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:: Un’ intervista con Eva Clesis

11 marzo 2013

parole santeBenvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.

Eva Clesis è uno pseudonimo che ho scelto intersecando gusti personali e opinioni di persone a me care. Quando ho iniziato a scrivere sentivo la necessità di nascondermi dal quotidiano per essere libera. È come quando ci si immagina di essere slegati da tutto per poter vivere finalmente la vita che vogliamo. Cercavo un’identità che fosse un territorio franco.

Parlaci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, dei tuoi interessi.

Non ho avuto una vita facile, né felice. Anche se ero una studentessa brillante, mi sono laureata più per dovere, lavoravo già come grafico da nove anni, non mi ha mai interessato la carriera accademica perché sapevo di non potermela permettere. Oltre alla lettura, amo molto il cinema, mi piacciono l’arte, i viaggi, la cucina. Rimpiango di non aver fatto il cuoco e il fotografo e il regista, di aver interrotto la mia carriera di illustratore con la maggiore età.

Come è nato l’amore per la scrittura? Da quali letture? Quali scrittori hanno influenzato il tuo stile?

Il mio rapporto con la scrittura non si potrebbe capire senza la mia fissazione per la scrittura. Io amo tutto della scrittura, dalla sua superficie di lettera alla sua sostanza di parola. Amo variare e sono imprevedibile anche nelle letture. Raymond Chandler e un po’ anche Jim Thompson sono gli autori che mi hanno permesso di migliorare, ma ogni tanto quando scrivo mi viene in mente un romanzo di Buzzati, sempre quello. Poi Beckett e la Plath.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio debutto è stato disastroso, sono molto a disagio con gli editori perché non so gestire tutto ciò che mi è caro, spesso ho lasciato che decidessero loro per me. Ho ricevuto valanghe di rifiuti, ma più di tutto un sacco di indifferenza. Non sono i primi ma è la seconda a fare danno per chi scrive.  

Parliamo adesso del tuo ultimo libro Parole sante, romanzo che mi ha davvero impressionato per stile, originalità, capacità di scrittura. Come è nato, quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando volevo scrivere il mio nuovo romanzo, vivevo vicino a un’anziana moribonda, che invocava giorno e notte sua madre. Un giorno bussò alla mia porta la sua badante, disperata perché era andata a gettare la spazzatura e per sbaglio aveva chiuso la malata sola in casa. Parlava poco l’italiano, e quasi mi stupii che avesse chiamato me per un aiuto. Capii che nessun altro le aveva aperto. La badante piangeva in modo disperato, non sapeva neanche dire il nome dei figli di chi accudiva. Pensai: “Ecco qualcuno veramente solo, in un Paese che non conosce, mentre gli affetti crescono lontano”.

Ti ha richiesto molte revisioni, molte stesure o è nato di getto?

Non so quanto i romanzi nascano davvero di getto. Sono d’accordo con Poe, scrivere secondo l’ispirazione non significa nulla, oltre quella conta l’esercizio e il metodo, che è razionale. Parole sante ha avuto pochi tentennamenti e come gli altri romanzi si è beccato una certa ostilità, almeno nella prima versione, un po’ più lunga. La revisione è consistita in una “asciugatura” di cinquanta cartelle, circa un’ottantina di pagine.

Puoi riassumere la trama del tuo libro, toccandone i temi principali?

La dico in una frase, che prima usavo nella scheda di lettura del libro. Una vedova bigotta tenta di eliminare la propria domestica con l’appoggio del parroco. L’essenziale è questo. Tutto il resto vien leggendo.

Utilizzi un registro linguistico composito, l’uso del dialetto è funzionale e oltre a riproporre la lingua parlata, trasmette un senso di forte realismo, di autenticità. Come hai lavorato sul linguaggio?

Per Parole Sante mi sono documentata tantissimo. Il dialetto salentino è molto diverso da quello della mia provincia, perciò mi sono messa a studiare. Per mesi ho letto e riletto dizionari di salentino, libri, tesi di laurea: persino testi di canzoni e commenti sulle pagine di facebook.  

Viorica parla molto poco italiano, con Santo comunicano con il traduttore di Google, anche nella loro relazione il linguaggio ha una funzione essenziale. Ma oltre che con le parole, comunicano con i gesti, con i silenzi, con le espressione del volto. Come nasce il loro amore? Cosa hanno in comune questi due personaggi?

In realtà hanno in comune un difetto che si riconoscono a vicenda, anzi, un difetto che permette loro di riconoscersi, dato che fin dal primo incontro tra i due scocca la scintilla dell’agnizione (e poi, forse, dell’amore). Sono orgogliosi, ambedue calati in condizioni sfortunate, di quelle che la gente non perdona. Lui, un tempo bello e benestante, ora vicino ai cinquant’anni e “guastato di gambe”, deturpato dalla malattia. Lei, ex-madre dalla bellezza sfiorita, straniera, costretta a vivere lontano da casa. Entrambi vorrebbero ribellarsi a un destino che decide per loro.

Viorica, la badante ucraina, è un personaggio bellissimo. Non giudica, si limita ad osservare stranita un mondo che non comprende perfettamente. Pronta ad un matrimonio di convenienza, che nonostante tutto coinvolge anche i suoi sentimenti. E’ un personaggio romantico, che ispira tenerezza, e nello stesso tempo fa sorridere. Nel romanzo descrivi con molta sensibilità il suo senso di estraneità, il razzismo che la circonda, la sua necessità di vivere lontano dalla sua famiglia, da sua madre e da suo figlio, per motivi di sopravvivenza. Descrivici ora il piccolo mondo di Comasia attraverso i suoi occhi.

Comasia è piccola per Viorica, che in Italia cerca l’America, e che si trova suo malgrado invischiata in un mondo alla rovescia che le ricorda il suo, di paese. Per lei Comasia e Villa Magnano assumono la stessa dimensione claustrofobica e diffidente. Comasia è una porta semplice, ma chiusa, e il bello è che Viorica non ha alcuna intenzione di scoprire cosa c’è dietro, quello che vorrebbe lei è salvarsi.

L’handicap fisico di Santo è descritto dando grande risalto alla fisicità, alla corporalità. La sua apparente debolezza, in un certo senso è la sua forza. Come hai costruito il suo personaggio?

Per cercare di creare un personaggio verosimile, mi sono fissata su uno reale, pubblico, un artista che dalle foto mi ha sempre dato l’idea di essere altezzoso. Ho costruito il carattere di Santo basandomi sulle sue foto e su quello che desideravo per il mio personaggio. Volevo un uomo dalla vita fortunata, poi beffato dalla malattia, che nel tempo ha nutrito la sua fierezza, isolandolo.

Un’ altra coppia fondamentale nel romanzo e quella anomala composta da Lina Magnano e Don Felice. L’una vittima delle trame vendicative dell’altro. Lina è una beghina, inevitabilmente comica, patetica, fondamentalmente vendicativa, egoista, gretta. Don Felice a suo modo vuole giustizia, vuole riappropriarsi di ciò che ritiene suo, e non mi riferisco al solo lato materiale. Chi è la vera vittima tra i due?

Bella domanda, la cui risposta dipende dai punti di vista. Non so chi dei due possa avere lo scettro di “vera vittima”. Forse si può pensare che don Felice abbia un movente personale più forte della salvezza dell’anima di Lina Magnano, oppure pensare a chi dei due, nel complesso della loro storia personale, ha recato con intenzione più danni agli altri. Messa così Lina è più inconsapevole del suo prete.

Parlaci dei personaggi secondari, Dieci, Don Michele, le amiche di Lina, Ivan il rumeno. Che ruolo hanno nel romanzo?

Alcuni di essi fanno da contrappunto ai protagonisti di questa tragicommedia provinciale, mi riferisco in particolare alle amiche per Lina, a Dieci per don Felice, a Ivan per Viorica. Altri, come don Michele o il notaio, sono portatori di una morale e di un conseguente comportamento che permettono al lettore di indentificarli da subito. Assieme a questi, i ministranti, i proprietari dei negozi, la postina, la farmacista fanno quello che un tempo nelle tragedie era il coro, attraverso il loro pittoresco punto di vista.

Comasia è un paese nato dalla tua immaginazione, che comunque rispecchia tanti piccoli paesini del sud, ancora provinciali, in cui la comunità parrocchiale è ancora forte, le vedove si vestono sempre di nero, tutti conoscono tutto di tutti, si gioca a burraco per spettegolare. Da che cittadine reali hai preso spunto per costruire Comasia?

Da nessuna in particolare e da tutte in generale. Il nome di Comasia è quello della santa patrona di Martina Franca, in provincia di Taranto, e che mi sembrava utile per un paesino immaginario pugliese, perché Comasia come santa ha origini incerte.

Quale è o sono le tue scene preferite in Parole sante?

Tutti i dialoghi di Lina con le comari mi divertono, specialmente il primo al supermercato; tra le scene che preferisco: l’incontro tra Viorica e Santo, il risveglio nel letto di Luciano/Dieci, la “resa dei conti” finale.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

I personaggi più difficili da scrivere sono stati Santo e don Felice: nel primo c’era il rischio di renderlo troppo patetico per via della malattia (e quindi che il suo carattere passasse in secondo piano rispetto al suo status di uomo con un handicap fisico). Dietro il parroco ho invece dovuto tessere la trama di una storia personale che scavava nel passato, con l’accortezza che non pesasse troppo sul romanzo e non confondesse il lettore.  

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Se facessero del tuo romanzo un film, quale regista sceglieresti, quali attori per i personaggi?

Uno stile cinematografico è quello che ti suggerisce subito delle scene, quasi che le vedessi davanti ai tuoi occhi: cerco di non eccedere in questo (non vorrei finire per scrivere romanzi come sceneggiature), tuttavia è vero che guardando molti film e serie tv, oltre che leggendo noir, la tendenza a evidenziare la scena rimane. Perciò sì, il mio stile si può definire cinematografico. Se mai facessero un film dal mio romanzo, poiché so che non accadrà mai, posso permettermi di sparare alto e dire: se fosse un film americano ci vedrei i fratelli Coen, se fosse italiano punterei su registi come Ciprì, Rubini, Garrone.  

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un romanzo scritto subito dopo Parole sante, e che continua il filone dell’atmosfera noir e della famiglia al centro di un delitto, in un contesto meridionale. Rispetto a Parole sante è scarno, essenziale, freddo ma disperato a suo modo. Mi piace, ma questo non vuol dire che anche i lettori possano amarlo.

:: Segnalazione Concerto “Al cuore fa bene far le scale” di Diana Tejera e Patrizia Cavalli

10 marzo 2013

ImmagineRoma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30

Teatro Valle Occupato, Via del Teatro Valle 21
Concerto “Al cuore fa bene far le scale”
La cantautrice Diana Tejera e la poetessa Patrizia Cavalli
accompagnate dai musicisti
Simone De Filippis alla chitarra elettrica,
Angelo Maria Santisi al violoncello,
Pietro Casadei al basso,
Giulio Caneponi alla batteria
e special guest Barbara Eramo
presentano il libro/cd
“Al cuore fa bene far le scale”
Ingresso libero – Sottoscrizione libera
“Al cuore fa bene far le scale” è il titolo di una raccolta di poesie e canzoni nata dalla collaborazione tra la poetessa Patrizia Cavalli e la musicista Diana Tejera. Un libro e un cd che sono il prodotto del lavoro comune nato dall’amore di Diana Tejera per le poesie di Patrizia Cavalli e diventato poi un vero e proprio scambio tra musica e poesia. Le parole inedite di Patrizia Cavalli scritte per le musiche di Diana Tejera, e le musiche originali di Diana Tejera composte per alcune poesie già edite di Patrizia Cavalli si intrecciano rivelando così un unico, inatteso e coinvolgente senso del pop. 11 poesie, una conversazione tra amiche e un cd. Uno straordinario incontro tra la musica pop e una delle voci più originali della poesia contemporanea italiana. “Al cuore fa bene far le scale” è un progetto Voland e Sunnybit.
LE AUTRICI
PATRIZIA CAVALLI è nata a Todi e vive a Roma. Ha pubblicato presso l’editore Einaudi “Le mie poesie non cambieranno il mondo” (1974); “Il cielo” (1981); “Poesie” (1992); “Sempre aperto teatro” (1999) e “Pigre divinità e pigra sorte” (2006); presso le edizioni Nottetempo i poemetti “La Guardiana” (2005) e “La patria” (2011). Ha vinto diversi premi tra cui Viareggio Repaci, Pasolini, Dessì, Lerici Pea, Brancati, De Sanctis e Monselice. Ha recentemente pubblicato “Flighty Matters”, poesie sulla moda in edizione bilingue (Quodlibet, 2012). Al momento sta lavorando a un libro fotografico su Elsa Morante. Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue.
DIANA TEJERA nasce a Roma. Nel 1997 studia composizione al CET di Mogol. Nel 2000 fa parte della band i Plastico, con cui partecipa al 52° Festival di Sanremo col brano Fruscìo. Nel 2003 prosegue la sua carriera da sola e inizia a collaborare con vari artisti tra cui Chiara Civello (con lei scrive “Al posto del mondo”), Ana Carolina e Tiziano Ferro, con cui compone i brani “E fuori è buio” presente nel disco di Ferro “Nessuno è solo” (2006), e “Scivoli di nuovo” contenuto nell’album “Alla mia età” (2008). Diana inizia a scrivere e comporre anche musiche per film e cortometraggi. Nel 2010 esce per l’etichetta SunnyBit “La mia versione”, il suo primo album da solista in cui si fondono il gusto melodico italiano all’energia latina, le sfumature folk a quelle del rock più energico.

:: Segnalazione di L’arena dei perdenti di Antonin Varenne (Einaudi, 2013)

9 marzo 2013

arenaTraduzione di Fabio Montrasi

«Dopo il successo di Sezione Suicidi, che gli è valso diversi premi letterari, Antonin Varenne ha colpito ancor piú a fondo con L’arena dei perdenti… un noir di incredibile potenza nel quale ci si interroga senza requie sulla difficoltà di essere uomini liberi e sul rapporto degli esseri umani con la violenza, che sia scelta o imposta. Sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense, L’arena dei perdenti è un romanzo davvero riuscito, e la conferma di uno scrittore di primissimo piano».

«Lire»

Un poliziotto disilluso, che arrotonda lo stipendio sul ring; un algerino e un italo-francese, ormai anziani, con un segreto in comune che risale agli anni più bui del dopoguerra; una sgradevole verità da rivelare al mondo e una vendetta da consumare a ogni costo, se si vuol sopravvivere. Sono loro i protagonisti del nuovo libro di Antonin Varenne, autore celebrato dalla stampa francese come il nuovo Fred Vargas. Un libro sul disincanto e la resistenza alle sconfitte e ai colpi imposti dal destino. Sulla capacità di restare in piedi malgrado la vita diventi un ring in cui l’avversario contro cui battersi è sempre e comunque più forte.

Antonin Varenne è considerato l’astro nascente del noir francese. Curioso personaggio, coltissimo, giramondo e laureato in filosofia, oltre a Sezione Suicidi (Einaudi, 2011 e 2012), clamoroso successo di critica e di pubblico e vincitore del Prix Michel Lebrun 2009, del Grand Prix du jury Sang d’Encre 2009 e del Prix du Meilleur Polar des Lecteurs de Points, ha pubblicato altri due romanzi (Le fruit de vos entrailles, 2006 e Le gâteau mexicain, 2008). Nel 2013, sempre per Einaudi, ha pubblicato L’arena dei perdenti.

:: Un’ intervista con Samuel Marolla

7 marzo 2013

tea_coverDal 27 febbraio è disponibile nelle principali librerie online, al prezzo standard di € 1,99, per la casa editrice Mezzotints Ebook, specializzata in editoria digitale, il nuovo ebook, in lingua inglese di Samuel Marolla, Black Tea and other stories, primo titolo della collana Buio, diretta da Alessandro Manzetti e pubblicato con il contributo dei vincitori del Bram Stoker Award: Benjamin Kane Ethridge, che si è occupato dell’editing, e Gene O’Neil, che ha scritto l’introduzione, dal titolo A box of lovely dark chocolate. L’opera comprende tre racconti: Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo), e The Janara (La Janara). Noi di Liberi abbiamo avuto l’opportunità di leggerli in edizione italiana, e intervistare l’autore. Abbiamo infatti oggi con noi Samuel Marolla.

Benevenuto Samuel su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Sei una persona molto misteriosa, riservata. Raccontaci qualcosa di te, qualche episodio significativo della tua vita, che vuoi dividere con noi.

Racconto una cosa che ho già detto in una vecchia intervista. Quando ero bambino per motivi familiari ho trascorso diverse estati  in una scuola elementare, chiusa al pubblico per le festività (era aperta solo la segreteria, con un paio di persone al lavoro). Erano mesi lunghissini, infiniti, nei quali giocavo da solo fra i corridoi, le classi, la palestra, il giardino. La situazione era esattamente come quella di Danny in Shining nell’Hoverlook Hotel, ma senza triciclo, e in una scuola invece che in un albergo. Ho iniziato allora a creare storie nella mia testa, forse per vincere la noia. E sì, la scuola deserta faceva davvero paura, tanto che ancora oggi non sono riuscito a scriverci un racconto. Le classi vuote, i cigolii, i rumori nel silenzio, i lunghissimi corridoi deserti, con i pavimenti a scacchiera, le grosse mattonelle rosse e bianche, e, nell’angolo in fondo in fondo, un’ombra appena accennata, come se qualcuno, nascosto, mi stesse attendendo… Tutto questo deve avere attivato qualche connettore sconosciuto nella mia testa e sono iniziate le storie di paura, che poi mettevo su carta, nella segreteria scolastica, iniziando a lavorare su una vecchia Olivetti ministeriale. E da allora non ho mai più smesso.

La narrativa horror permette di scoprire un mondo affascinante e terribile, dove si muovono le pulsioni più antiche e forti che agiscono nell’uomo. La paura è forse la forza più destabilizzante e sconvolgente. Si può morire di paura. Da dove nasce secondo te la paura?

Dal desiderio segreto di essere rassicurati sul fatto che ci sia vita dopo la morte, che la morte non sia la fine di tutto. Siamo terrorizzati dalle storie di paura, ma in realtà la conferma che ci sia qualcosa oltre il confine è ciò che desideriamo più ardentemente. Io sono convinto che il genere horror parli segretamente di questa speranza.

Come è nato il tuo amore per l’horror? Da quali letture? Quali sono gli scrittori horror da cui hai imparato di più?

Il mio inizio è stato Stephen King (A volte ritornano), Lovecraft (Il ciclo di Chtulhu), Ray Bradbury (la raccolta Urania “Molto dopo mezzanotte”). Oltre a King, Lovecraft e Bradbury, fra gli autori che maggiormente mi influenzano, sia per stile che per tematiche, aggiungo Robert Howard, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco.

Parliamo adesso di Black Tea and other stories. I primi due racconti Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo) sono stati già pubblicati in cartaceo nella raccolta Malarazza (Epix Mondadori, 2009), mentre l’ultimo era già disponibile sul tuo sito in formato ebook, ma in italiano. Ora la possibilità di leggerli in inglese. Come affronti questa nuova esperienza, il confronto con i grandi autori horror americani?

Uno dei miei sogni letterari è sempre stato quello di farmi leggere “a casa” dei miei maestri, cioè negli Stati Uniti. Per cui sono felicissimo di questa uscita e non vedo l’ora di leggere i giudizi fuori dall’Italia. Per ora, quelli di Gene O’Neill, che ha scritto la prefazione, e di Benjamin Kane Ethridge (che ha seguito l’editing inglese), sono stati lusinghieri.

Black Tea è un racconto molto claustrofobico: manca l’aria leggendolo, non c’è via d’uscita, corridoi senza fine, un labirinto in cui perdersi. Una villa cadente, velluti, tappeti, lampadari di cristallo, un’ ambientazione tipica della letteratura gotica. Soprattutto Poe, sento vivere in queste pagine. Come è nato questo racconto?

Da un incubo ricorrente che avevo fino a qualche anno fa. Sognavo spesso di ritrovarmi in una casa come quella del racconto, una grande casa gotica con corridoi stretti pieni di mobili, in cui si faticava a muoversi; ma non era isolata, c’erano piccole finestre da cui vedevo la gente passare, colpivo i vetri ma ero come invisibile, e imprigionato. L’incubo finiva sempre con una presenza malevola, dentro casa, che veniva a cercarmi, e io mi nascondevo in un vano dentro un mobile, consapevole che non ne sarei mai più uscito.

La vecchia rappresenta il male, una forza oscura che come un ragno imprigiona nella sua tela. Ma anche lei ha delle limitazioni: non può entrare in certe stanze, si sente solo il suo respiro, la sua rabbia. C’è una speranza di salvezza per i superstiti?

Se scopriranno tutte le regole e le seguiranno, forse sì.

Questa villa metaforicamente rappresenta qualcosa di altro? C’è un messaggio superiore racchiuso in questo racconto?

Non penso mai a messaggi diversi da quelli relativi alla struttura primaria del racconto. Se ve ne sono, sono inconsapevoli. Se leggessi un racconto così scritto da altri, potrei pensare forse che la casa-labirinto rappresenta la vita stessa, quelle vite che alcuni (forse tutti noi, in alcuni momenti) si fanno costruire addosso dagli altri, si fanno vivere dagli altri, rimanendo testimoni passivi di se stessi, figuranti che leggono il gobbo nella commedia che è la loro stessa esistenza.

Milano è la tua città, la descrivi nei suoi aspetti più cupi, inquietanti, estranianti, barocchi. Parlaci di Milano come scenario ideale per una storia horror.

Milano è una fucina di horror, che si rinnova sempre. Solo così si potrebbe spiegare l’inquietudine che suscita una visita nel recente quartiere universitario Bicocca (pura geometria lovecraftiana) o i grattacieli di Repubblica che incorniciano la claustofobica piazzetta Gae Aulenti.

Crocodiles è un racconto quasi satirico: un uomo un giornalista, riceve in dono per una buona azione, un vino, un elisir ‘miracoloso’. La follia, la vendetta, si intrecciano e la scrittura dei coccodrilli, quegli articoli scritti per commemorare un defunto, quando ancora respira, assumono una luce inquietante. Vuoi parlarci di questo racconto?

Lo ritengo uno dei racconti più spaventosi che abbia mai scritto perché parla dell’orrore della solitudine, quella vera, quella cattiva, che rende cattivi.

Ultimo racconto della raccolta The Janara.Vuoi parlarcene?

E’ un’altra paura infantile che ho avuto spesso, quella di una figura che girava intorno al letto mentre dormivo, e che se avesse sentito il mio respiro, o un minimo rumore che avesse segnalato la mia presenza, avrebbe avuto il diritto di prendermi. Tecnicamente, volevo scrivere qualcosa che parlasse della figura folkloristica della Janara, ma senza esagerare. Le storie folkloristiche hanno il rischio di cadere nel didascalico, quindi ritengo che l’elemento folklorico debba essere appena accennato.

Grazie Samuel della tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti anticipazioni sui tuoi progetti futuri.

Romanzi da terminare, romanzi terminati da revisionare, progetti in valutazione, anche in ambiti diversi dal fumetto e dalla narrativa. L’unica cosa certa è che l’Orrore continuerà.

:: Recensione di La tela, Benjamin Stein, Keller editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 marzo 2013

la telaQuesto romanzo mi ha ricordato un po’ il gioco del Tetris, ma anche i famosi mattoncini colorati della Lego che possono essere uniti tra loro in modo molteplice, per il semplice fatto che ogni sua parte si unisce alle altre a seconda di come il lettore vorrà leggere la storia. Detto questo, prendete La tela di  Benjamin Stein e addentratevi nella storia di Jan Wechsler. Poi arrivati alla fine della sua vicenda, tenete ancora tra le mani La tela di Stein e leggete la storia di Amnon Zichroni. Oppure potete fare il contrario, partire dalla vicenda di Zichroni – uno psicoanalista nato a Gerusalemme, cresciuto a Zurigo, che ha il dono straordinario di rivivere i ricordi delle altre persone toccandone la pelle – e di seguito passate a quella di Wechsler, il giornalista  tedesco al quale viene recapitata un misteriosa valigia che lui non ricorda di aver mai posseduto e il cui contenuto lo porterà ad intraprendere un viaggio in Israele per scoprire la verità. Ma se non foste ancora soddisfatti, volendo potreste leggere le due vicende a capitoli alterni, girando di continuo il libro dello scrittore nato a Berlino Est nel 1970. Attenzione non pensate che non abbia la minima idea di cosa scrivere su questo romanzo, o che mi stia divertendo a girare attorno al succo del libro, perché quelle sopra indicate sono le diverse possibilità di lettura che La tela, edito da Keller, concede al lettore curioso di conoscere questa ingarbugliata storia. La tela di Stein non è solo un romanzo multi prospettico, fatto da una pluralità di punti di  vista che si intrecciano tra di loro, ma esso racchiude in sé diversi generi. Se si considera la misteriosa valigia che viene recapitata al giornalista Wechsler e il mistero che alleggia attorno ad essa, direi proprio che il romanzo ha i tratti tipici del giallo. Non manca una spruzzata di genere psicologico, vista l’indagine nei contorti meandri labirintici della mente dei due protagonisti e di alcuni dei loro comprimari che diventano – come accade al violinista ebreo Minsky, sopravvissuto al campo di concentramento – il ponte di collegamento tra Zichroni e Wechsler. Non solo, perché nel libro di Stein c’è anche del romanzo antropologico, grazie al viaggio alla scoperta degli insegnamenti della cultura e della religione ebraica e dei principi dai quali prende vita la medicina orientale. Stein non fa mancare proprio nulla al lettore, perché La tela è un libro ricco di contenuti storici – esemplare è la descrizione dell’adolescenza di Wechsler nella DDR –  e di vicende umane che si intessono nell’ intricata e avvincente trama narrativa, facendo della storia una vera e propria tela dipinta a più colori, nella quale trova spazio anche il dramma dell’Olocausto.  La tela di Benjamin Stein coinvolge i lettori, avvicinandoli alla complessità presente nella mente umana, mostrata come una dimensione individuale attiva, perspicace e ricca di risorse, ma allo stesso tempo l’autore – e ce ne fornisce una  prova con la storia di Wechsler – evidenzia quanto a volte ciò che sta nella testa di una persona possa tradirlo e indurlo a rimuovere parti importanti e fondamentali del proprio passato e di quello degli altri incontrati nel proprio cammino esistenziale. Traduzione di Elisa Leonzio.

Benjamin Stein nasce a Berlino (Est) nel 1970. Dopo il diploma lavora come portiere di notte in una casa di riposo fino alla caduta del Muro, nel 1989; in seguito studia giudaistica ed ebraistica. Dal 1982 pubblica poesie e brevi prose. Il suo primo romanzo, Das Alphabet des Juda Liva, esce nel 1995 presso la Ammann Verlag. Benjamin Stein ha lavorato anche come redattore e corrispondente di diverse riviste di informatica tedesche e americane e dal 1998 come consulente di azienda nel campo della tecnologia dell’informazione.
Vive a Monaco di Baviera, è proprietario della casa editrice Edition Neue Moderne e porta avanti il blog letterario «Turmsegler».

:: Recensione di Parole sante di Eva Clesis (Perdisa Pop, 2013)

4 marzo 2013

parole santeLui stesso non era per niente sicuro di stare facendo la cosa giusta. Ma quando toccò la spalla di Viorica e lei si voltò a guardarlo capì di non avere altra scelta, e che nessuno di loro due la aveva. Non era concepibile fare altrimenti, lasciarla andare e raccogliere i cocci di quel piccolo mondo antico che era andato in frantumi in poco tempo. Con delicatezza, fece risalire la mano sul collo di lei. Vide Viorica abbassare le palpebre ed ebbe la conferma che niente sarebbe stato meglio di così. Si avvicinò e le diede il bacio più bello che ricordava di aver mai dato nella sua vita di uomo intero, nonchè l’unico da menomato. Come a scandire il momento, la sua stampella destra cascò ai loro piedi. Lungi dal divincolarsi, Viorica si strinse e rispose a quello che in seguito avrebbe ricordato come il suo ultimo vero bacio.

Parole sante di Eva Clesis è un romanzo decisamente caustico e surreale, che si potrebbe anche definire corale: protagonisti infatti non sono uno o due personaggi, ma una intera comunità, un gruppo eterogeneo di personalità capaci di dare colore a una narrazione strutturata come un affresco sociale, in questo caso sulfureo e oserei dire agghiacciante. Scenario delle vicende narrate è Comasia, immaginario paesino della Puglia, specchio di un Meridione gretto e provinciale, in cui religione, superstizione, razzismo, avidità, vendetta, gelosia si mischiano formando un tessuto connettivo capace di creare alchimie esplosive e devastanti. Oggetto del contendere, punto nevralgico su cui si costruisce l’intera vicenda, è una villa e i suoi terreni circostanti, appartenenti a una agiata famiglia del posto, i Magnano. Il parroco di Comasia, per motivi ben più complessi che la semplice avidità, motivi che si sveleranno pian piano nella lettura, ha ordito un piano oserei dire diabolico per convincere con l’ inganno Lina Magnano e suo figlio Santo a donare alla chiesa la villa, conservandone in teoria l’usufrutto, in cambio della salvezza dell’anima. Tutto andrebbe come previsto se non che l’arrivo di Viorica Kirilenko, badante ucraina, desiderosa di trovare un marito italiano, costringerà il parroco Don Felice e il suo sacrestano Dieci a dover mettere in atto, oltre al raggiro, un vero e proprio piano criminoso con esiti del tutto imprevisti. Innanzitutto devo premettere che è un romanzo estremamente intelligente e divertente, pur conservando un retrogusto noir che non scontenterà i cultori del genere. Si ride e molto, l’autrice ha uno stile satirico e ironico che ci accompagna pagina per pagina condito da un senso dell’ inquietudine e dell’attesa che accresce la suspense fino al finale vagamente pulp. Non ridevo così praticamente dai tempi di Peccatori di provincia di Gabriel Chevallier, ma comunque si ride amaro, una certa malinconica tristezza rende opachi i raggiri in odore di simonia del parroco, la triste vita del sacrestano, l’irreligioso bigottismo della vedova Magnano, l’infelicità di Santo, minato da una malattia che ne debilita il fisico e lo spirito, la mancanza di etica del notaio, la necessità di sopravvivere di Viorica, non più giovanissima ma ancora piacente e vitale, desiderosa di costruire un futuro per suo figlio e sua madre nella terra delle opportunità che è l’Italia. E poi altri personaggi, le amiche del burraco di Lina, il viceparroco Don Michele, Ivan il benzinaio rumeno, danno coralmente vita ad un mondo non tanto lontano dal nostro. Schegge di dialetto rendono realistici e credibili, molti dialoghi davvero fulminanti e propri della lingua parlata. Realmente apprezzabile proprio lo stile narrativo dell’autrice, era da tempo infatti che non leggevo un libro così ben scritto e curato fin nei dettagli più minuti. Davvero un piccolo gioiello. Uscirà il 6 marzo per Perdisa Editore nella Collana i Corsari.

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Con questo pseudonimo ha pubblicato il saggio 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010) e i romanzi A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), oltre a numerosi racconti su riviste e antologie.

:: Segnalazione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013)

3 marzo 2013

crepeIn libreria: 13 Marzo 2013

Crepe

Luigi Bernardi

Bologna, sottoterra: le gigantesche talpe d’acciaio dei lavori per l’Alta Velocità ferroviaria scavano giorno e notte, noncuranti dei brividi che la terra ferita rimanda in superficie. In una palazzina i tremori disegnano crepe di sofferenza sui muri e sulle esistenze di chi vi abita.  Amanda è una giovane giornalista ambiziosa e insoddisfatta. Arturo ha un rapporto difficile con il figlio Orfeo, ventenne solitario che odia il mondo e vorrebbe ripulirlo da ogni sporcizia. La signora Armida è un’anziana sola che vive dei propri ricordi in un mondo ch enon riconosce più. Gregorio fa l’anatomopatologo e viaggia ininterrottamente in luoghi che sembrano estratti da un atlante di itinerari di sogno. Ma non sono solo i lavori a disorientare l’esistenza: il tempo sembra accelerare e chiedere a ognuno di adeguarsi alla sua nuova velocità. La signora Armida osserva crescere dentro di sè il sentimento della fine. Gregorio è sempre più legato ai suoi viaggi. Amanda riesce a visitare il cantiere sotterraneo per scrivere l’articolo della vita. Arturo si sente affondare nell’incapacità di gestire i propri affetti. Orfeo trasforma il desiderio di pulizia del mondo in un piano criminale. Un romanzo che unisce la tensione del thriller e l’autorevolezza stilistica del classico. Il ritratto privo di indulgenza di un umanità smarrita, capace soltanto di raccattare soluzioni di comodo che la fanno precipitare sempre più verso un abisso dal quale sarà impossibile ogni riscatto.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Segnalazione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013)

2 marzo 2013

ohTraduzione di Daniele Petruccioli

Un titolo enigmatico che ha il sapore di un’amara liberazione, o magari forse di una resa. Michele è una produttrice cinematografica di successo con un figlio, un matrimonio fallito alle spalle, una madre tutta rifatta e un padre che marcisce in galera. Una sera viene violentata da uno sconosciuto in passamontagna mentre rientra a casa e inizia così la sua lenta e inesorabile discesa agli inferi. Uno straordinario ritratto di donna, un romanzo politicamente scorretto, il racconto di una società che non merita salvezza.

Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Il cerchio del robot, Philip K. Dick, (Fanucci editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

1 marzo 2013

CopCerchioRobotOk, mettete da parte l’idea di essere alla prese con un romanzo fantascientifico. Lo so che il titolo potrebbe far pensare ad un storia dove l’uomo deve affrontare robot o altre strane creature meccaniche, ma ne Il cerchio del robot di Philip K. Dick , edito da Fanucci, ci sono sì dei robot, però hanno un valore metaforico, perché loro non sono di metallo, ma di carne ed ossa. Mi spiego meglio. Entrando nelle vite di Jim Briskin, dj radiofonico che non ha del tutto risolto i rapporti con la ex moglie Pat e della giovane coppia di sposini immaturi formata da Art e Rachael, ci si rende conto che questi individui agiscono come degli automi e sopprimano in modo progressivo i loro istinti d’azione, assecondando le regole del vivere imposte dalla società americana dove vivono. Tutti i diversi personaggi che compaiono nella trama narrativa del romanzo di Dick si limitano ad obbedire e ad appoggiare ogni richiesta che viene da chi comanda, evitando la trasgressione di principi legislativi e morali per agire come dei veri e propri burattini (i robot), inseriti in un vita che si ripete sempre uguale a se stessa (il cerchio). A dire il vero ci sono frangenti di trasgressione, ma le conseguenze derivanti da essi fanno capire a Jim Briskin (sospeso dal lavoro perché ha voluto dire la sua opinione criticando le scelte dei datori di lavoro) e ai compagni che forse è meglio adeguarsi, per evitare spinosi problemi esistenziali, capaci di mettere in crisi i loro già precari equilibri psicologici e relazionali. Oltre a questo aspetto Philip K. Dick affronta in modo delicato le relazioni umane nell’America degli anni’50, mostrando due giovani coppie alle prese con i problemi di cuore, situazioni nelle quali la stabilità matrimoniale è più volte messa in crisi da eventi tentatori esterni all’alcova. Jim e Pat sono stati sposati e si sono lasciati, ma c’è ancora un lieve fiammella passionale che li unisce, mentre Art e Rachael sono una giovane coppia di sposini alla prese con la futura nascita del primo figlio. Due futuri genitori che non hanno ben capito (soprattutto Art che si comporta come un immaturo) cosa sia il matrimonio e cosa voglia dire diventare madre e padre. Il tutto è inserito in un cornice sociale che ha per protagonista la San Francisco di fine anni ’50, dove un gruppo di amici capitanati dall’enigmatico e strambo Grimmelmann si aggirano per le vie della metropoli con un macchina iperteconologica, consultando piantine segrete della city nella convinzione dell’imminente scoppio di una nuova guerra. Il cerchio del robot è bel un romanzo d’annata – è stato scritto dall’ autore nel 1956 e pubblicato per la prima volta in America nel 1988- ma quel profondo senso di insicurezza esistenziale che dal microcosmo delle due coppie protagoniste si estende all’intera società e viceversa, è uno specchio letterario che evidenzia le paure, le tensioni, i dubbi e le accuse (a volte infondate) verso coloro che erano sospettati di tramare contro il governo U.S.A. ai tempi della Guerra Fredda. Un mondo di ieri, non molto diverso da quello di oggi aggiungerei, afflitto da un senso di  una catastrofe imminente, nel quale i cicli di vita si ripetono sempre uguali a sé stessi senza lasciar intravedere possibili vie di fuga. Traduzione dall’inglese di Fabio Zucchella.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Segnalazione di Ulisse di James Joyce (Einaudi, 2013)

27 febbraio 2013

jouceDal 5 marzo uscirà per Einaudi, dopo una certa attesa intramezzata da anticipazioni, critiche, curiosità, la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce in lingua italiana di Gianni Celati. Uno scrittore che traduce uno scrittore, uno scontro-incontro che preannuncia scintille. Come molti, o forse moltissimi, conosco l’Ulisse interpretato e tradotto da Giulio De Angelis e non posso non essere perciò incuriosita, e un tantino divertita, da questo clima di filologiche interpretazioni di un mostro sacro della letteratura del Novecento. Riuscirà Gianni Celati a trovare il segreto della lingua joyciana, capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo? La sfida è affascinante e non priva di rischi. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, ma per ora, perciò spero anche solo di poter consultare questa nuova traduzione, aspettandomi tutta una serie di licenze poetiche capaci di ricostruire una lingua e destrutturarla. Celati avrà creato parole nuove, avrà scavato, forse omesso, magari anche tagliato parti, chissà. Posso comunque per ora solo ipotizzare possibilità di scrittura e queste possono essere infinite. Ammiro comunque il coraggio di Celati, e di chiunque si avventuri in questa titanica impresa. Ho letto che Celati ha restituito musicalità al testo, un’ altra ragione per essere incuriositi. Per chi si avvicinasse per la prima volta al testo, un consiglio che mi è stato dato e che trovo illuminante. Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena.

Segnalo per completezza di informazione che esistono anche altre due traduzione dell’Ulisse di Joyce, una con traduzione e note di Bona Flecchia, Firenze, Shakespeare and Company, 1995, (sembra che per dissensi con l’erede di Joyce la casa editrice sia stata costretta a distruggere le copie del libro) e l’altra pubblicata ne I Mammut di Newton Compton, traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi, 2012.

:: Recensione di Alfred e Emily di Doris Lessing (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto

26 febbraio 2013

dorisA chi non è mai capitato di mettersi lì a sognare di aver avuto una vita diversa da quella reale alzi la mano! Per tutti arriva un momento in cui ci si chiede come sarebbero andate le cose se avessimo fatto altre scelte, o se fossimo nati un Paese diverso o addirittura in un’altra epoca. È vero, la storia non si fa con i “se”, ma a volte è bello poter immaginare un diverso corso della nostra vita.
Molti scrittori hanno fatto dei risultati di questi “esercizi” di fantasia dei capolavori! Doris Lessing ha creato un’operazione simile: ha reinventato completamente le vite dei suoi genitori!
Il premio Nobel per la letteratura del 2007 narra qui le vicende di Alfred e Emily due giovani che crescono in un’ Europa che non sarà sconvolta dalle due Guerre Mondiali. Alfred quindi non dovrà partire per il fronte, come è accaduto nella sua vera vita, dal quale tornerà irrimediabilmente invalido, e avrà così la possibilità di diventare un giovane agricoltore, sposare una ragazza del luogo e crescere due splendidi ragazzoni. Emily invece diventerà infermiera (come nella realtà) ma, dopo esser rimasta vedova di un ricco medico, aprirà delle scuole per i bambini poveri. L’Europa vive in pace, le pulsioni belliche dei giovani si riversano in imprese coloniali, e l’economia va alla grande: sembra un paradiso perfetto! Sembra, perché anche le vite inventate di Alfred e Emily hanno visto gioie e dolori, ostacoli e difficoltà, delusioni e successi. Doris Lessing non ci propina una bella favoletta, ma riscrive le vite dei suoi genitori in maniera assolutamente credibile: se non ci fossero state le due guerre mondiali probabilmente le loro due vite sarebbero davvero andate così!
La realtà però è stata ben diversa: la Grande Guerra ha sconvolto le vite di migliaia di giovani inglesi che nel dopoguerra si sono visti quasi costretti a emigrare in Africa per cercare di avere un futuro migliore. Pieni di speranze e aspettative, anche i veri Alfred e Emily si sono imbarcati per il Sudafrica dove hanno cercato in tutti i modi di ricostruirsi una vita.
In Alfred e Emily  Doris Lessing racconta entrambe le versioni della vita dei genitori: quella inventata e quella reale. In quella inventata l’autrice cerca dunque di ridare ai propri cari quella serenità, quel successo e quella rivalsa che probabilmente agli Alfred e Emily reali sono sempre mancati.
“ Se potessi incontrare Alfred Tayler e Emily McVeagh ora, come li ho reinventati qui, come avrebbero potuto essere se la guerra non fosse mai scoppiata, spero sarebbero soddisfatti  delle vite che ho riscritto per loro.”

:: Recensione di Doglands di Tim Willocks (Sonda editore, 2012)

20 febbraio 2013

Doglands.ai

“Qua dentro? Io pensavo che le Doglands fossero libere e selvagge, montagne, fiumi, alberi e spazi aperti”.
“Anche quelle sono le Doglands”.
Ma io le ho viste, le ho odorate, le ho sentite”.
“Lo so. Perchè le Doglands sono qui” Argal sollevò una zampa massiccia e la poggiò sul petto di Furgul. ” Nel tuo cuore. Ogni cane dal cuore libero conosce le Doglands, poco importa se siamo animali da compagnia, vagabondi o prigionieri. Portiamo le Doglands dentro di noi, ovunque andiamo”.
Furgul cominciò a capire. ” Anche nella morte?”
“Soprattutto in quel momento; ecco perchè la morte non mi avrà mai”.

Doglands di Tim Willocks, edito da Sonda editore e tradotto da Simone Buttazzi, è un romanzo incredibilmente evocativo che racconta le avventure, narrate in prima persona, di un lurcher, Furgal, un incrocio tra un levriero e Argal, un mitico cane senza razza, che attraverso il suo sguardo puro e onesto sul mondo, sulle ingiustizie che lo limitano, sulla forza della libertà, del coraggio, dell’amicizia, porta noi umani a riflettere sul rapporto uomo-natura, sul nostro mondo, sull’intima natura di noi stessi. La letteratura per ragazzi spesso riserva sorprese anche ai lettori adulti, come in questo caso, soprattutto se l’autore del libro è Tim Willocks, scrittore e psichiatra britannico, conosciuto forse ai più per i suoi romanzi noir come Bad City Blues e Re macchiati di sangue. Doglands è, e resta, un romanzo per ragazzi, che potete tranquillamente far leggere dagli undici anni in su, ma anche gli adulti sono invitati a leggerlo, magari assieme ai loro figli. Il ritratto che potrei definire psicologico di Furgal non è pura invenzione, l’autore si basa sull’osservazione del comportamento e delle reazioni di diversi cani che non ha “posseduto”, ma che l’hanno accompagnato nella vita. L’abilità e la sensibilità di Willocks gli hanno permesso di trasformare queste esplorazioni in letteratura, e questa è la sensazione prevalente che ci accompagna addentrandoci in questa epica canina. La vita di Furgal dalla sua nascita “irregolare” a Dedbone’s Hole, un allevamento di greyhound da corsa più simile ad un campo di prigionia, alla sua epica lotta per la libertà, alla ricerca delle mitiche Doglands, e la liberazione di sua madre e dei suoi, viene narrata dall’autore con un’ attenzione profonda verso le esigenze e le necessità di questi animali, capaci di sentimenti profondi, di riconoscenza, lealtà, fedeltà, amore sia verso i Grandi, ovvero noi umani, che verso gli appartenenti alla loro specie. La loro natura selvaggia, indomita, a volte feroce, piegata alle esigenze umane, pure da coloro che amano sinceramente gli animali, è analizzata con lucidità e obbiettività, ricordando a tutti noi che i cani non sono giocattoli da regalare a Natale ai propri figli, sopprimendo la loro natura, castrandoli per renderli più docili, obbligandoli a tradire il loro istinto e la loro natura altra da noi per compiacerci in cambio di una ciotola di croccantini. Il rispetto per queste creature complesse e meravigliose riflette il rispetto che noi umani abbiamo per noi stessi e questa lezione etica e morale, emerge da queste pagine forte e senza compromessi. L’avidità, l’egoismo, l’insensibilità, di molti spezza il legame profondo che ci lega a questi nobili compagni di viaggio, capaci di arrivare a sacrificare la loro vita per amore dei padroni anche quando spesso non ce lo meritiamo. Chi ha avuto un amico a quattro zampe o chi tuttora divide la sua casa con queste creature, leggendo questo libro avrà modo di imparare a conoscere meglio sia loro che se stesso. E questo rientra appieno nell’intento educativo e formativo di questo romanzo, da alcuni definito un capolavoro. Consiglio a chi fosse interessato di leggere la recensione di Beppe Sebaste scritta per l’Unità disponibile sul suo blog http://beppesebaste.blogspot.it/2013/01/il-plus-umano-dellanimale-doglands-di.htlm