Se vi parlassi di simmetria, cura maniacale di oggetti e dettagli, colori accesi (rosso e giallo, tra i preferiti), microcosmi in cui vivono personaggi che, in realtà, sono uomini – bambini mai cresciuti del tutto quale nome vi verrebbe sicuramente in mente?
Dite la verità, di questi tempi pensereste ad un solo ed unico nome.
Quello di Wes Anderson, regista texano probabilmente noto al grande pubblico per il suo Grand Budapest Hotel (2014), film vincitore quest’anno di ben quattro premi Oscar.
I suoi film possono piacere o no, ovvio, e c’è da dire che, negli ultimi anni, il suo modo di fare cinema è stato proclamato di matrice indie e/o hipster dai più. Grande popolarità e gusti personali (o di nicchia) a parte, Anderson ha alle spalle vent’anni di riprese, di un amore – ossessione per la simmetria, vent’anni di storie in apparenza tanto semplici e godibili alla vista quanto intricate nei rivolgimenti psicologici dei personaggi.
Lo sa bene Ilaria Feole, giovane autrice del saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali, pubblicato nel giugno 2014 dalla casa editrice Bietti all’interno della collana di saggistica Bietti Heterotopia, dedicata appunto al mondo del cinema e della critica cinematografica.
Prefazione di tutto rispetto quella di Peter Bogdanovich che fa entra nel merito del calore umano che traspare dalle storie di Wes, un calore umano connotato in chiave ironica che, scavando nel profondo, non nasconde uno sguardo serio sul mondo che ci circonda.
Informazione a mio avviso importantissima: questo saggio costituisce la prima monografia in italiano sul lavoro del regista di Houston, artista che ama tanto vivere una parte dell’anno in Francia e l’altra in America, in modo da sentirsi straniero in ogni dove. “La sua vera patria, forse, è uno dei mondi inventati che ha edificato per i suoi personaggi”, ci dice l’autrice già dal primo capitolo di questo fantastico volumetto, molto scorrevole a leggersi, ma dettagliatissimo nei contenuti.

Per chi non avesse mai visto film di Wes Anderson, questo saggio si rivela un’utilissima guida, una trascrizione su carta di tutto il percorso registico ed esistenziale del regista. Chi già lo ama, beh, lo amerà senz’altro di più.
Punti fermi nelle trame – non trame dei film andersoniani sono i genitori, i figli e svariate specie di animali. Genitori non sempre presenti (come Royal Tenenbaum e Steve Zissou), figli geni incompresi (si pensi a Max Fisher e ai tre fratelli Tenenbaum, Chas, Margot e Richie), animali sempre presenti sulla scena (tutti i personaggi di Fantastic Mr. Fox, primo film d’animazione di Anderson, ispirato al romanzo di Roald Dahl dal titolo Furbo, il signor Volpe e lo squalo – giaguaro in The Life Aquatic with Steve Zissou). Mi sono azzardata a definirle trame – non trame perché, come ha ammesso lo stesso regista durante la conferenza stampa al Festival Internazionale del Film di Berlino ’14, “Non ho un dono per quel tipo di cose. Ogni film che ho fatto è nato dall’accumulo di informazioni circa i personaggi: chi sono e come è il loro mondo. Solo successivamente immagino cosa potrebbe succedere”.
Le storie raccontate da Wes sono metastorie: partono sempre da qualche spunto: un libro, una rappresentazione teatrale, uno sfondo paesaggistico altamente simmetrico, una lettera.
In quasi tutti i suoi lavori sono gli attori sceglie per impersonare al meglio le caratteristiche di determinati personaggi, come dire, i suoi attori feticcio, a divenire una garanzia del suo stile fiabesco e colorato eppure così attuale: Bill Murray, Anjelica Houston, Owen Wilson e Jason Schwartzman, capaci di interpretare ruoli psicologici di grande rilevanza e profondità con altrettanta leggerezza e caratterizzazione del personaggio di cui rivestono i panni.
Sono quasi certa che non avreste mai immaginato cosa sto per dirvi e vi confesso che neanch’io ci avrei mai pensato, se non avessi letto questo saggio, ma… sì, quello che sto per rivelarvi è verissimo: gran parte delle storie immaginate, raccontate e girate da Wes Anderson contengono moltissimi elementi autobiografici.
Volete qualche esempio? Etheline, ovvero Mrs. Tenenbaum è un’archeologa, proprio come la madre di Wes; i fratelli Tenenbaum sono tre, proprio come nella famiglia di Wes (lui è il secondogenito) e di Owen Wilson, compagno di studi, amico, attore feticcio e co-produttore del regista che ha due fratelli, Luke ed Andrew (anche loro presenti in più di qualche film) e proprio come i fratelli Whitman in The Darjeeling Limited…

E ancora dovete sapere che lo stesso Wes ha frequentato una scuola privata identica a quella di Rushmore. Ce ne sarebbero di altre similitudini e leitmotiv da individuare, ma per non banalizzare quello che è l’immenso ed intricatissimo mondo raccontato in diverse forme e luoghi geografici anche molto lontani tra di loro vi invito a recuperare gran parte della filmografia andersoniana, nel caso ce ne fosse bisogno, e poi consiglio caldamente di leggere il saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali perché ne vale davvero la pena.
Ilaria Feole, critico cinematografico per il settimanale “Film Tv” e la testata online “Gli Spietati”, collabora con i mensili “Duellanti” e “Nocturno”.
Wes Anderson, classe 1969, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Inimitabile ed inconfondibile per stile e per impostazione registica, negli ultimi vent’anni ha diretto, sceneggiato e co-prodotto diversi film, suggello definitivo e climax crescente delle sue capacità artistiche. Le sue storie sono veri e propri mondi a parte dove non esistono veri e propri cattivi e la realtà ci appare filtrata da simmetria, disposizione degli oggetti e colori sgargianti. Filmografia: Un colpo da dilettanti – Bottle Rocket , 1996 (cortometraggio); Rushmore, 1998; I Tenenbaum – The Royal Tenenbaums 2001; Le avventure acquatiche di Steve Zissou – The Life Aquatic with Steve Zissou, 2004; Il treno per il Darjeeling – The Darjeeling Limited, 2007; Fantastic Mr. Fox, 2009 (film d’animazione); Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, Moonrise Kingdom 2012; Grand Budapest Hotel – The Grand Budapest Hotel 2014.
Dal 20 al 25 aprile si festeggia la settimana della Lettura, e Torino aderisce con varie iniziative, in luoghi come le Biblioteche civiche, le biblioteche, la sede storica dell’Università, il Musli, Museo del libro per l’infanzia, con un pomeriggio dedicato a Emilio Salgari, e le case del quartiere, a cominciare dalla Cascina Roccafranca in via Rubino.
Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci, uscito a Marzo per Fazi editore, è un libro misterioso, strano, che mi ha ricordato Italo Calvino, ma anche certi scritti di Alberto Savinio (il fratello di Giorgio De Chirico) e di Iginio Ugo Tarchetti. La sua trama dà come la sensazione di entrare in un mondo surreale nel quale i diversi personaggi presenti portano le loro attenzioni e azioni a focalizzarsi su situazioni di vita quotidiana. Al centro dell’intreccio narrativo creato dalla Guarducci, che con questo libro è alla terza pubblicazione con Fazi, c’è una famiglia nobile fiorentina ormai decaduta, alle prese con una eredità contesa in una immaginaria località della Maremma. La famiglia in questione è quella dei Guastaldi, i cui componenti hanno tutti una caratteristica animalesca derivante da una sorta di malefico incantesimo, o forse più un difetto ereditario dovuto alle unioni tra consanguinei, che porta a far nascere dei primogeniti muniti da caratteri animaleschi e, spesso, mostruosi. La moglie del conte Gherardo, a conoscenza di questa imperfezione e in barba al divieto imposto dal marito, metterà al mondo in gran segreto due gemelli – Ugonotto e Gaddo- che lei stessa, poco prima di morire, affiderà a due contadini dipendenti della famiglia. Ugonotto diventerà adulto e, a conferma della tara genetica, avrà un aspetto disgustoso, ma la sua presenza fisica lo renderà una figura di tutto rispetto che, con il suo solo apparire e muoversi, riuscirà a conquistare le persone e pure gli animali della terra maremmana. E non a caso Ugonotto si sposerà la bella e ricca Marisa. La coppia avrà tre figli, anche loro con caratteristiche fisiche e comportamentali fuori dalla normalità, che in realtà riflettono patologie e comportamenti presenti anche nella società odierna. La vita della famiglia Guastaldi verrà destabilizzata quando da loro arriverà, volando con le proprie ali, come un fulmine a ciel sereno, Gaddo, il gemello odiato da Ugonotto. Questo uomo–pipistrello ha un fascino ammaliante che metterà a dura prova l’animo di Marisa. Il mondo proposto della Guarducci a tratti può sembrare una favola e fuori dalla realtà, ma leggendo con attenzione le vicende dei Guastaldi e comprendendo a fondo i caratteri dei diversi personaggi presenti nella narrazione, ci si rende conto che questi esseri letterari non possono essere etichettati solo cattivi, da una parte, e buoni, dall’altra, perché le caratteristiche del dire e del fare di ognuno dei presenti, rende i loro caratteri un misto di bontà e cattiveria. La presenza di entrambi i valori in queste creature letterarie dagli aspetti animaleschi, li porta ad essere simili agli uomini della realtà, cioè a coloro che come noi lettori stanno fuori dall’intreccio narrativo, a dimostrazione del fatto di quanto una storia scritta possa trasformarsi in uno specchio del mondo nel quale viviamo. Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci è una favola universale per adulti, rimandante alla dimensione dell’inconscio, nel senso che è vero che tutto accade nell’arco di tre giornate del mese di agosto, ma l’impossibilità di dare una collocazione temporale precisa alla vicenda raccontata rende i suoi contenuti validi ieri, oggi e domani. L’atmosfera narrativa, nella quale anche la natura stessa che fa da sfondo sembra essere viva e partecipe alle vicende di protagonisti, è caratterizzata da tinte fosche e noir che incutono timore, ma non fanno paura. Esse pongono il lettore davanti al fatto e alla presa di coscienza che le paure e le preoccupazioni quotidiane della spiantata e originale famiglia dei Guastaldi, forse, sono le stessi di tutto il genere umano.
Il libro illustrato è un qualcosa presente nell’editoria italiana, sia come traduzione di titoli stranieri che come proposta di prodotti italiani, considerato spesso, e non sempre a ragione, riservato ad un pubblico molto giovane.
Per chi frequenta il mondo di manga, cosplay, steampunk e simili, il nome di Anna Castelli torna periodicamente come quello di una personalità eclettica, cosplayer e scrittrice, organizzatrice di eventi e studiosa del Giappone, oltre che intrinsecamente veneziana fino al midollo. Liberi di scrivere ha incontrato Anna per parlare con lei delle sue molteplici e interessanti attività.
La quinta edizione di Mondo d’autore si svolgerà da aprile a giugno a 
Idolatrati da più di una generazione ed emblema di un immaginario che si manifesta oggi in fiere ed eventi in tema sparsi anche qui in Italia, i cartoni animati giapponesi sono passati nella saggistica da una fase di demolizione ad una di esaltazione eccessiva e spesso acritica. I tempi, però, sono maturi per una trattazione più ampia e interessante, fuori dai pregiudizi ma anche dal fandom.
Allora è semplice, ci hanno chiesto di essere uno dei diversi media partner della Terza edizione del Premio letterario “Narratori della Sera”, organizzato dalla casa editrice Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo. Vedrete il nostro logo nella pagina fan ed è la prima volta che aderiamo ad un’ iniziativa del genere.
Aiace Pardon, protagonista di La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon di Alessandra Selmi, edito da Baldini&Castoldi, è un placido senzatetto che bazzica nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Fin qui nulla di strano. L’uomo, come molti altri clochard, riceve qualche spicciolo che gli permette di sopravvivere davvero con poco. Poi, per Aiace qualcosa cambia, perché ogni giorno c’è un misterioso donatore che comincia a dargli prima 5, poi 10, 20, 50 e pure un bigliettone da 100 euro. Pardon, chiamato così per la sua abitudine di scusarsi sempre e con chiunque, avendo problemi di vista non riesce a vedere bene il filantropo che ogni giorno gli da’ sempre di più, ma è colpito da un particolare: il suo benefattore indossa sempre- in barba alla pioggia, al gelo o alla neve- delle eleganti, costose e sempre pulite scarpe. Ad un certo punto Aiace scompare nel nulla e la sua amica di sempre, pure lei una senzatetto, è convinta che sia l’uomo dalla scarpe lustre l’assassino del mite Pardon. La donna, che all’intero commissariato vien scambiata per un fagotto parlante fatto di stracci, denuncia l’accaduto. Tra tutti i membri delle forze dell’ordine c’è solo un giovane poliziotto, Alex Lotoro che, incuriosito dalla clochard e dalla sua incredibile intelligenza, comincia a parlarle e a frequentare con lei, i luoghi dove il povero Aiace trascorreva le sue giornate. La strana coppia scaverà sempre più a fondo nella vita di Pardon, trovando non solo il suo cadavere, ma scoprendo anche la sua vera identità e quel sottile filo che lo lega al suo assassino. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il primo romanzo di Alessandra Selmi, giovane editor lombarda che, in questo giallo ambientato in una Milano uggiosa, rende protagonista una parte del mondo dei senza fissa dimora presenti nella città della Madonnina, facendo conoscere a chi legge le situazioni che hanno condotto i clochard alle loro attuali condizioni di vita; facendoci scoprire anche quello che fanno e i luoghi che frequentano per sopravvivere. Davvero sfiziosa e interessante è poi l’alleanza tra Alex Lotoro e la barbona che lo affianca nella ricerca dell’assassino. Lui è sì poliziotto, ma nei confronti della donna sembra essere una sorta di “scolaretto alle prime armi”, perché la sua aiutante, piccola, goffa e su di età, assomiglia ad una enciclopedia fatta persona. Ad ogni incontro la clochard si presenta a Lotoro con un nome diverso, recuperato dalla letteratura o dalla storia, e lo istruisce su alcuni piccoli, ma importanti dettagli (le scarpe del presunto assassino sono lustre e non lucide; la vittima è stata strozzata e non strangolata), che permetteranno loro di trovare il colpevole. Lei, pungente, ironica e a tratti sarcastica, fornisce nozioni di ogni tipo al giovane poliziotto a volto imbranato, tanto che lui stesso ad un certo punto la apostrofa come «quella palla da bowling che ha mangiato un dizionario» e la ricompensa con dolci sfiziosi per la complicità fornita nell’indagine. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è davvero un poliziesco avvincente, ricco di suspense e di imprevedibili colpi di scena. La Selmi però non si limita a raccontarci la rocambolesca trafila necessaria alla risoluzione del caso, perché lei ci mostra l’umanità, la solidarietà, l’amicizia e lo scambio di saperi che ci possono essere tra persone appartenenti a due mondi diversi. Basta solo andare oltre le apparenze, superare i pregiudizi e tutto diventa possibile.
Bella è una pubblicitaria, una ragazza come tante altre, ma a differenza delle altre ragazze la sua vita non è facile, perché Bella è grassa. A causa della sua mole ha iniziato a farsi chiamare solo B perché non sentendosi bella non le sembra giusto portare il suo nome, le sembra uno scherzo di cattivo gusto.
























