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:: Recensione di L'apostolo sciagurato di Maddalena Lonati

26 gennaio 2011

Due amanti. Un amore assoluto che li lega, quasi soffocante, morboso, totalizzante, che li rende interdipendenti, facce di una stessa medaglia. Un amore dove apparentemente lui è il più forte, comanda il gioco, domina la compagna portandola a confrontarsi con i lati più nascosti del suo essere, a sondare le proprie sensazioni, la percezione che ha della realtà, dando colore alle forme, descrivendo il sapore di un cibo non limitandosi ad elencarne gli ingredienti. Una tensione intellettuale che diventa quasi insopportabile tanto che lui decide di andarsene, di abbandonarla, senza un motivo, senza una spiegazione, lasciandole solo scritto su un biglietto, il suo nome, segreto custodito fin a quel momento. Lei accetta questa perdita, la elabora e sublima nell’arte della parola scritta la sua assenza, il desiderio che ha di rivederlo, di rifare parte della sua vita. Novella Sherazade inventa racconti per non morire, per non far morire il rapporto che la lega al suo amato. Seduzione, erotismo, passione, desiderio, ossessione, tutte le declinazioni del mistero chiamato amore vengono analizzate e decontestualizzate. L’apostolo sciagurato si compone infatti di 28 racconti apparentemente slegati tra loro ma in realtà strettamente concatenati che racchiudono un segreto che si svelerà solo nel racconto finale, dove il ritorno di lui, riporterà l’equilibrio. L’assenza, questo è il tema centrale dei racconti-romanzo, ciò che di più erotico si possa concepire. L’erotismo è assenza, mancanza, desiderio di ricomposizione dell’unità cara ai miti greci. L’erotismo è ciò che di più lontano esista dalla quotidianità, dalla consuetudine, dalla banalità. Non è facile parlare di amore, erotismo, le trappole sul cammino sono innumerevoli, si può cadere nel sentimentalismo zuccheroso, nel grottesco, nella volgarità ostentata, la Lonati non cade in questi estremi, mantiene un sano equilibrio e una pacata grazia. Usa una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e in fin dei conti molto visuale. La vista infatti è il senso che più viene sollecitato e per fare ciò associa spesso ogni cosa ad un colore: avorio, cannella, il viola, il blu, il rosso della passione. I luoghi variano Marrakech, Venezia, Parigi, New York, Palermo, ma il panorama interiore resta identico, immutabile. Il lavoro di ricerca sulla parola è estenuante, meticoloso di sapore vagamente barocco e decadente non a caso l’autrice afferma di aver avuto come fonte di ispirazione i Decadenti: Huysmans, Oscar Wilde,  D’Annunzio. Una parola me la si conceda sul racconto intitolato Florian, a mio avviso il più spiccatamente surreale, onirico, in cui i più grandi scrittori di tutti i tempi si riuniscono, ormai fantasmi, in una Venezia trasfigurata e mettono alla prova il talento di un esordiente nel quale forse ironicamente l’autrice si riconosce. Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ma l’autrice avrebbe potuto citare Il Cantico dei cantici con la stessa naturalezza, anche nel Cantico si ripete il tema della separazione e dell’assenza, e della presenza dell’amato anche se lui è lontano:  L’ ho cercato ma non l’ ho trovato  –  l’ ho chiamato, ma non mi ha risposto. L’universalità data dall’assenza di nomi, solo un Lui e una Lei, impreziosisce un tessuto narrativo sicuramente interessante e peculiare.

Maddalena Lonati è laureata in lettere e letterature straniere e ha frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden. Ha pubblicato il romanzo “ Decadent doll” ( Prospettiva Editrice), “L’apostolo sciagurato” (Robin Edizioni), e di prossima uscita “In bianco e nero” (Robin Edizioni). I suoi racconti sono stati pubblicati da numerose riviste letterarie ( fra le quali Tam Tam, Gemellae, Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, Prospektiva, Osservatorio Letterario, Il denaro, Dadamag, Anonimascrittori, Centro studi Opifice, Homoscrivens), periodici ( Gente, Racconti per un viaggio), ed inseriti in varie antologie ( Voci dell’anima, Fiori di campo, Il racconto mai scritto, Carlo Levi, I racconti del caffè, In treno, Danzando nel sapore dell’uva, Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada, Il blu).  

:: Recensione di Niente da capire- Tredici storie senza mistero di Luigi Bernardi

21 gennaio 2011

nientIl crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza di cadavere decomposto, di sudore non lavato, di paura. E’ privo di mistero. Non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nell’epigrafe tratta da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non si sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
Ci sono storie, alcune visibilmente ispirate alla cronaca nera degli ultimi anni, che echeggiano i casi di Rosa e Olindo Bazzi, di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, altre forse inventate, forse ispirate da sensazioni, mezze verità carpite per strada, odori, ricordi, ipotesi plausibili, storie che forse sono successe e non hanno raggiunto i clamori della cronaca o che forse succederanno. C’ un racconto soprattutto che mi ha colpito, ha superato la superficie della diffidenza, della repulsione, del è solo un libro, inchiostro e pagine di carta, si intitola Camilla senza mani, forse non è il più bello, se la categoria estetica ha un senso nel descrivere questi racconti di quotidiano orrore, ma è quello che mi ha più disturbato, disorientato, fatto riflettere. Il cadavere di un’anziana ottantenne con il collo tagliato da un orecchio all’altro viene rinvenuto con le mani tagliate. Un cadavere che non ispira pena come di solito succede verso le vittime. Un assassino che confessa. Senza movente, se non un attimo di inspiegabile follia. Ha tagliato le mani del cadavere perché l’ ha visto fare in un telefilm poliziesco americano, per non far trovare residui della propria pelle sotto le unghie della vittima. La sua unica preoccupazione è che cosa gli daranno da mangiare per cena, lui musulmano, non mangia carne di maiale.
Teso, fino quasi a strapparsi, Niente da capire è un mosaico di micro racconti legati da un unico filo conduttore, un’unica linea rossa, un’unica certezza infondo, le cose accadono perché così deve essere, non c’è niente da capire. Dal 26 gennaio in libreria.

Niente da capire, Luigi Bernardi, Perdisa Pop Arrembaggi collana diretta da Antonio Paolacci, pag 144 Prezzo E 10,00.

:: Recensione di Gli uomini ombra a cura di Grazia Guaschino

18 gennaio 2011

Gli-uomini-ombra-380x556Per merito della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, siamo venuti in possesso de “Gli uomini ombra e altri racconti”, un libro notevole appena uscito, scritto da Carmelo Musumeci, ergastolano autodidatta, attivista per i diritti dei detenuti (*). Grazia, che si è incaricata di scrivere la seguente recensione del libro, ne è rimasta inaspettatamente angosciata. Vi invitiamo a leggere “Gli uomini ombra e altri racconti” che ci fa “sperimentare sulla nostra pelle” il buio della detenzione e soprattutto dell’ergastolo “ostativo”, una punizione inumana e lesiva dei diritti fondamentali. Al di là del primo livello di tristezza quasi assoluta, avvertirete la luce e la speranza di chi si batte, nonostante tutto, per un mondo nuovo, più rispettoso dei diritti umani.
 
Quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione del libro “Gli uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci, ho accettato volentieri, perché da molti anni ormai mi occupo di diritti umani e di detenuti ed ho creduto di poter affrontare con lucidità e moderato coinvolgimento il testo da esaminare.
   Le cose non sono andate proprio così. Già da prima sapevo che la vita nelle carceri è dura e squallida, che molto spesso i condannati all’ergastolo hanno alle spalle storie tristi di infanzie rubate e di maltrat­tamenti, che solitudine e tristezza regnano tra le pareti delle celle, ma una cosa è “sapere” e una cosa è “sperimentare sulla propria pelle”.
   Leggendo i racconti di Carmelo sono entrata con lui nel carcere,  ho vissuto con uomini disperati, ho avvertito in me il gelo della solitudine, la tortura dei giorni tutti uguali, tutti ugualmente vuoti, segnati solo da attività lugubri. Ho udito le urla, gli insulti. Ho provato il morso della fame, quella vera, inter­rotta solo parzialmente da pasti pessimi e insufficienti. Ho intravisto, con ansia infinita, con il cuore in tumulto, lo spiraglio di una possibile salvezza, lo spiraglio della libertà, solo per precipitare nuovamente e ancor più dolorosamente nell’abisso di violenza fisica, ma soprattutto psicologica, del carcere. Ho an­che però capito il significato di amicizie silenziose e solidali, che permettono sacrifici incommensura­bili, di amori travolgenti e senza speranza, di sentimenti forti e profondi, nel bene e nel male.
   Carmelo Musumeci scrive in modo così coinvolgente che è impossibile non farsi attanagliare dall’angoscia, non provare tutta la compassione di cui si è capaci per questi uomini ombra, per i loro cari, e alla fine anche per i carcerieri, inariditi e privati dell’anima proprio come i loro carcerati, tutti travolti e divorati dal famelico Assassino dei Sogni.
   L’Assassino dei Sogni è il carcere stesso, trasformato dall’abile penna di Carmelo in un essere vivo, tentacolare, gelido e malvagio, che avvolge e divora tutto ciò che di vivo riesce a inghiottire tra le sue mura. Le frasi di Carmelo sono molto spesso brevi, sembrano imitare il ritmo del respiro che diviene quasi affannoso mentre leggi, mentre ti immedesimi nei sogni rubati e nelle speranze tradite dei prota­gonisti, gli uomini ombra appunto, creature nascoste al resto del mondo e quindi dimenticabili e troppe volte di fatto dimenticate.
   Sette racconti in questo libro, tutti terribili, tutti con un finale drammatico. Tutti tranne l’ultimo, in cui si intravede un barlume di speranza e di gioia, derivanti dall’amore e dal legame di amicizia che indis­solubilmente lega corpo e anima di due persone, una dentro e una fuori dal carcere. Carmelo vuole tra­smetterci un messaggio: solo se sapremo tendere una mano amica a queste persone altrimenti invisibili, solo se cercheremo di combattere e di far abolire la crudele e incostituzionale legge dell’ergastolo osta­tivo (**), potremo ridare un volto a queste persone, che quasi sempre hanno il solo grave torto di essere venute al mondo nel posto sbagliato.
   Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, la sua biografia parla di un uomo intelli­gente e sensibile, sfortunato fin dall’inizio della vita, costretto a scelte sbagliate, ognuna conseguenza della precedente, tutte unite tra loro fino a formare la catena che ora lo tiene per sempre avvinto tra le mura del carcere di Spoleto. La sua intelligenza e il suo amore per la giustizia lo hanno portato a intra­prendere un lungo e silenzioso cammino di redenzione che lo ha indotto a studiare fino a laurearsi in Giurisprudenza e a lottare dall’interno del carcere per sensibilizzare il mondo esterno sul dramma dell’ergastolo, che lui definisce “la pena di morte a gocce”.
 
Maria Grazia Guaschino- Direttivo  Comitato Paul Rougeau(
http://paulrougeau.org/ )
 
________________________
 
(*) Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra e altri racconti”, Gabrielli Editori, Pagine 175, Euro 14. Il libro si può ordinare nelle librerie ma vi consigliamo di acquistarlo direttamente tramite il sito
www.gabriellieditori.it  oppure tramite il sito www.ibs.it
(**) Ergastolo senza benefici e senza revoca inflitto per determinati crimini associativi (v. n. 182 ).

:: Recensione di La mappa del destino di Glenn Cooper

15 gennaio 2011

Cooper_La_mappa_del_destinoChi ci segue conoscerà sicuramente Glenn Cooper autore di due fortunati best seller storico- esoterici La biblioteca dei morti e Il libro delle anime . Nella nostra intervista dello scorso anno ci anticipò che nel gennaio 2011 sarebbe uscito in Italia un suo nuovo libro, non della serie precedente, un stand-alone nel quale la sua passione per l’archeologia avrebbe trovato libero sfogo. Esce infatti il 20 gennaio sempre per l’Edizioni Nord, specializzate in avventura e mistero, La mappa del destino il cui titolo in inglese The Thent Chamber è sicuramente più rivelatore. Sin dal prologo ambientato nella Francia del 1899 siamo trasportati nei dintorni di un piccolo villaggio del Perigord, Ruac che diventa lo scenario di una storia in cui, mistero, esoterismo, amore e morte si intrecciano indissolubilmente e conducono il lettore ai limiti dell’incredibile e ben oltre a dire il vero. Edouard Lefevre un insegnante e il giovane Pascal suo cugino durante una vacanza estiva entrano in una grotta e fanno una sconvolgente scoperta. Consapevoli che il segreto non possono tenerselo per loro ma devono avvertire le autorità tornano al villaggio di Ruac e commettono l’imprudenza di fermarsi al primo bar per mandare giù qualcosa di caldo. L’ingenuo Pascal ancora emozionato per l’incredibile avventura si lascia sfuggire che lungo la parete rocciosa hanno trovato una caverna al cui interno alla luce incerta dei fiammiferi hanno potuto vedere raffigurate immagini incredibili. Basta quello e in un attimo ad un cenno del barista gli uomini seduti alle loro spalle imbracciano i fucili e li uccidono. Più di un secolo dopo l’incendio della biblioteca dell’abbazia cistercense di Ruac fa tornare alla luce un singolare manoscritto redatto da Barthomieu monaco dell’abbazia vissuto nel 1307 che nell’unica iscrizione in chiaro in latino afferma di avere 220 anni. L’abate consegna il libro a Hugo Pineau antiquario restauratore per farlo riparare dai danni subiti durante l’incendio e così casualmente finisce nelle mani dell’archeologo Luc Simard che affascinato dai bellissimi disegni al suo interno contenuti, seguendo una mappa, giunge alla stessa caverna scoperta dai turisti ottocenteschi.  Decine di dipinti rupestri preistorici lo convincono di essere davanti a qualcosa di epico, di potenzialmente più grande della scoperta di Lascaux o della grotta di Chauvet. Grazie alle sovvenzioni del Ministero dei Beni Culturali un team di esperti viene radunato sul luogo degli scavi ed è l’inizio di una serie di morti sospette. Simard sempre più immerso in quel mistero si interroga sul legame tra il manoscritto e i dipinti rupestri e soprattutto sulla sospetta ostilità degli abitanti di Ruac. Cosa nascondono? Che segreto custodiscono con tanta tenacia e soprattutto perché i Servizi Segreti francesi fanno di tutto per ostacolarli? Ecco a grandi linee la trama di La mappa del destino che oltre all’avventura racchiude anche una storia d’ amore, un simpatico e fascinoso archeologo molto alla Indiana Jones,  una congiura che va avanti da secoli e coinvolge un intero villaggio, uno squarcio sui lavori intorno ai siti archeologici, una buona dose di fantastico, e pure un pizzico di spy story con tanto di agenti segreti pronti a tutto appartenenti ad una cellula segreta dalle azioni poco chiare. La scrittura di Cooper è piana, uniforme e  piacevole. Le pagine scorrono fluide, la suspence è ben calibrata, i particolari tecnici non sono banali o troppo invasivi,l’ intrigo avvince. Per gli amanti delle cospirazioni esoteriche una lettura sicuramente da non perdere, per gli altri un piacevole divertissement non privo di originalità, non noioso, magari capace di far passare ore di piacevole svago.

:: Intervista con Omar Di Monopoli a cura di Velentino G. Colapinto

13 gennaio 2011

la-legge-di-fonziOmar Di Monopoli (Bologna, 1971) è scrittore, grafico e sceneggiatore. Vive e lavora da sempre a Manduria, ha esordito come fumettista durante gli anni di studio trascorsi a Bologna, ha firmato la sceneggiatura del film La caccia di Edoardo Winspeare e finora ha pubblicato i romanzi Uomini e Cani (2007), vincitore nel 2008 del Premio Khilgren Città di Milano, Ferro e Fuoco (2008) e La Legge di Fonzi (2010), che compongono la sua cosiddetta Trilogia Western ambientata in Puglia, e suoi racconti compaiono in numerose antologie e riviste. Il suo blog è http://omardimonopoli.blogspot.com/. 
 

Dei tanti scrittori pugliesi affermatisi negli ultimi anni, tu sei uno di quelli cha ha mantenuto più forte il legame con la terra d'origine, decidendo di vivere a Oria, piuttosto che trasferirti, per esempio, a Roma o Milano, come tanti tuoi colleghi “fuorisede” (Lagioia, Desiati, Lattanzi, Astremo, Carrisi, ecc.). È davvero così difficile vivere in Puglia, facendo lo scrittore?

Devo correggerti: vivo a Manduria, esattamente al centro tra Lecce, Brindisi e Taranto. E ho ripetutamente provato a lasciare la mia regione (sino a qualche mese fa ero di stanza a Roma per motivi di lavoro, ma il perpetuo scontro col Raccordo Anulare mi ha convinto a ritornare nei miei lidi).

Sicuramente però sono legatissimo alla mia terra, questo sì, anche se è difficile viverci per tutt'una serie di ragioni (che sono poi in fondo note a tutti), ma in questo momento è l'intera Penisola ad avere il fiatone, come se fosse diventata nell'ultimo decennio una sorta di Grande Immenso Sud. Fare lo scrittore in una terra complicata come il Meridione ha in ogni caso i suoi pregi: mi capita di continuo coi miei libri di visitare licei, penitenziari e istituti per malati psichiatrici, venendo a confronto con realtà che non conoscevo e che mi permettono di rivalutare i miei conterranei per la serietà e la professionalità.  

Sei riuscito a inventare una scrittura particolarissima, lo “stile Di Monopoli”, che – piaccia o no – sicuramente è molto personale e originale, inconfondibile. Non ti sei mai preoccupato, però, del fatto che questo tuo mescolare italiano a dialetto, termini desueti con linguaggio parlato, potesse rendere i tuoi libri troppo ostici e risultare così un ostacolo alla lettura? E puoi raccontarci com'è nato questo tuo stile?

Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d'imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio.

Forse è vero che il primo approccio coi miei libri può risultare ostico, però non si scardinano le regole attenendosi alle mode e al gusto del mercato. Poi, va anche detto, dopo tre romanzi lentamente sono riuscito a costruirmi un mio pubblico, una schiera sempre più numerosa di estimatori che mi scrive, mi segue e mi sostiene, e questo è un piccolo miracolo che non smette mai di stupirmi… 

La legge di Fonzi, a differenza delle opere precedenti, si conclude con un finale che lascia spazio a un'interpretazione fantastica. Sarà questo il prossimo sviluppo che intendi seguire, abbandonando l'iperrealismo che finora ti ha contraddistinto?

No, cioè sì. Sono, infatti, intenzionatissimo a percorrere altre strade che probabilmente incroceranno il fantastico, ma il prossimo romanzo, quasi ultimato e in uscita credo dopo l'estate, narra ancora una volta di un meridione rurale e un po' western, solo che stavolta cambio l'ottica: il racconto sarà tutto guardato in soggettiva da un ragazzino… 

I tuoi romanzi, oltre a essere influenzati dal cinema e in particolare dagli spaghetti western, sono anche di per sé molto cinematografici e potrebbero essere trasposti senza difficoltà sul grande schermo. Hai già avuto delle proposte a riguardo? Magari potrebbe pensarci il salentino Edoardo Winspeare, con cui hai già lavorato in passato…

Sento spesso Edoardo, perché dopo una nostra collaborazione siamo rimasti amici (oddio, sempre con Winspeare è una parola grossa, visto che è uno degli uomini peggio reperibili dell'intera Puglia), però la traduzione in pellicola della mia «poetica» da anni è in mano a un altro staff, molto attivo e del quale per scaramanzia non rivelo l'identità, anche se al momento, a causa della difficoltà di reperire i fondi, tutto sembra in stand-by. tuttavia sono ottimista e in fondo la crisi prima o poi finirà (almeno spero!) 

Finora hai ambientato le tue storie nell'assolato Salento oppure sul selvaggio Gargano. A quando un romanzo sulle aride Murge, l'altra area geografica delle Puglie, che – a mio parere -sarebbe ideale per uno dei tuoi western?

Mi solletica l'idea di continuare questa sorta di mappatura western della mia regione e più volte ho immaginato che il barese e le Murge potessero (e dovessero) rientrare nei miei progetti futuri, ma è una zona che conosco poco e sono solito scrivere di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Però chissà, in fondo ultimamente sono stato da quelle parti per presentare il libro, magari a breve deciderò di passarvi un po' di giorni in più… 

Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?

Oltre al mio prossimo romanzo, di cui ho accennato, c'è la raccolta di racconti noir pugliesi che Manni darà a breve alle stampe e poi l'antologia “Meridione D'inchiostro”, un progetto ancora top secret (sperò di non ricevere rimproveri per averne parlato), che raccoglie scritti dei narratori del sud più significativi degli ultimi anni. 

Valentino G. Colapinto

Recensione de“La Legge di Fonzi” di Omar Di Monopoli a cura di Valentino G. Colapinto

12 gennaio 2011

la-legge-di-fonziLa Legge di Fonzi” Omar Di Monopoli: 293 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Edizioni ISBN, 2010]. 

Con un po' di ritardo recensiamo finalmente una delle pubblicazioni italiane più interessanti di tutto il 2010, l'ultimo capitolo della trilogia western pugliese di Omar Di Monopoli (nato a Bologna nel 1971 ma cresciuto a Manduria fin da piccolissimo), ormai diventato vero e proprio autore di culto.

Nessun problema per chi non avesse letto i precedenti Uomini e Cani (2007) e Ferro e Fuoco (2008), in quanto trattasi di romanzi indipendenti l'uno dall'altro sia per protagonisti che per vicende narrate, benché accomunati da stile e tematiche.

All'autore salentino va riconosciuto, infatti, il merito d'aver inventato uno stile barocco, che può piacere o no, ma è sicuramente originale e inconfondibile, e un genere letterario (il western in salsa pugliese) finora inedito nella nostra letteratura.

La cifra stilistica del Nostro è caratterizzata dalla continua alternanza tra registro epico e grottesco, dalla commistione tra italiano e dialetto e dal ricorso frequente a vocaboli aulici o comunque ricercati, il tutto condito con un'abbondante dose d'ironia, a ricordare un po' il latino maccheronico delle opere di Teofilo Folengo (1491-1544).

Per quanto concerne invece le tematiche, è evidente l'influsso sia degli spaghetti western di Sergio Leone e compagni da una parte sia del southern gothic americano dall'altra (vedi autori come Cormac McCarthy o Joe Lansdale).

Il discorso diretto viene riferito privo di virgolette o caporali e la narrazione principale è intercalata dagli interventi di un anonimo compaesano, che funge un po' da coro greco della tragedia (o meglio tragicommedia) narrata.

Così come nel primo capitolo della trilogia e dopo la parentesi garganica di Ferro e Fuoco, l'azione è nuovamente ambientata in un Salento allo stesso tempo immaginifico e iperrealistico, in un paese fittizio del brindisino, Monte Svevo, che rassomiglia non poco ai luoghi che'autore conosce bene

La storia, che è corale e intreccia le vicende di molti personaggi – la maggior parte corrotti o corruttibili, e quindi predestinati alla catastrofe finale – è dominata fin dall'inizio dal temuto ritorno in paese di Nando Manicomio, ex boss del paese e criminale psicopatico, il quale viene inaspettatamente preceduto dal fratello e rivale, Giovanni Pentecoste detto Fonzi, un eremita-giustiziere che ricorda certi cowboy solitari interpretati da Clint Eastwood.

Monte Svevo, epitome di tutti i paesi meridionali, è dominata da una classe politica ed ecclesiastica corrotta, che ha continuato a restare in sella anche dopo la decapitazione della Sacra Corona Unita, con cui a suo tempo era collusa.

In questo ambiente degradato sia economicamente che socialmente e culturalmente – un vero e proprio inferno in terra (anche per l'insopportabile afa estiva), lontanissimo dalla Puglia da cartolina che viene pubblicizzata ultimamente – la redenzione è quasi impossibile e sembra essere alla portata solo dei giovani, fossero pure ladruncoli nazistoidi oppure portaborse dei potenti, perché nessuno è innocente, e quando Fonzi tornerà per fare rispettare la sua “legge” saranno guai per tutti.

Apice del romanzo è la grottesca descrizione della festa patronale, la Giostra Medievale, strumento di narcisismo politico-religioso, che vede la partecipazione eccezionale dell'attore Ron Moss (il Ridge di Beautiful, o almeno si presume…) e la cui conclusione inaspettata ricorda certe esilaranti scene di Ammaniti. E dietro la violenza pulp del libro si nasconde, come già nei romanzi precedenti, un intento serio di denuncia dei tanti mali del nostro sud e della colpevole rassegnazione di molti, troppi meridionali.

In conclusione, La Legge di Fonzi è sicuramente il romanzo più complesso e riuscito scritto finora da Omar Di Monopoli, che conferma il talento palesato nelle sue prove precedenti e nel finale cerca di andare oltre gli schemi del passato, con un'incursione nel fantastico che forse apre nuovi orizzonti per le sue opere future.

Valentino G. Colapinto 

Su gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo: 

   Sàngu ti Giuda, e chi se lo scorda? Ancora ne parlano, mmienz' alla piazza, gli anziani. Se tu alla sera esci e vai sentire di che parlano, solo di quello parlano. Di quello e di lu govérnu maledetto, ca a noialtri povera gente ce lo mette sempre 'ngulo. E sì che qua in paese ne abbiamo visti parecchi, di morti ammazzati. E none uno o due. Parecchi, dico. Perché questa terra di malavita era. E li cristiani si sparavano per strada, none chiacchiere. La Sacra Corona Unita c'avevamo, qua. Roba che si pagava il pizzo uguale alla Sicilia. Peggio che alla Sicilia. Volevi aprire un alimentari? Dàmmu li sordi e paja, se no te lo puoi scordare. Un autolavaggio? Calati prima d'in tasca che poi ti faccio fare quìddu ca vuoi! E se non ti azzittivi, c'era il rischio che venivano sotto casa e ti mettevano una bomba. Bum, bellu mìa, e chi si è visto si è visto… Poi però grazìaddio sono cambiate, le cose: hanno messi in galera i caporioni, e allora la gente respirava. Proprio così: respirava! Cristiani di malaffare ce ne sono e sempre ci saranno, per carità del Signore, quìstu chi lo nega? Però la gente la vedevi, che di uscire di casa non teneva più quella fifa che ti attorcìna lu stommùcu. La gente, a Monte Svevo, avìa ripreso a vivere, mannaggia l'ostia!
Poi è successo quel fatto là. 'Nu fatto brutto assai.
Era una mattina pari a tutte le altre, e in paese si viene a sapere che hanno trovato questo qua pronto per il cimitero. Uno, ispettore della Regione dice che era, incaprettato nella sua macchina e bruciato manco se un vitello cotto alla griglia per la festa della Candelora era. Uno spettacolo schifoso. Come non se ne vedono 'tru li film. Roba che in molti si sono pensati: ma che, arrétu ai tempi di quel biondoddio siamo tornati? E ménchia, non dico per dire, ho visto la gente cacarsela sotto come cagnùli, all'idea.
E poi invece si viene a scoprire che colpa sua era, del più grande figghìu di puttana che ci era rimasto a Monte Svevo: Nando Manicomio: sempre ìddu, maledetto fetente. Uno che se lo vedevi arrivarti dritto in faccia pensavi solo: Cristo mio fai che non m'arruvìna! Anni erano, che prima o poi ci doveva capitare qualcosa di brutto, a quello demonio. E mica s'è capito bene perché l'ha fatto. Gelosia, dicono. Roba che 'sto benedetto cristiano se l'era tentata con la femmina sua – 'na poco di buono, mezza maga, che da allora non si fa più vedere troppo aggìro per timore delle prediche e delle maleparole. Che poi vallo tu a sapere, se le cose veramente a 'sta manéra stanno, quando c'hai a che fare con uno malacarne come a quello!
Due volanti andarono a prenderlo, a Manicomio. Prima una e poi l'altra. Ma quìddu niente, mica era tipo che si spaventava. Ha pigliato la pistola e s'è barricato intru la roulotte sua. E appena uno si avvicinava lui gli faceva fischiare le orecchie a botta di chiùmmu. Andatevene affancùlu, gridava, e sparava. Giuro. Mio genero là davanti teneva la vigna. Cogli occhi suoi l'ha visto. Andate a chiederlo a lui se non ci credete. E quando finalmente hanno fatto irruzione, quello mmucìto mica si è arreso subito. Macché. Continuava ad agitare mani e piedi come uno scalmanato, certe mazzate che non sto qua a dire, non sto, e non c'era Cristo in grado di fermarlo. Però lu fessa mo' stài sotta chiave, e speriamo se lo tengono là dentro fino a quando schiatta, che io di rivederlo in giro non c'ho mica tanta voglia; anzi, proprio per un cazzo!

:: Recensione di Il professionista: Vendetta di Stephen Gunn

11 gennaio 2011

professionistaIl professionista: Vendetta romanzo illustrato di Stephen Gunn con tavole in bianco e nero di Francesco Mortarino edito da BD è una nuova avventura di Chance Renard alias il Professionista ambientata a Milano ovvero a Gangland, metropoli corrotta e avvelenata, cinica e violenta cuore nevralgico e punto di congiunzione tra gli affari dell’alta finanza e i traffici del crimine più o meno organizzato. Una città dai mille volti in cui comunità multietniche convivono più o meno pacificamente tra loro, popolando in pochi anni le strade di negozi di kebab, di parrucchieri cinesi, di bazar pakistani, di internet point russi o ucraini, di negozi di souvenir stracolmi di cianfrusaglie e chincaglieria esotica. Chance vi si muove a suo agio, in questo guazzabuglio di razze, dialetti, colori, pronto ad entrare in azione conscio che il pericolo e il rischio sono sempre in agguato. La violenza non dorme mai soprattutto a Gangland città che non ha niente da invidiare alle grandi metropoli americane in quanto a criminalità e ferocia. Non ci stupiamo infatti di vederlo coinvolto sin dall’inizio in un violento assalto ad un furgone blindato fatto ispirato alla cronaca nera recente, la rapina di via Imbonati del ’99, e a decine di film noir e polizieschi e soprattutto ‘poliziotteschi’ anni 70 che costituiscono l’humus dove l’autore prende ispirazione da profondo conoscitore del genere. Nel brutale scontro a fuoco Marcella la sua donna di una notte viene uccisa come uno dei banditi e le guardie giurate di scorta e da qui si innesca una storia di inesorabile vendetta, di tradimento, ma anche di lealtà, di amicizia. Chance Renard vuole giustizia per gli amici caduti e quando il vicequestore Nitti gli propone di indagare sui colpi della banda in cambio della promessa di tenerlo fuori dalle indagini, si butta a capofitto. Fino a ricevere una telefonata di una vecchia conoscenza il colonnello Berloni, presidente della società di sicurezza che si occupava del trasporto dei furgoni blindati contro cui i furti erano sempre avvenuti. C’è una talpa all’interno della società che avverte la banda dei percorsi, qualcuno molto in alto forse uno stretto collaboratore di Berloni. Se Chance la scoprirà riceverà 50,000 Euro. Chance non certo per i soldi accetta e si mette sulle tracce del traditore che lo porterà a scoprire un intrigo degno delle sue avventure più internazionali fino alla resa dei conti finale che lascerà in Chance sempre un po’ di amaro in bocca ma gli consentirà di compiere un gesto di grande generosità in memoria dell’amica Marcella. La Milano di Scerbanenco occhieggia sorniona dalle pagine ed emerge quasi immutata non ostante il passare degli anni e i cambiamenti sociali e politici che la trasfigurano e danno un sapore amaro a questo noir affatto scontato, caratterizzato da una cura paziente nella delineazione dei personaggi, dall’estremo realismo dei dialoghi, dalla capacità di creare atmosfere angoscianti e opprimenti e non solo con l’utilizzo della violenza come detonatore dei conflitti. Tommaso Corso, Caterina Manzelli detta Skate o meglio la Bimba, Guglielmo il Freddo, la banda di Chance che l’accompagna perché è passato il tempo di agire da solo, costituisce una carrellata di personaggi vitali e indispensabili all’aspetto corale dell’azione. Bimba soprattutto quasi una figlia per Chance con il suo punzecchiare continuo e divertito, il suo amore forse non confessato ma evidente, emerge dalle pagine e colora di tenerezza un eroe che non può sempre fare l’ammazzasette come lui stesso dice ad un certo punto del racconto. Vendetta infine è senz’altro il romanzo più di impegno, il più politicamente strutturato di Di Marino come sottolinea Sergio Altieri nella breve prefazione, quello in cui evidenzia i lati più deleteri del malpaese, e tratteggia i contorni di una società contemporaneamente omicida e suicida che tutto sacrifica in nome del dio denaro.
Tra qualche mese poi non perdetevi Gangland Blues su Segretissimo.            
 
Il Professionista -Vendetta. Stephen Gunn, Francesco Mortarino.  Edizioni BD. Pag. 144. Euro 13,00.

:: Niente da capire il nuovo libro di Luigi Bernardi dal 26 gennaio in libreria Perdisa

10 gennaio 2011

niente_da_capire«Un fatto non può "tornare" come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande. Le nostre leggi si fondano soltanto sulla probabilità, sulla statistica, non sulla casualità, si realizzano soltanto in generale, non in particolare.
Il caso singolo resta fuori dal conto. I nostri metodi criminalistici sono insufficienti, e quanto più li perfezioniamo tanto più insufficienti diventano alla radice. Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare.Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna.
Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice a degli uomini, altrimenti statevene tranquilli e occupatevi di inutili esercizi di stile».

Friedrich Dürrenmatt, La promessa

Sui crimini di oggi non c'è niente da capire.
Il crimine fa notizia, indagano persino le trasmissioni televisive. 
Giornalisti, criminologi, sociologi, semplici cittadini, tutti si mettono a caccia del mistero. Un mistero che non esiste. Come già imputava Friedrich Dürrenmatt ne La promessa (citato nell'epigrafe del libro), ognuno tende a costruire un universo da dominare, ma questo universo è una menzogna che si sgretola sotto il peso della propria inconsistenza. 
Il mistero esiste soltanto come accalappiatore di audience, e i tredici racconti di Bernardi smontano il giocattolo e lo restituiscono nella sua nudità, tragica e impietosa. Antonia Monanni è una magistrata inquirente, la vita privata vissuta nei ritagli di tempo, fra un delitto e un altro, i casi criminali che si susseguono a scandirne i giorni. Omicidi efferati che sono soltanto l'esito sanguinario di piccole beghe fra persone che hanno disimparato a vivere.
La collezione delle storie di Antonia Monanni è una sorta di almanacco della cronaca nera degli ultimi anni: storie vere più o meno trasfigurate, storie inventate, storie plausibili. Storie che non rassicurano perché imprevedibili, frutto di quella sconfinata fucina di crudeltà che è la mente umana. Un modo discorde di raccontare il crimine, l'anatomia di gesti senza ritorno che sono la pietra tombale del giallo, del noir e del mistero.

Luigi Bernardi, narratore e saggista, scrive anche per il fumetto, il teatro e la televisione. Il suo ultimo romanzo è Senza luce (Perdisa pop, 2008), un long seller che continua a incantare i lettori.

:: Intervista a Michael Robotham

8 gennaio 2011

il_manipolatore_1_Salve Michael. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Michael Robotham ? Punti di forza e di debolezza.

Penso che uno dei miei punti di forza sia la capacità di creare dei personaggi molto credibili che vivano e respirino nell’immaginazione del lettore. La gente spesso da per scontato che nei crime o nei thriller l’importante sia la trama ma sono i personaggi che li rendono memorabili. Molto tempo dopo che i lettori hanno dimenticato la trama di una storia, si ricordano i personaggi.
Punti deboli? Odio creare trame che è una cosa strana da confessare. Mi piace scrivere e riscrivere la storia, i dialoghi, le relazioni tra i personaggi ecc … ma non mi piace dover ideare i colpi di scena e le false piste. E’ come giocare a scacchi indossando una benda sugli occhi.

Sei cresciuto in una piccola città australiana, hai iniziato come giornalista per il The Sun a Sydney. Dopo 10 anni come giornalista di successo in Australia e in Inghilterra, hai iniziato a fare il  ghost writer per le celebrità. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia molto idilliaca un’esistenza alla Tom Sawyer in una piccola città, pescando e nuotando nei fiumi. Mio padre era l’ insegnante del paese e mia madre era una infermiera e ha avuto quattro figli in quattro anni, il che significava che ero sempre circondato da fratelli. Quando ho cominciato a pensare di scrivere, ho pensato che Mark Twain avesse rubato tutte le trame migliori. Questa è una delle ragioni per cui sono diventato giornalista – volevo vedere il mondo e raccogliere materiale. Il giornalismo mi ha portato in giro per il mondo molte volte – in zone di guerra, durante colpi di stato – ho intervistato tutti, dai presidenti degli Stati Uniti alle pop star ai serial killer. E ‘stata una scuola meravigliosa.

michael_robotham1Quando hai capito che avresti voluto diventare scrittore? Quando hai deciso di passare alla fiction?

Fin dalla mia adolescenza, ma come ti ho già detto, non sapevo cosa scrivere. Quando sei giovane ti senti enormemente fiducioso, è solo più tardi che si insinuano i dubbi. Il giornalismo e il ghostwriting mi ha insegnato quanto sia importante raccontare una bella storia. Scrivendo fiction puoi spendere centinaia di pagine di introspezione intento a guardarti l’ombelico, ma io preferisco esplorare la condizione umana, ponendo i miei personaggi  sotto pressione e vedendo come reagiscono. Quando ero adolescente, mi sono innamorato dei racconti e dei romanzi di Ray Bradbury. Non riuscivo ad ottenere tutti i suoi libri in Australia, così gli ho scritto una lettera tramite il suo editore americano. Mesi dopo, un pacco è arrivato con i libri che non erano disponibili e una lettera di Bradbury mi diceva quanto era felice di avere un giovane fan dall’altra parte del mondo. La sua generosità ha fatto di me uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Gli aspiranti scrittori o odieranno questa storia o ne trarranno ispirazione. Avendo scritto quasi quindici ‘autobiografie’ come ghostwriter, nel 2001 mi sono finalmente seduto a scrivere un romanzo. Ho finito 117 pagine e le ho date al mio agente. Nel marzo 2002, questo parziale manoscritto divenne oggetto di una guerra di offerte al London Book Fair. Stavo tornando in Australia e ricevetti una telefonata alle 3.00 del mattino che mi diceva che gli editori di tutto il mondo si battevano per i diritti. Nel giro di poche ore la mia vita è cambiata per sempre. Non si va a dormire dopo una cosa del genere. Così rimasi sveglio, a fissare il soffitto. Alle sette del mattino l’asta fu battuta … ed era pronto il cast del film di Hollywood. E ‘stato un passaparola enorme, ma anche molto intimidatorio. Non avevo ancora finito il romanzo che tutto questi editori stavano investendo la loro fede e il loro denaro in me. Il sospettato è stato infine tradotto in 24 lingue ed è ancora il mio libro di maggior successo.

Tu sei l’autore di una serie di thriller di grande successo tra cui Perduta, Il Sospetto, Il Manipolatore,  Ferry Night, Bleed for me. Due di loro, Perduta e Il Manipolatore, hanno vinto il  Ned Kelly Award per il miglior romanzo poliziesco australiano. Puoi dirci qualcosa di questa esperienza?

Non credo che le vendite siano  necessariamente influenzate dall’aver vinto dei premi, ma voglio dire che gli editori possono mettere la frase ‘premiato’ nella pubblicità, il che è una bella cosa. Per molto tempo i miei romanzi sono stati molto più di successo all’estero che in Australia. Questa è una delle cose strane che ti succedono lavorando in un settore creativo. Si può diventare molto più noti in un paese straniero che in patria. Vincere il Ned Kelly Award ha contribuito a cambiare tutto questo. Infatti ho cominciato a ottenere un buon riconoscimento anche in Australia, che è ancora più speciale perché è ‘casa’. È il luogo dove i miei figli stanno crescendo. È il luogo dove sono nato.

Leggi altri autori contemporanei?

Penso che stiamo vivendo in un epoca d’oro della letteratura poliziesca. Ci sono grandi autori epici come James Lee Burke e Peter Temple, e cronisti sociali come George Pelecanos, Don Winslow e Dennis Lehane. Recentemente ho scoperto uno scrittore italiano Michele Giuttari, che ha un meraviglioso istinto per le ambientazioni ed è capace di creare personaggi avvincenti.

Qual è stata l’ispirazione per Il sospetto il tuo romanzo d’esordio?

L’ispirazione arrivò anni prima di diventare un romanziere. Stavo lavorando con un’ assistente sociale che ad un certo punto mi raccontò la storia di un tale che andava in un ospedale per adottare un bambino appena nato da una madre adolescente. L’adolescente era mentalmente disabile ed era stata violentata mentre era in cura dallo stato. Un giudice aveva ritenuto che era incapace di badare a un bambino e perciò il bambino fu messo in adozione. Questa povera ragazza non  riuscì a trattenere il suo bambino prima che fosse portato via. Lei urlava mentre l’assistente sociale prendeva il bambino e lo portava lontano giù per il corridoio. Mentre succedeva tutto questo l’assistente sociale guardava negli occhi il bambino e gli poneva la domanda: un giorno avrai intenzione di cercarmi e mi vorrai ringraziare per averti salvato la vita, o mi darai la colpa di aver rovinato tutto? Questa era la stessa domanda che si è presentata nella mia coscienza e mi ha portato a Il Sospetto. Molto spesso alcune persone possono giocare con le vite di altre persone come fossero Dio – giudici, medici, assistenti sociali, psicologi – spesso con le migliori intenzioni possibili … ma cosa succede se si sbagliano?

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Romanzi come Il senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg e Una storia segreta di Donna Tarrt, sono spesso descritti come ‘thriller letterari’. Un giorno, se sarò abbastanza bravo, mi piacerebbe scrivere un romanzo così, indipendentemente dal genere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Il Sospetto?

Ci ho messo circa un anno per scrivere Il Sospetto – ma ovviamente tutto era nato molto tempo prima nella mia mente. Questa è una delle trappole per grandi scrittori. I primi romanzi nascono spesso dopo anni di lavoro – e si dimentica quanto tutto ciò sia importante. Successivamente il secondo romanzo viene scritto in una frazione del tempo. E’ la sorte che differenzia gli uomini dai ragazzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Joe O’Loughlin? Soffre del morbo di Parkinson. Questo fatto non è un po’ un conto alla rovescia limitante che impedisce  in un certo senso lo sviluppo del suo personaggio?

Quando ho creato Joe O’Loughlin e ho deciso che fosse affetto dal morbo di Parkinson, non avevo intenzione di  creare una serie e riproporlo nei libri successivi. Pensavo di stare scrivendo un stand-alone. Alla fine ho fatto un compromesso e ho creato una serie di personaggi che entrano ed escono dai miei romanzi. Quando ho creato Joe, volevo un protagonista che non fosse una specie di James Bond o Jack Reacher, il  tipo di eroe che combatte meglio di tutti e che può saltare e correre più velocemente di chiunque. Volevo qualcuno con una mente brillante, ma un corpo cadente; qualcuno che dovesse ‘pensare’ per sfuggire dal pericolo. Io lo paragono al Prof. Stephen Hawking, un moderno Einstein con un corpo malandato.

Perché hai deciso di scrivere Il Manipolatore?

La premessa centrale di Il Manipolatore  è stata ispirata da due avvenimenti reali accaduti in due posti diversi del mondo. Il primo si è verificato nel nord d’Inghilterra più di un decennio fa. Si trattava di un molestatore telefonico operante nel nord dell’Inghilterra – un uomo che violentava la mente delle donne, piuttosto che i loro corpi. Trovava le sue vittime da colpire sui giornali locali, andando alla ricerca di storie di ragazze adolescenti, campionesse di hockey, o netball, o tennis. Poi aspettava che queste ragazze fossero a scuola e allora telefonava alle loro madri, conoscendo abbastanza informazioni per convincerle che aveva rapito le loro figlie. Questo caso mi ha perseguitato per tanti anni perché ho potuto immaginare le cicatrici psicologiche che ha causato alle vittime. Il chiamante ordinava a queste madri di togliersi i vestiti, e di andare a piedi fuori dalle loro case in luoghi remoti. Qui è dove la polizia le avrebbe trovate, metà congelate, terrorizzate e convinte che agendo così avrebbero potuto salvare le vite delle loro figlie. Io vivo in Australia ora – sulle spiagge del nord di Sydney – ed è qui che mi sono imbattuto in un caso quasi identico a quello della Gran Bretagna. Il modus operandi era lo stesso – utilizzando i quotidiani locali raccoglieva informazioni sulle ragazze e quindi chiamava le loro madri. Nel caso di Sydney, la polizia crede che fino a un migliaio di donne nel corso di un periodo di sei anni siano state lasciate mentalmente segnate dal chiamante. Anche se nel Manipolatore non si fa riferimento a nessuno di questi casi, hanno di fatto contribuito alla storia. E di tutti i miei romanzi questo è forse il più puro thriller psicologico. Non tratta di violenza pura o spargimento di sangue.Tratta di ciò che percepiamo che stia accadendo. L’immaginazione è in grado di evocare destini molto più terrificanti di qualsiasi scrittore o regista di horror di Hollywood.

Il Manipolatore è il tuo libro più oscuro, assolutamente terrificante. Cos’ è la paura per te? Come si può generare?

Può sembrare sorprendente – ma mi spavento facilmente. Io sono il figlio di mia madre. Una volta ha urlato così forte in un cinema che hanno dovuto fermare il film e accendere le luci. Ho tre figlie. I miei incubi ricorrenti  riguardano sempre loro, le immagino in percolo ed io non riesco a raggiungerle. E’ da qui che la paura proviene. Noi tutti l’abbiamo sperimentata. Abbiamo tutti perso di vista un bambino in un supermercato o seduti in una notte di pioggia, abbiamo aspettato qualcuno che ritarda  a tornare a casa. Come scrittore attingo da questi timori.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Il Manipolatore è un thriller psicologico e voglio dire che lo è nel suo senso più puro, perché non è un libro con un numero impressionante di cadaveri, o con scene di violenza iperrealistica. Ma allo stesso tempo è incredibilmente oscuro e senza dubbio il romanzo più spaventoso che ho scritto perché parla di un uomo che stupra la mente piuttosto che il corpo delle sue vittime. La storia è narrata da Joe O’Loughlin, psicologo clinico e docente, che è chiamato a Clifton Suspension Bridge a parlare ad una donna nuda arroccata sul parapetto che minaccia di saltare già. Joe cerca invano di comunicare con lei, ma la donna non lo ascolta. Sta parlando ad un telefono cellulare. Improvvisamente, cade il telefono e cade anche lei e muore. Per tutti i soggetti coinvolti – la polizia, i media, i paramedici e il pubblico – è un altro triste suicidio. Ma tre giorni dopo, la figlia adolescente della donna morta si reca fino alla porta di Joe e gli dice che sua madre non si sarebbe mai uccisa – non così almeno – dato  il suo terrore per le altezze.

Vincent Ruiz, un personaggio secondario di Il sospetto, è il protagonista di Perduta. Qual è la differenza tra Joe O’Loughlin e Vincent Ruiz?

Vincent Ruiz è l’unico personaggio che sia apparso in ogni uno dei miei romanzi – sia come narratore o come un personaggio secondario. Lui è molto diverso da Joe come personaggio. E’un bevitore, un duro ex-detective con tre matrimoni falliti, una madre alcolizzata e una vita di rimpianti. Allo stesso tempo, ha un meraviglioso senso dell’umorismo, è un grande one-liner e ha un punto di vista pratico. Non dico che ha un cuore d’oro – perché è molto più prezioso dell’oro.

Bleed for Me ha come protagonista ancora Joe O’Loughlin. Quando sarà pubblicato in Italia?

Purtroppo, non ho idea di quando Bleed For Me sarà distribuito in Italia. Credo che molto dipenderà dal successo di Il Manipolatore. Ne è diciamo il seguito in cui verrà rivelato ciò che accade a Joe e alla sua famiglia. Spero che i miei editori ne facciano fare al più presto la traduzione perché l’Italia è uno dei miei posti preferiti.

Sei australiano ma ambienti i tuoi libri in Inghilterra. Perché?

Quando ho vissuto in Inghilterra per molti anni ho scritto un romanzo ambientato in Australia (il mio grande manoscritto inedito). C’è qualcosa nella distanza che crea grande chiarezza. Forse è per questo che i grandi scrittori irlandesi come James Joyce e Samuel Beckett hanno vissuto al di fuori dell’Irlanda, quando hanno scritto. Quando sei lontano da un luogo diventa più vivido nella nostra mente. Ho vissuto a Londra per dieci anni, lavorando prima come giornalista e poi come ghostwriter. Ora ho ricordi molto vividi fino al paesaggio, agli odori, al vociare delle strade, così come la lingua.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?

Io vivo in spiaggia a nord di Sydney e il lavoro da casa lo svolgo nel mio ufficio seminterrato che le mie tre figlie chiamano il  ‘pozzo della disperazione di papà’. Spesso faccio colazione in un bar vicino alla spiaggia, poi scrivo a mano. Gran parte dei miei primi lavori sono scritti a mano. Ogni due o tre giorni trasferisco i miei appunti sul computer. Circa tre volte l’anno parto in viaggio per il Regno Unito, l’Europa e gli Stati Uniti. Durante questi viaggi faccio ricerche per i romanzi in corso.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

A più riprese negli ultimi dieci anni ho avuto offerte di film. Recentemente una società chiamata Blueprint Pictures – che ha prodotto In Bruge e Becoming Jane si è assicurata i diritti per sei dei miei romanzi con l’intenzione di produrne film per la BBC. Ho già percorso questa strada prima e ho imparato a non trattenere il fiato. Centinaia di libri sono opzionati, ma solo una manciata poi sono resi sullo schermo. Uno dei miei libri ghostwritten Culle vuote è stato opzionato a metà degli anni novanta ed è appena stato realizzato anche un film: Arance e il sole che uscirà quest’anno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ce ne sono così tanti. Sono un grande fan di John Irving, Joseph Heller, Richard Ford, John Banville e William Boyd. Sulla scena del crimine, non si può andare oltre James Lee Burke, Peter Temple, Don Winslow e Dennis Lehane. E come un nuovo arrivato – io sono in soggezione in presenza di Gillian Flynn, i cui primi due romanzi sono notevoli.

Ti piacciono i tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.

Amo fare tour promozionali. Per la maggior parte dell’anno sono chiuso nella mia scatola, scrivo in completo isolamento e poi ogni tanto mi avventuro fuori e divento un po ‘folle. Ogni scrittore ha un incubo di puro orrore quello di fare una presentazione e non trovare nessuno. Una volta ho fatto un discorso in cui sono venute tre persone  – uno di loro in carrozzina. In un altro tour, sono andato in una città con una popolazione totale di 160 persone, 75 delle quali sono venute per vedere me. Avrei potuto concorrere per fare il sindaco. In Spagna sono stato una volta interrogato da un membro del pubblico che mi riteneva personalmente responsabile ed è un fatto storico australiano  terribile del trattamento degli aborigeni. In Germania c’era Miss Ottobre di Playboy ad una delle mie presentazioni. Probabilmente per quello c’era tanto pubblico( sorride).

Hai molti fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Adoro i fan. In Olanda in molti si sono presentati al mio albergo solo per dire ciao. Erano solo uno o due alla volta ma mi sentivo come una rock star. I lettori possono contattarmi tramite il mio sito web o su: michael@michaelrobotham.com. Cerco di rispondere ad ogni email, ma ci vorrà un po’ di tempo perché possa tornare tra la gente.

Puoi dirci qualcosa su The Wreckage?

Questo è un altro punto di partenza per me. Non voglio scrivere sempre lo stesso libro due volte e quindi questa volta mi sono spostato nel territorio di John Le Carre. The Wreckage è un thriller con al centro un grande complotto internazionale ambientato a Londra, Washington e in Iraq che coinvolge agenti clandestini e nazioni potenti che cercano di seppellire segreti e manipolare la verità, a prescindere dal costo. Ambientato in seguito alla crisi finanziaria globale, il romanzo inizia a Baghdad, dove il giornalista e premio Pulitzer Luca Terracini sta indagando su una serie di rapine in banca con esiti mortale che coinvolgono decine di milioni di dollari. Nel frattempo, a Londra, un ex poliziotto Vincent Ruiz salva una giovane donna, Holly Knight, da un fidanzato violento, ma si sveglia la mattina dopo scoprendo che lei lo ha derubato. E ‘stato un set up – una truffa elaborata. Intenzionato a trovare Holly, Ruiz scopre il corpo martoriato del suo ragazzo e si rende conto che alcuni uomini potenti stanno cercando la ragazza. Che cosa ha rubato di così importante? Altrove in città, Richard North, un banchiere internazionale, è scomparso da cinque giorni, lasciando una moglie incinta e un figlio piccolo. Nessuno sembra prendere sul serio la sua scomparsa, eppure è la chiave per capire ciò che sta accadendo in Iraq e a Londra. The Wreckage ha per tema la politica, il denaro e il potere. Chi ha, chi vuole e chi è in ultima analisi, sta pagando …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio  nuovo libro non ha ancora un titolo. Ho appena iniziato a scriverlo – ma ha di nuovo per protagonista Joe O’Loughlin. Tutto quello che so per certo è che inizia con il ritrovamento in un fiume ghiacciato del cadavere di un’ adolescente scomparsa da quattro anni. E ‘chiaro che è stata viva durante questo periodo, ma imprigionata da qualche parte. Il cuore del problema, però, è che con lei era scomparsa anche la sua migliore amica, e quindi si pone la domanda: la sua amica è ancora viva o è ancora prigioniera?

:: Recensione di Il Manipolatore di Michael Robotham (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011

il manipolatoreIn un piovoso mattino di fine settembre Joe O’Loughlin, professore di psicologia comportamentale dell’Università di Bath nella contea di Somerset, si accinge a tenere il suo corso introduttivo nell’aula magna davanti ad un platea di studenti del primo anno.
Ormai è quella la sua vita da quando ha lasciato Londra, e il suo lavoro di analista, per rifugiarsi con sua moglie Julianne e le sue due figlie Charlie ed Emma in un posto più tranquillo, lontano dai pericoli e dai fantasmi del passato. Se non fosse per il tremore dovuto al morbo di Parkinson la sua vita sarebbe perfetta. Ma il destino ha deciso altrimenti, ha deciso di coinvolgerlo in un gioco mortale che presto metterà in serio pericolo tutto il suo mondo, finanche il suo bene più prezioso, la sua stessa famiglia.
Finita la lezione, infatti, sotto un diluvio che dura da settimane, una macchina della polizia lo aspetta. Su a Clifton Bridge c’è bisogno di lui. Una donna sulla quarantina completamente nuda, se non fosse per un paio di scarpe scarlatte dal tacco vertiginoso, con un’inquietante scritta con il rossetto sulla pancia, minaccia di uccidersi.
Joe O’Loughlin non può tirarsi indietro e così si trova faccia a faccia con l’aspirante suicida, solo un paio di metri li separano, ma non ostante cerchi di salvarla non può far altro che assistere impotente ai suoi ultimi istanti di vita.
La donna regge un cellulare appoggiato all’orecchio. Sta parlando con qualcuno. Joe coglie solo alcuni frammenti della conversazione e fa di tutto per attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Solo per un attimo la donna lo guarda negli occhi e gli sussurra le sue ultime parole: “Lei non capisce”.
Poi il salto.
La fine.
Per la polizia non c’è dubbio si tratta di suicidio, a confermarlo le decine di testimoni che hanno assistito alla scena, ma Joe sente che qualcosa non torna. Perché quella scritta sul ventre? Perché era nuda? Che significato hanno le sue ultime parole? E soprattutto con chi stava parlando al telefono?
Troppi interrogativi si affollano nella sua mente finchè un fatto inaspettato da concretezza ai suoi dubbi.
La figlia sedicenne della morta, Darcy, lo cerca a casa e lo implora di credere che è impossibile che sua madre si sia suicidata e l’abbia lasciata sola. Anche Sylvia, la sua amica e socia nell’impresa si organizzazione matrimoni, non lo crede. Joe è sempre più scettico e quando anche Sylvia viene trovata morta con indosso solo un paio di stivali diventa certo che si tratti di omicidio. C’è un serial killer per le strade capace di entrare nella mente delle sue vittime, manipolarle e piegarne la volontà fino a spingerle alla morte. Joe percepisce che per fermarlo deve impiegare tutte le sue capacità di analisi e osservazione conscio che il suo nemico è pericoloso, ostile e pronto a colpirlo in una lotta senza esclusione di colpi.
A chi è piaciuto La Psichiatra di Wulf Dorn, e ama gli psicothriller in cui Sebastian Fitzek è maestro, certo non potrà sfuggire Il Manipolatore di Michael Robotham, pubblicato a ottobre del 2010 da Fanucci nella collana gli Aceri.
La mente umana è il luogo del delitto in questo thriller a tinte forti e come ogni scena del crimine necessità di un esperto che raccolga indizi che certo non saranno impronte digitali, tracce di sangue o campioni di DNA, ma pensieri, parole, inconsci collegamenti e nessuno meglio di Joseph O ’Loughlin è l’uomo giusto per fare questo.
Premiato nel 2008 con il Ned Kelly Award come miglior romanzo di crime fiction, giudicato da Stephen King “Un eccezionale romanzo di suspense”, osannato dalla critica anglosassone, Il Manipolatore ha senz’altro le carte in regola per non deludere anche i lettori più esigenti.
Robotham ha senso del ritmo, una scrittura molto scorrevole e vivace all’insegna della semplicità, un approccio decisamente visuale che cattura il lettore basti pensare alla scena iniziale del suicidio, molto potente, drammatica che entra nell’immaginario del lettore e quasi lo catapulta nell’azione.
La trama è molto raffinata, originale, affatto scontata, ogni sua componente è a servizio di un quadro di insieme omogeneo e razionale. Tutto ha una spiegazione, una consequenzialità, uno scopo. L’autore è stato molto attento ad elaborare tutto questo.
I personaggi cono bene calibrati, i legami familiari del protagonista realistici e genuini, la psicologia dell’ antagonista contorta quanto basta, ma non inverosimile.
L’ambientazione, molto british, è caratterizzata da un’ attenta cura dei dettagli.
Consiglio anche a tutti gli appassionati di psicothriller di cercare di recuperare L’indiziato, romanzo di esordio di Robotham, davvero folgorante, edito nel 2005 in versione economica da Rizzoli sempre con Joe O ’Loughlin come protagonista. Non so se sarà facile perché mi risulta che su IBS non sia più disponibile.

:: Intervista a Nicola Lagioia, a cura di Valentino G. Colapinto

5 gennaio 2011

1Nicola Lagioia (Bari, 1973) ha scritto finora i romanzi: Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), Occidente per principianti (2004), 2005 Dopo Cristo (2005) con il nome collettivo di Babette Factory e Riportando tutto a casa (2009), con cui ha vinto il Premio Viareggio 2010. Vive a Roma da molti anni e dirige Nichel, la collana di Minimum Fax dedicata alla letteratura italiana. Nel 2010 ha condotto Pagina3, la rassegna quotidiana delle pagine culturali trasmessa da Radio3.

Sicuramente possiedi una padronanza della lingua italiana invidiabile, ma non ritieni che il tuo stile letterario, così voluttuosamente barocco, rischi di allontanare i lettori odierni, risultando ostico a chi ormai si è abituato a comunicare con frasi brevi ed essenziali come un sms o un tweet? E pensi che col tempo la sua scrittura possa semplificarsi, così come accaduto ad altri scrittori?

Mando quotidianamente sms e mail molto brevi. Però quando voglio leggere un libro mi rivolgo a scrittori come Faulkner, o Fenoglio, o il Roth del “Teatro di Sabbath”, o Bernhard, o Sebald, o Proust, tutti autori che usano una lingua che qualcuno magari definirebbe barocca, ma per me è solo complessa.
La letteratura credo debba restituire una complessità, altrimenti viene meno ai suoi compiti. La lingua letteraria, in particolar modo, mi sembra proprio per questo l’antitesi della lingua del potere. La lingua del potere (pensa oggi alla lingua pubblicitaria, anche in politica) funziona per slogan, frasi brevi, semplici, elementari, monolitiche. E questo perché il suo obiettivo principale è la persuasione. Tutto il contrario della letteratura.
Io in realtà ho iniziato con un romanzo scritto per frasi molto brevi, che si intitolava “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Credo che “Riportando tutto a casa” abbia venduto dieci o quindici volte tanto. Non mi interessano i fatturati. Era solo per dire che un pubblico di lettori in grado di affrontare un testo complesso mi pare esista ancora.

Si è soliti mitizzare gli anni ’80 come un periodo (forse l’ultimo per l’Europa) di benessere e spensieratezza, rispetto ai più cupi e problematici decenni successivi. Nel tuo romanzo, invece, ne escono malissimo. Fai aleggiare costantemente un’atmosfera di morte su quel decennio: dagli zombi di Romero (più volte evocati) al disastro dello Space Shuttle Challenger, dalla tragica finale di Coppia dei Campioni all’Heysel alla nuvola radioattiva di Chernobyl o all’epidemia di eroina. Ma erano davvero così terribili quegli anni rispetto al nostro presente?

Non erano terribili, erano stupidi. E il nostro presente, almeno in parte, è il momento canceroso e terminale di quel periodo lì.

Sembra sia in atto un rinascimento letterario pugliese. Per la verità, non si erano mai visti come adesso tanti tuoi corregionali riscuotere gli apprezzamenti della critica (oltre a te penso, per esempio, a Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, ecc.). C’è qualcosa che vi accomuna? E ti senti ancora uno scrittore “pugliese”?

Sono uno scrittore italiano che scrive anche di storie ambientate in Puglia. Ma che significa essere “scrittori pugliesi”? Si è scrittori della lingua in cui si scrive, secondo me. E poi sì, certo, hai ragione, mai come in questi anni sono usciti libri interessanti di scrittori nati in Puglia. Cosa accomuna tutti quanti – ammesso che qualcosa in comune ci sia – dovete però capirlo (e magari poi dircelo) voi giornalisti e critici.

Da molti anni dirigi la collana Nichel di Minimum Fax. Il tuo lavoro di editor ti ha aiutato nell’attività di scrittore oppure ne ha costituito, in un certo senso, un freno?

Pur avendo entrambi la letteratura al proprio centro, sono due lavori completamente diversi. Per me dirigere Nichel, o condurre “Pagina3” su Radio3, sono anche modi per non chiudermi in una stanza da solo per anni. Insomma, per lavorare in gruppo, condividere con altre persone rischi, sconfitte e gioie; uscire insomma, seppure in via temporanea, dalla totale solitudine in cui è giusto che uno scrittore si immerga quando scrive un libro.

Recentemente Gilda Policastro ha accusato gli scrittori della tua generazione (per la precisione, quelli nati tra il ’68 e il ’78) di non saper scrivere o di non avere niente da dire. Tra le poche eccezioni ha fatto proprio il tuo nome, lodando il tuo talento affabulatorio. Condividi un giudizio così duro nei confronti dei tuoi coetanei?

Gilda Policastro è più o meno mia coetanea e ha scritto anche lei un libro di narrativa. Tu prima hai citato Antonella Lattanzi, il cui “Devozione” è un romanzo interessante e scritto molto bene. “Gomorra” di Saviano non era affatto male. E così via… Insomma, i buoni libri dei miei coetanei mi sembra che ci siano. Certo, non ne esce uno al mese, ma credo che questo non accada neanche in Francia o in Inghilterra.

Anche Minimum Fax, così come tante altre case editrici, ha ultimamente deciso di non accettare più manoscritti non richiesti da parte di autori italiani e di concentrarsi sulle segnalazioni di agenti e collaboratori. Che consigli daresti allora a un aspirante scrittore con il classico manoscritto nel cassetto?

La cosa più difficile: scrivere un bel libro. Stai sicuro che un editore lo trova. Quelli che pensano – e purtroppo la marea cresce – che per pubblicare un libro le pubbliche relazioni servano più del libro stesso, sono decisamente fuori strada. Magari un libro riescono pure a pubblicarlo, ma da qui a essere degli scrittori ce ne passa. I bei libri, in Italia, un editore lo trovano quasi sempre.

Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?

Preferirei di no. Sono sempre gestazioni molto complicate.

:: Recensione de Il predicatore di Camilla Läckberg

5 gennaio 2011

vI bravi bambini dovrebbero sempre ubbidire ai genitori, ma a sei anni è difficile non subire il richiamo dell’avventura e una luminosa mattina d’estate diventa l’occasione imperdibile per addentrarsi in un territorio proibito, la Gola del Re, armati di elmo da cavaliere e spada di legno. Certo se i tuoi genitori ti dicono di non fare una cosa non lo fanno per capriccio, ma perché può essere pericoloso così quando il piccolo cavaliere della Tavola Rotonda in cerca di draghi si trova davanti al corpo senza vita di una donna nuda capisce in pochissimi secondi che difficilmente disubbidirà ancora ai suoi genitori.
Così inizia Il predicatore con il rinvenimento del cadavere di una donna. Richiamato d’urgenza in servizio Patrik Hedström, futuro padre e compagno di Erica Falck, vede con un certo sollievo andare in fumo le sue ferie e quando si reca sul luogo del ritrovamento ad attenderlo c’è una sconcertate sorpresa: oltre al cadavere ci sono delle ossa e due teschi, con tutta probabilità i resti di due scheletri appartenenti a due donne date per disperse vent’anni prima.
Siv Lantin e Mona Thernblad, due ragazze quasi ventenni, svanite nel nulla nell’estate del 1979. All’epoca l’unico indiziato risultò essere Johannes Hult, denunciato dal suo stesso fratello Gabriel Hult che riferì di aver visto Johannes con Siv Lantin la notte in cui lei sparì. Se uno denuncia il proprio fratello come sospetto di un omicidio non può che esserci una valida ragione e niente di meglio che una faida di famiglia può giustificare tanto odio e tanto rancore.
Senza prove comunque Johannes fu rilasciato per finire suicida poco tempo dopo. Patrik Hedström non ha niente di meglio che questa labile traccia che lo porterà ad indagare con pazienza negli antri oscuri della famiglia Hult erede di Ephraim Hult famoso predicatore non conformista e proprietario della tenuta più fiorente della zona, con molti scheletri nell’armadio, perdonatemi la battuta.
Se pensate che sia facile far emergere la verità dalle sabbie mobili degli intrighi familiari non avete idea di quanto Camilla Läckberg sia capace di complicare le cose tessendo una trama degna del più ostico dramma shakespeariano.
Ma Patrik Hedström ha un asso nella manica sua moglie e non c’è nulla di più determinato e caparbio di una futura madre.
Non anticipandovi molto di più vi dirò che il finale merita tutto il tempo impiegato a cercare di capire cosa stia succedendo. Non ve ne pentirete. Dopo l’enorme successo editoriale di La principessa di ghiaccio che ha messo d’accordo pubblico e critica e in un certo senso ha consacrato Camilla Läckberg come una sorta di regina del giallo scandinavo la casa editrice Marsilio ha tradotto e pubblicato a grande richiesta il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il suo compagno poliziotto Patrik Hedström ed in patria è giunta già al settimo episodio.
Noi di Liberidiscrivere avevamo avuto modo di leggere e recensire lo scorso anno e facendo un debito paragone se devo essere sincera questo secondo episodio Il predicatore mi è piaciuto indubbiamente di più. Sempre ambientato sulla costa occidentale svedese nel pittoresco villaggio di Fjallbäcka, più che un nome uno scioglilingua, Il predicatore ha il pregio piuttosto raro di unire alla classica indagine poliziesca un’ approfondita e personale analisi della società svedese contemporanea senza apparire troppo didascalica o prolissa anzi mettendo in luce aspetti poco noti come il dissimulato provincialismo, il perbenismo ottuso e conformista, i legami familiari oppressivi che schiacciano l’individualità, l’ ipocrisia, la falsità imperante, il diffuso fanatismo religioso stridente con l’apparente razionalità di una società moderna e laica che ha fatto ottenere alla Svezia lo status di una delle più civili ed evolute democrazie del mondo.
Traduzione di Laura Cangemi.