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:: Intervista a Veronica Stigger

18 gennaio 2010

vstiggerCiao Veronica è  un piacere intervistarti per Liberidiscrivere. Parlaci un po’ di te dei tuoi studi del tuo lavoro del tuo tempo libero. Racconta ai nostri lettori italiani chi è Veronica.

Per me è un grande piacere rispondere a questa intervista per Liberidiscrivere. Mi piace tantissimo l’Italia, dove ho sviluppato parte delle mie ricerche di dottorato (in 2003) e la mia ricerca di post-dottorato (in 2009). Oltre ad essere scrittrice, sono anche professoressa universitaria e critica d’arte. Vengo dal sud del Brasile, dalla capitale del Rio Grande do Sul (una provincia vicina al Uruguay e all’Argentina), che si chiama Porto Alegre. Ma vivo e lavoro a San Paolo dal 2001. Insegno storia dell’arte, più precisamente il modernismo brasiliano, presso alla Fundação Armando Álvares Penteado (FAAP), a San Paolo. Ho appena finito un’altra ricerca post-dottorale, presso il Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo, sul concetto di esperienza nell’opera di un artista brasiliano troppo interessante e poco conosciuto fuori dal Brasile, Flávio de Carvalho.

Innanzitutto giornalista, raccontaci della tua esperienza, per quali giornali e riviste hai lavorato cosa ti ha insegnato la sala stampa.

Ho lavorato per tre anni come giornalista, in tre media: radio, TV e giornale. Tutti i tre della stessa azienda giornalistica, la RBS (Rede Brasil-Sul de Comunicações): Rádio Gaúcha, RBS TV e Zero Hora (giornale). Nella radio e nella TV, ho fatto di tutti un po’. Nel giornale, invece, ho lavorato presso la sezione culturale, scrivendo su arte, musica, letteratura ecc. Ma ho lasciato il giornalismo quando avevo 25 anni per dedicarmi esclusivamente alla ricerca universitaria. Volevo essere ricercatrice e professoressa.

Vivi a San Paolo, raccontaci qualcosa del tuo Brasile.

È difficile per me parlare del mio Brasile, perchè tutto qui cambia molto velocemente e ho sempre più il sentimento di che il mio Brasile, in verità, non esiste più. Quando ritorno a Porto Alegre, non riconosco più la città. Non è più quella città della mia infanzia, o sia, quella città della mia memoria, dei miei ricordi. Le aziende, i luoghi, le persone non sono le stesse. È tutto diverso. San Paolo è ancora peggio. Sei mesi fuori San Paolo è sufficiente per trovare la città tutta trasformata. Per questo, forse, mi piace tanto la mia Italia, che, al contrario, sembra sempre la stessa. Certo, la trasformazione, il cambiamento sono necessari, anzi imprescindibili per la vita; però, non si può, con questo, perdere il carattere di una città o di un paese, il genius loci.

Hai conseguito il dottorato di ricerca in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Vuoi parlarcene?

Io e Eduardo Sterzi, mio marito, siamo andati a San Paolo per sviluppare i nostri dottorati. Lui in Teoria e Storia Letteraria all’Università di Campinas, ed io in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Ho sviluppato una ricerca sul rapporto fra arte, mito e rito nella modernità. Ho studiato più profondamente le opere di quattro artisti fondamentali dell’arte novecentesca: Piet Mondrian, Kazimir Malevic, Kurt Schwitters e Marcel Duchamp.

Quali sono i tuoi scrittori brasiliani preferiti? Ci sono degli esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Mi piacciono moltissimo Machado de Assis e Carlos Drummond de Andrade. Credo che sono i più grande scrittori brasiliani. Mi piacciono anche e mi hanno particolarmente colpito e influenziato Oswald de Andrade e Flávio de Carvalho, che io ho studiato (e continuo a studiare) nelle mie ricerche accademiche. Fra i narratori contemporanei, mi piacciono Bernardo Carvalho e Jerônimo Teixeira. Mi piace anche Marcelo Mirisola, così come João Paulo Cuenca. Nel 2008, ho letto uno dei più belli libri di quell’anno, che è stato scritto da due giovani autori, Emilio Fraia e Vanessa Bárbara, e si intitolava O verão do Chibo. Gli ultimi libri di scrittori brasiliani che mi hanno colpito sono stati Golpe de ar, di Fabrício Corsaletti, e Monodrama, di Carlito Azevedo, tutti i due pubblicati nell’anno scorso. 

Raccontaci del tuo debutto nel mondo letterario. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

In 2002, un amico mi ha invitato a pubblicare alcuni racconti nel site portoghese Ciberkiosk (www.ciberkiosk.pt), che non esiste più. I pochi racconti che io avevo scritto fino a quell’anno sono stati pubblicati da questo site. Agli editori di Ciberkiosk, che erano anche i proprietari della casa editrice Angelus Novus, da Coimbra, piacquero i miei racconti e loro mi hanno richiesto il libro da cui i testi facevano parte: loro volevano pubblicarlo. Il problema era che io non avevo finito il libro. Ma non volevo lasciare passare questa opportunità. Ho richiesto alcuni mesi per concludere il libro, sviluppare alcune idee già registrate e infine inviare l’originale. Così è nato O trágico e outras comédias (Il tragico ed altre commedie). E per questo il mio primo libro è stato pubblicato prima in Portogallo, nel 2003. Solo nell’anno successivo, nel 2004, O trágico e outras comédias è uscito in Brasile, per la casa editrice 7Letras, di Rio de Janeiro. 

Sei una dei più  promettenti giovani autori brasiliani. E’ per te una responsabilità? In quale modo pensi di portare avanti la voce del Brasile nel mondo?

Sì, penso di continuare pubblicando i miei racconti fuori dal Brasile. In 2010, uscirà un’antologia di scrittore brasiliani per la casa editrice Tranan della Svezia. E il mio racconto “Olivia Palito”, che fa parte del Gran Cabaret Demenzial, sarà in quest’antologia.

Nel 2007 hai pubblicato “Gran Cabaret Demenzial” per Cosac Naify. Vuoi parlarcene.

I miei due libri, O trágico e outras comédias e Gran Cabaret Demenzial, sono stati fatti lungo la realizzazione del mio dottorato. Il primo libro, O trágico e outras comédias, è stato scritto durante la prima fase di ricerca, la fase in cui mi h
o dedicato a studiare il funzionamento, per così dire, dei miti e dei riti. Forse per questo vedo nei racconti di questo libro echi delle letture di quello periodo. Mi pare che nella struttura delle narrative si può identificare un certo carattere mitico. Nei racconti di O trágico, la narrativa è spesso centrata in uno solo personaggio, che è rappresentato deliberatamente senza profondità psicologica. Questo personaggio realizza un’ azione o una serie di azioni che solo acquistano senso se l’azione o le azioni sono compresse entro una realtà determinata – la realtà intrinseca al personaggio –, che si configura come una realtà paralela alla nostra realtà. Le azioni dei personaggi corrispondono molte volte alla logica imprevista dei miti o sembrano rispondere alle regole di uno rituale che rimane sconosciuto ai lettori – e, alcune volte, anche per me. Il Gran Cabaret Demenzial è stato scritto lungo la seconda fase della mia ricerca di dottorato, la fase in cui sono stata a Roma per studiare – forse per questo il titolo del libro proviene da un annuncio di una festa che ho visto nella capitale italiana. In questa fase, ho studiato le opere di Mondrian, Malevic, Schwitters e Duchamp e ho approfondito le letture sull’avanguardia storica. Penso che nel Gran Cabaret ci sono vestigi di queste letture. La organizzazione stessa del libro nella forma di un “cabaret” fa ricordare l’organizazione dei spettacoli di avanguardia: in una stessa serata, un numero di danza succedeva un numero di musica che succedeva una recitazione di poema che succedeva la lettura di un manifesto ecc. Nel Gran Cabaret Demenzial, ci sono testi dei più diversi generi: racconti, poemi, un testo teatrale, un annuncio pubblicitario, una notizia giornalistica, una conferenza ecc. Ma, per me, tutti i testi rispondo allo stesso principio narrativo, che è quello del racconto.

Scrivi anche racconti tra cui due pubblicati in Italia "Durante" (in Lusofonica, La Nuova Frontiera, 2006) e "Teleferica" (in Il Brasile per le strade, Azimut, 2009). Ami scrivere racconti?

Si. Mi piace moltissimo scrivere racconti. Sono amante delle storie brevi. Mi piace tantissimo lavorare con qualcosa di strano, qualcosa che causa un certa stranezza. E, per mantenere la stranezza, bisogna essere brevi, perchè se l’incontro con lo strano si estende può accadere di abbituarci allo strano e finire per considerlo famigliare. La brevità del racconto concentra e intensifica la stranezza, perché non permite che il lettore abbia il tempo per trovare lo strano qualcosa di famigliare.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño. È un libro veramente impressionante.

Sei sposata con il poeta, saggista e critico Eduardo Sterzi raccontaci qualche episodio divertente che lo riguarda.

Eduardo è il più  grande specialista brasiliano di Dante Alighieri. Lui ha studiato la Vita Nova nella sua tesi di dottorato, proponendo una rilettura di questo testo dantesco come origine intempestiva di quello che chiamiamo lirica moderna. No so se questo è divertente, ma è curioso, no?

Sei impegnata nella stesura di un nuovo libro? Vuoi parlarcene e anticiparci qualcosa?

In maggio, uscirà  il mio terzo libro di racconti, Os anões (I nani), anche pubblicato da Cosac Naify. Sto lavorando in due altri libri. Uno dei due sarà anche di racconti e si chiamarà Sul (Sud). Saranno tre testi con formati diversi: uno racconto propriamente detto (che già è pronto e si intitola 2035), un testo teatrale (che si chiamerà Mancha [Macchia]) e forse un poema lungo. L’altro sarà una novela e avrà un titolo in polacco: Opisanie świata, che vuol dire “descrizione del mondo” e ch’è come si chiama Il Milione di Marco Polo in polacco. Il libro sarà come una descrizione del viaggio del protagonista Opalka, un polacco cinquentenne, che va dalla Polonia all’Amazonia, in Brasile, per conoscere il suo figlio chi è gravemente malato in un ospedale a Manaus.

Nicola Fabio Vitale recensisce Strane cose domani di Raul Montanari

10 gennaio 2010

L’idea dell’eterno ritorno, del continuo ritorno al punto di partenza contrapposta all’idea della vita che scompare per sempre, quel che è stato non significa nulla. Quale delle due affermazioni è più verosimile? La tentazione di ripartire da zero, spesso, è grande, ma non sempre è possibile, quasi mai. Quel che è stato, prima o poi, riappare. La vita si dimostra più forte della volontà e dei desideri dei protagonisti lasciandoti a una sensazione di continuo sconforto, quella di essere soli contro il resto del mondo, si rivela simile a un’ingombrante ombra che ti spinge sempre verso il punto di partenza, dal quale ripartire in maniera sempre diversa. Sei obbligato a rivivere incubi che vorresti solo dimenticare consapevole che è già stato sufficiente viverli una volta soltanto, e devi fare, inevitabilmente, i conti con il passato che ti costringe a un confronto con interrogativi cui è difficile dare una risposta, interrogativi che mettono in discussione il confine tra il giusto e lo sbagliato. In “Strane cose, domani”, l’ultimo libro di Raul Montanari (Baldini Castoldi Dalai editore, 2009, 279 pg., 17,50), il protagonista si confronta con questa drammatica sensazione, spera di poterla lasciare in un angolo insieme al suo scomodo passato mentre gli avvenimenti della sua esistenza vanno nella direzione opposta e, infine, si ritrova a essere travolto da tutto lo stato delle cose che lo hanno visto protagonista. Tutto inizia con il ritrovamento di un diario abbandonato, un evento che provoca la curiosità del protagonista spingendolo a cercare l’autrice che ha deciso di abbandonare quelle pagine piene di brani di vita dai quali emerge un profondo dolore. Il protagonista comincia la ricerca e, parallelamente, inizia a svelare la sua storia, descrive i suoi stati d’animo, racconta la consapevolezza che il suo nocciolo di uomo si è formato nelle tristi disavventure di un ragazzino con tutte le incertezze e le debolezze che ne sono scaturite. Sensazioni che si confondono con i nomi di molte donne, Eliana, Chiara, Federica, Cristiana, Livia e tante altre ancora.  Con ognuna di esse ha un rapporto diverso dal quale emerge una parte del suo modo di essere, della sua storia, quella di un uomo disonesto negli atti ma onesto nella coscienza e che, proprio per questo motivo, attira tanto la loro attenzione, la sua condanna e il suo tormento. I suoi errori, la sua sensazione di smarrimento, la sua ricerca di giustizia, la necessità di dare un senso compiuto a questa parola, a un certo punto tutto sembra chiaro, aleggia, però, un interrogativo ingombrante, può un killer essere considerato innocente? Un interrogativo senza risposta, che diventa sempre più grande accompagnato dalla consapevolezza che la vita è difficile per tutti. Il cerchio si chiude quando la storia dei protagonisti mostra tutti i suoi misteri, i suoi incroci crudeli e riporta tutto al punto di partenza, riproponendo il misterioso confine tra il giusto e lo sbagliato, in modo, però, sempre diverso. Il protagonista del libro, anni dopo, è costretto a spingersi, ancora una volta, come un equilibrista lungo quel filo sospeso nell’aria senza un motivo apparente, proteso nella storia della sua esistenza solo da una serie di sfortunate coincidenze, e il gioco si ripete in maniera sempre più crudele. Questa volta negli occhi, nelle sensazioni, nello stato d’animo e nelle azioni di suo figlio, un incrocio spietato. Il cerchio si chiude, ognuno raccoglie ciò che ha seminato e lui, il protagonista, rimane perennemente prigioniero di quella sensazione indefinibile provocata da una domanda cui, forse, è impossibile rispondere, può un killer essere considerato innocente? Nausea, arrendersi alle proprie sensazioni consapevoli di essere vittima della propria storia, del proprio modo di essere e, al tempo stesso, provare il sollievo di una scoperta, essere capace di tenere tutto per se il dolore di quel che è stato, che ha segnato anche la vita di chi gli è stato accanto. Questa è la sua risposta.

Una rubrica dalla parte della poesia

30 dicembre 2009

Dal 2001 al  2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava  Nel verso giusto e usciva  il martedì. Per molti che amano la poesia era diventato un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno  spazio di  3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti  lettori , poeti e di lettori  – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine,  questo spazio  nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna. Da mercoledì 13 gennaio,  su Linea quotidiano (www.lineaquotidiano.net),  torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lenzini Via Po 116 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato.

Nicola Vacca

:: Intervista a Francesco Giubilei

28 dicembre 2009

historicaBenvenuto Francesco su Liberidiscrivere. Solitamente intervistiamo scrittori e giornalisti, sei il primo editore. Iniziamo quindi con le presentazioni. Parlaci un un po’ di te. Chi è Francesco Giubilei?

E’ un ragazzo di 18 anni di Cesena che frequenta il quinto anno di Liceo Scientifico nella sua città, gioca a calcio, esce con gli amici, ha la vita di un normale adolescente con due grandi passioni la letteratura e l’editoria. Da qui nasce il suo amore per la lettura e la scrittura e la volontà di fondare dapprima una rivista letteraria e successivamente una casa editrice.

Sei il direttore editoriale delle edizioni Historica. Parlaci di questa esperienza. Ci sono anche lati negativi? Come li affronti?

Historica edizioni è nata nel settembre del 2008 con la pubblicazione di “Le colpe dei padri” di Laura Costantini e Loredana Falcone. Inizialmente Historica era un e-magazine online e successivamente una rivista letteraria cartacea, solo in seguito è nata la casa editrice. Purtroppo, oltre alle tante soddisfazioni, ci sono anche molti lati negativi. Innanzitutto economici: se non si chiede il contributo agli autori, come facciamo noi, l’unica fonte di guadagno sono le vendite dei libri e purtroppo non sempre un titolo vende tanto da azzerare i costi e quindi si è sempre con l’acqua alla gola per quel che riguarda i pagamenti. Un altro grande problema è quello legato alla distribuzione, benché siamo distribuiti in tutto il territorio nazionale da Ediq e in Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo da L’editoriale, è davvero difficile riuscire ad avere spazio in libreria, specie se si tratta di narrativa e di un editore, tutto sommato, nato da poco.

Sei il più  giovane editore d’Italia. Come vivi questa condizione?

Essere il più  giovane editore d’Italia è solamente un qualcosa in più al lavoro che svolgo quotidianamente per Historica, non voglio essere conosciuto solo perché sono il più giovane editore d’Italia (perché questa è una condizione che, volenti o nolenti, durerà ancora per pochi anni) ma per la qualità e la validità dei libri che edito.

Che consigli daresti ai giovani che volessero intraprendere la tua strada di editore?

Fare l’editore non è un gioco, è una vera e propria professione, una delle più difficili perché racchiude al suo interno varie competenze. Innanzitutto, benché non sia molto “romantico” affermarlo, l’editore è un imprenditore e la casa editrice un’azienda e, come in tutte le aziende, bisogna fare profitto o almeno inizialmente non rimetterci. Se l’editore però si limita solo a fare profitto come purtroppo stanno facendo case editrici storiche come la Mondadori (diverso è il ruolo della Rizzoli che storicamente è nata come una casa editrice per fare soldi, nonostante iniziativa di grandissima valenza culturale quale per esempio la collana Bur che è stata fondamentale nella crescita culturale degli italiani nel dopoguerra) a quel punto non svolge più la sua funzione principale che è quella di portare contributi letterari e culturali alla società. Il consiglio che darei a chi volesse intraprendere la strada di editore è quello di conoscere la storia dell’editoria e il mercato editoriale contemporaneo. Consiglio la lettura della “Storia dell’editoria italiana” del Ferretti (Einaudi, 2004), oltre che lo studio delle biografie di vari editori come Mondadori, Bompiani, Longanesi, Einaudi, Calasso, Scheiwiller…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore? Gli consiglieresti di cercarsi un agente letterario?

L’agente letterario è una figura necessaria quando si arriva ad un certo livello e ad un certo numero di pubblicazioni. Prima, nella stragrande maggioranza dei casi, è inutile e alle volte anche controproducente (come esistono tanti pseudo editori che speculano sulla buona volontà degli autori, così ci sono molti agenti che offrono pseudo servizi rubando soldi agli autori). 

Che tipo di criterio utilizzate per scegliere gli autori da pubblicare?

La nostra linea editoriale è già programmata fino a settembre-ottobre 2010 quindi in questo momento valutiamo con più calma i lavori di autori, esordienti o meno, che ci scrivono.

Quale è l’autore che ti ha più inorgoglito pubblicare?

Tutti. Se decido di pubblicare un libro è perché credo in esso e nelle potenzialità  dell’autore quindi tengo allo stesso modo a tutti i miei autori. Sono molto legato a Laura Costantini e Loredana Falcone per la narrativa, a Francesco Dell’Olio, autore di Vivere Adagio giunto alla seconda edizione, ad Alessandro Cascio e Sacha Naspini per la collana Short Cuts, così come Remo Bassini. Sono orgoglioso di avere pubblicato Matteo Gambaro, Cinzia Pierangelini e Maria Giovanna Luini per la collana Celeris e sono felice per lo sviluppo che sta prendendo la collana “Cahier di viaggio” diretta da Francesca Mazzucato.

Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che ti è capitato nella tua carriera.

Nella mia breve carriera editoriale mi sono successi molti episodi divertenti, specialmente alle fiere dove capita di incontrare persone davvero bizzarre. Il più  divertente in assoluto, anche se spiega tante cose sul mercato editoriale italiano, è quello che mi è successo alla passata edizione della fiera del libro di Modena. Una signora mi si è avvicinata consegnandomi un suo bigliettino da visita e dicendomi, “Io scrivo romanzi” al che l’ho ringraziata e le ho consigliato uno dei nostri libri di narrativa e lei mi ha risposto “mi dispiace ma non leggo narrativa”!

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che vorresti al più  presto realizzare.

I progetti e le idee sono davvero tante e mi piacerebbe poterle realizzare tutte, bisogna però stare con i piedi per terra e non fare il passo più lungo della gamba. Il mio sogno editoriale sarebbe quello di conoscere un imprenditore disposto ad investire nello sviluppo della casa editrice.

Frequenti fiere del libro, raduni internazionali? Quale è lo stato dell’editoria italiana? Pensi che la crisi tocchi anche questo settore?

La crisi purtroppo tocca specialmente questo settore o meglio tutti i beni di consumo ritenuti “non necessari” o “superflui” e, come purtroppo tutti sappiamo, la stragrande maggioranza degli italiani ritiene i libri come un qualcosa di cui è tranquillamente possibile fare a meno. Il grado di civiltà di un popolo non si misura solo nelle infrastrutture, nel proprio pil, nel sistema di governo, bensì anche dal proprio rapporto con la cultura e quindi coi libri. Le fiere del libro sono importantissime per un piccolo editore, se non fondamentali. Nel 2010 parteciperemo a Modena, Torino, Pisa, Chiari e speriamo Roma, più altre piccole manifestazioni ed eventi.

Hai progetti per aiutare i giovani ad emergere?

I giovani devono sicuramente essere aiutati ad emergere, specie in un momento come questo, come cas
a editrice siamo chiaramente apertissimi ai giovani e il nostro aiuto concreto è quello di offrire la possibilità di pubblicare con una casa editrice seria, indipendente e senza contributo. Però se lo devono meritare.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento. Consiglieresti ai giovani di autopubblicarsi?

In questo caso bisogna fare molta attenzione perché c’è differenza tra il pubblicare a pagamento e l’autopubblicazione. Parliamo di auto pubblicazione quando un autore decide autonomamente di stampare poche copie del suo libro nella tipografia/copisteria sotto casa o di registrarlo su uno dei tanti malaugurati siti di book-on demand come per esempio Lulu o ilmiolibro.it e renderlo quindi fruibile ad un numero illimitato di persone. L’editoria a pagamento è invece un fenomeno di tutt’altro genere. Si tratta di editori che al momento della pubblicazione del libro chiedono agli autori un contributo economico o l’acquisto di un tot di copie. E’ un discorso complesso che meriterebbe di essere analizzato e discusso ma non mi sembra questa la sede idonea, rimando comunque chi fosse interessato ad approfondire a questa mia intervista a Silvia Ognibene autrice di “Esordienti da spennare” libro-inchiesta sul fenomeno dell’editoria a pagamento ( http://www.lankelot.eu/letteratura/ognibene-silvia-intervista-su-esordienti-da-spennare.html )

In che città  vivi? Vi lega un rapporto di amore – odio? Quali sono le caratteristicche che ami di più e quelle che ami meno?

Vivo a Cesena che è una piccola cittadina della Romagna. Il prossimo anno però mi trasferirò (presumibilmente a Roma) per frequentare l’università e poi non so se tornerò a vivere in provincia. Benchè la vita di provincia sia sotto molti aspetti bella e soprattutto tranquilla, credo mi si addica più lo stile di vita di una grande città con le opportunità lavorative e culturali che offre. Le cose che amo della mia città, oltre che la squadra di calcio, sono la sua tranquillità che permette di avere una qualità di vita tutto sommato alta e la facilità negli spostamenti. Ciò che odio veramente tanto è la chiusura mentale della maggioranza delle persone e la mancanza di vere iniziative culturali e manifestazioni di livello. Per quel che riguarda lo stato dell’editoria nella mia città è meglio sorvolare.

Cosa pensi del fenomeno dei gialli scandinavi. Ti piacciono autori come Mankell o Stieg Larsson?

Sinceramente, se si escludono i molti manoscritti che ricevo e i grandi classici (Doyle, Simenon, Christie…), non leggo molti gialli e non ho letto Mankell e Larsson quindi non esprimo un giudizio. Anche se mi sembra che, come spesso accade, si stia enfatizzando il fenomeno del giallo scandinavo e che Marsilio stia compiendo una bella operazione commerciale. Occhio.

Quali sono i segreti per promuovere un libro?

Sostanzialmente tre: soldi, tempo e contatti. Senza queste tre peculiarità è  impossibile fare un bel lavoro di promozione di un libro. Ad un livello successivo un buon ufficio stampa. Se i fondi sono pochi, la promozione, come nel nostro caso, viene curata direttamente dall’editore, assumendo, alle volte, uffici stampa a contratto.

Che tipo di approccio utilizzate per far conoscere i vostri libri, inviate copie di libri da recensire a recensori professionisti? Come si diventa recensori professionisti? E’ una professione in ascesa? 

Col tempo abbiamo maturato una serie di contatti, specialmente sul web, ma anche sulla carta stampata a cui inviamo copie saggio delle nostre ultime uscite. Non so cosa intendi con recensori professionisti, non esiste un albo come per i giornalisti (per altro opinabile, una tessera non rende automaticamente un giornalista un professionista), credo che il seguito e l’apprezzamento dei giudizi renda un critico un professionista. Ci sono decine e decine di critici, o pseudo tali, che si definiscono professionisti solo perché scrivono per importanti quotidiani quando in realtà sono schiavi dei grandi editori. Critica deriva dal greco Kritike ed è quell’arte o scienza di giudicare “secondo i principi del vero, del buono e del bello”, quando vengono meno questi tre principi non si parla più di critica bensì di marketta. Si diventa un recensore professionista scrivendo il vero, senza compromessi di nessun genere.

Oltre che editore sei anche scrittore? Che libri hai scritto? Pensi di pubblicarli con Historica?

Finora ho pubblicato due libri, uno nel 2006 dal titolo “Giovinezza” ed uno nel 2008 “Bastola la signora del fuoco” (Arpanet). In particolare la mia esperienza con Arpanet è stata molto positiva, sono una casa editrice giovane e dinamica che cura molto la propria immagine e i ragazzi della redazione, coadiuvati da Paco Simone (l’editore), si danno davvero tanto da fare, in particolare Daniela Giordani, validissimo ufficio stampa. La bell’esperienza mi ha convinto a proporgli  il mio ultimo lavoro in fase rilettura in questi giorni, incrociamo le dita. Per quel che riguarda l’auto pubblicazione, almeno per il momento, la escludo.

Recensione a cura di Nicola Fabio Vitale: Il purtroppo delle cose di Dimitri Verhulst

16 dicembre 2009

9788864110042gQual è la condizione di vita in cui dovrebbe vivere un uomo? Difficile dirlo, ne esistono diversi che vanno da un estremo all’altro, improbabile stabilire quale sia il più giusto. Alcuni, però, possono essere definiti senza dubbio deprimenti, emarginati, sconclusionati. Dimitri Verhulst né “Il purtroppo delle cose” (Fazi Editore, 2009, 219 pagine, 16,50 euro) racconta le vicende del piccolo Dimitri, protagonista di una storia che, per molti aspetti, può essere definita al limite. L’autore, con uno stile di scrittura scorrevole ed efficace che, in più di una circostanza, costringe a sorrisi che lasciano l’amaro in bocca, dipinge squarci di vita che risaltano in modo realistico agli occhi di chi legge, in cui i luoghi e il succedersi degli avvenimenti sono profondamente impregnati delle sensazioni dei protagonisti. Tutti sembrano accettare il destino che gli è stato assegnato fin dalla nascita, alcuni esaltano il proprio modo di essere per sentirsi vivi e capaci di lasciare un segno del proprio passaggio. Per nessuno sembra possibile una via di fuga, solo una morte prematura l’unica alternativa. Il piccolo Dimitri osserva tutti, racconta le sue sensazioni e quelle di chi gli sta vicino nel succedersi degli avvenimenti che segnano la sua esistenza. I suoi stati d’animo sono molteplici, disagio quando incontra chi vive un’esistenza migliore dalla sua, orgoglio, comprensione, rassegnazione, odio nei confronti di chi sembra averlo condannato a vivere quello stato delle cose. Il tempo passa, Dimitri cresce e riesce nell’impresa che, fino a quel punto del racconto, sembrava impossibile, intraprendere un percorso diverso da chi lo aveva preceduto. Il suo racconto sembra poter lasciare spazio alla speranza per tutti, esiste una via d’uscita. La realtà, però, sembra dover prendere il sopravvento. Costruire un percorso alternativo significa muoversi lungo una strada difficile e piena di ostacoli, soprattutto da un punto di vista interiore. Avviarsi lungo la discesa che porta verso il purtroppo delle cose, quello stato di vita nel quale non si riconosce più, sembra molto semplice, una possibilità sempre in agguato dietro il prossimo angolo.

:: Intervista ad Antonio Gargiulo di Michele Ciardelli

4 dicembre 2009

Caro Antonio, tu sei un diplomato che non ha mai smesso di studiare. Hai fatto e stai facendo attualmente ricerche. Sei stato per anni abbonato ad una rivista di settore. Spiegami, allora, come ha fatto Adriano Gotulani, a convincerti a scrivere un libro erotico a quattro mani!

Carissimo, innanzitutto grazie per questa intervista. Vedo che sei informato sul mio percorso culturale. Come hai detto, sono un appassionato di scienza. Di solito, con questa parola, si limita il campo della conoscenza alla semplice biologia, fisica e astronomia che ognuno di noi ha studiato alle scuole medie. I miei studi e le mie ricerche spaziano, invece, in diversi settori. Conosco da Archimede a Keplero da Galileo a Newton, da Lamark a Darwin fino a Mendel ed Einsten. Dopo aver studiato Einstein, mi sono dedicato anche alla scienza non ufficiale. Un esempio pratico è dato dal fatto che per quanto riguarda l’origine dell’universo, non esiste solo la teoria del big bang, ma ce ne sono tante altre altrettanto importanti e dimostrabili. Questo mi ha spinto a cercare oltre le convenzioni, finanche allo studio di libri, culture e religioni antiche, dedicandomi in particolare allo studio approfondito della geometria e dell’astronomia comunicazionale e sacra. Avevo deciso di raccogliere le mie ricerche in un libro nel 2005 ma mentre cominciavo a raccogliere, sono giunto a fare anche io delle ipotesi e il libro si sta trasformando in trattato. Trattare un argomento non è così semplice e richiede tanto studio, precisione e tempo,  soprattutto perché bisogna accompagnare il lettore piano piano attraverso una specie di tragitto e mentre facevo le pause è arrivato prima il libro "A.M.O.R.E." e poi è arrivato Gotulani.

Parlaci del tuo libro.

I miei libri, teoricamente sarebbero tre: un libro cominciato a 16 anni che non ho mai finito, consegnato ad una casa editrice che lo ha "smarrito" e al mio vecchio dischetto floppy che si spaccò a metà. Di quel libro rimane solo la prima pagina, che ho ritrovato miracolosamente tra vari progetti di veicoli futuristici che avevo disegnato. "A.M.O.R.E" è una raccolta ti poesie, pensieri poetici e articoli redatti dal 2002 fino al 2005. Cinque delle opere contenute sono arrivate in finale in concorsi letterari. La prima pubblicazione del libro, è stata affidata alla Accademia Giuseppe Gioachino Belli, mentre la seconda edizione è stata affidata a Lulu.com che ancora oggi lo distribuisce sia attraverso diversi siti internet, sia attraverso l’ordinazione nelle librerie. “Il viaggio dei Gotulani” parla di un uomo che immagina una scena erotica soft con la donna che ama, poi si addormenta e comincia il sogno di un viaggio di nozze che invece di essere il classico viaggio fatto a due, si trasforma in un percorso di trasgressione che incalza sempre più, facendo diventare i giochi sempre più piccanti in un crescendo di aliti e palpiti fino a interrompersi bruscamente con il risveglio dal sogno ed una lettera d’amore. È usato sempre il presente e si vivrà il libro come se tutto stesse accadendo nel momento stesso in cui si apre una qualsiasi pagina del libro. I personaggi sono “io” e “tu”, io è la parte maschile, tu è la parte femminile, per cui, ogni persona maschio o femmina che sia, entrerà proprio a far parte del libro e divenir lui protagonista vivendo al 100% le ansie, le frustrazioni e le avventure dei personaggi; inoltre ci sono tantissimi spezzoni visti con gli occhi della lei. Il messaggio è chiaro dunque: IL PROTAGONISTA SEI TU CHE LEGGI!

La cosa che subito colpisce del libro è il modo poetico di descrivere l’atto sessuale: con guerrieri e mani che sapientemente lambiscono anfratti, monti e che vengono impreziositi dal nettare più pregiato degli Dei. Riporti anche in questo libro, il tuo animo poetico, nato quando e come?

Posso dire che verso la fine di giugno del 2007 il libro è partito per gioco e si scriveva un giorno si e uno no, fino a novembre dello stesso anno con una grande quantità di scritto. Poi a giugno del 2008 ho preso accordi con Gotulani per tagliare più della metà degli scritti, studiare un inizio e una fine del racconto e racchiuderlo in un libro. Prima di cominciare mi sono documentato su come scrivevano gli altri e siccome non mi piacevano i termini volgari usati in diversi racconti erotici, si è preferito vedere la donna come un vero e proprio mondo: come un pianeta da esplorare. Penso che sia molto più “romantico” vedere la donna in questo modo.

Generalmente in un libro, le parole lasciano spazio alle immagini che ogni lettore si fa, mentre tu hai voluto impreziosirlo con disegni che le spiegassero. Come mai?

Ogni pagina che si scriveva, partiva da un idea iniziale. Si sceglievano le foto più belle da internet ed altre da alcuni disegni del grande Milo Manara. La storia si sviluppava attorno a vestiti o altri piccoli particolari. L’intenzione era non solo descrivere le cose, ma farle proprio vedere con una immagine, quindi dare ai lettori una doppia emozione.

Caro Antonio, tu scrivi un po’ a tutto tondo. Il viaggio dei Gotulani sarà solo un cammeo erotico della tua letteratura, oppure hai intenzione di scriverne altri?

Sì, è  vero! Mi piace variare. Non so se “Il viaggio dei Gotulani” sarà l’unico del genere eros, quello che posso dire è che c’è in cantiere qualche cosa di simile che sto per finire, ma sarà molto molto meno erotico de “Il viaggio dei Gotulani”.

Hai un sogno nel cassetto che vorresti realizzare per quanto concerne lo scrivere? In sostanza: cosa vorresti scrivere che non hai ancora scritto, ma che ti piacerebbe scrivere?

Diciamo che chi legge il mio blog dragossido, ha capito che mi piacerebbe scrivere il seguito de “La storia infinita” (Neverending Story). Ho tanti progetti, ma se li rivelo tutti, finisce la sorpresa per chi mi legge e poi, tengo sempre segretissimi i miei scritti. Una cosa che posso dire è che spero prima o poi di finire il trattato che sto scrivendo dal 2005.

Nel primo libro che hai pubblicato A.M.O.R.E., una raccolta di poesie che spesso fungono da diario, visto che molte poesie sono scritte giorno dopo giorno in cui compare la data, quanto c’è del Gargiulo amatore, romantico e sognatore?

In ogni mio scritto, in ogni mia riga, c’è tutto di me. In ogni singola parola spero di raggiungere chi mi legge e trasmettergli le mie emozioni e pensieri. Lascio dunque giudicare a chi mi legge se sono davvero romantico, se sono davvero sognatore e se sono davvero amatore.

Adesso non puoi non darmi una descrizione di te.

Sono sincero, romantico e molto sensibile. In gruppo non cerco mai di mettermi in mostra, ne di prime
ggiare a tutti i costi. Sono timido molto silenzioso e mi piace ascoltare, non mi piace parlare a tutti i costi come un chiacchierone, ma parlo solo quando sono completamente sicuro di essere ascoltato e di lasciare un messaggio corretto e preciso a chi mi ascolta. Sono molto chiuso e mi apro difficilmente. Posso dire che, in un certo senso, ho fatto della scrittura, anche un modo per farmi conoscere. Altro non so che dire, lascio giudicare a chi mi conosce.

Come ti organizzi per scrivere. Segui un “percorso” che ti sei prefissato, scrivi quando ti va, oppure?

Per quanto riguarda il trattato che sto scrivendo, devo per forza di cose spiegare punto per punto quello che conosco e spiegarlo per bene per accompagnare per mano il lettore alle conclusioni alle quali sono giunto io. Cercherò di impegnarmi al massimo per effettuare questo compito e spiegare in modo semplice. Per quanto riguarda il resto, scrivo a braccio, senza regole e senza una linea guida. Seguo solo quello che esce dalla mia testa e dal mio cuore. Adesso ho cominciato due racconti: "La piscina" (racconto visto con gli occhi di donna) e "L’imperatrice bambina" (seguito de "la storia infinita") ma di nessuno dei due conosco ne i risvolti ne tanto meno il finale. Comunque sono molto sensibile alle variazioni, quindi se sto attraversando momenti difficili, ho difficoltà anche a scrivere.

Ho notato nel tuo modo di scrivere che usi molto i punti di sospensione, insomma i tre punti consecutivi. Li hai usati molto anche nelle tue poesie. Come mai? Vuoi sempre lasciare in sospensione il lettore a vagare con i suoi pensieri che tu hai provocato?

Si, mi piace lasciare il lettore vagare nei pensieri, perché i puntini sono anche i miei pensieri e se il lettore vaga negli stessi pensieri miei allora sono riuscito a raggiungerlo al 100%.

Se tu dovessi fare lo sceneggiatore del film del tuo libro, come lo imposteresti?

Questo non lo so!

Come mai una persona dovrebbe comprare il tuo libro?

Potrei dire che per quanto riguarda "il viaggio dei Gotulani", credo che sia una delle prime volte che ci sia un libro del genere eros scritto in modo delicato e, se non altro, è la prima volta in cui il protagonista è chi legge, uomo o donna che sia e può vivere il libro in ogni momento in cui apre una pagina qualsiasi dello stesso. Una novità per i lettori del genere eros, ma anche un libro per maggiorenni che vogliono avvicinarsi al genere. Spero di lasciare un pizzico di me in chi mi leggerà.

Nell’immagine che appare nella quarta di copertina, c’è la tua foto dove dai l’impressione (almeno a me) di essere un po’ un sognatore. Ti senti tale?

Sono stato già definito tale diverse volte e mi sento anche tale: ho sempre la testa tra le nuvole.

Io ringrazio l’amico Antonio prima di tutto per l’amicizia che mi ha regalato e poi per avermi concesso, a me che intervistatore non sono, queste “confessioni”. Io personalmente vi invito a leggere questi due libri che sono diametralmente opposti, ma dove la poesia è il punto d’incontro. Non c’è avvenimento nel libro Il viaggio dei Gotulani dove non si respiri poesia. L’atto sessuale è un abbandono totale dei sensi che si fondono perfettamente: perversione, sogno, divertimento, voglia di osare, senza mai perdere di vista il concetto base di un rapporto di coppia. Il rispetto.

Recensioni di Alessandro Burbank: -IN APNEA- di Julian Zhara

1 dicembre 2009

Provate ad immaginarvi in un passato bucolico e illibato. Incastonati in un’amaca d’acanto, all’ombra di due faggi a leggere un libro di poesie. E che quel libro d’un tratto vi porti in una realtà parallela.Un mondo virtuale e irrazionale, bellissimo.Un mondo fantastico, di giochi, di arcobaleni di cherubini e spicchi di luna crescenti.Ecco, questo accade perchè non state leggendo ”IN APNEA” di Julian Zhara.Aprendo il libro di Julian Zhara verrete catapultati nei marciapiedi della vostra città, nella periferia dell’incubo senza passare per il sogno ormai consumato e troppo idealizzato.Vi troverete in una sorta di Apnea emozionale sprofondati negli inquietanti abissi dell’anima. E scoprirete che l’anima non è solo la trasfigurazione delle viscere ma è anche il mezzo ultimo dell’orrore per se stessi e per il mondo circostante. Un abisso sub-cutaneo dove, per la falsità e l’ignoranza dell’attuale società, diviene meno profondo e porta il suo ribrezzo sulla superficie epiteliale. Julian Zhara nella sua poetica incontra l’essere umano attraverso accese ed aspre discussioni bevendo sangue al bar, tra se stesso e ”la scenografia intorno” tornando alla ”forma primordiale”della poesia e della visione della vita; ”poiché l’essere umano è una molla incline allo stato più esteso…” che alla fine ”si ritira nel suo confine originario”. Ed è proprio in quel confine disilluso e disincantato, non per sua volontà ma per ”un tetro contratto” sancito alla nascita, che vive il poeta, ”oscuro anti-eroe arcano” …” non…più umano, ma maschera di paure”. La caratteristica fondamentale del linguaggio poetico di Julian è la frenetica ricorrenza di termini biologici per esplicare o semmai negare concetti ultrabiologici.

”Amico.
Piscia l’ umor nero
Dalle viscere.
Finiti attimi
Di eterna catarsi.

(ASCESI pg.12/48)

Si vede qui limpido e liquido (come chiare fresche dolci acque) che la purificazione dell’anima avviene attraverso il corpo, il quale non è un limite, ma l’unica sicurezza, è sostanza finita; sensibile ai cambiamenti esterni ad esso, di sofferenze e umori che sfociano metaforicamente come urine nell’eterno mare della purezza. La domanda dunque sorge spontanea: Esiste il concetto di anima secondo i versi dello Zhara? La risposta è tutt’altro che semplice. La mia è si. Perché il poeta come ”astro, sogna carnali i primordi della creazione” in quanto il poeta è anima di se stesso. E dentro di lui troverà tutte le risposte. L’essere poeta è una scelta dettata dal tracciato vivere…ed è l’organismo che riceve l’ispirazione folgorante. L’antenna ricettiva è il cervello, che scatena gli altri organi in un tripudio dei sensi, come quando ”l’odore penetra i sensi va diritto al petto” e quando ”l’occhio stupito accetta l’invito della fantasia” nei versi di NOTTURNO.L’anima sono solo i bordi di un contenitore nel quale la sensibilità e la superficialità epidermica riempiono di significato la sopravvalutata spiritualità metafisica del corpo umano.

”Prostrarmi a un certo -Io-
a cui auspico il peggio?!
Estràneati da questo corpo
anima a noleggio!”

(TEMPIO DELL’ORGOGLIO pg.25)

Ed è quest’anima a cui si è attribuita, nel tempo, attività sine-corpore; a cui abbiamo creduto quando dicevano che esisteva un mondo interiore. Un mondo stuprato che il poeta rifiuta categoricamente vomitando quasi di getto questi versi riassuntivi della sua filosofia. Così in un corpo vivo grazie ai sensi e alle percezioni di realtà Julian Zhara comprende la non esistenza dell’anima dando l’impronta principale della sua poetica, e questo mi mette i brividi, all’amore. L’amore come due esseri uniti nella rispettiva nudità umana (troppo umana) e non il sentimento oggetto di due persone che stanno assieme.L’amore come redenzione e respiro dei sensi come unica via: ” Una freccia splende mi indica il cammino” seguendo la quale il poeta potrà trovare l’ossigeno necessario per respirare quell’ -Aria- che è il respiro, esalato dalla propria amata, il quale diventa ”musica rapita dal vento, silente sinfonia”Necessaria sinfonia, aggiungerei, necessarie note nella notte dove l’ ”aria senza note è aria di morte”. Il sentimento cardiaco è la chiave, il cervello, la pelle, le mani dell’esistenza. L’alternativa è la morte apparente, la morte per asfissia… Julian Zhara ”tra il nulla e l’essere, l’essere e il definire” questo poeta ”esiste”/resiste in Apnea nel mare della vita ”nell’eterno divenire” grazie al respiro d’Amore che è ”la piu empirica prova dell’umano percepire”.

:: Intervista a Marilù Oliva

23 novembre 2009
repetita[2]Benvenuta Marilù  su Liberidiscrivere è un vero piacere per me intervistarti. Iniziamo con le presentazioni di rito. Raccontati ai nostri lettori. Apprendo dalla tua biografia che insegni lettere alle superiori. Che tipo di “proffia” sei? Come ti descriverebbero i tuoi alunni?

Il piacere è  mio, Giulia, grazie per avermi dato questa opportunità. I miei alunni direbbero per prima cosa che son cattiva, poi aggiungerebbero che cerco di accostarli alle mie materie –italiano e storia– in maniera piacevole. Sono un’insegnante che sperimenta, in classe facciamo tante attività parallele all’italiano: telegiornale e libreria in classe, molto cinema ma con spirito serio, produzione di una raccolta di racconti di classe, lavoro sulle fonti in storia. Insomma, sono ragazzi delle superiori e cerco anche di farli “giocare” con le mie materie, la mia priorità è che le imparino anche divertendosi e questo lo apprezzano. É logico che un pochino devono anche studiare. Son sempre disponibile per ogni forma di recupero, ti dirò che spesso ci sono anche dei momenti simpatici in classe, però c’è una cosa dalla quale non riesco proprio a prescindere: il rispetto. Oggi non è come ai nostri tempi, oggi gli allievi non hanno la concezione della distanza adulto-adolescente, arrivano e pretendono loro di insegnarti a insegnare. Ecco, quando fanno confusione, quando non rispettano le regole, quando fanno gli arroganti mi arrabbio e divento cattivissima. Più o meno succede i primi dieci minuti. Poi le acque si calmano, loro fanno i bravi e io mi rassereno subito.

Raccontaci un aneddoto curioso che ti ha particolarmente divertito.

Io non ho mai detto ai miei studenti che scrivo. Ma quelli, figurati, l’hanno scoperto lo stesso!! L’altro giorno entro in classe e mi assalgono: «Prof, ha scritto un libro?» «L’abbiamo vista su Internet!» «Ho visitato il suo sito!» Insomma, gran baccano. Poi, in mezzo alle voci, si alza una ragazzina simpatica che mi fa morir dal ridere: «Prof, ma allora lei è famosa!». É molto curiosa la loro concezione dell’ “essere famosi”!!!

Hai un blog interessantissimo dove intervisti prevalentemente scrittori. Quale è l’intervista che ti ha divertito più fare e dimmi quali sono i segreti per fare una buona intervista?

Grazie per l’ “interessantissimo”. I segreti per fare una buona intervista non hai bisogno che te li dica perché tu già fai delle domande molto, ma molto stuzzicanti. In generale mi documento sull’autore e le curiosità scaturiscono abbastanza spontaneamente. Non voglio essere politically correct, ma veramente mi hanno divertita praticamente tutte le interviste che ho fatto per il blog, perché la natura stessa delle “oltraviste/oltre le interviste” implica botta/risposta, ironia, tono scanzonato. Mi ha fatto davvero piacere scoprire il lato più quotidiano di questi artisti. Posso dirti che Alan D. Altieri è uno di quelli che mi han dato più soddisfazione. Che ho scoperto una delicatezza sensuale, in alcune scrittrici, una disponibilità al gioco, grandi passioni: basta leggere, per le donne, gli ultimi baci che hanno dato.

marilùSei stata selezionata tra gli antologizzati del premio Lama e Trama. Ci parli del tuo racconto?

Mi ritengo molto onorata di rientrare nella rosa degli antologizzati perché Lama e Trama è uno dei pochi concorsi seri dedicati al racconto noir. I giurati non sanno niente dell’autore perché ogni racconto viene siglato non dal nome ma da un codice. Quest’anno poi, la giuria era composta da un trio eccezionale e, a mio avviso, completo: Elisabetta Bucciarelli, Al Custerlina, Diana Lama. Il racconto che ho presentato credo che sia, in assoluto, la cosa più terribile che ho scritto fino ad oggi. Comincia con una mamma, in piena depressione post-partum, che parla del suo neonato, a pochi passi da lei. L’idea della morte la avvolge. Il flusso del pensiero viene alternato da continui flash-back sul passato della protagonista, che si rivolge alla madre scomparsa, infatti il racconto si intitola: «Lettera a una madre mai stata».

Parliamo ora di Repetita il tuo nuovo libro edito da Perdisapop. Una cosa mi incuriosisce, tu che sei una persona così solare e lucente, come ti definisce Cristina Zagaria, dove hai trovato ispirazione per scandagliare una personalità così oscura e tormentata come quella del protagonista Lorenzo Cerè?

Mi sono accostata alla criminologia seriale, sia statunitense che italiana che europea in generale, e l’ho studiata per due anni. Naturalmente questo mi ha procurato un carico d’angoscia non indifferente perché non riuscivo ad affrontare quei casi con lo spirito distaccato della studiosa, ma stavo molto male. Così ho partorito Lorenzo Cerè, la summa di molte biografie lette, reinventata sulla base di spunti reali.

Pensi che la vita di molti criminali sia segnata da un infanzia di abusi?

Non solo lo penso. Ne ho conferma incontrovertibile dalla letteratura criminologica. Le poche eccezioni che si discostano dalla prassi sono o false (non supportate da adeguate testimonianze) o, appunto, eccezioni che confermano la regola.

Luigi Bernardi e Antonio Paolacci hanno scelto questo libro. Perché pensi li abbia colpiti così favorevolmente? In cosa hai portato una ventata di aria fresca nel genere che tratta i “serial killer”, genere tra l’altro più diffuso in America che in Europa?

Penso che il dato originale di Repetita sia il fatto che affronto un tema già ampliamente utilizzato –i serial killer- in chiave inedita: in primo luogo lo faccio in prima persona, mi calo nella follia, racconto tutto, quanto lui soffre, cosa infligge alle sue vittime, cosa ha dovuto subire. Poi vi è in sottofondo un discorso molto importante sull’ineluttabilità del male, in determinate circostanze. Infine, credo che possano essere di interesse anche i riferimenti storici. Questo è un mio pensiero, ma non ne son certa. La vera certezza è che mi fido di Antonio Paolacci e so che Luigi Bernardi è un grande professionista e questo è quanto. Possono arrivarmi critiche negative (ben vengano, io credo molto alle critiche costruttive) o demolizioni gratuite, io la mia conferma l’ho già avuta, la prima, ed è quella che per me conta di più.

Sempre parlando di Luigi Bernardi se dovessi intervistarlo quale è la domanda più  indiscreta che gli faresti?

Inutile: Luigi non risponde alle domande indiscrete. E, delle volte, neanche a quelle discrete.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Dante è l’artista italiano che ho letto e riletto di più. Sconfinando, la mia passione mi riporta in Latinoamerica e quindi ti cito Gabriel Garcia Marquez. Questi e i classici sono
gli autori di formazione. Per quanto riguarda gli autori attuali di riferimento, io leggo tantissimo i nostri noiristi, alcuni dei quali considero grandi maestri.

Parliamo ora della tua Bologna. Che città è ? Ti piace viverci? 

Ho sempre amato Bologna, di un amore istintivo che non prevede razionalizzazioni. Di fatto ci sono molte chiusure, nella mia città, che non approvo. Ma tutto sommato mi piace viverci.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare “Sì finalmente mi hanno capita”.

Fino ad oggi ho ricevuto delle recensioni davvero gratificanti. Sono molto onorata di essere stata recensita da artisti come Marenzana, Zannoni, Di Marino, Vittoria A., Michele Fiano di Sugarpulp. Un commento molto emozionante l’ho letto su anobii, una lettrice che ha messo il massimo delle stelline (4) dicendo: BELLISSIMO!!! meriterebbe otto stelline!

:: Intervista a Christian Lehmann

18 novembre 2009
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AFP PHOTO / THOMAS SAMSON (Photo by THOMAS SAMSON / AFP)

Benvenuto Christian su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te i tuoi studi , il tuo background.

Sono un medico di medicina generale dal 1984 nella regione di Parigi e sono uno scrittore, il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 1988.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

Ho sempre scritto sia da bambino che da adolescente perché amavo raccontare storie. Arrivato all’età di scegliere una carriera mi sono accorto che non avevo niente di speciale da dire sul mondo e ho messo da parte la scrittura per dedicarmi alla medicina. Senza che me ne accorgessi la medicina ha fatto di me uno scrittore.

Ti ispiri ad avvenimenti reali quando scrivi le tue trame?

Probabilmente si ma resta un mistero per me. Credo che per ogni scrittore sia così una storia nasce lentamente la si costruisce per strati.

Quali autori ti hanno influenzato?

La lista è lunga vorrei ricordare Howard Philips Lovecraft, Philip Roth, Henry Miller, Lawrence Durrell … alcuni autori francesi.

Raccontaci qualcosa di “No Pasaran: Le jeu”.

E’ il mio primo romanzo pubblicato in gioventù, un successo internazionale totalmente inaspettato. Attualmente in corso di adattamento in fumetti.

Sei molto coraggioso  nella tua denuncia dei mali del sistema sanitario contemporaneo in Francia. Puoi dirci qualcosa sul tuo impegno.   

Coraggioso? Ah se solo fosse sufficiente a cambiare il sistema. No oggi ritengo di essere sul belvedere del Titanic e vedo l’iceberg molto prima della collisione, è inutile angosciarsi prima degli altri, in un sistema dove il potere politico è nelle mani di gente totalmente e fondamentalmente incompetente, le questioni finnazierie dominano e il sistema dei media è bloccato così come avviene in Francia.

Sei uno scrittore molto impegnato sensibile ai temi etici e sociali. Perchè hai scelto il genere noir?

Perché il noir permette di esplorare la natura del male e le menzogne in cui viviamo.

Riguardo ad “Une question de confiance”più che un noir hai forse voluto scrivere un romanzo sulla solitudine? Tutti i personaggi sebbene in maniera diversa sembrano così soli.

Ho voluto esplorare l’evolvere del personaggio principale, un uomo che ha tradito i suoi ideali di gioventù, ma richiamato dai suoi vecchi amici è sommerso dai ricordi di un tempo ed è in bilico costantemente sul filo: agisce in risposta a  cosa ci si aspetta da lui e ci sono momenti in cui può essere considerato persino un eroe poiché agisce contro il proprio interesse anche se questo agire onesto è forse solo dovuto al fatto di non volere rovinare l’immagine positiva che gli è stata restituita in modo imprevisto.

ete2008 336Hai visto la copertina dell’ edizione italiana del “Il seme della colpa” di Meridiano Zero? Non è un immagine perfetta per riassumere il senso profondo del libro? Personalmente mi ha ricordato le marine del pittore italiano Sandro Luporini.

Purtroppo al momento tu sei l’unica persona che mi ha informato dell’esistenza fisica del libro. (Sorride).

Altri progetti per versioni italiane dei tuoi libri?

Non è nelle mie mani…

Che cos’è per te il noir? Come avviene per molti altri scrittori il noir è sempre più solo una scusa per parlare di altre cose dell’uomo, della società, della provincia, delle nostre paure distanziandosi dagli stereotipi di genere.

Il noir come ha detto Robin Cook esplora la pila di sporcizia che può scivolare sotto il tappeto. Scrivo romanzi polizieschi perché il male esiste, disse, come la mangusta con il serpente.

Sei uno scrittore, un giornalista, un medico. Tre professioni molto diverse, sei forse in grado di trovare un filo comune, qualcosa che le unifichi?

Non sono un giornalista, è una definizione del CV obsoleta da molto tempo. Al massimo sono o ero un avversario politico. Difficile fare altrimenti quando si è governati da dei perversi narcisisti.

Scrivi libri per bambini? Raccontaci qualcosa della tua infanzia. 

Mi dispiace dovrete aspettare che traducano in italiano la mia autobiografia “Un educazione inglese”.( Sorride)

Raccontaci qualcosa di “Patients si vous saviez. Confessions d’une medicin generaliste.”. E’ un autobiografia ironica?

No, è un libro che racconta minuto per minuto la vita di un medico.

Ti piace l’esistenzialismo di Derek Raymond? Ti ha influenzato? 

Si certamente. Io tendo, voi l’avete notato a chiamarlo con il suo vero nome Robin Cook. Per me “Il seme della colpa” è esistenzialista come alcuni commentatori italiani hanno scritto. Anche se sono piuttosto sospettoso perchè in genere i filosofi fanno della ben cattiva letteratura, applicando al romanzo dei messaggi precostituiti. Se il libro è esistenzialista non riferirei questo ad una dottrina ma per sè per lui stesso. Per me Laurent Sheller è un uomo che per troppo tempo si è visto attraverso lo sguardo della televisione e dei media. In cambio della notorietà non sa più chi è.E durante tutto il libro questo personaggio tenta di riappropriarsi della sua identità. Infatti Laurent Sheller dopo tanto tempo inizia ad agire secondo gli ideali della giovinezza, semplicemente perchè i suoi amici di allora hanno conservato una certa immagine morale dell’uomo che fù, spingendolo a cercare di riconquistare questa identità. Laurent Sheller sia per il meglio che per il peggio non esiste che in questo gioco di specchi.

Cosa stai leggendo al momento?

“The Humbling” l’ultimo libro di Philip Roth , magistrale.

Che cos’è per te la libertà? Un utopia? Uno stato d’animo?

Una cosa impossibile. In effetti quando voi vi sbarazzerete di Berlusconi? 

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?  

Leggo, guardo films. L’importante delle ricerche per un libro e di dimenticarsene subito. Si cerca di scrivere un libro non di dimostare ad un professore di aver lavorato bene. 

Ti piace Leo Malet?

No. 

Raccontaci qualcosa della tua Parigi.

Parigi è una città dove ho vissuto, dove ho studiato. Ma la mia città preferita è Londra.

Raccontaci qualcosa di tribù. Esiste una verisone cinematografica?

Si c’è una versione cinematografica prodotta da Yves Boisset del 1990, l’anno che il libro uscì. Ero assistente sul set e lo ricordo molto bene anche se il film è molto datato. Lo era anche alla su auscita.(Sorride)

A quali progetti stai lavorando?

Ad un adattamento in fumetto di “No pasaran”. Al rovesciamento del governo francese. Pranzo.

Recensione su Pegasus Descending

:: Intervista con James C. Copertino

16 novembre 2009

angeli neriBenvenuto James su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. I tuoi studi, le tue passioni, la tua infanzia, il tuo primo amore.

Ciao, prima di tutto grazie per l’intervista, è davvero un piacere e un onore essere ospitato qui tra le pagine di uno dei miei siti di cultura letteraria preferiti. Sono nato in un periodo un po’ buio per la storia del mio paese, i miei genitori mi hanno fatto capire fin da subito che se volevo qualcosa avrei dovuto guadagnarmelo sul campo per poi difenderlo con le armi e con i denti. I miei studi sono stati sempre orientati in campo scientifico, soprattutto nel campo dell’informatica anche se per ovvi motivi ho studiato per una vita materie militari, che possono essere una scienza discutibile ma oggettivamente complessa, e che non si limita alle istruzioni per tirare un grilletto o indicarti la via più breve per andare da A a B. Il mio primo amore è stato un cane pastore maremmano, ma tranquilli: ero talmente piccolo che si trattava di un rapporto puramente platonico (anche se denso di effusioni e baci). Non sono un guerrafondaio ora come non lo ero da giovane, non ho mai amato uccidere o fare del male e non sono cosi nemmeno adesso. Sono un appassionato di militaria e di storia e praticavo sport agonistico fin da piccolissimo. Sono un drogato di adrenalina. Questo si. Il mio passato mi ha reso abbastanza competitivo soprattutto nei confronti del peggiore avversario di tutti noi: se stessi. 

Quando hai deciso che saresti diventato scrittore? E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Non sono uno di quelli che è andato per gradi iniziando a frequentare il mondo editoriale magari come giornalista o critico, pubblicando poi qualche racconto e arrivando infine al traguardo del romanzo. Per carità, pieno rispetto per chi ha intrapreso un cammino di questo tipo che probabilmente è la strada consigliabile per approdare a una meta. Nel mio caso ho dovuto prima convincere me stesso di essere uno scrittore: decidere fermamente e investire parte del mio tempo nel voler scrivere una storia che appassionasse prima di tutto me, a prescindere da quello che ne avrei fatto. Questo perché mettere le tue idee su carta è una cosa, ma chiudere un romanzo è un film molto più complesso. Solo dopo un paio di tentativi ho avuto un prodotto finito in mano e ho pensato che per quello che erano i miei gusti di lettore non sarebbe stato poi un delitto pubblicarlo. Il destino e un pizzico di fortuna mi hanno dato ragione. 

Hai avuto una vita molto avventurosa. Quanto le tue esperienze personali hanno inciso nel tuo lavoro di scrittore?

In ambito militare ci sono situazioni in cui si studia e ci si prepara molto per qualcosa. Quando si fa bene il proprio lavoro, la preparazione è  addirittura più impegnativa dell’azione stessa. Spesso poi le cose non vanno come dovrebbero: qualcosa non si può più fare o qualcuno impone dei limiti che non devono essere superati. Il tuo cervello però va oltre: ha metabolizzato una serie di processi e di informazioni e si sente in catene a poter rendere solo al 20% delle proprie possibilità. L’esperienza della scrittura è una valvola di sfogo per immergersi in un mondo dove gli unici freni esistenti, sono quelli fittizzi imposti dalla propria fantasia. Un universo dove il gioco del “cosa sarebbe sucesso se…” trova finalmente una risposta. Molti dei miei libri si fondano sulla solida base della mia esperienza in determinati settori tecnici. In questo senso c’e’ realismo non tanto perché c’e’ il nome giusto al posto giusto, quanto perché nel descrivere l’impaziente attesa prima di una azione, l’adrenalina di lancio da alta quota o la scarica di nervi nel vedere la canna brunita di una pistola che ti punta nell’occhio, ci ho messo le emozioni che ho collezionato in una vita. Molto di quello che scrivo non esce solo dal mio cervello, ma anche dal mio cuore. 

9788895049205gRaccontaci qualche aneddoto curioso che ha coinvolto te personalmente o la gente che hai conosciuto in questi anni.

Ci sarebbero molti e incredibili racconti tragicomici di vite appese a un filo e che hanno a che fare con la sfiga e la paura. Il bello è che, ci crediate o no, si tratta di storie assolutamente vere. C’e’ quella volta in cui dopo una lunga nuotata ho avuto a che fare con uno squalo che purtroppo, povero lui, ignorava il fatto che fossi armato di doppietta a canne mozze. Oppure quando nei Balcani mi sono avvicinato ad un cadavere in preda al rigor mortis, che stringeva ancora tra le mani una bomba a mano senza sicura: quando ero ad un passo da lui, per qualche incredibile ragione, l’ha mollata ed è saltata via la leva di scatto che l’ha innescata e fatta esplodere qualche secondo dopo mentre io rotolavo in direzione opposta. In tema aereo mi è capitato di lanciarmi con il paracadute da solo poiché  dopo la mia uscita il lancio è stato annullato per le proibitive condizioni meteo. Più che altro sono stato lanciato io per una svista di chi coordinava. Quando sono arrivato a terra – e non è stato affatto semplice arrivarci intero – il cielo era tutto coperto dalle nuvole e aspettavo da un momento all’altro di vedere il resto dei ragazzi, che ovviamente non arrivò mai. Infine c’e’ stata quella volta in cui avevamo preparato una buca con ben mille chili di materiale esplosivo da distruggere, e dopo aver mandato via tutti, siamo rimasti in tre a innescarla per poi accendere la classica miccia. Quando ci siamo apprestati ad allontanarci la nostra jeep si è spenta e non c’era verso di farla ripartire. Non c’era modo di disinnescare la buca e avevamo ancora cinque minuti prima dell’esplosione. In meno di due minuti ci siamo affardellati di armi, radio e munizioni e abbiamo preso a correre più velocemente che potevamo, ringraziando il cielo per il fatto che lo facevamo quotidianamente per tenerci in forma. Quando la buca è esplosa eravamo a quasi un chilometro di distanza: Il fragore ha fatto tremare la terra sotto i nostri piedi. Sono ancora qui. Penso che un giorno la pagherò per aver sfidato troppo a lungo il mio destino. Pensò che morirò in modo molto stupido, forse scivolando su una buccia di banana. Quello che m
i piacerebbe è addormentarmi in cima di una montagna riscaldato dalla luce del sole. E non essere più trovato. 

Senza voler sembrare retorica vorrei spendere qualche parola per il coraggio dei nostri ragazzi militari all’estero. Pensi si potrebbe fare qualcosa per  far capire quanto rischiano per tutelare la nostra sicurezza?

Ancor una volta devo ringraziarti per aver toccato un tema che mi sta molto a cuore: I militari italiani.  Sono uomini e donne chiamati a svolgere lavori duri caratterizzati da compiti delicati, spesso rischiosi, che per essere portati a termine necessitano di ferrea determinazione nell’assumersi notevoli responsabilità e prendere decisioni importanti anche in pochi decimi di secondo. I nostri, tra gli eserciti della NATO, sono anche quelli caratterizzati da una spiccata umanità che non gli impedisce comunque di assolvere in maniera pienamente soddisfacente il mandato affidatogli. E non si tratta di soldati “Ryan” da salvare come spesso qualcuno cerca di farci credere. Preferisco definirli persone consapevoli: Professionisti, preparati e addestrati, ben equipaggiati e all’avanguardia in molte specialità. In alcuni campi sono addirittura i migliori. I migliori del mondo. E’ per questo che gli italiani possono fidarsi e andare fieri di loro. 

Hai girato il mondo, qual’è il paese che ti è rimasto nell’anima.

L’Afghanistan, terra martoriata ma bellissima, con paesaggi mozzafiato e popolata da uomini straordinari. 

Ti è mai capitato di interrogarti sul senso ultimo della vita, sui grandi sistemi?

Ci penso spesso. Anzi, ci penso sempre. Non è facile spiegare perché  dopo essere stati vivi con mille sogni e paure, avendo provato molti sentimenti, forse qualche gioia e certamente molto dolore si possa morire dopo una lunga agonia o in una frazione di secondo che spenga simbolicamente la luce nel nostro universo interiore. Non mi spiego anche perché nel mondo ci sia cosi tanta sofferenza e perché sia la malvagità a dominare il quotidiano. Però  credo in Dio, o in come lo si voglia chiamare nei quattro angoli del globo, e questo mi basta.  

Temi come la giustizia, la libertà, il coraggio sono importanti nei tuoi libri?

Nei miei libri non voglio imporre modelli di vita ne dare un senso assoluto di ciò che è giusto fare o ciò che è sbagliato. E’ vero però che astraendo il concetto, i miei libri pongono sempre come obiettivo finale il mantenimento di uno Status Quo costantemente minacciato e da difendere spesso con la vita stessa. Viene proposto certamente un modello di bene e male, che non è però assoluto ma individuale, risultando tanto più sfumato eppure significativo. Purtroppo è vero che la giustizia non è di questo mondo e non esiste nemmeno in una natura che tuttavia si muove in modo del tutto sincronizzato. La libertà, soprattutto quella intellettuale e il coraggio, anche quello di resistere e non solo quello aggressivo, sono però il fine ultimo e l’unico mezzo possibile per conseguirlo.  

Quali sono i tuoi maestri letterari? Quali scrittori ti hanno più influenzato?

Frederick Forsyth per la puntuale caratterizzazione dei personaggi e dello scenario. Poi Ken Follet, Tom Clancy e Gerard del Villiers che per motivi diversi, sono tra quelli che mi è piaciuto leggere e certamente quelli che reputo tra i massimi esponenti del thriller geopolitico e dello spionaggio d’azione. Tra gli autori italiani invece, che esattamente come i militari non sono secondi a nessuno, mi piacciono molto Valerio Evangelisti, Claudia Salvatori, Alan D. Altieri e l'inesauribile Stefano Di Marino. 

Nel 2008 hai pubblicato la Coda del Diavolo, vuoi introdurci nel tuo mondo letterario?

La Coda del Diavolo è un thriller militare che ruota attorno alle avventure di un gruppo interforze di teste di cuoio italiane, coinvolto in un complesso intrigo internazionale dove più ingranaggi della macchina del terrore si uniscono alla ricerca di un arma definitiva che se correttamente sviluppata, potrebbe dare a numerose organizzazioni sparse per il mondo e a governi pirata uno strumento letale in grado di sovvertire rapidamente gli esiti di una guerra. E’ un opera abbastanza varia, che descrive vari aspetti del mondo delle forze speciali, dagli interventi per il recupero degli ostaggi, al disinnesco di una bomba, passando per l’infiltrazione subacquea  o i lanci in caduta libera. Volevo scrivere una storia che fosse appassionante e divertente ma che per certi versi fosse anche un saggio sulla natura delle operazioni speciali. Dal punto di vista umano c’e’ una certa dose di violenza, di sesso e tanta, tantissima azione al cardiopalma. 

Angeli neri -l’ultimo agguato Armando Curcio Editore è un romanzo ibrido tra l’action bellico e il police procedural. Come consideri questi due generi? Sono la nuova dimensione dell’action di avventura?

Sono due generi molto diversi ma che possono avere un comune denominatore: rappresentare fedelmente le attività di un settore specifico, non facendo mancare azione e uno sfoggio di tecnologia al servizio dell’intrigo. Alcuni autori interpretano questo tipo di romanzi come dei veri e propri saggi che h
anno strutturati in modo da raccontare una storia. So che l’insistenza sui tecnicismi può rischiare di rendere un libro appetibile solo a un ristretto gruppo di lettori più “esigenti”, ma credo anche che un buon romanzo non debba limitarsi ad avere un intreccio appassionante, e debba piuttosto lasciare al lettore qualcosa: mostrargli situazioni o realtà che non conosce, stimolare la curiosità non solo sui fatti, ma sul modo di arrivarci, cercando di presentare il tutto nel modo più immediato possibile. Questo credo sia stato il pregio di serie di successo come CSI o dei romanzi alla Patricia Cornwell e di tutti i cloni che sono seguiti. Angeli Neri nello specifico inizia con una complessa operazione dei Marine a Fallujah volta alla cattura del terrorista giordano Al Zarkawi. Il resto del libro è ambientato prevalentemente a Los Angeles dove il protagonista, ora al comando di una unità di polizia speciale, conduce una indagine che è una vera e propria guerra, prima di tutto contro se stesso: contro le sue emozioni e i suoi sentimenti.  Angeli Neri abbraccia anche altri temi d’attualità tipo gli interessi secondari che possono rendere più appetibile una guerra, e la difficoltà di reintegrazione dei reduci nella società americana, che affligge soprattutto gli Stati Uniti e che sembra essere un problema di non immediata risoluzione anche per il nuovo, acclamatissimo presidente. 

Per i tuoi libri e per il tuo lavoro di consulente hai approfondito temi geopolitici molto attuali, sei ottimista sulle sorti del mondo o hai la sensazione che molti incompetenti siano stati posti in posizioni chiave?

No, purtroppo io sono della fazione catastrofista. La geopolitica centra ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di incomodarla. Il principio antropico  ci spiega che questo mondo esiste per un insieme di dettagli concatenati e che se uno solo di questi mancasse noi non saremmo mai esistiti. Credo che noi negli ultimi tempi ce la stiamo mettendo tutta per fare si che qualcuno di questi dettagli venga a mancare. Un'altra legge fiscica, l’entropia ci insegna che le cose possono solo peggiorare col tempo perché tutto deperisce e perchè raffreddando una zuppa di pesce difficilmente possiamo ottenere di nuovo un acquario, e di acquari ne abbiamo bolliti fin troppi. In sostanza in questi ultimi tempi il confronto tra due blocchi contrapposti tipici della guerra si è concluso, ma invece di regalarci la pace planetaria è esploso in una serie di metastasi che sembrano non avere soluzione. Per quanto riguarda la geopolitica… se è possibile convincere un uomo a farsi saltare in aria per una causa con indosso un giubbino esplosivo e altrettanto possibile che a qualcuno possa venire in mente di suicidarci tutti per mezzo di un arma nucleare. The Doomsday Clock: ci siamo andati vicino tante di quelle volte in passato e quasi tutti noi non hanno mai capito quanto stavano rischiando.  Anche questo è uno dei temi che affronto nei miei romanzi e che tratterò, nello specifico, anche in Taliban Commander. Comunque quello e altri rischi esistono: alcuni sotto gli occhi di tutti, altri noti solo ai più informati. Non ci sarà pace finche uno solo dei miliardi di uomini e donne su questo pianeta penserà ancora di poter trarre un vantaggio su un altro facendo ricorso alla violenza. Devo continuare?  

So che doveva uscire a breve un tuo nuovo libro poi per un discorso editoriale più  ampio si è deciso di posticiparne l’uscita. Vuoi parlarcene?

Si, vorrei precisare che si è trattato prevalentemente di un mio errore che mi ha portato a dare per certa una data che nella pratica era solo orientativa. Il romanzo in questione è Taliban Commander – la reliquia del profeta, sempre edito dall’Armando Curcio Editore per la collana BM-Noir, che esce in edicola. Come suggerisce il titolo sarà ambientato prevalentemente in Afghanistan, e vedrà gli operatori dell’Oscar One lavorare fianco a fianco con gli agenti CIA, in una operazione che si rivelerà molto più speciale di quanto si potesse immaginare. L’Afghanistan è un crocevia di molti loschi interessi, terrorismo, criminalità, traffici umani e di droga. E’ stretta tra la morsa dell’Iran e del Pakistan e a dispetto di quello che sembra, si combatte ancora, dappertutto. E’ un peccato perché è uno di quei posti che a vederli dall’altro sembra volerti spiegare molte cose sull’immensità dell’universo. E’ tra le montagne dell’Afghanistan che ho visto il cielo stellato più bello della mia vita. Intrigo a parte, il mio punto di vista è raccontare non solo il senso di una guerra sporca come tutte le altre ma, piuttosto, delle storie umane, indipendentemente dalla parte dello schieramento nel quale si trovano. 

Che libro hai aperto sul classico comodino?

In questo preciso momento Repetita di Marilù Oliva. E’ un libro bellissimo di una scrittrice in grado di comunicare molte forti emozioni. 

Che rapporto hai con la natura? Ti piacciono le passeggiate in montagna, le gite in bicicletta, la full immersion nel verde?

Mi piacerebbe rivolgere questa domanda alla natura stessa e, dal momento che per molto tempo sono stato parte di paesaggi arsi dal caldo o talmente ghiacciati da non permetterti nemmeno di respirare, vorrei chiedergli cosa pensa di me e perché si è divertita a prendersi cosi spesso gioco del mio corpo e del mio spirito. Mi piace molto camminare, però ho il passo talmente frettoloso che è difficile godersi una passeggiata con me, a meno di seguirmi in bicicletta. Scherzi a parte ho un amore viscerale per il vuoto: Paesaggi desertici, distese sconfinate di verde, terre brulle articolate come algoritmi frattali e poi il buio del mare o la luce immensa del cielo. Mi piacere vivere ogni elemento.  

Che ruolo ha l’ironia o l’autoironia e l’umorismo nei tuoi libri?

In situazioni difficili qualcuno reagisce allo stress trovando divertente anche cose che non lo sono affatto. Nella mia vita autoironia e umorismo sono importanti e questo si riflette nei miei libri. Lo spirito goliardico di certi reparti è qualcosa che ha a che fare con lo spirito di corpo o la
consapevolezza di condividere con qualcuno una sfida che non tutti riescono a comprendere ed è bello cercare di rendere questo concetto di brotherhood nei libri. Ogni tanto qualcuno mi dice che si è divertito anche un po’ a leggere un mio romanzo, e questo mi fa piacere perché a parte tutto l’ironia è l’antitesi della noia, che è la prima nemica dei libri. 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata?

No, i miei accordi con la Armando Curcio editore non lo rendono necessario e potrei quasi dire che sono loro i miei agenti letterari. Per questo posso solo ringraziare profondamente il presidente Dott. Fortunato Siciliano e la vice presidente Dott.ssa Cristina Siciliano, che mi hanno dimostrato una fiducia non comune in questo ambiente  e che spero di aver ricambiato. Le agenzie letterarie sono esattamente come le agenzie di casting del mondo del cinema, della moda o del piccolo schermo. Loro però si muovono in un mondo molto più complesso che può dare di massima delle minori prospettive di guadagno e che presenta trappole devastanti e situazioni controverse come quelle dell’editoria a pagamento. Un Agente letterario dovrebbe essere una figura mitologica che dotata di notevole esperienza nel settore, in grado di scoprire talenti, sgrossarli (cosa non facile), riuscire ad accontentare gli editor (ancora più difficile) e convincere i responsabili del marketing circa la validità dei loro investimenti (impossibile).   

Ci sono progetti cinematografici di film tratti dai tuoi libri ? Chi vedresti bene impersonare i tuoi personaggi protagonisti?

Uno dei miei libri, non dico quale anche per scaramanzia, è nel mirino di una casa di produzione. Riuscire a vendere i diritti per un film aggiunge molta soddisfazione a quella già elevata dell’essere stati pubblicati, ma purtroppo non è garanzia del fatto che si passera alla fase esecutiva per la realizzazione di un lungometraggio. Se dovessero fare un Film su “La Coda del Diavolo” per un personaggio come Jaco (il protagonista) prototipo del guerriero moderno, mi piacerebbe un attore come Eric Bana, che ho apprezzato molto nel ruolo di Ettore in Troy o del soldato Delta Force in Black Hawk Down. Josephine, la terrorista dell’IRA, potrebbe invece essere ben interpretata da Scarlett Johanson, mentre nel ruolo dell’agente della CIA del dipartimento attività speciali in Afghanistan vedrei bene Angelina Jolie, ma stiamo già parlando di un personaggio di Taliban Commander. Infine Jhon Travolta potrebbe essere l’Uomo Senza Nome, il super agente segreto che come un burattinaio gioca spesso con il destino di Jaco, e Heath Ledger (il Joker di Batman) sarebbe perfetto nei panni di Gavo, il demoniaco terrorista croato. Lo sarebbe se non fosse morto, ma Gavo è un personaggio davvero diabolico. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?

Un autore sta sempre scrivendo! In realtà basterebbe parlare di quanto già  scritto ma non ancora pubblicato visto che siamo in arretrato di un paio di lavori. Abbiamo già accennato a Taliban Commander,  ma un altro dei lavori già conclusi e consegnati è una antologia Noir curata insieme ad Angelo Benuzzi che darà uno sguardo oscuro su alcuni angoli dell’inferno su questa terra. Caratteristica di quest’opera dal cuore buio sarà il crudo realismo, che secondo il nostro punto di vista è molto rappresentativo del periodo storico che stiamo vivendo, segnato dal peggiore declino della solidarietà umana, da molteplici incertezze sul futuro di alcuni popoli e perché no, dall’esaurimento della pazienza della nostra madre terra. 

Ed ora salutaci come direbbe Marilù Oliva tipo Humphrey Bogart nella scena finale di Casablanca.

Ora vai tu, io ho qualcosa da fare, dove io vado non potresti seguirmi non potresti essermi d’aiuto… Buona fortuna bambina… e grazie!

Angeli Neri e La coda del diavolo al momento non sono più in edicola, li potete ricevere al prezzo di copertina, chiamando il numero verde: 800-834738.

Recensione a cura di Valter Giraudo : Sedici rose arancioni di Michele Ciardelli

13 novembre 2009

SEDICIROSE-COPERTINATitolo: Sedici Rose Arancioni
Autore: Michele Ciardelli
Genere: Giallo – noir
Editore: SBC Edizioni
Prezzo: € 15,00

Conosco personalmente Michele e il suo modo di scrivere.I libri di Michele sono veri e propri “dispenser” di emozioni: ti legano alla sedia e ti portano a divorare pagina dopo pagina. Il suo modo fluente di scrivere avvolge e non annoia, incuriosisce, cattura.Questo libro è un mix di noir, thriller, splatter e storie d’amore, perché l’arte è unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e lui riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi è il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. Già dalle prime pagine colpisce l’accurata descrizione del luogo e delle persone che lo abitano. Le atmosfere sono quelle della provincia italiana che dall’autore vengono descritte con estrema naturalezza, forse in considerazione del fatto che, lo stesso, quella provincia l’ha vissuta e la vive tutt’ora in prima persona. Michele Ciardelli, compie in questo libro inoltre un’operazione molto interessante: tiene il pretesto del “giallo” inteso nei canoni classici dello stesso, per calarsi in un viaggio ben più intrigante, cioè il viaggio nella psiche dell’uomo, sino ad esplorarne le più recondite manifestazioni di un uomo comune, capace sì d’amare ed odiare con tutto il suo animo, ma anche d arrivare all’estremizzazione dei suoi sentimenti. Questo libro è un mix di giallo, noir, thriller, splatter e storie d’amore, perché l’arte è unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e qui l’autore riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi è  il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… sino al famoso “colpo di scena” dell’ottavo capitolo… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. In conclusione aggiungo che ne consiglio la lettura, ho trovato il libro gradevole, e costruito in maniera tale che ad un certo punto il lettore si trova faccia a faccia con il killer, vero protagonista della storia, mentre verso la fine del “giallo” il lettore sembra essere stato intrappolato in un circolo vizioso, quasi come se l’assassino si prendesse gioco di chi legge.
valter-micheleLautore: 
Ciardelli Michele nasce a Pisa nel 1972 dove tutt’ora vive. Dopo gli studi tecnico-nautici scopre il desiderio di scrivere a cui si abbandona con entusiasmo. Legge molto e 2002 partorisce il suo primo libro “
La Falena” con il quale partecipa al concorso “Alberto Tedeschi giallo Mondadori” senza peraltro vincerlo. Per niente scoraggiato si accinge ad una nuova opera e nel 2004 termina un noir dal titolo di “Sedici rose arancioni”, pubblicato nel 2008. Nel 2009 finisce il suo ultimo lavoro, un romanzo dal titolo “Due giorni in più”.
Trama:
Nel giorno del più importante compleanno per un ragazzo, il diciottesimo, Antonio torna da una vacanza e trova ad attenderlo un’orrenda sorpresa che gli cambierà completamente l’esistenza. In un susseguirsi di eventi terribili e misteriosi segreti verranno a galla omicidi perpetuati con maniacale attenzione di particolari che sembrano seguire delle vere e proprie scenografie, frutto di una mente malata firmati teatralmente con una poesia visionaria tengono la polizia in stallo fino alla rivelazione che permetterà di risolvere il caso. Ma i colpi di scena non sono ancora finiti. Le situazioni al limite della follia che coinvolgono tutta la famiglia di Antonio ed i suoi amici si snodano negli ambienti familiari dell’autore, un apparentemente tranquillo rione di una cittadina toscana dove tutti si conoscono, fino a giungere ad un epilogo apocalittico dal quale solo un piccolo angelo verrà risparmiato.” Spazio e tempo in cui si svolge il racconto: La storia si svolge ai giorni nostri fra le mille incertezze e le speranze del nuovo millennio.I personaggi si muovono nell’ambito del piccolo quartiere di periferia nel quale è cresciuto l’autore.
E non manca lo scopo umanitario: Parte dei proventi della vendita del libro andranno all’ Associazione Domenico Marco Verdigi al link 
http://www.associazionedomenicomarcoverdigi.org/  Un motivo in più per acquistare il libro!  Valter Giraudo

Recensione di Nicola Fabio Vitale: Stabat Mater di Tiziano Scarpa

12 novembre 2009

stabat-mater“Signora Madre, è notte fonda…”, inizia così il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Einaudi, 144 pagine, 17,00 euro), vincitore del premio Strega 2009. Il libro è un lungo racconto, una lettera infinita scritta dalla protagonista, Cecilia, a sua madre, la donna che l’ha abbandonata in un orfanotrofio nel quale vive fin dai primi istanti della sua giovane vita. La lettura delle prime parole trasmette subito le sensazioni che la tormentano. Pensieri che, come il suono di una dolente litania, esprimono tutta la sua angoscia, sofferenza, dubbi sospesi lungo il filo di una costante tensione, il sintomo di una profonda lotta interiore. Una drammatica altalena che oscilla tra la voglia di vivere o abbandonarsi alla morte, accompagnata dalla fredda consapevolezza che l’unica persona che può far qualcosa per salvare se stessa è solo lei, Cecilia. Il pensiero è costantemente rivolto a sua madre cui è unita da un profondo rapporto di amore e odio, riverenza e risentimento: “Io non vi penso, e voi non esistete…Certe volte mi viene da pensare: oggi non sto pensando alla mamma. Mi vendico così”. Un legame costellato, inoltre, da tanti dubbi, dal desiderio di conoscerla, incontrarla, scoprire le sue sensazioni e la semplice curiosità di scoprire se si ricorda di lei. Il pensiero costantemente rivolto a sua madre e una riflessione sulla maternità, una donna che mette al mondo un bambino gli regala la vita e, al tempo stesso, la morte. Considerazione che giustifica la venerazione per la madre di Dio capace di regalare a suo figlio la vita eterna scatenando un odio ancor più profondo nei confronti di sua madre perché l’ha abbandonata in un luogo, l’Ospitale, nel quale Cecilia avverte la sensazione di non essere mai nata, un luogo nel quale si sente nulla. “Signora Madre, io non sono niente, io non esisto. Potrei morire in questo preciso momento e sarei subito dimenticata” è il suo pensiero, accompagnato dalla triste consapevolezza che l’Ospitale è l’unico posto che l’ha accolta mentre lei continua a rivolgersi al fantasma di sua madre. Consapevolezza che alimenta ancor di più il suo tormento. Nel racconto l’odio si alterna ai rimorsi e ad altre sensazioni. Arriva, infatti, il momento in cui Cecilia si rende conto di non sapere nulla di sua madre, di cosa l’ha spinta a comportarsi in quel modo e avverte anche l’esigenza di averla vicino perché vorrebbe il suo aiuto per diventare donna.

Cecilia vive di immagini che esprimono tutto il suo malessere. Visioni che cercano di descrivere il momento in cui è stata messa al mondo, descrivono il luogo dove vive, le compagne di sventura, le suore e i sacerdoti. Immagini che sembrano doverla travolgere, definitivamente, da un momento all’altro.

Cecilia vive, inoltre, un legame profondo con la morte e la musica. La morte, la signora dalla testa dai serpenti neri, è l’interlocutrice immaginaria di Cecilia, che sente l’esigenza di dimostrarle di non temere la sua presenza costante e, al tempo stesso, cerca in lei una forma di conforto, una figura cui piacere: “Pensavo che ti sarei piaciuta. Che mi avresti chiesto qualcosa”.

La musica, l’ennesimo rapporto di odio e amore. La menzogna con la quale le ragazze dell’Ospitale comunicano con l’esterno, che le porta ad essere altro, la maschera che nasconde tutta la loro afflizione. Ma, al tempo stesso, è anche altro, il desiderio di riuscire a scrivere di pensieri armoniosi come le note musicali scritte su uno spartito e poi liberate nell’aria, è la voglia di esprimere tutto il dolore attraverso la musica per poi rinascere.

Leggendo il libro si corre il rischio di essere travolti dal dolore della protagonista. Il dolore, però, è un chiaro indizio che Cecilia è viva, e, pagina dopo pagina, emerge chiaramente che il tormento della ragazza esprime tutta la sua voglia di vivere e di riappropriarsi di se stessa. Desiderio talmente forte che anche l’arrivo del nuovo insegnante di violino e compositore, Antonio Vivaldi diventa una minaccia quando le chiede di suonare la sua musica. Cecilia, infatti, ha un solo desiderio: “Voglio sentire il suono delle cose, senza suonarle. Voglio uscire da qui e fare rumore, soltanto rumore”, la musica, a questo punto, è, definitivamente, una finzione che la renderebbe ancora prigioniera. Una sensazione dalla quale emerge tutta la necessità di essere se stessa, la voglia di vivere esperienze solo immaginate osservando squarci di mondo. Esperienze e sensazioni diverse da quelle provate nell’Ospitale, il luogo che ha ospitato tutto ciò che, suo malgrado, ha travolto la sua giovane esistenza provocando tutto il suo malessere, il luogo nel quale sa che non le potrà mai provare. Il desiderio quasi inevitabile di chi si sente prigioniera del suo sfortunato destino, riappropriarsi di se stessa, la porta, inevitabilmente, verso il momento in cui decide di prendere una direzione opposta rispetto a quella che è stata costretta a seguire fino a quel momento. La decisione che la porta verso una nuova direzione, un mistero che, però, questa volta, ha scelto di affrontare liberamente, con le sue mani.

Un bel libro che, a mio avviso, trasmette molto bene le sensazioni, il tormento, lo stato d’animo e i desideri di chi vive una situazione come quella di Cecilia.