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:: Un’ intervista con Giuliano Pasini

29 Maggio 2013

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddBentornato Giuliano su Liberi di Scrivere. Dopo il tuo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito l’anno scorso per Fanucci – Time Crime, ritroviamo il commissario Serra nel tuo nuovo romanzo Io sono lo straniero, questa volta edito con Mondadori. Parlaci di come è nato questo tuo nuovo romanzo, da dove hai tratto l’ispirazione?

L’idea ha iniziato a formarsi all’interno del recinto di Dachau. Pensavo di scrivere un romanzo che coinvolgesse in qualche modo i campi di sterminio, tornando a tematiche legate alla Seconda guerra mondiale come in Venti corpi nella neve. Di quel progetto resta solo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi in epitome; iniziando a documentarmi (con I medici nazisti di Robert J. Lifton) ho capito che i campi di sterminio erano un punto in una sequenza, una sequenza fatta di stragi ed eccidi che hanno messo in pratica teorie che vogliono che esista una razza superiore ad un’altra e individui superiori ad altri per puro diritto di nascita. Teorie che non solo non sono estinte, ma che sembrano pericolosamente in voga anche ai giorni nostri. Di questo ho scritto, vestendo il tutto di giallo, anche se Io sono lo straniero è molto più thriller rispetto al primo romanzo.

Dall’Appennino tosco- emiliano alle colline venete del Prosecco. Variano gli scenari ma la natura è sempre al centro delle tue ambientazioni, con i suoi tempi, i suoi riti, le sue stagioni. Ce ne vuoi parlare?

Le vicende di Io sono lo straniero seguono le fasi della vite, dai nomi molto evocativi: Dormienza, Taglio, Pianto (la vite piange, sì!), Allegagione, Invaiatura, Il giusto grado di maturazione. La vite è la pianta della vita, come dice il suo nome. La sua esistenza è un ciclo che parte da una situazione di dormienza, quasi morte, e lì ritorna dopo aver generato i proprio frutti. E’ quasi un augurio alle vittime del romanzo, che per loro si apra un nuovo ciclo, che la loro morte sia solo dormienza.

Forse per la centralità del ruolo della natura, per il tuo stile poetico ed evocativo, per la tua scrittura di stampo classifico, alcuni definiscono i tuoi romanzi “gialli letterari”, affermazione che sento di condividere, già dal primo romanzo e forse ancora più per questo. Ne sei consapevole? E’ un effetto voluto, o accidentale?

Ti ringrazio. Il mio sforzo è di creare storie italiane (non “all’italiana” eh!) scritte però con uno stile molto poco italiano. Scandinavo o anglosassone, direi. La mia ambizione sarebbe arrivare a un “punto zero” di scrittura, un testo in cui tutte le parole sono necessarie tanto che basta toglierne una per far crollare l’intera impalcatura narrativa. Ambizione, appunto… devo ancora bere molto prosecco prima di riuscirci!

L’anno scorso mi dicevi che consideri il tuo primo romanzo più noir, per la centralità della psicologia di Roberto Serra, e giallo per l’enigma di cui si cerca la soluzione. Mentre Io sono lo straniero è spiccatamente più thriller?

Sono parzialmente d’accordo con me stesso (è un buon risultato). A cose fatte, devo dire che la psicologia dei personaggi è meglio delineata in Io sono lo straniero. Venti corpi nella neve è più “giallo”, il meccanismo di scoperta del colpevole è più centrale. In Io sono lo straniero sono la storia e i personaggi i veri protagonisti. E tra i personaggi, ovviamente, anche le vittime. Certo è che questa seconda storia è più dura, più nera. Più thriller, come scrivi tu.

Se vogliamo per costruire le tue trame parti sempre da avvenimenti storici, gli eccidi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale per il precedente e l’eugenetica e gli esperimenti su cavie umane per Io sono lo straniero. Che ricerche hai fatto per questo ultimo romanzo?

Una dei momenti che più amo della scrittura è… quando non scrivo! La scoperta di avvenimenti, dettagli, storie che la documentazione sottostante ai miei romanzi mi obbliga a fare. Sono partito da Lifton, già citato. E ho scoperto che Stati considerati modelli di civiltà e di welfare come la Svezia hanno applicato operazioni di “pulizia” della razza fino alla fine del ventesimo secolo, realizzando sterilizzazioni coatte su soggetti considerati di tipo B, ovvero imperfetti quindi indegni di riprodursi.

Il tuo personaggio Roberto Serra, ora commissario capo dell’ufficio immigrazione a Treviso, già in Venti corpi nella neve era uno straniero, non solo nel senso di forestiero ma un estraneo alle regole del gioco, al di fuori dei meccanismi che regolano le consolidate regole sociali.

Roberto è irrecuperabile: si sentirebbe straniero anche in casa sua. Capita un po’ a tutti, no? E’ il senso del titolo il prima persona: Io sono lo straniero vorrei che lo pensasse ogni lettore o ogni curioso che prende in mano il volume. Siamo tutti stranieri, prima o poi. Lo straniero in letteratura, poi, ha una duplice funzione: riesce ad avere uno sguardo esterno al sistema di cui non fa parte perché non condizionato dalle dinamiche interne (anche se soffre di questa esclusione)… e per scoprire la seconda funzione bisogna leggere il romanzo!

A Case Rosse va per nascondersi, a Termine per trovare un equilibrio, una certa pace interiore, tramite le medicine che prende e il buon proposito di non lasciarsi coinvolgere nei guai. Naturalmente non ci riuscirà. Cosa lo spinge a rimettersi in gioco, a voler aiutare Francesca, (come ha già fatto in precedenza con Susana), nella ricerca di Elèna, la donna scomparsa che dà l’avvio all’indagine?

Inizialmente Roberto non vuole mettersi in gioco. Vive in una sorta di camera iperbarica in cui svolge un lavoro da burocrate e, grazie a misteriose “pillole magiche”, riesce a tenere sotto controllo la Danza – la forma di empatia estrema che lo porta a vedere e sentire la sofferenza delle vittime e l’odio degli assassini. Francesca, una ragazza magra, rabbiosa, è la straniera per lo straniero, il detonatore del mondo chiuso di Roberto. E’ la forza di Francesca – il personaggio che più amo nel romanzo – che riesce a risvegliare Roberto. Con conseguenze positive e negative… e molto, molto negative.

Razzismo, intolleranza, diffidenza verso gli stranieri, sono mali che non contagiano solo il ricco nord-est, ricco almeno fine a qualche anno fa, ora sembra che la crisi stia incidendo anche in quelle zone d’Italia. Quali mali vuoi maggiormente stigmatizzare nel tuo romanzo?

Vorrei che si smettesse di usare espressioni come “pulizia etnica” o che non s’invocassero soluzioni estreme appena uno straniero è coinvolto in episodi violenti. Il Nord Est è terra di contraddizioni, patria di estremismi beceri e, al contempo, la terra dove secondo la Caritas si registra la miglior integrazione tra italiani e stranieri. E’ di questo che volevo parlare nel romanzo.

Come è cambiato il tuo stile, come è cresciuto il tuo personaggio principale?

Venti corpi nella neve è tutto cuore (o “pancia”, se vuoi), Io sono lo straniero è testa e pancia. C’è tanto di me e del momento che stavo vivendo, dei luoghi dove abito da dodici anni e dove è nato mio figlio. Conosco meglio Roberto, ora. E ho imparato a volergli bene col tempo. Anche se non prenderei mai un caffè con lui.

Per rilassarsi Roberto cucina nel ristorante, ricavato nel chiostro di un vecchio monastero, dell’amico Alvise Dori. Anche tu ami cucinare? Quali sono i tuoi piatti preferiti?

Il modo di cucinare è l’unica caratteristica comune a me e Roberto. Entrambi “sentiamo i sapori nella testa”, non assaggiamo, non seguiamo le ricette. Apriamo frigorifero e dispensa e amalgamiamo, abbiniamo. I miei piatti preferiti? Quelli buoni, creati con ingredienti freschi e genuini. Poco conditi per far risaltare la qualità delle materie prime. Qualsiasi piatto che rispetti queste linee guida mi piace!

Molti tuoi lettori sono rimasti in un certo senso delusi, si aspettano sempre che il commissario Serra indaghi sulla morte dei suoi genitori, avvenimento scatenante anche della sua Danza. Succederà mai? O è un lato della sua vita che per ora vuoi tenere segreto?

Anche a me piacerebbe scoprire chi ha ucciso i genitori di Roberto. Credo che lui meriti di saperlo, davvero.

Ti hanno proposto di trasformare i tuoi romanzi in opere cinematografiche? Ci sono progetti in corso?

Un paio di case di produzione stanno leggendo i romanzi ma… nulla di concreto, sinora.

Insieme ad altri autori emiliani hai contribuito con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola. Ce ne vuoi parlare, sia del progetto benefico che del racconto?

E’ un progetto che mi sta molto a cuore. Quarantotto grandi autori emiliani (e poi ci sono io, siamo quarantanove in tutto) hanno donato un racconto per questa antologia. Da Benni a Guccini, dai compianti Edmondo Berselli, Roberto Roversi e Giuseppe Pederiali a Valerio Massimo Manfredi o Carlo Lucarelli fino a personaggi noti come Zucchero, Philippe Daverio o Vittorio Zucconi. La mia storia parla di natura feroce, quella della ritirata di Russia a quaranta sotto zero e quella che ha stravolto per sempre la Bassa emiliana. Ed è una storia di amicizia e di amore per l’Emilia.

Sempre l’anno scorso mi parlavi di un romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller, ma con al centro la brama di potere. Ce ne vuoi parlare? Progetti di pubblicazione?

E’ ancora lì che aspetta nel cassetto. Sono convinto che vedrà la luce, prima o poi. E che i lettori lo ameranno quanto lo amo io.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo. Certo che ti anticipo qualcosa: uscirà nel 2014. Ah dici che non è abbastanza? Diciamo che è ambientato nel 2001, in uno splendido mese di ottobre…

:: Segnalazione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

28 Maggio 2013

image001Dopo il successo del

Silenzio del ghiaccio
una nuova indagine di

Jane Rizzoli e Maura Isles

Tess Gerritsen
L’ultima vittima
Traduzione di Adria Tissoni

IN LIBRERIA 30 MAGGIO 2013

Teddy Clock ha solo 14 anni, ma è già sopravvissuto a due massacri. Due anni fa è stata sterminata la sua famiglia d’origine e ora una mano omicida gli ha portato via anche i genitori adottivi.
In evidente stato di shock, il ragazzino viene affidato a una struttura protetta, una sorta di college per il recupero dei giovani che hanno vissuto situazioni drammatiche. E qui giunge anche Jane Rizzoli, per cercare di fare chiarezza in quello che forse non è un semplice accanirsi beffardo del destino, ma un preciso ed efferatissimo piano di un sadico assassino…

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller: i suoi libri sono stati tradotti in 31 lingue con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.
«Mi piace, attraverso i miei thriller, fare paura alla gente, perché adoro il brivido. Mia madre mi ha letto, fin da quando ero piccola, storie spaventosissime. Che, non so perché, mi garantivano sonni sereni.» Tess Gerritsen, Grazia.

:: Recensione di La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione di Bepi Vigna (Arkadia, 2013)

28 Maggio 2013

storia-delle-storieNegli ultimi anni, se vogliamo essere più precisi dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è verificato un fenomeno curioso, ovvero il proliferare di corsi di scrittura creativa e di veri e propri manuali per cosiddetti autodidatti, che promettono o quanto meno indicano le strade da percorrere, ce ne è sempre più di una, per imparare a scrivere. Diffido molto di quelli che assicurano risultati eclatanti, ma non sono, né lo sono mai stata, contraria né a corsi nè ai manuali di scrittura creativa. Tutto dipende dall’insegnante e dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare con l’allievo. Certo ci sono corsi improvvisati, tenuti da gente più o meno preparata, che si arroga la qualifica di insegnate di scrittura creativa quando per esempio ha dato ben poca prova delle sue reali capacità narrative, o al contrario ci sono testi che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe leggere come per esempio On writing: Autobiografia di un mestiere di King. La curiosità penso sia la dote maggiore di uno scrittore e l’alimento più tonificante dell’intelligenza, e c’è sempre da imparare nella vita, anche a volte dagli errori propri o degli altri. Tornando ai manuali di scrittura creativa ne esistono di vario genere, dai semplici manuali che ti insegnano l’uso della punteggiatura, della grammatica, dello stile, più tecnici e a volte davvero utilissimi anche se di stampo puramente didattico e per alcuni versi portatori di insegnamenti opinabili o per lo meno soggettivi, ad altri più meramente discorsivi e aneddotici. A questo seconda categoria appartiene La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione dello scrittore e sceneggiatore Bepi Vigna pubblicato da Arkadia nella collana Paideia. Diciamolo subito non promette di trasformarvi in uno scrittore, né di darvi tutti gli strumenti necessari o di sviscerare con completezza tutte le tematiche, dissolvendo tutti i dubbi. E’ solo un saggio di circa 200 pagine, non brevissimo ma certo non definitivo o conclusivo, che delinea la storia della narrazione, partendo dalla nascita stessa del linguaggio in epoca preistorica, interessante la teoria formulata dall’autore su cosa ne ha determinato la scintilla, passando dai miti e da Omero e i tragediografi greci, per arrivare a Dante, alla nascita dei romanzi di avventura, fino agli sceneggiatori hollywoodiani dei giorni nostri. Nel corso della narrazione, arricchita da note e indicazioni bibliografiche, fitta di brani e citazioni che vanno dai canti dell’Iliade ad articoli di Pier Paolo Pasolini, con agilità e apparente leggerezza fa quello che ogni buon manuale di scrittura creativa dovrebbe fare, vi porta a familiarizzare con termini tecnici, spiegandovene il significato e gettando le basi delle regole e dei fondamenti della scrittura. Sentirete così citate parole come cliffhanger, climax, flashback, flashforward e arriverete a conoscere le otto regole del conflitto, regole che accomunano i tragediografi greci agli sceneggiatori hollywoodiani, che strano a  dirsi disseminano i colpi di scena che dovrebbero stupire lo spettatore più o meno alle pagine 25/30, 85/90,95/120, delle loro sceneggiature. Narrare storie che facciano immedesimare nei protagonisti, che insegnino possibilmente qualcosa, è sicuramente una delle esigenze più forti dell’uomo, e leggendo questo libro, si ha chiaramente la sensazione di quanto questo narrare sia indistinguibile dall’esigenza di tramandare il proprio sapere, le proprie conoscenze, il senso della propria vita. Già nella Bibbia Dio creò il mondo tramite la parola, la più necessaria forza creatrice che esista. Dio disse: “ Sia la luce”. E la luce fu. Non stupisce dunque la riflessione finale con cui l’autore chiude il saggio. Vi invito a leggerlo.

Bepi Vigna è scrittore, sceneggiatore, regista cinematografico, autore di fumetti, (Nathan Never e Legs Weaver per Sergio Bonelli Editore). È autore di diversi saggi, testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e cortometraggi.  Ha pubblicato anche vari romanzi, L’estate dei dischi volanti (Condaghes, 1997), La pietra antica (Condaghes, 1999), Si è fatto tardi (Aìsara, 2008) e numerosi racconti. Dirige a Cagliari il Centro Internazionale del fumetto.

La prefazione del libro è di Franciscu Sedda, docente di Semiotica preso le Università “La Sapienza” e “Tor Vergata” di Roma.

:: Estratto dal capitolo 9 di Protocollo Stonehenge il nuovo romanzo di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Mezzotints Ebook, 2013)

27 Maggio 2013

headerinsidenuovostonehenge(…) La stagione degli incubi iniziò quella notte. Per molti giorni fu attribuita a un mix banale che tutti, più volte nella vita, sono costretti a ingurgitare: una cena indigesta, un film da evitare o una lettura impressionante.
Le cinque del mattino. Francesca avrebbe avuto tutto il tempo per desumerlo ogni volta che avrebbe affrontato il tremendo ritorno alla realtà.
All’inizio il senso di angoscia era quello descritto da Hufford. La sensazione di essere sul punto di svegliarsi e una presenza maligna sopra di sé. L’odore del fiato estraneo, la trama di un tessuto, forse un giubbotto. Il rumore e il vento gelido di uno spazio aperto. Il tutto al buio, con motori che sfrecciavano da qualche parte in un’apparente dimensione parallela.
Poi, un ruggito lontano. Un rombo di motore, titanico e alieno. Sempre più forte. Infine il buio veniva violato.
Due lumini in lontananza. Crescevano. E anche il frastuono. Nel suo letto, una Cosa la sovrastava e un’automobile stava per travolgerla.
Era nel regno della pazzia. Perché Francesca si sentiva sveglia.
I lumini si erano trasformati in palle di fuoco. Il rumore era assordante. Poteva persino sentire il tanfo di benzene emanato dagli scarichi dell’auto.
Aveva urlato, con tutto il fiato di cui disponeva. Di sicuro svegliando tutta la gente del palazzo. Francesca non poteva ancora saperlo in settembre, ma quelle persone sarebbero state svegliate alla stessa ora molte altre volte.
Dopo l’urlo, aveva acceso la luce sul comodino.
E guardato l’orologio.
Le 5.20.
Era cominciata così. E dopo un anno, non accennava a smettere. (…)

http://www.mezzotints.it/stonehenge.html

:: Recensione di Io sono lo straniero di Giuliano Pasini (Mondadori, 2013)

27 Maggio 2013

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddGiuliano Pasini, scrittore emiliano originario di Zocca, città natale di Vasco Rossi, già autore di Venti corpi nella neve, opera narrativa d’esordio che da inizio alla serie di romanzi con al centro le indagini del commissario Roberto Serra, ebbi modo di intervistarlo circa un anno fa, incuriosita dall’intervista che aveva concesso a Omar di Monopoli nel suo blog. Se devo essere sincera la prima cosa che ho pensato riguardo alla presenza del soprannaturale nel suo romanzo è che già c’era un celebre commissario capace di sentire la voce dei morti. Poi ciò che mi ha deciso a non considerarlo un limite è stato il suo sguardo “provinciale” sulla realtà italiana. E per sguardo provinciale non intendo, uno sguardo chiuso o ristretto, come si è soliti considerarlo in un’ accezione negativa del termine, ma al contrario mi riferisco alla capacità dell’autore di fotografare i microcosmi ancora vivi e vitali che caratterizzano i piccoli centri, i paesi che ancora costellano la provincia italiana. E Pasini nei suoi romanzi, prima di vittime, delitti e colpevoli, ci parla di geografia umana, correlando le comunità etniche ai territori che abitano, dando grande risalto al ciclo delle stagioni legato alla natura e all’agricoltura. Non a caso in quest’ ultimo romanzo, Io sono lo straniero, edito da Mondadori, i cicli vitali della coltivazione della vite, dividono in sezioni i capitoli passando dalla dormienza, all’allegazione, dall’invaitura al giusto grado di maturazione degli acini. Cicli vitali che sono gli stessi del protagonista che come la vite passa dalla dormienza ad un risveglio carico di aspettative, in un finale insolitamente ottimistico, non ostante per tutto il romanzo la presenza del male sia forte e amara, giusto solo incrinato da una sorta di doppio epilogo, in cui l’autore non concede l’ultima parola al suo personaggio ma da vita ad una ghost track, come si usa negli album musicali. La musica infatti è un’altra direttiva principale del romanzo, assieme alla enogastronomia, entrambe passioni di Pasini, e per riflesso anche del suo personaggio letterario. Se avete già letto Venti corpi nella neve, già conoscete il commissario Roberto Serra, il suo amore per Alice, il suo intuito investigativo, la Danza che lo tormenta, legata al suo passato e alla morte dei suoi genitori. In questo nuovo romanzo abbiamo un cambio di scenario, non più Case Rosse e l’Appennino tosco- emiliano, ma il ricco Nord- Est, Treviso, e Termine piccolissimo borgo, quasi un incrocio tra le vigne, sulle colline venete del Prosecco. Io sono lo straniero inizia in un tempo sospeso, un tempo di quiete, di incapacità di parlare quasi. Le medicine che Serra prende tengono a bada la Danza, la barba nasconde le cicatrici del suo volto, il piccolo borgo lo isola da tutto e da tutti, il suo lavoro come commissario capo dell’ufficio immigrazione della questura di Treviso non gli permette di mettersi in gioco, di rischiare, di vedere il suo precario equilibrio in pericolo. Oltre ad Alice ha nuovi amici, Suzana, sudamericana con un passato doloroso da dimenticare, e Alvise e il suo ristorante, dove il commissario si rilassa cucinando per gli ignari avventori, piatti che non assaggia mai, piatti nati dalla memoria dei gesti semplici di sua madre. Una vita tranquilla, tutto quello che chiede, ma un giorno il passato ritorna, col volto di una ragazzina pelle e ossa, con un chiodo e i capelli rosa. Francesca sa chi è. Conosce il uso passato nella squadra speciale a Roma. Sa che è un poliziotto che risolve i crimini su cui indaga. Francesca spera che si occupi della scomparsa della sua amica Elèna, una straniera, una donna delle pulizie bielorussa, un’ invisibile, una ragazza di cui a nessuno, oltre lei, importa niente. Serra è tentato di lasciar perdere, di ignorare la disperazione e il dolore che legge in quegli occhi, un dolore troppo grande per la sua giovane età. Ma naturalmente non può, non può continuare a dormire, trincerandosi dietro un’ ostile indifferenza. Poi la scomparsa di Elèna si rivela l’inizio di una voragine di donne scomparse, tutte giovani, tutte straniere, tutte abbandonate ad una sorte senza scampo. Perché c’è un serial killer nella zona, un assassino spietato, con un piano in mente, un folle piano nato molti anni prima in menti altrettanto folli, organizzate, scientificamente determinate. E Serra non può non cercare di fermare il male, ora che ne ha l’occasione. Ora che non può fare diversamente.

:: Il leggendario disegnatore americano James O’Barr, autore de Il corvo, arriva in Italia

24 Maggio 2013

Nuova immagineIn occasione dell’uscita della nuova, definitiva edizione della graphic novel “Il corvo – pubblicata originariamente nel 1989, e in grado di vendere milioni di copie in tutto il mondo – il leggendario autore americano James O’Barr visiterà il nostro Paese, con un tour che lo vedrà attraversare lo stivale dall’assolata Sicilia alla brumosa Milano.
Dal 7 al 18 giugno, l’autore americano sarà in Italia per incontrare i suoi lettori e tutti i fan del “Corvo”, un fumetto che ha saputo trascendere il genere per diventare icona e fenomeno di culto. Ospite di “Etna Comics” per tutti e tre i giorni della convention, James O’Barr presenterà in anteprima la nuova edizione del proprio capolavoro, pubblicata da Edizioni BD.
Dopo la presenza – in qualità di ospite d’onore – alla popolare convention dedicata al fumetto, il 10 giugno, James O’Barr partirà alla volta di Napoli, per poi proseguire fino a Milano passando per Roma e Bologna. In occasione di un simile, storico evento, Edizioni BD realizzerà una speciale variant cover, a tiratura limitata, disponibile solo e soltanto nelle tappe del tour.

Ecco dunque le date da tenere a mente

7-9 giugno: Etna Comic
10 giugno: Star Shop Napoli, Vico San Giuseppe Cristofaro 3, Napoli, ore 17:30
11 giugno: Scuola Internazionale di Comics Napoli, ore 10:00
12 giugno: Libreria Altroquando, Roma, Via del Governo Vecchio 80, ore 18:30
14 giugno: Scuola Internazionale di Comics Roma, ore 15:30
15 giugno: Popstore Bologna, Via Saragozza 34/b, ore 17:00
18 giugno: Alastor fumetti Milano, Via Alessandro Volta 15, ore 18:00

Pubblicato per la prima volta nel 1989, “Il corvo” è stato una delle graphic novel underground più importanti del fumetto mondiale ben prima di diventare un classico immancabile quando, nel 1994, uscì l’omonimo film. La pellicola, con protagonista il figlio di Bruce Lee, Brandon Lee, ottenne uno strepitoso successo ma si ammantò di un alone di maledizione e tragedia a causa della morte del giovane attore statunitense, avvenuta a seguito di un terribile incidente durante le riprese.
La storia di amore e vendetta di Eric Draven, il protagonista del fumetto, rappresenta il disperato tentativo di catarsi di James O’Barr. Con essa, l’autore americano tenta di esorcizzare la tragica morte della propria fidanzata, che venne travolta e uccisa nel 1978 da un camionista ubriaco. “Il corvo” finisce quindi per diventare una tragedia nera senza tempo sulla violenza, il dolore e l’accettazione della fine. In questa nuova e ben più ricca edizione, James O’Barr ha ripristinato alcune scene tagliate in precedenza, rivisitato molte pagine e aggiunto due capitoli, regalando ai propri fan la versione definitiva di un’opera che non smette di colpire dritto al cuore.

Nato nel 1960, James O’Barr è cresciuto in un orfanotrofio, ha studiato arte rinascimentale e iniziato a lavorare al suo primo, più importante fumetto durante un periodo di leva nei marine, in cui si era arruolato per cercare di superare il dolore della perdita della sua fidanzata, morta a seguito di un tragico incidente stradale nel 1978. Dopo sette anni di lavoro e attesa, “Il corvo” è uscito in America nel 1989 con un impatto devastante per il mondo del fumetto underground. Trasformato in film nel 1994, ha regalato al suo autore fama mondiale e una lunga serie di seguiti. Negli ultimi anni, James O’Barr è stato impegnato nella produzione di “Sundown”: una graphic novel di 300 pagine pubblicata nel 2011.

Ad accompagnare James O’Barr per tutto il tour ci sarà Renee Witterstaetter. Booking manager di numerosi artisti internazionali, Renee è anche disegnatrice, colorista, editor, sceneggiatrice, editrice e autrice di numerosi saggi. Ha lavorato per Marvel, DC Comics, Warner e numerose etichette indipendenti.

:: Recensione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2013

lee childChi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.

:: Un’ intervista con Giampaolo Cassitta, autore de “Il piano zero” (Arkadia Editore) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 Maggio 2013

il piano zerocon sottofondo de “Nella mia ora di libertà”, di Fabrizio De André

“Claudio, magistrato, è passato indenne attraverso le difficili stagioni che hanno caratterizzato il passato recente d’Italia. Le stragi, i servizi segreti deviati, i depistaggi, le BR, i NAR. Quando oramai è convinto che la sua carriera si sia assestata in una placida quotidianità, all’improvviso, i tempi andati tornano a bussare alla porta rumorosamente. L’amico poliziotto Gianvittorio lo aiuta ad incontrarsi con Violetta, l’amata compagna degli anni giovanili, brigatista mai pentita, pronta a fargli una rivelazione sconvolgente. È lei infatti che ha custodito per decenni un segreto che potrebbe spiegare molti dei fatti che, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, hanno sconvolto l’Italia: la strage di Ustica, il treno Italicus, piazza Fontana. E la strage di Bologna. Tutte le certezze acquisite da Claudio si sgretoleranno progressivamente. Perché Violetta non è solo una brigatista incapace di riconoscere i propri errori. Violetta è il paradigma di una esperienza vissuta follemente, il mistero esistenziale che Claudio deve assolutamente svelare se vuole arrivare, finalmente, al fondo della questione.” Pensa che gli “anni ’70” e le derive estremiste che li hanno accompagnati siano ancora molto attuali nello spirito italiano?

R. Sono molto vive nella generazione che le ha vissute e mantengono un carattere indelebile. Gli anni 70 sono stati caratterizzati da una serie di fatti che hanno modificato, per sempre, i giovani che, a quei tempi avevano intorno ai vent’anni. Era un periodo cupo, caratterizzato dal terrorismo dall’ideologia imperante, dall’obbligo allo schieramento netto, dalle mode che dipingevano i tratti dei comportamenti:  c’erano cose di destra e cose di sinistra ed ognuno si integrava all’interno del suo status.  Si viveva un momento molto confuso e con un futuro piuttosto complesso. Se ne usciva dal periodo del 1968 e si organizzava il 1977 con slogan forti, decisi. C’era il movimento, gli indiani metropolitani, l’area dell’autonomia operaia, la creatività al potere, una risata che doveva seppellire il tutto, la dissacrazione. Le idee camminavano nei volantini, nelle assemblee,  c’era la scoperta del sesso come liberazione, lo slogan che il privato fosse politico. Erano, chiaramente grandi illusioni, piccoli attimi, cuori pulsanti che convivevano però con una scelta netta di alcuni giovani di quel periodo: la lotta armata. E’ stata questa la cartina di tornasole di quegli anni rinominati di piombo. Vi è stata l’impossibilità di un dibattito che, seppure con molte asprezze, riuscisse a cambiare la classe politica sorda e cupa agli avvenimenti del periodo.

Rispetto ad altri testi che vedono un magistrato come protagonista il suo “Il piano zero” ha più il ritmo di un poliziesco, scritto con un registro inusuale per la letteratura giudiziaria. Quali sono stati i “Cattivi Maestri” che hanno ispirato questo ritmo di scrittura?

R. Mi è sempre piaciuto raccontare con una certa enfasi le cose. Mi piaceva l’idea che il mio Magistrato si muovesse dentro le parole in un periodo molto confuso. Il poliziesco, poi, doveva ricordare le indagini di quel periodo, il modo di verificare le prove ancora artigianalmente, il gioco del complotto molto in voga alla fine degli anni settanta. Mi piace, per esempio, il ritmo esagitato imposto dall’immenso Gian Maria Volonte in “indagine di una cittadino al di sopra di ogni sospetto”, era un buon punto di partenza, giocare con il cinsimo e con l’inverosimile. Ma anche Scebarnenco, quella Milano borghese e cupa, con qualche spruzzo lirico di Amado quando racconta delle lotte per il cacao. Ma anche King, in alcuni tratti, Adler e punti di ironia del grande Montalban.

Nel libro non ci sono vincitori o vinti, ma solo vittime di un “percorso storico”. La scelta è stata voluta dall’inizio oppure è stato l’evolversi della storia a farle dipanare un’analisi così oggettiva?

R. No, per chi ha vissuto quegli anni sa benissimo che tutti hanno delle ferite indelebili. C’è stata una lotta, una divisione terribile, dolorosa, dove nessuno ha vinto. Il potere si è solo difeso, arroccandosi contro la violenza armata e questo era legittimo, ma nessuno di loro si è fermato ad analizzare perché ragazzi di vent’anni decisero di distruggere la propria vita ed abbracciare un ideale perdente. Le brigate rosse poi, non capirono, fino in fondo un problema fondamentale: la massa, il popolo, i proletari, come li chiamavano, non c’erano dietro di loro. Quella lotta armata era, paradossalmente un gioco piccolo borghese che non trovava riscontri e con l’omicidio di Guido Rossa, il sindacalista della CGIL, si concluse definitivamente la loro offerta “politica”.  I due schieramenti si trovarono così a prendere delle scelte senza aver fatto delle chiare analisi.  Tutti, all’interno di questo minimalismo storico hanno perso anche perché quello che è scaturito è legato all’edonismo e al qualunquismo dilagante scaturito  negli anni ottanta e novanta dove non c’erano più cortei studenteschi, non c’era la difesa della democrazia ma, piuttosto il nuovo slogan, metafora del paese: Milano da bere.

Già in passato si è occupato, in altri testi, di indagini con la Sardegna come cornice. Pensa che questo possa dare una connotazione originale ai suoi libri?

R. La Sardegna è un tatuaggio indelebile che mi porto dentro. Dico sempre che nessuno scegli il luogo dove nascere ma, quando ci si trova diventa irrimediabilmente suo. Far muovere i personaggi dentro la mia terra è chiaramente più semplice anche se, in realtà, ci sono molti spostamenti su Roma (sia nel giorno di moro che nel piano zero). La Sardegna è terra aspra, dura, piena di contraddizioni: sa respingere e sa avvolgere, riesce a regalare una cornice solitaria ma anche densa di parole. Claudio, per esempio, è un personaggio che rappresenta bene tutti gli stereotipi del sardo ma anche l’esatto contrario: è irascibile, testardo, solitario ma, in fondo è terribilmente romantico e fragile.

Nel romanzo sono presenti molti riferimenti alla cultura popolare degli anni ’70. Come si è documentato?

R. Gli anni settanta li ho vissuti intensamente. Ho scritto anche io volantini per la scuola, ho usato il ciclostile modello Gestetner, avevo a casa tutti i dischi che ho citato e dal 1976 al 1984 ho lavorato in una radio libera dove ho potuto vivere quegli strani anni. Mi occupavo di radiogiornale e di musica di autore. E’ stato quindi un privilegio riuscire a raccontare gli attimi che si vivevano. Il sequestro e l’omicidio Moro, la strage di Bologna. Poi c’è stata una sorta di rimozione dovuta probabilmente al nuovo impegno lavorativo. Solo dopo molti anni tutto è ritornato, lucidamente. Ho solo fatto piccole ricerche per i riscontri sotirci, per verificare bene alcune date ma quegli anni sono vivi, terribilmente e fantasticamente vissuti in prima persona.

Sono inoltre presenti brani di canzoni e riferimenti a cantautori di quegli anni. E’ stata importante questa colonna sonora per la stesura de “Il piano zero?”

R. La musica è una delle prerogative della mia esistenza. Da giovane adolescente imparavo le canzoni a memoria, a furia di sentirle nel giradischi Geloso. Consumavo i 45 giri e i 33 giri. Per me, ancora oggi, alcune canzoni rappresentano la colonna sonora della mia vita. Ci sono passaggi, scelte di vita legate indissolubilmente alle canzoni.  Da Lolli a De Andrè, a De Gregori, Venditti per quanto riguarda gli italiani ma anche Credence, Deep Purple, Led Zepelin, Queen, Pink Floyd  hanno generato i battiti della mia esistenza. La canzone è il manifesto delle mie azioni. Anche oggi ho tutte le canzoni dentro l’I pod. Circa 3400 “vecchie note” che continuo ad ascoltare e mischiare con nuove tonalità.

Quale è stato il metodo di stesura del libro? Ha scritto tutti i giorni? Ha un metodo di lavoro quotidiano?

Sono uno scrittore da “impulso”. A volte resto mesi senza scrivere una parola e mi tengo tutto dentro.  Disegno con la fantasia molte sceneggiature che poi scrivo di colpo. A volte devo trovare la soluzione, devo trovare la giusta risposta e mi rifermo. In alcuni casi ho scritto interi capitoli in meno di un’ora per poi rivederli e correggerli a distanza di mesi. Credo che non ci sia un metodo per scrivere. C’è solo la passione. Mi piace costruire storie, far muovere i personaggi, farli arrabbiare, sorridere, innamorare. Mi piace giocare con la vita, con la possibilità di poter incidere in alcune scelte. Scrivere è un allenamento per vivere meglio, per superare certe asperità. Quando non sono d’accordo, quando non mi ci trovo in certi scenari , quello è il momento per scrivere.

Vede una speranza nel mondo dei lettori contemporanei?

R. L’era digitale sta modificando il modo di leggere e di informarsi. Non credo però che il libro  cartaceo sparisca del tutto. Abbiamo sempre l’esigenza di toccare qualcosa, di sentircelo terribilmente vicino per consultarlo. Si vive in maniera molto vorticosa. Abbiamo tutti un blog e tutti scriviamo qualcosa  ma senza soffermarci. Vedo molta velocità, molta voglia di cambiare, che è lecita ma vedo anche poca creatività. I giovani si rifugiano in letture programmate, i vampiri, i maghetti, tutto fuori dalla realtà. Nessuno sembra avere la voglia di andare a capire cosa è successo, perché abbiamo fatto questo tragitto, perché  il mondo si trova da queste parti, perché il nostro paese ha queste contraddizioni. Bisogna riscoprire il gioco della memoria attraverso la lettura. Spero si possa ritornare al racconto, al romanzo classico che si muove tra gli umori della gente e spariscano i vampiri e le fantasie inutili.

Ha in cantiere nuovi romanzi? Come sta andando la promozione de “Il piano zero?”? Sta avendo un riscontro positivo dal pubblico?

R. Il piano zero ha un suo format molto originale.  La presentazione è un piccolo spettacolo con la chitarra dove il protagonista del romanzo Claudio Marceddu, prova a raccontarsi attraverso le canzoni di quel periodo e prova a raccontare la sua storia d’amore con Violetta. Lo spettacolo si chiama Un bacio all’improvviso (frase tratta da “con tutto l’amore che posso di Claudio Baglioni) e ripercorre quegli strani anni con allegria e malinconia. La presentazione, in questo modo, è molto apprezzata dal pubblico che sorride in maniera amara.
Il mio prossimo futuro è piuttosto complesso. Lavoro a molte cose, è appena uscito un lavoro teatrale in musica, rappresentato da alcuni attori e ottimi musicisti. Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato in una Sardegna del dopoguerra dove vi è stato uno strano omicidio ormai dimenticato e che ritornerà nella prima indagine di Claudio Marceddu che ritorna come sostituto procuratore negli anni 80. Ci sarà un incontro particolare, nel 1985, all’Asinara, un incontro che segnerà per sempre la vita di Claudio Marceddu. Inoltre, voglio raccontare la vita di una persona molto particolare che ha una tavolozza di colori molto variegata e ha vissuto per anni nella strada, alla ricerca degli uomini. Ma, per ora, sono solo contorni e le pagine  per questa biografia sono bianche.

:: Recensione di Il migliore dei mondi possibili, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 Maggio 2013

nicola_fiorin_il_migliore_dei_mondi_possibiliQuale è il migliore dei mondi possibili? Bella domanda. Così su due piedi mi verrebbe da dire che il migliore dei mondi possibili è quello che un individuo cerca di creare giorno dopo giorno. ed è quello che spera di fare Angelo Della Morte, giovane uomo di legge bresciano nato dalla penna dell’avvocato penalista Nicola Fiorin. Angelo, già protagonista di Lentamente Muore (Arpeggio libero, 2012) il legal thriller che ha conquistato Brescia, e non solo, nell’estate del 2012 è qui coinvolto in una nuova impresa legale. Il nuovo incarico per l’ avvocato in carriera non sarà semplice, perché questa volta non dovrà difendere un cliente qualunque, ma Pietro Berni, il suo docente di filosofia delle superiori accusato di essere un rapinatore seriale. La cornice all’interno della quale si sviluppa come un fiume travolgente la storia di Il migliore dei mondi possibili è Brescia, la città lombarda di viuzze e zone multietniche (San Faustino e il Carmine) che la rendono un fucina multiculturale. Ciò che colpisce di questo libro non è la sola presenza tipica del thriller legale, dove un avvocato deve difendere e scagionare il presunto colpevole, ma l’innestarsi su di essa di tutta un’altra serie di tematiche (amore, amicizia, speranza, disillusione e delusione) che evidenziano il profondo essere umani di Angelo e dei tanti comprimari coinvolti nella stessa avventura.  Della Morte è un giovane uomo, minato da strani malesseri, ma animato da un entusiasmo del successo che lo induce a voler entrare a far parte di un mondo – la borghesia cittadina – che in realtà non è proprio il suo e a mettere in crisi questa sua ascesa sociale si innesta il caso del professor Berni, i cui insegnamenti di un tempo tornano a pulsare nel cuore di Angelo. In perenne bilico tra il recuperare il vero io – quello ribelle agli schemi comuni e libertario-  o l’abbandonarlo per diventare un qualcuno che non è, Angelo – che nei modi di fare mi ha ricordato l’attore John Belushi – si troverà coinvolto in situazioni grottesche e a volte comiche che lo aiuteranno a comprendere quella che è la sua vera essenza esistenziale. Esemplare da questo punto di vista ne Il migliore dei mondi possibili è l’incontro-scontro tragicomico del protagonista con l’associazione della borghesia bene, la Brixia Fidelis che, come precisa l’autore stesso non ha nulla a che vedere con la Onlus solidale presente davvero a Brescia, in realtà si rivelerà essere ben diversa da come Della Morte se l’era immaginata. Non a caso qui Angelo scoprirà come sotto la facciata di superficie del perbenismo e della fedeltà familiare, i vari soci nascondano comportamenti non molto nobili che hanno come obiettivi fantomatici viaggi week-end lavorativi all’estero in particolari centri di massaggio. In un universo cittadino reso cupo e perennemente umido dall’inverno incombente, Angelo Della Morte recupera gli amici di un tempo per portare a termine la “Missione Berni” riscoprendo grazie a qualche ex fidanzata il suo vero io – quello che sta sempre dalla parte degli indiani – e rendendosi conto che a volte le persone sono disposte a tutto pur di realizzare il loro migliore dei mondi possibili.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Dal giugno del 2009 è vicesindaco di Bovezzo in provincia di Brescia. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario del’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: una proposta bizzarra

21 Maggio 2013

gatsbyE’ da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane Il grande Gatsby (The Great Gatsby) diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire e naturalmente questo avvenimento ci ha spinto a leggere, per alcuni rileggere, questo curioso libro di Francis Scott Fitzgerald, per alcuni libro di culto, per altri decisamente meno profondo di Tenera è la notte o evocativo di Di qua dal paradiso.  Sta di fatto, comunque, che Il grande Gatsby è un romanzo più complesso di quanto appare e sicuramente difficile da tradurre. Ma quale libro non lo è? Parlo nel titolo di una proposta bizzarra, ora vi spiego. In onore de Il grande Gatsby pensavo di scrivere una mia analisi, poi leggendo un articolo su Wuz, che accostava le traduzioni dell’incipit del romanzo di Fernanda Pivano, Tommaso Pincio, Franca Cavagnoli, Bruno Armando e Alessio Cupardo ( le potete leggere qui ), mi son detta perchè non mi cimento anche io ed ecco il risultato. Vi invito comunque a fare o stesso, lasciando nei commenti la vostra traduzione. Non deve essere letterale, potete aggingere o togliere parole, solo rispettando lo spirito di Fitzgerald. La più bella verrà pubblicata al posto della mia.

Incipit – Capitolo Primo – Testo originale

In my younger and more vulnerable years my father gave me some advice that l’ve been turning over in my mind ever since.
“Whenever you feel like criticizing any one,” he told me, “just remember that all the people in this world haven’t had the advantages that you’ve had.”
He didn’t say any more, but we’ve always been unusually communicative in a reserved way, and I understood that he meant a great deal more than that. In consequence, I’m inclined to reserve all judgments, a habit that has opened up many curious natures to me and also made me the victim of not a few veteran bores. The abnormal mind is quick to detect and attach itself to this quality when it appears in a normal person, and so it came about that in college I was unjustly accused of being a politician, because I was privy to the secret griefs of wild, unknown men. Most of the confidences were unsought–frequently I have feigned sleep, preoccupation, or a hostile levity when I realized by some unmistakable sign that an intimate revelation was quivering on the horizon; for the intimate revelations of young men, or at least the terms in which they express them, are usually plagiaristic and marred by obvious suppressions. Reserving judgments is a matter of infinite hope. I am still a little afraid of missing something if I forget that, as my father snobbishly suggested, and I snobbishly repeat, a sense of the fundamental decencies is parcelled out unequally at birth.

La mia traduzione

Nei miei più verdi e vulnerabili anni mio padre mi diede un consiglio che da allora non ho più dimenticato.
“Quando ti viene in mente di criticare qualcuno” mi disse, “solo ricorda che non tutte le persone a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”.
Non disse altro, ma a dire il vero noi siamo sempre stati insolitamente comunicativi in un modo del tutto particolare, e io capii che intendeva molto di più di questo. Di conseguenza, sono stato incline ad evitare alcun tipo di giudizio, un’ abitudine che mi ha attirato molte nature curiose e anche mi ha reso vittima di non pochi scocciatori professionisti. La mente anormale sa distinguere e si attacca a questa qualità quando appare in una persona normale e così per questo che al college ero ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero al corrente delle pene segrete di tutti finanche di selvaggi sconosciuti. La maggior parte delle confidenze erano non richieste- frequentemente fingevo di aver sonno, di essere preoccupato o un’ indifferenza ostile quando mi accorgevo, per qualche indubitabile segno, che un’ intima rivelazione stava facendo capolino all’orizzonte; poiché le rilevazioni intime dei giovani, o almeno le modalità con le quali le esprimono, sono generalmente contraffatte e alterate da ovvie reticenze. Evitare i giudizi è un compito di infinita pazienza. Ho ancora un po’ paura di perdere qualcosa se dimenticassi, come mio padre snobbisticamente suggeriva e io snobbisticamente ripeto, che il senso di fondamentale decenza non è stato distribuito in uguale misura alla nascita a tutti.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Viviana Filippini

21 Maggio 2013

stagnoCiao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista  Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?

Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.

Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto  storico di ambientazione?

Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.

Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora  proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?

Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.

La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?

Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.

Il protagonista  non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito,  ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?

Re:  Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.

Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?

Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.

Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come  Platonov e Tibyetskji sono morti?

Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.

Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?

Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.

Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?

Re:  Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.

Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche  della vita nella società civile afflitta  dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?

Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.

Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?

Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!

Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta,  volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?

Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.

Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?

Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.

Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene  nei panni del tuo personaggio?

Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha  immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….

Potresti dirci  a cosa stai lavorando adesso?

Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!

Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?

Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!

:: Un’ intervista con Luigi Ricciardi, grazie alla gentile collaborazione di Maurizio de Giovanni

20 Maggio 2013

foto archivioLuigi Alfredo Ricciardi, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non senza una certa emozione la ospito su queste pagine e non mi interrogo più di tanto su come sia possibile questa intervista attraverso il tempo e lo spazio. Commissario della squadra mobile della Napoli degli anni Trenta, un poliziotto infondo, un poliziotto ostinato, umano, poco propenso ai compromessi. Un uomo all’antica, tutto di un pezzo. Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

R. Salve, signorina. Come sapete, io non sono uno che parla molto; mi scuserete quindi se sarò, come dire, un po’ sintetico nelle risposte. Io sono cresciuto in un paese del Cilento, nel palazzo della mia famiglia. Ci penso spesso, e ci tornerò, prima o poi. Magari qualcuno vi racconterà del mio ritorno. Ho studiato in collegio, dai gesuiti, ma temo che non siano riusciti a insegnarmi la fede; la logica sì, quella l’ho imparata. Poi ho studiato giurisprudenza, per poter fare il poliziotto: era… necessario, come potete immaginare. Pregi? Mi ritengo serio, e sincero, per quanto possibile. Difetti? Non sono molto incline alle amicizie, direi.

Non è solo un personaggio di un romanzo, per molti suoi lettori è un amico, un carissimo amico. Che rapporto la lega al suo creatore, Maurizio de Giovanni?

R. Abbiamo una buona conoscenza. Mi pare una persona onesta, che non cerca di abbellire o rendere più brutta la realtà che racconta. Una persona alla quale, avendo delle confidenze, si affida volentieri il proprio pensiero. Ma non è mio amico, e io non sono amico suo, né credo che potremo diventarlo. Apparteniamo a epoche troppo diverse, e troppo diversi sono i nostri valori.

Ci parli della sua Napoli: la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, del caffè Gambrinus, del lungomare di Chiaia. C’è tanta povertà, ma tanta umanità, tanto calore, tanta solidarietà.

R. Dovrei dirvi del dolore e della sofferenza. Del fatto che cinque bambini su dieci non arrivano a dieci anni, anche nelle famiglie ricche. Della difterite, della poliomielite, del tifo e del colera. E del valore profondo dell’amicizia, dell’amore che dura tutta la vita, dei figli che vengono prima di tutto. La mia città è così, e dal volto di chi mi racconta quando mi sente parlare intuisco che la vostra, nel vostro tempo, sia tanto diversa. Mi dispiace, che gli uomini non abbiano imparato dai propri errori. Ma forse non impareranno mai.

Luigi Ricciardi e la cucina. E’ in fondo un buongustaio, ama la cucina cilentana e i piatti che le prepara la tata Rosa, i dolci tipici di Napoli del caffè Gambrinus. Cosa ama di più mangiare?

R. Ah, la cucina della mia tata. In realtà non amo mangiare, tantomeno cose molto pesanti: mi infligge certe pietanze che ammazzerebbero un maiale. Però è un suo modo di amarmi, cucinare per me, e io non posso e non voglio deluderla. Io sono uno che si nutre, temo. Non sono molto incline ai piaceri della vita, come altri miei colleghi famosi.

Non ha un carattere facile, il rapporto con i suoi superiori, sebbene basato sul rispetto per il suo lavoro, è piuttosto teso. Vive in un periodo difficile, c’è il Fascismo, la gente scompare solo se pesta i piedi a qualcuno di importante, pensiamo al dottor Modo. Non ha paura di risultare sgradito al regime? Quale è il suo rapporto con il potere?

R. Stranamente posso rispondere con un motto caro, appunto, al regime: me ne frego. Non mi interessa la politica, che purtroppo non incide sulla natura umana tanto da eliminare o almeno attenuare le cose orribili che sentimenti e passioni riescono a produrre. Certo, non mi piace chi vuole imporre con la forza il proprio pensiero; e tantomeno chi parla di guerra con la frequenza con cui ne parlano questi signori col fiocco sul cappello e gli stivaloni. Ma almeno, come cerco di far capire a quel testone di Bruno, questi urlano. I più pericolosi, secondo me, sono quelli che sorridono e sussurrano. Ma è solo una mia idea.

Nella sua vita professionale ha seguito tante indagini, sempre con l’aiuto del brigadiere Raffaele Maione, un prezioso e insostituibile collaboratore, ma anche un amico. Ci parli di Maione, che persona è vista da vicino?

R. Maione, Maione. Maione è una persona meravigliosa; grossolano, goffo, un po’ manicheo, senza sfumature. Ma sincero, di grandi sentimenti, dotato di una bontà immensa. Ed è padre, soprattutto; non solo nei confronti dei figli, o della memoria di quello che ha perduto: è padre in tutto e per tutto, nei confronti di chiunque ami. So che mi è affezionato, e io sono affezionato a lui. Crede di proteggermi, ma in realtà sono io a vegliare su di lui conoscendo di più sulla realtà che ci circonda. Spero che la vita non gli dia altro dolore, e che si mantenga com’è a lungo.

Luigi Ricciardi e le donne. E’ un gentiluomo all’antica, molto corretto, rispettoso, educato. Fa l’inchino e il baciamano. Mai picchierebbe una donna. Seppure le ama le donne, il suo carattere riservato e il segreto che la tormenta la rendono difficilmente capace di aprirsi, di corteggiarle, di pensare a costruirsi una famiglia. Come è la sua donna ideale?

R. Per avere una donna ideale, signorina, bisogna credere che possa esistere una donna da tenere vicino. Io purtroppo credo di non potere. Vedete, signorina, io sono pazzo. Io vedo le immagini dei morti ammazzati che mi parlano, vomitando senza sosta, incessantemente, tutto il male e il dolore del distacco dall’esistenza. Credete che sarebbe possibile condividere una cosa del genere con una persona alla quale si voglia bene? Che sarebbe amore quello che si prova per qualcuno al quale si voglia buttare addosso questa sofferenza? Vorrei una vita normale, certo. E quindi vorrei una moglie, e dei figli, una casa calda in cui riposare, lasciando fuori il dolore del mondo. E vorrei non essere così come sono. Vorrei non essere pazzo. Ma lo sono, purtroppo. Quindi, come vedete, è inutile parlarne.

Livia e Enrica un bel dilemma. In cuor suo pensa che un giorno riuscirà a fare una scelta? O la farà per lei il suo autore?

R. Non credo che noi uomini abbiamo in realtà la facoltà di scegliere, sapete. Penso che siano sempre le donne, con la loro tenacia e la sensibilità, a fare una scelta. Livia ed Enrica sono persone a me care, per versi differenti. E non nego di sognare di essere un uomo diverso, in grado di far felice una donna. Ma la realtà è purtroppo quella che vi dicevo prima: sarei davvero sorpreso, molto sorpreso se la mia vita dovesse avere quello che voi chiamate un lieto fine.

Luigi Ricciardi e il Fatto, il segreto di cui parlavo. Forse dipende dalla sua sensibilità, dalla sua propensione ad entrare in comunione con gli altri, specie le vittime, i più deboli. Che rapporto ha con il soprannaturale? Crede in Dio?

R. No, signorina. Non credo in Dio. Non credo che sia possibile che un Essere soprannaturale, che ama i figli che ha creato, possa consentire una tale massa di sofferenza e dolore. Ho visto madri ammazzare i figli senza pietà, figli ammazzare padri, fratelli e sorelle scannarsi, vecchi percossi a morte. E ho sentito le parole del loro ultimo respiro, dell’ultimo dolore. Io non credo che Dio, se ci fosse, sarebbe sordo a quello che sento io. Perché vedo e sento? Perché questa terribile sorte è toccata proprio a me? Non saprei. Forse ho solo una vista migliore, un udito più fine. O forse, come credo, sono semplicemente pazzo.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? E’ già successo che l’abbia fatto?

R. E’ successo, sì. Non l’ho ancora raccontato a quello che voi chiamate il mio autore, e che per me è solo un confidente, ma è successo. Anche se le mie non sono propriamente amicizie, credo che se si prova un sentimento di quella forza sia giusto dare tutto di sé. Senza remore e senza esitazioni.

Luigi Ricciardi e la solitudine. C’è un’ombra scura nella sua vita, un umore nero, una certa tristezza. Un po’ dipende dal carattere, un po’ dal lavoro che fa, un po’ dal periodo storico. Per lei la solitudine è un rifugio, uno stato d’animo necessario, una strada che le permette di far chiarezza in se stesso?

R. Penso semplicemente che se si vuol bene a qualcuno, di questo qualcuno si vuole appunto il bene. E che se si è il male, non si può pretendere di imporsi a chi si vuol bene. Sembra uno scioglilingua, un gioco di parole, ma è così. La mia solitudine, di cui farei volentieri a meno, è purtroppo una condizione necessaria; non per la chiarezza, ma per l’oscurità che porto dentro di me. Che non mi abbandona mai.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

R. Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo. Io so bene che non è così, e questa finzione mi annoia. Mi piace la musica, però, e le canzoni. Ci sono canzoni delicate e struggenti che mi portano nel mondo che vorrei e che so non esistere. La signorina Gilda Mignonette, che talvolta canta alla radio, ha una voce che mi commuove. Avete mai sentito la canzone “Tutta pe’ mme”?

Luigi Ricciardi legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

R. Leggo, sì. Per lo più libri di legge, o di medicina. Qualche autore di romanzi, e vi sorprenderà sapere che la narrativa sentimentale mi attrae molto, forse per lo stesso spirito che ho quando guardo Enrica dalla finestra: per sognare la normalità che mi è preclusa.

Quando inizia un’indagine, quali sono i passi ricorrenti che compie, le piccole scaramanzie? Parte sempre dalla vittima per arrivare al colpevole? Il fatto l’aiuta poco, a volte la mette fuoristrada. Si fida del suo istinto, affinato da anni di esperienza? O la risoluzione dei casi è quasi un incidente, un accadimento inaspettato?

R. Accedo da solo sulla scena del delitto. Non per il Fatto, anche se a volte l’impatto, credetemi, è davvero terribile e temo sempre che l’espressione del mio viso tradisca l’emozione che mi viene riversata addosso. Respiro l’aria del delitto, immagino quello che è accaduto provando a rivedere le immagini del delitto. Non voglio essere distratto da nulla. Poi ripercorro la vita della vittima, cercando il punto in cui il flusso di un sentimento come l’amore, l’amicizia, sia stato deviato e abbia dato luogo a gelosia, ossessione, odio. Da quel punto in poi, risalire al colpevole è più facile. Non si può riparare al danno enorme che alla società fa il delitto, certo. Ma possiamo almeno mettere le cose in ordine, e impedire che una mano assassina possa ripetersi. Non è poco, d’altronde.

La sofferenza delle vittime, la sofferenza dei colpevoli. Il male rende tutti vittime. Come vive la sua condizione di mediatore tra queste due realtà contrapposte?

R. La sofferenza non è migliore o peggiore secondo chi la prova. Ho visto molti casi in cui la vittima era largamente più colpevole dell’assassino, secondo la giustizia naturale. Ma io amministro la giustizia degli uomini, e quella devo seguire. E l’assecondo, a meno che i suoi effetti non ricadano su teste innocenti, figli, mogli il cui destino diventa irreparabilmente compromesso dalla malvagità. A quel punto mi sento in dovere di cautelare coloro sulle cui teste ricade la colpa altrui.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine?

R. Si avvicina l’estate. Il caldo fa strane cose, sapete; ha effetti sulle menti, quello che sembra sopportabile in primavera non lo è più quando il caldo soffoca il respiro e rende un inferno i vicoli dove l’aria non si affaccia. Ecco un consiglio per voi, signorina: state attenta al caldo. E più in generale, abbiate cura di voi. Ora vi saluto.