Ciao Anna ben arrivata qui a Liberi di Scrivere che ne diresti di raccontarci qualcosa di te prima di parlare di Ti prego lasciati odiare. Che lavoro fai, i libri che hai preferito nella tua vita
Ciao a tutti. Sono nata in Croazia nel 1980 ma mi sono trasferita da bambina a Milano, per cui mi sento profondamente milanese. I miei studi sono stati decisamente di natura matematica: liceo scientifico prima e poi laurea in economia dei mercati finanziari alla Bocconi. Dal 2003 mi occupo di investimenti finanziari e da un bel po’ di anni lavoro al Private Banking di una banca privata. Sono felicissimamente sposata dal 2005 e ho un bambino di tre anni.
Quando è nata la tua passione per la scrittura e perché la definisci metodo “antistress”?
Sono da sempre una grandissima lettrice di libri di ogni genere, ma indubbiamente con il crescere delle mie responsabilità lavorative la lettura ha assunto nella mia vita il ruolo di valvola di sfogo. A un certo punto la mera lettura non mi è più bastata e ho provato a svagarmi mettendo per iscritto la storia che avrei voluto leggere.
Quanto la tua esperienza lavorativa ti ha influenzato nella scrittura della storia e nella creazione dei personaggi di Ti prego lasciati odiare?
Pochissimo: il contorno del mio romanzo è finanziario solo perché credo che sia importante scrivere di qualcosa che si conosce bene in modo da risultare credibili. Oggi la competizione si sente in qualsiasi settore, io ho semplicemente scelto quello a me vicino, ma senza entrare mai in dettagli troppo tecnici.
Il tuo romanzo è un concentrato di commedia romantica, di letteratura chick-lit, ma ha anche richiama alla struttura tradizionale del romanzo rosa. Detto questo quali sono gli autori o autrici del passato e del presente che ti hanno influenzato?
Ho letto talmente tanto che non saprei davvero da dove iniziare con le citazioni: di sicuro, parlando di rosa, devo molto ai grandi classici quali la Austen, le sorelle Bronte e la Gaskell (sarò impopolare, ma trovo che il suo Mr. Thornton sia molto meglio di Mr. Darcy). Ho poi letto tutto il meglio del genere regency attuale: consiglierei qualsiasi cosa sia stato scritto da Julia Quinn, Sarah MacLean, Lisa Kleypas e Lorella Chase. In un certo senso il mio libro è un regency in chiave moderna. Certo, ho anche letto tutti i libri chick-lit che ci fossero in circolazione: sono alla costante ricerca di testi che mi strappino una risata.
La scelta di ambientare la storia a Londra è legata ad una particolare motivazione?
Come dicevo sopra è stato un omaggio al regency tradizionale. Il mio libro è solo ambientato ai giorni nostri.
Jennifer e Ian, i due protagonisti, sono nati solo dalla fantasia o c’è qualcuno che te li ha ispirati?
Sono personaggi assolutamente inventati!
Ian è un nobile rampollo della nobiltà inglese, un vero e proprio “tombeur de famme”, mentre Jennifer è vegetariana, animalista convinta che crede molto nei propri ideali. La sfida nella quale i due si gettano a capofitto cosa determinerà nel loro modo di affrontare la vita?
Ho voluto giocare contrapponendo due mondi molto diversi per affrontare anche il tema dell’accettazione della diversità e del rispetto. Trovo che senza quello non ci sia vero amore.
Tra i due protagonisti c’è un forte competizione sul posto di lavoro, ma nella realtà lavorativa secondo te quanto è presente la concorrenza tra i due sessi?
La competizione si sente eccome in alcuni ambienti. Io sono stata molto fortunata nelle mie esperienze dirette, ma da quello che mi raccontano è un tema molto caldo.
A te è mai capitato di trovarti un una situazione come quella di Jennifer?
Mai. Sono sposatissima! E poi lavoro in un gruppo di persone splendide per cui davvero non ho dovuto subire quello che è capitato a Jennifer.
Quello che accade ai due colleghi protagonisti di lavoro sempre pronti ad ostacolarsi potrebbe essere la conferma del proverbio “chi disprezza ama”?
Sì, mi è rimasta molto impressa la poesia di Catullo quando ero ragazzina. E’ un tema che mi affascina quello dell’amore mischiato all’odio.
Jennifer e Stacy, sono due sorelle, come descriveresti il rapporto tra di loro?
Difficile, come capita spesso tra sorelle. Jennifer e Stacy sono due donne profondamente diverse che si amano molto ma non si capiscono mai appieno. Anche in questo caso trovo che l’accettazione sia l’unica regola corretta.
Tra i diversi personaggi presenti nella storia c’è qualcuno a cui sei più affezionata? Se sì chi è e perché lo apprezzi più degli altri?
La maggior parte delle lettrici mi ha riferito di aver amato in maniera quasi viscerale Ian. Io invece mi schiero con Jennifer, perché mi rendo conto di quanto le sia costato negli anni costruirsi quest’immagine da “dura”.
Ian è così spocchioso e insopportabile come sembra o in realtà il suo atteggiamento è determinato dallo status sociale d’origine?
Alla fine del libro si capisce bene che anche Ian si è costruito negli anni una corazza. L’immagine che mostra alle persone non corrisponde a quello che sente dentro. Chiaro, l’essere educati in un certo modo in parte lo ha influenzato, ma lui è bel oltre che un pedigree perfetto.
Gli eventi che investono i personaggi di Ti prego lasciati odiare sono la dimostrazione che non sempre le persone sono quello che sembrano?
Più che altro sono la dimostrazione che le persone spesso sono anche altro. Abbiamo tutti mille sfaccettature diverse e non sempre riusciamo ad esprimerci davvero.
Come hai fatto per il tuo primo romanzo (Come inciampare sul principe azzurro), anche Ti prego lasciati odiare è uscito prima in versione e-book e poi cartacea. Cosa ha determinato questa scelta editoriale?
Mi sono sempre rifiutata di mandare i miei testi a qualche editore tradizionale perché la scrittura rappresentava per me solo un hobby. Qualcosa di mio da non divedere con gli altri. Ma mio marito ha ritenuto che ci fosse del potenziale nelle mie storie e alla fine, di fronte alle mie reticenze, ha deciso di pubblicarle tramite una piattaforma di self-publishing.
Il titolo è stato deciso da te o con la casa editrice?
I titoli sono tutti miei e sono quelli che avevo scelto originariamente per la piattaforma di auto-pubblicazione.
A chi hai fatto leggere per primo il tuo romanzo?
L’hanno letto solo in due prima che venisse pubblicato: mio marito e una mia carissima amica.
Se dovessi scegliere una colonna sonora da abbinare al tuo libro, quale sarebbe la musica o canzone ideale?
Non saprei davvero. Spero solo che Jenny e Ian al loro matrimonio abbiano preteso il Canone in re maggiore di Pachelbel!
Un’ultima domanda: sei già al lavoro con un altro libro? Se sì di cosa tratterà?
Continuo a scrivere ma senza scadenze e senza sforzarmi. Vedremo cosa ne verrà fuori, al momento è troppo presto.
Dopo Il custode delle reliquie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, è arrivato in libreria il nuovo romanzo di P. F. Liguori, La stanza del naturalista, un altro giallo che affonda i suoi misteri nella Storia. Abbiamo chiesto all’autore qualcosa sui suoi due libri, atipici nel vasto mare del genere giallo e thriller nel nostro Paese.
Ecco il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli. La storia di Carola, dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra. Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.
Curioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Looking for Jolli – child survivor A7734 from Auschwitz, 4.5 years old at liberation. Born in 1940. Clues lead to possible adoption by a Christian family, then to the USA. Whatever name and location, his tattooed number is A7734. And his brother still hopes to meet him. Please help us by spreading the word. FamilyRoots2000@gmail.com
in uscita ad aprile
La cristianità ha un nuovo papa, papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires, di antiche origini piemontesi, un papa che viene “dalla fine del mondo” come ha detto nelle sue prime parole pronunciate sulla finestra affacciata su Piazza San Pietro. Come non pensare quindi al suo predecessore papa Benedetto XVI che, con la sua rinuncia al pontificato, ha deciso di mettersi da parte per il bene della Chiesa, perché le sue forze fisiche e spirituali non gli consentivano più l’esercizio delle sue funzioni. Questa scelta decisamente inconsueta, sicuramente inaspettata, ha generato parecchie riflessioni. Molti libri si sono scritti e si stanno scrivendo in questi giorni sulle vere ragioni di questa rinuncia, prima di leggerli ho voluto conoscere meglio la figura di Benedetto XVI leggendo direttamente le sue parole contenute nella sua autobiografia, La mia vita, edito da Edizioni San Paolo, nella nuova edizione con l’aggiunta di un’appendice che ricostruisce gli anni dal 1978 al 2013. I proventi di tutti i libri di Joseph Ratzinger sono destinati alla fondazione vaticana “Joseph Ratzinger Benedetto XVI” che devolve gran parte dei diritti d’autore per l’aiuto dei più poveri. Joseph Ratzinger nacque in un piccolo paesino della Baviera, Marktl am Inn, il 16 aprile del 1926. Figlio di un gendarme, spiccatamente antinazista, e di una casalinga, visse la sua infanzia assieme ai fratelli Georg e Maria in una famiglia fortemente religiosa. La mia vita è un libro di ricordi, di un uomo che giunto ad un punto della sua vita, ripensa alla sua vita passata e ai punti salienti che l’hanno caratterizzata, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, affatto complicato da artifizi retorici o bizantinismi, seppure una certa eleganza stilistica emerge dalle pagine caratterizzate da una limpidezza intellettuale rigorosa e ferma. Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo e un insegnante, più legato al mondo universitario e allo studio che alla mera amministrazione del potere sia temporale che religioso, distinto da una spiccata autonomia intellettuale e un certo individualismo che gli causarono anche amarezze e difficoltà come racconta nel periodo in cui scrisse la sua tesi di dottorato, per un pelo rigettata dalla commissione esaminatrice. Amante della natura, sensibile e caratterizzato da una dolcezza e simpatia che difficilmente emergono dalla sua vita pubblica, molto solenne anche se umile. Tutto mi aspettavo tranne che fosse capace di ironia e sarcasmo, ma in alcune pagine spiccatamente polemiche con il nazismo, utilizza proprio l’ironia per demitizzarlo. La parte che mi interessava di più è infatti la narrazione del periodo in cui il nazismo era al potere in Germania e Ratzinger, con pacatezza e serenità, racconta il periodo di grave crisi, di disoccupazione, di incertezza in cui il suo paese visse e se anche più giovane dei suoi fratelli, comprese la gravità della situazione e visse sulla propria pelle la mancanza di libertà che si viveva in una dittatura in cui la fede religiosa era in un certo senso un modo per ribellarsi e opporsi ad un’ ideologia secolare nei fatti anticristiana e non solo antisemita, maturando una sorta di avversione per il Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. La sua fede in un certo senso gli diede il coraggio di rifiutarsi di aderire alle SS, definiti come una vera e propria banda di criminali, quando anche molti lo fecero anche solo per paura. Durante la guerra fu arruolato come studente nella contraerea, fino al 10 settembre del 1944, quando raggiunse l’età del servizio militare, e ricevette la chiamata nel servizio lavorativo del Reich, fino alla caserma di fanteria di Traunstein, e per un caso non fu destinato al fronte. Dopo la morte di Hiltler la speranza che la fine della guerra fosse vicina accrebbe ma proprio questa speranza lo spinse a disertare, con il rischio di essere fucilato appena scoperto. Con l’arrivo degli americani, fu riconosciuto come soldato, costretto a indossare di nuovo la divisa e posto tra i prigionieri di guerra. Dopo la guerra, in una Germania bombardata e distrutta trovare libri era assai difficile ma la lettura di Dostoevskij, Bernanos, Muriac, oltre ai testi teologici, accompagnarono i suoi anni di formazione. Non amava lo sport, una certa timidezza rese i sui primi anni di vita comune con gli altri studenti quasi una tortura, ma la sua sete di conoscenza e la vocazione religiosa furono determinanti per le sue scelte future. Il 29 giugno del 1951 viene ordinato sacerdote assieme al fratello Georg, particolarmente portato per la musica. Dopo aver insegnato teologia per 25 anni il 25 marzo del 1977 viene nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. Da questo momento la parte autobiografica finisce e la narrazione dei fatti è a cura di Giuliano Vigini: l’elezione a cardinale voluta da Paolo VI, e poi l’elezione a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voluta da Giovanni Paolo II. Poi il 19 aprile 2005, con il nome di Benedetto XVI, divenne papa fino alla rinuncia l’11 febbraio del 2013 per dedicarsi ad una vita di preghiera e di contemplazione. Ecco la parabola della vita di un uomo la cui fede ha senz’altro modificato le sue aspirazioni più profonde, mettendo quasi da parte se stesso per una vocazione al servizio, leggendo queste pagine mi sono accorta innanzitutto che un’unica esigenza ha caratterizzato il suo pontificato, riemerge infatti spesso l’esigenza di unità dei cristiani, e la sua ferma volontà nel perseguirla, e anche la coerente consapevolezza della sua debolezza, coscienza che l’ha addirittura portato al passo della rinuncia, atto che leggendo la sua biografia non sembra affatto straordinario e inspiegabile. Ora vivrà nel nascondimento i suoi ultimi anni, forse continuerà a scrivere testi teologici o dispenserà consigli, quello che è certo è che il suo pontificato seppur breve sarà ricordato come retto da un papa teologo, forse inadatto a far uscire la chiesa dal periodo di crisi che attraversa, ma capace di mettersi da parte e dare spazio ad altre forze, altre esigenze. A corollario degli scritti numerose foto in bianco e nero, molte provenienti dal suo archivio privato.
Di solito di uno scrittore si conoscono le opere pubblicate in vita o dopo la sua morte. Ed è proprio grazie a quei libri che noi lettori ci addentriamo nell’universo di un autore, in questo modo oltre a concerei le storie che l’artista delle scrivere ci racconta attraverso le parole, entriamo in contatto con i suoi pensieri, le riflessioni e le opinioni sugli elementi che hanno ispirato un romanzo, ma che in molti casi hanno anche influenzato il corso di una vita. Poi compaiono dei libri – non sempre autobiografie- che ci raccontano la dimensione esistenziale più privata di chi, nel corso della sua esistenza, ha fatto dello scrivere non una semplice passione, ma un vero e proprio lavoro. Ne La meraviglia della vita, edito da Neri Pozza, Michael Kumpfmüller fa compiere a noi lettori un viaggio indietro nel tempo, nei primi anni ’20 del Novecento, alla scoperta dell’ultimo periodo di vita dello scrittore praghese Franz Kafka. Il romanzo biografico è un intenso ed elegante ritratto della relazione tra l’autore de La metamorfosi e Dora Diamant, la figlia di un commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica che dopo la morte della moglie si trasferì a Będzin. Le tre parti tramite la quali Kumpfmüller ha concepito il suo lavoro mi hanno ricordato gli atti di una tragedia caratterizzata da un crescendo emotivo che culmina sì con il fine tragico, ma che alo stesso tempo ha in sé qualcosa di pacifico. Nel libro cronaca c’è l’Arrivare, ossia la comparsa di Kafka nella località di Muritz dove sua sorella Elli è in vacanza con le figlie, ed è proprio qui che il “Dottore” conoscerà Dora Diamant. Tra lo scrittore già sofferente di tubercolosi, ma finalmente lontano dalla città e dai tanti sanatori dove è stato ricoverato, e la giovane cuoca della Casa del popolo nascerà prima un‘amicizia, che un po’ alla volta si trasformerà in una vera e propria attrazione reciproca vissuta dai due con educazione ed eleganza. L’atto secondo è lo Stare, dove Kafka e la sua donna vivono nella Berlino degli anni ’20 senza essere sposati e senza che i genitori di lui conoscano questa realtà. La convivenza è segnata dalla povertà, ma soprattutto dalle ansie e paure dell’insuccesso che tormentano Kafka tanto quanto la malattia che lo sta distruggendo in ogni fibra. Lo scrittore nativo di Praga nonostante sia molto debilitato nel fisico ha una forza interiore che lo spinge a continuare a scrivere e a vivere il sentimento che lo lega a Dora. Tra i due non si creerà solo uno scambio di affetti, ma anche un passaggio di valori culturali. Lui dona alla donna amata il suo “sapere letterario” e lei lo ricambia con il dono di “sapere religioso ebraico”. Purtroppo la felicità non durerà per sempre e il peggiorare delle condizioni di salute del Dottore portano il lettore ad addentrarsi nella terza ed ultima parte – Partire– dove Kumpfmüller ci racconta la permanenza in sanatorio di Kafka. Qui lo scrittore sarà assistito con amore da Dora e dall’amico medico Robert Klopstock in un lento percorso di progressivo spegnimento dell’alito vitale determinerà la fine di Kafka, rendendo per sempre vano il progetto concordato con Dora di raggiungere la terra di Palestina. Attenzione! In La Meraviglia della vita il lettore non compirà un viaggio dentro le opere di Kafka, anche se esse aleggiano nella trama, senza essere mai essere le dirette protagoniste della vicenda, perché l’intento di Kumpfmüller è quello di raccontare – e ci riesce con garbo ed equilibrio – una storia vera evidenziando la forza del sentimento d’amore che legava Dora Diamant a Kafka e che permise a quest’ultimo di vivere in serenità l’ultima parte della sua tormentata e dolorosa esistenza. Traduzione Chiara Ujka.
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Benvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.
Roma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30
























