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:: Un’intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Bentornato Andrea sulle pagine diLiberi di scrivere e grazie di avere accettato il nostro invito. Ti intervisto per l’uscita di Invasione silenziosa, ma anche per parlare del tuo lavoro di traduttore e divulgatore culturale. Segui ben due blog, Il Rifugio dei Peccatori e Borderfiction Zone. Dopo la tragica scomparsa di Stefano Di Marino, sei tu in un certo senso l’alfiere della spy story italiana. Conosciuto anche all’estero devo dire, soprattutto negli Stati Uniti. Parlaci della tua nuova opera uscita l’altro giorno. È tratta da una storia vera anche se poco conosciuta, giusto?

Invasione silenziosa (Spy Game – Storie della Guerra Fredda n. 57, in ebook) contiene una storia vera di cui ho immaginato possibili sviluppi. La parte reale è un segreto portato alla luce dallo storico spagnolo Manuel Aguilera Povedano in un libro pubblicato anche da noi (Un’occasione d’oro per Mussolini, Logisma): nel 1936 Maiorca divenne di fatto una colonia del Regno d’Italia, che però dovette ritirarsi nel 1939 a seguito di pressioni internazionali; tuttavia, mediante l’OVRA e prestanome locali, l’Italia comprò di nascosto sull’isola varie proprietà, tra cui una molto vasta, con l’intenzione di impiantare basi militari clandestine in vista della II guerra mondiale. Il piano non andò come previsto, ma in Invasione silenziosa – ambientato nel 1947 – ipotizzo che vi si nascondessero agenti dell’OVRA intenzionati a portarlo avanti.

Io sono una fan di Segretissimo, ho ereditato da mia madre una collezione completa dei vecchi Segretissimo, lei leggeva molti libri di Mondadori sia di narrativa che di Gialli e naturalmente spy story, ne ho anche di quelli un po’ scollacciati che andavano negli anni ’70, prima del politicamente corretto (molto divertenti), ho un’intera biblioteca che li colleziona. Che differenza c’è tra le storie di Segretissimo, e quelle pubblicate nella collana Spy Game – Storie della Guerra Fredda, collana di Delos Digital?

La differenza più evidente è che in Spy Game autori e autrici sono esclusivamente italiani/e e non usano mai pseudonimi stranieri. La seconda, dichiarata nel titolo della collana, è che mentre Segretissimo si aggancia alla realtà contemporanea, Spy Game si occupa del periodo 1945-1991. La terza riguarda il formato: Segretissimo propone romanzi completi sulle 250 pagine, in Spy Game escono racconti lunghi autoconclusivi, novelette in due o tre puntate, ma anche serial come il mio Dark Duet, cominciato nel 2019 e ormai alla “terza stagione”. Infine, laddove Segretissimo propone romanzi di azione, in Spy Game c’è soprattutto indagine. Sono le regole stabilite da Stefano Di Marino nel 2019, anche per dimostrare che esisteva ormai una scuola italiana della narrativa di spionaggio; le stesse regole che rispetto come suo successore come curatore della collana.

Anche a livello internazionale c’è un’apertura del mercato per gli scrittori di spy story nostrana? L’hai notata in questi ultimi anni?

Per ora no. La “Legione Straniera” (così chiamata a causa degli pseudonimi anglofoni o francofoni che molti di noi hanno usato per anni al fine di aggirare l’esterofilia del pubblico) è nata in risposta alla sparizione dal mercato internazionale dei pocket book spionistici da 200-250 pagine che da noi uscivano in edicola da Segretissimo. All’estero ormai si vedevano perlopiù volumoni da 500 pagine e oltre, technothriller o romanzi d’azione che fossero. Alla carenza di spy story di formato tradizionale sopperì la scuola italiana, di cui il massimo esponente era Stefano Di Marino alias Stephen Gunn. Purtroppo ciò che interessa sul mercato internazionale sono i bestseller conclamati e, poiché non esistono classifiche dei romanzi da edicola, nessuno si è accorto di quanto vendesse ogni nostro titolo.

Sei considerato uno degli autori italiani più prolifici nella letteratura di genere: cosa rappresenta per te il “genere” oggi? È ancora una definizione utile?

La classificazione in generi rimane utile come orientamento per il pubblico e, in un certo senso, anche per chi scrive. Chi compra il Giallo Mondadori, Segretissimo o Urania, per citare le tre collane storiche di Mondadori (di cui la più “giovane”, proprio Segretissimo, ha compiuto sessantacinque anni lo scorso ottobre), sa a grandi linee che tipo di romanzo si porta a casa. Esiste da decenni anche l’ibridazione tra generi – dalla fantascienza noir al western horror al romantasy – che sfugge alle categorie tradizionali. Ma, come capitava a chi scriveva sui pulp magazines di un secolo fa (e persino ad Agatha Christie, incasellata come “regina del giallo”, ma autrice anche di romance e gotico) molti autori e autrici reclamano il diritto di non essere confinati a un unico genere.

C’è un filo rosso che unisce thriller, avventura, fantastico ed erotismo nella tua produzione?

La libertà di scegliere quali ingredienti inserire in un racconto o in un romanzo, compatibilmente con il tipo di storia che intendo scrivere. In Segretissimo posso combinare thriller, avventura, retroscena di geopolitica e, se richiesto dalla trama, qualche pagina erotica, ma per esempio non elementi fantastici. Nella narrativa di Martin Mystère – con un romanzo del quale ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior fantasy – l’eros non è contemplato, ma ho esplorato avventura, thriller, storia alternativa, horror, un pizzico di spy story e persino di western. Con Danse Macabre sono partito dall’horror erotico per inserire elementi di poliziesco nel primo romanzo e di spionaggio nel secondo. A quattro mani con Ermione ho usato l’eros in contesti che vanno dal noir alla distopia, mentre con Paolo Brera sono andato sulla spy story politico-avventurosa nell’Ottocento, con una componente psichiatrica…

Come nasce l’idea del “Kverse” e qual è l’elemento che tiene insieme le serie Nightshade, Medina, Sickrose, Black e Dark Duet?

Il “Kverse” si è generato da solo, partendo da Medina nel 1994 e dal progetto di Dark Duet, che risaliva al 1991 ma ha visto la luce solo nel 2019. È un universo comune in cui i personaggi si incontrano o si scontrano e in cui gli eventi in una  serie influenzano ciò che capita nelle altre, anche se i libri possono essere letti autonomamente. La trama di Invasione silenziosa, episodio di Dark Duet, si collega a quella di Agente Nightshade – Legione ombra. Medina collabora con Rosa “Sickrose” Kerr nel romanzo SickroseCompañera, e ciò che scopre ha un peso nel libro dello scorso dicembre, Agente Nighshade – Ultima frontiera. A questo si aggiunge che più volte Chance Renard, eroe della serie Il Professionista di Di Marino/Gunn, ha interagito più volte con i miei personaggi in storie sue e mie, e fa una partecipazione straordinaria in Ultima frontiera. Toni “Black” Porcell, investigatore privato nero, è un caso a parte: è apparso in varie occasioni come spalla di Nightshade, ma i tre libri che lo vedono protagonista assoluto non sono spy story, bensì noir nella tradizione della novela negra spagnola.

Nel saggio Fenomenologia di Diabolik analizzi il “Re del Terrore”: cosa rende Diabolik un’icona ancora attuale?

Diabolik ed Eva Kant erano già così innovativi oltre sessantanni fa da potersi adeguare senza difficoltà al passare del tempo. Il segreto è senz’altro negli autori che hanno proseguito il lavoro delle sorelle Giussani e nella loro incessante inventiva: può sembrare facile scrivere una storia di Diabolik, ma dopo un migliaio di albi bisogna escogitare trame e trovate sempre nuove per sorprendere il pubblico. Tra l’altro, dopo sette romanzi e un romanzo breve dedicati a questi personaggi, ho da poco proposto un soggetto per una storia a fumetti nella serie regolare.

Hai collaborato con RadioRAI e con il mondo del fumetto, in particolare con Martin Mystère: quali differenze ci sono tra scrivere per la narrativa e per altri media?

Un racconto o un romanzo sono già il prodotto finito, che potrà passare o meno tra le mani di un editor, ma è sostanzialmente un lavoro solitario. Una sceneggiatura è un prodotto intermedio, su cui si innesterà un lavoro collettivo di cui chi scrive deve sempre tenere conto. Se tutto funziona al meglio, i risultati possono essere sorprendenti. La disegnatrice Lucia Arduini diede suggestioni sensuali ai personaggi femminili delle storie a fumetti che firmai con Andrea Pasini per Martin Mystère. Per il Mata Hari di Rai RadioDue con Veronica Pivetti – di cui scrissi le puntate più strettamente spionistiche – la regia di Arturo Villone, le musiche e gli effetti sonori conferirono a molte scene una dimensione “visiva” anche senza bisogno di immagini. Di recente ho scritto un video musicale per la cover jazz interpretata da Lucky Galioso di Certe notti di Luciano Ligabue: il risultato è un cortometraggio noir (in cui interpreto un protagonista alla Philip Marlowe) con costumi e scenari anni ‘30 realizzati mediante AI. Si trova a questo link:

Tu vivi tra Italia e Spagna, come va il mercato librario spagnolo? Ci sono autori italiani molto conosciuti?

Il mercato letterario spagnolo va meglio di quello italiano, anche se io l’ho conosciuto ai tempi gloriosi dei grandi autori della novela negra, molti dei quali ebbi il piacere di incontrare di persona; vedo ancora uscire ottimi lavori di Arturo Pérez Reverte. Ma ultimamente l’editoria spagnola mi sembra legata un po’ troppo alle mode del momento: tempo fa si usava molto il romanzo storico o giallo-storico, pubblicando anche autori a cui avrei dato volentieri qualche lezione basilare di scrittura creativa. Ogni tanto scorgo qualche firma italiana nelle librerie spagnole, anche se l’unico che abbia lasciato davvero il segno – ma parliamo degli anni Ottanta – fu Umberto Eco, di cui trovavo anche articoli tradotti sui giornali locali.

Sei anche un rinomato traduttore, stai traducendo qualche libro interessante? Tradurre aiuta a scrivere meglio?

Senz’altro, tradurre chi sa scrivere bene è propedeutico anche alla propria scrittura. Diventa faticoso invece quando in una traduzione tocca correggere sviste e imperfezioni che avrebbe dovuto risolvere qualche editor nella lingua originale. Da qualche mese sto riprendendo fiato, dopo trent’anni di traduzioni incessanti, e mi limito a tradurre qualche racconto per le pubblicazioni che curo: il più impegnativo è stato Il crocifisso di Marzio di Francis Marion Crawford, inedito in Italia, che nel 2024 ho inserito nel volume Mea culpa, una delle antologie annuali del Premio Torre Crawford, di cui presiedo la giuria.

Hai nuovi libri in uscita per Mondadori, delle tue serie classiche o nuove serie?

Non per quest’anno, presumo: per quanto riguarda Segretissimo, avendo acquisito i diritti di tutte le opere e i personaggi di Stefano Di Marino, la mia preoccupazione principale è pubblicare i suoi tre romanzi completi ma ancora inediti de Il Professionista, per i quali provvedo io alla revisione finale che lui non ebbe tempo di fare. Il primo, Ordine di uccidere, esce nel giugno 2026. Per ora prevedo di continuare i miei episodi di Dark Duet all’interno di Spy Game, ma sto pensando anche a uno stand-alone in inglese per un’antologia di storia alternativa in preparazione negli USA.

Da cultore della spy story, cosa ne pensi di cosa sta succedendo al format,chiamiamolo format, legato a James Bond. Con Daniel Craig, James Bond è morto come pensano alcuni?

Con Daniel Craig, pur mantenendo la dose di azione spettacolare cui ormai era abituato il pubblico dei film, 007 ha recuperato molti aspetti del personaggio originale di Ian Fleming… e anche pagine dei suoi romanzi che non erano mai arrivate sullo schermo. Il finale dell’ultimo film ricalcava i capitoli finali di Si vive solo due volte che preludevano al ritorno di James Bond, ormai dato per morto, all’inizio de L’uomo dalla pistola d’oro. È quello che mi piacerebbe trovare nel prossimo film. Ma mi preoccupa la confusione che aleggia intorno alla produzione e il fatto che, anziché un seguito, possa capitarci un reboot con un personaggio che si chiama ancora James Bond, ma tradisca il modello letterario ancor più di quanto sia avvenuto in passato.

Che libro stai leggendo attualmente?

Segnali di Guerra Fredda di Antonio Martino, un saggio che indaga su fatti ancora poco noti tra 1943 e 1946: un gruppo di agenti segreti americani provenienti dalla Guerra di Spagna, tutti di rigorosa ideologia comunista, che divennero figure chiave nei rapporti con la Resistenza in Italia, ma in seguito furono sospettati di doppio gioco. Un grande e accurato lavoro di ricerca documentale, contestualizzazione e chiarezza espositiva, che caratterizzano sempre i libri dell’autore.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora mi limito a preparare, in veste di editor, il terzo volume di M-Rivista del Mistero presenta: la mia storica rivista, scomparsa alla fine del 2008, è rinata nel 2025 sotto forma di collezione di antologie a tema, proponendo come ai vecchi tempi testi italiani e stranieri di varie epoche, ogni volta di un genere diverso. Il primo volume, I Professionisti, è un tributo alla spy story italiana e in particolare a Stefano Di Marino; il secondo, Dimensioni ignote, ruota intorno ai temi del time loop e delle realtà parallele; il terzo, L’abbraccio della pantera, trarrà spunto dai miti alla base di Cat People. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova casa editrice, la Ardita Edizioni di Roma, e un’artista cui ho affidato l’intera parte visiva: Roberta Guardascione, che nel 2025 ha partecipato, come illustratrice ma anche come narratrice, al volume curato da Mario Gazzola e da me Fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna, il “libro perduto” di Profondo rosso.

Chi lo volesse può leggere questa nostra precedente intervista:

E io ringrazio te per la nuova intervista e il pubblico di Liberi di scrivere per l’attenzione!

:: Un’intervista con Fabrizio Fulio Bragoni a cura di Giulietta Iannone

11 febbraio 2026

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista sul tuo romanzo breve Tutte queste cose, edito da Delos. Ma prima qualche domanda su di te. Hai iniziato a scrivere a cinque anni e non hai più smesso. Ricordi cosa scrivevi allora? C’è un filo che collega quei primi tentativi ai tuoi lavori di oggi?

    Ciao Giulietta, e grazie per avermi invitato… Dunque, cosa scrivevo quando ho cominciato a scrivere, bella domanda. Per quanto riguarda i temi, non saprei: sono sempre stato un lettore vorace, e ho sempre amato molto le storie. Credo di aver sperimentato un po’ tutto (tempo fa, in un vecchio quaderno, ho trovato qualche battuta di un racconto di ambientazione carceraria; il quaderno era del 1990, quindi, quando ho iniziato il racconto in questione, dovevo avere 8 o 9 anni. Magari avevo appena visto Fuga da Alcatraz?). So, poi, di aver provato a scrivere racconti d’avventura e quelli che impropriamente chiamavamo gialli – all’epoca la letteratura per ragazzi era molto diversa da quello che è ora; si leggevano un sacco di classici. Tra i miei preferiti c’erano L’isola del tesoro, Uno studio in rosso ei racconti di London. A un certo punto ho trovato una vecchia edizione UTET dei racconti di Poe, libro risalente agli anni di università di mia madre? Chi sa… Poi avevo libero accesso alla libreria di mia nonna, che era un’appassionata lettrice dei Gialli Mondadori. Attratto dalle copertine, ne ho letti una marea. Alcuni molto poco adatti a un bambino della mia età. – Leggevo, insomma, un sacco di cose diverse e scrivevo, o meglio inventavo e provavo a scrivere, racconti di molti generi diversi. Ovviamente non finivo mai niente… Credo, però, che più ancora che quei primi tentativi di scrittura, abbiano contato e contino tutte quelle volte che, camminando da solo, o facendo altre cose, vedevo me stesso dall’esterno e mi raccontavo in terza persona. Forse è proprio quello il filo che mi lega a quel bambino che scriveva: la voglia, il gusto (il bisogno?  no, mi sembra troppo) di raccontare e raccontarmi.

    Hai fatto moltissimi lavori diversi: giornalista, informatico, docente, copywriter, traduttore, persino detective privato per un paio di giorni. Quanto questa “vita laterale” entra nella tua scrittura?

    Per un lungo periodo, ho avuto l’impressione che a me non succedesse mai niente, o almeno niente di significativo (frequentare troppo assiduamente Hemingway non aiuta…), per cui forse tutti questi cambiamenti rispondono a un tentativo più o meno conscio di vedere più cose possibile, fare più esperienze. Credo comunque che cambiare spesso lavoro mi abbia aiutato. Quantomeno a non sentire il peso della routine e “sopravvivere alla noia”, come direbbero i Situazionisti. Potrei fare qualunque lavoro, almeno per un paio di giorni; così mi dicevo. In effetti ho anche consegnato pizze, dato una mano a gestire uno studio di tatuaggi, fatto il cameriere in un bar, tentato – con scarso successo- di vendere assicurazioni. Per quanto riguarda l’esperienza da detective… Be’, l’ho fatto per meno di una settimana, e allora sì, che ho rischiato di morire di noia. Se vuoi una volta, senza testimoni, ti racconto come e perché ho quasi preso per il collo uno dei tizi dell’agenzia per cui l’ho fatto…

    Il colpo nasce all’interno del contest YouCrime di Rizzoli. Che esperienza è stata scrivere con un perimetro così definito? Ti ha dato più libertà o più vincoli?

    La scrittura di Il colpo in effetti è stata un’esperienza strana. All’epoca lavoravo solo come traduttore e lettore d’agenzia. E poi avevo il mio blog (NonSoloNoir) e collaboravo con qualche rivista letteraria. Qualcuno degli organizzatori aveva letto un mio racconto (che forse avevo pubblicato proprio qui su Liberi di Scrivere). Mi hanno contattato chiedendomi di scrivere un racconto lungo da pubblicare in ebook. La cosa del contest all’inizio non era molto chiara (anzi, direi quasi per niente), ma in ogni caso ho accettato. Nel mio ebook c’era anche un racconto di Paolo Roversi, con il quale poi ho collaborato scrivendo su Milano Nera, pubblicando qualche racconto e curando un volume per la collana Calibro 9 di Novecento edizioni, che era stata ideata da lui. Tornando a Youcrime, diciamo che ho accettato di buon grado, ma all’entusiasmo iniziale sono seguiti diversi giorni (settimane?) di blocco. Poi a un certo punto mi sono messo alla scrivania e il racconto è venuto fuori da sé, e in un attimo. La richiesta era di scrivere un racconto crime e io ho attinto a piene mani a quello che vivevo e facevo all’epoca – una vita “tranquilla” ma estremamente precaria, rischiarata (quasi) solo dagli allenamenti di pugilato con il mio maestro, Giovanni Bracchiglione, e il gruppo della boxe. Molti di quelli che si allenavano con me erano ragazzi che vedevo un po’ come mi vedevo io: precari (da un punto di vista esistenziale, non lavorativo), ma tutt’altro che pronti ad abbandonare le loro velleità. Dalla stessa sensazione è nato il racconto Finisce male, al quale sono molto affezionato. Tornando a Il colpo, comunque, è la storia di un gruppo di pugili che intravedono una possibilità per tirare su dei soldi rapidamente e ci cascano… La cosa divertente è che lo spunto narrativo è nato proprio in palestra: ero nello spogliatoio e mi stavo lamentando (come sempre) dell’ennesimo ritardo nel pagamento di una traduzione. A un certo punto un tizio che non conoscevo se non, forse, di vista, mi ha guardato e mi ha detto: “Ti andrebbe di tirare su un po’ di soldi facili?” (forse non ha detto proprio così, ma, per convenzione di genere, attribuiamogli questa battuta da filmaccio di serie z, che ne dici?). Ovviamente ho fatto finta di non sentirlo; quando sono uscito dalla palestra ci stavo ancora pensando. Proprio lì fuori c’era un compro oro e io ho messo insieme le due cose. Insomma, è nato tutto così, e tutto sommato è stata una gran bella esperienza.

    Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è il tuo primo romanzo. Com’è stato condividere voce, ritmo e visione con un altro autore?

    Di solito ho difficoltà a condividere la pagina con altri; la scrittura è forse l’unico ambito in cui sono davvero poco accomodante. Ricordo con terrore, per esempio, la traduzione collettiva di un romanzo per ragazzi fatta al termine di un anno di specializzazione in traduzione editoriale dall’inglese. Con Perissinotto, ovviamente, è stato diverso: anche se quando l’ho incontrato scrivevo già da tempo, non posso non pensare a lui come a uno dei miei maestri. In senso strettamente letterario, è forse l’unico maestro che abbia incontrato davvero.

    Le sue lezioni in università mi hanno aiutato a rimettere in ordine alcune cose ed esperienze, sia da un punto di vista teorico, che tecnico-narrativo. Quando è arrivata la proposta di Ghosting avevamo già fatto delle cose insieme (presentazioni, eventi, lezioni ecc.), ma mai, assolutamente mai, avrei pensato di trovarmi a scrivere un romanzo con lui. E invece è stata una bellissima esperienza che mi ha, tra l’altro, spinto fuori dalla mia normale routine di scrittura. Per scrivere Ghosting abbiamo fatto un lavoro preliminare di studio della trama e dei personaggi; uno studio molto approfondito. Normalmente io parto da un semplice spunto, un’idea, un interrogativo, e difficilmente so dove andrò a finire. Con Alessandro, invece, abbiamo lavorato all’interno di un perimetro prestabilito e condiviso, e ancora oggi, a distanza di anni, sono molto soddisfatto del risultato.

    Torino è spesso presente, direttamente o indirettamente, nei tuoi lavori. Che tipo di città è per te: rifugio, musa, gabbia, palestra narrativa?

    Torino è un po’ tutte queste cose: sicuramente rifugio e gabbia, in alcuni casi anche musa. Palestra narrativa, non lo so… quella uno ce l’ha nella testa. Però, ecco, mi trovo spesso a dire che non vorrei essere cresciuto in nessun’altra città italiana. Sicuramente non Milano, sicuramente non Roma, ecc. Sembra un cliché, ormai, ma Torino, negli anni della mia adolescenza, e cioè i tardi anni ’90, era davvero tutta un fermento. C’era modo di sperimentare e sperimentarsi in molti campi, e in una condizione tutto sommato “protetta” rispetto a quella di tante altre grandi città. Potevi metterti (relativamente) nei casini, e uscirne praticamente indenne, praticamente illeso.

    Le “grandi città”, quelle vere, invece, non perdonano. O così mi pare.

    Insomma, a Torino c’era tutto, e tutto era soffuso da una certa atmosfera underground che molti di noi non finiranno mai di ricordare, e forse anche rimpiangere.

    Tutte queste cose ha un titolo volutamente ampio e quasi sfuggente. Come nasce e cosa racchiude, per te, “tutte queste cose”?

    Ah, be’, se proprio vuoi saperlo, il titolo originale era Tutte queste cose e molte altre ancora, figurati…  la versione definitiva è nata da un confronto con l’editore. A quali cose mi riferisco? Da un lato si tratta di tutte le cose che mi sono successe o che avrebbero potuto succedere a me o a uno che si somiglia; dall’altro è un titolo che allude a una ricapitolazione annoiata di un discorso che nel momento stesso in cui viene pronunciato è sia vero che falso, sia autentico che manierato. Un discorso che nel libro è presente, e infatti il titolo compare direttamente all’interno di un dialogo.Il libro, comunque, nasce come frammento, come ampliamento o come coda di un altro romanzo che non ho ancora pubblicato, Come sopravvivere alla paura (posso fare un appello agli eventuali editori in ascolto?). L’altro romanzo, che in teoria avrei voluto pubblicare prima di questo, è la storia di un eterno aspirante scrittore e ripercorre e reinventa circa vent’anni (dal 1998 alla fine degli anni ’10 del Duemila) sul filo di alcuni elementi, temi, situazioni e personaggi ricorrenti. La prima parte di Tutte queste cose, l’avevo già inserita lì, come inciso: una specie di futuro alternativo.

    Nel momento stesso in cui ho inserito l’inciso, ho capito che avrei dovuto farne un libro a se stante, che poi ho scritto, e ho finito per pubblicare prima dell’altro.

    Un romanzo di formazione che lavora molto su dettagli, frammenti, oggetti e ricordi. Quanto contano le “piccole cose” nella costruzione di una storia più grande?

    Come forse si sarà già capito, per me dettagli, frammenti e ricordi sono molto importanti. Mi piace molto l’idea di raccontare attraverso elementi secondari che assumono, se collocati all’interno di una narrazione volutamente ellittica, un grande valore simbolico. Nel libro, per esempio, compare un “arbalete”. Si tratta di un oggetto che forse ho posseduto e poi dimenticato, perso, o buttato. O forse no, non l’ho neanche mai posseduto. È comunque un oggetto che nell’economia generale del romanzo assurge a simbolo di un certo tipo di rivolta esistenziale e, forse, della sua inutilità…

    È un romanzo breve, autobiografico? Ti riconosci nel Bragoni del libro? O è dedicato a qualche tuo amico scrittore?

    Per vari motivi, il libro rientra nell’ampia e variegata categoria dell’autofiction. Quel Bragoni sono io, ovviamente, e d’altra parte non sono io. Chi mi conosce sa (forse). In ogni caso, credo che i concetti di vero o falso, se applicati al racconto, assumano un valore molto diverso. O forse no, forse è proprio quello il loro valore. L’unico possibile.

    Il ritmo del romanzo è molto controllato, quasi “in sottrazione”. È una cifra che cerchi consapevolmente o è il testo a imporla?

    Ogni cosa che scrivo ha un suo ritmo, una sua voce. In Come sopravvivere alla paura, per esempio, ogni spezzone ha un punto di vista, un registro, dei tempi diversi. Ci sono parti scritte in prima persona che dialogano con brani in terza persona, quadri quasi completamente privi di dialoghi e altri totalmente affidati al dialogo. Che dire? Nel tempo sto diventando sempre più esigente, dal punto di vista del ritmo e del suono; se una cosa non mi suona bene, piuttosto non la dico (vantaggi del racconto ellittico, no?).

    Tutte queste cose dialoga in qualche modo con i tuoi lavori precedenti (Il colpo, Ghosting) o lo senti come un libro “a parte”?

      Be’, lasciando da parte il già citato Come Sopravvivere alla paura, Tutte queste cose dialoga con tutto quello che ho scritto. Alcuni eventi, situazioni, simboli, personaggi, sono ricorrenti. È un po’ come improvvisare su un tema musicale che uno non riesce a togliersi dalla testa. Variazioni e assoli sono dettati dall’impulso, dal momento, dal contesto. Il tema, invece, sta lì, come una domanda a cui non hai ancora saputo (e forse non saprai mai) dare una risposta definitiva.

      Parliamo della playlist finale colonna sonora del romanzo, molto vintage, ami la nostalgia?

        Negli ultimi anni sono diventato un pessimo ascoltatore. Un tempo scoprivo decine di nuovi album ogni anno; ormai mi rendo conto che tendo piuttosto a ri-ascoltare. Le vecchie canzoni sono sempre evocative. Anche quelle brutte. Per Come sopravvivere alla paura, per esempio, avevo creato una playlist che mi riportava nel pieno degli anni ’90, scaraventandomi nell’atmosfera del romanzo. Nel caso di Tutte queste cose, comunque, tutti i pezzi presenti nella playlist sono direttamente citati all’interno del libro. Alcuni compaiono come colonna sonora nel racconto, di altri ho tradotto i testi (mi sono anche dato alcune regole, che però non rivelerò) e ne ho inserito degli scampoli all’interno dei dialoghi o della narrazione. Una specie di gioco che mi sono imposto nell’ultima revisione. C’era poi il problema della disposizione dei pezzi nella playlist… be’, se controlli su Instagram (@tqc_book), ti accorgerai che i brani sono disposti in modo da comporre il titolo del libro… Vabbè, è più facile da mostrare che da spiegare…

        Progetti per il futuro?

          Innanzitutto vorrei pubblicare Come sopravvivere alla paura. Alcuni editori che lo hanno letto mi hanno chiesto una pesante revisione, ma non so se sono pronto a modificarlo così tanto: il libro è nato con una forma particolare, e non credo sia il caso di snaturarlo. Temo che finirebbe per diventare tutt’altro… Poi sto pianificando altri eventi di presentazione di Tutte queste cose. Per finire, sto scrivendo una specie di falso noir esistenzialista ambientato a Malta. Anche in questo caso si tratterà, almeno in una certa misura, di un’autofiction.

          :: Un’intervista con il Gen. Livio Ciancarella a cura di Giulietta Iannone

          16 novembre 2025

          Buonasera Gen. Livio Ciancarella, grazie di avere accettato la nostra intervista. Inizierei con una domanda di rito: si presenti ai nostri lettori, studi, pubblicazioni, attività anche non legate alla scrittura.

          Buonasera dott.sa Iannone, sono un militare in pensione, ho partecipato a sei missioni all’estero in varie aree delle quali ho approfondito la cultura e le usanze, mi piace la storia e ho pubblicato un primo libro (Sotto un cielo senza confini – storia di un bisnonno fedele all’Austria) nel 2016 che ha vinto il premio Sandomenichino, poi Intrigo in Afghanistan nel 2024 (un giallo poco giallo e molto autobiografico) e infine questo ultimo saggio nel 2025. Insegno gratuitamente Geopolitica e Storia dell’Islam e sono apicoltore, dove imparo molto da questi piccoli esserini.

          È l’autore del saggio I primi caduti della Comunità europea – Parlano i sopravvissuti di Podrute – Novi Marof. Un testo molto ben documentato che raccoglie interviste, lettere, atti processuali, foto, mappe. Perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?

          Grazie. Ho constatato che nessuno aveva mai sentito i diretti testimoni di un fatto cruento del 1992, i parenti delle vittime, i sopravvissuti e persino la parte che ha aggredito. Inoltre c’era molta incertezza sui dettagli dell’evento.

          E come ha raccolto le fonti? Quanti anni ci ha messo?

          Un paio di anni. Le interviste sono state un lavoro faticoso perché doveva essere personalizzato e mi interessava coinvolgere più persone possibile. Le fonti principali sono stati gli atti processuali dei tre gradi di giudizio di un evento che ha fatto giurisprudenza nel diritto internazionale, poi le testimonianze dirette, poi i documenti disponibili online comprese le dichiarazioni fatte ai media serbi, infine alcuni dettagli tecnici e cronologici ricostruiti con il confronto delle fonti.

          Nell’introduzione scrive che per un soldato peggio della morte è la perdita della memoria, che i fatti siano distorti, occultati o dimenticati. Pensa che sia un sentimento diffuso tra i militari?

          Non lo penso, ne sono certo. Questo deriva da anni della mia vita dedicati a svolgere missioni militari all’estero e dal confronto con le memorie di altri veterani in altri contesti. Vede, perdere la vita non è nulla in confronto all’abisso di essere considerati inutili dopo mille sforzi profusi.

          Il libro riapre una pagina dolorosa, l’abbattimento dell’elicottero della Comunità economia Europea (diventerà UE solo il 7 novembre 1993 a Maastricht) del 1992. Cosa successe davvero il 7 gennaio del 1992?

          Nel 1991 venne avviata la ECMM (European Commission Monitor Mission), una missione disarmata accettata dalle parti che doveva monitorare i tentativi di comporre il conflitto appena scoppiato in Jugoslavia. In quella data un nostro elicottero completamente bianco venne intercettato e abbattuto da un MiG 21 federale (jugoslavo) causando la morte di cinque osservatori, quattro italiani e un francese.

          Una storia poco conosciuta se vogliamo, cosa hanno cercato di nascondere? Un incidente o un atto deliberato di Belgrado?

          I mandanti sono stati sottoposti a giudizio in contumacia e giudicati colpevoli di strage e crimini di guerra in Italia e in Croazia, non c’è dubbio sulla intenzione deliberata. Più controverso è capire i motivi per cui questo sia stato fatto: inizialmente si era cercato di far ricadere la colpa sui Croati, poi che si fosse trattato di un tragico errore. Esistono molte teorie sui motivi, ma nessuna ha messo la parola fine a questa storia. Forse succederà in futuro, forse no, io ho fatto le mie considerazioni raffrontando il clima e gli eventi contestuali.

          È in fondo anche una storia di memoria negata, verso le vittime e l’opinione pubblica. Che conseguenze avrebbe potuto avere?

          Viviamo in un mondo di ipocrisie, esaltiamo l’integrazione, ma non sappiamo rendere merito a chi si è speso per questo. Beninteso le medaglie nazionali ci sono state, ma manca ancora un riconoscimento dalla UE per i suoi primi caduti, quasi che una malcelata e incomprensibile real politik impedisca di farlo. Mi ha poi amareggiato constatare la differenza di trattamento per i figli dei caduti in Francia e in Italia, due pesi e due misure indegni di un continente che si dice unito. I conti con la storia possono venire tardi, ma vengono sempre.

          E per quale ragione fino a oggi i testimoni, o chi partecipò all’abbattimento dell’elicottero con gli osservatori della Comunità Europea fanno ancora così fatica a parlare e raccontare la verità? Come se lo spiega?

          Per i Serbi questo evento costituisce un grande imbarazzo: da un lato si vorrebbero lasciare alle spalle gli orrori ed errori della guerra, dall’altro il partito dei veterani costituisce ancora una forza elettorale influente. Nonostante due tentativi con amici storici non ho da loro avuto risposta alle mie domande che ho comunque pubblicato, con riscontri dai media, in attesa di una futura edizione partecipata. Per i colleghi italiani la ritrosia è meno nettamente spiegabile: vi sono casi rispettabili di rifiuto a riaccendere il dolore e vi sono stati casi di pubblicazione negata a intervista conclusa, come se non si dovesse parlare di certe cose. In parte è una ritrosia tipica di chi ha visto la morte, in parte è timore di conseguenze, quali poi non sono riuscito a capirlo.

          Grazie della disponibilità, e se le posso chiedere ha nuovi progetti di scrittura in corso?

          Credo che prossimamente lavorerò a un romanzo semiautobiografico ambientato in Libano, una storia d’amore e guerra intrecciata coi luoghi dove il tempo è ciclico (aion), “Il cielo del Libano”. Che gliene pare? Grazie a voi e buon lavoro.

          :: Un’intervista con Marina Visentin, autrice di A mani nude, a cura di Giulietta Iannone

          1 novembre 2025

          Bentornata, Marina, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Dopo Aurora, sei tornata a un tuo personaggio seriale, Giulia Ferro, di cui hai già pubblicato Cuore di rabbia e Gli occhi della notte, con SEM. A mani nude è il terzo episodio della serie che esce con Laurana editore, nella collana Calibro 9. Come è cresciuto il personaggio di Giulia? Sta facendo pace con il passato e con la figura del padre? C’è meno rabbia in lei, un’apertura verso una riconciliazione?

          Sì, il personaggio di Giulia è certamente cresciuto, è cambiato, pur mantenendo ovviamente i tratti fondamentali della sua personalità. Ha cominciato a fare i conti col proprio passato e a esplorare, in qualche misura, la possibilità del perdono, nei riguardi degli altri – di chi le ha fatto del male – e soprattutto di se stessa.

          Un percorso, un cambiamento che io avevo in mente fin dall’inizio. Perché Cuore di rabbia, Gli occhi della notte e adesso questo terzo episodio, A mani nude, nella mia testa sono nati tutti insieme alcuni anni fa. Poi ognuno di questi libri ha avuto bisogno del suo tempo di incubazione, naturalmente, e ognuno racconta una storia specifica, che ha un suo inizio, un suo svolgimento e una conclusione. Però ogni nuova indagine per Giulia Ferro vuol dire in qualche modo indagare anche su se stessa, sul proprio passato, sulla propria vita, sul senso da dare alle cose. Quindi, al di là dei singoli delitti su cui di volta in volta si appunta l’attenzione della nostra vicequestora e quindi del lettore, quello che viene raccontato nei tre libri è anche la storia di Giulia Ferro: una donna segnata da un passato molto complicato, che l’ha resa da una parte estremamente forte, abile nel suo lavoro, molto rispettata, forse anche un pizzico cinica, e dall’altra un’anima ferita che non riesce a trovare pace perché le ferite, i dolori, le sofferenze che hanno costellato la sua vita fin dalla prima infanzia sono ancora impressi nella sua carne, nel suo animo, come cicatrici che non si lasciano semplicemente cancellare con un colpo di spugna.

          Gli anni di piombo, la lotta armata rivoluzionaria, il periodo delle stragi, sono una ferita ancora aperta della storia italiana, con cui forse non si è ancora venuti a patti. C’è stato come una sorta di oblio, quasi si facesse fatica a metabolizzare quel periodo. Perché hai scelto di parlarne nei tuoi libri e hai scelto un passato così ingombrante per la tua protagonista? Questo conflitto generazionale ti serviva anche per raccontare una pagina così tragica della nostra storia con più partecipazione emotiva?

          Gli anni di piombo erano già presenti nel primo romanzo della serie, anche se là si trattava soltanto di un accenno. Quando ho immaginato la mia protagonista, ho avuto bisogno di immaginarla tutta intera, con tutte le caratteristiche, gli elementi, i dettagli della sua vita, anche quelli che nel primo romanzo non sarei riuscita a sviluppare. Però io avevo bisogno di averli già in mente tutti, di avere in mente tutta la sua storia, il suo passato, la storia della sua famiglia. Una storia pesante, proprio perché figlia di quell’epoca, dei drammi, delle ombre, delle contraddizioni di quel periodo storico. Un passato ingombrante, certo, e la protagonista ha bisogno di rielaborarlo, di affrontarlo e può farlo solo riprendendo i contatti con suo padre, affrontando quel conflitto che per molti anni è rimasto sepolto come fuoco sotto la cenere.  Posso aggiungere che questi argomenti non sono emersi casualmente in questi miei ultimi libri: sono temi per me importanti e sono anni che ci dedico tempo, leggendo e approfondendo. Si tratta di pagine drammatiche della nostra storia, come tu giustamente dici, ed è qualcosa di cui bisogna continuare a parlare. Perché noi tutti siamo in qualche modo figli di quell’epoca, di quel sogno rivoluzionario spesso tragicamente scivolato nell’incubo degli anni di piombo.

          Ci sono spunti autobiografici, o storie che hai sentito raccontare che ti hanno influenzata?

          No, di spunti autobiografici non ce ne sono in questo romanzo, e non ho nemmeno ricostruito casi o vicende particolari di quegli anni, però ho studiato in modo approfondito quel periodo storico e, per chi lo conosce, non sarà difficile ritrovare tutta una serie di dettagli storici specifici, dal rapimento di Carlo Saronio alla sparatoria alla cascina Spiotta durante il sequestro Gancia, giusto per fare due esempi concreti. Come dicevo, è un tema che da un punto di vista soprattutto etico mi interpella molto, quello della lotta armata, sono anni che ci dedico letture e riflessioni.

          C’era chi ci credeva, e chi ha cavalcato l’onda per motivi che esulavano dagli ideali, e dalla fede politica. Senza entrare troppo nei dettagli della trama, come hai affrontato questo divario?

          Mettendo in scena personaggi diversi, che hanno seguito a volte traiettorie esistenziali radicalmente diverse, pur avendo magari iniziato da giovani nello stesso identico modo. Anche qui non ho ricostruito specifiche parabole esistenziali, ma ho pescato qua e là elementi veri, storie reali e le ho cucite insieme immaginando personaggi che potessero rappresentare le diverse sfumature della cosiddetta militanza. Sfumature a volte anche radicalmente opposte, tra afflato ideale e mero opportunismo, assoluta onesta morale e bieca malafede.

          Quanto c’è di Milano reale e quanto di immaginario nella rappresentazione dei suoi quartieri? Come hai scoperto l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo? Come scegli i dettagli storici da inserire senza appesantire la narrazione?

          La Milano che racconto nei miei libri è assolutamente reale, sia la Milano di oggi sia la Milano del passato. Quindi la storia di Milano, l’utilizzo delle vie d’acqua per portare i marmi con cui è stato costruito il Duomo, è una notizia storica, come lo sono tutti gli altri dettagli che ho inserito dentro la narrazione, sia parlando dei navigli, sia parlando del cimitero monumentale, sia descrivendo altri scorci, altri quartieri, altre vie, piazze e palazzi di Milano. Io amo molto descrivere Milano e cerco di essere sempre molto precisa e documentata. Poi è chiaro che qualche libertà bisogna a volte prendersela. Faccio un esempio: al cimitero monumentale tutto quello che ci ho messo dentro, che trovate nelle pagine del mio libro, è assolutamente vero, reale, non ho inventato nulla. Però ho giocato un po’ con la topografia, spostando alcune tombe, collocandole più vicine di quello che sono nella realtà, semplicemente per riuscire a dare un’idea dell’atmosfera con un rapido colpo d’occhio, in modo che anche il lettore che non conosce il cimitero monumentale di Milano, perché non ci ha mai messo piede, sia in grado di cogliere le caratteristiche essenziali di questo museo a cielo aperto che in qualche modo si presenta come una città nella città. In generale, tutti i dettagli storici che si trovano nei miei libri e che riguardano Milano sono assolutamente realistici e autentici. Ma la scelta di utilizzare un’immagine invece che un’altra, di raccontare uno specifico aneddoto, di mettere in primo piano un dettaglio e magari un po’ in ombra un altro, non ha a che fare con il realismo ma con precise scelte narrative. Sono scelte chiaramente funzionali al racconto, al fatto di esaltare un certo tipo di atmosfera invece che un’altra. Insomma, come sempre nei miei romanzi, anche in questa terza avventura di Giulia Ferro la realtà si mescola con l’immaginazione.

          Sei un’esperta di cinema, ci sono film che ti hanno influenzata nella stesura di questo romanzo? Sarebbe bello anche un parallelo tra la tua Milano e la Milano scerbanenchiana di Venere Privata (penso al film del 1970 diretto da Yves Boisset).

          Sì, mi occupo di cinema da tanti anni e sicuramente la mia abitudine a consumare immagini in movimento influenza il mio modo di scrivere, e quindi ha influenzato questo romanzo come tutti gli altri romanzi e racconti che ho scritto nella mia vita. In specifico, devo dire che no, per quanto io apprezzi tantissimo i romanzi di Scerbanenco, non mi riconosco tanto in quel tipo di immaginario. Piuttosto, proprio nel periodo in cui stavo più o meno completando la stesura di A mani nude, ho riletto i romanzi di un altro autore milanese, che amo molto: Renato Olivieri. E ho deciso di rendergli omaggio ambientando una parte del mio romanzo esattamente in quella Milano borghese e sorniona tra via Bianca di Savoia, via Anelli e via Beatrice d’Este che fa da sfondo a Maledetto Ferragosto, un romanzo del 1980 che vede protagonista il commissario Ambrosio (portato al cinema da Ugo Tognazzi ne I giorni del commissario Ambrosio di Sergio Corbucci).

          Tra tutti i personaggi secondari, c’è qualcuno che ti ha emozionato o divertito particolarmente mentre scrivevi? A me è piaciuto molto Vitalo (ma anche la sua ex, madre di suo figlio) e Alfio Russo.

          Alfio Russo ormai non lo definirei più neanche un personaggio secondario. Certo, viene dopo rispetto alla protagonista, Giulia Ferro, ma è talmente presente da essere indispensabile.  E sì, parlare di Alfio Russo, immaginare i dialoghi fra lui e Giulia Ferro è sempre emozionante, sempre molto divertente. Parlando in specifico di A mani nude, forse è il personaggio di Vitalo quello che più mi ha coinvolto. Vitalo è un vecchio amico del padre di Giulia Ferro e, come Rino Ferro, ha avuto un passato nella lotta armata, anche se non ha ucciso nessuno, però ha creduto, almeno in quel particolare periodo della sua vita, che attraverso la violenza sarebbe stato possibile un cambiamento della società, un cambiamento positivo. Ha creduto nella possibilità di una rivoluzione in grado di eliminare le tante intollerabili ingiustizie che allora, come oggi, contraddistinguono la realtà che ci circonda. Vitalo è una persona che ha fatto tanti errori nella sua vita, ma è sempre rimasto un idealista, una persona estremamente buona, incapace di voltarsi dall’altra parte quando vede un’ingiustizia. Una caratteristica che finisce col metterlo nei guai, per l’ennesima volta della sua vita. Proprio questa ambiguità, questa doppia valenza – intenzioni buonissime che però possono dare adito a errori dalle conseguenze tragiche – era quello che mi interessava raccontare quando ho deciso di mettere in scena il personaggio di Vitalo.

          Pensi che il noir possa essere uno strumento efficace per raccontare la memoria storica?

          Sì, certo, il noir è uno strumento estremamente efficace per descrivere il mondo, la realtà che oggi ci circonda, ma anche il mondo da cui veniamo, la storia da cui proveniamo. Un delitto è in qualche modo una lente di ingrandimento che ci permette di vedere meglio tutto ciò che c’è intorno. Per questo un’indagine è sempre anche un modo per scavare nelle ombre, esplorare gli angoli non immediatamente visibili, scoprire ciò che a un primo sguardo può non essere evidente. E questo vale a maggior ragione se parliamo del passato, e quindi della memoria storica. Io credo tantissimo nell’importanza di coltivare la memoria, preservarla, rispettarla. Tenendo conto che senza memoria, sia come singoli individui, sia come società, rischiamo di perdere la nostra identità.

          Quanto lavoro richiede la costruzione dei dettagli investigativi e procedurali nel romanzo? Ti sei avvalsa della consulenza di veri vicequestori, giudici, semplici poliziotti?

          Sì, io cerco sempre di documentarmi il più possibile, ogni volta che scrivo un libro, anche “interrogando” amici poliziotti, giudici e avvocati. Però è vero che – e questo me lo ha detto un amico scrittore, ex poliziotto ormai in pensione – se tu metti in un libro un’indagine esattamente così com’è nella realtà, il rischio è che sia noiosissima. Nel momento in cui un’indagine la descrivi in un romanzo, devi per forza reinventarla, rimontarla, raccontarla tradendo in qualche modo la realtà. Però questo non deve voler dire tradire la fiducia del lettore. Insomma, se da una parte è giusto e sacrosanto prendersi delle libertà, perché sennò probabilmente il risultato sarebbe veramente indigesto per chi legge, al tempo stesso non si può neanche prendere in giro il lettore. Io non amo particolarmente, neanche da lettrice, le descrizioni dettagliate di autopsie e in generale vedere l’indagine dal punto di vista della polizia scientifica, quindi questo è un tipo di dettaglio che nei miei romanzi c’è abbastanza poco. Preferisco ragionare sui moventi dei personaggi, approfondire le psicologie, piuttosto che occuparmi di intercettazioni, impronte, balistica o esami del DNA. Tuttavia, se ho bisogno di inserire dettagli di questo genere, naturalmente faccio in modo che siano il più possibile realistici. E controllo tutto ricorrendo al parere di qualche esperto, tutte le volte che è necessario.

          Hai mai pensato di scrivere un prequel su uno dei personaggi “del passato” degli anni Settanta? Magari proprio una storia incentrata sul padre di Giulia?

          Sinceramente, più che a un prequel avrei pensato a uno spin-off, perché una delle cose che ogni tanto mi viene voglia di fare è prendere Alfio Russo e trasformarlo a tutti gli effetti nel protagonista di una storia. Certo, anche un romanzo incentrato sul padre di Giulia potrebbe essere estremamente interessante, però non lo so, sono ancora molto in dubbio. Quando ho iniziato a scrivere Cuore di rabbia avevo già in mente l’intera trilogia, sapevo già dove volevo arrivare, avevo in mente tutto il percorso che avrebbe dovuto fare il mio personaggio. E avevo anche preso in considerazione che questo fosse l’ultimo romanzo e la storia di Giulia Ferro finisse qui. Adesso sono un po’ incerta. In realtà in questo momento non mi sento pronta ad abbandonare questo personaggio e quindi vorrei continuare, esattamente in quale direzione è proprio il dibattito che ferve in questo momento nella mia officina di scrittrice.

          :: Un’intervista con Isabella Zani, traduttrice italiana di “La vedova di Hong Kong” di Kristen Loesch, a cura di Giulietta Iannone

          26 ottobre 2025

          Benvenuta Isabella, e grazie di averci concesso questa intervista che verterà sul suo lavoro di traduzione di un libro molto particolare e per certi versi anche davvero complesso come La vedova di Hong Kong. Mentre lo leggevo mi è venuto spesso in mente di poterle fare delle domande per aiutarmi a comprenderlo e soprattutto a capire meccanismi narrativi che a volte sfuggono alla stessa autrice. Si può dire che anche il traduttore è un medium, parla con gli spiriti, si è sentita così mentre lo traduceva?

          Grazie a voi per l’invito e, per cominciare, tra “malati” di libri e di lettura direi di darci del tu.

          È senz’altro vero che il traduttore sia un medium, nel senso etimologicamente più stretto di “intermediario” tra una lingua e un’altra. Rispetto a chi pratica lo spiritismo, però, il traduttore di narrativa gode del grande vantaggio di poter guardare dentro un oggetto molto meno misterioso di una sfera di cristallo o di uno specchio oscuro, cioè il libro, o meglio il testo; e di avere a che fare con entità, i personaggi, non sempre trasparenti ma creati per essere leggibili. E questo anche quando ha a che fare con autori che non ci sono più, perché ogni scrittore che valga lascia un’eredità di senso interpretabile nei mondi che ha creato.

          Tu credi al soprannaturale, anche non dogmatico? Conoscevi la spiritualità cinese, tutte quelle leggende legate agli spiriti, agli dèi, al mito? Come ti sei documentata mentre traducevi? Ci sono pagine che hai letto per assorbirne il ritmo, la cadenza, il meraviglioso?

          Questa non è una domanda, bensì addirittura tre, alle quali proverò a rispondere con ordine e con onestà. Come persona no, non credo al soprannaturale in nessuna versione, quale che sia l’etichetta con cui viene presentato. Come traduttrice però devo credere a tutto, dato che il mio compito non è giudicare le scelte narrative dei miei autori bensì presentarle ai futuri lettori delle mie traduzioni come plausibili, esteticamente ed emotivamente.

          Sempre come persona, no, non possiedo una formazione legata alla spiritualità orientale in genere, e traducendo questo romanzo mi sono documentata quand’era necessario come sempre faccio svolgendo il mio lavoro: tramite le fonti reperibili in rete o in biblioteca, e con l’aiuto di colleghi ed esperti nei settori rilevanti. Come traduttrice non solo devo credere a tutto, ma devo anche capire tutto, per poterlo restituire con qualche credibilità; tuttavia accorgersi di non sapere cose, e doverle imparare, è una delle grandi gioie del mestiere.

          Infine, se per “letto” si intende “letto ad alta voce”, no, non è una mia abitudine mentre lavoro, perché di norma una scrittura felice è in grado di suonare la propria musica originale stando sulla pagina, e di accompagnare il traduttore alla ricerca di un’equivalente (che non significa identica) musica dell’italiano… o almeno questo è l’intento, poi saranno i lettori a giudicare se riuscito o meno.

          Il romanzo attinge profondamente alla spiritualità cinese, al culto degli antenati, alle leggende locali di Hong Kong. Come hai gestito la resa in italiano di questi concetti, così specifici ma anche universali? Hai sentito il bisogno di “spiegare” o hai preferito lasciare una certa aura di mistero?

          È un tipo di decisione in cui di norma ci si lascia guidare dal testo. Questo romanzo è ambientato perlopiù in specifici luoghi della Cina e animato da personaggi cinesi, ma è scritto in inglese, quindi in un certo senso anche l’autrice aveva già “tradotto” le vicende – sia pure di fantasia – dalla lingua in cui si sarebbero svolte alla propria, e per questo ha inserito delle spiegazioni nel processo di scrittura dove lo sentiva necessario; in questi casi il mio lavoro può limitarsi alla “normale” resa in italiano. In altri, dov’è l’autrice a decidere di usare dei termini cinesi (o presi da altre lingue) senza tradurli e lasciare al contesto il compito di chiarirli, ho fatto la stessa cosa, in modo che le dosi di mistero presenti nell’originale e nella traduzione si equivalessero. Il lettore desideroso di approfondire un qualunque elemento del testo ha senz’altro a disposizione molti modi rapidi di soddisfare la propria curiosità.

          La vedova di Hong Kong è intriso di un’atmosfera sospesa, quasi rarefatta, dove il confine tra reale e sovrannaturale è labile. Com’è stato per te abitare questa soglia durante il lavoro di traduzione? Hai mai avuto la sensazione che le parole ti stessero portando da qualche altra parte, oltre la pagina?

          L’ho avuta spesso ma per un motivo totalmente personale, legato alla mia biografia. Avevo una carissima amica che era di genitori europei ma che per un caso del destino era nata e aveva vissuto a lungo a Hong Kong, e conosceva la Cina continentale. Nel corso della nostra amicizia mi ha raccontato molto spesso di quei luoghi, dei loro abitanti e della loro cultura, con cui era cresciuta in contatto strettissimo; ora questa persona è scomparsa da diversi anni, ma per tutto il tempo della stesura e della revisione del romanzo tradotto ho sentito la sua voce e i suoi racconti risuonarmi dentro molto nitidamente, e ho avuto l’impressione di passare dalle pagine a un luogo del cuore dove io e la mia amica siamo ancora insieme. Penso che il romanzo le sarebbe piaciuto molto.

          Lo potresti definire un romanzo post-coloniale? È un genere che leggi o frequenti?

          La mia esperienza in questo senso si limita alla traduzione, ormai risalente a due decenni fa, di un bel romanzo dell’autore nigeriano Chris Abani. Se vale la definizione per cui è letteratura post-coloniale quella prodotta da autori nati nei paesi che hanno subito la colonizzazione europea, ma scritta nella lingua dei colonizzatori, tenderei a escludere La vedova di Hong Kong, da questo ambito. Semmai lo ascriverei a quello più ampio delle storie di fuga e sradicamento, condizione che nel libro non riguarda solo la protagonista Mei.

          Il romanzo può essere definito anche un romanzo gotico con venature horror, benché molto leggere. C’è stata una scena che ti ha fatto veramente paura? O pensi anche tu che più dei fantasmi vendicativi fanno paura la soppressione della memoria, lo sradicamento culturale, la violenza dei vivi?

          Più che davanti alle scene sanguinose, le mie personali paure si risvegliano davanti a quelle di separazione forzata e di lutto, perché rievocano sensazioni note contro cui la pagina scritta costituisce una protezione molto fragile. Ma se si esce dalla dimensione individuale, mi sembra innegabile che tutto ciò che gli esseri umani riescono a fare ad altri esseri umani nella realtà senza, a quanto pare, trarre alcun moto di redenzione da millenni di carneficine e delitti efferati, sia molto più spaventoso di qualunque violenza immaginata e narrata.

          Il romanzo intreccia con eleganza passato e presente, vivi e morti, spiriti e memorie. Come sei riuscita a fronteggiare le tre linee temporali, a capitoli alternati, con cui è scritto il romanzo? L’hai tradotto consequenzialmente o diviso in blocchi temporali?

          Indipendentemente dalla struttura, traduco ogni romanzo da lettrice, per così dire: cercando di saperne il meno possibile prima di cominciare il lavoro e procedendo di pagina in pagina senza salti perché voglio farmi sorprendere, e al limite anche confondere. È sempre possibile tornare indietro e fare delle modifiche se ci si accorge che qualcosa che succede “dopo” influenza la resa di qualcosa che è successo “prima”; come traduttrice mi è già accaduto di tradurre romanzi dalla struttura non lineare, e a rischio di sembrare un disco rotto, ripeto che un buon testo aiuta sempre a riannodare i fili.

          La lingua originale, l’inglese dell’autrice, è profondamente influenzata dalla cultura cinese. Come si restituisce questa doppia anima – occidentale nella forma, orientale nel respiro – in una terza lingua, l’italiano?

          A me pare che in questo romanzo la cultura cinese influenzi, più che la lingua, le caratteristiche dei personaggi e il modo in cui interagiscono tra loro; la sintassi è senz’altro inglese, benché l’ambientazione sia orientale e l’autrice abbia una formazione da slavista. Semmai la resa in italiano ha dovuto tenere conto di un certo gusto per le metafore legate appunto alla cultura cinese: “la bocca come una prugna salata”, “la faccia rossa e lucida come una busta di Capodanno”. Pochi di noi hanno assaggiato una prugna salata, o visto una busta di Capodanno, ma non sarebbe stato corretto ridurre le similitudini a qualcosa di più familiare, perché fanno parte del mistero di cui si diceva più sopra e sono lontane per noi come lo sono per il lettore di lingua inglese.

          Cosa è stato più difficoltoso durante la traduzione del libro? C’è qualche parte che hai affrontato davvero come una sfida? Di cosa sei più soddisfatta?

          Affronto ogni traduzione come la sfida di restituire al lettore italiano la stessa esperienza estetica, in senso letterario, che il testo mi porta a immaginare abbia provato il lettore di lingua originale. Nel caso della Vedova di Hong Kong forse una difficoltà è stata quella di fare attenzione a evitare di introdurre nel mio testo elementi estranei all’ambientazione. Per esempio i funghi “orecchio di Giuda” (in inglese cloud ear)sono diventati semplici “funghi orecchio”: in inglese il problema non si poneva, ma in italiano il riferimento evangelico sarebbe risultato incongruo in bocca a un personaggio cinese. In generale direi che sono soddisfatta dell’equilibrio che mi pare di aver trovato tra il lessico e il modo di esprimersi di Mei bambina e quelli di Mei adulta, anche se il merito non è solo mio; non c’è traduttore che non debba ringraziare i suoi revisori, quando sono stati attenti e precisi come nel caso di questo libro.

          La scrittura di Kristen Loesch è poetica, quasi musicale. Come hai lavorato per conservarne la musicalità in italiano, evitando l’eccesso di lirismo ma senza tradire la delicatezza dell’originale?

          Desolata, ma qui torna il disco rotto: ogni buon testo prende per mano il traduttore, gli dice come vuole essere tradotto, si tratta solo di ascoltarlo. Se non c’è eccesso di lirismo nella mia versione è perché non eccede l’originale; se c’è la giusta delicatezza è perché era già “giusta” prima, e si trattava solo di individuarla e restituirla. Come questo avvenga non è facile da spiegare; c’entrano sicuramente la personale sensibilità per la lingua di partenza, la padronanza della lingua di arrivo, l’esperienza man mano che la si accumula, ma anche un elemento “medianico” di cui in effetti ogni traduttore capace è dotato ma che difficilmente riesce a descrivere a parole, forse anche perché non si manifesta in ciascuno allo stesso modo.

          Mei attraversa decenni, guerre, lutti, metamorfosi. Tu che l’hai “accompagnata” parola per parola, come descriveresti il tuo rapporto con questa protagonista? Ti è rimasta dentro, alla fine? O c’è un altro personaggio, anche minore, che ti ha particolarmente colpita e ti ha arricchita mentre traducevi le sue vicende?

          Con questa protagonista ho avuto un rapporto ambivalente, nel senso che alcune sue collere e rigidità nei confronti del prossimo, pur essendo giustificate dalle sue molte esperienze tragiche, talvolta mi parevano eccessive; ma con i personaggi ben scritti succede sempre di aver voglia di abbracciarli e di prenderli a scrolloni contemporaneamente, di salvarli dalle circostanze ma anche da sé stessi. Poi devo confessare un affetto particolare nei confronti del personaggio di Madame Volkova, la bottegaia russa, profuga e dolente come Mei, che a quanto sembra non si lascia consumare dalla rabbia e crede fermamente nella possibilità di ritrovare qualche piccola gioia nell’esistenza. Leggerei e tradurrei volentieri il romanzo della sua vita.

          Cosa speri che i lettori italiani sentano o scoprano, anche solo tra le righe, grazie al tuo lavoro?

          Quello che spero con ogni traduzione: che il mio lavoro gli faccia scoprire una storia che valeva la pena di leggere, che gli faccia compagnia e gli lasci un bel ricordo. A un romanzo non si può chiedere molto di più; non sono tutti destinati a cambiare il mondo o la storia della letteratura, ma se per qualche tempo ci spalancano davanti agli occhi uno scenario diverso da quello di una quotidianità che può essere anche difficile, e ci fanno battere il cuore, hanno già fatto molto.

          Dopo aver attraversato questa storia di spiriti, vendette, madri e figlie, è cambiata in qualche modo anche la tua idea di “memoria”? Cosa ci resta davvero, secondo te, quando tutto sembra perduto?

          Credo che per ognuno la memoria sia una faccenda molto personale, che va anche protetta con qualche pudore. Se è vero, come ci ha insegnato Shakespeare, che “tutti i nostri ieri” servono solo a illuminare la strada verso la morte, è anche vero che tutto sommato stare al mondo significa accumulare ricordi, belli, ordinari e tremendi; penso sia bene tenerceli stretti perché è di quelli che siamo fatti, e nei momenti in cui tutto sembra perduto credo cha la memoria anche di un solo momento felice possa fare da motore alla speranza che un mondo più giusto esista, e che ciascuno di noi possa darvi un contributo anche solo vivendo una vita sincera.

          :: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, autore di 81280JL, a cura di Giulietta Iannone

          16 ottobre 2025

          Benvenuto Lorenzo, e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Il tuo nuovo libro, edito da Edizioni Spartaco è un romanzo impegnativo, forse il tuo più complesso: l’affresco, seppure alternativo, di un’epoca, una controstoria underground, sotto acido si può dire. Ma non solo, un ritratto corale, con tanti e tanti personaggi, i più disparati. È difficile definire il tuo nuovo romanzo, o imbrigliarlo in una categoria o in un genere, soprattutto guardando alla letteratura italiana, pochi osano tanto. Da dove nasce l’idea? C’è stato un momento preciso che ha fatto scattare la scintilla?

          Grazie a voi per l’ospitalità. Dunque, credo che la scintilla sia stato l’ascolto di A day in the life dei Beatles in un pomeriggio di parecchi anni fa, a Ferrara. Ho iniziato a chiedermi: se Mark Chapman non avesse sparato a John Lennon ci sarebbe stata la possibilità di rivedere insieme i Beatles? E se sì, avrebbero realizzato altri capolavori? Da queste domande ho iniziato a cazzeggiare con la mia testa. Cosa realmente mi abbia portato, passo dopo passo, a inserire nella storia così tanti personaggi e così tante situazioni è difficile da spiegare. Un amico scrittore durante una presentazione, anni fa, mi disse che avrebbe tanto voluto conoscere il mio pusher. Non so, se tra le righe, questo possa dipanare la matassa di come funziona il mio cervello. Scherzi a parte: sì, credo che la scintilla sia stata A day in the life… I saw a film today, oh boy/The English Army had just won the war/A crowd of people turned away/But I just had to look/Having read the book/I’d love to turn you on… e via discorrendo.

          Partirei dal titolo, un po’ criptico, ma sveliamo subito il mistero: una data, 8 dicembre del 1980. Cosa successe?

          Mark David Chapman, “Il più coglione dei coglioni”, come lo ha definito Paul McCartney, si è recato a New York, davanti al Dakota Building, e ha ammazzato John Lennon. Ispirato dalla lettura compulsiva de Il giovane Holden e da omini verdi dentro la sua testa che lo incitavano a compiere l’atto criminoso chiamandolo “signor Presidente”. Personalmente, credo che l’8 dicembre del 1980 sia uno dei giorni più tragici del Novecento.

          Hai immaginato una controstoria degli anni ’80: quanto c’è di documentazione storica e quanto di invenzione narrativa in questa ricostruzione alternativa? Il romanzo si muove tra cospirazioni, geopolitica, CIA, droga, controllo mentale, telepatia… Quanto di quello che racconti credi sia vicino alla verità storica?

          La documentazione storica è stata importante, fondamentale. È servita per ricamarci sopra la narrazione. La guerra civile libanese, le ingerenze israeliane in Libano, la compravendita di ebrei tra Romania e Israele, i campi di addestramento a Aden, gli ospiti del Chelsea Hotel, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il South Bronx messo a ferro e fuoco: è tutto vero. Ma anche fatti minori, che apparentemente potrebbero risultare di finzione, sono reali. Per esempio, la scena che vede Asher il Depresso fuggire dall’Afghanistan a dorso di un mulo o l’idea di mettersi dentro una cassa per andarsene dall’Asia, sono tratti da un reportage d’annata sulla Via della droga. La CIA ha realmente compiuto esperimenti telepatici e non è un segreto il fatto che i servizi segreti, non solo americani, abbiano usato (e usino) Paesi in via di sviluppo come base per il commercio di droga in Occidente. Insomma, c’è molta realtà storica, seppur i personaggi siano, in parte, inventati.

          Quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo? È stato un percorso lineare o caotico?

          Ci ho impiegato circa sette anni. Ho iniziato ad accumulare materiale, a leggere testi inerenti al periodo storico, mi sono fatto lunghe sedute di Beatles e Lennon, ho guardato documentari e film, ho abbozzato diverse scalette. Nel mentre, ho lavorato anche ad altre storie. Diciamo che il percorso è stato inizialmente lineare, poi è diventato caotico nello sviluppo centrale e poi è tornato lineare nell’ultimo anno, quando mi sono concentrato a chiudere tutti i sentieri narrativi che avevo aperto.

          Perché hai scelto John Lennon come figura centrale e simbolica di questo romanzo? Che cosa rappresenta per te? E, per il romanzo?

          Perché la sua morte ha significato la fine di una speranza: rivedere insieme i Beatles. I Beatles, più che il solo Lennon, rappresentano una parte importante della mia vita. Non sono soltanto la colonna sonora di uno dei periodi storici per me più interessanti, ma sono stati, e sono, la mia colonna sonora. Non mi stancherò mai di ascoltarli perché mi danno continue suggestioni, mi forniscono risposte. Lennon non poteva non essere centrale e simbolico in un romanzo ambientato nel 1980, culminato appunto con il suo assassinio. Tutto ruota intorno a lui e ai Beatles e a quello che rappresentano anche per alcuni protagonisti del libro.

          C’è un autore o un’opera in particolare che ti ha ispirato durante la scrittura di questo romanzo? A me viene in mente Burroughs, per esempio e le sue contaminazioni con la fantascienza.

          I libri di Robert Fisk sulla guerra civile libanese e sul Medioriente in generale. Magnifici. Bellissimi. Coraggiosi. Le impalcature letterarie di Paco Ignacio Taibo II. I dialoghi taglienti di Elmore Leonard. Il giovane Holden, naturalmente. E poi Robert Stone, Barry Gifford, James Ellroy, John le Carré, Graham Greene, Tom Robbins, Jabbour Douaihy.

          Cosa è rimasto secondo te dello spirito degli anni ’60-’70, e cosa invece si è perso per sempre?

          Si è perso tutto perché la Storia non permette repliche, o se le permette le toglie di ogni sostanza, è solo apparenza. Oggi stanno tornando di moda i pantaloni a zampa e si vedono in giro giovani con t-shirt dei Pink Floyd e dei Grateful Dead. Forse uno su cento di quei giovani sa chi fossero. Gli piace la maglietta. Gli piace la camicetta hippie. Finisce lì. La mia generazione ha gravi colpe nel non aver lasciato nulla di quello spirito. Noi, da figli di chi ha vissuto gli anni ’60 e ’70 abbiamo beneficiato dei ricordi diretti dei nostri genitori e fratelli maggiori e abbiamo custodito con stupido orgoglio quello spirito per lasciare i nostri figli solo con l’apparenza. La creatività sta morendo, e un mondo senza creatività è un mondo vuoto. Insulso. E la colpa è solo nostra.

          Come hai lavorato con Edizioni Spartaco? Il libro ha richiesto un editing lungo? A chi è stato affidato?

          Con Edizioni Spartaco si lavora sempre bene. Sono stati molto onesti. Nella versione consegnata in redazione c’era qualcosa che non andava. La storia gli piaceva, ma era lunga se non il doppio, quasi. C’erano troppi riempitivi, il linguaggio, soprattutto gli slang, era estremo, c’erano fili che andavano recisi. L’editing è stato affidato a Tiziana Di Monaco che ha fatto un lavoro da perderci la testa. A tratti ho pensato che stesse facendo qualcosa che andava oltre la razionalità umana. Sarebbe bello mostrare cosa io le ho dato e come lei lo abbia migliorato senza snaturare il perché della mia storia e il mio stile. È stato un editing eccezionale, impegnativo, strepitoso. Gli sono molto grato. E sono molto grato a Edizioni Spartaco perché 81280JL è stato un investimento immane per un editore indipendente, e realizzandolo hanno dimostrato, concretamente, di credere, ancora una volta, in un mio romanzo.

          Hai già in mente un prossimo progetto, o hai bisogno di una “disintossicazione” da questo universo?

          Un solo progetto è riduttivo. Sto lavorando a una storia di italiani emigrati in America durante la Guerra civile, a una storia che inizia nel 1945 e finisce nel 1969 alla ricerca di un diamante blu, e a diversi inediti di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. Ma sto facendo tutto con molta calma. Già pronti, usciranno l’anno prossimo, una sorta di metaromanzo che verrà pubblicato da Cafféorchidea, e un testo molto particolare dedicato alle figure dei più celebri dittatori contemporanei che verrà pubblicato dai tipi di Prospero Editore.

          :: Un’intervista con Mariachiara Lobefaro, autrice di Broken Moonlight, a cura di Giulietta Iannone

          12 agosto 2025

          Benvenuta Mariachiara su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Ho appena letto il tuo ultimo libro in uscita per Gallucci e mi è piaciuto moltissimo, per cui iniziamo. Parlaci di te, presentati ai nostri lettori.

          Ciao! Sono molto contenta che tu abbia apprezzato Broken Moonlight. Descriversi fa sempre un effetto bizzarro e incongruo, ma ci provo: insegno italiano alle superiori, e da sempre amo leggere, scrivere e viaggiare. Queste mie passioni non sono certo particolarmente originali, però le vivo visceralmente e spero di continuare a coltivarle sempre meglio.

          Broken Moonlight è il tuo secondo romanzo, un young adult ambientato a Hong Kong che unisce il romance al fantasy. Ce ne vuoi parlare?

          In realtà si tratta del terzo che pubblico, ma è il mio primo romantasy, quindi ha segnato un’incursione in un terreno parzialmente nuovo. È uno young adult, genere che amo perché secondo me trasversale, e ha come temi portanti l’incontro tra Oriente e Occidente, l’amore e la magia. In filigrana c’è un background storico che, da insegnante, mi è venuto spontaneo integrare.

          La sedicenne Vicky Middleton si è appena trasferita nella frenetica metropoli di Hong Kong e chi incontra?

          Vicky è un personaggio tormentato che si trasferisce a Hong Kong dopo aver vissuto un grave lutto. L’incontro con Sean Lau sembra quasi provvidenziale, perché lui incarna tutte le caratteristiche che potrebbero contribuire a distrarla: fascino, bellezza, mistero, dolcezza. Porta su di sé il peso di una maledizione antica, il che accentua la sindrome di crocerossina di Vicky. Il punto è che Sean è, almeno in apparenza, il ragazzo perfetto, uscito dritto dritto dai sogni della protagonista. Sembra quasi plasmato con la forza della sua fantasia, ma la realtà e i rapporti umani si riveleranno più complicati del previsto.

          Un amore interetnico, tra una ragazza inglese e un ragazzo cinese, come hai costruito quest’amore adolescenziale, inserito in un fantasy.

          In realtà mi è venuto quasi spontaneo, considerando il trascorso coloniale di Hong Kong e i suoi rapporti con l’Inghilterra. Vicky viene da una famiglia di professori innamorati dell’Oriente e Sean è bilingue, come molti a Hong Kong. Per il resto sì, senz’altro è un amore tra adolescenti, contaminato dall’idealizzazione e da un processo di scoperta reciproca.

          Come ti sei documentata per quanto riguarda le credenze, le tradizioni, le leggende cinesi?

          Alcune cose le ho apprese spontaneamente viaggiando, per altre ancora ho chiesto ai miei contatti, oppure ho utilizzato siti e libri. È stato un processo naturale e quasi fluido.

          Sei stata davvero a Hong Kong o l’hai costruita solo con gli occhi della fantasia? Il tempio di Man Mo esiste davvero, l’hai visitato?

          Amo moltissimo Hong Kong, e se non ci avessi vagabondato di persona questo romanzo non sarebbe mai nato. Avevo messo in conto di tornarci questa estate, ma non ne ho avuto il tempo. Comunque sì, l’ispirazione principale per il libro nasce proprio dalla visita al tempio di Man Mo. È un luogo straordinario, e visitandolo ho percepito che quelle atmosfere, quei manufatti e quei colori mi stessero trasmettendo qualcosa.

          Per salvarsi il protagonista deve trovare un manufatto legato a uno dei beni più autenticamente cinesi come il tè. Ti piace questa bevanda, ricordiamolo ci sono infusi rari e tè più dozzinali?

          Non sono una grande esperta o amante del tè, piuttosto negli anni ho sviluppato una dipendenza da caffeina! Durante il covid, complice il molto tempo libero, ho comprato un set per preparare il matcha…Il risultato non è stato dei più esaltanti. Quello che mi affascina, piuttosto, è il concetto di casa del tè – a Hong Kong ce n’è una piuttosto famosa che amo molto.

          Le villain beater esistono davvero? Fanno parte del folclore di Hong Kong, come le chiromanti o i negromanti?

          Sì, esistono realmente e operano alla luce del sole. Io mi ci sono imbattuta, ed è stata una grandissima sorpresa. Per noi occidentali è una nota di colore, per Hong Kong l’ordinario modo di coniugare le credenze alla quotidianità. È proprio questa disinvoltura che trovo affascinante.

          Grazie, come ultima domanda mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri?

          Ne ho diversi, almeno nella mia testa, ma preferisco non parlarne per scaramanzia… Forse la superstizione hongkonghese ha contaminato anche me. In futuro mi piacerebbe misurarmi con altri generi, come fantascienza e romanzo storico. Di sicuro le idee non mancano e spero di trovare le strade giuste per veicolarle al meglio.

            :: Un’intervista con Luca Poldelmengo, a cura di Giulietta Iannone

            15 luglio 2025

            Bentornato Luca su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Sei stato ospite su queste pagine in diverse occasioni e ora si può dire con Indagine apparente torni al noir dopo un periodo dedicato al cinema, ricordo ai lettori che sei sceneggiatore, e alla letteratura per ragazzi. Sei emozionato? Ti mancava confrontarti con il noir per grandi?

              Giulietta grazie per la gentile ospitalità.  Pur non essendomi annoiato, devo dire che mi è mancato molto il contatto con i lettori, la possibilità di condividere il mio universo con il loro.

              Indagine apparente esce per Gallucci, storica editrice romana dedicata ai libri per ragazzi, in una nuova collana, ci vuoi parlare di questo nuovo percorso.

              Gallucci, con cui ho pubblicato i miei libri per ragazzi, da tempo si sta rivolgendo anche a lettori adulti, puntando su autori di primo piano come Marino Bartoletti. In  Glifi, questo è il nome del marchio Gallucci che si rivolge al pubblico “grande”, l’editore Carlo Gallucci voleva inserire anche delle storie di genere e io ero alla ricerca di una nuova collocazione dopo la chiusura della collana Sabotage(E/O). Il resto è venuto da sé… 

              Facendo tesoro della tua esperienza come sceneggiatore, piccoli segreti del mondo del cinema, catturi fin dalle prime pagine l’attenzione dei lettori creando il giusto stato di tensione. L’incubo di tutte le mogli è che il marito non torni a casa la sera, ed è proprio quello che succede alla nostra protagonista, donna in carriera molto determinata nella professione quanto fragile nel privato. Ce ne vuoi parlare?

              Letizia Riva, la protagonista di questa storia, è una PM estremamente determinata e poco incline al compromesso, tanto da guadagnarsi il soprannome di La Stronza in procura.  Solo un uomo riesce a coglierne il lato caldo e accogliente: Aldo, suo marito, l’architrave intorno alla quale Letizia ha costruito la sua vita perfetta. Almeno di questo Letizia è convinta all’inizio di questa storia, perché le indagini che condurrà nella speranza di ritrovare suo marito la porteranno a scoprire una realtà ben diversa…

              Dunque, la sua vita perfetta, tanto meticolosamente costruita e voluta, un lavoro di responsabilità in Procura che la gratifica, un marito che tutte le invidiano, due figli cresciuti apparentemente al meglio, va in pezzi e l’unica cosa che può fare è iniziare un’indagine privata e iniziare a cercarlo? Cosa scoprirà?

              Che l’amore non ci autorizza a interferire nella vita degli altri, perché, come diceva Marx, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

              Più indaga e più scopre cose anche su sé stessa che non sospettava. Ma conosciamo davvero le persone che vivono con noi? Soprattutto quelle a cui diamo maggior fiducia?

              Ogni persona è un universo, pensare che chi ci sta accanto non possa sorprenderci, nel bene o nel male, vuol dire solo illudersi di possedere il controllo. Una certezza tanto rassicurante quanto vana…

              Come hai caratterizzato l’ambientazione del romanzo?

              Roma ha un’anima complessa, ho cercato di restituirne alcune sfaccettature. C’è la Roma Borghese di Talenti, quella popolare di Casal Bruciato, c’è l’anima brulicante della cittadella giudiziaria e la movida di Ponte Milvio.

              C’è qualche libro che ti ha ispirato nella stesura del romanzo? A chi ti sei ispirato per costruire il personaggio della protagonista?

              No, questa volta l’ispirazione della trama gialla nasce da un fatto di cronaca, tra l’altro poi profondamente mutato in scrittura e che non posso comunque rivelare per non compromettere il piacere della lettura. I personaggi invece nascono dal consueto mix di persone che conosco o che posso aver semplicemente incontrato, frullate tra loro e riassemblate assieme a fattori di pura fantasia.

              Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato nella stesura del romanzo, le parti che ti hanno creato più difficoltà?

              Quando invento una storia c’è sempre una parte giocosa: il plot, le svolte con cui spero di sorprendere e divertire il lettore, in questa piccola sfida che sono le storie gialle. Poi c’è quello di cui mi preme parlare, il motivo che mi spinge a raccontare questa storia e non un’altra. Qualcosa che ha a che vedere con le mie inquietudini di essere umano e che nel romanzo prende sempre la forma di una domanda. L’articolazione di questa domanda, la messa a nudo di questa inquietudine, è la parte più complessa da gestire.

              Hai avuto proposte di opzione per il cinema? Che attori vedresti bene per le parti dei personaggi, e a quale regista affideresti la direzione del film?

              Ancora nessun’opzione, ma c’è tempo… Ad alcuni personaggi mentre scrivevo ho assegnato un volto cinematografico, ne avevo bisogno per visualizzarli. Letizia Riva è Monica Bellucci, Ettore è Filippo Timi alla sua età, Tassin è il protagonista di the Serpent, per dirne alcuni.

              Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro. Grazie.

              Letizia forse tornerà a trovarci…

              :: Un’intervista con Reinhard Kaiser-Mühlecker a cura di Giulietta Iannone (trad. a cura di Simona Castagnoli).

              2 luglio 2025
              © Matthias Ziegler

              Benvenuto sig. Reinhard su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Mi ha davvero incuriosito leggere il suo breve profilo biografico. Lei è nato e cresciuto in Alta Austria, ha studiato Agricoltura, Storia e Sviluppo internazionale a Vienna. Ha vissuto all’estero, e ora tornato in Austria gestisce l’azienda agricola di famiglia.

              Oltre a questo, che immagino impegni molte delle sue energie, è riuscito a scrivere dieci romanzi e una raccolta di tre racconti lunghi. Lei è ancora giovane ma è come se avesse vissuto molte vite. Ci parli di sé, si racconti ai suoi lettori italiani.

              Dopo il periodo scolastico ho vissuto alcuni anni in Sudamerica (Bolivia) dove ho scoperto il mio amore per la letteratura, per la lettura e quasi subito anche per la scrittura. E come spesso succede, se si ama qualcosa, si investe con piacere energia in tale attività, oppure non ci si accorge che tale attività allo stesso tempo comporta dei sacrifici. Riguardo all’agricoltura, è sempre stata presente nel mio ambiente, e ogni volta che ero via per un lungo periodo ne sentivo la mancanza. Tuttavia, il mio essere via, la mia distanza, il maggiore tempo libero nella mia vita, sono state le condizioni necessarie per il mio rientro, dopo sei anni, nei luoghi in cui sono cresciuto. Ciò nonostante, continuo a viaggiare molto per via dei miei libri.

              Si definisce un agricoltore scrittore, o uno scrittore agricoltore?

              A me piace la parola ‘e’. Sono un agricoltore e uno scrittore. E in molti aspetti la trovo una relazione quasi ideale.

              Bracconieri (in italiano nel testo, tradotto da Alessandra Iadicicco), il suo romanzo ora edito con Carbonio Editore, è un romanzo molto particolare, con cui lei ha vinto il rinomato Bayerischer Buchpreis, ce ne vuole parlare?

              Bracconieri è la storia di Jakob, un giovane uomo responsabile di una fattoria e molto introverso. Non ha mai imparato a esprimere con parole ciò che vive nel suo mondo interiore e quindi ha delle difficoltà in questo ambito. Quando conosce un’artista e con lei crea una famiglia, la sua vita sembra all’inizio diventare più luminosa, ma successivamente le difficoltà che si porta dietro, l’assenza di parole, l’incapacità di tendere un ponte verso l’altro, si ingrandiscono sempre più.  

              Naturalmente siamo molto curiosi anche di Campi ardenti (in italiano nel testo, anche questo tradotto da Alessandra Iadicicco), il suo romanzo di prossima pubblicazione.

              Campi ardenti è la storia di Luisa, la sorella di Jakob, la quale a suo modo è altrettanto carente nell’esprimere parole, nonostante faccia tutt’altra impressione e non ne sia consapevole. Addirittura vorrebbe diventare scrittrice. Mentre Jakob non riesce a esprimersi, ma possiede un ricco mondo interiore, Luisa parla molto, ma ha difficoltà per via del suo vuoto interiore. Entrambi i libri possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro, ma gli aspetti dell’uno si rispecchiano in quelli dell’altro.  

              Immagino che ci siano anche molti elementi autobiografici nel suo romanzo, quanto c’è di lei, del suo carattere, in Jakob il protagonista? Immagino che sia una domanda che le hanno già fatto molte volte ma a me incuriosisce la parte legata alla gestione di un’azienda agricolo biologica. Ci sono delle somiglianze con la sua esperienza nella realtà?

              Certamente nel mio romanzo sono contenute molte delle mie esperienze dirette, anzi in tutti i miei libri direi. Il personaggio di Jakob mi assomiglia ma pur essendomi spesso ritrovato senza parole da bambino o da ragazzo, Jakob non è un alter ego. A volte Jacob non riesce a controllare le sue emozioni, e questo per esempio non mi capita. Per quanto riguarda la rappresentazione dell’impresa agricola, tali aspetti sono più o meno realistici. Le condizioni metereologiche hanno un ruolo principale nel libro, e naturalmente anche nella mia vita.

              Jakob è un solitario, nella solitudine esorcizza i suoi demoni interiori. Poi incontra una donna Katja, e cosa succede? Che peso ha l’amore nella sua vita?

              Direi che il mio è anche un libro sulla domanda ‘che cos’è l’amore’. C’è una definizione dell’amore? Ad un certo punto Katja dice a Jakob: ‘Tu non sai cos’è l’amore!’ Ed è come se lui ricevesse un colpo in testa per via di questa affermazione. Perché lui comunque sente di sapere cos’è l’amore. Fondamentalmente è molto difficile per Jakob far entrare qualcuno nella sua vita. Quando ci riesce però non lascia alcuna porta posteriore aperta.

              Senza svelare troppo della trama, in che misura Jakob cerca di fare chiarezza in sé stesso? Chi è davvero Jakob?

              Jakob è un personaggio contraddittorio, ma probabilmente non lo è più di ognuno di noi. E non assume alcun ruolo, è sempre senza maschera, direi quasi come un bambino. Un’altra cosa in comune con un bambino è che non pensa a se stesso.

              Lei è soddisfatto del romanzo o ci sono parti che una volta ultimato ora vorrebbe revisionare e cambiare?

              Ho scritto il libro in un periodo molto difficile dal punto di vista personale, e sono ancora molto soddisfatto che sia diventato ciò che è diventato. Una storia compatta e impenetrabile che tuttavia lascia abbastanza spazio alla fantasia del lettore. No, non riscriverei niente, non cambierei neanche una riga.

              Come è stato accolto dai lettori in Austria, al netto dei premi vinti, riceve lettere, mail, messaggi sui social di lettori che le parlano del libro?

              Il libro ha attirato l’attenzione di molti lettori. Molti sono entrati in contatto con il mio lavoro attraverso questo libro. Ho ricevuto numerose lettere e e-mail. Molti agricoltori, uomini e donne, hanno letto il libro e hanno apprezzato che ‘uno di loro’, per lo meno come mi percepiscono loro, ha raccontato del loro mondo. Ma il libro contiene anche una scena pesante, che ha allontanato alcuni lettori. Su quella scena mi sono state spesso rivolte delle domande/ critiche, spesso da persone molto irritate. 

              Grazie della sua disponibilità e gentilezza. Come ultima domanda le chiederei di dirci qualcosa sui suoi progetti futuri.    

              Qualche mese fa ho iniziato una storia più ampia, che vorrei completare la prossima primavera. E in ogni caso il mio motto è: ‘andare sempre avanti’.

              :: Un’intervista con Roberto Saporito, autore di Polimeri, a cura di Giulietta Iannone

              6 giugno 2025

              Bentornato Roberto su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. È appena uscito, per Cose Note, il tuo ultimo romanzo Polimeri, un romanzo breve molto particolare ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

              Grazie a te, questo è sempre un bel posto dove stare. L’idea è nata dalla mia ossessione, mentre scrivo, del rapporto sottile tra realtà e finzione, uno dei miei “temi” preferiti e quindi ricorrenti, ma in questo caso portata all’estremo parlando di cinema e quindi di fiction per definizione.

              Partiamo dal titolo, Polimeri, mi ha ricordato un romanzo: Il giorno della locusta di Nathanael West anch’esso una satira molto feroce sulla discarica emozionale che è l’effimero mondo del cinema dove tutto è di plastica. Hai letto quel romanzo? Ti è stato di ispirazione?

              No, non ho letto quel romanzo e nel mio caso dato che l’espressione “materie plastiche” viene spesso usata come sinonimo di polimeri, questo è un libro sulle paure di plastica (quelle finte, dei film, della fiction, ma anche del romanzo) e sulle paure di vetro (quelle reali, quelle vere, quelle che fanno anche sanguinare).

              Che altri romanzi o racconti ti hanno ispirato?

              In verità l’ispirazione non è mai diretta, non penso mai a un libro in particolare o un autore, mi sembra che tutto arrivi direttamente dalla mia mente, però poi in effetti quello che leggiamo o vediamo in un modo o nell’altro ci influenza, ma per me non è mai premeditato, forse rileggendo quello che scrivo a posteriori mi vengono in mente riferimenti, tipo, in questo caso, la Los Angeles di Bret Easton Ellis o alcune situazioni e atmosfere alla David Lynch.

              Parlaci della trama, come hai scelto il protagonista, a chi ti sei ispirato?

              Il romanzo ha per protagonista un attore italo-americano intorno ai cinquant’anni di medio successo con la carriera in ascesa che passa dal girare una serie televisiva americana importante alla pubblicità del tonno in Italia, fino all’ambizioso progetto del remake, di produzione americana, e girato a New York al posto di Roma, del film “La grande bellezza” di Sorrentino.

              Ambientato all’inizio in una Los Angeles dove accadono cose al limite del lynchiano (nel senso che sembra di essere in un film di David Lynch, come ti dicevo), dove un misterioso personaggio perseguita il protagonista senza nome della storia, dove accadano cose, per il protagonista, enigmatiche, inspiegabili, inquietanti, spaventose, e anche macabre, la storia poi si snoda tra New York, dove il protagonista incontra la figlia che non vede praticamente mai e con la quale ha un rapporto molto freddo e distaccato (forse perché separato dalla moglie, forse perché non è mai stato un padre presente), e Roma dove vive quando non è in giro per il mondo e dove farà la pubblicità per una famosa marca di tonno, lamentandosi che in Italia lo cercano solo per la pubblicità del tonno, appunto, mentre in America lo cercano per film da presentare ai Golden Globe, e, magari, alla notte degli Oscar, o per serie televisive blasonate (le serie, il nuovo vero cinema di oggi? La nuova vera letteratura, come diceva un mio amico editor?), a sottolineare come un tempo a Roma si facessero i film d’autore, mentre ora l’unica cosa importante sono diventati (solo) i soldi, e la loro velocità di realizzazione, dove il cinema non è più un faro (un esempio) per il mondo cinematografico ma un provinciale recinto di cinepanettoni, e pubblicità del tonno, appunto.

              Il limite tra realtà e finzione è molto sottile, tutti nella vita recitiamo un ruolo, sociale, famigliare, lavorativo, politico. Improvvisiamo, recitiamo a soggetto, ci costruiamo un’identità fittizia da esibire al mondo. Il tuo personaggio quando per esempio cerca di fare il padre, recita come ci si immagina un padre debba essere. Come hai analizzato questo limite?

              Penso che tutti chi più chi meno, recitiamo nella vita, magari senza neanche rendercene conto, dai rapporti personali giù giù fino a quelli lavorativi, nel libro il protagonista si sente disarmato nei confronti degli accadimenti della vita, assolutamente inadeguato nel rapporto con la figlia, e si difende recitando praticamente sempre, tentando di trasformarsi da “persona” introversa a “personaggio” estroverso, in fondo è un uomo che ha perso la capacità di distinguere il vero dal falso, il passato dal presente, e, in particolare, il personaggio dall’essere umano.

              Un romanzo noir se vogliamo, perché metti sempre sfumature nere nelle tue storie? La vita è noir?

              In verità a me le etichette non piacciono, quando mi chiedono cosa scrivo io rispondo semplicemente “narrativa letteraria”, che è un contenitore dove ci puoi mettere qualunque cosa dal noir (appunto) al romanzo esistenziale, dall’educazione sentimentale al romanzo di formazione, i generi, tutti, sono a disposizione di chi scrive, è una questione di dosaggio, ma in effetti mi piace parlare della parte “oscura” della vita, perché ne è parte fondamentale, tutti, nessuno escluso, in determinate circostanze possiamo fare qualunque cosa, anche la più spregevole. Mi piace però l’idea post-postmoderna (e qui in questa etichetta forse un po’ mi riconosco) che, dal momento che tutto è già stato detto, in scrittura tutto è permesso, come in “Polimeri” dove la storia viene raccontata alla prima persona singolare (io), alla seconda persona singolare (tu) e perfino alla prima persona plurale (noi) in una serie di capitoli dedicati agli anni Ottanta a New York.

              Il tuo personaggio sta invecchiando ha superato i cinquanta e non è facile per lui sopravvivere in un mondo dove l’apparenza e l’aspetto fisico sono preponderanti. Non si devono avere cedimenti, le rughe e i capelli grigi sono quasi una condanna. Tu come stai affrontando il tempo che passa, ti senti a tuo agio nel tuo corpo che cambia?

              In verità sì, al contrario del personaggio del mio romanzo che è ossessionato dal tempo che è passato, in questo momento mi sembra di essermi liberato da una sorta di giovinezza fittizia: mi sembra di essere stato giovane per troppo tempo, era ora di finirla, ma mentre per il personaggio del romanzo è un trauma, al limite del pensiero fisso, per me è una liberazione, appunto.

              Roberto Saporito e il romanzo breve, che legame vi lega, è la tua forma ideale di racconto?

              In verità non mi sono mai posto il problema della lunghezza, inizio a scrivere una storia e smetto di scriverla quando questa finisce di ossessionarmi e di solito il risultato, quando metto la parola fine, è un romanzo breve, ma non c’è premeditazione, succede e basta.

              Potresti pubblicare coi maggiori editori italiani, e scegli sempre piccoli editori di nicchia, ti danno maggiore libertà? Preferisci non essere stritolato dal mainstream?

              Ultimamente pubblico per editori che mi cercano, con gli ultimi due ho avuto l’onore e l’onere di inaugurare le loro collane di narrativa, e sì ho maggiore libertà e forse potrei pubblicare con una major, con tutto quello che ne comporta, ma dovrebbero darmi davvero tanti, ma tanti, soldi, e/o, completa libertà.

              Come ultima domanda, ringraziandoti della disponibilità, vorrei chiederti a che nuovo progetto stai lavorando?

              “Polimeri”, il mio nuovo romanzo, lo si può considerare il mio “piccolo” romanzo italo/americano, che potrei mettere in contrapposizione al prossimo (in lento, lentissimo, cantiere) che pomposamente, arbitrariamente e anche arrogantemente si può definire il mio “grande” romanzo italiano (forse anche per lunghezza, chissà), ed è la storia di uno scrittore italiano che da quando ha vinto il premio Strega (sei anni prima) non ha più scritto nulla e per sbloccarsi il suo editore lo fa invitare in una prestigiosa residenza per scrittori situata in un sontuoso palazzo del XVII secolo e qui incredibilmente comincia a scrivere un nuovo romanzo che diventa un testo parallelo alternando un capitolo alla seconda persona singolare (tu) dello scrittore ospite della residenza e un capitolo che è il romanzo che sta scrivendo alla prima persona singolare (io), la storia di un ricco avvocato che un giorno si sveglia e decide di cambiare vita, in un doppio livello narrativo di stampo postmoderno.

              In pratica un libro (la realtà, o quantomeno una forma di?) con all’interno un altro libro in divenire (la finzione?).

              E poi ci sono altri sette illustri scrittori ospiti della residenza che diventano un microcosmo di storie che fanno da corollario (da coro) alla storia dello scrittore protagonista.

              Ma è anche un micro spaccato del mondo editoriale (un altro dei miei temi ricorrenti e preferiti) e delle sue astruse dinamiche.

              :: Un’intervista con Tom Hofland, Il cannibale (Carbonio 2024, traduzione di Laura Pignatti) a cura di Giulietta Iannone

              31 Maggio 2025

              Benvenuto Tom su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Sei laureato in Scrittura per lo Spettacolo, sei uno scrittore e un podcaster. Parlaci di te, raccontati ai tuoi lettori italiani.

              Certamente! Abito a Rotterdam con mia moglie e due bimbi piccoli. Il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 2017 e ho scritto in totale tre romanzi, una raccolta di racconti e una novella. Il mio terzo romanzo, Il cannibale, è stato ora pubblicato in Italia. Fin ora sono molto soddisfatto dell’accoglienza italiana. Gli Italiani sono lettori molto attenti ed è molto piacevole dialogare con loro. Spero che prima o poi vengano pubblicati in Italia altri miei lavori.

              Il cannibale, che hai presentato al Salone del Libro di Torino quest’anno, è il tuo terzo romanzo. Parlaci di questo libro, a che tipo di lettori lo consiglieresti?

              Lettori che amano la weird fiction, l’umorismo nero e una punta di horror apprezzerebbero sicuramente questo libro. I lettori ai quali, per esempio, piacciono i film di Yorgos Lanthimos (The lobster) o le serie televisive come Fargo, troveranno sicuramente degli elementi comuni.

              Parlaci del protagonista, Lute, si ispira a persone che hai realmente conosciuto?

              Lute è un manager in una grande azienda farmaceutica. È molto gentile con i suoi colleghi e vuole instaurare relazioni personali con loro. Ma vuole anche fare in modo che il suo capo sia soddisfatto. In realtà è poco coraggioso, soprattutto perché non vuole ferire altre persone. Persino se le persone sono crudeli o approfittano di lui. In tali aspetti del suo carattere mi riconosco un po’. Ma il personaggio naturalmente è anche basato sulle persone, molto numerose, che seguono ciecamente i comandi, senza riflettere.

              Raccontaci un po’ della trama.

              Lute lavora come manager responsabile della qualità in una grossa azienda farmaceutica. L’azienda viene rilevata da un investitore svizzero, che dichiara che il dipartimento di Lute è superfluo. Una pillola amara per Lute: non solo deve fare in modo che decine di fedeli colleghi se ne vadano, ma riceve anche il compito di convincerli a dare le dimissioni (in modo tale che l’azienda risparmi sui costi del licenziamento). Quando Lombard, un cacciatore di teste freelance, offre a Lute i suoi servizi, questi li accetta di cuore. Lombard si prende cura di far sparire i dipendenti ad uno ad uno e Lute può lavarsene le mani e considerarsi innocente. Quando iniziano a esserci le prime morti, si rende conto di aver fatto entrare una volpe nel pollaio.

              Cosa lega Lute a Lombard? Raccontaci come si dipanano le dinamiche aziendali.

              Lute ha ricevuto il compito di liberarsi dei suoi dipendenti. È troppo buono per praticare il mobbing con loro per spingerli a dimettersi. Ma non possiede abbastanza coraggio per opporsi al suo capo e prendersi le sue responsabilità nei confronti dei suoi dipendenti. Trova una via d’uscita ingaggiando Lombard. Lombard rappresenta la personificazione del ‘capitalismo religioso’, del quale facciamo parte tutti noi. Il credo sacro del capitalismo predica che gli affari sono più importanti del resto. Lombard non ha alcuna coscienza e non capisce che cosa ciò implichi per le persone. Lute spera di preservare la sua innocenza rendendo Lombard responsabile. Ma non può sfuggire alle sue responsabilità.

              La trama ha venature horror?

              Certamente. Ma la storia contiene anche elementi umoristici in modo tale da non renderla troppo pesante o dark. Le venature horror sono spesso allo stesso tempo delle assurdità.

              Il mondo del lavoro è un mondo competitivo e molto spesso disumanizzato. Hai voluto fare una satira di queste dinamiche?

              Assolutamente. Sono convinto che abbiamo vissuto nel capitalismo talmente a lungo da non vedere più alternative. Pensiamo che questa sia la nostra natura umana, che dobbiamo lavorare molto e dobbiamo comportarci in modo brutale nel mondo degli affari. Crediamo che il ‘profit over people’ sia sacro. Ma è stato tutto ideato. Dobbiamo ritrovare la nostra umanità. Questo è il messaggio che voglio comunicare con il mio libro. Ma è più difficile del previsto se ci sei dentro. Anche io a volte vengo spinto da un desiderio di successo professionale e ricchezza. Questo perché anche io sono cresciuto, come tanti altri, nel sistema capitalistico. È molto difficile, allora, vederla in modo diverso.

              Grazie della tua disponibilità e gentilezza. Come ultima domanda ti chiederei di dirci qualcosa sui tuoi progetti futuri.

              Ti ringrazio molto! Spero di poter venire più spesso in Italia per poter parlare con i lettori, e che questi possano entrare in contatto con il mio lavoro. Il mio prossimo lavoro sarà un romanzo di fantascienza sulla perdita del corpo umano, e sulla corporeità che ci rende esseri umani.

              Traduzione a cura di Simona Castagnoli, che ringraziamo assieme al marito Wil. 

              :: Un’intervista con Auke Hulst, autore de “I bambini della Terra selvaggia” a cura di Giulietta Iannone

              23 Maggio 2025

              Benvenuto Auke su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Scrittore, cantautore, critico letterario, presentati ai tuoi lettori italiani, parlaci di te della tua infanzia, dei tuoi studi, del tuo debutto come scrittore. Sei autore di I bambini della Terra selvaggia che hai presentato al Salone del Libro di Torino. Ce ne vuoi parlare? Da cosa è nato il progetto per scrivere questo libro?

              Mi chiamo Auke Hulst e sono cresciuto nel nord dei Paesi Bassi, in un piccolo villaggio, o per la precisione un accorpamento di abitazioni senza chiesa, chiamato Denemarken, che nel dialetto locale significa “campi selvaggi”, cioè terra aspra. Mio padre è morto due giorni prima del mio ottavo compleanno e, da allora, la nostra famiglia – quattro figli, due maschi e due femmine – è rimasta in mano a nostra madre, la quale era spesso assente e piuttosto irresponsabile. Avevamo sempre debiti e altri problemi, perciò abbiamo avuto un’infanzia non facile. Da quell’infanzia nasce I bambini della Terra Selvaggia, in cui esploro che cosa significhi, per dei bambini, crescere in condizioni così insicure. Questo studio è stato il motivo principale per cui ho scritto il libro, ma volevo anche mettere per iscritto la storia della nostra famiglia: consideralo un monumento ai quattro bambini di allora.

              Un racconto intimo e universale sull’infanzia, la famiglia, e il coraggio di credere nel futuro. È un romanzo anche per ragazzi, o è rivolto principalmente a un pubblico di lettori adulti?

              È chiaramente un romanzo per adulti. Guardiamo il mondo attraverso gli occhi di Kai, il bambino che mi rappresenta, ma con la saggezza e la conoscenza dell’adulto che diventerà. Oltre ad essere un libro avventuroso e doloroso, è anche un libro filosofico e poetico. Per lo meno, lo spero.

              Dove è ambientato il romanzo? In che anni?

              La storia è ambientata tra il 1983, anno della morte di mio padre, e il 1998, quando mia madre si dileguò per andare a vivere da senzatetto in Francia. Ad eccezione dell’epilogo francese, quasi tutto il libro si svolge nella regione olandese di Groningen, un luogo peculiare: rurale e dalla situazione economica poco favorevole, ma anche la zona in cui lo Stato olandese e le grandi compagnie petrolifere hanno guadagnato enormi somme di denaro dall’estrazione di gas naturale.

              Parlaci del legame che unisce i quattro fratelli? Ti sei basato su fatti autobiografici?

              Noi quattro – mio fratello maggiore di un anno, mia sorella minore di un anno, la mia sorellina più piccola e io – siamo stati costretti dalle circostanze ad affidarci l’uno all’altro fin da piccoli. Dovevamo salvarci da soli e salvarci a vicenda; dico sempre che eravamo come un piccolo commando. Ma eravamo anche senza educazione, e si vedeva nella rudezza con cui talvolta ci trattavamo.

              La perdita del padre è un grande dolore, come l’affrontano? Questo rinsalda il loro legame?

              La cosa davvero strana è che solo molti anni dopo ho potuto riflettere davvero sulla perdita di nostro padre, perché il comportamento e le carenze di nostra madre su numerosi fronti creavano problemi più urgenti a cui pensare. So però che esisteva un legame tacito, rafforzato da quel lutto. Non solo fra noi quattro, ma anche, per esempio, con altri bambini: i miei due migliori amici d’infanzia non avevano un padre presente, e pur senza parlarne lo sentivamo.

              Sei tra i più celebri autori olandesi contemporanei. Come hai gestito questo successo? Ci sono anche ombre legate alla grande notorietà?

              I Paesi Bassi non sono particolarmente amanti della letteratura, quindi gli scrittori – perfino i più famosi, categoria alla quale non mi annovero – raramente sono celebrità. Mi accorgo però che i lettori, grazie alla franchezza del mio lavoro, si confidano facilmente durante le presentazioni o nelle lettere: è una cosa molto speciale. Non ho subito effetti negativi dalla mia modesta notorietà. Certo, fatico a confrontarmi con le recensioni, buone o cattive che siano: dopo l’uscita di un libro vorrei dormire un paio di mesi, per non doverle ricevere di volta in volta.

              Grazie della tua disponibilità e gentilezza come ultima domanda ti chiederei i tuoi progetti per il futuro.

              Accanto alla mia scrivania ho una cassettiera; su ogni cassetto c’è il titolo di un libro in preparazione. Al momento ho riempito cinque cassetti: materiale per un romanzo storico, per un libro di viaggi, un romanzo di fantascienza, un libro di memorie e un breve romanzo contemporaneo che, ebbene sì, è ambientato in Italia!

              Traduzione a cura di Simona Castagnoli, che ringraziamo assieme al marito Wil.