Benvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.
Eva Clesis è uno pseudonimo che ho scelto intersecando gusti personali e opinioni di persone a me care. Quando ho iniziato a scrivere sentivo la necessità di nascondermi dal quotidiano per essere libera. È come quando ci si immagina di essere slegati da tutto per poter vivere finalmente la vita che vogliamo. Cercavo un’identità che fosse un territorio franco.
Parlaci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, dei tuoi interessi.
Non ho avuto una vita facile, né felice. Anche se ero una studentessa brillante, mi sono laureata più per dovere, lavoravo già come grafico da nove anni, non mi ha mai interessato la carriera accademica perché sapevo di non potermela permettere. Oltre alla lettura, amo molto il cinema, mi piacciono l’arte, i viaggi, la cucina. Rimpiango di non aver fatto il cuoco e il fotografo e il regista, di aver interrotto la mia carriera di illustratore con la maggiore età.
Come è nato l’amore per la scrittura? Da quali letture? Quali scrittori hanno influenzato il tuo stile?
Il mio rapporto con la scrittura non si potrebbe capire senza la mia fissazione per la scrittura. Io amo tutto della scrittura, dalla sua superficie di lettera alla sua sostanza di parola. Amo variare e sono imprevedibile anche nelle letture. Raymond Chandler e un po’ anche Jim Thompson sono gli autori che mi hanno permesso di migliorare, ma ogni tanto quando scrivo mi viene in mente un romanzo di Buzzati, sempre quello. Poi Beckett e la Plath.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Il mio debutto è stato disastroso, sono molto a disagio con gli editori perché non so gestire tutto ciò che mi è caro, spesso ho lasciato che decidessero loro per me. Ho ricevuto valanghe di rifiuti, ma più di tutto un sacco di indifferenza. Non sono i primi ma è la seconda a fare danno per chi scrive.
Parliamo adesso del tuo ultimo libro Parole sante, romanzo che mi ha davvero impressionato per stile, originalità, capacità di scrittura. Come è nato, quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Quando volevo scrivere il mio nuovo romanzo, vivevo vicino a un’anziana moribonda, che invocava giorno e notte sua madre. Un giorno bussò alla mia porta la sua badante, disperata perché era andata a gettare la spazzatura e per sbaglio aveva chiuso la malata sola in casa. Parlava poco l’italiano, e quasi mi stupii che avesse chiamato me per un aiuto. Capii che nessun altro le aveva aperto. La badante piangeva in modo disperato, non sapeva neanche dire il nome dei figli di chi accudiva. Pensai: “Ecco qualcuno veramente solo, in un Paese che non conosce, mentre gli affetti crescono lontano”.
Ti ha richiesto molte revisioni, molte stesure o è nato di getto?
Non so quanto i romanzi nascano davvero di getto. Sono d’accordo con Poe, scrivere secondo l’ispirazione non significa nulla, oltre quella conta l’esercizio e il metodo, che è razionale. Parole sante ha avuto pochi tentennamenti e come gli altri romanzi si è beccato una certa ostilità, almeno nella prima versione, un po’ più lunga. La revisione è consistita in una “asciugatura” di cinquanta cartelle, circa un’ottantina di pagine.
Puoi riassumere la trama del tuo libro, toccandone i temi principali?
La dico in una frase, che prima usavo nella scheda di lettura del libro. Una vedova bigotta tenta di eliminare la propria domestica con l’appoggio del parroco. L’essenziale è questo. Tutto il resto vien leggendo.
Utilizzi un registro linguistico composito, l’uso del dialetto è funzionale e oltre a riproporre la lingua parlata, trasmette un senso di forte realismo, di autenticità. Come hai lavorato sul linguaggio?
Per Parole Sante mi sono documentata tantissimo. Il dialetto salentino è molto diverso da quello della mia provincia, perciò mi sono messa a studiare. Per mesi ho letto e riletto dizionari di salentino, libri, tesi di laurea: persino testi di canzoni e commenti sulle pagine di facebook.
Viorica parla molto poco italiano, con Santo comunicano con il traduttore di Google, anche nella loro relazione il linguaggio ha una funzione essenziale. Ma oltre che con le parole, comunicano con i gesti, con i silenzi, con le espressione del volto. Come nasce il loro amore? Cosa hanno in comune questi due personaggi?
In realtà hanno in comune un difetto che si riconoscono a vicenda, anzi, un difetto che permette loro di riconoscersi, dato che fin dal primo incontro tra i due scocca la scintilla dell’agnizione (e poi, forse, dell’amore). Sono orgogliosi, ambedue calati in condizioni sfortunate, di quelle che la gente non perdona. Lui, un tempo bello e benestante, ora vicino ai cinquant’anni e “guastato di gambe”, deturpato dalla malattia. Lei, ex-madre dalla bellezza sfiorita, straniera, costretta a vivere lontano da casa. Entrambi vorrebbero ribellarsi a un destino che decide per loro.
Viorica, la badante ucraina, è un personaggio bellissimo. Non giudica, si limita ad osservare stranita un mondo che non comprende perfettamente. Pronta ad un matrimonio di convenienza, che nonostante tutto coinvolge anche i suoi sentimenti. E’ un personaggio romantico, che ispira tenerezza, e nello stesso tempo fa sorridere. Nel romanzo descrivi con molta sensibilità il suo senso di estraneità, il razzismo che la circonda, la sua necessità di vivere lontano dalla sua famiglia, da sua madre e da suo figlio, per motivi di sopravvivenza. Descrivici ora il piccolo mondo di Comasia attraverso i suoi occhi.
Comasia è piccola per Viorica, che in Italia cerca l’America, e che si trova suo malgrado invischiata in un mondo alla rovescia che le ricorda il suo, di paese. Per lei Comasia e Villa Magnano assumono la stessa dimensione claustrofobica e diffidente. Comasia è una porta semplice, ma chiusa, e il bello è che Viorica non ha alcuna intenzione di scoprire cosa c’è dietro, quello che vorrebbe lei è salvarsi.
L’handicap fisico di Santo è descritto dando grande risalto alla fisicità, alla corporalità. La sua apparente debolezza, in un certo senso è la sua forza. Come hai costruito il suo personaggio?
Per cercare di creare un personaggio verosimile, mi sono fissata su uno reale, pubblico, un artista che dalle foto mi ha sempre dato l’idea di essere altezzoso. Ho costruito il carattere di Santo basandomi sulle sue foto e su quello che desideravo per il mio personaggio. Volevo un uomo dalla vita fortunata, poi beffato dalla malattia, che nel tempo ha nutrito la sua fierezza, isolandolo.
Un’ altra coppia fondamentale nel romanzo e quella anomala composta da Lina Magnano e Don Felice. L’una vittima delle trame vendicative dell’altro. Lina è una beghina, inevitabilmente comica, patetica, fondamentalmente vendicativa, egoista, gretta. Don Felice a suo modo vuole giustizia, vuole riappropriarsi di ciò che ritiene suo, e non mi riferisco al solo lato materiale. Chi è la vera vittima tra i due?
Bella domanda, la cui risposta dipende dai punti di vista. Non so chi dei due possa avere lo scettro di “vera vittima”. Forse si può pensare che don Felice abbia un movente personale più forte della salvezza dell’anima di Lina Magnano, oppure pensare a chi dei due, nel complesso della loro storia personale, ha recato con intenzione più danni agli altri. Messa così Lina è più inconsapevole del suo prete.
Parlaci dei personaggi secondari, Dieci, Don Michele, le amiche di Lina, Ivan il rumeno. Che ruolo hanno nel romanzo?
Alcuni di essi fanno da contrappunto ai protagonisti di questa tragicommedia provinciale, mi riferisco in particolare alle amiche per Lina, a Dieci per don Felice, a Ivan per Viorica. Altri, come don Michele o il notaio, sono portatori di una morale e di un conseguente comportamento che permettono al lettore di indentificarli da subito. Assieme a questi, i ministranti, i proprietari dei negozi, la postina, la farmacista fanno quello che un tempo nelle tragedie era il coro, attraverso il loro pittoresco punto di vista.
Comasia è un paese nato dalla tua immaginazione, che comunque rispecchia tanti piccoli paesini del sud, ancora provinciali, in cui la comunità parrocchiale è ancora forte, le vedove si vestono sempre di nero, tutti conoscono tutto di tutti, si gioca a burraco per spettegolare. Da che cittadine reali hai preso spunto per costruire Comasia?
Da nessuna in particolare e da tutte in generale. Il nome di Comasia è quello della santa patrona di Martina Franca, in provincia di Taranto, e che mi sembrava utile per un paesino immaginario pugliese, perché Comasia come santa ha origini incerte.
Quale è o sono le tue scene preferite in Parole sante?
Tutti i dialoghi di Lina con le comari mi divertono, specialmente il primo al supermercato; tra le scene che preferisco: l’incontro tra Viorica e Santo, il risveglio nel letto di Luciano/Dieci, la “resa dei conti” finale.
Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?
I personaggi più difficili da scrivere sono stati Santo e don Felice: nel primo c’era il rischio di renderlo troppo patetico per via della malattia (e quindi che il suo carattere passasse in secondo piano rispetto al suo status di uomo con un handicap fisico). Dietro il parroco ho invece dovuto tessere la trama di una storia personale che scavava nel passato, con l’accortezza che non pesasse troppo sul romanzo e non confondesse il lettore.
Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Se facessero del tuo romanzo un film, quale regista sceglieresti, quali attori per i personaggi?
Uno stile cinematografico è quello che ti suggerisce subito delle scene, quasi che le vedessi davanti ai tuoi occhi: cerco di non eccedere in questo (non vorrei finire per scrivere romanzi come sceneggiature), tuttavia è vero che guardando molti film e serie tv, oltre che leggendo noir, la tendenza a evidenziare la scena rimane. Perciò sì, il mio stile si può definire cinematografico. Se mai facessero un film dal mio romanzo, poiché so che non accadrà mai, posso permettermi di sparare alto e dire: se fosse un film americano ci vedrei i fratelli Coen, se fosse italiano punterei su registi come Ciprì, Rubini, Garrone.
Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?
Sto lavorando a un romanzo scritto subito dopo Parole sante, e che continua il filone dell’atmosfera noir e della famiglia al centro di un delitto, in un contesto meridionale. Rispetto a Parole sante è scarno, essenziale, freddo ma disperato a suo modo. Mi piace, ma questo non vuol dire che anche i lettori possano amarlo.
Roma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30
Traduzione di Fabio Montrasi
Dal 27 febbraio è disponibile nelle principali librerie online, al prezzo standard di € 1,99, per la casa editrice Mezzotints Ebook, specializzata in editoria digitale, il nuovo ebook, in lingua inglese di Samuel Marolla, Black Tea and other stories, primo titolo della collana Buio, diretta da Alessandro Manzetti e pubblicato con il contributo dei vincitori del Bram Stoker Award: Benjamin Kane Ethridge, che si è occupato dell’editing, e Gene O’Neil, che ha scritto l’introduzione, dal titolo A box of lovely dark chocolate. L’opera comprende tre racconti: Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo), e The Janara (La Janara). Noi di Liberi abbiamo avuto l’opportunità di leggerli in edizione italiana, e intervistare l’autore. Abbiamo infatti oggi con noi Samuel Marolla.
Questo romanzo mi ha ricordato un po’ il gioco del Tetris, ma anche i famosi mattoncini colorati della Lego che possono essere uniti tra loro in modo molteplice, per il semplice fatto che ogni sua parte si unisce alle altre a seconda di come il lettore vorrà leggere la storia. Detto questo, prendete La tela di Benjamin Stein e addentratevi nella storia di Jan Wechsler. Poi arrivati alla fine della sua vicenda, tenete ancora tra le mani La tela di Stein e leggete la storia di Amnon Zichroni. Oppure potete fare il contrario, partire dalla vicenda di Zichroni – uno psicoanalista nato a Gerusalemme, cresciuto a Zurigo, che ha il dono straordinario di rivivere i ricordi delle altre persone toccandone la pelle – e di seguito passate a quella di Wechsler, il giornalista tedesco al quale viene recapitata un misteriosa valigia che lui non ricorda di aver mai posseduto e il cui contenuto lo porterà ad intraprendere un viaggio in Israele per scoprire la verità. Ma se non foste ancora soddisfatti, volendo potreste leggere le due vicende a capitoli alterni, girando di continuo il libro dello scrittore nato a Berlino Est nel 1970. Attenzione non pensate che non abbia la minima idea di cosa scrivere su questo romanzo, o che mi stia divertendo a girare attorno al succo del libro, perché quelle sopra indicate sono le diverse possibilità di lettura che La tela, edito da Keller, concede al lettore curioso di conoscere questa ingarbugliata storia. La tela di Stein non è solo un romanzo multi prospettico, fatto da una pluralità di punti di vista che si intrecciano tra di loro, ma esso racchiude in sé diversi generi. Se si considera la misteriosa valigia che viene recapitata al giornalista Wechsler e il mistero che alleggia attorno ad essa, direi proprio che il romanzo ha i tratti tipici del giallo. Non manca una spruzzata di genere psicologico, vista l’indagine nei contorti meandri labirintici della mente dei due protagonisti e di alcuni dei loro comprimari che diventano – come accade al violinista ebreo Minsky, sopravvissuto al campo di concentramento – il ponte di collegamento tra Zichroni e Wechsler. Non solo, perché nel libro di Stein c’è anche del romanzo antropologico, grazie al viaggio alla scoperta degli insegnamenti della cultura e della religione ebraica e dei principi dai quali prende vita la medicina orientale. Stein non fa mancare proprio nulla al lettore, perché La tela è un libro ricco di contenuti storici – esemplare è la descrizione dell’adolescenza di Wechsler nella DDR – e di vicende umane che si intessono nell’ intricata e avvincente trama narrativa, facendo della storia una vera e propria tela dipinta a più colori, nella quale trova spazio anche il dramma dell’Olocausto. La tela di Benjamin Stein coinvolge i lettori, avvicinandoli alla complessità presente nella mente umana, mostrata come una dimensione individuale attiva, perspicace e ricca di risorse, ma allo stesso tempo l’autore – e ce ne fornisce una prova con la storia di Wechsler – evidenzia quanto a volte ciò che sta nella testa di una persona possa tradirlo e indurlo a rimuovere parti importanti e fondamentali del proprio passato e di quello degli altri incontrati nel proprio cammino esistenziale. Traduzione di Elisa Leonzio.
In libreria: 13 Marzo 2013
Traduzione di Daniele Petruccioli
Ok, mettete da parte l’idea di essere alla prese con un romanzo fantascientifico. Lo so che il titolo potrebbe far pensare ad un storia dove l’uomo deve affrontare robot o altre strane creature meccaniche, ma ne Il cerchio del robot di Philip K. Dick , edito da Fanucci, ci sono sì dei robot, però hanno un valore metaforico, perché loro non sono di metallo, ma di carne ed ossa. Mi spiego meglio. Entrando nelle vite di Jim Briskin, dj radiofonico che non ha del tutto risolto i rapporti con la ex moglie Pat e della giovane coppia di sposini immaturi formata da Art e Rachael, ci si rende conto che questi individui agiscono come degli automi e sopprimano in modo progressivo i loro istinti d’azione, assecondando le regole del vivere imposte dalla società americana dove vivono. Tutti i diversi personaggi che compaiono nella trama narrativa del romanzo di Dick si limitano ad obbedire e ad appoggiare ogni richiesta che viene da chi comanda, evitando la trasgressione di principi legislativi e morali per agire come dei veri e propri burattini (i robot), inseriti in un vita che si ripete sempre uguale a se stessa (il cerchio). A dire il vero ci sono frangenti di trasgressione, ma le conseguenze derivanti da essi fanno capire a Jim Briskin (sospeso dal lavoro perché ha voluto dire la sua opinione criticando le scelte dei datori di lavoro) e ai compagni che forse è meglio adeguarsi, per evitare spinosi problemi esistenziali, capaci di mettere in crisi i loro già precari equilibri psicologici e relazionali. Oltre a questo aspetto Philip K. Dick affronta in modo delicato le relazioni umane nell’America degli anni’50, mostrando due giovani coppie alle prese con i problemi di cuore, situazioni nelle quali la stabilità matrimoniale è più volte messa in crisi da eventi tentatori esterni all’alcova. Jim e Pat sono stati sposati e si sono lasciati, ma c’è ancora un lieve fiammella passionale che li unisce, mentre Art e Rachael sono una giovane coppia di sposini alla prese con la futura nascita del primo figlio. Due futuri genitori che non hanno ben capito (soprattutto Art che si comporta come un immaturo) cosa sia il matrimonio e cosa voglia dire diventare madre e padre. Il tutto è inserito in un cornice sociale che ha per protagonista la San Francisco di fine anni ’50, dove un gruppo di amici capitanati dall’enigmatico e strambo Grimmelmann si aggirano per le vie della metropoli con un macchina iperteconologica, consultando piantine segrete della city nella convinzione dell’imminente scoppio di una nuova guerra. Il cerchio del robot è bel un romanzo d’annata – è stato scritto dall’ autore nel 1956 e pubblicato per la prima volta in America nel 1988- ma quel profondo senso di insicurezza esistenziale che dal microcosmo delle due coppie protagoniste si estende all’intera società e viceversa, è uno specchio letterario che evidenzia le paure, le tensioni, i dubbi e le accuse (a volte infondate) verso coloro che erano sospettati di tramare contro il governo U.S.A. ai tempi della Guerra Fredda. Un mondo di ieri, non molto diverso da quello di oggi aggiungerei, afflitto da un senso di una catastrofe imminente, nel quale i cicli di vita si ripetono sempre uguali a sé stessi senza lasciar intravedere possibili vie di fuga. Traduzione dall’inglese di Fabio Zucchella.
Dal 5 marzo uscirà per Einaudi, dopo una certa attesa intramezzata da anticipazioni, critiche, curiosità, la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce in lingua italiana di Gianni Celati. Uno scrittore che traduce uno scrittore, uno scontro-incontro che preannuncia scintille. Come molti, o forse moltissimi, conosco l’Ulisse interpretato e tradotto da Giulio De Angelis e non posso non essere perciò incuriosita, e un tantino divertita, da questo clima di filologiche interpretazioni di un mostro sacro della letteratura del Novecento. Riuscirà Gianni Celati a trovare il segreto della lingua joyciana, capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo? La sfida è affascinante e non priva di rischi. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, ma per ora, perciò spero anche solo di poter consultare questa nuova traduzione, aspettandomi tutta una serie di licenze poetiche capaci di ricostruire una lingua e destrutturarla. Celati avrà creato parole nuove, avrà scavato, forse omesso, magari anche tagliato parti, chissà. Posso comunque per ora solo ipotizzare possibilità di scrittura e queste possono essere infinite. Ammiro comunque il coraggio di Celati, e di chiunque si avventuri in questa titanica impresa. Ho letto che Celati ha restituito musicalità al testo, un’ altra ragione per essere incuriositi. Per chi si avvicinasse per la prima volta al testo, un consiglio che mi è stato dato e che trovo illuminante. Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena.
A chi non è mai capitato di mettersi lì a sognare di aver avuto una vita diversa da quella reale alzi la mano! Per tutti arriva un momento in cui ci si chiede come sarebbero andate le cose se avessimo fatto altre scelte, o se fossimo nati un Paese diverso o addirittura in un’altra epoca. È vero, la storia non si fa con i “se”, ma a volte è bello poter immaginare un diverso corso della nostra vita.

























