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:: Recensione di Confessione a Tanacu, Tatiana Niculescu Bran (Hacca Edizioni, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 luglio 2013

confessione-tanacuIl fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
Queste le parole dello scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan all’inizio del romanzo Confessione a Tanacu (Hacca Edizioni) di Tatiana Niculescu Bran, mirabilmente tradotto da Anita Natascia Bernacchia. Un’opera che potrebbe essere ascritta nel filone del New Journalism e che, come illustri predecessori (penso soprattutto ai due capolavori Operazione massacro di Rodolfo Walsh e A sangue freddo di Truman Capote) anche questo è un testo che mutua dal noir la struttura e il montaggio per sbatterci in faccia la dura realtà, la cronaca pura, un corpo a corpo con la verità sepolta.
Nel giugno 2005, a Tanacu, 350 chilometri a nordest di Bucarest, in Romania, la giovane monaca Irina Cornici, 23 anni, fu crocifissa dalle sorelle del monastero, su ordine di Daniel, un prete ortodosso con manie da esorcista, convinto che fosse “posseduta dal demonio” probabilmente per via di alcune crisi epilettiche. Prima di essere crocefissa Irina venne tenuta legata mani e piedi per diversi giorni e privata di acqua e cibo. Come scritto da Giacomo Papi e Mihaela Iordache in un articolo apparso su Diario nel luglio del 2005: “È lei la suora di 23 anni incatenata per giorni a una croce senza ricevere né cibo né acqua per essere liberata dal diavolo, in un remoto monastero ortodosso della Moldova romena. La fotografia che ha raccontato la sua morte è bella e terribile. La ragazza giace nella bara, dodici candele rischiarano la scena e i volti delle consorelle che assediano il cadavere. È un dipinto di Caravaggio fissato su pellicola in un giorno di giugno del 2005, un’immagine che possiede una strana geometria di sguardi, un ritmo esatto di teste e posture. E’ una specie di congiura espressiva che indica il vero centro dell’attenzione non nel cadavere di Irina, ma in padre Daniel (Petru Corogeanu all’anagrafe) che sta sulla destra, fuori dall’inquadratura, un uomo di 29 anni reso più maturo e mistico da una foltissima barba infuocata. Una scena che rappresenta uno sbadiglio del Medioevo nel cuore dell’Europa postindustriale.
Dalla caduta di Ceausescu, in tutta la Romania, i monasteri si sono triplicati e i monaci quadruplicati. È il risveglio religioso di un nuovo Medioevo ormai fuori controllo. In Romania, dopo quarant’anni di ateismo di Stato, si assiste a un vero e proprio risveglio spirituale. Dal 1990, ha scritto Craig Smith sull’Herald Tribune, il numero dei monasteri è salito a 600, il triplo rispetto agli anni di Ceausescu, mentre i 2.800 monaci sono quadruplicati. Per sfruttare il trend positivo, o forse per la sua tradizionale lentezza, l’episcopato ortodosso non ha saputo governare il cambiamento.
I segni sono dappertutto, la povertà, la fame, la partenza dei giovani, il loro emigrare nel mondo in cerca di un pezzo di pane, i nostri intellettuali che si dedicano alle mansioni e ai lavori più umilianti per portare un soldo a casa e sfamare i propri figli, questi romeni che piangono di nostalgia per le loro madri rimaste a casa, che non conoscono più festività, che non hanno più domenica, schiavi di tutte le umiliazioni e le fedi fasulle, di tutti i paganesimi turchi e arabi. Siamo diventati i mendicanti dell’Europa e del mondo intero. Le braccia più a buon mercato sono quelle del povero romeno. In che stato di umiliazione è arrivato il nostro popolo cristiano.”
Petru Corogeanu, padre Daniel, uomo che approda alla religione dopo aver fallito miseramente come giovane calciatore, prima a Vaslui e, poi, all’Università dello sport di Bucarest, secondo le testimonianze dei monaci che hanno studiato con lui al monastero di Stefan Cel Mare, dove si è formato come uomo di Chiesa, è sempre stato un esaltato. Quando gli altri pregavano un’ora, lui ne pregava tre. Quando era il momento delle attività pratiche: curare l’orto, tagliare la legna, sistemare il monastero, lui pregava. Quando gli altri si riunivano a chiacchierare lui si isolava e pregava. Pregava. Pregava sempre, Invocava gli angeli. Si lasciava rapire dal suo delirio spirituale. Pregava. Pregava. Pregava.
Questo nella realtà, ma Confessione a Tanacu  è cronaca letteraria e anche qui padre Daniel si dimostra per quello che è: un poveretto devastato da visioni medioevali, una incompleta e patologica educazione civica, sbrodolanti e fugaci autopromesse di raggiungere il Regno dei Cieli con le sue azioni.
‘Poiché tu sei potente o Signore, e a Te innalziamo gloria, al Padre, al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen’ disse padre Daniel guardando Irina con il capo reclinato da una parte, come a dire ‘Lo vedi? Te lo avevo detto!’, poi alzò gli occhi al soffitto, chiusi, in segno di profonda gratitudine a Dio.

Tatiana Niculescu Bran si è laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest e presso l’Istituto europeo di giornalismo di Bruxelles. Tra il 1995 e il 2004 è stata redattrice nella redazione romena londinese di Radio BBC World Service. Tra il 2004 e il 2008 ha diretto l’ufficio della BBC World Service di Bucarest. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Spovedanie la Tanacu (Confessione a Tanacu), seguito nel 2008 da Il libro dei giudici. Ha inoltre pubblicaro Le notti del Patriarca nel 2011 e Nella Terra di Dio nel 2012.

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013

Ellroy

In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Recensione di Avvoltoi di Luigi Bernardi (Doppiozero, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2013

coverE’ da pochi giorni uscita, unicamente in formato digitale, una raccolta di tre racconti brevi di Luigi Bernardi, per Doppiozero, intitolata Avvoltoi e composta da Voglio te, A morte scoperta e Madre mia di morte nera. Giunge essenzialmente inattesa, solo a marzo è uscito dell’autore il suo ultimo romanzo, Crepe, che abbiamo avuto modo di recensire su queste pagine virtuali. Luigi Bernardi ci ha abituati alle sorprese e non è autore costretto a sfornare opere per logiche di marketing, a volte non rispettose dei ritmi della creatività. Se ha pubblicato questa raccolta e perché ne sentiva la necessità, perché si sentiva pronto a parlare di due temi, solo apparentemente slegati e quasi contrapposti. La morte e il legame tra genitori e figli. Nella nota finale è tutto spiegato, la genesi dei racconti e chi sono gli “avvoltoi” del titolo, oltre a contenere una verità, una riflessione stessa sulla narrazione, che ci avvicina di più al modo con cui gli scrittori osservano la vita.
Tre racconti dunque, autonomi, indipendenti, coerentemente difformi anche per scelte stilistiche, il primo portatore di una terza persona più oggettiva, imparziale, da osservatore esterno, i restanti due definiti da un’ introspettiva  prima persona,  uniti solo accidentalmente da una omogeneità tematica che predispone all’ascolto, alla ricerca di nessi e connessioni nascoste. Perché quasi sempre Bernardi parla di altro, sottende significati che ad una prima lettura superficiale sfuggono. Consiglio infatti più di una lettura, sono racconti brevi, non vi porteranno via più di pochi minuti e vi accorgerete che già a una seconda lettura l’apprezzamento e la comprensione miglioreranno e vi lasceranno intravedere il modo particolare di Bernardi di dire cose profonde, anche quando non pare.
Il primo racconto Voglio te, il più militante, cadenzato dalle strofe della canzone del 1974 di Mogol Battisti, Due mondi, dedicato e qui rimando alla nota finale, è sicuramente il più strutturato per trama e sottotrame. Inizia con la chiusura di una bara, descritta con minuzia di particolari come un rito, non religioso seppure ne conserva tutta la sacralità. In un alternarsi di un prima e di un dopo, il tempo fluttua e ci concede un mistero da svelare. Un uomo e una donna si incontrano per parlare di un terzo personaggio che non compare, ma che è il protagonista occulto del racconto. Un personaggio che è la personificazione dei responsabili dei sogni traditi del 68, scarnificazione di un Saturno che divora i suoi figli, anche quando la sua unica arma resta la memoria.
In A morte scoperta e Madre mia di morte nera, racconti più allegorici e se vogliamo più brevi, volutamente narrati in prima persona, quasi si ha la sensazione di assistere a delle confidenze, sussurrate, documentate, catartiche. In A morte scoperta, il tono è più deciso, consapevole, l’io narrante elabora un lutto e parla di suo padre attraverso un sogno, negando volutamente i toni retorici dell’agiografia. Pur non sfuggendo sfumature d’affetto. In Madre mia di morte nera, più intimistico e sfumato, un figlio ricorda la madre lasciandosi sfuggire un liberatorio Solo il desiderio di essere figlio, una volta tanto nella vita. Lo stile letterario di Bernardi, caratterizzato dall’ immediatezza, dall’ essenzialità, e da una certa asciuttezza priva di accessori inutili o superflui, frutto di puliture e limature, ha ormai raggiunto la acuminatezza di una lama capace di recidere, nervi, tendini, vene, luoghi comuni.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Recensione di Prima dello specchio, Enzo Antonio Cicchino, (Rondine, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2013

Copertina_Prima dello specchioEnzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano  e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia) e nel 2012 per Laruffa editore il romanzo  La fonte di Mazzacane.

:: Segnalazione di Polvere di diamante di Ahmed Mourad (Marsilio, 2013)

20 luglio 2013

3171561Polvere di diamante
di Ahmed Mourad
traduzione
di Barbara Teresi

Il lato oscuro del Cairo e dell’Egitto contemporaneo nel nuovo thriller dell’autore di Vertigo.

Se il giallo nordico ha fatto luce sui meandri oscuri di società ricche, moderne e all’avanguardia sul piano del welfare, Mourad racconta pezzi di mondo sociale egiziano, e la sua invenzione fantastica diventa uno strumento per capire meglio il presente e quello che può cambiare in futuro” Salvo Fallica, L’Unità

“Ahmed Mourad è uno dei pochi scrittori di romanzi gialli e di thriller del mondo arabo” Ahmed Ramadan, 
Egypt Independent

Taha è un ragazzo del Cairo che ama suonare la batteria e fumare la shisha al caffè con gli amici. Quando non va in giro per studi medici cercando di piazzare qualche farmaco e non fa il turno di notte in farmacia, si prende cura del padre che, costretto su una sedia a rotelle, trascorre le giornate appostato nella sua stanza a spiare la gente con il binocolo. Dalla sua finestra sul mondo osserva le vite degli altri e ne scruta i segreti. Una mattina, rientrando in casa, Taha trova la sedia a rotelle rovesciata e suo padre a terra, colpito a morte. Qualcuno ha voluto ucciderlo. Ma in un paese dove per la legge i più deboli non contano, ben presto le indagini finiscono in un vicolo cieco, e a Taha non resta che cercare giustizia da sé. Inizia per lui un viaggio nel lato più oscuro del Cairo che, accanto alla crudeltà e ai vizi di persone senza scrupoli, gli permetterà di toccare con mano anche l’impegno e la passione di chi crede di poter cambiare una società devastata dalla corruzione e dal clientelismo. Giovani come Sara, la vicina di casa bella e impossibile, giornalista a caccia di inchieste che colpiscano il malcostume, che apre una breccia nel suo cuore. Nelle loro indagini private, Taha e Sara, ognuno con il proprio obiettivo, s’imbattono nella misteriosa polvere di diamante, «il re dei veleni», diffusa un tempo tra i commercianti ebrei della città: una sostanza che una volta ingerita striscia nel corpo silenziosa come una serpe, uccidendo molto lentamente. Primo autore di polizieschi ad aver conquistato il pubblico al di là dei confini del mondo arabo, nel suo nuovo thriller Ahmed Mourad racconta di una città che ha perso l’innocenza, ma non quel lieve e affascinante umorismo che da sempre contraddistingue lo spirito egiziano.

Ahmed Mourad (1978) ha studiato cinematografia. Ex fotografo personale di Mubarak, regista e scrittore, ha ricevuto diversi premi per i suoi cortometraggi. Polvere di diamante è il suo secondo romanzo, dopo Vertigo, di cui sono state stampate in Egitto ben otto edizioni, il primo poliziesco di successo dal mondo arabo.

:: Recensione di A chi vuoi bene di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2013)

19 luglio 2013

A chi vuoi beneLa chiamata tipica per un poliziotto è in situazione ignota. Al corso ci istruivano a considerare tutte le chiamate così. Il pericolo si nasconde ovunque. Sono tutti sospetti, e tutti i sospetti mentono.

A chi vuoi bene, (Love You More, 2012) della scrittrice americana Lisa Gardner, tradotto da Daniele Petruccioli e pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos, come il precedente La vicina, è il quinto episodio della serie poliziesca dedicata al personaggio di D.D. Warren, sergente investigativo del Boston Police Department. In bilico tra il police procedural più classico e il thriller più marcatamente psicologico, di cui la Gardner sembra conoscere tutti i meccanismi per accrescere tensione e suspense, A chi vuoi bene ripropone lo schema collaudato già presente ne La vicina: una classica famiglia apparentemente felice, che in realtà nasconde segreti, la presenza di una bambina, in questo caso scomparsa da casa, un presunto colpevole che fa poco o niente per scagionarsi, anzi aggrava la sua posizione in una spirale sempre più nera. Sta di fatto comunque che lo schema funziona, e non appare per nulla ripetitivo o noioso; la curiosità è palese, si percepisce la tensione e la voglia di scoprire cosa sia realmente accaduto, grazie all’abilità dell’ autrice di scavare nei personaggi, arricchendoli di aspetti della loro vita quotidiana e del loro passato. La scrittura è sempre piacevole, chi ha avuto modo di leggere i romanzi della Gardner conosce già la sua capacità di arricchire la trama con una scrittura visiva e ricca di dettagli, sempre funzionali al tratteggio dei personaggi. Tessa Leoni è una poliziotta. Una delle poche donne a servire nella stradale della polizia di stato. Tutte le notti sul fronte, tra camionisti ubriachi, risse e incidenti mortali. Si è soli di pattuglia, certo si chiamano i colleghi quando la situazione precipita, ma un poliziotto impara a far conto delle armi che ha in dotazione, del giubbotto antiproiettile, dei  pugni che deve imparare a dare anche se è uno scricciolo come Tessa, e della parola. Parlare è la cosa più importante. Dire la cosa giusta, al momento giusto, può essere vitale. E mai questa lezione imparata in addestramento si rivela vera quella mattina nella cucina della sua villetta circondata da un giardino con ai piedi suo marito, in un lago di sangue, colpito da tre proiettili sparati in pieno petto dalla sua pistola d’ordinanza. Non ci prova neanche a negare. I lividi, il volto tumefatto testimoniano gli abusi subiti. Suo marito era un violento, le ha spaccato una bottiglia di birra in testa, lei ha sparato per legittima difesa. Una donna può arrivare a non poterne più, specie se è una poliziotta addestrata a difendersi, ad usare le armi. La violenza è il suo lavoro, è già incredibile che abbia subito violenza. La violenza domestica non è tra i danni collaterali di una poliziotta come Tessa Leoni, una dura, una tosta. Esattamente non definibile una donna indifesa. E già questo particolare stride agli occhi degli investigatori chiamati ad indagare, D.D. Warren, sergente del nucleo investigativo della polizia di Boston e Bobby Dodge agente investigativo della polizia di stato. Anche se D.D. sa che molte poliziotte non usano a casa le proprie qualità professionali, l’occhio nero di Tessa leoni non era  il primo che D.D. vedeva sulla faccia di una collega. Comunque a D.D. Warren Tessa non piace, prova per lei un’ istintiva antipatia, dovuta forse principalmente al fatto che sa che mente, che sta dicendo un cumulo di bugie. Ma soprattutto dov’è sua figlia? La piccola Sophie, una bella bimba di sei anni dai capelli neri e senza i denti davanti. Oltre a uccidere suo marito Tessa ha anche ucciso sua figlia? Ma dove l’ha nascosta? Dove è il suo corpo? Della morte di sua figlia non si accusa, anzi chiede disperatamente che la cerchino. Non è più una poliziotta, Tessa Leoni è solo una madre disperata, capace di fare di tutto per la sua bambina. La ricerca di Sophie farà da filo conduttore a tutto il romanzo, a questa indagine in cui ben presto tutto si ribalta, ciò che crediamo vero si rivela una menzogna. Il passato di Tessa non è così limpido, nasconde segreti, come li nasconde Brian il marito, come li nasconde D.D. Warren non dicendo subito al suo compagno che è incinta. Ma a volte mentire è l’unica via d’uscita. A volte i guai in cui altri ti hanno cacciato, magari anche gente a cui vuoi bene o che ti vuole bene, sono troppo grandi, sono senza soluzione e ti domandi l’unica cosa veramente importante: a chi vuoi bene? Chi sei pronto a sacrificare? Quanto oltre la legge sei disposto ad andare, anche se la legge è la tua vita? Dannato Brian, è solo tutta colpa sua infondo.

Lisa Gardner ha avuto un’infanzia normale, una casa normale, una famiglia normale. Quando le chiedono perché mai una donna dolce e bella come lei scrive romanzi così neri, risponde che forse è colpa di tutta questa normalità. Lisa vive nel New Hampshire con due cani, un gatto, un marito e una figlia: i suoi thriller da brivido hanno scalato le classifiche dei best-seller USA e le hanno fatto vincere premi prestigiosi in mezzo mondo. A chi vuoi bene è il quinto thriller che vede come protagonista il detective D.D. Warren. Marcos y Marcos ha già pubblicato La vicina.

:: Recensione di Nel buio di Camilla Grebe e Åsa Träff (Piemme, 2011) a cura di Natalina S.

19 luglio 2013

nel buioCamilla Grebe e Åsa Träff,  le ho conosciute e apprezzate attraverso il loro secondo lavoro letterario, “Trauma”, un thriller psicologico di notevole spessore, ignara del loro capolavoro d’esordio, “Nel buio”, entrambi editi da Piemme e tradotti da Renato Zatti, in quest’ultimo con la collaborazione di Gabriella Bonalumi. Leggere “Nel buio” è stato come percorrere la longitudine di un fiume a ritroso, dal delta alla sorgente; approfondire un’amicizia sfogliando pagine di diari che raccontano  ciò che, comunemente, è più facile nascondere sotto rostri di acciaio.
Tutto ha inizio in quel mattino insidiosamente calmo di fine agosto, in un ronzio di voci e rumori, che preannunciano un’altra giornata carica di energia estiva, in una Svezia che ancora non concede spazio alla fine della stagione. Il corpo di una donna-bambina dalla folta boscaglia di capelli rossi, viene ritrovato rannicchiato nell’erba come un uccello. Il tempo scorre ignaro del fatto che l’ingiustizia attende giustizia, il torto richiama vendetta, il buio brama luce. L’oscurità penetra nell’anima umana  quando uno meno se l’aspetta; lo sa bene Siri Bergman, psicologa e psicoterapeuta in un ambulatorio di Stoccolma, alla quale capita spesso di vedere quel buio negli occhi dei suoi pazienti o  addirittura di immaginare che un amico o un collega abbia le tenebre dentro di sé. Siri condivide la sua avventura professionale con Sven e Aina. Quest’ultima ha frequentato gli stessi studi universitari di Siri insieme anche allo storico amico Vijay a cui, spesso, entrambe chiedono consigli. Nel buio ci guida nei sentieri più tortuosi e torbidi della psiche umana, in angoli che i raggi del sole faticano ad illuminare e riscaldare, lì dove riposa il vuoto. Ed è a quel vuoto che Siri vuole giungere nelle sedute con i suoi psicoterapeuti, Sara Matteus, Charlotte Mimer e Peter Carlsson, nel tentativo di educare e riabilitare quella sensazione ansiolitica generata dal male e che pulsa affinché si generi altro male. Attraverso una terapia cognitivo-comportamentale Siri conduce i suoi pazienti ad esporsi dinnanzi alle proprie paure per sopraffarle e vincerle. Siri conosce bene quella sensazione che dal giorno in cui Stefan, suo marito, è stato inghiottito dal mare, è sprofondata in un vortice spaventoso di insicurezze, paure e ansie che riaffiorano ogni qualvolta si specchia negli occhi vulnerabili dei suoi pazienti nel tentativo di psicanalizzare i loro conflitti interiori. “Sono gli avvenimenti che ci rendono ciò che siamo” e a causa dei quali, non sempre, siamo perfetti timonieri della nostra vita. È con quelle paure che Siri sarà costretta a confrontarsi quando il cadavere di una delle pazienti sarà ritrovato nei pressi della sua casa. Una morte ingiustificabile ai suoi occhi, un mistero che ci terrà con il fiato sospeso fino all’ultima pagina fino a quando l’ingiustizia lascerà il posto alla giustizia,  il torto alla vendetta,  il buio alla luce. Una morte che riporterà a galla buio, tanto buio fino a quando il vuoto lasciato dalla donna-bambina dai capelli rossi sarà cullato e il lutto rielaborato, perché solo allora ci sarà spazio per la luce, per nuovo amore.  Siri lo sa bene perché Stefan le aveva scritto “non avere paura del buio perché lì riposa la luce”

Camilla Grebe e  Åsa Träff

Camilla Grebe, sorella di Åsa Träff, si è laureata alla Scuola di Studi Economici di Stoccolma e ha intrapreso diverse attività imprenditoriali di successo, tra cui la fondazione di Story Side, una casa editrice di audio book. Åsa Träff è psicologa, specializzata in terapia cognitiva comportamentale e nel trattamento di disordini neuropsichiatrici legati all’ansia. Le due sorelle sono cresciute a Älvsjö, un sobborgo di Stoccolma. Insieme, per Piemme, hanno pubblicato “Nel buio”, thriller d’esordio che ha avuto in Svezia un notevole successo, e “Trauma”.

:: Un’ intervista con Cristina Fallarás

17 luglio 2013

innocentiBenvenuta Cristina su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Nata a Zaragoza nel 1968, hai studiato giornalismo all’ Universidad Autónoma de Barcelona. Scrittrice, giornalista, hai lavorato in radio e televisione. Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupavi prevalentemente, per quali giornali hai scritto, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare la scrittrice?

Come giornalista ho ricoperto quasi tutti i ruoli esistenti. Sono stata redattrice, reporter, editorialista, cronista, caporedattrice e vicedirettrice, sceneggiatrice radiofonica, opinionista televisiva, ho creato redazioni. Ho scritto soprattutto sul quotidiano El Mundo, ma sono passata in un modo o nell’altro per la maggior parte dei media del paese. Col tempo mi sono resa conto che ciò che più mi piace è uscire in strada e raccontare quel che succede.
Certo, 25 anni di giornalismo influisono inevitabilmente sulla scrittura. All’inizio, affronti l’atto di scrivere con meno rispetto, dopo centinaia di articoli frettolosi che moriranno il giorno dopo. In seguito l’esperienza giornalistica mi obbliga a star molto dietro al linguaggio e converte ciò che è letterario, la volontà letteraria, in esigenza costante.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

Non saprei determinare con esattezza cosa sia la verità in letteratura, anche se naturalmente, ciò che chiami “dire la verità” nel giornalismo non ha nulla a che vedere con la letteratura. Quando scrivo narrativa cerco di essere onesta, non so se ti riferisci a questo.

Dirigi il sito web Sigueleyendo. Raccontaci questa esperienza.

Sigueleyendo nasce dalla paralisi feroce che sta distruggendo il mio paese, dalla radicale trasformazione della comunicazione e dall’irruzione di internet nelle nostre vite. Con vari colleghi senza lavoro decidemmo di creare un sito web che ci permettesse di pubblicare articoli, recensioni e e-book. È come una creazione artificiale che prosegue modificandosi. Non so bene in che direzione stia andando, né voglio saperlo, per fortuna. Come anche pubblicare libri o recuperarne di quelli che considero fondamentali e che per qualche ragione muoiono, senza che nessuno li recuperi dal pozzo profondo dei fuori catalogo.

Raccontaci della tua infanzia. Da bambina ti piaceva leggere? Come è stato crescere nella Spagna degli anni ‘70?

Credo di aver sempre letto e scritto. Leggevo tutto ciò che mi capitava nelle mani e scrivevo molto. Ricordo che a otto anni decisi che avevo terminato il mio primo libro di poesia. Aveva la lunghezza di un quaderno di scuola ed era orribile. Però mi insegnò a copiare, in quel caso copiare Juan Ramón Jiménez.
Gli anni ’70 e ’80 sono stati per la Spagna un periodo di progresso, anni gioiosi. Nel 1975 morì il dittatore Francisco Franco e la democrazia portò quella che potrei chiamare una valanga di festa culturale. Poi, con l’arrivo dei socialisti al potere nel 1982, s’aggiunsero sanità ed educazione pubbliche. La donna guadagnò spazio e diritti, e un’idea dolce di sviluppo sociale e culturale sembrò pervadere tutto. La mia generazione crebbe quindi con la sensazione che tutto stava migliorando e che vivevamo in un paese moderno. Recentemente mi sono resa conto che si trattava, in una certa forma, di un miraggio, e che non erano stati saldati a dovere i conti con i responsabili di quarant’anni di dittatura. Per quanto mi riguarda, a diciott’anni scappai di casa e iniziai a correre, perché desideravo divorare tutto. A volte penso di non essermi ancora fermata.

Parlaci di Barcellona, la città in cui vivi. Cosa ti piace di più? Vi sono luoghi a cui sei più affezionata?

Arrivai a Barcellona nel 1986, da poco maggiorenne, con la scusa di studiare giornalismo all’università. Scelsi Barcellona perché era la migliore città di Spagna: una grande capitale, mare, cultura, cosmopolitismo… Una volta andai a vivere a Madrid, e ritornai in cerca del mare. Mi sento parte della Ciutat Vella, del Casco Antiguo, e ho cercato di abitare sempre lì, dove la storia e le sue pietre convivono con i turisti, gli immigrati, le prostitute e la maggior parte delle attività culturali che mi interessano. Il luogo che preferisco, dentro questo nucleo, è la Barceloneta, il vecchio borgo dei pescatori.

Come è stato il tuo cammino letterario? Come sei arrivata alla pubblicazione? Hai consigli per i giovani scrittori in cerca di editore?

Facile, in questo senso il mio cammino letterario è stato molto facile. Nono ho mai incontrato problemi per pubblicare un libro, nessuno dei sette che ho scritto. Dei quattro romanzi, tre hanno vinto premi che per me sono risultati importantissimi, benché economicamente irrilevanti.
Non ho molti consigli da dare. Difendere la propria opera con le unghie e con i denti. Se siete convinti che ciò che state offrendo è ciò che avete voluto creare, non dovete cambiarlo, non dovete farvi convincere a fare qualcosa di diverso. E non aspettatevi di far soldi.

Hai scritto quattro romanzi e due saggi: Rupturas, No acaba la noche, Así murió el poeta Guadalupe, Las niñas perdidas, Últimos días en el Puesto del Este e  A la puta calle. Come nascono le idee per un romanzo?

Stanno lì. Ognuno dei miei romanzi è nato da un’idea che è apparsa e che avevo già dentro. Allora mi aggrappo a quest’idea e la distruggo, cerco cosa nasconde, di cosa parla, perché è dentro di me e che storia può racchiudere. Poi ci costruisco una trama.

Parliamo adesso del tuo romanzo Las niñas perdidas, edito in Italia da Feltrinelli con il titolo Innocenti e tradotto da Marco Amerighi, un noir molto particolare per struttura narrativa e temi trattati, vincitore in Spagna di numerosi premi.
La storia di una investigatrice privata, quasi al termine di una gravidanza, che indaga sulla scomparsa di due bambine e si trova in una situazione estrema, dolorosa, costretta a scendere nelle parti più buie della sua vita. Come è nato il personaggio di Victoria?

Poco dopo essere arrivata  a Barcelona, nel 1988, creai con quattro colleghi un giornale gratuito in una delle zone operaie più povere, senza assistenza e conflittuali della città: Nou Barris. Ci lavorai per quasi un decennio. Il contatto con quelle persone, le loro lotte sociali, la loro rabbia e la loro precarietà, mi insegnò moltissimo e mi cambiò. Victoria González è frutto di tutto ciò, una detective nata in quel luogo, di famiglia povera e comunista, piena di rabbia di classe. È anche frutto della vita che ha passato una parte importante della mia generazione, legata al consumo di droghe e a una insoddisfazione idiota e indeterminata.

Puoi dirci qualcosa della trama  di questo romanzo, senza rivelare il finale ?

Scompaiono due bambine, di tre e cinque anni. Una di loro riappare cadavere: violentata, squartata e filmata in un video. La madre delle piccole, Adela, una giovane donna di classe agiata, vive come homeless nei giardini dell’ Hospital de Sant Pau. Le venne tolta la custodia delle figlie per droga. Qualcuno, non sappiamo chi, incarica la detective Victoria González di scoprire cosa è successo e di trovare la bimba che manca. La detective, donna della classe operaia con un passato duro legato all’abuso di molti stupefacenti e alcol, è incinta al quinto mese. Le vite di Adela e Victoria si incrociano in una Barcellona violenta e nera, in cui un sicario assunto dalla prima si unisce alla ricerca della bambina ancora scomparsa.

Il romanzo è ambientato a Barcellona, cui dedichi numerose pagine parlando delle sue vie, dei suoi quartieri anche popolari, dei suoi parchi. Che ruolo ha questa città nell’economia del romanzo? Capitoli brevi, stile destrutturato, flashback, pensieri, il passato e il presente che si sovrappongono. Com’è nato il tuo stile, così particolare?

Racconto la mia città, quella che conosco e che non ha nulla a che vedere con quella che si vende negli opuscoli turistici. Amo questa Barcellona canaglia, umana e sporca che si cerca di nascondere e che la maggioranza degli stessi barcellonesi ignorano.
Riguardo allo stile del romanzo, è quello che richiedeva la storia. Non ho uno stile omogeneo, anche se è riconoscibile. Credo sia imprescindibile dare ad ogni storia il linguaggio e la sintassi che merita. Sarebbe una barbarie costruire la storia di due bambine violentate e squartate, madri senza futuro e violenza dura con un linguaggio dolce e una prosa soave.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile? Nel tuo romanzo affronti temi seri come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, specialmente madri, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga. Era tuo intento portare l’attenzione del lettore su temi di denuncia sociale?

Tutto ciò che leggo mi influenza, in ogni romanzo che scrivo. Pensandoci bene, non trovo un’opera in particolare che abbia ispirato Las niña. Riguardo all’interesse per i temi sociali, non si tratta di un’intenzione a priori, non mi sono detta “voglio scrivere di questo”. Semplicemente è qui, nella mia costruzione, nella mia impalcatura. Ognuno ha delle risorse che immagazzina nella memoria e fuoriescono quelle che più ci hanno insegnato o turbato o impressionato. Mia madre è solita chiedermi perché scrivo sempre cose tanto terribili, e mi angustia un po’ risponderle che il mondo mi pare un luogo terribile. C’è già tanta gente che scrive d’amore e di misticismo, a me non interessa. Mi interessano il dolore, la violenza e l’intimo conflitto dell’essere umano.

Molti lettori sono stati scossi dai capitoli in cui descrivi in maniera semiseria i modi per uccidere piccoli animali. Qual è la funzione di questi capitoli nel romanzo?

Sono lì per far “colare” qualcosa di umoristico in una trama molto dura, ma anche per giocare col paradosso: dopo la pubblicazione del romanzo alcune associazioni mi hanno accusato di promuovere la violenza e i maltrattamenti sugli animali. Nessuno mi ha accusato di violentare e maltrattare fino a ucciderle due bambine piccole.

Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi? Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace l’Italia, quel poco che conosco: il Veneto, Firenze. Devo molto alla cultura italiana, da Dante a Pasolini. Sicuramente mi piacerebbe molto girare l’Italia a presentare il libro. Puoi dire a Feltrinelli che sono a loro disposizione.
La cosa più impressionante in un tour promozionale mi è successa nella provincia di Granada, poco fa, dopo la pubblicazione del mio ultimo libro, A la puta calle, che narra la cronaca del mio sfratto. Mi si sono avvicinate due ragazze per dirmi che avevano visto un mio intervento in televisione, in cui denunciavo gli abusi che comportano le migliaia di sfratti che avvengono in Spagna. Dopo avermi ascoltata, decisero di organizzare il comitato Stop Sfratti nel loro paesino. Avevano portato con loro una donna, per presentarmela. Avevano impedito il suo sfratto. Mi emozionai, ovvio.

Cosa stai leggendo in questo periodo?

Sto leggendo La banda que escribía torcido, una storia sugli autori del nuovo giornalismo americano: Wolfe, Breslin, Talese, Hunter S. Thompson, Didion…

Che relazioni hai con i tuoi lettori? Come possono contattarti?

Possono scrivermi a info@sigueleyendo.es. Mi piace che mi pongano domande, che commentino e anche che mi critichino. È bello quando, per esempio, mi si avvicina una lettrice e mi dice “Ho dovuto smettere di leggere Las niñas perdidas, perché non sono riuscita a reggerlo”. Se do fastidio, ho centrato l’obbiettivo.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Altri progetti?

Sto lavorando alla seconda avventura della detective Victoria González, che siccome non è più incinta, è bestiale. E allo stesso tempo, sto scrivendo un romanzo sulla vigliaccheria, molto legato alla mia storia familiare.

[Traduzione a cura di Luca Rinarelli]

:: Recensione di Dietro la stazione di Arno Camenisch, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2013

160-dietro-la-stazione-csAvete presente la tipica immagine della Svizzera con la sue verdi montagne, le mucche al pascolo e fantastici paesaggi nei quali tutto sembra dipinto da un abile artista? Ecco dimenticatevi questa immagine e leggendo Dietro la stazione, il piccolo capolavoro nostalgico dedicato al passato scritto dallo svizzero Arno Camenisch, scoprirete un insolita e a dir poco impensabile terra elvetica. Tutto un micro mondo di un villaggio montano – 40 abitanti compresi cani e gatti – è narrato nel nuovo libro di Camenisch che usa uno sguardo lucido e puro come quello di una bambino per raccontare i luoghi delle sue origini. Una storia dove la vita di ogni abitante si sviluppa attorno alla stazione ferroviaria, un punto di riferimento che rappresenta il ponte di collegamento con il mondo esterno alla valle protagonista della narrazione. Accanto a chi ci racconta la storia – ambientata in un paesello senza nome, ma collocabile nella catena montuosa dei Grigioni – si innestano tanti altri personaggi che fanno di Dietro la stazione una vicenda corale, dove ognuna delle persone agenti apporta il proprio contributo alla costruzione della storia di vita quotidiana. Nel libro del giovane Camenisch, edito da Keller e tra i finalisti del Premio Salerno Libro d’Europa, compaiono tanti tipi umani che evidenziano, da un lato, quanto sia varia la nostra specie e, dall’altro, quanto questa diversità di tipologie comportamentali riescano a convivere in uno stesso spazio. Ecco arrivare  sulla scena la nonna dell’io narrante con il marito costruttore di bare colpito da acciacchi vari dovuti all’età che avanza. Accanto a loro irrompono Gion Baretta che molla al padre del primo personaggio dei conigli da allevare. Poi compare Giacasep con il suo un negozio dove vende motoseghe e chiodi, un posto che il protagonista e il fratello frequentano spesso prendendo di nascosto chiodi che nascondono nei pantaloni e che una volta finiti nella lavatrice danneggiano irreparabilmente la lava panni di famiglia, causando le ire della madre di chi racconta. E non mancano altri personaggi originali come la vicina di casa di italiana, il maestro di sci sempre vestito uguale che porta in dono squisite tavolette di cioccolato e la bella – e qui si capisce subito la particolare attrazione del narratore per la  ragazzina – bambina Silvana. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di microcosmo a sé filtrato attraverso l’innocente sguardo di un bambino che ci racconta la realtà dove è nato e cresciuto. Chi legge ha quindi l’impressione di trovarsi davanti a personaggi grotteschi, comici e a volte troppo strampalati per essere reali, ma questa non è un’impressione errata. Essa è figlia dell’immediata prima  impressione di una visione fanciulla che vede il mondo circostante in maniera pura, senza gli schermi imposti dall’età adulta. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di museo con tanti esseri strani e Camenisch non ci racconta nulla di quello che sta oltre la stazione, perché il suo è un viaggio indietro nel tempo alla riscoperta e alla salvaguardia di un passato ormai trascorso per sempre. Il lettore entra nel microcosmo di Camenisch grazie allo sguardo in soggettiva dell’io narrante e all’originale scelta linguistica – fate attenzione che non sono errori grammaticali i modi in cui certe parole vengono tradotte e scritte – che attraverso una mescolanza di italiano, tedesco e romancio esprime le diverse entità umane presenti in uno stesso piccolo ambiente in fase di trasformazione. L’importanza di salvaguardare i tempi andati è una costante dei Dietro la stazione e la scelta compiuta alla fine dal protagonista ci fa capire che la vita nel suo villaggio è sì un’ epoca trascorsa, ma in lui c’è il bisogno di mantenerla viva per ricordare le persone, i gesti e le cose che hanno caratterizzato la sua infanzia. Ottima la traduzione dal romancio di Roberta Grado.

Arno Camenisch è nato nel 1978 nella regione dei Grigioni, in Svizzera. Ha studiato Letteratura a Biel, dove vive attualmente. Camenisch ha vinto numerosi premi per la sua poesia, le prose e i drammi, che scrive in tedesco e in romancio. È membro dell’ensemble Spoken Word ‘Bern ist überall’. I suoi lavori in prosa e alcuni estratti sono stati tradotti in 15 lingue. Camenisch è stato inserito nell’Antologia della migliore fiction europea del 2012. Tra i premi che ha vinto: Plema d’aur, Premio Berna, Premio Schiller, Premio Eidgenössischer; Hölderlin Litteratur Preis. Il primo volume della trilogia dei Grigioni, Sez Ner, è edito da Casagrande e  Keller editore dopo Dietro la stazione, pubblicherà l’ultimo volume della trilogia intitolato Ustrinkata.

:: Recensione di Apologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni (La Gru, 2013) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2013

uomini inutiliAncora deserto sporco di pubblicità non degradabili, cartelloni stradali in inglese e arabo, con nomi di hotel, ristoranti, locali per turisti. Il mare sfregiato dalle costruzioni dei verdi, gialli, rossi villaggi turistici; una curva, una barca da pesca lasciata in un vicolo sterrato a bloccare il traffico, un dedalo di viuzze sporche, motorini, bambini che chiedevano la carità, e ancora uno stradone impolverato percorso da decine di pulmini scarburati. Case lasciate lì a marcire, costruite fino al primo piano e poi abbandonate, odore di mafia, cartelli politici. Infondo alla strada la moschea.  

Apologia di uomini inutili, edito da La Gru e scritto con sofferta partecipazione da Lorenzo Mazzoni, è un romanzo fatto di scene che si susseguono veloci, alternandosi e seguendo la vita di tre personaggi, tre nerissime caricature di occidentali dolorosamente assorbiti nel loro nulla, nella loro inutilità. Un collage di storie quindi, unite da un unico filo conduttore, un’ unica direttrice. Un’amarissima parabola discendente, testimone di un fallimento, di un doloroso vuoto etico ed esistenziale, prima che politico od economico. Paco, Jerry, Mauro, sono gli antieroi di questa farsa tragica. Le loro vite a perdere, non presentano spiragli di redenzione, o salvezza. Ambientato principalmente tra Sana’a e Urghada, luoghi dove l’autore ha realmente vissuto, Apologia di uomini inutili è un ritratto impietoso, che non tenta di giustificare, un’ umanità colpevole e vuota, incapace di ergersi sugli abissi della sua inadeguatezza. Paco, il più duro, il più deciso dei tre, è un mercenario, un avventuriero che gira il mondo e organizza attentati per tenere vivo un clima di instabilità, voluto da un servizio segreto esclusivo, alla faccia dello Stato e del Sismi. Le sue vittime non sono innocenti, non sono migliori di lui, ma l’indifferenza con cui organizza le loro morti è assoluta, neanche spiegata o giustificata da ideologie o fanatismi. Non ha memoria del passato, non ricorda neanche il suo nome, ma sa di non avere futuro. L’organizzazione si libererà di lui con la sua stessa indifferenza, appena sarà inutile, appena sarà un peso morto. Ingranaggio difettoso in un meccanismo spietato e disumano. Jerry lascia l’Italia per sfuggire ad un amore disperato e non corrisposto, per non sentire più nella sua mente le sue ultime parole: “Non sono innamorata di te. Ti voglio bene ma non ti amo.” Per sfuggire ad una città di provincia, vuota, noiosa, che lo faceva sentire parte di una generazione inutile in un mondo inutile. Diventa così animatore turistico in un resort sul Mar Rosso, a contatto della stessa umanità tamarra e assurda dalla quale sperava di fuggire. Erano arrivati il giorno prima con i voli dall’Italia. Certi erano dei veterani delle vacanze da sogno, altri verginelle sciocche e cadaveriche pronte a lasciarsi trascinare dal loro nulla. Ometti inutili ingannati felicemente dal mito scadente della mobilità a poco prezzo; rapiti dalla magica formula del last minute, dei sette giorni- sei notti, tutto compreso; succubi dell’animatore turistico, il loro tutore della felicità. Infine Mauro, il più fragile a modo suo, quello la cui coscienza gli impedisce di continuare a vivere senza cercare di fare qualcosa, di uscire dalla sua neutralità. Venditore di attrezzi di ferramenta, per una ditta con filiali in tutto il mondo. Venditore per l’Egitto grazie alla sua laurea in Lingua e Letteratura araba. Dopo una sera alcolica finisce a casa di Damiano, conosciuto in un bar dei Navigli. Ed è allora che succede. L’irreparabile. Damiano gli mostra dei video amatoriali girati in Thailandia. Immagini di un bordello di Chumphon, dove bambine Bamar, profughe del Mianmar venivano stuprate e alla fine uccise. L’equilibrio di Mauro va in pezzi,  e non può far altro che uccidere Damiano e iniziare una vita da fuggiasco, finendo infine nello stesso resort di Jerry. Non è una lettura facile, chiariamolo subito. Lorenzo Mazzoni non è uno scrittore commerciale, che utilizza la retorica per attirare consensi, che sposta il baricentro narrativo ad uso e consumo di una letteratura usa e getta, banale, edulcorata, perbenista. C’è una genuina rabbia nei suoi testi, un’ autentica e viscerale nausea e ripugnanza che rendono la sua onestà intellettuale scomoda e provocatoria al tempo stesso, difficilmente classificabile in categorie e generi. Mi stupisco che nel panorama letterario italiano, piuttosto monocorde e conformista, un libro così abbia trovato spazio, e non mi riferisco solo al tipo di autocensura che potrebbero provocare le pagine dolorose e piuttosto traumatiche in cui lo scrittore descrive la visione di filmati in cui si consumano abusi e violenze su bambine thailandesi. Il turismo sessuale e le perversioni legate agli abusi sui minori sono ancora temi tabù, e forse non unicamente per ipocrisia. Possono urtare davvero la sensibilità dei lettori, e fare male. Non certo male quanto quello che viene fatto alle piccole vittime, comunque. Ma proprio allo spirito anarchico che si respira, al desiderio di fare qualcosa, di cambiare qualcosa, di svegliare dall’apatia i lettori. Nostalgia per una letteratura partecipata, figlia di ideali politici e ideologici, così fuori moda, così in disuso. Pandiani ha definito questo romanzo una spy story di denuncia, genere che sembra congegnale all’autore, già in Le bestie Kinshasa Serenade le colpe dell’occidente, e i danni causati dal colonialismo più selvaggio, erano temi sentiti e virulentemente combattuti. Ma a dire il vero molta della sua produzione precedente sceglie le vesti della spy story già dai tempi di  Il banchetto degli scarafaggi. Mazzoni non ha mai nascosto i suoi debiti letterari nei confronti di Kapuscinski, Hartley e Greene. Il Greene soprattutto de I commedianti e Il potere e la gloria. La spy story è un ottimo veicolo per denunciare i mali di questa società contemporanea sempre più indifferente, violenta, disgregata, in disfacimento. Il respiro internazionale (spie e delatori da sempre si sono mossi in scenari esotici, variegati, altri) permette di individuare le cause, di tutto ciò di vedere come tutto sia connesso, in questa società così tragicamente, spropositatamente globalizzata. Un bellissimo libro, amaro e vero, mi sento di consigliarlo, pur avvertendo del linguaggio crudo e forte di alcune pagine.

:: Recensione di Veleno di Cristina Zagaria (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Natalina S.

15 luglio 2013

velenoMartedì 09-07-2013 ore 19:40, è il momento esatto in cui decido di sfogliare le pagine del nuovo libro di Cristina Zagaria, Veleno, curato da  Sperling & Kupfer. È mia abitudine, prima di affrontare una nuova lettura, leggere dedica, indice, ringraziamenti, quarta di copertina, senza una vera ragione se non per percepire e tingere i miei pensieri dello stesso colore delle storie che inizierò a vivere.    Così come è mia abitudine attendere che un libro mi cerchi per essere letto. È accaduto anche in questo caso. Veleno è rimasto adagiato tra la pila di libri, in attesa di compiere con me il lungo viaggio da nord a sud, il viaggio che mi conduce ad abbracciare quei ciuffi sfavillanti di ginestra lungo le strade, quel canto stridulo di grilli e cicale, quei  profumi di fichi bolliti da cui si ricava il miele che, di ambra, intinge e insaporisce turdiddri e palati. Siamo giunti a casa insieme, nella mia casa, che poco dista dalla terra tarantina, e nel frattempo ho percepito altre emozioni fino a quando ho sentito la necessità di accarezzare quelle 334 pagine, come atto dovuto, come atto voluto.
Inizio a leggere ad alta voce. L’indice traccia l’iperbole della vita, stelle, polvere, nuvole, mare, terra, il volo della luce risucchiata dal buio.
Continuo a leggere ad alta voce ma con tono basso in segno di rispetto, per le storie, per i vivi, per i morti, per l’intera umanità. Leggo e intanto “stringo amicizia” con Daniela Spera.
“Non stavo cercando. Non volevo sapere. Ma il cielo è caduto”.
Non stava cercando e non voleva sapere, quando all’età di 35 anni, con un bagaglio leggero e la testa confusa, Daniela Spera, torna nella sua Taranto. È rientrata dopo una lunga assenza, durata 10 anni, per ricongiungersi con i sui affetti e quel cielo che regala piccole lame di luce. Non sono stelle e presto lo capirà. Lo capirà quando il buio della sua città le regalerà un incontro, tanto speciale quanto carico di responsabilità, con Renato Rossi. Malato di MCS, sensibilità chimica multipla, Renato affida a Daniela la sua storia nel tentativo spasmodico che venga compiuto un atto d’amore. Inizia così, da un incontro nottambulo, il coraggioso cammino di Daniela, un ring aperto contro chi ha causato il male di Renato ma anche di Tina, Sergio, Enzo, la madre di Elisa, Anna, Tiziana, Uccio e tanti altri fortificati a vivere o fortificati a morire, stando alle stime, troppi. Inizia così una battaglia morale, civile, legale contro l’Ilva di Taranto, una fabbrica che produce acciaio e morti. Daniela ricerca, delinea la storia dell’Ilva che, attiva dai primi anni sessanta, ha gettato in aria, in mezzo secolo, tonnellate e tonnellate di polvere velenosa, una giostra di elementi chimici dalla cui combinazione scaturiscono sostanze vertiginosamente tossiche. Daniela raccoglie, in ogni angolo della sua città, testimonianze, storie, cocci di speranze per lottare contro chi crede di poter barattare la vita della gente con sbuffi che fanno dell’Ilva la più grande acciaieria d’Italia, classificandola undicesima a livello mondiale. Un giro d’affari da paura, che genera paura, quella che si legge negli occhi degli operai che vivono sospesi tra la sopravvivenza e la morte, nell’interregno della scelta/non scelta. È per quegli occhi, precari, impauriti, spenti, carichi di lacrime, attenti, speranzosi, vivi o morti, nati e non, che Daniela porta avanti la sua protesta. Intanto, continuo a leggere, sempre, ad  alta voce e con tono basso ma il ritmo serra le parole in un rigurgito di rabbia e determinazione. La stessa rabbia e la stessa determinazione che accompagnano Daniela ad “urlare”, sempre più forte, il suo impegno affinché tutti i cittadini di Taranto, e non, si sveglino dal torpore dell’inganno di torbide promesse. Prosegue fino a quando tutte le voci, compresa quella di Sergio, intoneranno un unico coro: Taranto libera.
Veleno non è un giallo, un noir o un romanzo rosa. Veleno è una inchiesta che scava in profondità tra le piaghe di una problematica sociale paralizzante; una denuncia in difesa di coloro che sono stati sepolti nella fossa comune dell’indifferenza privati della loro identità;  il fiore della speranza per un futuro che rivendica una Taranto pulita da quella nube tossica che nasconde stelle e sogni, vite e futuro. Veleno è un atto profondamente sentito da parte di una scrittrice, che senza timori e paure, dice la verità  e la verità, come lei stessa ci insegna, è coraggio. Con rispetto e gratitudine, Cristina Zagaria, restituisce a Taranto la sua voce, la sua verità.

Cristina Zagaria 37 anni, è originaria di Taranto. Giornalista de la Repubblica, dal 2007 vive e lavora a Napoli. Tra i suoi libri Miserere: vita e morte di Armida Miserere, L’osso di Dio; per Sperling & Kupfer ha scritto Malanova, storia vera di Anna Maria Scarfò, la prima donna in Italia costretta a vivere sotto scorta dopo aver denunciato i suoi stupratori (tradotto in Germania, Francia, Olanda, Russia e Grecia). http://www.cristinazagaria.it/

:: Un’ intervista con Beda a cura di Viviana Filippini

15 luglio 2013

l'abisso è alle porteCiao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.

R. Nasco e cresco a Padova, città dove ho abitato da bambino e da cui poi sono mi sono spostato, per esigenze familiari, per trasferirmi, assieme alla famiglia, in un tranquillo paese di campagna. Ho compiuto studi tecnici, che poco si addicono alla mia vera indole, e poi mi sono iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova. Studi che ho abbandonato per dedicarmi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

Come nasce il tuo amore per la poesia?

R. Bella domanda a cui, onestamente, non so rispondere, forse perché non ho mai preteso di spiegare questo aspetto del mio carattere e della mia indole. L’amore per la poesia credo nasca come l’amore per il calcio, per le belle donne o per l’arte in generale; giorno dopo giorno senti che quel mondo, così astratto e ideale, comincia ad appartenerti sempre di più e cominci a leggere i poeti “sacri” vedendo che un po’ alla volta, semplici versi ti danno emozioni e ti aprono, idealmente, le porte di un mondo che non pensavi ti appartenesse. In sintesi, il mio amore per la poesia nasce quasi a casaccio… anche se poi nella vita nulla accade per caso.

Come e quando è nata la raccolta L’abisso è alle porte?

R. L’abisso è alle porte nasce nel 2009, come uno schizzo, un semplice schizzo su un foglio bianco.E’ stato semplicemente un voler fermare, in modo amorfo e disordinato un momento; quel momento poi è divenuto, con il trascorrere dei giorni, una serie ininterrotta di momenti ed eccoci qui.Stavo attraversando un periodo un po’ particolare della mia vita, dove tante porte si stavano chiudendo, molte per scelta mia, e dove altre, forse è più corretto parlare di portoni, soprattutto a livello mentale, non volevano aprirsi per quanto mi sforzassi. Capita a tutti di sentirsi ingabbiati e L’abisso è alle porte racconta anche questo disagio.

Beda autore di L’abisso alla porte in questa raccolta è più poeta-uomo o uomo-poeta?

R. I poeti sono altri, non di certo io. Io credo che quando il poeta prevale sull’uomo il rischio di vaneggiare e di farsi scivolare tutto troppo addosso è concreto e per certi aspetti controproducente; il poeta ha la tendenza, spesso, a perdersi, volontariamente, in una goccia d’acqua, idealizzando troppo la realtà che lo attornia. Quando invece è l’uomo a prevalere sul poeta, io credo che la poesia non possa esistere e non possa predente una forma armonica, poiché l’uomo moderno non è più abituato a essere umano, ma è diventato automa e incapace di osservare e osservarsi, ammettendo i limiti e le sconfitte. Diciamo che in questa raccolta ho cercato di bilanciare gli aspetti: in ogni poesia c’è un Beda presunto poeta e c’è un Beda sicuramente uomo, perciò io amo definirle poesie molto imperfette…poiché nessuna è interamente del presunto poeta o interamente dell’uomo. Il narratore è imperfetto perché non omogeneo, o in un senso o nell’altro.

A chi è destinato questo lavoro? Mi spiego meglio. Questa raccolta è nata da un tuo esclusivo bisogno di riflessione su ciò di negativo, che attanaglia il nostro mondo o può essere vista come una sorta di richiesta di attenzione rivolta a noi lettori per ragguagliarci su quello che di inadeguato ci circonda e ci cambia senza che ce ne rendiamo conto?

R. Mi rifaccio un po’ alla domanda precedente. Se scrivo versi come poeta, questo lavoro è sicuramente una riflessione, piuttosto brutale, sui momenti privati rapportati alla pochezza della realtà che attualmente mi circonda; il poeta tendenzialmente riflette ma è impotente. Ma se scrivo versi come uomo, allora, il discorso muta: cambia il punto di osservazione e forse anche la qualità e la “verità oggettiva” dei versi. In questo caso è giusto parlare di un tentativo di far alzare le orecchie, aprire gli occhi e affinare il gusto a chi mi circonda. Non sempre quello che ci viene detto corrisponde alla realtà delle cose, anzi quasi mai. Non è che siamo noi uomini gli inadeguati, è che chi ci comanda e muove  le informazioni che ci arrivano, ci fa sentire inadeguati al cospetto di una società che corre troppo veloce e che è troppo informatizzata. Abbiamo scordato quanto bello sia a volte fermarsi e, se serve, pure piangere.

L’abisso alle porte non è solo il titolo, ma anche una poesia nella quale si percepisce la voglia di libertà dell’uomo e l’impossibilità a viverla al completo a cause delle limitazioni imposte dalla società. Cosa determina questo stato umano?

R. La poesia L’abisso è alle porte tratta di varie tematiche, anche se in modo velato e mai dichiarato, e questo è un po’ il profilo di tutto il libro. Tendenzialmente l’uomo di oggi è consapevole di non essere libero e, per questo, è pervaso da un senso di impotenza lacerante, ma non ne parla. Oggi nella società, e ancor più nell’economia, vige il disordine; in politica comanda il compromesso a tutti i costi, e i prezzi da pagare per noi cittadini sono altissimi. Ci hanno fatto credere che una società fin troppo regolata, ma senza buon senso e senza dialogo, sia la strada giusta per sentirsi appagati. Ma abbiamo miseramente fallito: oggi siamo tutti più poveri…ed  è in atto un attacco, senza precedenti, ai nostri diritti naturali di uomini, donne, bambini e anziani…è in atto il tentativo di instaurare dittature subdole e ai più incomprensibili. E’ un attacco che mina le nostre identità, i nostri valori e in ultimo…le nostre economie. E l’uomo moderno è in grado di capire tutto ciò, ma per ora non ne parla e se ne sta rintanato a compiacersi delle sue difficoltà, non capendo che forse l’unica soluzione è parlarne con gli altri, staccandosi da preconcetti, condizionamenti e dogmi, di qualsiasi tipo essi siano.

Leggendo la raccolta ha avuto lì’impressione di una forte sensazione di pessimismo universale riguardante l’umanità e il mondo dove quest’ultima vive. Un tratto comune che ritorna in ogni componimento. Da cosa è determinato questo stato?

R. Dall’osservazione e da chi compie questa osservazione: un semplice comune mortale, un uomo, che osserva una natura violata e violentata in nome di un progresso assassino; un semplice uomo che osserva una società sempre più allo sbando, dove la felicità è divenuta una colpa. Questa è una società in cui un bambino felice che salta e gioca è definito malato perché troppo attivo, è una società in cui chi è attento alla qualità di ciò che mangia viene definito estremista. Si può essere ottimisti? Si può essere ottimisti vedendo che i tuoi diritti essenziali non sono tutelati in nome del profitto?

Tante sono le immagini di morte, di dolore, di sofferenza descritte attraverso metafore, atmosfere cupe cosa ti ha ispirato questi componimenti letterari, ma allo stesso tempo pittorici?

R. La vita per definizione, non è mai semplicemente bella o semplicemente brutta o meglio, anche nella bellezza delle cose o nella loro bruttezza, esistono colori diametralmente opposti all’andamento generale. Io sono una semplice persona, un uomo normale, che ha patito o gioito come tutti, che ha apprezzato e deprezzato come tutti, che ha usato ed è stato usato come tutti. Chiunque di noi, prima o poi, ha a che fare con esperienze inevitabili; il dolore e il senso di impotenza che ti lasciano è davvero un qualcosa difficile da digerire. Sono cose comunque normali e sono esperienze che se opportunamente elaborate, come per fortuna ho fatto io con fatica, ti portano a maturare un senso di mistico appagamento morale e uno spirito di osservazione sconnesso da fraintendimenti e influenze esterne. Ogni uomo accudisce nel suo cuore e nella sua mente, un bambino felice e uno un po’ più triste e li deve ascoltare entrambi. Con l’Abisso è alle porte ho ascoltato il bambino un po’ più triste; il prossimo libro, se ci sarà, sarà all’insegna del bambino felice e combattente!

Nelle poesie spesso inserisci immagini del mondo naturale , ma essa è una natura spesso sofferente e violata. Cosa determina questo suo stato?

R. La realtà è questa: una natura perennemente violata, violentata e succube di un progresso indiscriminato e assassino. Vedi, qui non si tratta di negare l’importanza della scienza e del progresso, ma di considerare come l’attività umana, tutta, dalla semplice economia familiare a quella industriale, sta di fatto togliendo equilibrio all’ambiente, alla flora e alla fauna. Alternative naturali o comunque meno dannose ce ne sono, ma la gente le ignora perché perennemente bombardata da messaggi ridondanti che convergono tutti in un semplice slogan televisivo: progresso a qualunque costo. Io mi chiedo: fino a quando l’uomo potrà arrogarsi il diritto di distruggere? E fino a quando, in nome della scienza, si sentirà autorizzato a compiere atti inumani e insensati? Nella mia vita, molti anni fa, ho compiuto una scelta vegetariana e animalista: è stata una scelta consapevole che mi fa sentire in pace con me stesso e il mondo che mi circonda. E’ stata la scelta migliore che ho fatto invita mia.

Altri elementi che tornano in modo costante nelle poesie sono la sera e la solitudine. Che ruolo giocano nel cuore del poeta?

R. Ognuno di noi rivede nella sera la famiglia, il gioco con i figli, il dialogo con la moglie o il marito, il semplice stendersi sul divano e leggere; la sera rappresenta la possibilità di riappacificarci con noi stessi e le persone care, lontani dal caos. Ma la sera è anche il momento in cui possiamo guardarci allo specchio e fare i conti con noi stessi, le nostre paure e le nostre angosce. Questa società ci impone di sorridere sempre, ci impone di nascondere i problemi e ci impone l’apparenza; riuscire a starsene da soli è un lusso perché, in giusta misura, la solitudine è un mezzo per volersi bene e la sera è di sicuro il momento più adatto per farlo. Di sera siamo tutti più malinconici, abbiamo voglia di chiudere gli occhi ma non per dormire bensì per viaggiare da soli, per andare dove non possiamo andare normalmente; L’abisso è alle porte è stato questo: vivere ogni giorno come fosse sempre sera e andare…

Chi scrive è il poeta, un uomo che si fa “postino” di un male di vivere comune, che c’è, però non tutti se ne capacitano. Il suo poetare è una sorta di grido, di richiesta di ascolto e aiuto, ma riuscirà a trovare risposte e sostegno in qualcuno o qualcosa?

R. Ma né il poeta né l’uomo hanno bisogno di sostegno; poesia è prima di tutto fare i conti con sé stessi e questa è già una enorme prova di forza che molti non comprendono per il semplice fatto che ritengono la poesia un mezzo non sufficientemente efficace. E poi, proprio per il fatto che l’uomo è poeta e viceversa, chi scrive solitamente usa la poesia come un adattogeno rispetto alla realtà in cui vive. Il postino porta la posta, il poeta porta sensazioni, impressioni e realtà sottintese e lo deve fare in punta di piedi proprio per il fatto che spesso porta messaggi nuovi e non dovrebbe raccontare sempre e solo le solite e classiche sofferenze d’amore. Il poeta, o presunto tale, dovrebbe essere lo specchio per gli altri e non ergersi a giudice supremo rispetto agli altri.

Le sbarre dell’immagine di copertina con le sue sbarre oltre le quali c’è il mondo verdeggiante e rigoglioso della natura che valore ha? Forse l’uomo di oggi si è cosi imbarbarito da non poter più raggiungere la natura pura e incontaminata è ormai diventata irraggiungibile?

R. L’abisso è alle porte parla di un abisso prossimo ma evitabile, ancora evitabile. L’uomo di oggi è sì imbarbarito, burattato e inscatolato ma è pur sempre un uomo… un animale che prova compassione, amore, rispetto e che sa agire, se libero da false convenzioni e da false verità, in completa armonia con altri esseri della sua specie e con esseri di altri regni o altre specie. Negli ultimi anni ci siamo costruiti da soli, o meglio hanno fatto il modo che ci costruissimo, una prigione dorata negandoci la genuinità della libertà e del libero pensiero. La società, l’economia, la sanità…insomma la quotidianità è diventata un insieme di sbarre oltre le quali, per ora, non ci è concesso andare. Ma tutti noi sappiamo che è possibile andare al di là e sappiamo anche che questo passo, non di certo indolore, è possibile se non anche necessario. Resta solo da capire quale sarà lo strumento con cui la gente segherà le sbarre; quando oltre alla presa di coscienza c’è l’esasperazione, le persone purtroppo, tendono a legittimare qualsiasi mezzo, anche violento e grossolano. A di là delle sbarre c’è un mondo verdeggiante, armonico e incontaminato  nella forma, nell’estetica, nella società e nell’economia, e le persone hanno iniziato, in parte, a intravederlo e a desiderarlo.

Un ultima domanda prima di salutarci. Quale è il tuo libro preferito, quello che ti ha lasciato un segno importante?

R. Les fleurs du mal di Baudelaire; amo in particolare Corrispondenze e Il Nemico. Attraverso i simboli e un linguaggio “nuovo” Baudelaire ha evocato semplici verità che anche oggi, spesso, non riusciamo a vedere. La Natura è l’essenza delle cose, del vivere, del sentire e dell’ascoltarsi. Il Tempo, invece, è un “divoratore” e lo è per tutti non solo per scrittori e poeti; ognuno, a modo suo, quando parla del tempo del passa, lo fa in modo rassegnato e frustrato. I ricordi e il ricordare eventi del passato sono solo un piccolo sollievo temporaneo. Per questo amiamo ricordare: perché abbiamo l’impressione di ritornare indietro e aver fregato il tempo…pura illusione, purtroppo!