Imperium. Beh dimenticate l’antica Roma e fate un salto verso la fine del XIX secolo in Nuova Pomerania, il più o meno noto protettorato della Germania situato nell’arcipelago Bismarck. Anzi, a dire la verità il romanzo dello svizzero Kracht conduce il lettore sul Prinz Waldemar, il moderno – per i tempi- piroscafo di tremila tonnellate pronto a solcare l’oceano Pacifico diretto a Sydney. Qui, come compagno di viaggio incontrerete August Engelhardt, un giovane tedesco vegetariano e nudista diretto verso i mari del Sud con l’intento preciso di dare vita al suo progetto di società fondata solo ed esclusivamente sulla coltivazione e consumo del cocco. Il libro di Kracht è un biografia romanzata di Engelhardt e allo stesso tempo un libro di viaggio in un epoca e in mondi diversi e se devo essere sincera il modo in cui è scritto mi ha fatto venire in mente i libri di Jules Verne. Il protagonista di questa vicenda si allontana dalla Germania e dalla modernità per scovare nella sperduta Pomerania l’armonia e la pace del vivere che la società dei suoi tempi stava dimenticando, lascandosi travolgere da un imbarbarimento culturale e sociale dilagante. Engelhardt parte e ha le idee ben chiare: una volta giunto alla meta comprerà un appezzamento di terreno (in realtà sarà l’isolotto di Kabakon) per avviare la coltivazione di cocco e dar vita alla colonia di “coccovori”. Naturalmente il protagonista non sarà solo in questa avventura e non a caso tra le pagine di Imperium sfileranno altri personaggi che intrecceranno la loro esistenza e le loro idee con quelle del “re” del cocco. La cosa che stupisce è che il bisogno di ritorno ad un stile di vita puro, semplice e monoalimentare indurrà lo stesso Engelhardt a isolarsi sempre più dal resto del mondo – non a caso gli sporadici viaggi che l’uomo compirà gli lasceranno nell’animo un senso di profondo malessere, dovuto alla corruzione e povertà di valori umani che lui percepisce nel resto del globo terrestre- arrivando a compiere azioni drastiche (improvvisi scatti d’ira isterica e non solo) ripudiando contaminazioni dall’esterno e rifiutando la messa in discussione delle proprie idee. Un esempio concreto di questa atteggiamento di Engelhardt, che definirei simile a quello di un piccolo dittatore, è il progressivo incrinarsi delle relazioni con le personalità amministrative delle isole della Nuova Pomerania o ancora lo sfasciarsi della convivenza – solo in apparenza pacifica – con Halsey, Lützow e altre persone (pittori e artisti) che tentano di seguire il protagonista di Imperium nella sua estrema scelta di vita. Per la stesura di Imperium, Kracht si è ispirato alla vera figura di Engelhardt e nel romanzo ha raccontato l’evolversi e l’accartocciarsi su sé stesso di un percorso esistenziale i cui valori fondanti (alimentazione esclusiva con il cocco e i suoi derivati) sono stati portati all’esasperazione dal protagonista stesso. Imperium è un viaggio narrativo avventuroso e a tratti surreale, dove il lettore è portato dall’autore dentro alla vita di un uomo vegetariano e nudista. Dall’altra parte chi leggerà Imperium compirà anche un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta dell’Impero di Guglielmo II, delle sue colonie non proprio così necessarie e di quel contesto storico, sociale e culturale incapace di accettare una persona alternativa come August Engelhardt.In conclusione credo che l’ Imperium del titolo non si riferisca solo a quello dell’ ultimo imperatore tedesco, ma anche al piccolo regno creato dallo stesso Engelhardt, due entità così diverse per dimensione, ma allo stesso tempo uguali per il tracollo che le travolse. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.
Christian Ktacht è nato in Svizzera nel 1966. I suoi romanzi precedenti, Faserland (1995), 1979 (2001) e Ich werde hier im Sonnenschein und im Schatten (2008) sono stati tradotti in più di 25 lingue. Acclamato da critica e pubblico, al centro di accese dispute letterarie in Germania, Christian Kracht viene unanimemente considerato uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua tedesca. Imperium è stato il caso letterario e uno dei libri più venduti in Germania nel 2012.
in libreria dal 28 marzo 2013
Ciao Anna ben arrivata qui a Liberi di Scrivere che ne diresti di raccontarci qualcosa di te prima di parlare di Ti prego lasciati odiare. Che lavoro fai, i libri che hai preferito nella tua vita
Dopo Il custode delle reliquie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, è arrivato in libreria il nuovo romanzo di P. F. Liguori, La stanza del naturalista, un altro giallo che affonda i suoi misteri nella Storia. Abbiamo chiesto all’autore qualcosa sui suoi due libri, atipici nel vasto mare del genere giallo e thriller nel nostro Paese.
Ecco il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli. La storia di Carola, dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra. Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.
Curioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Looking for Jolli – child survivor A7734 from Auschwitz, 4.5 years old at liberation. Born in 1940. Clues lead to possible adoption by a Christian family, then to the USA. Whatever name and location, his tattooed number is A7734. And his brother still hopes to meet him. Please help us by spreading the word. FamilyRoots2000@gmail.com
in uscita ad aprile
La cristianità ha un nuovo papa, papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires, di antiche origini piemontesi, un papa che viene “dalla fine del mondo” come ha detto nelle sue prime parole pronunciate sulla finestra affacciata su Piazza San Pietro. Come non pensare quindi al suo predecessore papa Benedetto XVI che, con la sua rinuncia al pontificato, ha deciso di mettersi da parte per il bene della Chiesa, perché le sue forze fisiche e spirituali non gli consentivano più l’esercizio delle sue funzioni. Questa scelta decisamente inconsueta, sicuramente inaspettata, ha generato parecchie riflessioni. Molti libri si sono scritti e si stanno scrivendo in questi giorni sulle vere ragioni di questa rinuncia, prima di leggerli ho voluto conoscere meglio la figura di Benedetto XVI leggendo direttamente le sue parole contenute nella sua autobiografia, La mia vita, edito da Edizioni San Paolo, nella nuova edizione con l’aggiunta di un’appendice che ricostruisce gli anni dal 1978 al 2013. I proventi di tutti i libri di Joseph Ratzinger sono destinati alla fondazione vaticana “Joseph Ratzinger Benedetto XVI” che devolve gran parte dei diritti d’autore per l’aiuto dei più poveri. Joseph Ratzinger nacque in un piccolo paesino della Baviera, Marktl am Inn, il 16 aprile del 1926. Figlio di un gendarme, spiccatamente antinazista, e di una casalinga, visse la sua infanzia assieme ai fratelli Georg e Maria in una famiglia fortemente religiosa. La mia vita è un libro di ricordi, di un uomo che giunto ad un punto della sua vita, ripensa alla sua vita passata e ai punti salienti che l’hanno caratterizzata, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, affatto complicato da artifizi retorici o bizantinismi, seppure una certa eleganza stilistica emerge dalle pagine caratterizzate da una limpidezza intellettuale rigorosa e ferma. Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo e un insegnante, più legato al mondo universitario e allo studio che alla mera amministrazione del potere sia temporale che religioso, distinto da una spiccata autonomia intellettuale e un certo individualismo che gli causarono anche amarezze e difficoltà come racconta nel periodo in cui scrisse la sua tesi di dottorato, per un pelo rigettata dalla commissione esaminatrice. Amante della natura, sensibile e caratterizzato da una dolcezza e simpatia che difficilmente emergono dalla sua vita pubblica, molto solenne anche se umile. Tutto mi aspettavo tranne che fosse capace di ironia e sarcasmo, ma in alcune pagine spiccatamente polemiche con il nazismo, utilizza proprio l’ironia per demitizzarlo. La parte che mi interessava di più è infatti la narrazione del periodo in cui il nazismo era al potere in Germania e Ratzinger, con pacatezza e serenità, racconta il periodo di grave crisi, di disoccupazione, di incertezza in cui il suo paese visse e se anche più giovane dei suoi fratelli, comprese la gravità della situazione e visse sulla propria pelle la mancanza di libertà che si viveva in una dittatura in cui la fede religiosa era in un certo senso un modo per ribellarsi e opporsi ad un’ ideologia secolare nei fatti anticristiana e non solo antisemita, maturando una sorta di avversione per il Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. La sua fede in un certo senso gli diede il coraggio di rifiutarsi di aderire alle SS, definiti come una vera e propria banda di criminali, quando anche molti lo fecero anche solo per paura. Durante la guerra fu arruolato come studente nella contraerea, fino al 10 settembre del 1944, quando raggiunse l’età del servizio militare, e ricevette la chiamata nel servizio lavorativo del Reich, fino alla caserma di fanteria di Traunstein, e per un caso non fu destinato al fronte. Dopo la morte di Hiltler la speranza che la fine della guerra fosse vicina accrebbe ma proprio questa speranza lo spinse a disertare, con il rischio di essere fucilato appena scoperto. Con l’arrivo degli americani, fu riconosciuto come soldato, costretto a indossare di nuovo la divisa e posto tra i prigionieri di guerra. Dopo la guerra, in una Germania bombardata e distrutta trovare libri era assai difficile ma la lettura di Dostoevskij, Bernanos, Muriac, oltre ai testi teologici, accompagnarono i suoi anni di formazione. Non amava lo sport, una certa timidezza rese i sui primi anni di vita comune con gli altri studenti quasi una tortura, ma la sua sete di conoscenza e la vocazione religiosa furono determinanti per le sue scelte future. Il 29 giugno del 1951 viene ordinato sacerdote assieme al fratello Georg, particolarmente portato per la musica. Dopo aver insegnato teologia per 25 anni il 25 marzo del 1977 viene nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. Da questo momento la parte autobiografica finisce e la narrazione dei fatti è a cura di Giuliano Vigini: l’elezione a cardinale voluta da Paolo VI, e poi l’elezione a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voluta da Giovanni Paolo II. Poi il 19 aprile 2005, con il nome di Benedetto XVI, divenne papa fino alla rinuncia l’11 febbraio del 2013 per dedicarsi ad una vita di preghiera e di contemplazione. Ecco la parabola della vita di un uomo la cui fede ha senz’altro modificato le sue aspirazioni più profonde, mettendo quasi da parte se stesso per una vocazione al servizio, leggendo queste pagine mi sono accorta innanzitutto che un’unica esigenza ha caratterizzato il suo pontificato, riemerge infatti spesso l’esigenza di unità dei cristiani, e la sua ferma volontà nel perseguirla, e anche la coerente consapevolezza della sua debolezza, coscienza che l’ha addirittura portato al passo della rinuncia, atto che leggendo la sua biografia non sembra affatto straordinario e inspiegabile. Ora vivrà nel nascondimento i suoi ultimi anni, forse continuerà a scrivere testi teologici o dispenserà consigli, quello che è certo è che il suo pontificato seppur breve sarà ricordato come retto da un papa teologo, forse inadatto a far uscire la chiesa dal periodo di crisi che attraversa, ma capace di mettersi da parte e dare spazio ad altre forze, altre esigenze. A corollario degli scritti numerose foto in bianco e nero, molte provenienti dal suo archivio privato.
Di solito di uno scrittore si conoscono le opere pubblicate in vita o dopo la sua morte. Ed è proprio grazie a quei libri che noi lettori ci addentriamo nell’universo di un autore, in questo modo oltre a concerei le storie che l’artista delle scrivere ci racconta attraverso le parole, entriamo in contatto con i suoi pensieri, le riflessioni e le opinioni sugli elementi che hanno ispirato un romanzo, ma che in molti casi hanno anche influenzato il corso di una vita. Poi compaiono dei libri – non sempre autobiografie- che ci raccontano la dimensione esistenziale più privata di chi, nel corso della sua esistenza, ha fatto dello scrivere non una semplice passione, ma un vero e proprio lavoro. Ne La meraviglia della vita, edito da Neri Pozza, Michael Kumpfmüller fa compiere a noi lettori un viaggio indietro nel tempo, nei primi anni ’20 del Novecento, alla scoperta dell’ultimo periodo di vita dello scrittore praghese Franz Kafka. Il romanzo biografico è un intenso ed elegante ritratto della relazione tra l’autore de La metamorfosi e Dora Diamant, la figlia di un commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica che dopo la morte della moglie si trasferì a Będzin. Le tre parti tramite la quali Kumpfmüller ha concepito il suo lavoro mi hanno ricordato gli atti di una tragedia caratterizzata da un crescendo emotivo che culmina sì con il fine tragico, ma che alo stesso tempo ha in sé qualcosa di pacifico. Nel libro cronaca c’è l’Arrivare, ossia la comparsa di Kafka nella località di Muritz dove sua sorella Elli è in vacanza con le figlie, ed è proprio qui che il “Dottore” conoscerà Dora Diamant. Tra lo scrittore già sofferente di tubercolosi, ma finalmente lontano dalla città e dai tanti sanatori dove è stato ricoverato, e la giovane cuoca della Casa del popolo nascerà prima un‘amicizia, che un po’ alla volta si trasformerà in una vera e propria attrazione reciproca vissuta dai due con educazione ed eleganza. L’atto secondo è lo Stare, dove Kafka e la sua donna vivono nella Berlino degli anni ’20 senza essere sposati e senza che i genitori di lui conoscano questa realtà. La convivenza è segnata dalla povertà, ma soprattutto dalle ansie e paure dell’insuccesso che tormentano Kafka tanto quanto la malattia che lo sta distruggendo in ogni fibra. Lo scrittore nativo di Praga nonostante sia molto debilitato nel fisico ha una forza interiore che lo spinge a continuare a scrivere e a vivere il sentimento che lo lega a Dora. Tra i due non si creerà solo uno scambio di affetti, ma anche un passaggio di valori culturali. Lui dona alla donna amata il suo “sapere letterario” e lei lo ricambia con il dono di “sapere religioso ebraico”. Purtroppo la felicità non durerà per sempre e il peggiorare delle condizioni di salute del Dottore portano il lettore ad addentrarsi nella terza ed ultima parte – Partire– dove Kumpfmüller ci racconta la permanenza in sanatorio di Kafka. Qui lo scrittore sarà assistito con amore da Dora e dall’amico medico Robert Klopstock in un lento percorso di progressivo spegnimento dell’alito vitale determinerà la fine di Kafka, rendendo per sempre vano il progetto concordato con Dora di raggiungere la terra di Palestina. Attenzione! In La Meraviglia della vita il lettore non compirà un viaggio dentro le opere di Kafka, anche se esse aleggiano nella trama, senza essere mai essere le dirette protagoniste della vicenda, perché l’intento di Kumpfmüller è quello di raccontare – e ci riesce con garbo ed equilibrio – una storia vera evidenziando la forza del sentimento d’amore che legava Dora Diamant a Kafka e che permise a quest’ultimo di vivere in serenità l’ultima parte della sua tormentata e dolorosa esistenza. Traduzione Chiara Ujka.
Traduzione di Vincenzo Mantovani
























