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:: Intervista ad Antonio Gargiulo di Michele Ciardelli

4 dicembre 2009

Caro Antonio, tu sei un diplomato che non ha mai smesso di studiare. Hai fatto e stai facendo attualmente ricerche. Sei stato per anni abbonato ad una rivista di settore. Spiegami, allora, come ha fatto Adriano Gotulani, a convincerti a scrivere un libro erotico a quattro mani!

Carissimo, innanzitutto grazie per questa intervista. Vedo che sei informato sul mio percorso culturale. Come hai detto, sono un appassionato di scienza. Di solito, con questa parola, si limita il campo della conoscenza alla semplice biologia, fisica e astronomia che ognuno di noi ha studiato alle scuole medie. I miei studi e le mie ricerche spaziano, invece, in diversi settori. Conosco da Archimede a Keplero da Galileo a Newton, da Lamark a Darwin fino a Mendel ed Einsten. Dopo aver studiato Einstein, mi sono dedicato anche alla scienza non ufficiale. Un esempio pratico è dato dal fatto che per quanto riguarda l’origine dell’universo, non esiste solo la teoria del big bang, ma ce ne sono tante altre altrettanto importanti e dimostrabili. Questo mi ha spinto a cercare oltre le convenzioni, finanche allo studio di libri, culture e religioni antiche, dedicandomi in particolare allo studio approfondito della geometria e dell’astronomia comunicazionale e sacra. Avevo deciso di raccogliere le mie ricerche in un libro nel 2005 ma mentre cominciavo a raccogliere, sono giunto a fare anche io delle ipotesi e il libro si sta trasformando in trattato. Trattare un argomento non è così semplice e richiede tanto studio, precisione e tempo,  soprattutto perché bisogna accompagnare il lettore piano piano attraverso una specie di tragitto e mentre facevo le pause è arrivato prima il libro "A.M.O.R.E." e poi è arrivato Gotulani.

Parlaci del tuo libro.

I miei libri, teoricamente sarebbero tre: un libro cominciato a 16 anni che non ho mai finito, consegnato ad una casa editrice che lo ha "smarrito" e al mio vecchio dischetto floppy che si spaccò a metà. Di quel libro rimane solo la prima pagina, che ho ritrovato miracolosamente tra vari progetti di veicoli futuristici che avevo disegnato. "A.M.O.R.E" è una raccolta ti poesie, pensieri poetici e articoli redatti dal 2002 fino al 2005. Cinque delle opere contenute sono arrivate in finale in concorsi letterari. La prima pubblicazione del libro, è stata affidata alla Accademia Giuseppe Gioachino Belli, mentre la seconda edizione è stata affidata a Lulu.com che ancora oggi lo distribuisce sia attraverso diversi siti internet, sia attraverso l’ordinazione nelle librerie. “Il viaggio dei Gotulani” parla di un uomo che immagina una scena erotica soft con la donna che ama, poi si addormenta e comincia il sogno di un viaggio di nozze che invece di essere il classico viaggio fatto a due, si trasforma in un percorso di trasgressione che incalza sempre più, facendo diventare i giochi sempre più piccanti in un crescendo di aliti e palpiti fino a interrompersi bruscamente con il risveglio dal sogno ed una lettera d’amore. È usato sempre il presente e si vivrà il libro come se tutto stesse accadendo nel momento stesso in cui si apre una qualsiasi pagina del libro. I personaggi sono “io” e “tu”, io è la parte maschile, tu è la parte femminile, per cui, ogni persona maschio o femmina che sia, entrerà proprio a far parte del libro e divenir lui protagonista vivendo al 100% le ansie, le frustrazioni e le avventure dei personaggi; inoltre ci sono tantissimi spezzoni visti con gli occhi della lei. Il messaggio è chiaro dunque: IL PROTAGONISTA SEI TU CHE LEGGI!

La cosa che subito colpisce del libro è il modo poetico di descrivere l’atto sessuale: con guerrieri e mani che sapientemente lambiscono anfratti, monti e che vengono impreziositi dal nettare più pregiato degli Dei. Riporti anche in questo libro, il tuo animo poetico, nato quando e come?

Posso dire che verso la fine di giugno del 2007 il libro è partito per gioco e si scriveva un giorno si e uno no, fino a novembre dello stesso anno con una grande quantità di scritto. Poi a giugno del 2008 ho preso accordi con Gotulani per tagliare più della metà degli scritti, studiare un inizio e una fine del racconto e racchiuderlo in un libro. Prima di cominciare mi sono documentato su come scrivevano gli altri e siccome non mi piacevano i termini volgari usati in diversi racconti erotici, si è preferito vedere la donna come un vero e proprio mondo: come un pianeta da esplorare. Penso che sia molto più “romantico” vedere la donna in questo modo.

Generalmente in un libro, le parole lasciano spazio alle immagini che ogni lettore si fa, mentre tu hai voluto impreziosirlo con disegni che le spiegassero. Come mai?

Ogni pagina che si scriveva, partiva da un idea iniziale. Si sceglievano le foto più belle da internet ed altre da alcuni disegni del grande Milo Manara. La storia si sviluppava attorno a vestiti o altri piccoli particolari. L’intenzione era non solo descrivere le cose, ma farle proprio vedere con una immagine, quindi dare ai lettori una doppia emozione.

Caro Antonio, tu scrivi un po’ a tutto tondo. Il viaggio dei Gotulani sarà solo un cammeo erotico della tua letteratura, oppure hai intenzione di scriverne altri?

Sì, è  vero! Mi piace variare. Non so se “Il viaggio dei Gotulani” sarà l’unico del genere eros, quello che posso dire è che c’è in cantiere qualche cosa di simile che sto per finire, ma sarà molto molto meno erotico de “Il viaggio dei Gotulani”.

Hai un sogno nel cassetto che vorresti realizzare per quanto concerne lo scrivere? In sostanza: cosa vorresti scrivere che non hai ancora scritto, ma che ti piacerebbe scrivere?

Diciamo che chi legge il mio blog dragossido, ha capito che mi piacerebbe scrivere il seguito de “La storia infinita” (Neverending Story). Ho tanti progetti, ma se li rivelo tutti, finisce la sorpresa per chi mi legge e poi, tengo sempre segretissimi i miei scritti. Una cosa che posso dire è che spero prima o poi di finire il trattato che sto scrivendo dal 2005.

Nel primo libro che hai pubblicato A.M.O.R.E., una raccolta di poesie che spesso fungono da diario, visto che molte poesie sono scritte giorno dopo giorno in cui compare la data, quanto c’è del Gargiulo amatore, romantico e sognatore?

In ogni mio scritto, in ogni mia riga, c’è tutto di me. In ogni singola parola spero di raggiungere chi mi legge e trasmettergli le mie emozioni e pensieri. Lascio dunque giudicare a chi mi legge se sono davvero romantico, se sono davvero sognatore e se sono davvero amatore.

Adesso non puoi non darmi una descrizione di te.

Sono sincero, romantico e molto sensibile. In gruppo non cerco mai di mettermi in mostra, ne di prime
ggiare a tutti i costi. Sono timido molto silenzioso e mi piace ascoltare, non mi piace parlare a tutti i costi come un chiacchierone, ma parlo solo quando sono completamente sicuro di essere ascoltato e di lasciare un messaggio corretto e preciso a chi mi ascolta. Sono molto chiuso e mi apro difficilmente. Posso dire che, in un certo senso, ho fatto della scrittura, anche un modo per farmi conoscere. Altro non so che dire, lascio giudicare a chi mi conosce.

Come ti organizzi per scrivere. Segui un “percorso” che ti sei prefissato, scrivi quando ti va, oppure?

Per quanto riguarda il trattato che sto scrivendo, devo per forza di cose spiegare punto per punto quello che conosco e spiegarlo per bene per accompagnare per mano il lettore alle conclusioni alle quali sono giunto io. Cercherò di impegnarmi al massimo per effettuare questo compito e spiegare in modo semplice. Per quanto riguarda il resto, scrivo a braccio, senza regole e senza una linea guida. Seguo solo quello che esce dalla mia testa e dal mio cuore. Adesso ho cominciato due racconti: "La piscina" (racconto visto con gli occhi di donna) e "L’imperatrice bambina" (seguito de "la storia infinita") ma di nessuno dei due conosco ne i risvolti ne tanto meno il finale. Comunque sono molto sensibile alle variazioni, quindi se sto attraversando momenti difficili, ho difficoltà anche a scrivere.

Ho notato nel tuo modo di scrivere che usi molto i punti di sospensione, insomma i tre punti consecutivi. Li hai usati molto anche nelle tue poesie. Come mai? Vuoi sempre lasciare in sospensione il lettore a vagare con i suoi pensieri che tu hai provocato?

Si, mi piace lasciare il lettore vagare nei pensieri, perché i puntini sono anche i miei pensieri e se il lettore vaga negli stessi pensieri miei allora sono riuscito a raggiungerlo al 100%.

Se tu dovessi fare lo sceneggiatore del film del tuo libro, come lo imposteresti?

Questo non lo so!

Come mai una persona dovrebbe comprare il tuo libro?

Potrei dire che per quanto riguarda "il viaggio dei Gotulani", credo che sia una delle prime volte che ci sia un libro del genere eros scritto in modo delicato e, se non altro, è la prima volta in cui il protagonista è chi legge, uomo o donna che sia e può vivere il libro in ogni momento in cui apre una pagina qualsiasi dello stesso. Una novità per i lettori del genere eros, ma anche un libro per maggiorenni che vogliono avvicinarsi al genere. Spero di lasciare un pizzico di me in chi mi leggerà.

Nell’immagine che appare nella quarta di copertina, c’è la tua foto dove dai l’impressione (almeno a me) di essere un po’ un sognatore. Ti senti tale?

Sono stato già definito tale diverse volte e mi sento anche tale: ho sempre la testa tra le nuvole.

Io ringrazio l’amico Antonio prima di tutto per l’amicizia che mi ha regalato e poi per avermi concesso, a me che intervistatore non sono, queste “confessioni”. Io personalmente vi invito a leggere questi due libri che sono diametralmente opposti, ma dove la poesia è il punto d’incontro. Non c’è avvenimento nel libro Il viaggio dei Gotulani dove non si respiri poesia. L’atto sessuale è un abbandono totale dei sensi che si fondono perfettamente: perversione, sogno, divertimento, voglia di osare, senza mai perdere di vista il concetto base di un rapporto di coppia. Il rispetto.

Recensioni di Alessandro Burbank: -IN APNEA- di Julian Zhara

1 dicembre 2009

Provate ad immaginarvi in un passato bucolico e illibato. Incastonati in un’amaca d’acanto, all’ombra di due faggi a leggere un libro di poesie. E che quel libro d’un tratto vi porti in una realtĆ  parallela.Un mondo virtuale e irrazionale, bellissimo.Un mondo fantastico, di giochi, di arcobaleni di cherubini e spicchi di luna crescenti.Ecco, questo accade perchĆØ non state leggendo ”IN APNEA” di Julian Zhara.Aprendo il libro di Julian Zhara verrete catapultati nei marciapiedi della vostra cittĆ , nella periferia dell’incubo senza passare per il sogno ormai consumato e troppo idealizzato.Vi troverete in una sorta di Apnea emozionale sprofondati negli inquietanti abissi dell’anima. E scoprirete che l’anima non ĆØ solo la trasfigurazione delle viscere ma ĆØ anche il mezzo ultimo dell’orrore per se stessi e per il mondo circostante. Un abisso sub-cutaneo dove, per la falsitĆ  e l’ignoranza dell’attuale societĆ , diviene meno profondo e porta il suo ribrezzo sulla superficie epiteliale.Ā Julian Zhara nella sua poetica incontra l’essere umano attraverso accese ed aspre discussioni bevendo sangue al bar, tra se stesso e ”la scenografia intorno” tornando alla ”forma primordiale”della poesia e della visione della vita; ”poichĆ© l’essere umano ĆØ una molla incline allo stato più esteso…” che alla fine ”si ritira nel suo confine originario”. Ed ĆØ proprio in quel confine disilluso e disincantato, non per sua volontĆ  ma per ”un tetro contratto” sancito alla nascita, che vive il poeta, ”oscuro anti-eroe arcano” …” non…più umano, ma maschera di paure”.Ā La caratteristica fondamentale del linguaggio poetico di Julian ĆØ la frenetica ricorrenza di termini biologici per esplicare o semmai negare concetti ultrabiologici.

”Amico.
Piscia l’ umor nero
Dalle viscere.
Finiti attimi
Di eterna catarsi.”

(ASCESI pg.12/48)

Si vede qui limpido e liquido (come chiare fresche dolci acque) che la purificazione dell’anima avviene attraverso il corpo, il quale non ĆØ un limite, ma l’unica sicurezza, ĆØ sostanza finita; sensibile ai cambiamenti esterni ad esso, di sofferenze e umori che sfociano metaforicamente come urine nell’eterno mare della purezza.Ā La domanda dunque sorge spontanea: Esiste il concetto di anima secondo i versi dello Zhara? La risposta ĆØ tutt’altro che semplice. La mia ĆØ si.Ā PerchĆ© il poeta come ”astro, sogna carnali i primordi della creazione” in quanto il poeta ĆØ anima di se stesso. E dentro di lui troverĆ  tutte le risposte. L’essere poeta ĆØ una scelta dettata dal tracciato vivere…ed ĆØ l’organismo che riceve l’ispirazione folgorante. L’antenna ricettiva ĆØ il cervello, che scatena gli altri organi in un tripudio dei sensi, come quando ”l’odore penetra i sensi va diritto al petto” e quando ”l’occhio stupito accetta l’invito della fantasia” nei versi di NOTTURNO.L’anima sono solo i bordi di un contenitore nel quale la sensibilitĆ  e la superficialitĆ  epidermica riempiono di significato la sopravvalutata spiritualitĆ  metafisica del corpo umano.

”Prostrarmi a un certo -Io-
a cui auspico il peggio?!
EstrĆ neati da questo corpo
anima a noleggio!”

(TEMPIO DELL’ORGOGLIO pg.25)

Ed ĆØ quest’anima a cui si ĆØ attribuita, nel tempo, attivitĆ  sine-corpore; a cui abbiamo creduto quando dicevano che esisteva un mondo interiore. Un mondo stuprato che il poeta rifiuta categoricamente vomitando quasi di getto questi versi riassuntivi della sua filosofia. CosƬ in un corpo vivo grazie ai sensi e alle percezioni di realtĆ  Julian Zhara comprende la non esistenza dell’anima dando l’impronta principale della sua poetica, e questo mi mette i brividi, all’amore. L’amore come due esseri uniti nella rispettiva nuditĆ  umana (troppo umana) e non il sentimento oggetto di due persone che stanno assieme.L’amore come redenzione e respiro dei sensi come unica via: ” Una freccia splende mi indica il cammino” seguendo la quale il poeta potrĆ  trovare l’ossigeno necessario per respirare quell’ -Aria- che ĆØ il respiro, esalato dalla propria amata, il quale diventa ”musica rapita dal vento, silente sinfonia”Necessaria sinfonia, aggiungerei, necessarie note nella notte dove l’ ”aria senza note ĆØ aria di morte”. Il sentimento cardiaco ĆØ la chiave, il cervello, la pelle, le mani dell’esistenza. L’alternativa ĆØ la morte apparente, la morte per asfissia…Ā Julian Zhara ”tra il nulla e l’essere, l’essere e il definire” questo poeta ”esiste”/resiste in Apnea nel mare della vita ”nell’eterno divenire” grazie al respiro d’Amore che ĆØ ”la piu empirica prova dell’umano percepire”.

:: Intervista a Marilù Oliva

23 novembre 2009
repetita[2]Benvenuta Marilù  su Liberidiscrivere è un vero piacere per me intervistarti. Iniziamo con le presentazioni di rito. Raccontati ai nostri lettori. Apprendo dalla tua biografia che insegni lettere alle superiori. Che tipo di “proffia” sei? Come ti descriverebbero i tuoi alunni?

Il piacere è  mio, Giulia, grazie per avermi dato questa opportunità. I miei alunni direbbero per prima cosa che son cattiva, poi aggiungerebbero che cerco di accostarli alle mie materie –italiano e storia– in maniera piacevole. Sono un’insegnante che sperimenta, in classe facciamo tante attività parallele all’italiano: telegiornale e libreria in classe, molto cinema ma con spirito serio, produzione di una raccolta di racconti di classe, lavoro sulle fonti in storia. Insomma, sono ragazzi delle superiori e cerco anche di farli “giocare” con le mie materie, la mia priorità è che le imparino anche divertendosi e questo lo apprezzano. É logico che un pochino devono anche studiare. Son sempre disponibile per ogni forma di recupero, ti dirò che spesso ci sono anche dei momenti simpatici in classe, però c’è una cosa dalla quale non riesco proprio a prescindere: il rispetto. Oggi non è come ai nostri tempi, oggi gli allievi non hanno la concezione della distanza adulto-adolescente, arrivano e pretendono loro di insegnarti a insegnare. Ecco, quando fanno confusione, quando non rispettano le regole, quando fanno gli arroganti mi arrabbio e divento cattivissima. Più o meno succede i primi dieci minuti. Poi le acque si calmano, loro fanno i bravi e io mi rassereno subito.

Raccontaci un aneddoto curioso che ti ha particolarmente divertito.

Io non ho mai detto ai miei studenti che scrivo. Ma quelli, figurati, l’hanno scoperto lo stesso!! L’altro giorno entro in classe e mi assalgono: «Prof, ha scritto un libro?» «L’abbiamo vista su Internet!» «Ho visitato il suo sito!» Insomma, gran baccano. Poi, in mezzo alle voci, si alza una ragazzina simpatica che mi fa morir dal ridere: «Prof, ma allora lei è famosa!». É molto curiosa la loro concezione dell’ “essere famosi”!!!

Hai un blog interessantissimo dove intervisti prevalentemente scrittori. Quale è l’intervista che ti ha divertito più fare e dimmi quali sono i segreti per fare una buona intervista?

Grazie per l’ “interessantissimo”. I segreti per fare una buona intervista non hai bisogno che te li dica perché tu già fai delle domande molto, ma molto stuzzicanti. In generale mi documento sull’autore e le curiosità scaturiscono abbastanza spontaneamente. Non voglio essere politically correct, ma veramente mi hanno divertita praticamente tutte le interviste che ho fatto per il blog, perché la natura stessa delle “oltraviste/oltre le interviste” implica botta/risposta, ironia, tono scanzonato. Mi ha fatto davvero piacere scoprire il lato più quotidiano di questi artisti. Posso dirti che Alan D. Altieri è uno di quelli che mi han dato più soddisfazione. Che ho scoperto una delicatezza sensuale, in alcune scrittrici, una disponibilità al gioco, grandi passioni: basta leggere, per le donne, gli ultimi baci che hanno dato.

marilùSei stata selezionata tra gli antologizzati del premio Lama e Trama. Ci parli del tuo racconto?

Mi ritengo molto onorata di rientrare nella rosa degli antologizzati perché Lama e Trama è uno dei pochi concorsi seri dedicati al racconto noir. I giurati non sanno niente dell’autore perché ogni racconto viene siglato non dal nome ma da un codice. Quest’anno poi, la giuria era composta da un trio eccezionale e, a mio avviso, completo: Elisabetta Bucciarelli, Al Custerlina, Diana Lama. Il racconto che ho presentato credo che sia, in assoluto, la cosa più terribile che ho scritto fino ad oggi. Comincia con una mamma, in piena depressione post-partum, che parla del suo neonato, a pochi passi da lei. L’idea della morte la avvolge. Il flusso del pensiero viene alternato da continui flash-back sul passato della protagonista, che si rivolge alla madre scomparsa, infatti il racconto si intitola: «Lettera a una madre mai stata».

Parliamo ora di Repetita il tuo nuovo libro edito da Perdisapop. Una cosa mi incuriosisce, tu che sei una persona così solare e lucente, come ti definisce Cristina Zagaria, dove hai trovato ispirazione per scandagliare una personalità così oscura e tormentata come quella del protagonista Lorenzo Cerè?

Mi sono accostata alla criminologia seriale, sia statunitense che italiana che europea in generale, e l’ho studiata per due anni. Naturalmente questo mi ha procurato un carico d’angoscia non indifferente perché non riuscivo ad affrontare quei casi con lo spirito distaccato della studiosa, ma stavo molto male. Così ho partorito Lorenzo Cerè, la summa di molte biografie lette, reinventata sulla base di spunti reali.

Pensi che la vita di molti criminali sia segnata da un infanzia di abusi?

Non solo lo penso. Ne ho conferma incontrovertibile dalla letteratura criminologica. Le poche eccezioni che si discostano dalla prassi sono o false (non supportate da adeguate testimonianze) o, appunto, eccezioni che confermano la regola.

Luigi Bernardi e Antonio Paolacci hanno scelto questo libro. Perché pensi li abbia colpiti così favorevolmente? In cosa hai portato una ventata di aria fresca nel genere che tratta i “serial killer”, genere tra l’altro più diffuso in America che in Europa?

Penso che il dato originale di Repetita sia il fatto che affronto un tema già ampliamente utilizzato –i serial killer- in chiave inedita: in primo luogo lo faccio in prima persona, mi calo nella follia, racconto tutto, quanto lui soffre, cosa infligge alle sue vittime, cosa ha dovuto subire. Poi vi è in sottofondo un discorso molto importante sull’ineluttabilità del male, in determinate circostanze. Infine, credo che possano essere di interesse anche i riferimenti storici. Questo è un mio pensiero, ma non ne son certa. La vera certezza è che mi fido di Antonio Paolacci e so che Luigi Bernardi è un grande professionista e questo è quanto. Possono arrivarmi critiche negative (ben vengano, io credo molto alle critiche costruttive) o demolizioni gratuite, io la mia conferma l’ho già avuta, la prima, ed è quella che per me conta di più.

Sempre parlando di Luigi Bernardi se dovessi intervistarlo quale è la domanda più  indiscreta che gli faresti?

Inutile: Luigi non risponde alle domande indiscrete. E, delle volte, neanche a quelle discrete.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Dante è l’artista italiano che ho letto e riletto di più. Sconfinando, la mia passione mi riporta in Latinoamerica e quindi ti cito Gabriel Garcia Marquez. Questi e i classici sono
gli autori di formazione. Per quanto riguarda gli autori attuali di riferimento, io leggo tantissimo i nostri noiristi, alcuni dei quali considero grandi maestri.

Parliamo ora della tua Bologna. Che città è ? Ti piace viverci? 

Ho sempre amato Bologna, di un amore istintivo che non prevede razionalizzazioni. Di fatto ci sono molte chiusure, nella mia città, che non approvo. Ma tutto sommato mi piace viverci.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare “Sì finalmente mi hanno capita”.

Fino ad oggi ho ricevuto delle recensioni davvero gratificanti. Sono molto onorata di essere stata recensita da artisti come Marenzana, Zannoni, Di Marino, Vittoria A., Michele Fiano di Sugarpulp. Un commento molto emozionante l’ho letto su anobii, una lettrice che ha messo il massimo delle stelline (4) dicendo: BELLISSIMO!!! meriterebbe otto stelline!

:: Intervista a Christian Lehmann

18 novembre 2009
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AFP PHOTO / THOMAS SAMSON (Photo by THOMAS SAMSON / AFP)

Benvenuto Christian su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te i tuoi studi , il tuo background.

Sono un medico di medicina generale dal 1984 nella regione di Parigi e sono uno scrittore, il mio primo romanzo ĆØ stato pubblicato nel 1988.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

Ho sempre scritto sia da bambino che da adolescente perchĆ© amavo raccontare storie. Arrivato all’etĆ  di scegliere una carriera mi sono accorto che non avevo niente di speciale da dire sul mondo e ho messo da parte la scrittura per dedicarmi alla medicina. Senza che me ne accorgessi la medicina ha fatto di me uno scrittore.

Ti ispiri ad avvenimenti reali quando scrivi le tue trame?

Probabilmente si ma resta un mistero per me. Credo che per ogni scrittore sia cosƬ una storia nasce lentamente la si costruisce per strati.

Quali autori ti hanno influenzato?

La lista ĆØ lunga vorrei ricordare Howard Philips Lovecraft, Philip Roth, Henry Miller, Lawrence Durrell … alcuni autori francesi.

Raccontaci qualcosa di ā€œNo Pasaran: Le jeuā€.

E’ il mio primo romanzo pubblicato in gioventù, un successo internazionale totalmente inaspettato. Attualmente in corso di adattamento in fumetti.

Sei molto coraggioso Ā nella tua denuncia dei mali del sistema sanitario contemporaneo in Francia. Puoi dirci qualcosa sul tuo impegno.Ā Ā Ā 

Coraggioso? Ah se solo fosse sufficiente a cambiare il sistema. No oggi ritengo di essere sul belvedere del Titanic e vedo l’iceberg molto prima della collisione, ĆØ inutile angosciarsi prima degli altri, in un sistema dove il potere politico ĆØ nelle mani di gente totalmente e fondamentalmente incompetente, le questioni finnazierie dominano e il sistema dei media ĆØ bloccato cosƬ come avviene in Francia.

Sei uno scrittore molto impegnato sensibile ai temi etici e sociali. PerchĆØ hai scelto il genere noir?

PerchƩ il noir permette di esplorare la natura del male e le menzogne in cui viviamo.

Riguardo ad ā€œUne question de confianceā€più che un noir hai forse voluto scrivere un romanzo sulla solitudine? Tutti i personaggi sebbene in maniera diversa sembrano cosƬ soli.

Ho voluto esplorare l’evolvere del personaggio principale, un uomo che ha tradito i suoi ideali di gioventù, ma richiamato dai suoi vecchi amici ĆØ sommerso dai ricordi di un tempo ed ĆØ in bilico costantemente sul filo: agisce in risposta aĀ  cosa ci si aspetta da lui e ci sono momenti in cui può essere considerato persino un eroe poichĆ© agisce contro il proprio interesse anche se questo agire onesto ĆØ forse solo dovuto al fatto di non volere rovinare l’immagine positiva che gli ĆØ stata restituita in modo imprevisto.

ete2008 336Hai visto la copertina dell’ edizione italiana del ā€œIl seme della colpaā€ di Meridiano Zero? Non ĆØ un immagine perfetta per riassumere il senso profondo del libro? Personalmente mi ha ricordato le marine del pittore italiano Sandro Luporini.

Purtroppo al momento tu sei l’unica persona che mi ha informato dell’esistenza fisica del libro. (Sorride).

Altri progetti per versioni italiane dei tuoi libri?

Non ĆØ nelle mie mani…

Che cos’è per te il noir? Come avviene per molti altri scrittori il noir ĆØ sempre più solo una scusa per parlare di altre cose dell’uomo, della societĆ , della provincia, delle nostre paure distanziandosi dagli stereotipi di genere.

Il noir come ha detto Robin Cook esplora la pila di sporcizia che può scivolare sotto il tappeto. Scrivo romanzi polizieschi perché il male esiste, disse, come la mangusta con il serpente.

Sei uno scrittore, un giornalista, un medico. Tre professioni molto diverse, sei forse in grado di trovare un filo comune, qualcosa che le unifichi?

Non sono un giornalista, ĆØ una definizione del CV obsoleta da molto tempo. Al massimo sono o ero un avversario politico. Difficile fare altrimenti quando si ĆØ governati da dei perversi narcisisti.

Scrivi libri per bambini? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.Ā 

Mi dispiace dovrete aspettare che traducano in italiano la mia autobiografia ā€œUn educazione ingleseā€.( Sorride)

Raccontaci qualcosa di ā€œPatients si vous saviez. Confessions d’une medicin generaliste.ā€. E’ un autobiografia ironica?

No, ĆØ un libro che racconta minuto per minuto la vita di un medico.

Ti piace l’esistenzialismo di Derek Raymond? Ti ha influenzato?Ā 

Si certamente. Io tendo, voi l’avete notato a chiamarlo con il suo vero nome Robin Cook. Per me “Il seme della colpa” ĆØ esistenzialista come alcuni commentatori italiani hanno scritto. Anche se sono piuttosto sospettoso perchĆØ in genere i filosofi fanno della ben cattiva letteratura, applicando al romanzo dei messaggi precostituiti. Se il libro ĆØ esistenzialista non riferirei questo ad una dottrina ma per sĆØ per lui stesso. Per me Laurent Sheller ĆØ un uomo che per troppo tempo si ĆØ visto attraverso lo sguardo della televisione e dei media. In cambio della notorietĆ  non sa più chi ĆØ.E durante tutto il libro questo personaggio tenta di riappropriarsi della sua identitĆ . Infatti Laurent Sheller dopo tanto tempo inizia ad agire secondo gli ideali della giovinezza, semplicemente perchĆØ i suoi amici di allora hanno conservato una certa immagine morale dell’uomo che fù, spingendolo a cercare di riconquistare questa identitĆ . Laurent Sheller sia per il meglio che per il peggio non esiste che in questo gioco di specchi.

Cosa stai leggendo al momento?

ā€œThe Humblingā€ l’ultimo libro di Philip Roth , magistrale.

Che cos’è per te la libertĆ ? Un utopia? Uno stato d’animo?

Una cosa impossibile. In effetti quando voi vi sbarazzerete di Berlusconi?Ā 

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri? Ā 

Leggo, guardo films. L’importante delle ricerche per un libro e di dimenticarsene subito. Si cerca di scrivere un libro non di dimostare ad un professore di aver lavorato bene.Ā 

Ti piace Leo Malet?

No.Ā 

Raccontaci qualcosa della tua Parigi.

Parigi ĆØ una cittĆ  dove ho vissuto, dove ho studiato. Ma la mia cittĆ  preferita ĆØ Londra.

Raccontaci qualcosa di tribù. Esiste una verisone cinematografica?

Si c’è una versione cinematografica prodotta da Yves Boisset del 1990, l’anno che il libro uscƬ. Ero assistente sul set e lo ricordo molto bene anche se il film ĆØ molto datato. Lo era anche alla su auscita.(Sorride)

A quali progetti stai lavorando?

Ad un adattamento in fumetto di ā€œNo pasaranā€. Al rovesciamento del governo francese. Pranzo.

Recensione su Pegasus Descending

:: Intervista con James C. Copertino

16 novembre 2009

angeli neriBenvenuto James su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. I tuoi studi, le tue passioni, la tua infanzia, il tuo primo amore.

Ciao, prima di tutto grazie per l’intervista, è davvero un piacere e un onore essere ospitato qui tra le pagine di uno dei miei siti di cultura letteraria preferiti. Sono nato in un periodo un po’ buio per la storia del mio paese, i miei genitori mi hanno fatto capire fin da subito che se volevo qualcosa avrei dovuto guadagnarmelo sul campo per poi difenderlo con le armi e con i denti. I miei studi sono stati sempre orientati in campo scientifico, soprattutto nel campo dell’informatica anche se per ovvi motivi ho studiato per una vita materie militari, che possono essere una scienza discutibile ma oggettivamente complessa, e che non si limita alle istruzioni per tirare un grilletto o indicarti la via più breve per andare da A a B. Il mio primo amore è stato un cane pastore maremmano, ma tranquilli: ero talmente piccolo che si trattava di un rapporto puramente platonico (anche se denso di effusioni e baci). Non sono un guerrafondaio ora come non lo ero da giovane, non ho mai amato uccidere o fare del male e non sono cosi nemmeno adesso. Sono un appassionato di militaria e di storia e praticavo sport agonistico fin da piccolissimo. Sono un drogato di adrenalina. Questo si. Il mio passato mi ha reso abbastanza competitivo soprattutto nei confronti del peggiore avversario di tutti noi: se stessi. 

Quando hai deciso che saresti diventato scrittore? E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Non sono uno di quelli che è andato per gradi iniziando a frequentare il mondo editoriale magari come giornalista o critico, pubblicando poi qualche racconto e arrivando infine al traguardo del romanzo. Per carità, pieno rispetto per chi ha intrapreso un cammino di questo tipo che probabilmente è la strada consigliabile per approdare a una meta. Nel mio caso ho dovuto prima convincere me stesso di essere uno scrittore: decidere fermamente e investire parte del mio tempo nel voler scrivere una storia che appassionasse prima di tutto me, a prescindere da quello che ne avrei fatto. Questo perché mettere le tue idee su carta è una cosa, ma chiudere un romanzo è un film molto più complesso. Solo dopo un paio di tentativi ho avuto un prodotto finito in mano e ho pensato che per quello che erano i miei gusti di lettore non sarebbe stato poi un delitto pubblicarlo. Il destino e un pizzico di fortuna mi hanno dato ragione. 

Hai avuto una vita molto avventurosa. Quanto le tue esperienze personali hanno inciso nel tuo lavoro di scrittore?

In ambito militare ci sono situazioni in cui si studia e ci si prepara molto per qualcosa. Quando si fa bene il proprio lavoro, la preparazione è  addirittura più impegnativa dell’azione stessa. Spesso poi le cose non vanno come dovrebbero: qualcosa non si può più fare o qualcuno impone dei limiti che non devono essere superati. Il tuo cervello però va oltre: ha metabolizzato una serie di processi e di informazioni e si sente in catene a poter rendere solo al 20% delle proprie possibilità. L’esperienza della scrittura è una valvola di sfogo per immergersi in un mondo dove gli unici freni esistenti, sono quelli fittizzi imposti dalla propria fantasia. Un universo dove il gioco del “cosa sarebbe sucesso se…” trova finalmente una risposta. Molti dei miei libri si fondano sulla solida base della mia esperienza in determinati settori tecnici. In questo senso c’e’ realismo non tanto perché c’e’ il nome giusto al posto giusto, quanto perché nel descrivere l’impaziente attesa prima di una azione, l’adrenalina di lancio da alta quota o la scarica di nervi nel vedere la canna brunita di una pistola che ti punta nell’occhio, ci ho messo le emozioni che ho collezionato in una vita. Molto di quello che scrivo non esce solo dal mio cervello, ma anche dal mio cuore. 

9788895049205gRaccontaci qualche aneddoto curioso che ha coinvolto te personalmente o la gente che hai conosciuto in questi anni.

Ci sarebbero molti e incredibili racconti tragicomici di vite appese a un filo e che hanno a che fare con la sfiga e la paura. Il bello è che, ci crediate o no, si tratta di storie assolutamente vere. C’e’ quella volta in cui dopo una lunga nuotata ho avuto a che fare con uno squalo che purtroppo, povero lui, ignorava il fatto che fossi armato di doppietta a canne mozze. Oppure quando nei Balcani mi sono avvicinato ad un cadavere in preda al rigor mortis, che stringeva ancora tra le mani una bomba a mano senza sicura: quando ero ad un passo da lui, per qualche incredibile ragione, l’ha mollata ed è saltata via la leva di scatto che l’ha innescata e fatta esplodere qualche secondo dopo mentre io rotolavo in direzione opposta. In tema aereo mi è capitato di lanciarmi con il paracadute da solo poiché  dopo la mia uscita il lancio è stato annullato per le proibitive condizioni meteo. Più che altro sono stato lanciato io per una svista di chi coordinava. Quando sono arrivato a terra – e non è stato affatto semplice arrivarci intero – il cielo era tutto coperto dalle nuvole e aspettavo da un momento all’altro di vedere il resto dei ragazzi, che ovviamente non arrivò mai. Infine c’e’ stata quella volta in cui avevamo preparato una buca con ben mille chili di materiale esplosivo da distruggere, e dopo aver mandato via tutti, siamo rimasti in tre a innescarla per poi accendere la classica miccia. Quando ci siamo apprestati ad allontanarci la nostra jeep si è spenta e non c’era verso di farla ripartire. Non c’era modo di disinnescare la buca e avevamo ancora cinque minuti prima dell’esplosione. In meno di due minuti ci siamo affardellati di armi, radio e munizioni e abbiamo preso a correre più velocemente che potevamo, ringraziando il cielo per il fatto che lo facevamo quotidianamente per tenerci in forma. Quando la buca è esplosa eravamo a quasi un chilometro di distanza: Il fragore ha fatto tremare la terra sotto i nostri piedi. Sono ancora qui. Penso che un giorno la pagherò per aver sfidato troppo a lungo il mio destino. Pensò che morirò in modo molto stupido, forse scivolando su una buccia di banana. Quello che m
i piacerebbe è addormentarmi in cima di una montagna riscaldato dalla luce del sole. E non essere più trovato. 

Senza voler sembrare retorica vorrei spendere qualche parola per il coraggio dei nostri ragazzi militari all’estero. Pensi si potrebbe fare qualcosa per  far capire quanto rischiano per tutelare la nostra sicurezza?

Ancor una volta devo ringraziarti per aver toccato un tema che mi sta molto a cuore: I militari italiani.  Sono uomini e donne chiamati a svolgere lavori duri caratterizzati da compiti delicati, spesso rischiosi, che per essere portati a termine necessitano di ferrea determinazione nell’assumersi notevoli responsabilità e prendere decisioni importanti anche in pochi decimi di secondo. I nostri, tra gli eserciti della NATO, sono anche quelli caratterizzati da una spiccata umanità che non gli impedisce comunque di assolvere in maniera pienamente soddisfacente il mandato affidatogli. E non si tratta di soldati “Ryan” da salvare come spesso qualcuno cerca di farci credere. Preferisco definirli persone consapevoli: Professionisti, preparati e addestrati, ben equipaggiati e all’avanguardia in molte specialità. In alcuni campi sono addirittura i migliori. I migliori del mondo. E’ per questo che gli italiani possono fidarsi e andare fieri di loro. 

Hai girato il mondo, qual’è il paese che ti è rimasto nell’anima.

L’Afghanistan, terra martoriata ma bellissima, con paesaggi mozzafiato e popolata da uomini straordinari. 

Ti è mai capitato di interrogarti sul senso ultimo della vita, sui grandi sistemi?

Ci penso spesso. Anzi, ci penso sempre. Non è facile spiegare perché  dopo essere stati vivi con mille sogni e paure, avendo provato molti sentimenti, forse qualche gioia e certamente molto dolore si possa morire dopo una lunga agonia o in una frazione di secondo che spenga simbolicamente la luce nel nostro universo interiore. Non mi spiego anche perché nel mondo ci sia cosi tanta sofferenza e perché sia la malvagità a dominare il quotidiano. Però  credo in Dio, o in come lo si voglia chiamare nei quattro angoli del globo, e questo mi basta.  

Temi come la giustizia, la libertà, il coraggio sono importanti nei tuoi libri?

Nei miei libri non voglio imporre modelli di vita ne dare un senso assoluto di ciò che è giusto fare o ciò che è sbagliato. E’ vero però che astraendo il concetto, i miei libri pongono sempre come obiettivo finale il mantenimento di uno Status Quo costantemente minacciato e da difendere spesso con la vita stessa. Viene proposto certamente un modello di bene e male, che non è però assoluto ma individuale, risultando tanto più sfumato eppure significativo. Purtroppo è vero che la giustizia non è di questo mondo e non esiste nemmeno in una natura che tuttavia si muove in modo del tutto sincronizzato. La libertà, soprattutto quella intellettuale e il coraggio, anche quello di resistere e non solo quello aggressivo, sono però il fine ultimo e l’unico mezzo possibile per conseguirlo.  

Quali sono i tuoi maestri letterari? Quali scrittori ti hanno più influenzato?

Frederick Forsyth per la puntuale caratterizzazione dei personaggi e dello scenario. Poi Ken Follet, Tom Clancy e Gerard del Villiers che per motivi diversi, sono tra quelli che mi è piaciuto leggere e certamente quelli che reputo tra i massimi esponenti del thriller geopolitico e dello spionaggio d’azione. Tra gli autori italiani invece, che esattamente come i militari non sono secondi a nessuno, mi piacciono molto Valerio Evangelisti, Claudia Salvatori, Alan D. Altieri e l'inesauribile Stefano Di Marino. 

Nel 2008 hai pubblicato la Coda del Diavolo, vuoi introdurci nel tuo mondo letterario?

La Coda del Diavolo è un thriller militare che ruota attorno alle avventure di un gruppo interforze di teste di cuoio italiane, coinvolto in un complesso intrigo internazionale dove più ingranaggi della macchina del terrore si uniscono alla ricerca di un arma definitiva che se correttamente sviluppata, potrebbe dare a numerose organizzazioni sparse per il mondo e a governi pirata uno strumento letale in grado di sovvertire rapidamente gli esiti di una guerra. E’ un opera abbastanza varia, che descrive vari aspetti del mondo delle forze speciali, dagli interventi per il recupero degli ostaggi, al disinnesco di una bomba, passando per l’infiltrazione subacquea  o i lanci in caduta libera. Volevo scrivere una storia che fosse appassionante e divertente ma che per certi versi fosse anche un saggio sulla natura delle operazioni speciali. Dal punto di vista umano c’e’ una certa dose di violenza, di sesso e tanta, tantissima azione al cardiopalma. 

Angeli neri -l’ultimo agguato Armando Curcio Editore è un romanzo ibrido tra l’action bellico e il police procedural. Come consideri questi due generi? Sono la nuova dimensione dell’action di avventura?

Sono due generi molto diversi ma che possono avere un comune denominatore: rappresentare fedelmente le attività di un settore specifico, non facendo mancare azione e uno sfoggio di tecnologia al servizio dell’intrigo. Alcuni autori interpretano questo tipo di romanzi come dei veri e propri saggi che h
anno strutturati in modo da raccontare una storia. So che l’insistenza sui tecnicismi può rischiare di rendere un libro appetibile solo a un ristretto gruppo di lettori più “esigenti”, ma credo anche che un buon romanzo non debba limitarsi ad avere un intreccio appassionante, e debba piuttosto lasciare al lettore qualcosa: mostrargli situazioni o realtà che non conosce, stimolare la curiosità non solo sui fatti, ma sul modo di arrivarci, cercando di presentare il tutto nel modo più immediato possibile. Questo credo sia stato il pregio di serie di successo come CSI o dei romanzi alla Patricia Cornwell e di tutti i cloni che sono seguiti. Angeli Neri nello specifico inizia con una complessa operazione dei Marine a Fallujah volta alla cattura del terrorista giordano Al Zarkawi. Il resto del libro è ambientato prevalentemente a Los Angeles dove il protagonista, ora al comando di una unità di polizia speciale, conduce una indagine che è una vera e propria guerra, prima di tutto contro se stesso: contro le sue emozioni e i suoi sentimenti.  Angeli Neri abbraccia anche altri temi d’attualità tipo gli interessi secondari che possono rendere più appetibile una guerra, e la difficoltà di reintegrazione dei reduci nella società americana, che affligge soprattutto gli Stati Uniti e che sembra essere un problema di non immediata risoluzione anche per il nuovo, acclamatissimo presidente. 

Per i tuoi libri e per il tuo lavoro di consulente hai approfondito temi geopolitici molto attuali, sei ottimista sulle sorti del mondo o hai la sensazione che molti incompetenti siano stati posti in posizioni chiave?

No, purtroppo io sono della fazione catastrofista. La geopolitica centra ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di incomodarla. Il principio antropico  ci spiega che questo mondo esiste per un insieme di dettagli concatenati e che se uno solo di questi mancasse noi non saremmo mai esistiti. Credo che noi negli ultimi tempi ce la stiamo mettendo tutta per fare si che qualcuno di questi dettagli venga a mancare. Un'altra legge fiscica, l’entropia ci insegna che le cose possono solo peggiorare col tempo perché tutto deperisce e perchè raffreddando una zuppa di pesce difficilmente possiamo ottenere di nuovo un acquario, e di acquari ne abbiamo bolliti fin troppi. In sostanza in questi ultimi tempi il confronto tra due blocchi contrapposti tipici della guerra si è concluso, ma invece di regalarci la pace planetaria è esploso in una serie di metastasi che sembrano non avere soluzione. Per quanto riguarda la geopolitica… se è possibile convincere un uomo a farsi saltare in aria per una causa con indosso un giubbino esplosivo e altrettanto possibile che a qualcuno possa venire in mente di suicidarci tutti per mezzo di un arma nucleare. The Doomsday Clock: ci siamo andati vicino tante di quelle volte in passato e quasi tutti noi non hanno mai capito quanto stavano rischiando.  Anche questo è uno dei temi che affronto nei miei romanzi e che tratterò, nello specifico, anche in Taliban Commander. Comunque quello e altri rischi esistono: alcuni sotto gli occhi di tutti, altri noti solo ai più informati. Non ci sarà pace finche uno solo dei miliardi di uomini e donne su questo pianeta penserà ancora di poter trarre un vantaggio su un altro facendo ricorso alla violenza. Devo continuare?  

So che doveva uscire a breve un tuo nuovo libro poi per un discorso editoriale più  ampio si è deciso di posticiparne l’uscita. Vuoi parlarcene?

Si, vorrei precisare che si è trattato prevalentemente di un mio errore che mi ha portato a dare per certa una data che nella pratica era solo orientativa. Il romanzo in questione è Taliban Commander – la reliquia del profeta, sempre edito dall’Armando Curcio Editore per la collana BM-Noir, che esce in edicola. Come suggerisce il titolo sarà ambientato prevalentemente in Afghanistan, e vedrà gli operatori dell’Oscar One lavorare fianco a fianco con gli agenti CIA, in una operazione che si rivelerà molto più speciale di quanto si potesse immaginare. L’Afghanistan è un crocevia di molti loschi interessi, terrorismo, criminalità, traffici umani e di droga. E’ stretta tra la morsa dell’Iran e del Pakistan e a dispetto di quello che sembra, si combatte ancora, dappertutto. E’ un peccato perché è uno di quei posti che a vederli dall’altro sembra volerti spiegare molte cose sull’immensità dell’universo. E’ tra le montagne dell’Afghanistan che ho visto il cielo stellato più bello della mia vita. Intrigo a parte, il mio punto di vista è raccontare non solo il senso di una guerra sporca come tutte le altre ma, piuttosto, delle storie umane, indipendentemente dalla parte dello schieramento nel quale si trovano. 

Che libro hai aperto sul classico comodino?

In questo preciso momento Repetita di Marilù Oliva. E’ un libro bellissimo di una scrittrice in grado di comunicare molte forti emozioni. 

Che rapporto hai con la natura? Ti piacciono le passeggiate in montagna, le gite in bicicletta, la full immersion nel verde?

Mi piacerebbe rivolgere questa domanda alla natura stessa e, dal momento che per molto tempo sono stato parte di paesaggi arsi dal caldo o talmente ghiacciati da non permetterti nemmeno di respirare, vorrei chiedergli cosa pensa di me e perché si è divertita a prendersi cosi spesso gioco del mio corpo e del mio spirito. Mi piace molto camminare, però ho il passo talmente frettoloso che è difficile godersi una passeggiata con me, a meno di seguirmi in bicicletta. Scherzi a parte ho un amore viscerale per il vuoto: Paesaggi desertici, distese sconfinate di verde, terre brulle articolate come algoritmi frattali e poi il buio del mare o la luce immensa del cielo. Mi piacere vivere ogni elemento.  

Che ruolo ha l’ironia o l’autoironia e l’umorismo nei tuoi libri?

In situazioni difficili qualcuno reagisce allo stress trovando divertente anche cose che non lo sono affatto. Nella mia vita autoironia e umorismo sono importanti e questo si riflette nei miei libri. Lo spirito goliardico di certi reparti è qualcosa che ha a che fare con lo spirito di corpo o la
consapevolezza di condividere con qualcuno una sfida che non tutti riescono a comprendere ed è bello cercare di rendere questo concetto di brotherhood nei libri. Ogni tanto qualcuno mi dice che si è divertito anche un po’ a leggere un mio romanzo, e questo mi fa piacere perché a parte tutto l’ironia è l’antitesi della noia, che è la prima nemica dei libri. 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata?

No, i miei accordi con la Armando Curcio editore non lo rendono necessario e potrei quasi dire che sono loro i miei agenti letterari. Per questo posso solo ringraziare profondamente il presidente Dott. Fortunato Siciliano e la vice presidente Dott.ssa Cristina Siciliano, che mi hanno dimostrato una fiducia non comune in questo ambiente  e che spero di aver ricambiato. Le agenzie letterarie sono esattamente come le agenzie di casting del mondo del cinema, della moda o del piccolo schermo. Loro però si muovono in un mondo molto più complesso che può dare di massima delle minori prospettive di guadagno e che presenta trappole devastanti e situazioni controverse come quelle dell’editoria a pagamento. Un Agente letterario dovrebbe essere una figura mitologica che dotata di notevole esperienza nel settore, in grado di scoprire talenti, sgrossarli (cosa non facile), riuscire ad accontentare gli editor (ancora più difficile) e convincere i responsabili del marketing circa la validità dei loro investimenti (impossibile).   

Ci sono progetti cinematografici di film tratti dai tuoi libri ? Chi vedresti bene impersonare i tuoi personaggi protagonisti?

Uno dei miei libri, non dico quale anche per scaramanzia, è nel mirino di una casa di produzione. Riuscire a vendere i diritti per un film aggiunge molta soddisfazione a quella già elevata dell’essere stati pubblicati, ma purtroppo non è garanzia del fatto che si passera alla fase esecutiva per la realizzazione di un lungometraggio. Se dovessero fare un Film su “La Coda del Diavolo” per un personaggio come Jaco (il protagonista) prototipo del guerriero moderno, mi piacerebbe un attore come Eric Bana, che ho apprezzato molto nel ruolo di Ettore in Troy o del soldato Delta Force in Black Hawk Down. Josephine, la terrorista dell’IRA, potrebbe invece essere ben interpretata da Scarlett Johanson, mentre nel ruolo dell’agente della CIA del dipartimento attività speciali in Afghanistan vedrei bene Angelina Jolie, ma stiamo già parlando di un personaggio di Taliban Commander. Infine Jhon Travolta potrebbe essere l’Uomo Senza Nome, il super agente segreto che come un burattinaio gioca spesso con il destino di Jaco, e Heath Ledger (il Joker di Batman) sarebbe perfetto nei panni di Gavo, il demoniaco terrorista croato. Lo sarebbe se non fosse morto, ma Gavo è un personaggio davvero diabolico. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?

Un autore sta sempre scrivendo! In realtà basterebbe parlare di quanto già  scritto ma non ancora pubblicato visto che siamo in arretrato di un paio di lavori. Abbiamo già accennato a Taliban Commander,  ma un altro dei lavori già conclusi e consegnati è una antologia Noir curata insieme ad Angelo Benuzzi che darà uno sguardo oscuro su alcuni angoli dell’inferno su questa terra. Caratteristica di quest’opera dal cuore buio sarà il crudo realismo, che secondo il nostro punto di vista è molto rappresentativo del periodo storico che stiamo vivendo, segnato dal peggiore declino della solidarietà umana, da molteplici incertezze sul futuro di alcuni popoli e perché no, dall’esaurimento della pazienza della nostra madre terra. 

Ed ora salutaci come direbbe Marilù Oliva tipo Humphrey Bogart nella scena finale di Casablanca.

Ora vai tu, io ho qualcosa da fare, dove io vado non potresti seguirmi non potresti essermi d’aiuto… Buona fortuna bambina… e grazie!

Angeli Neri e La coda del diavolo al momento non sono più in edicola, li potete ricevere al prezzo di copertina, chiamando il numero verde: 800-834738.

Recensione a cura di Valter Giraudo : Sedici rose arancioni di Michele Ciardelli

13 novembre 2009

SEDICIROSE-COPERTINATitolo:Ā Sedici Rose Arancioni
Autore:Ā Michele Ciardelli
Genere:Ā Giallo – noir
Editore:Ā SBC Edizioni
Prezzo: € 15,00

Conosco personalmente Michele e il suo modo di scrivere.I libri di Michele sono veri e propri ā€œdispenserā€ di emozioni: ti legano alla sedia e ti portano a divorare pagina dopo pagina. Il suo modo fluente di scrivere avvolge e non annoia, incuriosisce, cattura.Questo libro ĆØĀ un mix di noir, thriller, splatter e storie d’amore, perchĆ© l’arte ĆØ unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e lui riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi ĆØ il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. GiĆ Ā dalle prime pagine colpisce l’accurata descrizione del luogo e delle persone che lo abitano. Le atmosfere sono quelle della provincia italiana che dall’autore vengono descritte con estrema naturalezza, forse in considerazione del fatto che, lo stesso, quella provincia l’ha vissuta e la vive tutt’ora in prima persona. Michele Ciardelli, compie in questo libro inoltre un’operazione molto interessante: tiene il pretesto del ā€œgialloā€ inteso nei canoni classici dello stesso, per calarsi in un viaggio ben più intrigante, cioĆØ il viaggio nella psiche dell’uomo, sino ad esplorarne le più recondite manifestazioni di un uomo comune, capace sƬ d’amare ed odiare con tutto il suo animo, ma anche d arrivare all’estremizzazione dei suoi sentimenti. Questo libro ĆØĀ un mix di giallo, noir, thriller, splatter e storie d’amore, perchĆ© l’arte ĆØ unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e qui l’autore riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi ĆØĀ  il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… sino al famoso ā€œcolpo di scenaā€ dell’ottavo capitolo… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. In conclusione aggiungo che ne consiglio la lettura, ho trovato il libro gradevole, e costruito in maniera tale che ad un certo punto il lettore si trova faccia a faccia con il killer, vero protagonista della storia, mentre verso la fine del ā€œgialloā€ il lettore sembra essere stato intrappolato in un circolo vizioso, quasi come se l’assassino si prendesse gioco di chi legge.
valter-micheleL’autore:Ā 
Ciardelli Michele nasce a Pisa nel 1972 dove tutt’ora vive. Dopo gli studi tecnico-nautici scopre il desiderio di scrivere a cui si abbandona con entusiasmo. Legge molto e 2002 partorisce il suo primo libro ā€œ
La Falenaā€ con il quale partecipa al concorso ā€œAlberto Tedeschi giallo Mondadoriā€ senza peraltro vincerlo. Per niente scoraggiato si accinge ad una nuova opera e nel 2004 termina un noir dal titolo di ā€œSedici rose arancioniā€, pubblicato nel 2008. Nel 2009 finisce il suo ultimo lavoro, un romanzo dal titolo ā€œDue giorni in piĆ¹ā€.
Trama:
Nel giorno del più importante compleanno per un ragazzo, il diciottesimo, Antonio torna da una vacanza e trova ad attenderlo un’orrenda sorpresa che gli cambierĆ  completamente l’esistenza. In un susseguirsi di eventi terribili e misteriosi segreti verranno a galla omicidi perpetuati con maniacale attenzione di particolari che sembrano seguire delle vere e proprie scenografie, frutto di una mente malata firmati teatralmente con una poesia visionaria tengono la polizia in stallo fino alla rivelazione che permetterĆ  di risolvere il caso. Ma i colpi di scena non sono ancora finiti. Le situazioni al limite della follia che coinvolgono tutta la famiglia di Antonio ed i suoi amici si snodano negli ambienti familiari dell’autore, un apparentemente tranquillo rione di una cittadina toscana dove tutti si conoscono, fino a giungere ad un epilogo apocalittico dal quale solo un piccolo angelo verrĆ  risparmiato.” Spazio e tempo in cui si svolge il racconto: La storia si svolge ai giorni nostri fra le mille incertezze e le speranze del nuovo millennio.I personaggi si muovono nell’ambito del piccolo quartiere di periferia nel quale ĆØ cresciuto l’autore.
E non manca lo scopo umanitario: Parte dei proventi della vendita del libro andranno all’ Associazione Domenico Marco Verdigi al linkĀ 
http://www.associazionedomenicomarcoverdigi.org/  Un motivo in più per acquistare il libro!  Valter Giraudo

Recensione di Nicola Fabio Vitale: Stabat Mater di Tiziano Scarpa

12 novembre 2009

stabat-mater“Signora Madre, è notte fonda…”, inizia così il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Einaudi, 144 pagine, 17,00 euro), vincitore del premio Strega 2009. Il libro è un lungo racconto, una lettera infinita scritta dalla protagonista, Cecilia, a sua madre, la donna che l’ha abbandonata in un orfanotrofio nel quale vive fin dai primi istanti della sua giovane vita. La lettura delle prime parole trasmette subito le sensazioni che la tormentano. Pensieri che, come il suono di una dolente litania, esprimono tutta la sua angoscia, sofferenza, dubbi sospesi lungo il filo di una costante tensione, il sintomo di una profonda lotta interiore. Una drammatica altalena che oscilla tra la voglia di vivere o abbandonarsi alla morte, accompagnata dalla fredda consapevolezza che l’unica persona che può far qualcosa per salvare se stessa è solo lei, Cecilia. Il pensiero è costantemente rivolto a sua madre cui è unita da un profondo rapporto di amore e odio, riverenza e risentimento: “Io non vi penso, e voi non esistete…Certe volte mi viene da pensare: oggi non sto pensando alla mamma. Mi vendico così”. Un legame costellato, inoltre, da tanti dubbi, dal desiderio di conoscerla, incontrarla, scoprire le sue sensazioni e la semplice curiosità di scoprire se si ricorda di lei. Il pensiero costantemente rivolto a sua madre e una riflessione sulla maternità, una donna che mette al mondo un bambino gli regala la vita e, al tempo stesso, la morte. Considerazione che giustifica la venerazione per la madre di Dio capace di regalare a suo figlio la vita eterna scatenando un odio ancor più profondo nei confronti di sua madre perché l’ha abbandonata in un luogo, l’Ospitale, nel quale Cecilia avverte la sensazione di non essere mai nata, un luogo nel quale si sente nulla. “Signora Madre, io non sono niente, io non esisto. Potrei morire in questo preciso momento e sarei subito dimenticata” è il suo pensiero, accompagnato dalla triste consapevolezza che l’Ospitale è l’unico posto che l’ha accolta mentre lei continua a rivolgersi al fantasma di sua madre. Consapevolezza che alimenta ancor di più il suo tormento. Nel racconto l’odio si alterna ai rimorsi e ad altre sensazioni. Arriva, infatti, il momento in cui Cecilia si rende conto di non sapere nulla di sua madre, di cosa l’ha spinta a comportarsi in quel modo e avverte anche l’esigenza di averla vicino perché vorrebbe il suo aiuto per diventare donna.

Cecilia vive di immagini che esprimono tutto il suo malessere. Visioni che cercano di descrivere il momento in cui è stata messa al mondo, descrivono il luogo dove vive, le compagne di sventura, le suore e i sacerdoti. Immagini che sembrano doverla travolgere, definitivamente, da un momento all’altro.

Cecilia vive, inoltre, un legame profondo con la morte e la musica. La morte, la signora dalla testa dai serpenti neri, è l’interlocutrice immaginaria di Cecilia, che sente l’esigenza di dimostrarle di non temere la sua presenza costante e, al tempo stesso, cerca in lei una forma di conforto, una figura cui piacere: “Pensavo che ti sarei piaciuta. Che mi avresti chiesto qualcosa”.

La musica, l’ennesimo rapporto di odio e amore. La menzogna con la quale le ragazze dell’Ospitale comunicano con l’esterno, che le porta ad essere altro, la maschera che nasconde tutta la loro afflizione. Ma, al tempo stesso, è anche altro, il desiderio di riuscire a scrivere di pensieri armoniosi come le note musicali scritte su uno spartito e poi liberate nell’aria, è la voglia di esprimere tutto il dolore attraverso la musica per poi rinascere.

Leggendo il libro si corre il rischio di essere travolti dal dolore della protagonista. Il dolore, però, è un chiaro indizio che Cecilia è viva, e, pagina dopo pagina, emerge chiaramente che il tormento della ragazza esprime tutta la sua voglia di vivere e di riappropriarsi di se stessa. Desiderio talmente forte che anche l’arrivo del nuovo insegnante di violino e compositore, Antonio Vivaldi diventa una minaccia quando le chiede di suonare la sua musica. Cecilia, infatti, ha un solo desiderio: “Voglio sentire il suono delle cose, senza suonarle. Voglio uscire da qui e fare rumore, soltanto rumore”, la musica, a questo punto, è, definitivamente, una finzione che la renderebbe ancora prigioniera. Una sensazione dalla quale emerge tutta la necessità di essere se stessa, la voglia di vivere esperienze solo immaginate osservando squarci di mondo. Esperienze e sensazioni diverse da quelle provate nell’Ospitale, il luogo che ha ospitato tutto ciò che, suo malgrado, ha travolto la sua giovane esistenza provocando tutto il suo malessere, il luogo nel quale sa che non le potrà mai provare. Il desiderio quasi inevitabile di chi si sente prigioniera del suo sfortunato destino, riappropriarsi di se stessa, la porta, inevitabilmente, verso il momento in cui decide di prendere una direzione opposta rispetto a quella che è stata costretta a seguire fino a quel momento. La decisione che la porta verso una nuova direzione, un mistero che, però, questa volta, ha scelto di affrontare liberamente, con le sue mani.

Un bel libro che, a mio avviso, trasmette molto bene le sensazioni, il tormento, lo stato d’animo e i desideri di chi vive una situazione come quella di Cecilia.

:: Intervista con Alessandro Zannoni

10 novembre 2009

alessandro-zannoni

Benvenuto su Liberidiscrivere. Domanda di rito, parlaci un po’ di te dei tuoi studi, del tuo background, delle tue passioni, della tua infanzia.

Uh, un bigino della mia esistenza… infanzia splendida in bianco e nero, campi e boschi con mio fratello, i cugini e gli amici del paese; pane bagnato ricoperto di zucchero e uovo sbattuto per merenda, sere d’estate in giardino da mio cugino – quello ricco, il figlio del dentista – a vedere la televisione, poi caccia alle lucciole; Zora la vampira e Kriminal letti di nascosto nei capanni da caccia spersi nelle campagne… Diplomato al Nautico, poi un anno di Agraria, poi uno di Dams – avevo le idee chiarissime – fino all’incontro fortuito con l’antiquariato e una ventina d’anni spesi in giro alla ricerca di quadri antichi. Le passioni vere sono state il calcio fino ai quattordici anni, poi ho scoperto le ragazze. La lettura come passione ĆØ venuta più tardi, perchĆ© all’inizio mi era stata imposta da mio zio, l’intellettuale della famiglia: per il mio compleanno niente giocattoli, solo libri; e vaffanculo, per ripicca non li toccavo nemmeno.

Come ĆØ nato il tuo interesse per la scrittura? E’ stato difficile arrivare alla pubblicazione? C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato e vuoi ringraziare?

A questa domanda rispondo nella maniera più banale, con una di quelle risposte che, quando le leggo date dagli altri, mi fa girare le balle… ƈ sempre stato un interesse naturale, spontaneo, ma non mi ĆØ mai venuto in mente di voler scrivere un libro o voler fare lo scrittore, anche se pensavo di fare qualcosa che gli si avvicina: il giornalista. Quando frequentavo il Dams scrivevo piccoli monologhi per gli amici, minimi racconti che leggevo alla fidanzata di turno, insomma giocavo a fare l’artista ma tutto si fermava lƬ, sapevo che la vita mi riservava altro, o forse, come ho detto prima, non avevo le idee chiare.
Pubblicare… arrivare alla pubblicazione vera e tradizionale ĆØ stato un percorso lento ma inarrestabile, e tutto grazie ai romanzi autoprodotti e all’incontro con Luigi Bernardi, e il mezzo ĆØ stato Ciccio Del Santo, un amico comune. All’epoca stampavo e vendevo dalle mille alle duemila copie a romanzo, ed ero convinto di lasciare tutto in mano al destino: se ĆØ roba buona qualcuno mi cercherĆ , mi dicevo, ci sarĆ  qualche editor in cerca di talenti, gli capiterĆ  un mio libro in mano. Ma se non era per Ciccio credo proprio che il destino se ne sarebbe fottuto di me e dei miei scritti.

Raccontaci un episodio bizzarro del tuo debutto, qualcosa di imbarazzante o divertente che ti ĆØ successo e spesso ti torna in mente.

Primo romanzo autoprodotto, all’epoca firmavo con lo pseudonimo Michelangelo Merisi; consegno qualche copia in una libreria di Spezia, una signora prende in mano il libro e dice: Questo autore lo conosco, ĆØ un nome famoso ma ora mi sfugge, chiederò a mio marito che lavora nell’editoria.

Alessandro Zannoni e Luigi Bernardi. Raccontaci qualcosa che non gli hai mai detto ma che ti sarebbe tanto piaciuto dirgli.

Luigi, amico mio, quella volta che siamo tornati dalla presentazione di Alassio e che io ero un po’ sbronzo e guidavo e ci hanno fermato, e nel delirio alcolico ho iniziato a litigare coi carabinieri e ci hanno fatto uscire dall’auto e ci hanno perquisito… sƬ, quella volta lƬ, che ti hanno trovato quel tocchetto di fumo nella tasca del giaccone e ci hanno tenuto tutta la notte in caserma, e te eri incazzato nero perchĆ© il fumo non sapevi da dove proveniva e chiunque ti avrebbe creduto, solo per la veemenza con cui lo urlavi… bĆØ, il fumo ce lo avevo messo io perchĆØ pensavo che te non ti avrebbero perquisito. Scusa.

Va tanto di moda dare una definizione al noir; per te cos’è?

Il noir in Italia è talmente tanto ibridato con altri generi che ha perso il suo significato originario, e perciò stento a tirar fuori una definizione calzante.
Di certo non ĆØ rappresentato dai libri di Paolo Roversi, e questa ĆØ una certezza.

Hai mai letto un libro di nascosto, magari quando eri ragazzino e i tuoi te l’avrebbero proibito?

Anche se mio padre era tipografo, non c’erano libri in casa che non fossero quelli di scuola o quelli regalati da mio zio. Fai un po’ te.

Parliamo dei tuoi libri ā€œAlla luce dei fattiā€, ā€œNero in dissolvenzaā€ e ā€œLo stretto necessarioā€. Quale consiglieresti di leggere per primo?

Li metterei proprio in quest’ordine, per vedere come ĆØ cambiata la mia scrittura.

ā€œNero in dissolvenzaā€ ĆØ un noir di provincia, pensi che le cittĆ  di provincia italiane siano ancora lo scenario migliore per descrivere vizi e poche virtù della nostra gente? Ambienteresti mai un tuo libro in una grande metropoli come Milano o Bologna?

La provincia rispecchia i mali della nazione, e non sono l’unico a sostenerlo, e il male qui ĆØ più cattivo, più crudo, perfetto da riportare in una storia. Certo che potrei ambientare le mie storie in una grande cittĆ , c’è solo da aspettare l’occasione.

Con Biondo 901 per PerdisaPop Collana BabeleSuite sei passato dall’editoria indipendente a quella ā€œveraā€, tradizionale. Il passaggio ĆØ stato indolore, che cosa ĆØ cambiato?

Il debutto nell’editoria vera ĆØ stato felice e agognato, e nelle mie intenzioni segna un nuovo punto di partenza, non certo quello di arrivo; uscire poi in una collana diretta da Bernardi… sai come mi ci lavo la bocca, a volte!, e quelle volte mi scappa anche di dire che sono uno scrittore ma poi ritratto subito. Cos’è cambiato? ƈ cambiato che ora firmo i libri col mio nome vero e che si possono trovare – se il distributore mi assiste – in tutte le librerie dello Stivale.

Parliamo di ā€œImperfettoā€: se dovessimo invogliare i nostri lettori ad acquistarlo e leggerlo, che cosa gli diresti?

Cito un lettore dell’ultima ora – Maurizio MongiovƬ – conosciuto a Genova, che mi ha scritto questa cosa fantastica: Non sprecate i vostri soldi in vaccini. Comprate Imperfetto e concedetevi una nuova febbre.

Chi ti piacerebbe ti presentasse ad un incontro con i lettori?

Mi cogli impreparato… magari Valerlo Mastandrea che vedrei benissimo nella parte di Fabio B., uno dei protagonisti di Biondo 901. Sono certo che si innamorerebbe del personaggio e ne tirerebbe fuori un film. Sarebbe un gran bel film, Biondo 901, credimi.

Sarzana è la tua città, ti senti più ligure o cittadino del mondo?

Sono estremamente legato alle mie origini bastarde – Sarzana, ligure di fatto, ĆØ in Lunigiana, terra stretta tra Toscana e Liguria; la mia casa ĆØ giĆ  in Toscana e per andare in cittĆ  devo attraversare il confine ogni mattina. Sono un bastardo sarzanese ovunque io vada.

Nei tuoi libri c’è un sottofondo amaro, quasi disperato, che differenza c’è tra Zannoni scrittore e Zannoni uomo?

Non c’è differenza alcuna; nei libri cerco di esorcizzare il mio pensiero negativo e nichilista.

Parlaci dei tuoi scrittori preferiti, quelli di cui hai invidiato lo stile, quelli che ti hanno insegnato qualcosa, quelli che rileggi spesso.

Sono parecchi, gli scrittori che stimo, pure quelli che rileggo, e date le mie lacune, ne scopro sempre di nuovi, con straordinari romanzi, tipo Buzzati e ā€œUn amoreā€ – che fa un culo tanto a MarĆ­as e il suo ā€œDomani nella battaglia etc.etc.ā€. Però non mi voglio scoprire più di tanto, citando autori, non voglio svelare le mie fonti, che variano sempre, a seconda del periodo; e tra queste fonti ci sono anche testi di canzoni, e qui un nome lo faccio, Capossela, che come romanziere non vale il cantautore.

Che ruolo ha l’ironia e l’umorismo nei tuoi libri?

Credo parecchio, come nella vita, anche nei momenti più bui. Un bel salvagente.

Ma ĆØ vero che hai conosciuto e fatto a pugni con Johnny Cash o mi stavi prendendo in giro?

Io no, ma Nick Corey è un gran figlio di puttana che ne ha combinata una più del diavolo. J

Zannoni e la critica letteraria, più soddisfazioni o delusioni?

Se per critica letteraria intendi recensioni ai miei romanzi, ti rispondo che queste sono arrivate da blogger, ā€œtenutariā€ di siti di letteratura, lettori vari, giornalisti, scrittori, e di stroncature non ne ho avute, quindi dovrei essere soddisfatto. Ma la critica letteraria ā€œseriaā€, quella istituzionale, non sono sicuro che sappia che io esisto, e io non sono sicuro che esista una critica letteraria preparata per i cosiddetti romanzi di genere.

Ti piace il noir francese?

Sì, certo, ma non sono un fanatico. Penso che certe atmosfere, qui da noi, non sono ripetibili, e in fin dei conti, il noir è solo una questione francese. Ecco, questa potrebbe essere una risposta valida alla domanda numero 5.

Che cos’è per te la libertĆ ?

Da quando me lo ha chiesto Marilù ci ho pensato spesso e ho capito che la vera libertà non esiste, non esiste davvero. È una domanda da fare ad un carcerato, lui sì che ti darebbe una risposta esauriente.

C’è in te un po’ di Bassani?

Ci credi che non ho mai letto niente?

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho finito un romanzo che puzza di zolfo e cattiveria, il protagonista ĆØ uno sceriffo italoamericano che si chiama Nick Corey (Nicola Coretti americanizzato), ed ĆØ un omaggio a ā€œColpo di spugnaā€ di Jim Thompson.

:: Intervista a Giusi Vanella di Patrizia Catenuto

7 novembre 2009

Mi parli del suo primo libro?

Il primo libro in assoluto è "Deve esserci un luogo …" (aduino Sacco Editore), un romanzo storico ambientato nel Messico degli Aztechi, poco prima dell’arrivo dei Conquistadores Spagnoli. Un romanzo d’amore e d’avventura. Poi ho scritto la raccolta di aforismi "Se i dolci facessero dimagrire, io sarei anoressica", pubblicato dalla casa Editrice Malatempora.

Come mai questa passione per gli aforismi?

Parlando, mi è sempre venuto spontaneo fare battute o giochi di parole e mi sono accorta che, Spesso, gli altri ridevano o sorridevano. Così ho provato uno metterli per iscritto.

Ha trovato subito un editore Che le ha pubblicato il Suo libro?

No, non subito …. Anzi, ho impiegato più tempo a un Trovare Editore Che a scrivere i libri …

Quando ha visto il Suo libro Sugli scaffali di una libreria cosa ha provato?

Non potrò mai dimenticarlo … L’ho visto Nella Libreria Feltrinelli di Roma: un’emozione indicibile … Ne ho comprato uno, in confezione regalo, e me lo tengo come ricordo:)

Cosa ne pensa del genere fantasy?

Personalmente non sono portata A questo genere, ma il mondo (anche Quello dei libri) è bello Perché è vario.

Ha mai pensato di scrivere un libro con una storia umoristica?

Di umoristico, scrivo gli aforismi o qualche racconto, ma un libro no, non credo ne sarei Capace.

Sta scrivendo qualche altro libro?

Ne ho dovuto quasi completi. Il "quasi" è lo scoglio Che non riesco a superare.

Quali sono I suoi autori preferiti?

S. Sheldon Tra gli stranieri, Camilleri tra gli italiani.

Cosa ne pensa di Facebook il piu ‘diffuso social network italiano? E ‘utile per farsi pubblicita’?

L’autunno scorso mi iscrissi a Facebook, "trascinata" da un amico (ex) splinderiano Che ne »diceva meraviglie … Mi ci sono trovata malissimo, non ci vado mai. Forse non ne ho capito il Meccanismo? …

E’ importante secondo lei avere un proprio sito web?

Forse Potrebbe aiutare, ma bisognerebbe diventare internettiani a Tempo Pieno …

Cosa ne pensa del detto "Prima di scrivere, pensare e importante ‘?

Quando penso, io penso dopo … come sempre, nella mia vita …

Quali sono i libri o il genere Che non leggerebbe mai? E perché?

Credo gli horror … Perché sono troppo suggestionabile …

Lei è siciliana , mi saprebbe dire perché molti scrittori esordienti siciliani pubblicano i libri con editrici del Nord?

Probabilmente, le Case Editrici Siciliane sono snob:)

Cosa ne, Poesia pensa?

Quando è vera poesia, Suscita emozioni incredibili.

Quando lei è in vacanza si porta con se il portatile o un blocco note per continuare I suoi lavori?

Un blocco volte un tengo nota in Borsa, ma d’estate anche il mio cervello va in vacanza …

Ha mai pensato di Chiamare qualche trasmissione televisiva culturale per Promuovere Il suo libro?

Chi, io ?………. No, non potrei, mai!

 Per concludere, cosa si aspetta per il futuro?

In senso letterario? Diciamo di non perdere mai la voglia di scrivere per me stessa e, perché no?, Anche per qualche lettore …

Grazie Patrizia

:: Intervista a Valerio Varesi & Andrea Villani

4 novembre 2009

Benvenuti su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Valerio Varesi: Be’, lui ĆØ senza dubbio più tondo di me, questo ĆØ indiscutibile. Ma piace più alle donne perchĆ© porta i capelli lunghi e fuma il sigaro. Siccome ĆØ molto permaloso dico anche (con assoluta sinceritĆ ) che ha una gran bella mano quando scrive. Sono anche consapevole che questo ĆØ un confronto impari: lui ĆØ un cabarettista e io no.

Andrea Villani: Valerio ĆØ uno sportivo oltre che un intellettuale. Non rinuncia alla corsa e tratta bene il proprio corpo. Ma i suoi lineamenti arguti, il sorriso che riesce a rimanere serio senza cadere nell’ossimoro, non tradiscono la fisiognomica che ne determina i tratti. Non ha un filo di grasso nel corpo. E neppure nel cervello.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro.

VV: Ad una presentazione, di chi non ricordo più. M’è rimasto impresso perchĆ© non mi ha degnato per tutto il tempo benchĆ© mi fossi dato da fare per mostrare al meglio l’autore, il quale, se la memoria non mi tradisce, doveva essere un suo amico. Inoltre era l’unico in sala.

AV: Me lo trovai, una notte senza luna, vestito di una sola tutina nera, a rovistare tra i miei scritti dopo aver forzato la finestra del mio studio. Da quella volta non trovai mai più un mio vecchio manoscritto dal titolo ā€œLe inchieste parmigiane del commissario Doveriā€. Scherzo, in realtĆ  lo chiamai per invitarlo a uno spazio letterario, di cui mi commissionarono la gestione a una Festa dell’UnitĆ , qualche anno fa. Ero un po’ imbarazzato perchĆ© lui era giĆ  un nome altisonante a livello nazionale e io peggio di ciò che sono ora. La sua cortesia e serietĆ  mi sorpresero. Passammo una serata incantevole con le nostre famiglie. Per quanto mi riguarda avvertii una sorta di amicizia e affetto, oltre che stima, subito, da quella sera.

Come vi siete avvicinati alla scrittura? E’ per voi più un lavoro o una malattia?

VV: Io da adolescente. Avevo una fantasia che faticavo a contenere e allora, per essere meno molesto, ho deciso di travasarne un po’ sulle pagine. Non mi sta bene nĆ© la definizione di lavoro nĆ© quella di malattia, ma delle due sceglierei quest’ultima perchĆ© scrivere ĆØ qualcosa che ha a che fare con un virus.

AV: Per quanto mi riguarda mi avvicinai alla scrittura, davvero, sin dalla più ā€œteneraā€ etĆ . Al di lĆ  del luogo comune mia madre conserva ancora scritti del’ 68. Avevo circa otto anni quando partecipai alla rivoluzione culturale sociale, artistica, e letteraria. Il mio maestro notò in quel materiale un che di Pasoliniano, al passo con i tempi, ma anche una goccia di Celine. Ora si tratta di uno stile di vita irrinunciabile probabilmente anche il sintomo di una malattia che però si cura solo con sĆ© stessa.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

VV: E’ quella narrativa che si occupa del lato oscuro della realtĆ  e di fronte al male non si chiede tanto cosa ĆØ successo, ma perchĆ©.

AV: Oddio, questa si che ĆØ diventata una bella pippa: scuola di pensiero, corrente letteraria, stato d’animo, mera etichetta? Di certo non saprei scrivere in nessun altro modo e quando ho iniziato non avevo certo intenzione di scrivere noir. Soprattutto quando parlo della mia terra e della bellezza dimenticata della poesia e della strada. Io sono restato ancorato agli schemi psichici dellā€™ā€On the roadā€. Da lƬ tutto il resto. Poi oramai siamo arrivati al ā€œPost noirā€ che ce ne facciamo dei noiristi giĆ  scavalcati, in vita, nel proprio genere?

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto , quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

VV: Urca! E’ difficilissimo. Ne cito due tanto per trasgredire: “Lo straniero” di Camus e “Il processo” di Kafka.

AV: Continuo a essere affezionato al ricordo delle strabilianti emozioni che mi suscitò a suo tempo ā€œCent’anni di solitudineā€, ma non sono mai arrivato a capire se ĆØ davvero merito di Marquez oppure del momento magico in cui lo lessi e rilessi a Londra, a Baker Street, a soli vent’anni. E allora tutto sapeva di buono, di nuovo, di illuminante. Persino il sesso.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere e non mettetevi a parlare dialetto come l’altra volta.

VV: Sensa ridor lĆ© dificil! Sai, Andrea, che la prima volta che ti ho visto non mi sei sembrato simpatico? Avevi l’aria di uno di quegli sbruffoncelli di sinistra un po’ fighetti. Però ho cambiato subito idea eh!

AV: Certo che sarebbe molto meglio il dialetto in questi casi. E io, che sono un guitto di natura, non riuscirei però a trovare nulla da ridere nel bene che voglio a Valerio Varesi. Non rimane che dire: Valerio, quando a Parma ti intitoleranno una strada, tra cent’anni, vorrei che capitasse una sera in Piazza Garibaldi la seguente conversazione: ā€œCi vediamo domani per l’aperitivo all’enoteca nuova in Viale Varesiā€ ā€œVa beneā€ risponderĆ  l’altro ā€œa che altezza? ā€ ā€œProprio all’incrocio con Borgo Villaniā€

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

VV: Uno l’ho vissuto con Andrea: a una rassegna che non dico, l’organizzatore aveva invitato tanti autori e intervistatori che non stavano tutti sul palco. L’altro ĆØ relativo al mio primo approccio con l’editor di Frassinelli che mi segue da sei anni: quando mi ha telefonato per annunciarmi che avrebbe pubblicato il mio libro l’ho chiamata per tutto il tempo Lisa invece che Ilde.

AV: Ne avrei uno interessante vissuto con il nostro collega parmigiano Davide Barilli che mi tamponò in auto subito dopo una presentazione da Feltrinelli. Scese un signore dalla casa di fronte, si avvicinò e fece: ā€œNon sono mica venuto giù perchĆ© mi incuriosiscono gli incidenti d’auto, sapete? Sono sceso perchĆ© ĆØ la prima volta che vedo due che si tamponano, scendono dall’auto e si abbraccianoā€. Ricordo che Valerio voleva scrivere un pezzo su La Repubblica dal titolo: ā€œScontro di correnti letterarie a Parmaā€. Oppure quella volta che io e Andrea G. Pinketts finimmo in un canale con una cassa di lambrusco appoggiata sul sedile di dietro che si mise a scoppiettare e inondare di vino l’abitacolo. C’era una ragazza seduta di fianco alla cassa che rischiò di affogare. Pinketts come se non fosse successo nulla, nell’auto rovesciata, riuscƬ a dare una boccata di Antico Toscano, come se fosse al bar, e nonostante ā€œl’inclinazione particolare della prospettivaā€ fece con un’espressione tranquillissima: ā€œBeh, questa non ci voleva proprioā€.

varesiScrivereste mai un romanzo insieme? Vi piacerebbe essere la nuova coppia Fruttero&Lucentini del giallo italiano?

VV: PerchƩ no? AltrochƩ se mi piacerebbe! Ma temo che ci ingozzeremmo troppo di strolghino e ci ubriacheremmo di malvasia tutti i giorni.

AV: Non esageriamo, Valerio Varesi non ci guadagnerebbe nulla dal connubio.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

VV: Ovviamente Villani (spero che lui mi ricambi). Poi Gadda, Sciascia, Calvino e Fenoglio per gli italiani (butto lƬ i primi nomi che mi vengono in mente), Chandler, Simenon, Izzo, Marquez, MacCarthy, Dostoevskji, Balzac… E numerosi altri.

AV: Esclusi i presenti, perchĆ© poi cadiamo nel ridicolo, ho raccontato mille volte di avere un debole per Francesca Mazzucato, mi piace Ammaniti e mi diverte da impazzire Andrea Pinketts che trovo sia un bell’incrocio tra Jean Claude Izzo e Daniel Pennac. Tengo d’occhio il giovane Gabriele Dadati. Per il resto non ho scrittori, ma libri preferiti. Kafka mi ha colpito in diverse occasioni. Poi tutta la produzione artistica, non solo letteraria, della beat generation che, come ho ripetuto spesso, riesce a farmi battere ancora il cuore.

img_5653Parlatemi del libro che avete scritto a cui siete più legati e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse letto a leggerlo.

VV: Sono tutti figli miei! Come potrei preferirne uno anzichĆ© un altro? VabbĆ©, dirò “Le imperfezioni” visto che non ĆØ un poliziesco e rischia per questo di essere trascurato. PerchĆ© leggerlo? PerchĆ© ĆØ un viaggio dentro l’animo umano e affronta il mistero dell’arte.

AV: Sono molto legato a ā€œLa notte ha sempre ragioneā€ (Todaro) dove opero sulla metafora del rapporto tra Bellezza e Orrore (non spaventatevi ĆØ piuttosto scorrevole) cercando dimostrare che la bellezza non può essere uccisa dall’orrore quanto piuttosto dell’idea falsata che abbiamo oggi della stessa idea di bellezza. Il primo motivo per il quale un lettore dovrebbe leggerlo ĆØ che credo di esserci riuscito, almeno in buona parte. Il secondo ĆØ che ho un mutuo da finire di pagare.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito, quale consiglio gli dareste lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

VV: Non ho letto esordienti negli ultimi tempi. Consigli? Ne ho bisogno io, come faccio a darne agli altri? Ho avuto la fortuna di incontrare un grande letterato come Raffaele Crovi che mi ha condotto per mano nel mondo non facile dell’editoria.

AV: Allora erano altri tempi e bastavano consigli di laboratorio. A uno scrittore giovane dei tempi d’oggi direi invece: ā€œPrima di tutto non cominciare a rompere i coglioni con il sito da scrittore, la pagina su facebook da scrittore, non chiedermi di diventare tuo fan, e non cominciare a farti stampare i biglietti da visita con scritto su scrittoreā€. Poi possiamo cominciare a parlare.

Parliamo di “tropical nor” termine che mi ĆØ entrato nella testa e mi fa pensare a cuba libre, tramonti infuocati, camicie a fiori e cucaracha. Come lo definireste, vi piace, pensate ci siano dei buoni tropical nuaristi in Italia?

VV: Temo di non essere competente abbastanza per rispondere. Di tropical noiristi conosco solo Villani che però ha smesso subito.

AV: A me, chissà perché, ma il Tropical Noir fa tanto venire in mente uno di quei cocktail dolciastri con la frutta e gli ombrellini piantati sopra con dentro la liquirizia. E io sono uno da grappa secca. Cioè tu dici che se si legge un romanzo di Gianni Biondillo a Panama bisognerebbe chiamarlo Italian Noir? O meglio Italian Post noir?

Che rapporto avete con la televisione?

VV: Non la guardo quasi mai. Tranne alcuni programmi, la trovo insopportabile. Ho guardato poco anche “Nebbie e delitti” nella terza serie appena andata in onda.

AV: Quando mi pagano per farla: un rapporto splendido.

La cosa più difficile che vi è toccata di fare durante le vostre carriere.

VV: I racconti a comando. E’ uno di quei momenti in cui scrivere da malattia, diventa veramente lavoro.

AV: Presentare gli autori che soffrono il pubblico. Lo trovo disarmante, ho vissuto situazioni in cui sono dimagrito un paio di chili a presentarei libri di gente che rispondeva a monosillabi del proprio lavoro. Davvero, ragazzi, se siete timidi state a casa.

Se doveste vincere alla lotteria e guadagnare tanti ma proprio tanti soldi, cosa fareste? Quale ĆØ il vostro sogno nel cassetto?

VV: Poter rinunciare alla necessitĆ  di un lavoro e starmene tranquillo a casa a scrivere e leggere.

AV: Niente di particolare, andrei a vivere vicino al mare e ricomincerei tanti viaggi, ma davvero tanti, e poi comprerei un bell’attico a Roma in un posto dove si possono tenere molti bassotti. Ma in realtĆ  non farei altro che scrivere. La felicitĆ , per ciò che mi riguarda, ĆØ solo nell’arte e nell’amore. Per ora li ho entrambi e sono felice da vergognarmene. Ognuno dei miei guai, e maledizioni, e tristezze, me li sono sempre cercati, nutriti, e scovati da solo. Con inaudita perizia. Il denaro sarebbe un eccellente amplificatore se inteso come libertĆ . Mai come potere.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

VV: MacchƩ! Siamo una coppia affiatatissima!

AV: Neanche per sogno, io sono un libro spalancato e Valerio ĆØ troppo sensibile per arrivare sino al malinteso. Ma se dovesse succedere, e in una bella amicizia ci sta pure quello, lo porterei a fare pace alla salsamenteria di Busseto, tra strolghino, lambrusco, parmigiano d.o.c. , noci e grappino. Con musica di Verdi, leggera leggera, in sotto fondo. Voglio vedere se mi resiste.

Vi piacerebbe presentare il libro uno dell’altro con che parole esordireste nel presentarvi?

VV: L’abbiamo giĆ  fatto, mi pare. Villani ha esordito cosƬ: “Questo libro ĆØ come quelle osterie dove si mangia male ma si ride molto e vale la pena andarci.

AV: Farei come nell’ultima presentazione de ā€œLa casa del Comandanteā€ al CaffĆØ Letterario di Parma. Esordii dicendo ā€œSignore e signori, permettetemi di anticipare una cosa essenziale: io, Valerio Varesi, lo odioā€. Ci fu un momento di panico.

A che libro state lavorando in questo momento?

VV: Sto scrivendo un racconto per un’antologia Guanda.

AV: In attesa dell’uscita del nuovo romanzo per Mursia nel 2010 e del racconto per Giallo Mondadori che sarĆ  in edicola in dicembre, sto terminando il romanzo biografico sulla vita del famoso bandito Luciano Lutring. SarĆ  una biografia autorizzata, introdotta dallo stesso Lutring, ma raccontata secondo gli schemi della narrativa e non quelli biografici giornalistici.

E ora in dialetto salutatevi e promettetevi amicizia eterna.

VV: Andrea, anca pri ā€˜ncò jema dit al nostri cojonedi! As vedemĆ  adma’ Sta bĆØ.

AV: Ciao Vale, a tal se belĆ  cat voj ben, ca ghe pù bisogn ca tal ripĆØtĆ  tuti il volti. Oramei con cl’intervista chƬ a paremĆ  dabon Stanlio e Ollio. Col cam dispies le ca col megor, di dù, at tsi tƬ. E tal sarĆØ par sempor. E par sempor, mi, at vrò ben. Bon ben.

:: Recensione di Confessioni di un evirato cantore di Achille Maccapani

3 novembre 2009

ā€œConfessioni di un evirato cantoreā€ di Achille Maccapani Edizione I Tascabili Fratelli Frilli Editori 467 pagineĀ  Euro 15,90 .

Presentiamo ai lettori di Liberidiscrivere un noir storico di suggestivo interesse. Ambientato tra l’ultima metĆ  del ā€˜700 e gli inizi dell’ ’800, ha per scenario la Milano asburgica, le campagne della provincia, lo sfarzo sontuoso delle varie capitali europee, da Londra a San Pietroburgo. Romanzo appassionante e accurato in cui emergono le luci e le ombre di un epoca lontana e nonostante tutto molto simile alla nostra. All’ accurata ricostruzione storica si unisce l’amore per l’intrigo, la riflessione politica, il gusto per il paradosso.
Ma chi era Luigi Marchesi il protagonista di questo noir anomalo e originale? A molti questo nome non dirĆ  nulla perchĆ© la polvere della storia ha un po’ offuscato la sua fama ma ai suoi tempi era una stella di prima grandezza della lirica, una voce bianca. MaccapaniĀ  ce lo presenta vecchio, stanco, malato, angosciato dalla paura della morte: ā€œIl ricordo mi ossessiona. Mi angoscia. La paura di morire, di ritrovarmi a dover affrontare i guai che ho combinato, i peccati che ho commesso, le cose starne che mi sono accadute, non mi abbandonaā€.
Ritiratosi nella quiete della vita agricola, nella calma e nel silenzio della campagna lontano dal turbinio del bel mondo e desideroso di riappacificarsi con Dio per mezzo di un giovane sacerdote Don Francesco Zoja, bergamasco di Pontirolo Nuovo, di famiglia contadina, lo nomina esecutore testamentario per essere certo che la sua lunga vita da peccatore non sia stata inutile ma le sue ingenti ricchezze finiscano ben spese in opere pie e di misericordia.
Durante una serie di incontri Luigi Marchesi affida a lui le sue sofferteĀ  confessioni ricordando la sua vita scellerata e tumultuosa in un lungo flashback, che inizia dall’infanzia, dal debutto difronte all’ imperatrice Maria Teresa d’Austria che intuisce il suo talento e raccomanda che la sua voce straordinaria non si diperda ma venga curata e lo incoraggia prevedendo che un giorno diventerĆ  un grande cantante lirico conosciuto in tutti i palcoscenici, dalla dolorosissima operazione necessaria che cambierĆ  la sua vita preservando la sua voce angelica la sua voce bianca, chiara fluida, perfetta da sprano pur essendo di sesso maschile ma che gli impedirĆ  per sempre di procrerae e avere figli, alla giovinezza come musico soprano alunno nella Cappella del Duomo e prosegue con i successi della sua vita adulta sui palcoscenici di tutta Europa.
La voce rappresenta tutto per Luigi Marchesi, la sua esistenza, i suoi sacrifici, il suo desiderio di esibirsi davanti ad un pubblico. Ma il successo, la fama, le ingenti ricchezze, le donne sempre ai suoi piedi non bastano a riempire una vita vuota sempre spesa per inseguire grette ambizioni di riscatto sociale.
E’ tuttavia anche la storia di un amore umanissimo e impossibile per la pittrice Maria Cosway ma soprattutto di un rimorso per un omicidio commesso che se anche la giustizia degli uomini non lo persegue, la sua coscienza lo accusa e lo tormenta anche nei sogni.


Pagine dense, ricche di storia e di umanissima pietĆ , pagine con cui Maccapani con sensibilitĆ  e vivacitĆ  fa rivivere un mondo dominato da invidie e odi feroci coperti dalla patina scintillante dei lustrini e degli applausi.


:: Intervista con Alessandro Bastasi

31 ottobre 2009

la-fossa-comuneBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori. I tuoi studi, la tua cittĆ , il tuo lavoro.Ā 

Sono nato a Treviso nel 1949, laureato a Padova in fisica. GiĆ  alla fine degli anni Sessanta mi venne la passione per il teatro, grazie a un professore di greco che si chiamava Tullio Zanier, ci tengo a ricordarlo perchĆ© era una persona davvero speciale. Poi sono entratoĀ  in una compagnia professionista con il grande Gino Cavalieri, il mio vero maestro, con il quale ho recitato Goldoni e altri autori veneti. Contemporaneamente mi sono dedicato anche al teatro politico e militante (erano gli anni Settanta!). Nel 1976 mi sono trasferito a Milano dove tuttora vivo, e qui ho iniziato a scrivere di cronache e argomenti teatrali su varie riviste, compresa Sipario. Professionalmente oggi mi occupo di ICT come amministratore delegato di una societĆ  del settore, saltuariamente però continuo a recitare sia in teatro (l’ultimo spettacolo ĆØ stato Il malato immaginario di MoliĆØre nel 2007) sia, grazie a un filmaker milanese, l’amico Luciano Sartirana, come attore cinematografico.Ā 

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Sognavi fin da ragazzo di diventare scrittore? I tuoi genitori ti hanno cresciuto con il mito del posto fisso?Ā 

Ho cominciato a scrivere racconti attorno ai vent’anni, ma all’epoca non sognavo certo di diventare scrittore, pensavo piuttosto a quando avrei vinto il premio Nobel per la fisica o l’Oscar come attore! Scherzi a parte, essendo stato fin da ragazzo interessato all’espressione artistica e ai temi ad essa correlati, dai vent’anni in poi ho sempre scritto qualcosa, racconti, articoli, e nel 1995 un saggio per il movimento ā€œItalia Democraticaā€, I mezzi di comunicazione di massa – antitrust e pluralismo. Sull’ultima domanda: i miei genitori sƬ, sognavano per me il posto fisso, ma dopo un’esperienza in una multinazionale durata quasi otto anni ho deciso che non era quella la strada più consona al mio carattere e alle mie aspettative.Ā 

Hai fatto teatro, classico e contempporaneo. Ami Pirandello, Moliere, Checov, Goldoni, Shakesperae? Quanto il tuo talento d’attore ti ha aiutato nella scrittura?Ā 

Amo tutti gli autori che hai citato, anche se i miei pilastri sono i grandi tragici greci. Nelle loro opere c’è giĆ  tutto quello che sarebbe poi stato scritto. Più che il mio opinabile talento d’attore penso siano state le messe in scena dei testi in cui ho recitato ad aiutarmi nella scrittura, soprattutto per ciò che riguarda la forma espressiva: il ritmo di una frase, i suoni che ne scaturiscono (quando scrivo rileggo sempre a voce alta), la cura dei dialoghi, che mi immagino sempre recitati da qualcuno. Per non parlare della costruzione dei personaggi, dei quali cerco spesso di vivere in prima persona, dentro di me, ogni sfumatura. Solo un decimo del personaggio poi viene trascritto nel romanzo, il resto deve trasparire, lo deve captare il lettore. E per arrivare a questo l’esercizio di cercare di vivere il personaggio ā€œda attoreā€ dentro di me prima di metterlo sulla carta mi ĆØ molto utile.Ā 

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore? Ā 

Il percorso per arrivare alla pubblicazione ĆØĀ stato, come si può ben immaginare, molto lungo. All’inizio, del tutto ignaro dei meccanismi del mercato editoriale italiano, ho inviato il manoscritto alle maggiori case editrici italiane, le quali, gentilmente ma immancabilmente, mi hanno risposto con un rifiuto. Allora ho usato internet per rintracciare le case editrici di piccole dimensioni che, sulla base dei loro cataloghi, ritenevo più adatte a pubblicare il romanzo. E, miracolo!, ho ricevuto da queste innumerevoli lettere di plauso e di disponibilitĆ  a pubblicare, però con un ā€œpiccoloā€ vincolo: pagare! Con tutto il rispetto, sono stato io questa volta a declinare gli inviti. FinchĆ© ho ricevuto una mail della Zerounoundici Edizioni che mi proponeva la pubblicazione senza dover sborsare un euro. E il libro ĆØ uscito. Sulla base di questa esperienza il mio consiglio a chi cerca un editore ĆØ di armarsi di grande pazienza, di non smaniare dal desiderio di vedere il proprio libro sugli scaffali di casa propria e di qualche amico, di considerare bene il fatto che molte cosiddette case editrici sono in realtĆ  delle ā€œtipografieā€, che una volta intascati i soldi lasciano all’autore ogni onere per promuovere e vendere la propria ā€œcreaturaā€. Consiglio inoltre di consultare con attenzione i cataloghi delle case editrici cui si propone la propria opera, di rispettarne le modalitĆ  di invio dei manoscritti, di presentare un testo editato e stampato con molta cura. Non ĆØ sicuramente tempo perso.Ā 

Quali sono gli scrittori che ti hanno più  influenzato nel tuo percorso formativo? Parlaci degli echi che hanno lasciato in te. 

Difficile farne un elenco. I classici, senza dubbio, che mi hanno lasciato il senso profondo della letteratura, che è quello di essere testimoni critici del proprio tempo. E poi molta letteratura del Novecento, Kafka, Pavese, Buzzati, Hemingway, gli autori della Beat Generation, per fare solo qualche esempio. Tra i contemporanei metterei sicuramente José Saramago e Antonio Tabucchi, che mi hanno insegnato a coniugare una letteratura di testimonianza con una ricerca su una forma espressiva che sia essa stessa sostanza di ciò che si vuole esprimere. 

Parliamo adesso del tuo romanzo d’esordio ā€œLa fossa comuneā€ un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90. PerchĆ© hai scelto questo periodo storico? Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare la Russia? Ā 

Ho scelto quel periodo storico perché c’ero. Voglio dire, per motivi di lavoro ha vissuto per lunghi periodi in Russia tra il 1990 e il 1994, quindi sono stato testimone diretto degli avvenimenti epocali che stavano radicalmente trasformando quel paese, trascinandolo dall’URSS alla Russia post-comunista di Eltzin. Ben consapevole della portata storica di ciò cui stavo assistendo (e in certa misura partecipandovi, dal momento che lavoravo a contatto con ricercatori di vari istituti universitari), giorno per giorno mi annotavo su un diario tutto quello che stava accadendo, sul piano politico, sociale ed economico. Non avevo ancora uno scopo molto chiaro, pensavo che forse ne avrei fatto un saggio, una cronaca, qualcosa… Invece ne ĆØ uscito il romanzo. Il mio primo romanzo. A un certo punto ho sentito infatti l’esigenza di analizzare l’impatto di questa rivoluzione su un ex sessantottino, personificato, nel libro, dal protagonista Vittorio Ronca.Ā 

Vittorio Ronca ĆØĀ un po’ un emblema di una generazione di transizione, una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. Ti senti parte di questa generazione? Ā 

Senza dubbio. Lo scenario della vita di Vittorio Ronca ĆØĀ lo scenario in cui anch’io sono vissuto, e penso che leggendo il libro lo si percepisca. Non ĆØ comunque un romanzo autobiografico, infatti io non ho mai partecipato a un attentato al Eltzin… J Diciamo che Vittorio ĆØ la summa di caratteri che ho effettivamente incontrato nella mia vita, dall’attore di Grotowski che cerca l’Istante Assoluto al di fuori della storia degli storici, fino al terrorista che con il suo gesto vuole liberare l’umanitĆ  dalle sue catene. Informazioni sul romanzo si possono acquisire andando su http://lafossacomune.blogspot.com.

Cosa stai leggendo in questo momento?Ā 

Sto leggendo l’ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in frettaĀ 

Stai cercando un editore per il tuo nuovo romanzo ā€œGabbia Criminaleā€. Ci sono offerte? Vuoi parlarci un po’ del romanzo? E’ un noir ?Ā 

La gabbia criminale ĆØ un noir, anche se molto sui generis: c’è un delitto, anzi un duplice delitto, c’è un colpevole giĆ  processato e condannato nel 1954. Ma quando Alberto Sartini, un uomo di sessantaquattro anni in pensione, nel 2009 torna nella casa in cui ha vissuto i suoi primi nove anni di vita, i personaggi di quella lontana vicenda cominciano a penetrare nella sua mente, chiedendo a lui di risolvere definitivamente il giallo di tanti anni prima, fino ad arrivare all’inaspettata soluzione. L’idea di fondo ĆØ di comporre il mosaico di un contesto sociale appartenente a tempi non cosƬ lontani come potrebbe sembrare. Forse un aspetto interessante del romanzo ĆØ lo stile, che segue la scelta di sovrapporre continuamente il passato (primi anni Cinquanta) al presente: le vicende del passato sono raccontate come se si stessero tuttora svolgendo. Per arrivare a questo, dopo aver introdotto nella narrazione il ricordo, abbandono il tempo verbale passato per raccontare i fatti al presente, come se il protagonista/narratore li vivesse in quel momento. Ciò mi sembra possa rendere il racconto più coinvolgente, e nello stesso tempo suggerire l’idea che l’oggi, per tanti versi, ĆØ uguale a ieri. Altre informazioni sono reperibili sul blog dedicato: http://lagabbiacriminale.blogspot.com.

Per questo romanzo sto cercando un editore adatto. Uno di questi mi ha giĆ  risposto, dimostrando il suo interesse e allegando anche una scheda di valutazione molto positiva. Ma, come dicevo sopra, non bisogna essere impazienti.Ā 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata?Ā 

Non ho un vero e proprio agente letterario, piuttosto una consulente editoriale che mi ha dato e mi sta dando una serie di dritte su come muovermi in questa giungla, mi segnala delle opportunitĆ , mi suggerisce degli editori possibili. E’ la stessa persona che ha creato il book-trailer de La fossa comune, che si può vedere su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=pTsjK_P85mQ. Agenti letterari nel vero senso della parola non ne conosco, forse sono figure un po’ defilate, sƬ, quindi sospendo qualunque giudizio.Ā 

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?Ā 

Per la veritĆ Ā  ne sto ā€œpensandoā€ più d’uno, e sto scrivendo appunti sparsi un po’ dovunque… il primo di questi ĆØ un po’ il sequel de La gabbia criminale, con i medesimi personaggi (almeno quelli viventi) e altri ancora che si accaniscono contro la madre e la sorella del protagonista Alberto Sartini. Ma non posso dire altro per non rovinare la sorpresa ai lettori de La gabbia criminale. Un altro romanzo invece ha come idea di fondo l’inquietudine di un uomo d’affari occidentale, giĆ  avanti con gli anni, nel suo confronto con il senso ultimo della vita, e l’incontro di questo personaggio con la via induista al samsara, con tutti i problemi pratici e affettivi che ciò gli comporta. Va detto che sono un appassionato di cultura indiana, su cui ho condotto studi approfonditi grazie anche ai sette viaggi che nel corso degli anni mi hanno portato in India.

Ā Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?Ā 

Ce ne sono parecchi, ma mi piace qui citarne un paio: Alessio Pracanica con il suo Racconti dell’etĆ  del rap e Sergio Paoli con il suo Ladro di sogni, Ci sono poi degli autori che non ĆØ corretto definire esordienti, ma che sono poco noti al grande pubblico a causa dei meccanismi perversi del mercato editoriale in Italia. Tra questi mi preme segnalare Carlo Menzinger con i suoi romanzi ucronici, e il duo Laura Costantini e Loredana Falcone, ā€œl’unico esempio esistente (fatti salvi Fruttero e Lucentini) di coppia di fatto di scrittrici.ā€

Ti piacerebbe scrivere per il teatro?Ā 

SƬ, certo mi piacerebbe, anche se non so se ne sarei davvero capace. Ho scritto qualcosa nel passato, ma sono cose che non hanno convinto prima di tutto me stesso. E poi per scrivere per il teatro bisogna viverlo giorno per giorno, secondo me, respirarne l’aria, catturarne gli elementi: i suoni, i materiali, le luci e le ombre, i corpi. Il teatro ĆØ fatto di questo, procede per accostamenti analogici e simbolici, e il testo ĆØ soltanto uno degli ingredienti, ĆØ soprattutto un supporto. Almeno, io la penso cosƬ. Temo quindi che, se mi cimentassi, produrrei un testo molto più letterario che teatrale. Comunque, mai dire mai!