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:: Intervista a Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

8 febbraio 2011

cosimo_argentinaCosimo Argentina è nato a Taranto il 22 luglio del '63, vive in Brianza dal '90. Ha pubblicato tra l'altro Il Cadetto nel 1999 (Marsilio), Bar blu Seves nel 2002 (Marsilio), Cuore di cuoio nel 2004 (Sironi, ristampato da Fandango Tascabili), Maschio adulto solitario nel 2008 (Manni) e il pamphlet Beata ignoranza nel 2008 (Fandango). 

Vicolo dell'acciaio è ancora una volta ambientato nella tua Taranto, nonostante tu viva in Brianza da ormai vent'anni, e ancora una volta la ritrae con spietata lucidità, come forse solo un emigrato o un esule può fare (penso al rapporto di Dante con Firenze, per esempio). Nel tuo romanzo Taranto viene esplicitamente descritta come un inferno. Il degrado omnipervasivo mi ha ricordato certe pagine di “Ultima Fermata a Brooklyn” di Hubert Selby jr., altro libro durissimo che non lasciava scampo. Sembra che tu abbia con la tua città natale un rapporto viscerale e indissolubile di amore-odio. Ci torneresti mai a vivere, se ne avessi l'opportunità? E come sono recepiti i tuoi romanzi dai tarantini?

Non credo che ci tornerei e non perché non ne abbia voglia, ma perché Taranto è cambiata e io pure e siamo cambiati in direzioni diverse, e forse non capirei più delle dinamiche che allora accettavo quasi per statuto. Oggi non ci riuscirei. I tarantini rispetto ai miei romanzi hanno atteggiamenti variegati, che vanno dall'apprezzamento incondizionato all'ignorare del tutto quello che ho scritto. Questo passando dai critici dell'ultim'ora, ai fan e agli scettici.  

I personaggi di Vicolo dell'acciaio sono molto legati alla loro terra. Innanzitutto, sono fieramente tarantini e disprezzano i provinciali, in secondo luogo sono attaccati al proprio quartiere e il protagonista-voce narrante Mino li identifica addirittura con il nome della strada e il numero civico del palazzo dove sono nati e vissuti. Per non parlare poi dei gechi, ossia gli adulti ormai fossilizzati addosso al loro muro, dove bevono birra e aspettano non si sa bene cosa. Sembra una visione verista del mondo, dove i fottuti di cui racconti le miserie sono condannati al loro sventurato destino fin dalla nascita. Come mai tanto pessimismo? E secondo te l'unica possibile salvezza per un meridionale rimane la fuga altrove?

Non è tanto una connotazione geografica quanto sociale. Il popolo, i lavoratori dipendenti, la carne da cannone vive in attesa che i giorni passino e finiscano le tribolazioni. Gente che vive per pagare l'affitto, i buoni pasto ai bambini e le cure mediche alla madre. Gente che non sa cos'è un fine settimana e neanche ha voglia di saperlo. Questo a Milano, Roma o Taranto. Il mio pessimismo nasce dalla consapevolezza che questo finto ottimismo dilagante, questa moda del benessere e del volersi bene ha generato solo porcherie. Il pessimismo ti fa stare all'erta e ti fa anticipare le situazioni, i disagi, i momenti difficili. Se poi non arrivano tanto meglio.   

Una tua cifra distintiva è lo stile molto personale e immaginifico, che mescola efficacemente il dialetto tarantino con una lingua più letteraria. Ma i tuoi lettori non pugliesi riescono a comprenderlo? E che riscontri hai avuto durante presentazioni o letture fatte al nord?

È normale che molti mi hanno detto: ehi, Argentina, se l'avessi scritto in italiano corrente questo libro avrebbe venduto molto di più. Ma io mi dico: come faccio? Una storia si sceglie da sola la lingua da adottare. Ho scritto romanzi in italiano pulito come Il cadetto, Bar blu Seves, Brianza vigila Bolivia spera, Viaggiatori a sangue caldo, racconti come Messi a novanta e i pamphlet Nud'e cruda e Beata Ignoranza.

Il dialetto l'ho usato per Cuore di cuoio, in minima parte per Maschio adulto solitario e per Vicolo dell'acciaio. Secondo me andavano scritti così e in giro a presentarli non ho avuto difficoltà anche perché, detto fra noi, io presento poco i miei libri e Vicolo ha avuto solo quattro presentazioni a tutt'oggi. 

Mai come in questi anni si stanno affermando tanti scrittori pugliesi sulla scena letteraria italiana, anche se il più delle volte si tratta in realtà di emigrati o “fuorisede”, come li chiama Mario Desiati. Oltre a lui, penso a nomi come Lagioia, Lattanzi, D'Amicis, Di Monopoli e tanti altri. Quali pensi siano le ragioni di questo fenomeno nuovo? E ritieni ci siano dei tratti

che vi accomunano?

Il motivo non lo conosco e la legge dei grandi numeri mi fa un certo effetto, perché credo che se si è in tanti non possiamo essere tutti fenomeni e allora andrebbe fatta una scelta più feroce senza sfruttare il trend del momento, che vede la narrativa pugliese sugli scudi.

Ma per i bravi credo ci sia sempre posto. I bravi devono poter scrivere. Se sono davvero bravi è giusto che siano apprezzati. Quanto ai tratti comuni non so bene, perché conosco abbastanza a fondo solo Carlo D'Amicis, che apprezzo e che mi piace come narratore, molto. Il tratto comune è la terra come terreno di battaglia delle storie… credo solo questo che già è molto. 

Ci puoi anticipare infine qualcosa sui tuoi progetti futuri? Tornerai a raccontare di Taranto oppure hai in serbo un grosso cambiamento rispetto agli ultimi romanzi?

Sto scrivendo una cosa per il teatro che credo non verrà mai rappresentata, ma lo faccio lo stesso. Poi ho un lavoro storico senza Taranto di mezzo e un romanzo dove Taranto torna ma non come unico scenario. Il percorso è iniziato con Il cadetto e arrivato a Vicolo dell'acciaio passando per Cuore di cuoio e Maschio adulto solitario; la considero una quadrilogia fatta e finita. Guardiamo avanti, dunque. 

Valentino G. Colapinto

:: Intervista a Fabio Musati autore di “Tramonto Falck” (Laruffa Editore) a cura di Cristina Marra

7 febbraio 2011

copertina musatiÈ un “romanzo murale” come lo ha definito lo stesso autore alla presentazione del libro presso la libreria “Libri e dintorni” di Villa San Giovanni (RC). “Tramonto Falck” (Laruffa Editore, pagg.203, euro 12,00) è un romanzo nato dentro e intorno le mura di cinta delle acciaierie Falck “il mantra della siderurgia privata italiana” e il plot si sviluppa dagli anni del boom economico ai giorni nostri attraverso le vicende di numerosi personaggi accomunati “dall’acciaio della Falck”.
Fabio Musati, già autore di testi di teatro e del romanzo breve “L’angelo nero”, vincitore del premio “Emozoni d’inchiostro”, rende il paesaggio urbano di Sesto San Giovanni e Milano protagonista di una storia che intreccia, suspense, sentimenti, lotta sociale, battaglie di classe, arte, solitudini, musica, cartoons, emigrazione. Come in un murale fatto di parole, il romanzo di Musati racconta un mondo, un microcosmo come quello del Villaggio Falck intorno alla fabbrica, con un ritmo narrativo serrato e un linguaggio diretto, incisivo. Il testo di Musati ben riassunto dalla copertina di Carlo Andreoli diventa disegno con l’intervento all’interno di alcuni capitoli della street artist Alessandra “Senso” Odoni. Fil rouge del romanzo è il colore. Dal bianco dell’abito nuziale desiderato dalla giovane operatrice ecologica Tori al grigio del cielo sopra Sesto San Giovanni, ai colori sgargianti dei murales fino al mix multicolore del tramonto che si vede dalla Falk.
 
Perchè “Tramonto Falck”?
“Come si legge nel romanzo: Tramonto Falck era il modo romantico con cui veniva chiamato quel curioso fenomeno di meteorologia industriale che rendeva Sesto una città marziana, dove nemmeno il cielo era uguale a quello delle altre città perché gli scarichi gassosi della Falck e della Breda di sera lo incendiavano con una serie di spumose strisce fucsia degradanti al rosa antico.
Ma è anche il tramonto di una generazione che aveva vissuto attorno all’acciaieria e il tramonto di un’epoca della civiltà industriale dove la cosa principale era fare, produrre. Oggi conta di più distribuire, organizzare, promuovere il proprio marchio, anche tramite un graffito su di un muro scrostato”.
 

BACKJUMP_(piccolo)Il linguaggio artistico è molto presente nel romanzo. Qual è il tuo rapporto con l’arte e com’è nato il tuo interesse per gli street artists?
“Mio padre era artista: pittore, illustratore e cartellonista pubblicitario, quindi sono cresciuto in mezzo ai bozzetti e ai libri d’arte. Io non sono un esperto d’arte, ma un semplice fruitore di bellezza. Così per la street art. Quei lavori sui muri mi colpiscono e mi sono chiesto cosa ci stava dietro, perché li facessero. Chi ha deciso di dichiarare guerra ai muri, quando e, soprattutto perché? È la domanda che si pone l’Ingegner Luini, uno dei personaggi del romanzo, ed è la stessa domanda che mi sono posto io. Allora li ho cercati, sono andato a vederli lavorare, ho discusso con loro, mi sono fatto spiegare le varie tecniche, le loro motivazioni. Ho scoperto un mondo aperto, curioso e disponibile. Con alcuni di loro è nata una bella amicizia: Fly Cat, Orticanoodles e Ale Senso”.
 
Dall’ingegnere Falck alla piccola Raffaella, nel tuo romanzo racconti e confronti diverse generazioni?
“Si incrociano tre generazioni, tutte all’ombra delle monumentali acciaierie. Chi ci ha lavorato e magari è morto sotto una colata, chi l’ha conosciuta solo come lugubre scenario di desolazione post-industriale che cerca di ravvivare spruzzandoci sopra il colore, chi domani la vedrà come un museo da visitare”.
 

BATTLEAIR_(piccolo)La comunicazione attraverso i murales, i cartelloni pubblicitari imbiancati, diventa una forma di denuncia contro gli status symbol dettati dalla moda e la società dell’apparenza?
“Credo che non sia compito della narrativa la denuncia. Chi narra punta il suo faro su una realtà. Se c’è denuncia questa deve scaturire nella mente del lettore, nell’interpretazione che ciascuno può dare della realtà che viene rappresentata. Quindi lascio parlare ancora una volta un mio personaggio, il Re di via Padova: Non è mai stata l’estetica, e purtroppo nemmeno l’etica, a governare questo mondo, piuttosto l’economia. Quella che si combatte a colpi di bombolette spray, affissioni pubbliche, divieti, ripuliture e rimbrattamenti è una battaglia economica di conquista di spazi urbani. Tra chi li compra e chi li fa abusivamente propri. Il fine è lo stesso: imporre la propria firma!”
 
Com’è nato il connubio con Ale Senso?
“L’ho incontrata tra i tanti street artists, ma lei più di tutti gli altri si è interessata al progetto, ha voluto leggere il manoscritto, mi ha dato dei consigli. Poi sono andato con lei dentro un ospedale psichiatrico abbandonato e l’ho osservata lavorare a un grosso murales per un intero pomeriggio. Me l’ha chiesto lei di illustrare il libro e io sono stato felice. Penso abbia fatto un ottimo lavoro”.
 
Stai presentando il romanzo in tutta Italia che differenze trovi nei lettori da nord a sud?
“E’ presto per dirlo. Trovo interesse ovunque, ma ho avuto ancora pochi ritorni da lettori che abbiano letto il romanzo. Se vuoi, ne riparliamo tra qualche mese.”

:: Recensione di Nessun futuro di Luigi Milani

6 febbraio 2011

cover-nessun-futuroIl rock, si sa, più che una musica, è una vera e propria religione, con sue proprie divinità, suoi adepti, un suo culto, se no non si spiegherebbero le tante urban legends legate alle cosiddette false morti di alcune delle più amate rockstar di sempre. Ammettiamolo, chi, anche solo per un attimo, non si è immaginato Jim Morrison vivo e vegeto entrare in un bar in incognito per farsi una pinta di birra e brindare al fottuto show biz, il cui mantra sembra essere “The show must go on”. O il mitico Elvis, classe 1935, vestito di tutto punto con lustrini e paillettes mimare la mossa ancheggiante dei fianchi, che ha scandalizzato tanti benpensanti anni 50. Per non parlare di Michael Jackson comparso redivivo anche in alcuni video amatoriali. Il rock è un culto che crea e divora i suoi idoli, ma resta e resterà uno dei più potenti inni alla vita della storia dell’umanità. E appunto la morte si tenta di esorcizzare immaginandosi che tante rockstar non siano davvero morte, ma vivano in qualche paradiso tropicale in compagnia di bellezze mozzafiato e cocktail con gli ombrellini di carta. Starei ore a parlare di rock ma sono qui per segnalarvi l’ultimo libro di Luigi Milani Nessun futuro uscito per Casini Editore e dal 31 gennaio disponibile in tutte le librerie, che come ogni storia legata al rock che si rispetti ha per tema l’abisso, il caos primordiale in cui ognuno di noi è sempre ad un passo dal precipitarvi dicendo che in fondo non c’è nessun futuro e invece incredibilmente, sovrumanamente, un futuro c’è sempre. La trama di Nessun futuro ha al centro Phil Summer, leader carismatico della band punk rock Chaos Manor, un’ icona del rock all’apice del suo successo, una sorta di eroe romantico alla Byron, bruciato dall’amore per la sua arte fino all’autodistruzione, come afferma l’autore in una recente intervista. Tutto ruota intorno alla sua misteriosa scomparsa finchè un cadavere carbonizzato viene rinvenuto nella metropolitana di Londra. Frettolosa identificazione, susseguirsi di conferme e smentite, ipotesi che tutto sia una montatura, è il via per l’inevitabile corollario di tesi complottistiche legate alla morte tragica e misteriosa di una rockstar. Da quel momento infatti il mondo dello show business si scatena. Litri e litri di inchiostro sulle prime pagine di tutti i giornali, notiziari deliranti, fans in lacrime e gramaglie, impennata di vendite postume da far arricchire generazioni di discografici, retroscena legati a droga, morti tragiche di fidanzate legate a riti voodoo, crisi artistiche e litigi all’interno della band. Tutto un copione già visto ma c’è chi non ci sta. Molti anni dopo Kathy Lexmark, vee-jay di un noto canale televisivo americano dedicato alla musica, molto simile a MTV, incasinata e stanca delle continue frustrazioni che le riservano i perversi meccanismi che regolano i mass media, viene incaricata dalla sua emittente di raccogliere materiale per uno special su Phil Summer e così inizia ad indagare sulla sua assurda scomparsa, che presenta risvolti decisamente inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità? Chi era davvero Phil Summer? E’ davvero morto?  Questi sono gli interrogativi che terranno il lettore inchiodato alle pagine, fino al finale sconcertante e in un certo senso inevitabile. Pregio di questo libro, oltre alla suspence tipica del giallo che regge ben tre quarti dell’intreccio narrativo, è la capacità di mostrare un dietro le quinte del mondo del rock davvero inedito, e non mediato dai falsi stereotipi creati dai mass–media. E infine una spruzzata di sovrannaturale dona un che di mitologico al tutto e sembra quasi che l’ anima inquieta e speriamo non dannata di Kurt Cobain aleggi nelle sue pagine e se è vero come dice l’autore che praticamente il libro si è scritto da solo diventando quasi tiranno per chi crede nel sovrannaturale e facile immaginarsi che proprio Cobain abbia soffiato nelle orecchie di Milani parlandogli di musica, amore, morte e risurrezione.
Segnalo anche che sull’ultima pagina troverete un codice che se inserito sul sito www.casinieditore.com vi darà l’accesso a contenuti esclusivi.

Nessun futuro di Luigi Milani, Casini Editore, 2011, Prezzo Euro 12,90

:: Recensione di Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni

4 febbraio 2011

KinshasaCOPERTINALe bestie Kinshasa Serenade, edito da Momentum Edizioni, giovane casa editrice di Milano diretta da Massimo Di Gruso, e scritto con combattiva passione dallo scrittore Lorenzo Mazzoni, è sicuramente un libro che farà discutere o per lo meno aprirà gli occhi di molti sulla situazione vissuta in Congo, sulla drammatica realtà e sulle atroci ripercussioni di uno dei più cruenti conflitti dimenticati dell’Africa. Conflitto che non dobbiamo aver paura di descrivere con i connotati del genocidio. Il bilancio delle vittime è di quasi sei milioni di morti e un milione e mezzo di profughi e la cosa più drammatica se si può trovare qualcosa di più drammatico di stupri di massa, saccheggi e massacri è la totale indifferenza e ignoranza nel quale è sepolto. I mass media tralasciano colpevolmente di informarci su questi fatti essenzialmente perché le colpe dell’occidente sono manifeste e ingiustificabili e non sono certo i seimila soldati dell’ONU capaci di farci fare bella figura nel processo di pacificazione. Il genocidio in corso infatti affonda le sue radici sin dalla seconda metà dell’ottocento e scorre di pari passo con i danni causati dal colonialismo più selvaggio, storia inenarrabile di depredazioni, devastazioni, saccheggi di ricchezze naturali di cui il continente africano è ricco. Per saperne di più segnalo Gli spettri del Congo Re Leopoldo II del Belgio e l’Olocausto dimenticato del giornalista  e scrittore americano Adam Hochschild.
Sottile, circa cento pagine, Le bestie Kinshasa Serenade è un pugno nello stomaco, un grido di dolore che tenta di scuotere le coscienze e spingere ad un dibattito, una riflessione, un civile raffronto con la realtà. Mazzoni utilizza un linguaggio crudo, realistico, non ci risparmia gli aspetti più duri della miseria, della povertà, della violenza, della disperazione. Non ci risparmia nemmeno lo squallore e i disgustosi traffici di uomini che su queste miserie speculano portando avanti traffici come il commercio di organi, il contrabbando di pietre preziose, e tutto quello che può generare un profitto mettendo da parte anche la più minima forma di moralità o di buon senso. Ambientato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, prima che i ribelli entrassero nella città e tentassero il colpo di stato, è una sorta di squarcio ad un passo dall’abisso dove nel ricco quartiere di Gombè tra l’incoscienza e l’irresponsabilità si passa il tempo tra feste e lo scorrere di litri di alcolici. Personaggi principali di questo dramma sono alcuni occidentali giunti nell’inferno del Congo per i più svariati motivi, alcuni per aiutare, medici disillusi con alle spalle storie irrisolte che tentano di tenere in piedi ospedali fatiscenti, giornalisti che ancora credono che documentare e narrare porti a cambiare le cose, altri essenzialmente per speculare sulle miserie degli altri, personaggio emblematico di tutto questo orrore nell’orrore è senz’altro Jakov Cohen, membro dei Servizi Segreti sudafricani e faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino.  Il clima greeniano che si respira è inconfondibile, l’autore dice di aver letto durante la stesura Il Nocciolo della questione, io ho trovato molti echi dei Commedianti. Con i connotati della più classica spy-story Mazzoni ci presenta un’ opera di forte impegno, un duro atto d’accusa contro la guerra, il colonialismo e il razzismo. Tragico e tristemente attuale, quasi un dovere morale leggerlo.

Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni, Momentum Edizioni, 2011, 122 pagine, brossura prezzo Euro 10.00

:: Recensione di Le Beatrici di Stefano Benni a cura di Maurizio Landini

3 febbraio 2011

beatriciStefano Benni – Le Beatrici  (edito da Feltrinelli – collana ‘I Narratori’, Milano, 2011, pagine 94) 
Recensione a cura di Maurizio Landini
 
"Io non ho età, sono come una dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima."
(Stefano Benni – Vecchiaccia in Le Beatrici)
 
Cinque attrici di talento -Gisella Szaniszlò, Elisa Marinoni, Valentina Chico, Alice Rondini e Valentina Virando- hanno messo in scena una serie di monologhi inediti di Stefano Benni, raccolti in Beatrici, uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell'Arcimboldo, a Genova. I monologhi teatrali possiamo leggerli nell’omonimo testo edito Feltrinelli, dove troveremo anche alcune poesie e ballate scritte dall'Autore nell'arco di dieci anni.
 
   Le Beatrici è buono, dolce, romantico ma anche cattivo, acido e porco. È stramaledetto e che Dio lo benedica. È ancora Benni, il Cercatore di perle, siano esse poesie, racconti o monologhi teatrali. Ancora lui a regalarci sogni, mele avvelenate e specchi, a farci sghignazzare o piangere. A farci vivere di pensieri, a staccarci per un po' dai nostri laptop, dalla ultima news, dai vecchi col fard e dai culi più o meno generosi.
   Suore o presidentesse, mocciose o vecchiacce, le Beatrici sono vive.  
   Le donne oggi più che mai hanno da parlare. E, dannazione, ascoltiamole per una volta!
 
   Nota per gli (aspiranti?) scrittori del fantasy: leggetevi lo splendido monologo (a una o tre voci) Mademoiselle Lycanthrope.

:: Recensione di Velina o calciatore altro che scrittore di Gordiano Lupi

3 febbraio 2011

veline e calciatoriGordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità  e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata.  

:: Recensione di “Bacchiglione Blues” di Matteo Righetto a cura di Valentino G. Colapinto

3 febbraio 2011

Bacchiglione_BluesBacchiglione Blues” Matteo Righetto: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Perdisa, 2011]. 

Dopo il sorprendente e sottovalutato Savana Padana (2009), Matteo Righetto (Padova, 1972) torna sul luogo delitto, ossia il pulp in salsa padana, con Bacchiglione Blues, un romanzo che lo conferma come una delle più interessanti nuove voci della letteratura di genere italiana.

In un panorama pieno d'inutili cloni, Righetto porta finalmente una ventata d'aria fresca. I suoi libri ricordano quei ganzissimi pulp d'oltreoceano, dove non c'è spazio per i buoni sentimenti e gli eroi senza macchia, ma tutti sono invece cinici, infami e violenti. Azione e dialogo, dialogo e azione, senza spazio per prolisse descrizioni o noiose seghe mentali.

A suo proposito, Giovanni Pacchiano ha scritto su Il Sole 24 Ore: “Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide. Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto.”

E in effetti da Bacchiglione Blues potrebbe venire fuori un ottimo film, se ancora esistesse in Italia un cinema di genere come nei gloriosi anni settanta, così lontani dai comici televisivi che vanno di gran moda oggi.

È questa una storia di balordi e di falliti, che non si rassegnano al loro misero destino e cercano disperatamente un riscatto, come Tito, Toni e Ivo. Tre scalcagnati delinquenti di periferia che sognano di essere gli eroi dei cartoni animati giapponesi o dell'A-Team e intanto cercano il colpo grosso, sequestrando la moglie di Primo Barbato, ricco e poco onesto proprietario di uno dei più grandi zuccherifici d'Italia.

Ma si sa come vanno queste cose e gli imprevisti spuntano ovunque. Si comincia con una nutria bianca, si continua con due testimoni di Geova e si arriva al casino più totale con una sanguinaria resa dei conti che vedrà tutti contro tutti armati. Sulle loro tracce, infatti, si muovono sia il colossale bosniaco Zlatan Tuco, desideroso di ottenere il compenso pattuito e mai ricevuto da Tito, e gli spietati El Carogna, El Muto e Mastegabrodo, sguinzagliati da Gino, il cocainomane braccio destro di Primo.

L'azione pirotecnica scorre lungo le sponde del Bacchiglione dentro luride trattorie dove si trincano ombre di bianco con uova e acciughe, tra paludi infestate di zanzare e rompiscatole o circondati da sterminate e ormai fuori mercato piantagioni di barbabietole.

Sembra quasi di stare nella Louisiana occidentale di un romanzo di Joe Lansdale o Victor Gischler, ma siamo in un Veneto oscuro e selvaggio. Un libro al fulmicotone, velocissimo ed esilarante, da gustarsi in un sol boccone. Questa è la via padana al noir. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La dea madrina di Robert Hültner a cura di Riccardo Falcetta

2 febbraio 2011

la_dea_madrina_coverUn poliziotto nel cuore nero della Repubblica di Weimar
 

“La dea madrina” di Robert Hültner, Del Vecchio Editore 2010, pp. 290, € 14.00 di Riccardo Falcetta
 
     Ai naviganti che, intuendo l’ennesimo giallo noir seriale di provenienza nordica, siano indotti a passare oltre da un istintivo senso di (comprensibile) insofferenza, chiedo di resistere qualche attimo.  
     “La dea madrina” è un giallo, con una morte da indagare; ed è un noir, che del crimine denuncia dinamiche e cifre come le connivenze col potere, la capacità di attecchimento nel malessere sociale e la tendenza alla sopraffazione.  
     L’ambientazione è storica: un incipit gravato da un’atmosfera di tempesta imminente, ci proietta a Sarzhofen, nella realtà fosca e primigenia della provincia bavarese di inizio Novecento, un margine della storia dove fatalismo e immutabilità, ceto e miseria sono concetti “di natura” che riecheggiano costanti e minacciosi. Dopo il suggestivo incipit, l’autore ci catapulta a Monaco, nell’estate del ‘24, a qualche mese dal fallito putsch hitleriano, dove Paul Kajetan, perfetta icona di ispettore abile, sensibile, impulsivo vive, intraprende e procura guai a sé e a quanti gli capitano vicino. Rimosso per insubordinazione e assunto presso uno sviluppatore di pellicole, Kajetan ci mette il tempo di qualche battuta a farsi cacciare ancora – in questo passaggio, l’istantanea di un’epoca che tra le pieghe della propria inquietudine nutrì alcune delle esperienze più fruttuose del cinema di ogni tempo.
     Perso nei budelli brulicanti della notte bavarese, l’ex ispettore entra in una bisca popolata da loschi e bislacchi avventori con nomi lombrosiani e donne al seguito, e per proteggere una prostituta ubriaca, cosa fa? Scatena una rissa. Catturato, riesce persino a portarsi dietro un povero fuggiasco che complice l’automazione che va investendo i pubblici uffici, viene identificato e messo a marcire in gattabuia. Liberato ma ridotto sul lastrico, in una città agitata dagli spettri della recessione e del nazionalismo insorgente – una Weimar pullulante, chiazzata di ombre, paurosamente attuale – Kajetan rivede Mia, la prostituta della bisca che un po’ per gratitudine, un pò per attrazione lo trascina alle dipendenze del gangster Fritz Urban, proprietario di nightclub e trafficante d’armi al soldo di organizzazioni irredentiste. L’ex ispettore accetta riluttante la sua nuova condizione, Mia è una dark lady bellissima, fragile, un pò imperscrutabile: i due finiscono a letto poi la ragazza parte e, quando torna, muore.
     È dal dolore della perdita che prende il via il recupero di un codice che deve ricondurre Paul Kajetan a sé stesso, sulle tracce di una verità altra, urgente, impensabile: dal fondo della spirale, dovrà risalire un ripido intrico di menzogne e violenza ataviche, per far luce sul rovo di connessioni che si annidano nel passato di Mia e dell’antica comunità di Sarzhofen. Sopra ogni cosa, l’ombra di una sorte che tesse le fila, preordina, schiaccia gli individui tra le maglie del divenire storico, un ‘ombracuiHültner dà forma umana – il titolo italiano ben traspone la sottile ambiguità semantica dell’originale “Die Godin”.
     Roberto Hültner asseconda il cammino del protagonista con indolenza, dialoghi strambi, artificiosi e digressivi, realizzando un contrappeso al rigore di scene austere e teatrali. A tratti, lievi mutamenti di registro frenano la narrazione, sospendendola su voragini temporali in fondo alle quali, non senza qualche vertigine, scorgiamo gli accadimenti del passato.
   “La dea madrina” è il secondo romanzo di una serie che in patria ha già fatto incetta dei più alti riconoscimenti destinati alla letteratura poliziesca nazionale. Tentando una fusione tra le regole delle attuali narrazioni d’indagine e di ambiente criminale e l’estremismo tragico della grande drammaturgia tedesca, Hültner demolisce i limiti della gabbia “di genere”, cercando una dimensione propria rispetto alla standardizzazione tipica di certa produzione nordica. Un caso che dimostra come non le etichette debbano qualificare i romanzi ma il peso della scrittura.
Una citazione di merito va in fine ai tipi della Del Vecchio che realizzano una edizione semplice e curatissima, arricchita da un corposo apparato di note che favorisce l’inquadramento della storia.

Recensione di “Vicolo dell'acciaio” di Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

31 gennaio 2011

vicolo_dellVicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010]. 

Anche se trasferitosi ormai da oltre vent'anni in Brianza, Cosimo Argentina (Taranto, 1963) torna per la quarta volta a raccontare la sua città d'origine con la cruda disillusione già mostrata nei precedenti Il cadetto (1999), Cuore di cuoio (2004) e Maschio adulto solitario (2008), e lo fa con una lingua che forse è la cosa più bella del romanzo, un originale ed efficacissimo impasto di dialetto salentino e italiano letterario.

Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, dove lo stesso autore è cresciuto, abitato in gran parte da famiglie con almeno un operaio dell'Italsider (oggi Ilva), il più grande stabilimento siderurgico d'Italia, nonché probabilmente la fabbrica più inquinante d'Europa. Ma il degrado in cui vivono i protagonisti ricorda l'infernale Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby jr., un altro che non faceva nessuno sconto al lettore.

Voce narrante è il diciannovenne Mino Palata, che studia svogliatamente giurisprudenza e altrettanto svogliatamente coltiva il fidanzamento con la ben più combattiva Isa, ma il vero protagonista del romanzo è il padre di Mino, soprannominato il Generale, che combatte quotidianamente la sua battaglia in fabbrica, in una guerra in cui il salario può avere un prezzo altissimo in termini di salute.

Secondo la filosofia del Generale, gli uomini si dividono in prima linea, ossia gli operai addetti ai turni pesanti in acciaieria, e in imboscati, che in quanto tali non hanno diritto di parola, perché ignorano la realtà delle cose. Imboscati come gli attivisti di cui viene fatto un ritratto sprezzante: ecologisti del giovedì che cercano soprattutto di soddisfare la propria vanità e ottenere un po' di visibilità.

Di contro c'è la vita nel quartiere, in cui si è etichettati dall'indirizzo in cui si vive e via Calabria è il vicolo dell'acciaio, dove tutti prima o poi conoscono un lutto dovuto a morti bianche o neoplasie causate dall'altissimo inquinamento, per cui la madre di Mino “a ogni citofonata o trillo di telefono giunge le mani. Si aspetta da un momento all'altro che il Generale ci resti, in quel cazzo di laminatoio. (…) E i fumi dell'Ilva entrano in cucina, in salotto, nel cesso. Aspiriamo diossina sotto forma di silenzi armati e il Generale stappa una birra dietro l'altra e credo che quella sia la strada migliore per andarsene alle cozze.”

Con una visione del mondo quasi verista, Cosimo Argentina inchioda i personaggi a un destino ineluttabile, segnato fin dalla nascita. Gli adulti sono paragonati a gechi sempre attaccati al solito muro, dove scolano birra Raffo e fumano sigarette aspettando non si sa bene cosa, finché uno dopo l'altro muoiono, restano menomati o perdono il proprio equilibrio mentale per le durissime condizioni di lavoro.

Mino registra tutto quello che succede ma è incapace di opporsi allo stato delle cose, come farà invece Isa, l'unica che riesce a salvarsi e a fuggire dal quartiere e dal suo destino maledetto.

Romanzo fortemente impegnato, nato dalla rabbia e dal dolore, eppure sempre ironico e non di rado divertente, Vicolo dell'acciaio conferma per l'ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come Cosimo Argentina sia uno degli scrittori italiani al contempo più validi e più sottovalutati in circolazione. 

Valentino G. Colapinto

:: Giorgio Ballario, gialli e memoria. Intervista a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2011

volo cicala ballGiorgio Ballario è da oltre vent'anni cronista a La Stampa, ha iniziato nel 2008 a scrivere romanzi gialli, pubblicando i due polizieschi di ambientazione storica "Morire è un attimo " e "Una donna di troppo", incentrati sul commissario Morosini, nell'Eritrea degli anni Trenta, editi dall'Angolo Manzoni, che ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, "Il volo della cicala", sempre un giallo, ma di ambientazione moderna.

Nasce prima il giornalista o lo scrittore, e perché proprio di libri gialli?

Nasco prima come giornalista, professione che esercito da quasi vent'anni, di cui gli ultimi dieci o undici passati a La Stampa, per la quale mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria, seguendo già una passione che ho sempre avuto per il giallo. Sin da ragazzino mi piaceva infatti leggere classici come la serie di Maigret, ed ad un certo punto, dopo essere stato un lettore di questo genere e un giornalista che scriveva di fatti polizieschi reali ho voluto provare a scrivere qualcosa io.

Aiuta fare il giornalista per diventare lo scrittore?

Non più di tanto, tra l'altro sono arrivato a contattare L'Angolo Manzoni tramite un amico e non grazie al mio lavoro. C'è un abisso tra scrivere articoli e tra scrivere un romanzo, certo ti aiuta avere alle spalle anni di scrittura, ma un articolo è legato ad un numero di righe, il romanzo ti permette di spaziare ma va scritto comunque con uno stile diverso. Scrivere un romanzo è un'attività molto versatile, ma devi saper mantenere a lungo un filo logico. Poi ci sono da fare in origine ricerche ed approfondimenti, per scrivere i due libri ambientati negli anni Trenta mi sono documentato su lettere, diari, testimonianze, a fatica, perché non è un'epoca su cui sia molto.

Come sono nati questi romanzi?

Sono partito da un'idea, ho fatto anche delle scalette. Ho creato poi i protagonisti, entrambi due investigatori di professione, anche se in contesti diversi, per i due romanzi sul commissario Morosini volevo scrivere qualcosa di diverso da una storia contemporanea ma anche da un thriller medievale o di ambientazione antica, che presuppongono ricerche ancora di tipo diverso, anche se gli anni Trenta sono comunque un periodo scomodo, su cui si preferisce parlare poco e su cui ormai mancano le testimonianze dirette.

Come vede la situazione dei gialli in questo momento?

Direi che è un genere che è esploso negli ultimi vent'anni, con fenomeni di particolare interesse come i gialli scandinavi e quelli storici. Dentro un giallo si può mettere di tutto, la sociologia, l'analisi dell'animo umano, la critica politica, la storia, forse ancora di più che in altri generi, e permette di affrontare tutte le tematiche, anche quelle più attuali, come il terrorismo, l'instabilità politica. Ormai il giallo non è più considerato un genere di serie B, anche perché, nei vari mezzi che ha usato, ha svelato anche storie meno note del passato recente.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al terzo romanzo della serie su Morosini, io scrivo a pezzi e bocconi, dipende da quanto tempo libero ho, e poi parteciperò con un racconto ad un progetto dell'editore Bietti sul Risorgimento.

Come si trova con le nuove tecnologie?

Uso il pc e mi trovo abbastanza bene, mi sono pubblicizzato su Facebook. Al momento non leggerei un libro su ebook, anche perché sto già buona parte del giorno al pc e perché io amo l'oggetto libro, così come preferisco il cd e il disco di vinile agli mp3.

Che consiglio darebbe ad una persona che vuole pubblicare qualcosa?

Di mettersi in gioco, di avere il coraggio di far leggere il proprio libro in giro e soprattutto di non affidarsi mai all'editoria a pagamento. Non ha senso pagare per pubblicare il proprio lavoro, che tra l'altro non verrà mai distribuito.

Elena Romanello

:: Intervista a Gianni Simoni autore di “Lo specchio del barbiere”(TEA) a cura di Cristina Marra

27 gennaio 2011

Simoni_Lo_specchio_del_barbiere_PICCOLACol romanzo “Lo specchio del barbiere”(TEA, pagg. 320, euro 12,00) di Gianni Simoni ritorna la celebre coppia del commissario Miceli e del magistrato in pensione Petri già protagonista di “Un mattino d’ottobre” e “Commissario, domani ucciderò Labruna”. Simoni ex magistrato con la passione della scrittura stavolta crea un plot in cui si intrecciano tre casi apparentemente autonomi ma che riservano grandi colpi di scena. Un omicidio in una nota tabaccheria del centro di Brescia, un neonato trovato morto in un cassonetto e la proprietaria di una pensione sul lago d’Iseo vittima di strane persecuzioni assorbono completamente Petri che, vittima di un violento raffreddore, decide di smettere di fumare sigarette e si compra una pipa. Miceli è fuori sede per una breve vacanza e affida alla giovane Grazia Bruna la direzione delle indagini. L’esperienza di Petri e l’irruenza della Bruni conducono il lettore alla verità sui fatti. Vincenti per chiarire le dinamiche ed i moventi dei tre casi si rivelano come sempre le intuizioni e le ricerche personali dell’ex magistrato che supportato dalla paziente e comprensiva moglie Anna giunge alla ricostruzione dei fatti.
 
Simoni, nel suo romanzo ci sono tante donne con ruoli diversi. I personaggi femminili hanno la meglio su quelli maschili?
 
“Effettivamente nei miei romanzi vi sono molte figure femminili: Anna, la moglie di Petri; Lucia, la moglie del commissario Miceli e l'ispettrice Grazia Bruni della Squadra mobile. Queste le figure "positive". Ma vi sono anche quelle che potremmo definire "negative", anche se preferisco non nominarle perché correrei il rischio di anticipazioni per coloro che i miei romanzi non hanno letto. In entrambi i casi ci troviamo tuttavia di fronte a personalità "forti", sia nel bene che nel male, personalità che raramente accusano le debolezze di molti protagonisti maschili. Non saprei dire se "abbiano la meglio" su questi ultimi. Mi limito ad osservare, semmai, che sono in grado di dare il meglio ( o il peggio ) di sè, muovendosi con sicurezza in una società che da maschilista sta presentando una rapida evoluzione, Ma questa ( che piaccia o no, e a me piace ) è la realtà che stiamo vivendo”.
 
Petri, le sigarette e i quotidiani. Mi tratteggia brevemente la figura dell’ex magistrato?
 
“Petri, le sue sigarette, i quotidiani e, aggiungerei, il gusto di un buon bicchiere di vino, incurante dei danni che alla sua salute possano derivare. Non rinunzia a nulla, ma non è certamente un "bon vivant" disposto ad adagiarsi nelle comodità di un quotidiano che la sua situazione di pensionato ( che ha scelto anzitempo ) pur potrebbe offirgli. Tutt'altro. E' pronto a "sbattersi" dal mattino a sera, quando si trova di fronte a una storia intrigante, per il desiderio di capire e di arrivare alla soluzione di un caso.
Due cose gli sono rimaste dentro: l'amore per Anna, l'amore per la giustizia e l'esigenza di continuare a "provarsi" intellettualmente”.
 
Miceli e Petri, una coppia di professionisti affiatata. Cosa li accomuna e cosa li distingue?
 
“Sia Petri che Miceli, il commissario, sono anzitutto due galantuomini. Quello più dotato di "acume poliziesco" è Petri ( che lo sa, ed è un po' narciso ). Miceli è forse un po' più lento, ma anche lui è certamente intelligente e sa fare, con capacità ed onestà, il proprio mestiere. Ed è dotato di una grande umanità, che non manca a Petri, il quale, però, a volte pare nasconderla, forse per "orsaggine", forse per pudore”.
 
Perchè e quando ha deciso di scrivere gialli?
 
“Andato in pensione, dopo un saggio su Michele Sindona ( "Il caffè di Sindona" ) del quale ebbi occasione di occuparmi, la voglia di scrivere, che evidentemente mi ero sempre portato dentro, si è tradotta nella produzione di polizieschi, cosa abbastanza conseguenziale per una persona che abbia passato un'intera vita ad occuparsi professionalmente di crimini grandi e piccoli. Può darsi che inconsciamente vi sia stato anche il desiderio di appagare una voglia di giustizia e di chiarezza ( e il pensiero corre inevitabilmente a Petri ). Nel mio caso, tuttavia, confesso che quello che prevale è il divertimento, in una dimensione che non ti impegna troppo, che non ti impone di metterti in gioco più di tanto, ma che nello stesso tempo ti permette anche di far capire da che parte stai, cosa che in un Paese come il nostro, soprattutto in questo momento, mi pare quasi obbligatoria. E anche il più modesto dei polizieschi può servire allo scopo che, per usare un termine forse un po' impegnativo, potremmo anche definire didascalico”.
 
Cosa legge? C’è qualche giallista italiano o straniero che preferisce?
 
“In questo periodo della mia vita i polizieschi preferisco scriverli che leggerli. Prediligo di gran lunga una rilettura dei classici ( qualche nome: Cechov, Gogol, Turgeniev,
Dickens, Austen, Sthendal ecc.). Coi capelli bianchi non si può venire a patti e il tempo che ti resta per le letture ( e le riletture ) credo debba essere impiegato al meglio.
Giallisti? Uno su tutti. L'inarrivabile Ed Mcbain”.
 
Qualche anticipazione sul prossimo romanzo?
 
“Il prossimo romanzo della serie uscirà a marzo, sempre edito da TEA. Qui la vicenda, pur complessa nel suo divenire, sarà costituita da un sola, lunga, storia che
si risolverà con un finale abbastanza imprevedibile, quantomeno per il lettore meno scafato. Posso anticiparne solo il titolo: "La morte al cancello".

:: Recensione di Il canto di Lupetto di Britta Teckentrup –Bohem Press Italia a cura di Cristina Marra

26 gennaio 2011

Il canto di LupettoLupetto vive tra i monti innevati in piena spensieratezza. È un cucciolo di lupo e mentre i suoi “fratelli e sorelle giocavano lui vagabondava tutto solo”. Lupetto si sente diverso dagli altri componenti della sua famiglia. Deriso dai fratellini e incoraggiato dai genitori: Lupetto non sa ululare. Che razza di lupo sarà? Un giorno inseguendo un fiocco di neve, il piccolo Lupetto si perde. Un manto bianco di neve ricopre il paesaggio illuminato dalla “tonda palla gialla”. Che cosa fare? Come ritrovare la strada di casa? In quel momento di panico e disagio Lupetto si fa sentire con un canto tanto melodioso quanto emozionante che lo riporta tra l’affetto della sua famiglia. Lupetto ha capito la sua identità e quindi il suo ruolo sociale. Il racconto illustrato di Britta Teckentrup (Bohem Press, euro 14,00) narra con parole e con immagini colorate ma essenziali, una storia che parte da un senso di emarginazione per sfociare nella consapevolezza di un’identità personale e sociale. L’autrice racconta una crescita, una ricerca verso la conoscenza di se stessi e quindi del mondo che ci sta intorno. Lupetto è maturato ed ha capito se stesso, adesso può relazionarsi e confrontarsi con gli altri e far valere il suo ruolo sociale. Società che comincia proprio nel piccolo nucleo familiare, è lì che Lupetto cresce e si forma ed è in famiglia che conquista il suo ruolo. Il candore della neve contrasta con i colori sgargianti degli uccellini che dai rami degli alberi osservano le evoluzioni del cucciolo di lupo, la luce gialla della luna ispira Lupetto che emette “il suono del più strabiliante ululato” che viaggia attraverso il cielo notturno.

“Il canto di Lupetto” rispecchia la filosofia editoriale di Bohem Press Italia di libri “pensati per essere letti, insieme, dal genitore e dal bambino, e creare quindi un momento magico d’incontro e di scambio”.

Bohem Press Italia è una casa editrice apparentemente giovane. Quando è nata, nel 2001, aveva infatti alle spalle la trentennale esperienza, nel campo dell'editoria per l’infanzia, della casa madre svizzera, la Bohem Press di Zurigo.

La casa madre Bohem Press è nata a Zurigo, nel 1973, per volontà di due giovani boemi provenienti da Praga, che hanno voluto ricordare, anche nel nome della casa editrice, la loro terra d’origine. Uno era l’illustratore già affermato Stepan Zavrel, e l’altro era un giovane musicista di nome Otakar Bozejovsky von Rawenoff, figlio di collezionisti d’arte. Oltre alla casa editrice, Stepan Zavrel ha fondato a Sarmede (Treviso) una mostra permanente d'illustrazione che oggi è diventata un Centro internazionale d’illustrazione per l’infanzia, con una scuola di pittura e illustrazione dove insegnano alcuni dei più grandi maestri d’arte.

Oggi che Stepan Zavrel non c’è più, la mostra e la scuola proseguono le loro attività gestite da una Fondazione, mentre la casa editrice continua a pubblicare volumi per l'infanzia. Nel corso dei 35 anni di attività, la Bohem Press svizzera ha pubblicato oltre 300 titoli, complessivamente tradotti in oltre 50 paesi (Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Corea, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Islanda, Isole Far Oer , Israele, Italia, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Olanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tailandia, Taiwan, Turchia) e in numerose lingue o dialetti autonomi, quali il basco, il friulano, il ladino, il sardo, il gaelico e via via fino allo tswana, lo xhosa lo zulu… per un totale di 67 lingue/dialetti. Ha organizzato, in molti paesi, prestigiose mostre di illustratori per l’infanzia in musei, biblioteche, gallerie e per conto di pubbliche istituzioni. Tra le più significative: la galleria dell’Art Directors Club e il Metropolitan Museum of Art a New York; il Museo do Pobo Galego e il Museo Espanol del Arte Contemporanea in Spagna; l’Itabashi Ward Museum of Art a Tokio, l’Otani Memorial Art Museum, il Tokushima Modern Art Museum, il Kawara Museum di Takahama, il Museum of Modern Art di Wakayama e l’Hokkaido Obihiro Museum of Art in Giappone. E ancora, mostre a Praga, Monaco, Helsinki, Zurigo, Vienna, Bratislava, Venezia… Ha ricevuto
numerosi premi, riconoscimenti, menzioni, risultando la casa editrice più premiata in assoluto.