Il rock, si sa, più che una musica, è una vera e propria religione, con sue proprie divinità, suoi adepti, un suo culto, se no non si spiegherebbero le tante urban legends legate alle cosiddette false morti di alcune delle più amate rockstar di sempre. Ammettiamolo, chi, anche solo per un attimo, non si è immaginato Jim Morrison vivo e vegeto entrare in un bar in incognito per farsi una pinta di birra e brindare al fottuto show biz, il cui mantra sembra essere “The show must go on”. O il mitico Elvis, classe 1935, vestito di tutto punto con lustrini e paillettes mimare la mossa ancheggiante dei fianchi, che ha scandalizzato tanti benpensanti anni 50. Per non parlare di Michael Jackson comparso redivivo anche in alcuni video amatoriali. Il rock è un culto che crea e divora i suoi idoli, ma resta e resterà uno dei più potenti inni alla vita della storia dell’umanità. E appunto la morte si tenta di esorcizzare immaginandosi che tante rockstar non siano davvero morte, ma vivano in qualche paradiso tropicale in compagnia di bellezze mozzafiato e cocktail con gli ombrellini di carta. Starei ore a parlare di rock ma sono qui per segnalarvi l’ultimo libro di Luigi Milani Nessun futuro uscito per Casini Editore e dal 31 gennaio disponibile in tutte le librerie, che come ogni storia legata al rock che si rispetti ha per tema l’abisso, il caos primordiale in cui ognuno di noi è sempre ad un passo dal precipitarvi dicendo che in fondo non c’è nessun futuro e invece incredibilmente, sovrumanamente, un futuro c’è sempre. La trama di Nessun futuro ha al centro Phil Summer, leader carismatico della band punk rock Chaos Manor, un’ icona del rock all’apice del suo successo, una sorta di eroe romantico alla Byron, bruciato dall’amore per la sua arte fino all’autodistruzione, come afferma l’autore in una recente intervista. Tutto ruota intorno alla sua misteriosa scomparsa finchè un cadavere carbonizzato viene rinvenuto nella metropolitana di Londra. Frettolosa identificazione, susseguirsi di conferme e smentite, ipotesi che tutto sia una montatura, è il via per l’inevitabile corollario di tesi complottistiche legate alla morte tragica e misteriosa di una rockstar. Da quel momento infatti il mondo dello show business si scatena. Litri e litri di inchiostro sulle prime pagine di tutti i giornali, notiziari deliranti, fans in lacrime e gramaglie, impennata di vendite postume da far arricchire generazioni di discografici, retroscena legati a droga, morti tragiche di fidanzate legate a riti voodoo, crisi artistiche e litigi all’interno della band. Tutto un copione già visto ma c’è chi non ci sta. Molti anni dopo Kathy Lexmark, vee-jay di un noto canale televisivo americano dedicato alla musica, molto simile a MTV, incasinata e stanca delle continue frustrazioni che le riservano i perversi meccanismi che regolano i mass media, viene incaricata dalla sua emittente di raccogliere materiale per uno special su Phil Summer e così inizia ad indagare sulla sua assurda scomparsa, che presenta risvolti decisamente inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità? Chi era davvero Phil Summer? E’ davvero morto? Questi sono gli interrogativi che terranno il lettore inchiodato alle pagine, fino al finale sconcertante e in un certo senso inevitabile. Pregio di questo libro, oltre alla suspence tipica del giallo che regge ben tre quarti dell’intreccio narrativo, è la capacità di mostrare un dietro le quinte del mondo del rock davvero inedito, e non mediato dai falsi stereotipi creati dai mass–media. E infine una spruzzata di sovrannaturale dona un che di mitologico al tutto e sembra quasi che l’ anima inquieta e speriamo non dannata di Kurt Cobain aleggi nelle sue pagine e se è vero come dice l’autore che praticamente il libro si è scritto da solo diventando quasi tiranno per chi crede nel sovrannaturale e facile immaginarsi che proprio Cobain abbia soffiato nelle orecchie di Milani parlandogli di musica, amore, morte e risurrezione.
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Nessun futuro di Luigi Milani, Casini Editore, 2011, Prezzo Euro 12,90


Gordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata.
“Bacchiglione Blues” Matteo Righetto: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Perdisa, 2011]. 
“Vicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010].
Giorgio Ballario è da oltre vent'anni cronista a La Stampa, ha iniziato nel 2008 a scrivere romanzi gialli, pubblicando i due polizieschi di ambientazione storica "Morire è un attimo " e "Una donna di troppo", incentrati sul commissario Morosini, nell'Eritrea degli anni Trenta, editi dall'Angolo Manzoni, che ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, "Il volo della cicala", sempre un giallo, ma di ambientazione moderna.
Col romanzo “Lo specchio del barbiere”(TEA, pagg. 320, euro 12,00) di Gianni Simoni ritorna la celebre coppia del commissario Miceli e del magistrato in pensione Petri già protagonista di “Un mattino d’ottobre” e “Commissario, domani ucciderò Labruna”. Simoni ex magistrato con la passione della scrittura stavolta crea un plot in cui si intrecciano tre casi apparentemente autonomi ma che riservano grandi colpi di scena. Un omicidio in una nota tabaccheria del centro di Brescia, un neonato trovato morto in un cassonetto e la proprietaria di una pensione sul lago d’Iseo vittima di strane persecuzioni assorbono completamente Petri che, vittima di un violento raffreddore, decide di smettere di fumare sigarette e si compra una pipa. Miceli è fuori sede per una breve vacanza e affida alla giovane Grazia Bruna la direzione delle indagini. L’esperienza di Petri e l’irruenza della Bruni conducono il lettore alla verità sui fatti. Vincenti per chiarire le dinamiche ed i moventi dei tre casi si rivelano come sempre le intuizioni e le ricerche personali dell’ex magistrato che supportato dalla paziente e comprensiva moglie Anna giunge alla ricostruzione dei fatti.
Il crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza di cadavere decomposto, di sudore non lavato, di paura. E’ privo di mistero. Non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nell’epigrafe tratta da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non si sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
























