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:: Recensione di Cuore di tigre a cura di Luca Crovi e Claudio Gallo (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

21 marzo 2013

coverimage.phpCurioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Le occasioni del centenario della sua morte (25 aprile 2011), del centocinquantenario della sua nascita (1862) e dei centotrentesimo compleanno di Sandokan (1883) sono state  buone per rispolverarlo presso i suoi comunque non pochi fan, ed accanto a convegni, riedizioni anche critiche delle sue opere, saggi, è uscita per Piemme Cuore di tigre, un’antologia di racconti omaggio ad Emilio Salgari di autori contemporanei curata dai due esperti Luca Crovi e Claudio Gallo.
Introdotti dal primo racconto di Salgari, I selvaggi della Papuasia, avventura ai confini del mondo, i racconti presentano variazioni sul tema dell’avventura, tra il piratesco classico, l’avventuroso, il fantascientifico, rivisitando atmosfere e creando seguiti e nuove avventure, a volte nostalgiche, per eroi come Sandokan, il Corsaro nero o Testa di Pietra, o portando l’autore nel mondo di oggi per un’ultima avventura, o omaggiando la propria passione personale, magari trasmessa da parenti e amici.
In antologia ci sono nomi di autori di romanzi tra l’avventuroso e lo storico di oggi come Marcello Simoni, Alfredo Colitto, Mino Milano, Marco Buticchi, Alan D. Altieri , e di autori che spaziano anche su generi come il thriller e il mainstream come Pino Cacucci, Wu Ming 5, Marco Malvaldi, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Piero Colaprico, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Alan D. Altieri, Luca di Fulvio.
I racconti riflettono lo spirito salgariano dell’avventura, tra omaggio e innovazione, e non fanno dimenticare di come Salgari abbia influenzato la narrativa di genere non solo nel nostro Paese, portando in luoghi e tempi lontani, raccontando la Storia e le storie partendo dagli ultimi e dai diversi, facendo di indiani, cinesi, giapponesi, nativi americani i suoi eroi, vestendo le ragazze da uomo decenni prima delle supereroine dei fumetti, creando intrecci che hanno influenzato l’immaginario anche di chi nella vita ha fatto altro che scrivere.
L’antologia Cuore di tigre è un must per ogni appassionato o appassionata di Salgari,che si ritroverà senz’altro anche nelle parole di introduzione in cui ogni autore racconta il suo rapporto con il papà di Sandokan e de Il corsaro nero. Un omaggio ad una grande passione, ma forse non un modo per trovare nuovi fan e lettori a Salgari, i cui libri sono comunque sempre disponibili in varie edizioni in libreria e biblioteca.
Ma se si è appassionati di Salgari il divertimento in questa antologia è assicurata: tra i vari racconti, tutti di interesse notevole, merita una segnalazione particolare l’originale e fantascientifico I pirati delle Twin Towers di Tullio Avoledo, in cui Sandokan e Yanez diventano viaggiatori nel tempo per scongiurare gli attentati dell’11 settembre, emblema di una ricerca di eroi e di un mondo migliore, tema fondamentale di tutte le storie di Salgari.

:: Looking for twin brother Jeno [Jolli], Auschwitz child survivor No.A7734

20 marzo 2013

brotherjolliLooking for Jolli – child survivor A7734 from Auschwitz, 4.5 years old at liberation. Born in 1940. Clues lead to possible adoption by a Christian family, then to the USA. Whatever name and location, his tattooed number is A7734. And his brother still hopes to meet him. Please help us by spreading the word. FamilyRoots2000@gmail.com

 

 

Menachen Bodner oggi ha 72 anni e vive in Israele, sta cercando il suo fratello gemello Jeno [Jolli] e per farlo ha aperto una pagina su Facebook http://www.facebook.com/pages/A7734/499971010060858 Se avete notizie potete contattarlo a questo indirizzo email. So che ho lettori da ogni parte del mondo e molti dagli Stati Uniti, se potete spargete la voce. Grazie.

:: Segnalazione di Apologia di uomini inutili, di Lorenzo Mazzoni (Edizioni La Gru, 2013)

19 marzo 2013

uomini inutiliin uscita ad aprile

«Con Apologia di uomini inutili, Lorenzo Mazzoni firma un’apocalisse fiammeggiante, una discesa nel maelstrom, sfoderando una scrittura spietata che scintilla come polvere di diamanti, illuminando le zone nere in cui alligna il male. L’autore ricostruisce una vera e propria topografia dell’orrore globale e mette in scena la miseria umana – quella del terrorismo e della violenza sulle donne – con la forza dirompente di un capocomico, figlio del demonio. Applaudo al suo coraggio e alla rabbia delle sue storie». MATTEO STRUKUL – scrittore

«Quasi se ne andasse in giro con sottobraccio una finestra che gli permetta di osservare e dare un senso alle azioni dei suoi personaggi, Lorenzo Mazzoni apre uno spaccato sul sociale raccontando una girandola di storie appassionanti. Vite reali e disincantate vi si intrecciano con lucida premeditazione per portare il lettore verso un destino al quale non potrà sfuggire. Dai tempi di Eric Ambler mancava un romanzo di denuncia così colto e appassionato. Una nuova, vibrante stagione della spy-story di denuncia, sullo sfondo di un Medio Oriente affascinante e letale». ENRICO PANDIANI – scrittore

«La letteratura non deve dare risposte, non deve consolare, né tantomeno esibire concetti di “giusto o sbagliato”. La letteratura deve raccontare la vita per quello che è, lasciando a essa il ruolo centrale. E così fa Lorenzo Mazzoni nel suo romanzo: lascia parlare il protagonista e la sua storia, lascia che le città e i loro angoli più bui scorrano tra le pagine, e nell’andare del romanzo affretta e velocizza gli avvenimenti, porta a un punto di rottura le esistenze dei protagonisti, giunge ai confini della follia umana, così da raccontare a fondo le abissali paure occidentali». MASSIMILIANO SANTAROSSA – scrittore

La strada era deserta. La solita strada che conosceva bene. L’ambiente era immutabile in quell’angolo di città. Era lui che era cambiato. Irrimediabilmente. Infilò le chiavi nel portone d’ingresso e lo aprì. Salendo le scale si accorse che le lacrime non erano così salate come i suoi ricordi infantili gli facevano credere. In quella notte farcita d’orrore perse la sua innocenza.

Apologia di uomini inutili affronta la caduta nel vortice della pazzia di un uomo qualunque. Un uomo come tanti, la cui unica vera azione attiva della sua vita, uccidere uno stupratore di bambine, lo porta a uno stravolgimento del suo equilibrio psichico.
Il romanzo, ambientato fra lo Yemen e l’Egitto, indaga nelle piaghe della società e si nutre di atti e pensieri folli e disumani. Tra atmosfere cupe, violenze, terrorismo e interessi di politica internazionale, Lorenzo Mazzoni ci offre una storia senza pietà, ignorando completamente l’ipotesi di un lieto fine standard, immergendosi in un viaggio senza ritorno nelle fragilità umane. Apologia di uomini inutili non è dunque una lettura d’evasione. È una lettura di liberazione, anche se dolorosa, perché pensare a tutto ciò che lasciamo accadere sotto i nostri occhi di occidentali può far male.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (fotografie di Marco Belli; edizione bilingue italiano/romeno; Lite Editions, 2012). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (2011; Premio Liberi di Scrivere Award) e Malatesta. La Tremarella (2012). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter” e “Torno Giovedì”. Collabora con “il Fatto Quotidiano”. Vive tra Milano e Istanbul.

Edizioni La Gru è una delle 14 case editrici italiane selezionate da Greenpeace per il progetto Scrittori per le foreste. Edizioni La Gru, ispirata alla figura di Neri Pozza e Leo Longanesi, combatte lo squallido sistema dell’editoria a pagamento.

:: Segnalazione: Il ritorno del commissario Sanantonio (EO, 2013)

18 marzo 2013

Sanantonio folder sing OK
“E proprio in Svizzera, cari miei, comincia una di quelle svizzerate da far svizzerare persino un parigino super carrozzato e purosangue come il superbo e celeberrimo commissario Sanantonio”
Frédéric Dard

Maggio 2013
Il ritorno del commissario Sanantonio
L’ inarrivabile maestro dello humour nella letteratura noir.
“Sanantonio ha dato una svolta all’evoluzione del giallo moderno” La Stampa
Traduzioni di Bruno Just Lazzari

Tornano in libreria per le Edizioni E/O le avventure del Commissario Sanantonio, per la prima volta nell’ordine voluto dall’autore: Per stavolta Don Antonio, Nespole come se piovesse e Obitorio per signore le prime uscite.
Frédéric Dard è stato un autore insuperabile, il più grande scrittore francese di gialli dopo Simenon, il meno ortodosso e, con oltre 300 romanzi sulle spalle, anche uno dei più prolifici. Sotto lo pseudonimo di Sanantonio la sua vena inesauribile ha dato vita a un mondo comico e tragico assieme, dove i territori del Noir francese più duro incontrano quelli della commedia.La saga del Commisario Sanantonio è senz’altro la sua opera più straordinaria: oltre 150 episodi, scritti fra il 1949 e il 2001. Una spumeggiante serie di avventure del poliziotto più strampalato e feroce della storia del giallo.
Ma Frédéric Dard non è stato solo un grande scrittore di gialli ma anche uno straordinario innovatore dello stile. Una lingua che pare un continuo fuoco d’artificio fatto di gerghi e neologismi, giochi di parole e calembour, ricco di quelle invenzioni che hanno rivoluzionato per sempre i canoni di un genere.

Frédéric Dard è un autore molto noto in Francia, soprattutto per la serie di polizieschi che ha per protagonista il commissario San-Antonio e il suo aiutante, Bérurier. Oltre 200 romanzi, scritti tra il 1949 e l’anno della sua morte, il 2000. In Italia la pubblicazione dei romanzi di Dard ha inizio nel 1970. Case editrici: Mondadori, Editrice Erre, Rosa & Nero, Le lettere. Ogni titolo pubblicato vanta un numero altissimo di ristampe. Film. Sceneggiati televisivi. Pièces teatrali. Nasce nel 1921 a Bourgoin-Jallieu, piccolo centro del dipartimento di Isère. Di famiglia modesta, il giovane Frédéric affronta senza alcun interesse gli studi commerciali presso le ècoles La Martinière a Lyon, dove nel frattempo la famiglia si è trasferita. Lo zio, portiere di notte alle Éditions du Lugdunum et du Mois, lo presenta al loro fondatore, Marcel E. Grancher. Siamo nel 1937. Frédéric ha 16 anni. Viene assunto come agente pubblicitario, per approdare poi al giornalismo. Pubblica il suo primo romanzo, La Peuchère, e alcuni racconti. Nel novembre del 1942 si sposa con Odette Damaisin, dalla quale avrà due figli (Patrice ed Elizabeth) e si trasferisce in un appartamento di rue Calas a Lyon. Per mantenere la famiglia scrive romanzi popolari e libri per ragazzi. Il suo nome varca i confini della sua regione. Influenzato fortemente dai narratori di noir americani (Faulkner, Steinbeck e, soprattutto, Peter Cheyney), si lega in particolare a George Simenon, che gli scriverà la prefazione di Au massacre mondain. Inizia a scrivere romanzi e li pubblica poi utilizzando numerosi pseudonimi: Maxell Beeting, Verne Goody, Wel Norton, Cornel Milk, solo per citarne alcuni. Negli anni ‘48-’50 arriva il successo. E’ del 1949 il romanzo Réglez-lui son compte!, dove appare per la prima volta il nome San-Antonio. In seguito al successo commerciale, Dard approda alle edizioni Fleuve noir, con le quali pubblicherà tutti i romanzi successivi. La notorietà non lo abbandonerà più. La sua vita familiare, però, non è altrettanto felice. Divorzia da Odette e si risposa nel 1968 con Françoise De Caro, figlia del fondatore delle Edizioni Fleuve Noir. Per sottrarsi al fisco francese, si trasferisce in Svizzera, seguendo l’esempio di molte celebrità: Henri Verneuil, Georges Simenon, Charles Aznavour tra gli altri. Nel 1975 dà alle stampe il libro Je le jure, firmato San-Antonio, in cui narra alcune circostanze della sua infanzia, dei suoi inizi, della sua famiglia e delle sue idee. Muore il 6 giugno del 2000 nella sua casa di Bonnefontaine, Svizzera.

Tratto da Wikipedia

:: La mia vita di Benedetto XVI Joseph Ratzinger (Edizioni San Paolo, 2013)

15 marzo 2013

benLa cristianità ha un nuovo papa, papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires, di antiche origini piemontesi, un papa che viene “dalla fine del mondo” come ha detto nelle sue prime parole pronunciate sulla finestra affacciata su Piazza San Pietro. Come non pensare quindi al suo predecessore papa Benedetto XVI che, con la sua rinuncia al pontificato, ha deciso di mettersi da parte per il bene della Chiesa, perché le sue forze fisiche e spirituali non gli consentivano più l’esercizio delle sue funzioni. Questa scelta decisamente inconsueta, sicuramente inaspettata, ha generato parecchie riflessioni. Molti libri si sono scritti e si stanno scrivendo in questi giorni sulle vere ragioni di questa rinuncia, prima di leggerli ho voluto conoscere meglio la figura di Benedetto XVI leggendo direttamente le sue parole contenute nella sua autobiografia, La mia vita, edito da Edizioni San Paolo, nella nuova edizione con l’aggiunta di un’appendice che ricostruisce gli anni dal 1978 al 2013. I proventi di tutti i libri di Joseph Ratzinger sono destinati alla fondazione vaticana “Joseph Ratzinger Benedetto XVI” che devolve gran parte dei diritti d’autore per l’aiuto dei più poveri. Joseph Ratzinger nacque in un piccolo paesino della Baviera, Marktl am Inn, il 16 aprile del 1926. Figlio di un gendarme, spiccatamente antinazista, e di una casalinga, visse la sua infanzia assieme ai fratelli Georg e Maria in una famiglia fortemente religiosa. La mia vita è un libro di ricordi, di un uomo che giunto ad un punto della sua vita, ripensa alla sua vita passata e ai punti salienti che l’hanno caratterizzata, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, affatto complicato da artifizi retorici o bizantinismi, seppure una certa eleganza stilistica emerge dalle pagine caratterizzate da una limpidezza intellettuale rigorosa e ferma. Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo e un insegnante, più legato al mondo universitario e allo studio che alla mera amministrazione del potere sia temporale che religioso, distinto da una spiccata autonomia intellettuale e un certo individualismo che gli causarono anche amarezze e difficoltà come racconta nel periodo in cui scrisse la sua tesi di dottorato, per un pelo rigettata dalla commissione esaminatrice. Amante della natura, sensibile e caratterizzato da una dolcezza e simpatia che difficilmente emergono dalla sua vita pubblica, molto solenne anche se umile. Tutto mi aspettavo tranne che fosse capace di ironia e sarcasmo, ma in alcune pagine spiccatamente polemiche con il nazismo, utilizza proprio l’ironia per demitizzarlo. La parte che mi interessava di più è infatti la narrazione del periodo in cui il nazismo era al potere in Germania e Ratzinger, con pacatezza e serenità, racconta il periodo di grave crisi, di disoccupazione, di incertezza in cui il suo paese visse e se anche più giovane dei suoi fratelli, comprese la gravità della situazione e visse sulla propria pelle la mancanza di libertà che si viveva in una dittatura in cui la fede religiosa era in un certo senso un modo per ribellarsi e opporsi ad un’ ideologia secolare nei fatti anticristiana e non solo antisemita, maturando una sorta di avversione per il Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. La sua fede in un certo senso gli diede il coraggio di rifiutarsi di aderire alle SS, definiti come una vera  e propria banda di criminali, quando anche molti lo fecero anche solo per paura. Durante la guerra fu arruolato come studente nella contraerea, fino al 10 settembre del 1944, quando raggiunse l’età del servizio militare, e ricevette la chiamata nel servizio lavorativo del Reich, fino alla caserma di fanteria di Traunstein, e per un caso non fu destinato al fronte. Dopo la morte di Hiltler la speranza che la fine della guerra fosse vicina accrebbe ma proprio questa speranza lo spinse a disertare, con il rischio di essere fucilato appena scoperto. Con l’arrivo degli americani, fu riconosciuto come soldato, costretto a indossare di nuovo la divisa e posto tra i prigionieri di guerra. Dopo la guerra, in una Germania bombardata e distrutta trovare libri era assai difficile ma la lettura di Dostoevskij, Bernanos, Muriac, oltre ai testi teologici, accompagnarono i suoi anni di formazione. Non amava lo sport, una certa timidezza rese i sui primi anni di vita comune con gli altri studenti quasi una tortura, ma la sua sete di conoscenza e la vocazione religiosa furono determinanti per le sue scelte future. Il 29 giugno del 1951 viene ordinato sacerdote assieme al fratello Georg, particolarmente portato per la musica. Dopo aver insegnato teologia per 25 anni il 25 marzo del 1977 viene nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. Da questo momento la parte autobiografica finisce e la narrazione dei fatti è a cura di Giuliano Vigini: l’elezione a cardinale voluta da Paolo VI, e poi l’elezione a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voluta da Giovanni Paolo II. Poi il 19 aprile 2005, con il nome di Benedetto XVI, divenne papa fino alla rinuncia l’11 febbraio del 2013 per dedicarsi ad una vita di preghiera e di contemplazione. Ecco la parabola della vita di un uomo la cui fede ha senz’altro modificato le sue aspirazioni più profonde, mettendo quasi da parte se stesso per una vocazione al servizio, leggendo queste pagine mi sono accorta innanzitutto che un’unica esigenza ha caratterizzato il suo pontificato, riemerge infatti spesso l’esigenza di unità dei cristiani, e la sua ferma volontà nel perseguirla, e anche la coerente consapevolezza della sua debolezza, coscienza che l’ha addirittura portato al passo della rinuncia, atto che leggendo la sua biografia non sembra affatto straordinario e inspiegabile. Ora vivrà nel nascondimento i suoi ultimi anni, forse continuerà a scrivere testi teologici o dispenserà consigli, quello che è certo è che il suo pontificato seppur breve sarà ricordato come retto da un papa teologo, forse inadatto a far uscire la chiesa dal periodo di crisi che attraversa, ma capace di mettersi da parte e dare spazio ad altre forze, altre esigenze. A corollario degli scritti numerose foto in bianco e nero, molte provenienti dal suo archivio privato.

:: Recensione di La meraviglia della vita, Michael Kumpfmüller, Neri Pozza 2013 a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2013

la_meraviglia_della_vita_02Di solito di uno scrittore si conoscono le opere pubblicate in vita o dopo la sua morte.  Ed è proprio grazie a quei libri che noi lettori ci addentriamo nell’universo di un autore, in questo modo oltre a concerei le storie che l’artista delle scrivere ci racconta attraverso le parole, entriamo in contatto con i suoi pensieri, le  riflessioni e le opinioni sugli elementi che hanno ispirato un romanzo, ma che in molti casi hanno anche influenzato il corso di una vita. Poi compaiono dei libri – non sempre autobiografie- che ci raccontano la dimensione esistenziale più privata di chi, nel corso della sua esistenza, ha fatto dello scrivere non una semplice passione, ma un vero e proprio lavoro. Ne La meraviglia della vita, edito da Neri Pozza, Michael Kumpfmüller fa compiere a noi lettori un viaggio indietro nel tempo, nei primi anni ’20 del Novecento, alla scoperta dell’ultimo periodo di vita dello scrittore praghese Franz Kafka. Il romanzo biografico è un intenso ed elegante ritratto della relazione tra l’autore de La metamorfosi e Dora Diamant, la figlia di un commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica che dopo la morte della moglie si trasferì a Będzin. Le tre parti tramite la quali Kumpfmüller ha concepito il suo lavoro mi hanno ricordato gli atti di una tragedia caratterizzata da un crescendo emotivo che culmina sì con il fine tragico, ma che alo stesso tempo ha in sé qualcosa di pacifico. Nel libro cronaca c’è l’Arrivare, ossia la comparsa di Kafka nella località di Muritz dove sua sorella Elli è in vacanza con le figlie, ed è proprio qui che il “Dottore” conoscerà Dora Diamant. Tra lo scrittore già sofferente di tubercolosi, ma finalmente lontano dalla città e dai tanti sanatori dove è stato ricoverato, e la giovane cuoca della Casa del popolo nascerà prima un‘amicizia, che un po’ alla volta si trasformerà in una vera e propria attrazione reciproca vissuta dai due con educazione ed eleganza. L’atto secondo è lo Stare, dove Kafka e la sua donna vivono nella Berlino degli anni ’20 senza essere sposati e senza che i genitori di lui conoscano questa realtà. La convivenza è segnata dalla povertà, ma soprattutto dalle ansie e paure dell’insuccesso che tormentano Kafka tanto quanto la malattia che lo sta distruggendo in ogni fibra. Lo scrittore nativo di Praga nonostante sia molto debilitato nel fisico ha una forza interiore che lo spinge a  continuare a scrivere e a vivere il sentimento che lo lega a Dora. Tra i due non si creerà solo uno scambio di affetti, ma anche un passaggio di valori culturali. Lui dona alla donna amata il suo “sapere letterario” e lei lo ricambia con il dono di “sapere religioso ebraico”. Purtroppo la felicità non durerà per sempre e il peggiorare delle condizioni di salute del Dottore portano il lettore ad addentrarsi nella terza ed ultima parte  – Partire– dove Kumpfmüller ci racconta la permanenza in sanatorio di Kafka. Qui lo scrittore sarà assistito con amore da Dora e dall’amico medico Robert Klopstock in un lento percorso di progressivo spegnimento dell’alito vitale determinerà la fine di Kafka, rendendo per sempre vano il progetto concordato con Dora di raggiungere la terra di Palestina. Attenzione! In La Meraviglia della vita il lettore non compirà un viaggio dentro le opere di Kafka, anche se esse aleggiano nella trama, senza essere mai essere le dirette protagoniste della vicenda, perché  l’intento di Kumpfmüller è quello di raccontare – e ci riesce con garbo ed equilibrio – una storia vera evidenziando la forza del sentimento d’amore che legava Dora Diamant a Kafka e che permise a quest’ultimo di vivere in serenità l’ultima parte della sua tormentata e dolorosa esistenza. Traduzione Chiara Ujka.

Michael Kumpfmüller è nato a Monaco di Baviera nel 1961 e vive a Berlino. Autore dei romanzi Durst e Hampels Fluchten, lavora come giornalista freelance per le testate tedesche «Die Zeit», «Süddeutsche» e «Frankfurter Rundschau».

:: Segnalazione di Canada di Richard Ford (Feltrinelli, 2013)

12 marzo 2013

canada2Traduzione di Vincenzo Mantovani

“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi.” Ai nostri giorni, a distanza di mezzo secolo dai fatti, il professor Dell Parsons, americano trapiantato in Canada e alla vigilia della pensione, ricorda i due avvenimenti che hanno impresso una svolta decisiva alla sua vita e a quella di Berner, la sua gemella. Nel 1960, l’anno dei fatti criminosi, Dell e Berner hanno quindici anni e i Parsons sono una famiglia americana assolutamente normale, da cui sarebbe stato assurdo aspettarsi cose simili. Ma, come scrive Richard Ford, “il preludio a cose molto brutte può essere ridicolo, ma può anche essere casuale e insignificante. Cosa che merita di essere riconosciuta perché indica il punto da cui possono originarsi eventi disastrosi: a un pelo dalla vita di tutti i giorni”.

Richard Ford, nato nel 1944 a Jackson (Mississippi), è considerato uno dei più grandi scrittori americani contemporanei. Con Il giorno dell’Indipendenza (1995, Feltrinelli 1996) ha vinto i due premi più prestigiosi d’America, il Pen/Faulkner Award e il Pulitzer Prize. Feltrinelli ha pubblicato anche: Rock Springs (1989), L’estrema fortuna (1990), Incendi (1991), Sportswriter (1992), Il donnaiolo (1993), Donne e uomini (2001), Infiniti peccati (2002) e Lo stato delle cose.

:: Un’ intervista con Eva Clesis

11 marzo 2013

parole santeBenvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.

Eva Clesis è uno pseudonimo che ho scelto intersecando gusti personali e opinioni di persone a me care. Quando ho iniziato a scrivere sentivo la necessità di nascondermi dal quotidiano per essere libera. È come quando ci si immagina di essere slegati da tutto per poter vivere finalmente la vita che vogliamo. Cercavo un’identità che fosse un territorio franco.

Parlaci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, dei tuoi interessi.

Non ho avuto una vita facile, né felice. Anche se ero una studentessa brillante, mi sono laureata più per dovere, lavoravo già come grafico da nove anni, non mi ha mai interessato la carriera accademica perché sapevo di non potermela permettere. Oltre alla lettura, amo molto il cinema, mi piacciono l’arte, i viaggi, la cucina. Rimpiango di non aver fatto il cuoco e il fotografo e il regista, di aver interrotto la mia carriera di illustratore con la maggiore età.

Come è nato l’amore per la scrittura? Da quali letture? Quali scrittori hanno influenzato il tuo stile?

Il mio rapporto con la scrittura non si potrebbe capire senza la mia fissazione per la scrittura. Io amo tutto della scrittura, dalla sua superficie di lettera alla sua sostanza di parola. Amo variare e sono imprevedibile anche nelle letture. Raymond Chandler e un po’ anche Jim Thompson sono gli autori che mi hanno permesso di migliorare, ma ogni tanto quando scrivo mi viene in mente un romanzo di Buzzati, sempre quello. Poi Beckett e la Plath.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio debutto è stato disastroso, sono molto a disagio con gli editori perché non so gestire tutto ciò che mi è caro, spesso ho lasciato che decidessero loro per me. Ho ricevuto valanghe di rifiuti, ma più di tutto un sacco di indifferenza. Non sono i primi ma è la seconda a fare danno per chi scrive.  

Parliamo adesso del tuo ultimo libro Parole sante, romanzo che mi ha davvero impressionato per stile, originalità, capacità di scrittura. Come è nato, quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando volevo scrivere il mio nuovo romanzo, vivevo vicino a un’anziana moribonda, che invocava giorno e notte sua madre. Un giorno bussò alla mia porta la sua badante, disperata perché era andata a gettare la spazzatura e per sbaglio aveva chiuso la malata sola in casa. Parlava poco l’italiano, e quasi mi stupii che avesse chiamato me per un aiuto. Capii che nessun altro le aveva aperto. La badante piangeva in modo disperato, non sapeva neanche dire il nome dei figli di chi accudiva. Pensai: “Ecco qualcuno veramente solo, in un Paese che non conosce, mentre gli affetti crescono lontano”.

Ti ha richiesto molte revisioni, molte stesure o è nato di getto?

Non so quanto i romanzi nascano davvero di getto. Sono d’accordo con Poe, scrivere secondo l’ispirazione non significa nulla, oltre quella conta l’esercizio e il metodo, che è razionale. Parole sante ha avuto pochi tentennamenti e come gli altri romanzi si è beccato una certa ostilità, almeno nella prima versione, un po’ più lunga. La revisione è consistita in una “asciugatura” di cinquanta cartelle, circa un’ottantina di pagine.

Puoi riassumere la trama del tuo libro, toccandone i temi principali?

La dico in una frase, che prima usavo nella scheda di lettura del libro. Una vedova bigotta tenta di eliminare la propria domestica con l’appoggio del parroco. L’essenziale è questo. Tutto il resto vien leggendo.

Utilizzi un registro linguistico composito, l’uso del dialetto è funzionale e oltre a riproporre la lingua parlata, trasmette un senso di forte realismo, di autenticità. Come hai lavorato sul linguaggio?

Per Parole Sante mi sono documentata tantissimo. Il dialetto salentino è molto diverso da quello della mia provincia, perciò mi sono messa a studiare. Per mesi ho letto e riletto dizionari di salentino, libri, tesi di laurea: persino testi di canzoni e commenti sulle pagine di facebook.  

Viorica parla molto poco italiano, con Santo comunicano con il traduttore di Google, anche nella loro relazione il linguaggio ha una funzione essenziale. Ma oltre che con le parole, comunicano con i gesti, con i silenzi, con le espressione del volto. Come nasce il loro amore? Cosa hanno in comune questi due personaggi?

In realtà hanno in comune un difetto che si riconoscono a vicenda, anzi, un difetto che permette loro di riconoscersi, dato che fin dal primo incontro tra i due scocca la scintilla dell’agnizione (e poi, forse, dell’amore). Sono orgogliosi, ambedue calati in condizioni sfortunate, di quelle che la gente non perdona. Lui, un tempo bello e benestante, ora vicino ai cinquant’anni e “guastato di gambe”, deturpato dalla malattia. Lei, ex-madre dalla bellezza sfiorita, straniera, costretta a vivere lontano da casa. Entrambi vorrebbero ribellarsi a un destino che decide per loro.

Viorica, la badante ucraina, è un personaggio bellissimo. Non giudica, si limita ad osservare stranita un mondo che non comprende perfettamente. Pronta ad un matrimonio di convenienza, che nonostante tutto coinvolge anche i suoi sentimenti. E’ un personaggio romantico, che ispira tenerezza, e nello stesso tempo fa sorridere. Nel romanzo descrivi con molta sensibilità il suo senso di estraneità, il razzismo che la circonda, la sua necessità di vivere lontano dalla sua famiglia, da sua madre e da suo figlio, per motivi di sopravvivenza. Descrivici ora il piccolo mondo di Comasia attraverso i suoi occhi.

Comasia è piccola per Viorica, che in Italia cerca l’America, e che si trova suo malgrado invischiata in un mondo alla rovescia che le ricorda il suo, di paese. Per lei Comasia e Villa Magnano assumono la stessa dimensione claustrofobica e diffidente. Comasia è una porta semplice, ma chiusa, e il bello è che Viorica non ha alcuna intenzione di scoprire cosa c’è dietro, quello che vorrebbe lei è salvarsi.

L’handicap fisico di Santo è descritto dando grande risalto alla fisicità, alla corporalità. La sua apparente debolezza, in un certo senso è la sua forza. Come hai costruito il suo personaggio?

Per cercare di creare un personaggio verosimile, mi sono fissata su uno reale, pubblico, un artista che dalle foto mi ha sempre dato l’idea di essere altezzoso. Ho costruito il carattere di Santo basandomi sulle sue foto e su quello che desideravo per il mio personaggio. Volevo un uomo dalla vita fortunata, poi beffato dalla malattia, che nel tempo ha nutrito la sua fierezza, isolandolo.

Un’ altra coppia fondamentale nel romanzo e quella anomala composta da Lina Magnano e Don Felice. L’una vittima delle trame vendicative dell’altro. Lina è una beghina, inevitabilmente comica, patetica, fondamentalmente vendicativa, egoista, gretta. Don Felice a suo modo vuole giustizia, vuole riappropriarsi di ciò che ritiene suo, e non mi riferisco al solo lato materiale. Chi è la vera vittima tra i due?

Bella domanda, la cui risposta dipende dai punti di vista. Non so chi dei due possa avere lo scettro di “vera vittima”. Forse si può pensare che don Felice abbia un movente personale più forte della salvezza dell’anima di Lina Magnano, oppure pensare a chi dei due, nel complesso della loro storia personale, ha recato con intenzione più danni agli altri. Messa così Lina è più inconsapevole del suo prete.

Parlaci dei personaggi secondari, Dieci, Don Michele, le amiche di Lina, Ivan il rumeno. Che ruolo hanno nel romanzo?

Alcuni di essi fanno da contrappunto ai protagonisti di questa tragicommedia provinciale, mi riferisco in particolare alle amiche per Lina, a Dieci per don Felice, a Ivan per Viorica. Altri, come don Michele o il notaio, sono portatori di una morale e di un conseguente comportamento che permettono al lettore di indentificarli da subito. Assieme a questi, i ministranti, i proprietari dei negozi, la postina, la farmacista fanno quello che un tempo nelle tragedie era il coro, attraverso il loro pittoresco punto di vista.

Comasia è un paese nato dalla tua immaginazione, che comunque rispecchia tanti piccoli paesini del sud, ancora provinciali, in cui la comunità parrocchiale è ancora forte, le vedove si vestono sempre di nero, tutti conoscono tutto di tutti, si gioca a burraco per spettegolare. Da che cittadine reali hai preso spunto per costruire Comasia?

Da nessuna in particolare e da tutte in generale. Il nome di Comasia è quello della santa patrona di Martina Franca, in provincia di Taranto, e che mi sembrava utile per un paesino immaginario pugliese, perché Comasia come santa ha origini incerte.

Quale è o sono le tue scene preferite in Parole sante?

Tutti i dialoghi di Lina con le comari mi divertono, specialmente il primo al supermercato; tra le scene che preferisco: l’incontro tra Viorica e Santo, il risveglio nel letto di Luciano/Dieci, la “resa dei conti” finale.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

I personaggi più difficili da scrivere sono stati Santo e don Felice: nel primo c’era il rischio di renderlo troppo patetico per via della malattia (e quindi che il suo carattere passasse in secondo piano rispetto al suo status di uomo con un handicap fisico). Dietro il parroco ho invece dovuto tessere la trama di una storia personale che scavava nel passato, con l’accortezza che non pesasse troppo sul romanzo e non confondesse il lettore.  

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Se facessero del tuo romanzo un film, quale regista sceglieresti, quali attori per i personaggi?

Uno stile cinematografico è quello che ti suggerisce subito delle scene, quasi che le vedessi davanti ai tuoi occhi: cerco di non eccedere in questo (non vorrei finire per scrivere romanzi come sceneggiature), tuttavia è vero che guardando molti film e serie tv, oltre che leggendo noir, la tendenza a evidenziare la scena rimane. Perciò sì, il mio stile si può definire cinematografico. Se mai facessero un film dal mio romanzo, poiché so che non accadrà mai, posso permettermi di sparare alto e dire: se fosse un film americano ci vedrei i fratelli Coen, se fosse italiano punterei su registi come Ciprì, Rubini, Garrone.  

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un romanzo scritto subito dopo Parole sante, e che continua il filone dell’atmosfera noir e della famiglia al centro di un delitto, in un contesto meridionale. Rispetto a Parole sante è scarno, essenziale, freddo ma disperato a suo modo. Mi piace, ma questo non vuol dire che anche i lettori possano amarlo.

:: Segnalazione Concerto “Al cuore fa bene far le scale” di Diana Tejera e Patrizia Cavalli

10 marzo 2013

ImmagineRoma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30

Teatro Valle Occupato, Via del Teatro Valle 21
Concerto “Al cuore fa bene far le scale”
La cantautrice Diana Tejera e la poetessa Patrizia Cavalli
accompagnate dai musicisti
Simone De Filippis alla chitarra elettrica,
Angelo Maria Santisi al violoncello,
Pietro Casadei al basso,
Giulio Caneponi alla batteria
e special guest Barbara Eramo
presentano il libro/cd
“Al cuore fa bene far le scale”
Ingresso libero – Sottoscrizione libera
“Al cuore fa bene far le scale” è il titolo di una raccolta di poesie e canzoni nata dalla collaborazione tra la poetessa Patrizia Cavalli e la musicista Diana Tejera. Un libro e un cd che sono il prodotto del lavoro comune nato dall’amore di Diana Tejera per le poesie di Patrizia Cavalli e diventato poi un vero e proprio scambio tra musica e poesia. Le parole inedite di Patrizia Cavalli scritte per le musiche di Diana Tejera, e le musiche originali di Diana Tejera composte per alcune poesie già edite di Patrizia Cavalli si intrecciano rivelando così un unico, inatteso e coinvolgente senso del pop. 11 poesie, una conversazione tra amiche e un cd. Uno straordinario incontro tra la musica pop e una delle voci più originali della poesia contemporanea italiana. “Al cuore fa bene far le scale” è un progetto Voland e Sunnybit.
LE AUTRICI
PATRIZIA CAVALLI è nata a Todi e vive a Roma. Ha pubblicato presso l’editore Einaudi “Le mie poesie non cambieranno il mondo” (1974); “Il cielo” (1981); “Poesie” (1992); “Sempre aperto teatro” (1999) e “Pigre divinità e pigra sorte” (2006); presso le edizioni Nottetempo i poemetti “La Guardiana” (2005) e “La patria” (2011). Ha vinto diversi premi tra cui Viareggio Repaci, Pasolini, Dessì, Lerici Pea, Brancati, De Sanctis e Monselice. Ha recentemente pubblicato “Flighty Matters”, poesie sulla moda in edizione bilingue (Quodlibet, 2012). Al momento sta lavorando a un libro fotografico su Elsa Morante. Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue.
DIANA TEJERA nasce a Roma. Nel 1997 studia composizione al CET di Mogol. Nel 2000 fa parte della band i Plastico, con cui partecipa al 52° Festival di Sanremo col brano Fruscìo. Nel 2003 prosegue la sua carriera da sola e inizia a collaborare con vari artisti tra cui Chiara Civello (con lei scrive “Al posto del mondo”), Ana Carolina e Tiziano Ferro, con cui compone i brani “E fuori è buio” presente nel disco di Ferro “Nessuno è solo” (2006), e “Scivoli di nuovo” contenuto nell’album “Alla mia età” (2008). Diana inizia a scrivere e comporre anche musiche per film e cortometraggi. Nel 2010 esce per l’etichetta SunnyBit “La mia versione”, il suo primo album da solista in cui si fondono il gusto melodico italiano all’energia latina, le sfumature folk a quelle del rock più energico.

:: Segnalazione di L’arena dei perdenti di Antonin Varenne (Einaudi, 2013)

9 marzo 2013

arenaTraduzione di Fabio Montrasi

«Dopo il successo di Sezione Suicidi, che gli è valso diversi premi letterari, Antonin Varenne ha colpito ancor piú a fondo con L’arena dei perdenti… un noir di incredibile potenza nel quale ci si interroga senza requie sulla difficoltà di essere uomini liberi e sul rapporto degli esseri umani con la violenza, che sia scelta o imposta. Sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense, L’arena dei perdenti è un romanzo davvero riuscito, e la conferma di uno scrittore di primissimo piano».

«Lire»

Un poliziotto disilluso, che arrotonda lo stipendio sul ring; un algerino e un italo-francese, ormai anziani, con un segreto in comune che risale agli anni più bui del dopoguerra; una sgradevole verità da rivelare al mondo e una vendetta da consumare a ogni costo, se si vuol sopravvivere. Sono loro i protagonisti del nuovo libro di Antonin Varenne, autore celebrato dalla stampa francese come il nuovo Fred Vargas. Un libro sul disincanto e la resistenza alle sconfitte e ai colpi imposti dal destino. Sulla capacità di restare in piedi malgrado la vita diventi un ring in cui l’avversario contro cui battersi è sempre e comunque più forte.

Antonin Varenne è considerato l’astro nascente del noir francese. Curioso personaggio, coltissimo, giramondo e laureato in filosofia, oltre a Sezione Suicidi (Einaudi, 2011 e 2012), clamoroso successo di critica e di pubblico e vincitore del Prix Michel Lebrun 2009, del Grand Prix du jury Sang d’Encre 2009 e del Prix du Meilleur Polar des Lecteurs de Points, ha pubblicato altri due romanzi (Le fruit de vos entrailles, 2006 e Le gâteau mexicain, 2008). Nel 2013, sempre per Einaudi, ha pubblicato L’arena dei perdenti.

:: Un’ intervista con Samuel Marolla

7 marzo 2013

tea_coverDal 27 febbraio è disponibile nelle principali librerie online, al prezzo standard di € 1,99, per la casa editrice Mezzotints Ebook, specializzata in editoria digitale, il nuovo ebook, in lingua inglese di Samuel Marolla, Black Tea and other stories, primo titolo della collana Buio, diretta da Alessandro Manzetti e pubblicato con il contributo dei vincitori del Bram Stoker Award: Benjamin Kane Ethridge, che si è occupato dell’editing, e Gene O’Neil, che ha scritto l’introduzione, dal titolo A box of lovely dark chocolate. L’opera comprende tre racconti: Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo), e The Janara (La Janara). Noi di Liberi abbiamo avuto l’opportunità di leggerli in edizione italiana, e intervistare l’autore. Abbiamo infatti oggi con noi Samuel Marolla.

Benevenuto Samuel su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Sei una persona molto misteriosa, riservata. Raccontaci qualcosa di te, qualche episodio significativo della tua vita, che vuoi dividere con noi.

Racconto una cosa che ho già detto in una vecchia intervista. Quando ero bambino per motivi familiari ho trascorso diverse estati  in una scuola elementare, chiusa al pubblico per le festività (era aperta solo la segreteria, con un paio di persone al lavoro). Erano mesi lunghissini, infiniti, nei quali giocavo da solo fra i corridoi, le classi, la palestra, il giardino. La situazione era esattamente come quella di Danny in Shining nell’Hoverlook Hotel, ma senza triciclo, e in una scuola invece che in un albergo. Ho iniziato allora a creare storie nella mia testa, forse per vincere la noia. E sì, la scuola deserta faceva davvero paura, tanto che ancora oggi non sono riuscito a scriverci un racconto. Le classi vuote, i cigolii, i rumori nel silenzio, i lunghissimi corridoi deserti, con i pavimenti a scacchiera, le grosse mattonelle rosse e bianche, e, nell’angolo in fondo in fondo, un’ombra appena accennata, come se qualcuno, nascosto, mi stesse attendendo… Tutto questo deve avere attivato qualche connettore sconosciuto nella mia testa e sono iniziate le storie di paura, che poi mettevo su carta, nella segreteria scolastica, iniziando a lavorare su una vecchia Olivetti ministeriale. E da allora non ho mai più smesso.

La narrativa horror permette di scoprire un mondo affascinante e terribile, dove si muovono le pulsioni più antiche e forti che agiscono nell’uomo. La paura è forse la forza più destabilizzante e sconvolgente. Si può morire di paura. Da dove nasce secondo te la paura?

Dal desiderio segreto di essere rassicurati sul fatto che ci sia vita dopo la morte, che la morte non sia la fine di tutto. Siamo terrorizzati dalle storie di paura, ma in realtà la conferma che ci sia qualcosa oltre il confine è ciò che desideriamo più ardentemente. Io sono convinto che il genere horror parli segretamente di questa speranza.

Come è nato il tuo amore per l’horror? Da quali letture? Quali sono gli scrittori horror da cui hai imparato di più?

Il mio inizio è stato Stephen King (A volte ritornano), Lovecraft (Il ciclo di Chtulhu), Ray Bradbury (la raccolta Urania “Molto dopo mezzanotte”). Oltre a King, Lovecraft e Bradbury, fra gli autori che maggiormente mi influenzano, sia per stile che per tematiche, aggiungo Robert Howard, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco.

Parliamo adesso di Black Tea and other stories. I primi due racconti Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo) sono stati già pubblicati in cartaceo nella raccolta Malarazza (Epix Mondadori, 2009), mentre l’ultimo era già disponibile sul tuo sito in formato ebook, ma in italiano. Ora la possibilità di leggerli in inglese. Come affronti questa nuova esperienza, il confronto con i grandi autori horror americani?

Uno dei miei sogni letterari è sempre stato quello di farmi leggere “a casa” dei miei maestri, cioè negli Stati Uniti. Per cui sono felicissimo di questa uscita e non vedo l’ora di leggere i giudizi fuori dall’Italia. Per ora, quelli di Gene O’Neill, che ha scritto la prefazione, e di Benjamin Kane Ethridge (che ha seguito l’editing inglese), sono stati lusinghieri.

Black Tea è un racconto molto claustrofobico: manca l’aria leggendolo, non c’è via d’uscita, corridoi senza fine, un labirinto in cui perdersi. Una villa cadente, velluti, tappeti, lampadari di cristallo, un’ ambientazione tipica della letteratura gotica. Soprattutto Poe, sento vivere in queste pagine. Come è nato questo racconto?

Da un incubo ricorrente che avevo fino a qualche anno fa. Sognavo spesso di ritrovarmi in una casa come quella del racconto, una grande casa gotica con corridoi stretti pieni di mobili, in cui si faticava a muoversi; ma non era isolata, c’erano piccole finestre da cui vedevo la gente passare, colpivo i vetri ma ero come invisibile, e imprigionato. L’incubo finiva sempre con una presenza malevola, dentro casa, che veniva a cercarmi, e io mi nascondevo in un vano dentro un mobile, consapevole che non ne sarei mai più uscito.

La vecchia rappresenta il male, una forza oscura che come un ragno imprigiona nella sua tela. Ma anche lei ha delle limitazioni: non può entrare in certe stanze, si sente solo il suo respiro, la sua rabbia. C’è una speranza di salvezza per i superstiti?

Se scopriranno tutte le regole e le seguiranno, forse sì.

Questa villa metaforicamente rappresenta qualcosa di altro? C’è un messaggio superiore racchiuso in questo racconto?

Non penso mai a messaggi diversi da quelli relativi alla struttura primaria del racconto. Se ve ne sono, sono inconsapevoli. Se leggessi un racconto così scritto da altri, potrei pensare forse che la casa-labirinto rappresenta la vita stessa, quelle vite che alcuni (forse tutti noi, in alcuni momenti) si fanno costruire addosso dagli altri, si fanno vivere dagli altri, rimanendo testimoni passivi di se stessi, figuranti che leggono il gobbo nella commedia che è la loro stessa esistenza.

Milano è la tua città, la descrivi nei suoi aspetti più cupi, inquietanti, estranianti, barocchi. Parlaci di Milano come scenario ideale per una storia horror.

Milano è una fucina di horror, che si rinnova sempre. Solo così si potrebbe spiegare l’inquietudine che suscita una visita nel recente quartiere universitario Bicocca (pura geometria lovecraftiana) o i grattacieli di Repubblica che incorniciano la claustofobica piazzetta Gae Aulenti.

Crocodiles è un racconto quasi satirico: un uomo un giornalista, riceve in dono per una buona azione, un vino, un elisir ‘miracoloso’. La follia, la vendetta, si intrecciano e la scrittura dei coccodrilli, quegli articoli scritti per commemorare un defunto, quando ancora respira, assumono una luce inquietante. Vuoi parlarci di questo racconto?

Lo ritengo uno dei racconti più spaventosi che abbia mai scritto perché parla dell’orrore della solitudine, quella vera, quella cattiva, che rende cattivi.

Ultimo racconto della raccolta The Janara.Vuoi parlarcene?

E’ un’altra paura infantile che ho avuto spesso, quella di una figura che girava intorno al letto mentre dormivo, e che se avesse sentito il mio respiro, o un minimo rumore che avesse segnalato la mia presenza, avrebbe avuto il diritto di prendermi. Tecnicamente, volevo scrivere qualcosa che parlasse della figura folkloristica della Janara, ma senza esagerare. Le storie folkloristiche hanno il rischio di cadere nel didascalico, quindi ritengo che l’elemento folklorico debba essere appena accennato.

Grazie Samuel della tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti anticipazioni sui tuoi progetti futuri.

Romanzi da terminare, romanzi terminati da revisionare, progetti in valutazione, anche in ambiti diversi dal fumetto e dalla narrativa. L’unica cosa certa è che l’Orrore continuerà.

:: Recensione di La tela, Benjamin Stein, Keller editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 marzo 2013

la telaQuesto romanzo mi ha ricordato un po’ il gioco del Tetris, ma anche i famosi mattoncini colorati della Lego che possono essere uniti tra loro in modo molteplice, per il semplice fatto che ogni sua parte si unisce alle altre a seconda di come il lettore vorrà leggere la storia. Detto questo, prendete La tela di  Benjamin Stein e addentratevi nella storia di Jan Wechsler. Poi arrivati alla fine della sua vicenda, tenete ancora tra le mani La tela di Stein e leggete la storia di Amnon Zichroni. Oppure potete fare il contrario, partire dalla vicenda di Zichroni – uno psicoanalista nato a Gerusalemme, cresciuto a Zurigo, che ha il dono straordinario di rivivere i ricordi delle altre persone toccandone la pelle – e di seguito passate a quella di Wechsler, il giornalista  tedesco al quale viene recapitata un misteriosa valigia che lui non ricorda di aver mai posseduto e il cui contenuto lo porterà ad intraprendere un viaggio in Israele per scoprire la verità. Ma se non foste ancora soddisfatti, volendo potreste leggere le due vicende a capitoli alterni, girando di continuo il libro dello scrittore nato a Berlino Est nel 1970. Attenzione non pensate che non abbia la minima idea di cosa scrivere su questo romanzo, o che mi stia divertendo a girare attorno al succo del libro, perché quelle sopra indicate sono le diverse possibilità di lettura che La tela, edito da Keller, concede al lettore curioso di conoscere questa ingarbugliata storia. La tela di Stein non è solo un romanzo multi prospettico, fatto da una pluralità di punti di  vista che si intrecciano tra di loro, ma esso racchiude in sé diversi generi. Se si considera la misteriosa valigia che viene recapitata al giornalista Wechsler e il mistero che alleggia attorno ad essa, direi proprio che il romanzo ha i tratti tipici del giallo. Non manca una spruzzata di genere psicologico, vista l’indagine nei contorti meandri labirintici della mente dei due protagonisti e di alcuni dei loro comprimari che diventano – come accade al violinista ebreo Minsky, sopravvissuto al campo di concentramento – il ponte di collegamento tra Zichroni e Wechsler. Non solo, perché nel libro di Stein c’è anche del romanzo antropologico, grazie al viaggio alla scoperta degli insegnamenti della cultura e della religione ebraica e dei principi dai quali prende vita la medicina orientale. Stein non fa mancare proprio nulla al lettore, perché La tela è un libro ricco di contenuti storici – esemplare è la descrizione dell’adolescenza di Wechsler nella DDR –  e di vicende umane che si intessono nell’ intricata e avvincente trama narrativa, facendo della storia una vera e propria tela dipinta a più colori, nella quale trova spazio anche il dramma dell’Olocausto.  La tela di Benjamin Stein coinvolge i lettori, avvicinandoli alla complessità presente nella mente umana, mostrata come una dimensione individuale attiva, perspicace e ricca di risorse, ma allo stesso tempo l’autore – e ce ne fornisce una  prova con la storia di Wechsler – evidenzia quanto a volte ciò che sta nella testa di una persona possa tradirlo e indurlo a rimuovere parti importanti e fondamentali del proprio passato e di quello degli altri incontrati nel proprio cammino esistenziale. Traduzione di Elisa Leonzio.

Benjamin Stein nasce a Berlino (Est) nel 1970. Dopo il diploma lavora come portiere di notte in una casa di riposo fino alla caduta del Muro, nel 1989; in seguito studia giudaistica ed ebraistica. Dal 1982 pubblica poesie e brevi prose. Il suo primo romanzo, Das Alphabet des Juda Liva, esce nel 1995 presso la Ammann Verlag. Benjamin Stein ha lavorato anche come redattore e corrispondente di diverse riviste di informatica tedesche e americane e dal 1998 come consulente di azienda nel campo della tecnologia dell’informazione.
Vive a Monaco di Baviera, è proprietario della casa editrice Edition Neue Moderne e porta avanti il blog letterario «Turmsegler».