Bentornato Giuliano su Liberi di Scrivere. Dopo il tuo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito l’anno scorso per Fanucci – Time Crime, ritroviamo il commissario Serra nel tuo nuovo romanzo Io sono lo straniero, questa volta edito con Mondadori. Parlaci di come è nato questo tuo nuovo romanzo, da dove hai tratto l’ispirazione?
L’idea ha iniziato a formarsi all’interno del recinto di Dachau. Pensavo di scrivere un romanzo che coinvolgesse in qualche modo i campi di sterminio, tornando a tematiche legate alla Seconda guerra mondiale come in Venti corpi nella neve. Di quel progetto resta solo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi in epitome; iniziando a documentarmi (con I medici nazisti di Robert J. Lifton) ho capito che i campi di sterminio erano un punto in una sequenza, una sequenza fatta di stragi ed eccidi che hanno messo in pratica teorie che vogliono che esista una razza superiore ad un’altra e individui superiori ad altri per puro diritto di nascita. Teorie che non solo non sono estinte, ma che sembrano pericolosamente in voga anche ai giorni nostri. Di questo ho scritto, vestendo il tutto di giallo, anche se Io sono lo straniero è molto più thriller rispetto al primo romanzo.
Dall’Appennino tosco- emiliano alle colline venete del Prosecco. Variano gli scenari ma la natura è sempre al centro delle tue ambientazioni, con i suoi tempi, i suoi riti, le sue stagioni. Ce ne vuoi parlare?
Le vicende di Io sono lo straniero seguono le fasi della vite, dai nomi molto evocativi: Dormienza, Taglio, Pianto (la vite piange, sì!), Allegagione, Invaiatura, Il giusto grado di maturazione. La vite è la pianta della vita, come dice il suo nome. La sua esistenza è un ciclo che parte da una situazione di dormienza, quasi morte, e lì ritorna dopo aver generato i proprio frutti. E’ quasi un augurio alle vittime del romanzo, che per loro si apra un nuovo ciclo, che la loro morte sia solo dormienza.
Forse per la centralità del ruolo della natura, per il tuo stile poetico ed evocativo, per la tua scrittura di stampo classifico, alcuni definiscono i tuoi romanzi “gialli letterari”, affermazione che sento di condividere, già dal primo romanzo e forse ancora più per questo. Ne sei consapevole? E’ un effetto voluto, o accidentale?
Ti ringrazio. Il mio sforzo è di creare storie italiane (non “all’italiana” eh!) scritte però con uno stile molto poco italiano. Scandinavo o anglosassone, direi. La mia ambizione sarebbe arrivare a un “punto zero” di scrittura, un testo in cui tutte le parole sono necessarie tanto che basta toglierne una per far crollare l’intera impalcatura narrativa. Ambizione, appunto… devo ancora bere molto prosecco prima di riuscirci!
L’anno scorso mi dicevi che consideri il tuo primo romanzo più noir, per la centralità della psicologia di Roberto Serra, e giallo per l’enigma di cui si cerca la soluzione. Mentre Io sono lo straniero è spiccatamente più thriller?
Sono parzialmente d’accordo con me stesso (è un buon risultato). A cose fatte, devo dire che la psicologia dei personaggi è meglio delineata in Io sono lo straniero. Venti corpi nella neve è più “giallo”, il meccanismo di scoperta del colpevole è più centrale. In Io sono lo straniero sono la storia e i personaggi i veri protagonisti. E tra i personaggi, ovviamente, anche le vittime. Certo è che questa seconda storia è più dura, più nera. Più thriller, come scrivi tu.
Se vogliamo per costruire le tue trame parti sempre da avvenimenti storici, gli eccidi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale per il precedente e l’eugenetica e gli esperimenti su cavie umane per Io sono lo straniero. Che ricerche hai fatto per questo ultimo romanzo?
Una dei momenti che più amo della scrittura è… quando non scrivo! La scoperta di avvenimenti, dettagli, storie che la documentazione sottostante ai miei romanzi mi obbliga a fare. Sono partito da Lifton, già citato. E ho scoperto che Stati considerati modelli di civiltà e di welfare come la Svezia hanno applicato operazioni di “pulizia” della razza fino alla fine del ventesimo secolo, realizzando sterilizzazioni coatte su soggetti considerati di tipo B, ovvero imperfetti quindi indegni di riprodursi.
Il tuo personaggio Roberto Serra, ora commissario capo dell’ufficio immigrazione a Treviso, già in Venti corpi nella neve era uno straniero, non solo nel senso di forestiero ma un estraneo alle regole del gioco, al di fuori dei meccanismi che regolano le consolidate regole sociali.
Roberto è irrecuperabile: si sentirebbe straniero anche in casa sua. Capita un po’ a tutti, no? E’ il senso del titolo il prima persona: Io sono lo straniero vorrei che lo pensasse ogni lettore o ogni curioso che prende in mano il volume. Siamo tutti stranieri, prima o poi. Lo straniero in letteratura, poi, ha una duplice funzione: riesce ad avere uno sguardo esterno al sistema di cui non fa parte perché non condizionato dalle dinamiche interne (anche se soffre di questa esclusione)… e per scoprire la seconda funzione bisogna leggere il romanzo!
A Case Rosse va per nascondersi, a Termine per trovare un equilibrio, una certa pace interiore, tramite le medicine che prende e il buon proposito di non lasciarsi coinvolgere nei guai. Naturalmente non ci riuscirà. Cosa lo spinge a rimettersi in gioco, a voler aiutare Francesca, (come ha già fatto in precedenza con Susana), nella ricerca di Elèna, la donna scomparsa che dà l’avvio all’indagine?
Inizialmente Roberto non vuole mettersi in gioco. Vive in una sorta di camera iperbarica in cui svolge un lavoro da burocrate e, grazie a misteriose “pillole magiche”, riesce a tenere sotto controllo la Danza – la forma di empatia estrema che lo porta a vedere e sentire la sofferenza delle vittime e l’odio degli assassini. Francesca, una ragazza magra, rabbiosa, è la straniera per lo straniero, il detonatore del mondo chiuso di Roberto. E’ la forza di Francesca – il personaggio che più amo nel romanzo – che riesce a risvegliare Roberto. Con conseguenze positive e negative… e molto, molto negative.
Razzismo, intolleranza, diffidenza verso gli stranieri, sono mali che non contagiano solo il ricco nord-est, ricco almeno fine a qualche anno fa, ora sembra che la crisi stia incidendo anche in quelle zone d’Italia. Quali mali vuoi maggiormente stigmatizzare nel tuo romanzo?
Vorrei che si smettesse di usare espressioni come “pulizia etnica” o che non s’invocassero soluzioni estreme appena uno straniero è coinvolto in episodi violenti. Il Nord Est è terra di contraddizioni, patria di estremismi beceri e, al contempo, la terra dove secondo la Caritas si registra la miglior integrazione tra italiani e stranieri. E’ di questo che volevo parlare nel romanzo.
Come è cambiato il tuo stile, come è cresciuto il tuo personaggio principale?
Venti corpi nella neve è tutto cuore (o “pancia”, se vuoi), Io sono lo straniero è testa e pancia. C’è tanto di me e del momento che stavo vivendo, dei luoghi dove abito da dodici anni e dove è nato mio figlio. Conosco meglio Roberto, ora. E ho imparato a volergli bene col tempo. Anche se non prenderei mai un caffè con lui.
Per rilassarsi Roberto cucina nel ristorante, ricavato nel chiostro di un vecchio monastero, dell’amico Alvise Dori. Anche tu ami cucinare? Quali sono i tuoi piatti preferiti?
Il modo di cucinare è l’unica caratteristica comune a me e Roberto. Entrambi “sentiamo i sapori nella testa”, non assaggiamo, non seguiamo le ricette. Apriamo frigorifero e dispensa e amalgamiamo, abbiniamo. I miei piatti preferiti? Quelli buoni, creati con ingredienti freschi e genuini. Poco conditi per far risaltare la qualità delle materie prime. Qualsiasi piatto che rispetti queste linee guida mi piace!
Molti tuoi lettori sono rimasti in un certo senso delusi, si aspettano sempre che il commissario Serra indaghi sulla morte dei suoi genitori, avvenimento scatenante anche della sua Danza. Succederà mai? O è un lato della sua vita che per ora vuoi tenere segreto?
Anche a me piacerebbe scoprire chi ha ucciso i genitori di Roberto. Credo che lui meriti di saperlo, davvero.
Ti hanno proposto di trasformare i tuoi romanzi in opere cinematografiche? Ci sono progetti in corso?
Un paio di case di produzione stanno leggendo i romanzi ma… nulla di concreto, sinora.
Insieme ad altri autori emiliani hai contribuito con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola. Ce ne vuoi parlare, sia del progetto benefico che del racconto?
E’ un progetto che mi sta molto a cuore. Quarantotto grandi autori emiliani (e poi ci sono io, siamo quarantanove in tutto) hanno donato un racconto per questa antologia. Da Benni a Guccini, dai compianti Edmondo Berselli, Roberto Roversi e Giuseppe Pederiali a Valerio Massimo Manfredi o Carlo Lucarelli fino a personaggi noti come Zucchero, Philippe Daverio o Vittorio Zucconi. La mia storia parla di natura feroce, quella della ritirata di Russia a quaranta sotto zero e quella che ha stravolto per sempre la Bassa emiliana. Ed è una storia di amicizia e di amore per l’Emilia.
Sempre l’anno scorso mi parlavi di un romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller, ma con al centro la brama di potere. Ce ne vuoi parlare? Progetti di pubblicazione?
E’ ancora lì che aspetta nel cassetto. Sono convinto che vedrà la luce, prima o poi. E che i lettori lo ameranno quanto lo amo io.
Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?
Sì, sto scrivendo. Certo che ti anticipo qualcosa: uscirà nel 2014. Ah dici che non è abbastanza? Diciamo che è ambientato nel 2001, in uno splendido mese di ottobre…
Dopo il successo del
Negli ultimi anni, se vogliamo essere più precisi dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è verificato un fenomeno curioso, ovvero il proliferare di corsi di scrittura creativa e di veri e propri manuali per cosiddetti autodidatti, che promettono o quanto meno indicano le strade da percorrere, ce ne è sempre più di una, per imparare a scrivere. Diffido molto di quelli che assicurano risultati eclatanti, ma non sono, né lo sono mai stata, contraria né a corsi nè ai manuali di scrittura creativa. Tutto dipende dall’insegnante e dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare con l’allievo. Certo ci sono corsi improvvisati, tenuti da gente più o meno preparata, che si arroga la qualifica di insegnate di scrittura creativa quando per esempio ha dato ben poca prova delle sue reali capacità narrative, o al contrario ci sono testi che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe leggere come per esempio On writing: Autobiografia di un mestiere di King. La curiosità penso sia la dote maggiore di uno scrittore e l’alimento più tonificante dell’intelligenza, e c’è sempre da imparare nella vita, anche a volte dagli errori propri o degli altri. Tornando ai manuali di scrittura creativa ne esistono di vario genere, dai semplici manuali che ti insegnano l’uso della punteggiatura, della grammatica, dello stile, più tecnici e a volte davvero utilissimi anche se di stampo puramente didattico e per alcuni versi portatori di insegnamenti opinabili o per lo meno soggettivi, ad altri più meramente discorsivi e aneddotici. A questo seconda categoria appartiene La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione dello scrittore e sceneggiatore Bepi Vigna pubblicato da Arkadia nella collana Paideia. Diciamolo subito non promette di trasformarvi in uno scrittore, né di darvi tutti gli strumenti necessari o di sviscerare con completezza tutte le tematiche, dissolvendo tutti i dubbi. E’ solo un saggio di circa 200 pagine, non brevissimo ma certo non definitivo o conclusivo, che delinea la storia della narrazione, partendo dalla nascita stessa del linguaggio in epoca preistorica, interessante la teoria formulata dall’autore su cosa ne ha determinato la scintilla, passando dai miti e da Omero e i tragediografi greci, per arrivare a Dante, alla nascita dei romanzi di avventura, fino agli sceneggiatori hollywoodiani dei giorni nostri. Nel corso della narrazione, arricchita da note e indicazioni bibliografiche, fitta di brani e citazioni che vanno dai canti dell’Iliade ad articoli di Pier Paolo Pasolini, con agilità e apparente leggerezza fa quello che ogni buon manuale di scrittura creativa dovrebbe fare, vi porta a familiarizzare con termini tecnici, spiegandovene il significato e gettando le basi delle regole e dei fondamenti della scrittura. Sentirete così citate parole come cliffhanger, climax, flashback, flashforward e arriverete a conoscere le otto regole del conflitto, regole che accomunano i tragediografi greci agli sceneggiatori hollywoodiani, che strano a dirsi disseminano i colpi di scena che dovrebbero stupire lo spettatore più o meno alle pagine 25/30, 85/90,95/120, delle loro sceneggiature. Narrare storie che facciano immedesimare nei protagonisti, che insegnino possibilmente qualcosa, è sicuramente una delle esigenze più forti dell’uomo, e leggendo questo libro, si ha chiaramente la sensazione di quanto questo narrare sia indistinguibile dall’esigenza di tramandare il proprio sapere, le proprie conoscenze, il senso della propria vita. Già nella Bibbia Dio creò il mondo tramite la parola, la più necessaria forza creatrice che esista. Dio disse: “ Sia la luce”. E la luce fu. Non stupisce dunque la riflessione finale con cui l’autore chiude il saggio. Vi invito a leggerlo.
(…) La stagione degli incubi iniziò quella notte. Per molti giorni fu attribuita a un mix banale che tutti, più volte nella vita, sono costretti a ingurgitare: una cena indigesta, un film da evitare o una lettura impressionante.
In occasione dell’uscita della nuova, definitiva edizione della graphic novel “Il corvo” – pubblicata originariamente nel 1989, e in grado di vendere milioni di copie in tutto il mondo – il leggendario autore americano James O’Barr visiterà il nostro Paese, con un tour che lo vedrà attraversare lo stivale dall’assolata Sicilia alla brumosa Milano.
Chi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
con sottofondo de “Nella mia ora di libertà”, di Fabrizio De André
Quale è il migliore dei mondi possibili? Bella domanda. Così su due piedi mi verrebbe da dire che il migliore dei mondi possibili è quello che un individuo cerca di creare giorno dopo giorno. ed è quello che spera di fare Angelo Della Morte, giovane uomo di legge bresciano nato dalla penna dell’avvocato penalista Nicola Fiorin. Angelo, già protagonista di Lentamente Muore (Arpeggio libero, 2012) il legal thriller che ha conquistato Brescia, e non solo, nell’estate del 2012 è qui coinvolto in una nuova impresa legale. Il nuovo incarico per l’ avvocato in carriera non sarà semplice, perché questa volta non dovrà difendere un cliente qualunque, ma Pietro Berni, il suo docente di filosofia delle superiori accusato di essere un rapinatore seriale. La cornice all’interno della quale si sviluppa come un fiume travolgente la storia di Il migliore dei mondi possibili è Brescia, la città lombarda di viuzze e zone multietniche (San Faustino e il Carmine) che la rendono un fucina multiculturale. Ciò che colpisce di questo libro non è la sola presenza tipica del thriller legale, dove un avvocato deve difendere e scagionare il presunto colpevole, ma l’innestarsi su di essa di tutta un’altra serie di tematiche (amore, amicizia, speranza, disillusione e delusione) che evidenziano il profondo essere umani di Angelo e dei tanti comprimari coinvolti nella stessa avventura. Della Morte è un giovane uomo, minato da strani malesseri, ma animato da un entusiasmo del successo che lo induce a voler entrare a far parte di un mondo – la borghesia cittadina – che in realtà non è proprio il suo e a mettere in crisi questa sua ascesa sociale si innesta il caso del professor Berni, i cui insegnamenti di un tempo tornano a pulsare nel cuore di Angelo. In perenne bilico tra il recuperare il vero io – quello ribelle agli schemi comuni e libertario- o l’abbandonarlo per diventare un qualcuno che non è, Angelo – che nei modi di fare mi ha ricordato l’attore John Belushi – si troverà coinvolto in situazioni grottesche e a volte comiche che lo aiuteranno a comprendere quella che è la sua vera essenza esistenziale. Esemplare da questo punto di vista ne Il migliore dei mondi possibili è l’incontro-scontro tragicomico del protagonista con l’associazione della borghesia bene, la Brixia Fidelis che, come precisa l’autore stesso non ha nulla a che vedere con la Onlus solidale presente davvero a Brescia, in realtà si rivelerà essere ben diversa da come Della Morte se l’era immaginata. Non a caso qui Angelo scoprirà come sotto la facciata di superficie del perbenismo e della fedeltà familiare, i vari soci nascondano comportamenti non molto nobili che hanno come obiettivi fantomatici viaggi week-end lavorativi all’estero in particolari centri di massaggio. In un universo cittadino reso cupo e perennemente umido dall’inverno incombente, Angelo Della Morte recupera gli amici di un tempo per portare a termine la “Missione Berni” riscoprendo grazie a qualche ex fidanzata il suo vero io – quello che sta sempre dalla parte degli indiani – e rendendosi conto che a volte le persone sono disposte a tutto pur di realizzare il loro migliore dei mondi possibili.
E’ da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane Il grande Gatsby (The Great Gatsby) diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire e naturalmente questo avvenimento ci ha spinto a leggere, per alcuni rileggere, questo curioso libro di Francis Scott Fitzgerald, per alcuni libro di culto, per altri decisamente meno profondo di Tenera è la notte o evocativo di Di qua dal paradiso. Sta di fatto, comunque, che Il grande Gatsby è un romanzo più complesso di quanto appare e sicuramente difficile da tradurre. Ma quale libro non lo è? Parlo nel titolo di una proposta bizzarra, ora vi spiego. In onore de Il grande Gatsby pensavo di scrivere una mia analisi, poi leggendo un articolo su Wuz, che accostava le traduzioni dell’incipit del romanzo di Fernanda Pivano, Tommaso Pincio, Franca Cavagnoli, Bruno Armando e Alessio Cupardo ( le potete leggere
Ciao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista Martin Bora.
Luigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.
























