Archive for the ‘Profili d’autore’ Category

:: Mi manca il Novecento – Le storie ferraresi e italiane di Giorgio Bassani a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2018

Bassani

Giorgio Bassani è nato a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia ebraica di Ferrara, città dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza e dove ha ambientato le sue storie.
A centodue anni dalla nascita Bassani con le sue meravigliose storie ferraresi resta uno dei più grandi scrittori italiani. Un autore fondamentale e imprescindibile.

«Con Bassani – scrive giustamente Bàrberi Squarotti – siamo al centro della narrativa (non solo italiana) di questi anni: la problematica ideologica –strutturale dello scrittore ferrarese è costituita infatti dalla possibilità di esprimere una società, una visione generale dei problemi storici e sociali con strumenti liberi dai modelli ottocenteschi, del grande realismo borghese, utilizzando tutte le ricerche, le sperimentazioni, le esperienze novecentesche, da James a Proust, da Joyce a Kafka».

All’origine della narrativa di Bassani non c’è una ricerca di strutture e di prospettive nuove, ma uno scandalo, un trauma tragico ( l’umiliazione razzista) che ha portato lo scrittore a una posizione di negazione radicale della società borghese.
Bassani attraverso la poesia e la prosa racconta il suo mondo in un volgere di anni intensi di avvenimenti che non possono non incidere nella sua formazione: la Resistenza, il carcere, la violenza della Storia che si era abbattuta sugli uomini e su una generazione.
Gia con le Cinque storie ferraresi (1956) emergono i temi centrali e più interessanti della narrativa di Bassani: la sua pietà, la sua religiosità laica, il suo ebraismo, il suo rapporto realtà – memoria tutto da leggere e interpretare in chiave esistenziale e storica.

«Non è uno scrittore artefice – scrive Geno Pampaloni – ma uno scrittore compagno, che non ha l’ambizione della scoperta ma solo quella di notificare la qualità degli eventi, il loro familiare segreto La sua prosa ha una grazia un po’ faccendiera nel senso domestico del rassettare, del dare un tocco più personale a un arredo quotidiano minacciato dall’abitudine».

Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, Il giardino dei Finzi- Contini e tutto il magistrale Romanzo di Ferrara con i suoi personaggi simbolo rappresentano l’affresco in cui la memoria e la storia si incontrano. Qui Giorgio Bassani è il testimone narrante delle vicende disumane e della decadenza del suo tempo. Lo scrittore nella sua Ferrara dà voce allo straziato rimprovero dell’uomo, vittima del di un tempo feroce, contro una società e le sue convenzioni accomodanti che aprono la strada a un epilogo tragico.
La grandezza dello scrittore Giorgio Bassani risiede in questo straordinario rapporto intimo con la sua Ferrara: il rapporto Bassani –Ferrara è viscerale e in questo senso emergono contraddizioni e complicanze. Il rapporto dello scrittore con Ferrara nasconde numerose complicità.
Leggere la sua opera attraverso il fantasma di Ferrara è utile per comprendere un altro lato della personalità di Bassani. Così accanto all’autore del monumentale ed epico Romanzo di Ferrara, si scopre anche il volto di uno scrittore che sa diventare interprete del proprio tempo attraverso gli scritti legati all’analisi di problematiche letterarie, polemiche culturali e considerazioni che riguardano in modo specifico correnti di pensiero, opere e personaggi che hanno accompagnato il dibattito sul romanzo italiano, sulla sua fortuna e sui suoi limiti.

:: Mi manca il Novecento – Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice a cura di Nicola Vacca

10 gennaio 2018

Del giudiceQuando nel 1983 uscì Lo stadio di Wimbledon, il primo romanzo di Daniele Del Giudice, Italo Calvino nella quarta di copertina parlò di un libro insolito.
Come sempre Calvino aveva ragione. Gli anni Ottanta iniziavano con l’esordio di un grande scrittore capace di osare nella scrittura e pensare libri originali e davvero singolari.
Daniele Del Giudice è un narratore pensante, analitico. Nei suoi libri ha saputo riflettere sulla contemporaneità attraversando con la finzione narrativa questioni scientifiche e tecnologiche.
È davvero un peccato che Del Giudice sia sparito dalla scena letteraria. Purtroppo una malattia grave gli impedisce di scrivere, lo rende assente alle cose della vita.
Lo stadio di Wimbledon resta, a trentaquattro anni dalla sua uscita, una delle intuizioni più folgoranti del romanzo italiano del Secondo Novecento.
Del Giudice racconta di un giovane che va in cerca di un personaggio della nostra cultura che soprattutto è stato una figura originale della vita letteraria italiana (che poi scopriremo essere Bobi Bazlen), amico di poeti e scrittori che scelse nella sua vita di agire sull’esistenza delle persone piuttosto che scrivere.
In questo romanzo di formazione il protagonista si pone delle domande che hanno inevitabilmente a che fare con la scrittura, la vita ma soprattutto con lo stretto legame che c’è tra letteratura e la vita. Gli interessa ricostruire tutte le vicende esistenziali di questo straordinario e eccentrico intellettuale che è stato al centro della vita culturale ma ha rinunciato ad aggiungere un suo libro ai molti che si pubblicano, preferendo alla fine la questione umana e la vita delle persone con cui si relaziona.
Il suo viaggio parte dalla Trieste mitteleuropea e finisce a Londra. Il giovane ricercatore incontra in questi due luoghi persone con cui il noto uomo di cultura ha avuto contatti e ralazioni nella speranza di scoprire attraverso queste conversazioni il motivo vero che ha spinto uno dei più importanti letterati italiani a non scrivere.

«La domanda che il giovane rivolge al vecchio – scrive Italo Calvino – nella quarta di copertina – (e a se stesso) potrebbe forse formularsi così: chi ha posto giustamente il rapporto tra saper essere e saper scrivere, come condizione dello scrivere, come può pensare d’influire sulle esistenze altrui se non nel modo indiretto e implicito in cui la letteratura può insegnare a essere? ».

In queste domande di Calvino c’è l’essenza del libro di Del Giudice.
Lo stadio di Wimbleon è un perfetto romanzo di formazione che entra nel cuore delle questioni cruciali della letteratura che si incontra con la vita.
La narrazione di Daniele Del Giudice nelle pagine di questo libro non scioglie nodi e non azzarda risposte definitive sul dilemma tra scrivere o non scrivere.
Perchè in letteratura quello che davvero conta è far emergere l’invisibile dal visibile. Il reale significato della parola è in ciò che la parola tace.
Per Del Giudice scrivere è un paradosso che racconta di qualcosa che non può essere visto e allo stesso tempo guarda una storia di cui non si può raccontare.
Un paradosso che ha a che fare con il mistero stesso della scrittura che incontra la vita.

:: Mi manca il Novecento – Piero Chiara nella provincia della grande letteratura a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2018

chiara

Da Luino, sulle sponde del Lago Maggiore, uno dei più vivaci scrittori del dopoguerra ha narrato nei suoi romanzi e nei suoi racconti la piccolezza della vita di provincia e la mediocrità dei suoi personaggi con uno stile arguto, ironico senza mai essere banale.
Piero Chiara morì il 31 dicembre del 1986. A trentadue anni dalla sua scomparsa le numerose storie che ha raccontato conservano ancora un fascino irripetibile e l’umorismo che contengono è capace di cogliere nel quotidiano l’essenza della vita italiana.
Narrare la provincia, i suoi vizi e le sue virtù non è facile. Il rischio che si corre è quello di cadere nei luoghi comuni della letteratura. Sono pochi gli scrittori che sono riusciti a bandire dal loro stile quella leggerezza cronachistica che si limita a circoscrivere il tempo e i suoi fatti.
Per esempio il grande Piero Chiara nei suoi romanzi lacustri è riuscito a creare storie appassionanti e personaggi unici con un’ironia garbata dietro la quale si nascondeva il mistero della condizione umana. Il maestro di Luino nei suoi capolavori è andato sempre oltre il tempo.
Nel suo lago si sono specchiati intere generazioni di lettori. Riprendendo in mano oggi i suoi libri, scopriamo che quelle rive oggi sono ancora in grado di raccontare l’uomo alle prese con le fatalità della vita quotidiana.
I personaggi delle sue storie, grotteschi e scanzonati, danno vita ad avvenimenti esilaranti.
Nella narrativa di Chiara c’è tutta la poesia della piccola vita che scorre: nella provincia si consumano episodi che hanno il sapore di un tempo passato in cui erano i sentimenti e la semplicità a dettare le regole comportamentali della vita sociale.
Quando nel 1962 uscì Il piatto piange (nella collana del «Tornasole» diretta e curata da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo presso Mondadori) fu subito un successo sorprendente.
Lo scrittore di Luino, fedele alla sua linea di narratore, in quel libro redige un ritratto spietato, drammatico e ironico della provincia italiana tra le due guerre cogliendo dalla prospettiva appartata di un paese di confine, affacciato sul lago, abitudini e mentalità del Ventennio.
Anche in tutti gli altri fortunati libri che seguiranno Piero Chiara ( Il balordo La spartizione, Il pretore di Cuvio. I giovedì della signora Giulia, La stanza del vescovo, Il cappotto di Astrakan, Una spina nel cuore, Vedro Singapore?) non rinuncerà mai alla sua vocazione di narratore autentico con il gusto diretto del racconto.
«Chiara è rimasto tra i pochissimi nostri scrittori  a possedere l’impareggiabile  grazia  del narratore puro, rendendo semplice e accessibile anche le cose apparentemente più complesse, tali  da incantare con garbo il lettore fin dall’inizio e  tenendo viva la sua attenzione intrattenendolo piacevolmente per tutta la durata della lettura». Questo e molto altro ancora è stato Piero Chiara insieme al teatro dei suoi personaggi tipicamente provinciali e quindi italiani.
Dalla provincia italiana sono arrivate le storie più belle della nostra narrativa. A quella contemporanea mancano moltissimo i racconti di Piero Chiara, di Nantas Salvataggio, Mario Soldati, tutti autori che, nei loro bellissimi romanzi, sono riusciti a rappresentare magnificamente la commedia umana immortalando sulla pagina intere comunità di personaggi indimenticabili, diventati, grazie alla loro abilità di narratori puri, metafore estemporanee di un’esistenza di cui tutti facciamo parte.

:: Senza senso, senza pietà: appunti su Chester Himes a cura di Fabio Orrico

5 dicembre 2017

Chester Himes“L’unico modo nel quale l’uomo americano di colore potrà mai essere parte dello stile di vita americana passa attraverso la violenza. Questo è tragico, ma vero.”

Così Chester Himes (Jefferson City, 29 luglio 1909 – Moraira, 12 novembre 1984), laconico e arrabbiato, uno dei grandi narratori noir del Novecento. Eppure per pochi scrittori come per Himes il recinto fornito dal genere può risultare fuorviante. Non che ci prendesse chi, agli esordi, lo apparentava frettolosamente e banalmente a grandi scrittori neri di protesta come Richard Wright o James Baldwin.
Il fatto è che Himes, all’interno della narrativa di genere così come della narrativa tout court fa storia a sé. Poco apprezzato in patria dove i suoi libri circolano pochissimo, anche nel nostro paese non è facile procurarsi i suoi romanzi, nonostante il recente interessamento di Marcos y Marcos e Giano. La sua biografia è tragica e bizzarra come quella dei suoi personaggi: incarcerato per rapina a mano armata tra il 1928 e il 1936, viene folgorato sulla via di Damasco dai racconti di Dashiell Hammett e gli viene spontaneo scriverne di propri muovendosi lungo la stessa strada di brutale realismo perché basta “(…) semplicemente raccontare la realtà così com’è”.
A dire il vero Himes non si è mai limitato a una resa più o meno naturalistica della realtà. Non lo ha fatto nemmeno nel suo romanzo più inquadrabile in una logica di impegno civile come Fine di un primitivo (The primitive, 1955), storia d’amore oscura e tragica tra uno scrittore nero e una donna bianca, anche questo incline a leggere il mondo attraverso un filtro caleidoscopico e apocalittico. Tale infatti è la direzione presa fin da subito dalla lingua di Himes: un meccanismo fortemente espressionista, concentrato sulla deformazione del reale attraverso il particolare macabro e ripugnante.
I suoi romanzi polizieschi sono però il veicolo più adatto a comprendere le sue chiavi stilistiche. Il primo particolare che salta agli occhi, e forse particolare non è il termine più appropriato, è la volontà di sabotare la propria materia dall’interno. Se anche i grandi innovatori come Hammett e Chandler lasciavano la detection sullo sfondo per concentrarsi sui personaggi e l’affresco sociale, Himes compie un ulteriore passo avanti e in questo senso, anche in futuro, anche ai giorni nostri, pochissimi mostreranno la capacità o anche solo la volontà di seguirlo.
Le indagini nei noir di Himes infatti sono sempre episodiche e trasandate e il mistero da risolvere quasi mai occupa il centro della trama. Tutto è affogato all’interno del suo linguaggio carnale e prismatico, nelle descrizioni visionarie di una Harlem, esclusivo teatro delle sue storie, descritta come un girone infernale. E se l’ambientazione è fissa ecco allora gli eroi seriali dell’autore afroamericano: Grave Digger Jones e Coffin Ed Johnson (nomi “parlanti” che nella nostra lingua suonano più o meno come Becchino Jones e Ed cassa da morto), due sbirri, per usare le parole dello scrittore, “neri come il carbone”, brutti, sporchi e cattivi, non particolarmente dotati da nessun punto di vista che non sia la volontà di applicare la violenza bruta e concludere la giornata portando a casa la pelle.
È proprio raccontando il rapporto dei suoi due eroi con la comunità nera che Himes esprime la sua visione del mondo cupa e senza speranza: un mondo in cui tutti tradiscono tutti, in cui l’afflato ideologico raramente è sincero e in ogni caso finisce continuamente frustrato dal denaro e dalle passioni insane che agitano la sua umanità. L’uomo bianco è naturalmente un nemico e un pericolo.
In Corri uomo corri (Run man run, 1959), unico noir senza Grave Digger e Coffin Ed, Himes ci racconta la storia di un ragazzo di colore testimone dell’omicidio commesso da un poliziotto bianco e razzista. Un libro di glaciale pessimismo dove il nostro eroe, oltre al doversi guardare dal poliziotto assassino, dovrà anche constatare la diffidenza e la scarsa solidarietà della sua comunità di appartenenza. Probabilmente Corri uomo corri è anche il libro himesiano meno aperto alla divagazione.
Espatriato piuttosto presto, Himes troverà un suo personalissimo buen retiro a Parigi (e non sorprende, visto l’amore che di lì a poco tributeranno alla narrativa pulp tanti intellettuali e cineasti francesi, Truffaut e Godard in testa) e proprio relativamente al suo stile digressivo e alla sua incapacità di costruire un intreccio coerente si pronuncerà il suo ammiratore ed editore Marcel Duhamel, direttore della mitica collana Serie noire:

Trovati un’idea. Poi attacca con l’azione: qualcuno che fa qualcosa, che so, un uomo allunga una mano e apre una porta, la luce gli batte negli occhi, l’uomo si volta, guarda su e giù nel corridoio… Azione, sempre azione, in dettaglio. Immagini. Come al cinema. Scene sempre visibili. Niente flussi di coscienza. Non ce ne frega un cazzo di chi pensa cosa, ma soltanto le loro azioni. Sempre azioni. Sbattitene se la cosa non ha senso. Questo si vedrà alla fine. Dammi 220 pagine dattiloscritte.”

Insomma un versione più logorroica e colorita dell’aureo motto fitzgeraldiano “Il personaggio è azione”.
E forse il frutto più compiuto di questa inclinazione è Cieco con la pistola (Blind man with a pistol, 1969), libro assurdo e terribile su un’indagine destinata a restare incompiuta, nell’abituale scenario di Harlem, incredibilmente somigliante alle trincee di Celine. Poliziotti, criminali, prostitute, truffatori, psicopatici, uomini di chiesa poligami con famiglie tumulate in luride cantine e una squadra di figli che mangia direttamente da un trogolo.
Tutti contro tutti in un mondo in cui non sembra esserci possibilità di progresso e consapevolezza. Nessuno scrittore si è mai spinto tanto in là, e specie all’interno della narrativa popolare, in una rappresentazione dell’America come inferno e carnevale di morte, il tutto condito da dosi massicce di black humor. E forse non c’è da stupirsi della scarsa considerazione che ha sempre accompagnato il lavoro di Chester Himes.

:: Omaggio a Jane Austen, a cura di Ippolita Luzzo

18 luglio 2017

drawing janeIl 16 dicembre 2010 Google il motore di ricerca più diffusa nel mondo dedica il doodle presente nella homepage a Jane Austen per celebrare il 235° anniversario della nascita.
Nel 1995 il film inglese “Ragione e Sentimento” tratto dall’omonimo romanzo ottiene sette nomination all’Oscar e una statuetta per la sceneggiatura alla Thompson che era candidata anche come attrice.
Nel 2007 il film “Becoming Jane”, tratto in parte da Orgoglio e Pregiudizio, racconta la vita romanzata della scrittrice.
Ancora nel 2007 il film “Il club di Jane Austen”, vede protagonista il club letterario creato da cinque donne per consolare Sylvia, abbandonata dopo vent’anni di matrimonio. Le cinque donne decidono di leggere i libri della Austen e di discuterne la trama ogni mese per cinque mesi.
Che meraviglia! che dialoghi! altro che “Uomini e Donne” su Canale 5!
Otto marzo quindi, lei Jane sapeva già tutto, i ritratti delle donne, che la Austen fa, sono così attuali. Donne che parlano, consigliano, indirizzano, descrivono, si parlano addosso. A volte si alleano, più spesso si combattono. Gli uomini sembrano comprimari.
La Austen descrive la vita in maniera calma, così come la trova, arrogante nella sua banalità. Veniva naturale a Jane Austen descrivere le persone attraverso i loro difetti, senza amarezza, lei satireggia sulla assurdità della vita senza desiderare che le cose possano essere diverse da come sono. Era solo una tranquilla signora nubile con a disposizione carta e inchiostro e con questi strumenti ebbe l’ingegno di darci il senso della significatività della vita, al di là di ogni personale simpatia e antipatia, della bellezza e della continuità al di sotto della corrente in superficie.
Jane Austen nasce il 16 dicembre del 1775 nella contea dello Hampshire, la sua è una famiglia molto unita, non ricca ma benestante, tanti figli, Jane è una delle ultime figlie. Nel 1802 un uomo la chiede in sposa, Jane prima accetta ma la mattina seguente rifiuta. Anche lei avrà avuto un amore, un uomo del quale non ha mai potuto parlare, un amore relegato in un angolo nascosto del suo cuore e bandito per sempre.
A diciannove anni aveva già pronte le bozze di “Ragione e Sentimento” ma solo nel 1811 scrive e pubblica a sue spese anonima, By a Lady, i tre volumi di Sense and Sensibility.
Nel 1813 viene pubblicato Orgoglio e Pregiudizio che raggiunge una tiratura di mille copie, pagò lei stessa la pubblicazione del primo romanzo e nel 1815 il suo libro venne tradotto in francese. Dopo la pubblicazione dei primi due libri la carriera letteraria di Jane è avviata, ma lei rifiuta la notorietà e la vita di società. Continuerà a pubblicare anonimi i suoi romanzi. Nel 1816 si ammala del morbo di Addison, allora incurabile, e a quarantadue anni muore, la salma riposa nella cattedrale di Winchester. Alla sua morte Cassandra farà sparire tutta o quasi la corrispondenza della sorella, una donna che scrive è pur sempre stravagante e lei lo farà per pudore, per salvaguardare i suoi pensieri più intimi, per proteggerla, ma a noi manca tanto un suo diario segreto che recentemente una scrittrice Syrie James lo ha immaginato e scritto.
Da allora i suoi romanzi come fiumi in piena hanno invaso le fantasie dei suoi numerosissimi lettori, le sue donne sono prese ad esempio. Gli uomini da lei valutati per la loro rendita, per la loro posizione, per il loro carattere, un esame dettagliato che li renderà degni dei progetti matrimoniali di splendide fanciulle. Tutte abbiamo letto “Orgoglio e Pregiudizio”
La Elisabeth di Orgoglio e Pregiudizio è la donna intelligente, saggia, è quella che sa portare avanti qualsiasi argomento in modo logico, brilla di luce propria. È la donna femminista e femminile per eccellenza. Nessuna prima di lei, nessuna come lei. Darcy è solo il mezzo per far brillare le sue capacità. Elisabeth è l’unica capace di capire le situazioni e prendere decisioni appropriate, è sempre cosciente di ciò che fa e cerca di agire con razionalità. Non è una ragazza ipocrita e non è interessata al denaro ma sceglierà il suo uomo dopo che comprenderà il carattere positivo e l’onestà. La sua vivacità intellettuale la porta a non sottomettersi alle convenzioni sociali e porta avanti idee proprie
Orgoglio e pregiudizio: Un difetto o una virtù? Gli uomini, penso sono più abituati alla sfida, al predominio, le donne invece cercano di placare gli animi in nome della tolleranza, della comprensione dei difetti altrui. Non è così? Lei, la Austen, prima di tanti trattati di psicologia ci delinea il difetto di persone orgogliose, con sentimenti implacabili, che sono sempre pronti a pensare male, a detestare il prossimo perché lo considerano inferiore, Elisabeth riconosce subito il carattere difficile di Darcy e lo fa riflettere, avremmo saputo noi fare altrettanto?
Elinor di Ragione e Sentimento. Emma dell’anonimo romanzo. Fin qui gli esempi positivi.
Poi ci sono le donne perfide e la Fanny di Ragione e Sentimento è proprio una cognata. Come tante. Troppo simile alle nostre cognate. Ho letto più volte il primo capitolo di Ragione e Sentimento, perché è così reale e vero che sarà capitato anche a voi di sentire o subire un ragionamento così, e agli uomini sarà capitato nel passato di tornare a casa con una decisione buona e di cambiarla senza accorgersene dopo averne parlato con la moglie! Fanny è la moglie di John, il quale ha tre sorellastre. Il padre in punto di morte gli ha fatto promettere che si sarebbe preso cura delle sorelle e della matrigna donne generose e amorevoli, escluse dalla eredità dello zio scapolo che pure avevano accudito. Ma tant’è! L’eredità era passata direttamente dallo zio a John e al figlioletto di quattro anno di questi. Fanny, moglie di John, non appena terminato il funerale del suocero, arrivò nella casa con figlio e servitù al seguito e senza badare che in quel luogo vi abitavano le sorelle e la matrigna del marito le degradò alla condizioni di ospiti. Lei pensava che nessun legame affettivo potesse esistere tra i figli avuti da un uomo da matrimoni diversi. Qualsiasi proposta John faccia Fanny ha le sue perplessità, addirittura conclude: ”Sono convinta che tua padre non avesse affatto per la mente che dessi a loro del denaro, penso che l’aiuto a cui si riferiva era quello di trovare loro una piccola casetta, mandare omaggi di pesce e cacciagione quando è stagione. E poi che diamine possono volere quattro donne più di questo? Vivranno in modo frugale. La cura della casa richiederà poco o nulla. Non avranno carrozza, cavalli, né servitù, e quasi non avranno ospiti, potrebbero non avere spese di alcun genere, considera solo quanto sia assurda la tua intenzione di dare loro altro denaro. Saranno loro forse a poter dare a te qualcosa. Tuo padre ha pensato solo a loro, se avesse potuto avrebbe lasciato a loro tutte le fortune del mondo.”
L’argomento era irresistibile egli si convinse che sarebbe stato inopportuno se non addirittura indecoroso avere per la vedova e le figlie del padre sue sorelle avere più riguardo di quanto suggerito dalla moglie.
Ah le donne! Rifletto e più rifletto, più penso, che uno specchio della verità non ci farebbe poi tanto male. Vi vedremmo riflessi avarizia, egoismo, invidia, tutti sentimenti che ci impediscono di essere leggere e ci appesantiscono, tenendoci legate mani e piedi ad un marito che non ci ama più, ad un padre, ad un fratello, perché si sa, un uomo fa sempre comodo e questi sentimenti invece di unirci leggiadre e leggere ci rimandano l’una contro l’altra. Non è rabbia però il sentimento generale che percepisco tra noi è la delusione, deluse da chi credevamo senza macchia, senza paura, deluse da noi stesse, perché non raggiunte le mete che avevamo in mente. Ecco l’otto marzo, che è anche una bellissima data per me, perché è nato il mio unico figlio, deve essere la nascita della consapevolezza nuova che anche noi a volte sbagliamo, che anche noi a volte dobbiamo chiedere scusa, e lievi senza pesi poter guardarci l’un l’altra.
Forse dovremmo recuperare la ragione di Elizabeth, anche se c’è troppo illuminismo in questa ottimistica fiducia nella ragionevolezza e nel trionfo di questa, oggi che i nostri punti sono incerti, confusi. La ragione non illumina più. Le conquiste fatte dalle donne hanno permesso a tutte di accedere nelle aule dei Tribunali, nelle sale operatorie, sulle cattedre universitarie. Ma ora una generazione di fanciulle adolescenti, non tutte, per carità con birra in mano e sigaretta in bocca, scimmiottano comportamenti negativi. Evidentemente le conquiste sociali ora devono lasciare il passo alle conquiste individuali. Conquiste che devono darci la consapevolezza di essere donne senza essere vittime della nostra viltà, da dipendenze amorose, senza accettare il disprezzo di un uomo pure di non perderlo, consapevolezza che stiamo scegliendo noi il nostro giorno perché come diceva qualche tempo fa la pubblicità dell’Oreal “IO VALGO” e voglio rispetto.
Rispetto, verso se stesse, verso i nostri genitori e figli. Non vuol dire accondiscendere, ma tenere una dirittura che implica sacrificio e costanza. La ragione di Elizabeth, di Elinor, la ragione del settecento, ci sia da luce nel nostro fumoso cammino.

:: Forever, Jane – A 200 anni dalla morte di Jane Austen

18 luglio 2017

jacportrDopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Il 18 luglio 1817 moriva a Winchester, nell’ Inghilterra meridionale, Miss Jane Austen. Proprio oggi cade il bicentenario di questa ricorrenza e l’Inghilterra, e il mondo tutto si apprestano a dare il via alle celebrazioni. Anche noi di Liberi vogliamo ricordarla con un ciclo di recensioni legate ai suoi libri: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Persuasione, Lady Susan.
Già ci siamo chiesti, riferendoci a Orgoglio e Pregiudizio quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Forse resterà un mistero, che nessuno sarà in grado di scandagliare, ma probabilmente è quasi certo che tra 200 anni (quando ormai avremo abbandonato la terra per qualche altro pianeta, da come si stanno mettendo le cose) si starà ancora a discutere sulle opere di questa scrittrice dotata come nessun’altra di ragione e sentimento.
Jane nacque in un piccolo villaggio dello Hampshire il 16 dicembre del 1775. Dotata di scarsa avvenenza, figlia di un pastore anglicano progressista, attento all’educazione anche delle figlie femmine, Jane ebbe modo di dedicarsi alla scrittura, pubblicare i suoi libri, non sposarsi (non le permisero di sposare l’uomo che amava, ma almeno non l’obbligarono a un matrimonio di convenienza), e ottenere una certa indipendenza economica, senza in realtà che il suo nome circolasse tra i lettori comuni mentre era in vita.
La grandezza di Jane Austen e se vogliamo la sua capacità di analizzare molto più di un’ epoca attraverso i suoi personaggi, sta nell’atteggiamento, nel punto di vista chiaro e diretto con cui osserva il mondo. L’eroine dei suoi libri non sono donne straordinarie, non compiono gesti eclatanti, sono ragazze comuni (a volte anche ingenue e maldestre) che sognano candidamente di innamorarsi ed essere felici. E nonostante tutto la loro indipendenza di pensiero le rende incredibilmente moderne e emancipate, soprattutto l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, forse la più vicina alterego dell’autrice.
L’intelligenza, la cultura, l’umorismo di cui sono dotate, illumina personaggi che vivono vite familiari dove quasi nulla accade. Qualche festa, qualche viaggio (il luogo più eccitante è Londra), qualche camminata a cavallo sotto la pioggia, qualche morte, qualche passaggio di proprietà di tenute che le figlie femmine non possono ereditare, qualche pettegolezzo.
Nei suoi libri si parla apertamente di soldi, di rendite, di buoni partiti, (di contro di povertà, di ingiustizie finanziarie, di cacciatori di dote) con semplicità, con una pragmaticità e concretezza tutta britannica definibile come buon senso. Che non offusca i sentimenti, perlopiù sinceri, che legano i personaggi.
I suoi personaggi insomma non vivono sulle nuvole, ma nel mondo reale, un mondo spesso ingiusto, falso, determinato dall’apparenza, dalle convenzioni, e haimé dal denaro, non amichevole verso chi detta le sue scelte di vita seguendo il proprio cuore. Ma Jane nonostante tutto chiude le sue storie con l’immancabile lieto fine, l’ amore trionfa e il bene con lui (con annessa sopravvivenza economica).
Se non poté far sì che accadesse nella sua vita, lo fece sempre accadere nei suoi romanzi. Nei quali era l’unica artefice, la sola a decidere sorti ed evoluzione dei personaggi.
La bellezza e perfezione della sua scrittura si fonda con la bellezza dell’intelligenza, della perspicacia, della sensibilità capace di vedere sfumature che un occhio più superficiale non scorgerebbe. La profondità delle sue riflessioni, dei suoi giudizi, della sua anche feroce assenza di preconcetti, ci consegnano ritratti di ambienti, di persone, di oggetti, attraversati dalla luce della sua lucidità e della sua grazia.
Forse Virginia Woolf ha trovato le parole più efficaci, più bilanciate, per definire il suo genio, la sua spregiudicata seduzione di cui unica vittima sembra essere il lettore. Attraverso la sua lente ben pochi vizi o debolezze sfuggirono, in questo è spietata e forse fredda, come da qualcuno è stata accusata (che si risentiva quando l’accostavano a Shakespeare). Le venne imputata la scarsa esperienza delle cose del mondo, lei signorina che aveva poco viaggiato, sempre protetta dalle fitte maglie della sua famiglia. Ma anche Emily Dickinson, quasi uscita mai dalla sua stanza, non aveva bisogno di molto perché il suo animo sondasse le profondità delle cose, dei sentimenti, delle mutevolezze dell’essere come del cielo.
Apriamo dunque i festeggiamenti, e ricaviamoci il tempo per rileggere i suoi libri. E’ tempo ben speso.

:: Pier Paolo Pasolini

6 novembre 2015

pasolini-10Sono passati quarant’anni. La notte tra il 1º e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini trovò la morte sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Ci sono state commemorazioni ufficiali e più personali, di gente comune, ma anche di scrittori, registi, critici. In Italia c’è il diritto di parola, per cui più o meno tutti hanno il diritto di pensare e dire cosa vogliono anche con toni violenti, accesi, forse sgradevoli. I comportamenti privati di Pasolini, per quanto alcuni oggettivamente discutibili, (sembra che tutti li conoscano nei minimi dettagli), non erano così rari e probabilmente non lo sono manco oggi. Pasolini sebbene fu anche vittima di calunnie, delle quali soffriva, era una persona trasparente, forse meno ipocrita di molti altri e ricordiamoci sempre il periodo storico in cui visse. C’era il delitto d’onore (le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate in tempi recenti con la legge n. 442 del 5 settembre 1981), l’omosessualità era un reato, si finiva in carcere (l’Italia ha abolito il reato di omosessualità nel 1980). Pasolini non fu molto amato in vita e anche da morto crea ancora divisioni e polemiche. Per molti è fonte di imbarazzo, polvere che si vorrebbe nascondere sotto il tappeto, per altri un degenerato che pure come artista non era granché. Fu espulso dal partito comunista, subì processi, rischiò il linciaggio in varie occasioni. Non cercava il consenso, l’omologazione, passare inosservato. Non assumeva diciamo un basso profilo, un po’ forse per il talento che in lui strabordava esplosivo in un po’ tutti i campi e il dono della parola. Era un talento eclettico, molto rinascimentale. Il suo cinema era visione, la telecamera si spostava in maniera amatoriale (termine che non credo avrebbe disprezzato) per poi soffermarsi in primi piani catartici, seguendo una sua idea di cinema, molto più vicina a una decriptazione onirica della realtà. Pasolini mi ha sempre spaventato, o forse l’ho sepolto anche io nell’indifferenza. Ho letto poco di cosa ha scritto, ho visto pochi suoi film. Forse troppo presto ho letto Ragazzi di vita, non avevo ancora gli strumenti critici per affrontare un testo del genere. Sono un pessimo avvocato difensore, se mai ne avesse bisogno. Per questo ho preferito non intervenire in questi giorni. E già vedo che le acque si stanno calmando, già nessuno ne parla più, la soglia di attenzione nell’epoca dei social network è molto labile. E questo è il momento migliore per riflettere, a mente lucida. Fra dieci anni ci sarà un nuovo anniversario, e questa volta ci arriverò molto più preparata, consapevole, avrò modo di farmi una mia idea non inquinata da pregiudizi, o falsa coscienza. Credo fosse un uomo generoso, quando penso a lui lo vedo sempre in compagnia di Totò, mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Dall’idea che mi sono fatta di lui, su cosa è successo in questi giorni credo avrebbe commentato così: Credo che questi siano problemi che interessino ai viventi. A coloro che attendono di morire. Io, come tutti sanno, non sono fra questi.