattare soluzioni di comodo che la fanno precipitare sempre più verso un abisso dal quale sarà impossibile ogni riscatto.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Segnalazione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013)

2 marzo 2013

ohTraduzione di Daniele Petruccioli

Un titolo enigmatico che ha il sapore di un’amara liberazione, o magari forse di una resa. Michele è una produttrice cinematografica di successo con un figlio, un matrimonio fallito alle spalle, una madre tutta rifatta e un padre che marcisce in galera. Una sera viene violentata da uno sconosciuto in passamontagna mentre rientra a casa e inizia così la sua lenta e inesorabile discesa agli inferi. Uno straordinario ritratto di donna, un romanzo politicamente scorretto, il racconto di una società che non merita salvezza.

Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Il cerchio del robot, Philip K. Dick, (Fanucci editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

1 marzo 2013

CopCerchioRobotOk, mettete da parte l’idea di essere alla prese con un romanzo fantascientifico. Lo so che il titolo potrebbe far pensare ad un storia dove l’uomo deve affrontare robot o altre strane creature meccaniche, ma ne Il cerchio del robot di Philip K. Dick , edito da Fanucci, ci sono sì dei robot, però hanno un valore metaforico, perché loro non sono di metallo, ma di carne ed ossa. Mi spiego meglio. Entrando nelle vite di Jim Briskin, dj radiofonico che non ha del tutto risolto i rapporti con la ex moglie Pat e della giovane coppia di sposini immaturi formata da Art e Rachael, ci si rende conto che questi individui agiscono come degli automi e sopprimano in modo progressivo i loro istinti d’azione, assecondando le regole del vivere imposte dalla società americana dove vivono. Tutti i diversi personaggi che compaiono nella trama narrativa del romanzo di Dick si limitano ad obbedire e ad appoggiare ogni richiesta che viene da chi comanda, evitando la trasgressione di principi legislativi e morali per agire come dei veri e propri burattini (i robot), inseriti in un vita che si ripete sempre uguale a se stessa (il cerchio). A dire il vero ci sono frangenti di trasgressione, ma le conseguenze derivanti da essi fanno capire a Jim Briskin (sospeso dal lavoro perché ha voluto dire la sua opinione criticando le scelte dei datori di lavoro) e ai compagni che forse è meglio adeguarsi, per evitare spinosi problemi esistenziali, capaci di mettere in crisi i loro già precari equilibri psicologici e relazionali. Oltre a questo aspetto Philip K. Dick affronta in modo delicato le relazioni umane nell’America degli anni’50, mostrando due giovani coppie alle prese con i problemi di cuore, situazioni nelle quali la stabilità matrimoniale è più volte messa in crisi da eventi tentatori esterni all’alcova. Jim e Pat sono stati sposati e si sono lasciati, ma c’è ancora un lieve fiammella passionale che li unisce, mentre Art e Rachael sono una giovane coppia di sposini alla prese con la futura nascita del primo figlio. Due futuri genitori che non hanno ben capito (soprattutto Art che si comporta come un immaturo) cosa sia il matrimonio e cosa voglia dire diventare madre e padre. Il tutto è inserito in un cornice sociale che ha per protagonista la San Francisco di fine anni ’50, dove un gruppo di amici capitanati dall’enigmatico e strambo Grimmelmann si aggirano per le vie della metropoli con un macchina iperteconologica, consultando piantine segrete della city nella convinzione dell’imminente scoppio di una nuova guerra. Il cerchio del robot è bel un romanzo d’annata – è stato scritto dall’ autore nel 1956 e pubblicato per la prima volta in America nel 1988- ma quel profondo senso di insicurezza esistenziale che dal microcosmo delle due coppie protagoniste si estende all’intera società e viceversa, è uno specchio letterario che evidenzia le paure, le tensioni, i dubbi e le accuse (a volte infondate) verso coloro che erano sospettati di tramare contro il governo U.S.A. ai tempi della Guerra Fredda. Un mondo di ieri, non molto diverso da quello di oggi aggiungerei, afflitto da un senso di  una catastrofe imminente, nel quale i cicli di vita si ripetono sempre uguali a sé stessi senza lasciar intravedere possibili vie di fuga. Traduzione dall’inglese di Fabio Zucchella.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Segnalazione di Ulisse di James Joyce (Einaudi, 2013)

27 febbraio 2013

jouceDal 5 marzo uscirà per Einaudi, dopo una certa attesa intramezzata da anticipazioni, critiche, curiosità, la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce in lingua italiana di Gianni Celati. Uno scrittore che traduce uno scrittore, uno scontro-incontro che preannuncia scintille. Come molti, o forse moltissimi, conosco l’Ulisse interpretato e tradotto da Giulio De Angelis e non posso non essere perciò incuriosita, e un tantino divertita, da questo clima di filologiche interpretazioni di un mostro sacro della letteratura del Novecento. Riuscirà Gianni Celati a trovare il segreto della lingua joyciana, capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo? La sfida è affascinante e non priva di rischi. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, ma per ora, perciò spero anche solo di poter consultare questa nuova traduzione, aspettandomi tutta una serie di licenze poetiche capaci di ricostruire una lingua e destrutturarla. Celati avrà creato parole nuove, avrà scavato, forse omesso, magari anche tagliato parti, chissà. Posso comunque per ora solo ipotizzare possibilità di scrittura e queste possono essere infinite. Ammiro comunque il coraggio di Celati, e di chiunque si avventuri in questa titanica impresa. Ho letto che Celati ha restituito musicalità al testo, un’ altra ragione per essere incuriositi. Per chi si avvicinasse per la prima volta al testo, un consiglio che mi è stato dato e che trovo illuminante. Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena.

Segnalo per completezza di informazione che esistono anche altre due traduzione dell’Ulisse di Joyce, una con traduzione e note di Bona Flecchia, Firenze, Shakespeare and Company, 1995, (sembra che per dissensi con l’erede di Joyce la casa editrice sia stata costretta a distruggere le copie del libro) e l’altra pubblicata ne I Mammut di Newton Compton, traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi, 2012.

:: Recensione di Alfred e Emily di Doris Lessing (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto

26 febbraio 2013

dorisA chi non è mai capitato di mettersi lì a sognare di aver avuto una vita diversa da quella reale alzi la mano! Per tutti arriva un momento in cui ci si chiede come sarebbero andate le cose se avessimo fatto altre scelte, o se fossimo nati un Paese diverso o addirittura in un’altra epoca. È vero, la storia non si fa con i “se”, ma a volte è bello poter immaginare un diverso corso della nostra vita.
Molti scrittori hanno fatto dei risultati di questi “esercizi” di fantasia dei capolavori! Doris Lessing ha creato un’operazione simile: ha reinventato completamente le vite dei suoi genitori!
Il premio Nobel per la letteratura del 2007 narra qui le vicende di Alfred e Emily due giovani che crescono in un’ Europa che non sarà sconvolta dalle due Guerre Mondiali. Alfred quindi non dovrà partire per il fronte, come è accaduto nella sua vera vita, dal quale tornerà irrimediabilmente invalido, e avrà così la possibilità di diventare un giovane agricoltore, sposare una ragazza del luogo e crescere due splendidi ragazzoni. Emily invece diventerà infermiera (come nella realtà) ma, dopo esser rimasta vedova di un ricco medico, aprirà delle scuole per i bambini poveri. L’Europa vive in pace, le pulsioni belliche dei giovani si riversano in imprese coloniali, e l’economia va alla grande: sembra un paradiso perfetto! Sembra, perché anche le vite inventate di Alfred e Emily hanno visto gioie e dolori, ostacoli e difficoltà, delusioni e successi. Doris Lessing non ci propina una bella favoletta, ma riscrive le vite dei suoi genitori in maniera assolutamente credibile: se non ci fossero state le due guerre mondiali probabilmente le loro due vite sarebbero davvero andate così!
La realtà però è stata ben diversa: la Grande Guerra ha sconvolto le vite di migliaia di giovani inglesi che nel dopoguerra si sono visti quasi costretti a emigrare in Africa per cercare di avere un futuro migliore. Pieni di speranze e aspettative, anche i veri Alfred e Emily si sono imbarcati per il Sudafrica dove hanno cercato in tutti i modi di ricostruirsi una vita.
In Alfred e Emily  Doris Lessing racconta entrambe le versioni della vita dei genitori: quella inventata e quella reale. In quella inventata l’autrice cerca dunque di ridare ai propri cari quella serenità, quel successo e quella rivalsa che probabilmente agli Alfred e Emily reali sono sempre mancati.
“ Se potessi incontrare Alfred Tayler e Emily McVeagh ora, come li ho reinventati qui, come avrebbero potuto essere se la guerra non fosse mai scoppiata, spero sarebbero soddisfatti  delle vite che ho riscritto per loro.”

:: Recensione di Doglands di Tim Willocks (Sonda editore, 2012)

20 febbraio 2013

Doglands.ai

“Qua dentro? Io pensavo che le Doglands fossero libere e selvagge, montagne, fiumi, alberi e spazi aperti”.
“Anche quelle sono le Doglands”.
Ma io le ho viste, le ho odorate, le ho sentite”.
“Lo so. Perchè le Doglands sono qui” Argal sollevò una zampa massiccia e la poggiò sul petto di Furgul. ” Nel tuo cuore. Ogni cane dal cuore libero conosce le Doglands, poco importa se siamo animali da compagnia, vagabondi o prigionieri. Portiamo le Doglands dentro di noi, ovunque andiamo”.
Furgul cominciò a capire. ” Anche nella morte?”
“Soprattutto in quel momento; ecco perchè la morte non mi avrà mai”.

Doglands di Tim Willocks, edito da Sonda editore e tradotto da Simone Buttazzi, è un romanzo incredibilmente evocativo che racconta le avventure, narrate in prima persona, di un lurcher, Furgal, un incrocio tra un levriero e Argal, un mitico cane senza razza, che attraverso il suo sguardo puro e onesto sul mondo, sulle ingiustizie che lo limitano, sulla forza della libertà, del coraggio, dell’amicizia, porta noi umani a riflettere sul rapporto uomo-natura, sul nostro mondo, sull’intima natura di noi stessi. La letteratura per ragazzi spesso riserva sorprese anche ai lettori adulti, come in questo caso, soprattutto se l’autore del libro è Tim Willocks, scrittore e psichiatra britannico, conosciuto forse ai più per i suoi romanzi noir come Bad City Blues e Re macchiati di sangue. Doglands è, e resta, un romanzo per ragazzi, che potete tranquillamente far leggere dagli undici anni in su, ma anche gli adulti sono invitati a leggerlo, magari assieme ai loro figli. Il ritratto che potrei definire psicologico di Furgal non è pura invenzione, l’autore si basa sull’osservazione del comportamento e delle reazioni di diversi cani che non ha “posseduto”, ma che l’hanno accompagnato nella vita. L’abilità e la sensibilità di Willocks gli hanno permesso di trasformare queste esplorazioni in letteratura, e questa è la sensazione prevalente che ci accompagna addentrandoci in questa epica canina. La vita di Furgal dalla sua nascita “irregolare” a Dedbone’s Hole, un allevamento di greyhound da corsa più simile ad un campo di prigionia, alla sua epica lotta per la libertà, alla ricerca delle mitiche Doglands, e la liberazione di sua madre e dei suoi, viene narrata dall’autore con un’ attenzione profonda verso le esigenze e le necessità di questi animali, capaci di sentimenti profondi, di riconoscenza, lealtà, fedeltà, amore sia verso i Grandi, ovvero noi umani, che verso gli appartenenti alla loro specie. La loro natura selvaggia, indomita, a volte feroce, piegata alle esigenze umane, pure da coloro che amano sinceramente gli animali, è analizzata con lucidità e obbiettività, ricordando a tutti noi che i cani non sono giocattoli da regalare a Natale ai propri figli, sopprimendo la loro natura, castrandoli per renderli più docili, obbligandoli a tradire il loro istinto e la loro natura altra da noi per compiacerci in cambio di una ciotola di croccantini. Il rispetto per queste creature complesse e meravigliose riflette il rispetto che noi umani abbiamo per noi stessi e questa lezione etica e morale, emerge da queste pagine forte e senza compromessi. L’avidità, l’egoismo, l’insensibilità, di molti spezza il legame profondo che ci lega a questi nobili compagni di viaggio, capaci di arrivare a sacrificare la loro vita per amore dei padroni anche quando spesso non ce lo meritiamo. Chi ha avuto un amico a quattro zampe o chi tuttora divide la sua casa con queste creature, leggendo questo libro avrà modo di imparare a conoscere meglio sia loro che se stesso. E questo rientra appieno nell’intento educativo e formativo di questo romanzo, da alcuni definito un capolavoro. Consiglio a chi fosse interessato di leggere la recensione di Beppe Sebaste scritta per l’Unità disponibile sul suo blog http://beppesebaste.blogspot.it/2013/01/il-plus-umano-dellanimale-doglands-di.htlm

:: Segnalazione di Cuore cavo di Viola Di Grado (EO, 2013)

20 febbraio 2013

Cop Cuore Cavo DefIn un romanzo coraggioso e sorretto da una scrittura formidabile per originalità e poesia, Viola Di Grado racconta la storia di un suicidio e di ciò che lo segue. Una folgorante invenzione della vita dopo la morte: la nostalgia, l’amore, la frequentazione “fantasmatica” delle persone care, la solitudine e l’incomunicabilità, in un aldilà cupo e ribollente, senza pelle e senza sensi, dominato da una natura crudele, che sfalda i corpi, ma anche da una vita ostinata che a questa morte si sottrae. Si rimane seriamente scossi da questa lettura, in cui Di Grado conferma appieno la sua unicità. Un romanzo che fa paura: la disgregazione dei corpi, la sopravvivenza dell’“anima”, la tristezza e il rimpianto per la vita che non riesce a ricomporsi ma continua a incedere e spiare, vagando in un mondo deserto ma affollato, dove i vivi non possono più vederti e sentirti ma i morti restano all’erta, impauriti, in ascolto. Un romanzo sulla morte e sulla “vita-dopo-la-morte” innovativo e conturbante, la conferma evidente di uno dei maggiori talenti della narrativa di questi anni.

Viola Di Grado ha venticinque anni. È nata a Catania e ha studiato lingue e filosofie dell’Asia orientale a Torino e Londra. Il suo primo romanzo, Settanta acrilico trenta lana, libro-rivelazione del 2011, è stato premiato con il Campiello Opera Prima e il Rapallo Carige Opera Prima ed è stato già tradotto in otto paesi.

:: Recensione di Da qui all’eternità di James Jones, (Beat, 2012) a cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2013

es da qui all'eternita _Layout 1Dimenticate le medaglie al valore militare. Dimenticate l’eroismo dei soldati impegnati in azioni di guerra stile Salvate il soldato Ryan, perché quello che troverete in Da qui all’eternità, ripubblicato in versione integrale dalla Beat edizioni, è un disarmante ritratto della fragilità umana di uomini arruolati nell’esercito in tempo di pace, nell’ attesa di una guerra che loro non sanno quando e se mai arriverà. Questo è il primo romanzo di Jones pubblicato nel 1951, un libro che ottenne immediato successo di pubblico, tanto che l’anno seguente vinse il prestigioso premio “National Book Award” e nel corso del tempo è entrato a far parte della classifica dei 100 romanzi di maggiore importanza letteraria del XX secolo. Da qui all’eternità è un romanzo di guerra, ma tra le sue numerose pagine non c’è la battaglia sul campo,  perché quella che Jones ci racconta è la faida tra uomini nella base di Schofield, sull’isola di Oahu, nelle Hawaii. I principali personaggi sono Robert “Prew” Prewitt e il suo superiore, il sergente Milton Warden. Il primo è un trombettiere di talento ed ex pugile che non ha la minima intenzione di tornare a combattere, visto che  l’ultima volta che lo ha fatto ci è quasi scappato il morto. L’altro, è un freddo sergente dai modi di fare beffardi, innamorato della donna di un suo superiore e animato da un profondo senso di giustizia. I due soldati  sono entrambi delle teste calde e non a caso durante la narrazione non perderanno occasione di cacciarsi nei guai per la troppa cocciutaggine che li caratterizza (Prew disobbedirà ai suoi superiori, sarà coinvolto in una inchiesta con l’accusa di omosessualità e finirà nella  prigione militare a tutti nota con il nome di “Palizzata”). Accanto a loro ci sono i tanti altri soldati della compagnia che non incarnano la tipica immagine del militare  eroico, tutto coraggio e solidità morale. Quelli usciti dalla penna di  Jones sono uomini semplici, fragili e quotidiani che cercano in ogni modo di evadere dalla monotonia esistenziale imposta dalle regole dell’esercito, rifugiandosi nell’alcool e tra le braccia delle prostitute dei bordelli presenti sull’isola hawaiana. Tra loro emerge il mingherlino, ma combattivo  Maggio, un italoamericano di Brooklyn. C’è il caporale Bloom, un giovane uomo in perenne lotta esistenziale per le sue origini ebraiche e con l’irrisolto rapporto con la propria sessualità, e che dire dello scapestrato Jack Malloy, così colto e intellettuale da essere sempre in prigione. In queste Hawaii del 1941, primo attore è un’umanità derelitta e non a caso solo alla fine la guerra arriverà a toccare le già precarie vite dei protagonisti, per la precisione quando i “Jap” – così l’autore nel libro definisce i giapponesi recuperando lo slang americano degli anni’40 – bombarderanno Pearl Harbor. In questo romanzo Jones racconta la vita in ambiente militare evidenziando tutta la volubilità e le insicurezze dei soldati protagonisti della vicenda. Ciò che colpisce è il fatto che indipendentemente dal grado militare ognuno dei personaggi agenti dimostra delle debolezze e tormenti interiori che rendono questi uomini in divisa umani e fallibili. Da qui all’eternità sarà pure ambientato nelle meravigliose isole delle Hawaii, ma il senso di ribellione,  di colpevolezza uniti alla violenza psicologica  e fisica subìta e perpetrata dai vari protagonisti sono un disarmante ritratto di una generazione derelitta e sfinita che vorrebbe solo vivere liberamente. La versione edita dalla Beat è quella integrale senza tagli e censure riportata alla luce nel 2009 da Kaylie Jones, la figlia dell’autore che rivelò l’esistenza del manoscritto originale del padre, dove erano presenti tutti i tagli imposti a Jones dall’editore Scribner, il quale ritenne lo scritto troppo “ricco” di  parolacce e di scene di sesso omosessuale, troppo scandalose per l’America perbenista degli anni’50. Da ricordare anche la produzione nel 1953 dell’omonimo film vincitore di ben 8 premi Oscar, realizzato dal regista Fred Zinnemann. Traduzione dall’inglese per l’edizione Beat  di Chiara Ujka.

James Jones (1921-1977) fu arruolato nel 1939 nell’esercito americano nella 25a Divisione Fanteria, poco prima delle scoppio della Seconda guerra mondiale. Di stanza alle Hawaii, Jones combatté poi nella guerra di Guadalcanal. Nei suoi lavori letterari  di fama mondiale – Da qui all’eternità e La sottile linea rossa – ha raccontato la quotidianità, le atrocità e le conseguenze della guerra.

:: Segnalazione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013)

19 febbraio 2013

fratelloTraduzione dal finlandese di Cira Almenti

Il libro – Viktor Kärppä, “l’uomo con la faccia da assassino” e il cuore diviso tra le radici sovietiche e la sua nuova vita a Helsinki, ha chiuso con il crimine da quando il socio Ryškov ci ha rimesso la pelle. E a parte qualche giro di contrabbando si accontenta di una piccola impresa edile che offre lavoro nero ma ben pagato agli immigrati dell’Est. Ma quando una partita di supereroina semina la morte in città, i sospetti ricadono su suo fratello Aleksej, l’irreprensibile ingegnere che stanco di fare la pedina di un sistema corrotto a Mosca lo ha raggiunto a Helsinki a caccia di soldi facili. Sotto il fuoco incrociato della polizia e della mafia russa, a Viktor non resta che riaprire le porte della sua vecchia vita e infiltrarsi nella cupola di San Pietroburgo: chi ha osato sfidare i boss del narcotraffico? Comincia così una nuova indagine del romantico faccendiere frontaliero sospeso tra la nostalgia dello sradicato e le cicatrici di un torbido passato nel KGB. E che muovendosi al confine di due epoche e due mondi ci proietta in una Finlandia sconosciuta, terra di frontiera fatalmente segnata dalla parabola sovietica, puzzle etnico dalle mille anime in cui i problemi di identità portano il peso e le ferite della storia.

L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).

:: Recensione di Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, (Edizioni della Sera, 2012)

18 febbraio 2013

NZOScrivo davanti a una finestra aperta. E’ prima sera, aria di primavera che sale su dalle gemme dei pini, come gocce di resina da respirare. Che bisogno ho dei deodoranti ambientali? Mi basta aprire le finestre, ancora  troppo presto per le zanzare, abbastanza avanti nel tempo perché non entri più il freddo di un inverno che è stato lungo e troppo cattivo. Solo profumi, tanti profumi che si confondono insieme e diventano un unico aroma nella primavera romana, un’ essenza che galleggia in questo ponentino leggero che la porta fino dentro casa mia, fino a poggiarla sul cuscino dove stanotte ancora la respirerò. 

Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, è un libro particolare e se vogliamo anche difficile da definire. Non è un romanzo tradizionale, non è una raccolta di racconti, non è una guida turistica, non è un saggio. E’ qualcosa di diverso e originale più simile ad un diario in cui storia personale e coordinate geografiche si intrecciano rendendo una città, Roma, indiscussa protagonista. Le sfumature autobiografiche sono comunque prevalenti: l’autore parla di sé, di ricordi di infanzia, di esperienze di vita adulta, della sua famiglia, dei suoi amici e racchiude tutto nel macrocosmo che è Roma, madre, amante, figlia, sorella. L’approccio è sanguigno, umorale, quint’essenza di tutta la “romanitudine” che Marco porta con sé; riflessioni intime si alternano a battute goliardiche, dando vita e libero sfogo ad una capacità espressiva strabordante che accoglie il lettore come un amico a cui si vogliono confidare le esperienze di una vita: ciò che si è imparato, ciò che ci ha reso migliori, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò che ci ha resi felici. Le vie, le piazze, i quartieri di Roma in cui l’autore scorrazza in scooter, con il suo Angelo custode alle spalle, romano pure lui, fanno da scenario ad un turbinio di passato e presente, di oggi e di ieri scandito in 39 frammenti narrativi, alcuni racconti a parte, come la storia d’amore tra il giornalista e la sua amata Giuliana, altri schegge di vita, in cui la lingua colloquiale e immediata, a volte impreziosita dal dialetto, sempre comprensibilissimo, instaura un canale di comunicazione preferenziale tra autore e lettore. La Roma degli anni 60, del teatro delle marionette, che in realtà erano burattini, dei chioschi dove si compravano le bibite o i palloncini, dei cinema d’oratorio dove le ragazze erano da una parte e i ragazzi dall’altra, dei pantaloni corti e delle interminabili partite di pallone, si sovrappone alla Roma di oggi, forse più anonima, multietnica, in cui vecchie trattorie sono state assorbite da catene di grande ristorazione, ancora caciarona, forse più ricca, ma certo non più felice. Storie nelle storie, in cui brevi scampoli retorici vengono sommersi da una sincerità e un’ autenticità verace, a tratti non mi vergogno a dirlo, commovente. La puttana da cui il protagonista compra un sorriso, il baccalà con patate, l’Armanda, Er Quagliaro, tutto si sussegue sotto i nostri occhi, quasi prendendo vita, acquistando una precisa identità. E il padre dell’autore Benedetto, meriterebbe un romanzo a sé. E non è detto che Marco Proietti Mancini non ci abbia pensato. Dettagli minimi che acquistano importanza, illuminati da continui rimandi, in cui la tenerezza si alterna alla malinconia, il riso al pianto. Ci si diverte, si imparano cose su una città immensa e spudorata, si impara a ridere della morte, della povertà, della malattia, perché non c’è tempo di essere tristi. La vita è troppo breve, troppo simile per tutti. Un romano a Milano vi farà ridere di gusto, l’ultimo ricordo dell’autore della madre vi strapperà un po’ il cuore ma dopo tutto chiuderete il libro con un sorriso. Ne sono sicura.

:: Un’ intervista con Valerio Varesi a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2013

rivoluzBuona giornata Valerio, piacere di averti qui a Liberi di Scrivere per raccontarci come è nato Oscar Montuschi, l’ex partigiano protagonista del tuo ultimo romanzo Il rivoluzionario edito da Frassinelli. Prima di addentrarci nelle maglie della storia  narrata raccontaci un po’ di te cosa fai, che musica ascolti e l’ultimo libro letto?

Sono redattore di Repubblica e lavoro a Bologna. A parte i libri, amo la montagna, i paesaggi innevati e correre. Ascolto soprattutto cantautori italiani e l’ultima opera che ho letto è Obbedienza e libertà di Vito Mancuso. 

Dopo aver scritto racconti , noir e gialli, cosa ti ha spinto ad affrontare la Storia dell’Italia del’900 attraverso il romanzo?

In realtà avevo già scritto libri non gialli come Le imperfezioni, Il paese di Saimir e il poco conosciuto Labirinto di ghiaccio. I temi che affronto nei miei noir sono abbastanza vicini alle problematiche sociali raccontati nei romanzi storici. Nel caso de Il rivoluzionario, sono partito dall’analisi dell’oggi: com’è che siamo finiti nella crisi più nera dopo il ’29? Nel libro cerco di ricostruire la decadenza dai grandi ideali post bellici fino all’avvento del liberismo economico che ha anteposto l’economia alla costruzione politica del mondo, il valore di scambio al progetto sociale.

Cosa o chi ti ha ispirato la trama de Il rivoluzionario?

Ho attinto all’esperienza di un amico, Antonio Ferri, che ha percorso l’itinerario di cui prima parlavo all’interno del mondo di sinistra e mi ha fornito parecchio materiale. Poi mi sono documentato bene, ho studiato il periodo mischiando personaggi storici a personaggi di fantasia. Non ho la pretesa di essere totalmente oggettivo, ma penso di aver afferrato il senso di una parabola ideale ed esistenziale.

Quanto c’è di vero storico e quanto di finzione narrativa nel tuo ultimo lavoro?

La storia del periodo c’è tutta e anche i protagonisti, pur non essendo esistiti realmente, è come se lo fossero tant’è che molti mi hanno riferito di essersi riconosciuti nel romanzo. Il libro di per sé è sempre una rielaborazione della realtà e ne rappresenta l’essenza.

Il protagonista è Oscar Montuschi, un ex-partigiano, c’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato il protagonista?

Sono tanti i personaggi della realtà che mi hanno influenzato a partire da mio padre ex partigiano. Direi che Oscar è la sintesi di una generazione. O di una parte di essa, quella più idealista e pervasa dalla voglia di cambiare radicalmente il mondo.

Oscar è un fervente sostenitore del comunismo puro- quello dell’uguaglianza sociale e della condivisione comune- ma questa sua fede nell’ideologia in che modo influisce sulla sua vita quotidiana?

Dopil crollo del comunismo reale, nel cui funzionamento non ho mai creduto, è rimasta in piedi l’esigenza di un egualitarismo travolto dalla follia neo-liberista che ci ha portato al disastro. Sul piano pratico, credo che la sinistra oggi non possa che essere riformista e forse rifarsi a Turati più che a Lenin. Ma ai tempi di Oscar, il sogno rivoluzionario era una speranza molto forte per le masse che ambivano al riscatto. Cosa resta di questa idea? Solo l’esigenza di un riequilibrio nel senso dell’uguaglianza e ciò che ad essa è legato, vale a dire un forte senso di libertà oggi negato in un mondo regolato dal denaro.

Rispetto al precedente romanzo – La sentenza, ambientato nel 1944- ne il rivoluzionario hai scelto un arco temporale che va dal dopo Liberazione fino ai primi anni ’80, quale è la funzione della trama narrativa che si sviluppa in un trentennio?

Direi quella di riassumere la nostra storia recente analizzandola dal punto di vista dell’ansia di cambiamento impellente di un uomo come Oscar. Una rilettura che mette in luce aspetti poco raccontati del nostro passato prossimo, come gli omicidi nelle piazze della polizia rimasta fascista, la realtà di un paese che non ha mai fatto i conti col ventennio mussoliniano e la perdita di identità ideale delle cooperative.

Perché Oscar sarà sempre definito da tutti i suoi comprimari letterari un rivoluzionario?

Lo è nel senso letterale del termine: uno che voleva rovesciare lo stato delle cose in Italia proseguendo la lotta di liberazione anche dopo il 25 aprile ’45. Poi, trascorso il ’48, questo sogno svanisce e la rivoluzione si fa trasformando il rapporto gerarchico tra lavoratori e padroni in un sistema dove tutti sono allo stesso livello, vale a dire quello delle cooperative. Quindi svanisce anche questa illusione e Oscar prova a fare una rivoluzione per davvero in Mozambico a fianco del Frelimo. Ma anche lì arriva lo scacco.

Italina, la moglie del protagonista, che ruolo e “peso” ha nella vita di Oscar e di tutto il romanzo?

Italina è una donna che ha una forte autonomia intellettuale e rappresenta l’alter ego di Oscar. E’ una donna emiliana di carattere forte che osserva la realtà su un piano più pratico e realistico rispetto a Oscar troppo preso dai voli ideologici. E come tale realizza la fusione tra il cristianesimo di base del frate dei poveri don Olinto Marella e l’ideale di comunismo. Tutt’e due sono al servizio degli umili a prescindere dalle divisioni teoriche.

Oscar e Italina hanno un figlio di nome Dalmazio, un giovane taciturno, introverso, con il quale Oscar sembra proprio non riuscire a relazionarsi. Cosa determina l’incomunicabilità tra padre e figlio?

All’inizio è una incomunicabilità legata alle assenze di Oscar, poi si trasforma in una contrapposizione generazionale con Dalmazio che rappresenta la generazione del ’68 e poi del ’77 che rompe col vecchio Pci. Dalmazio guarda a Mao quando il padre è ancora legato a Mosca. Nel ’77 bolognese è il sindaco Pci Zangheri che, d’accordo con Francesco Cossiga, chiama a Bologna i blindati. Poi, specchiandosi nella delusione del padre, Dalmazio si riavvicina al genitore in nome di quegli ideali di libertà e uguaglianza traditi dalla sinistra dei partiti.

Tra i pochi amici veri che Oscar ha, mi ha colpito Dozza il sindaco. Cosa rappresenta per il protagonista questa figura?

Dozza è una figura mitica di quella schiera di sindaci usciti direttamente dalla Resistenza e pervasi di grandi idealità. In loro c’erano il fervore politico, la capacità di stare vicino alla gente sentendone i bisogni e l’abilità nel gestire una città amministrandola nella miseria del dopoguerra. Un modello lontanissimo dalla politica di oggi.

Oscar assisterà impotente a delle impreviste trasformazioni del PCI, questi avvenimenti cosa determineranno in lui?

Il Pci si trasforma perché la politica non è solo idealità, ma anche realpolitik. La rivoluzione che sognava Oscar sarebbe stata un bagno di sangue come è accaduto in Grecia. Ma accanto a questo realismo politico, ci sono anche le meschinità e soprattutto una grande sconfitta culturale. Nell’avvento dei manager anche dentro le cooperative rosse, il cuore economico della sinistra, si misura appieno la sconfitta e la trasformazione che ha cancellato il movente ideale delle cooperative stesse omologandole. Dall’egemonia culturale gramsciana, si è passati all’egemonia sottoculturale del mondo rampante dell’economia dove cinismo, brutalità e inganno costituiscono la vera essenza del vivere sociale.

Il suo stato di delusione di uomo comune di fronte alla realtà politica italiana potrebbe essere visto come una rappresentazione di un atteggiamento comune di molti italiani contemporanei ad Oscar?

Per come è finita la vicenda italiana e per il tradimento di molte aspettative di miglioramento certamente Oscar rappresenta più di una generazione. Oggi la gente, oltre che di onestà, ha soprattutto bisogno di speranza e quest’ultima non può essere data solo da un buon welfare, comunque essenziale al vivere sociale. C’è bisogno di riprendere in mano la sorte del nostro vivere facendola confluire in un progetto di mondo che restituisca la speranza di miglioramento e questo può farlo solo l’idealità e la politica che ne è l’applicazione.

Da Bologna, Oscar decide prima di andare a Milano, poi in Russia e anche in Africa. Cosa lo spinge ad accettare questi incarichi che spesso mettono a repentaglio la sua vita?

La voglia di essere utile a una causa e l’ansia di modificare la realtà. Non ha potuto farlo in Italia, se non in parte, e cerca di farlo altrove. Consapevole che solo modificando gli equilibri globali si potrà cambiare anche nel proprio paese. In questo, Oscar, è molto moderno.

Alla fine Oscar pronuncia queste parole:«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Sono da intendere come una speranza che non muore mai o come un avvertimento per le generazioni future?

Lui e Italina sono stati sconfitti dal tempo come persone, ma l’idealità resiste. In quest’accezione non sono degli sconfitti, ma le vestali che hanno custodito il fuoco che potrà riscaldare l’umanità nel futuro consapevoli che i tempi della vita umana sono più brevi dei cicli della storia. Solo quando gli uomini non saranno più fedeli e obbedienti come i cani, ma indipendenti e liberi come i lupi, ci potrà essere un vero riscatto.

Se Oscar vivesse ai giorni nostri, cosa penserebbe della situazione storica- sociale e politica dell’Italia?

Avrebbe una visione disperante di com’è ridotto questo paese nel culmine dell’egemonia sottoculturale berlusconiana. Ma vedrebbe anche la via per risorgere in quanto mai come oggi è prossima una deflagrazione sociale. Spero che tutto questo avvenga pacificamente come una presa di coscienza, un rimbalzo di moralità, e non in modo traumatico.

Sei già al lavoro con il nuovo romanzo che analizzerà un altro periodo della Storia d’Italia del ‘900 o stai scrivendo altro?

Sto scrivendo un altro episodio della serie Soneri, ma come dicevo prima, per me il giallo è ‘romanzo sociale’ e quindi non mi discosterò molto dai temi che sono solito affrontare. Il noir è un’indagine sull’oggi.