Il fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
Queste le parole dello scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan all’inizio del romanzo Confessione a Tanacu (Hacca Edizioni) di Tatiana Niculescu Bran, mirabilmente tradotto da Anita Natascia Bernacchia. Un’opera che potrebbe essere ascritta nel filone del New Journalism e che, come illustri predecessori (penso soprattutto ai due capolavori Operazione massacro di Rodolfo Walsh e A sangue freddo di Truman Capote) anche questo è un testo che mutua dal noir la struttura e il montaggio per sbatterci in faccia la dura realtà, la cronaca pura, un corpo a corpo con la verità sepolta.
Nel giugno 2005, a Tanacu, 350 chilometri a nordest di Bucarest, in Romania, la giovane monaca Irina Cornici, 23 anni, fu crocifissa dalle sorelle del monastero, su ordine di Daniel, un prete ortodosso con manie da esorcista, convinto che fosse “posseduta dal demonio” probabilmente per via di alcune crisi epilettiche. Prima di essere crocefissa Irina venne tenuta legata mani e piedi per diversi giorni e privata di acqua e cibo. Come scritto da Giacomo Papi e Mihaela Iordache in un articolo apparso su Diario nel luglio del 2005: “È lei la suora di 23 anni incatenata per giorni a una croce senza ricevere né cibo né acqua per essere liberata dal diavolo, in un remoto monastero ortodosso della Moldova romena. La fotografia che ha raccontato la sua morte è bella e terribile. La ragazza giace nella bara, dodici candele rischiarano la scena e i volti delle consorelle che assediano il cadavere. È un dipinto di Caravaggio fissato su pellicola in un giorno di giugno del 2005, un’immagine che possiede una strana geometria di sguardi, un ritmo esatto di teste e posture. E’ una specie di congiura espressiva che indica il vero centro dell’attenzione non nel cadavere di Irina, ma in padre Daniel (Petru Corogeanu all’anagrafe) che sta sulla destra, fuori dall’inquadratura, un uomo di 29 anni reso più maturo e mistico da una foltissima barba infuocata. Una scena che rappresenta uno sbadiglio del Medioevo nel cuore dell’Europa postindustriale.
Dalla caduta di Ceausescu, in tutta la Romania, i monasteri si sono triplicati e i monaci quadruplicati. È il risveglio religioso di un nuovo Medioevo ormai fuori controllo. In Romania, dopo quarant’anni di ateismo di Stato, si assiste a un vero e proprio risveglio spirituale. Dal 1990, ha scritto Craig Smith sull’Herald Tribune, il numero dei monasteri è salito a 600, il triplo rispetto agli anni di Ceausescu, mentre i 2.800 monaci sono quadruplicati. Per sfruttare il trend positivo, o forse per la sua tradizionale lentezza, l’episcopato ortodosso non ha saputo governare il cambiamento.
“I segni sono dappertutto, la povertà, la fame, la partenza dei giovani, il loro emigrare nel mondo in cerca di un pezzo di pane, i nostri intellettuali che si dedicano alle mansioni e ai lavori più umilianti per portare un soldo a casa e sfamare i propri figli, questi romeni che piangono di nostalgia per le loro madri rimaste a casa, che non conoscono più festività, che non hanno più domenica, schiavi di tutte le umiliazioni e le fedi fasulle, di tutti i paganesimi turchi e arabi. Siamo diventati i mendicanti dell’Europa e del mondo intero. Le braccia più a buon mercato sono quelle del povero romeno. In che stato di umiliazione è arrivato il nostro popolo cristiano.”
Petru Corogeanu, padre Daniel, uomo che approda alla religione dopo aver fallito miseramente come giovane calciatore, prima a Vaslui e, poi, all’Università dello sport di Bucarest, secondo le testimonianze dei monaci che hanno studiato con lui al monastero di Stefan Cel Mare, dove si è formato come uomo di Chiesa, è sempre stato un esaltato. Quando gli altri pregavano un’ora, lui ne pregava tre. Quando era il momento delle attività pratiche: curare l’orto, tagliare la legna, sistemare il monastero, lui pregava. Quando gli altri si riunivano a chiacchierare lui si isolava e pregava. Pregava. Pregava sempre, Invocava gli angeli. Si lasciava rapire dal suo delirio spirituale. Pregava. Pregava. Pregava.
Questo nella realtà, ma Confessione a Tanacu è cronaca letteraria e anche qui padre Daniel si dimostra per quello che è: un poveretto devastato da visioni medioevali, una incompleta e patologica educazione civica, sbrodolanti e fugaci autopromesse di raggiungere il Regno dei Cieli con le sue azioni.
“‘Poiché tu sei potente o Signore, e a Te innalziamo gloria, al Padre, al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen’ disse padre Daniel guardando Irina con il capo reclinato da una parte, come a dire ‘Lo vedi? Te lo avevo detto!’, poi alzò gli occhi al soffitto, chiusi, in segno di profonda gratitudine a Dio.
Tatiana Niculescu Bran si è laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest e presso l’Istituto europeo di giornalismo di Bruxelles. Tra il 1995 e il 2004 è stata redattrice nella redazione romena londinese di Radio BBC World Service. Tra il 2004 e il 2008 ha diretto l’ufficio della BBC World Service di Bucarest. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Spovedanie la Tanacu (Confessione a Tanacu), seguito nel 2008 da Il libro dei giudici. Ha inoltre pubblicaro Le notti del Patriarca nel 2011 e Nella Terra di Dio nel 2012.

E’ da pochi giorni uscita, unicamente in formato digitale, una raccolta di tre racconti brevi di Luigi Bernardi, per Doppiozero, intitolata Avvoltoi e composta da Voglio te, A morte scoperta e Madre mia di morte nera. Giunge essenzialmente inattesa, solo a marzo è uscito dell’autore il suo ultimo romanzo, Crepe, che abbiamo avuto modo di recensire su queste pagine virtuali. Luigi Bernardi ci ha abituati alle sorprese e non è autore costretto a sfornare opere per logiche di marketing, a volte non rispettose dei ritmi della creatività. Se ha pubblicato questa raccolta e perché ne sentiva la necessità, perché si sentiva pronto a parlare di due temi, solo apparentemente slegati e quasi contrapposti. La morte e il legame tra genitori e figli. Nella nota finale è tutto spiegato, la genesi dei racconti e chi sono gli “avvoltoi” del titolo, oltre a contenere una verità, una riflessione stessa sulla narrazione, che ci avvicina di più al modo con cui gli scrittori osservano la vita.
Enzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.
Polvere di diamante
La chiamata tipica per un poliziotto è in situazione ignota. Al corso ci istruivano a considerare tutte le chiamate così. Il pericolo si nasconde ovunque. Sono tutti sospetti, e tutti i sospetti mentono.
Camilla Grebe e Åsa Träff, le ho conosciute e apprezzate attraverso il loro secondo lavoro letterario, “Trauma”, un thriller psicologico di notevole spessore, ignara del loro capolavoro d’esordio, “Nel buio”, entrambi editi da Piemme e tradotti da Renato Zatti, in quest’ultimo con la collaborazione di Gabriella Bonalumi. Leggere “Nel buio” è stato come percorrere la longitudine di un fiume a ritroso, dal delta alla sorgente; approfondire un’amicizia sfogliando pagine di diari che raccontano ciò che, comunemente, è più facile nascondere sotto rostri di acciaio.
Benvenuta Cristina su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Nata a Zaragoza nel 1968, hai studiato giornalismo all’ Universidad Autónoma de Barcelona. Scrittrice, giornalista, hai lavorato in radio e televisione. Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupavi prevalentemente, per quali giornali hai scritto, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare la scrittrice?
Avete presente la tipica immagine della Svizzera con la sue verdi montagne, le mucche al pascolo e fantastici paesaggi nei quali tutto sembra dipinto da un abile artista? Ecco dimenticatevi questa immagine e leggendo Dietro la stazione, il piccolo capolavoro nostalgico dedicato al passato scritto dallo svizzero Arno Camenisch, scoprirete un insolita e a dir poco impensabile terra elvetica. Tutto un micro mondo di un villaggio montano – 40 abitanti compresi cani e gatti – è narrato nel nuovo libro di Camenisch che usa uno sguardo lucido e puro come quello di una bambino per raccontare i luoghi delle sue origini. Una storia dove la vita di ogni abitante si sviluppa attorno alla stazione ferroviaria, un punto di riferimento che rappresenta il ponte di collegamento con il mondo esterno alla valle protagonista della narrazione. Accanto a chi ci racconta la storia – ambientata in un paesello senza nome, ma collocabile nella catena montuosa dei Grigioni – si innestano tanti altri personaggi che fanno di Dietro la stazione una vicenda corale, dove ognuna delle persone agenti apporta il proprio contributo alla costruzione della storia di vita quotidiana. Nel libro del giovane Camenisch, edito da Keller e tra i finalisti del Premio Salerno Libro d’Europa, compaiono tanti tipi umani che evidenziano, da un lato, quanto sia varia la nostra specie e, dall’altro, quanto questa diversità di tipologie comportamentali riescano a convivere in uno stesso spazio. Ecco arrivare sulla scena la nonna dell’io narrante con il marito costruttore di bare colpito da acciacchi vari dovuti all’età che avanza. Accanto a loro irrompono Gion Baretta che molla al padre del primo personaggio dei conigli da allevare. Poi compare Giacasep con il suo un negozio dove vende motoseghe e chiodi, un posto che il protagonista e il fratello frequentano spesso prendendo di nascosto chiodi che nascondono nei pantaloni e che una volta finiti nella lavatrice danneggiano irreparabilmente la lava panni di famiglia, causando le ire della madre di chi racconta. E non mancano altri personaggi originali come la vicina di casa di italiana, il maestro di sci sempre vestito uguale che porta in dono squisite tavolette di cioccolato e la bella – e qui si capisce subito la particolare attrazione del narratore per la ragazzina – bambina Silvana. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di microcosmo a sé filtrato attraverso l’innocente sguardo di un bambino che ci racconta la realtà dove è nato e cresciuto. Chi legge ha quindi l’impressione di trovarsi davanti a personaggi grotteschi, comici e a volte troppo strampalati per essere reali, ma questa non è un’impressione errata. Essa è figlia dell’immediata prima impressione di una visione fanciulla che vede il mondo circostante in maniera pura, senza gli schermi imposti dall’età adulta. Il villaggio di Dietro la stazione è una sorta di museo con tanti esseri strani e Camenisch non ci racconta nulla di quello che sta oltre la stazione, perché il suo è un viaggio indietro nel tempo alla riscoperta e alla salvaguardia di un passato ormai trascorso per sempre. Il lettore entra nel microcosmo di Camenisch grazie allo sguardo in soggettiva dell’io narrante e all’originale scelta linguistica – fate attenzione che non sono errori grammaticali i modi in cui certe parole vengono tradotte e scritte – che attraverso una mescolanza di italiano, tedesco e romancio esprime le diverse entità umane presenti in uno stesso piccolo ambiente in fase di trasformazione. L’importanza di salvaguardare i tempi andati è una costante dei Dietro la stazione e la scelta compiuta alla fine dal protagonista ci fa capire che la vita nel suo villaggio è sì un’ epoca trascorsa, ma in lui c’è il bisogno di mantenerla viva per ricordare le persone, i gesti e le cose che hanno caratterizzato la sua infanzia. Ottima la traduzione dal romancio di Roberta Grado.
Ancora deserto sporco di pubblicità non degradabili, cartelloni stradali in inglese e arabo, con nomi di hotel, ristoranti, locali per turisti. Il mare sfregiato dalle costruzioni dei verdi, gialli, rossi villaggi turistici; una curva, una barca da pesca lasciata in un vicolo sterrato a bloccare il traffico, un dedalo di viuzze sporche, motorini, bambini che chiedevano la carità, e ancora uno stradone impolverato percorso da decine di pulmini scarburati. Case lasciate lì a marcire, costruite fino al primo piano e poi abbandonate, odore di mafia, cartelli politici. Infondo alla strada la moschea.
Martedì 09-07-2013 ore 19:40, è il momento esatto in cui decido di sfogliare le pagine del nuovo libro di Cristina Zagaria, Veleno, curato da Sperling & Kupfer. È mia abitudine, prima di affrontare una nuova lettura, leggere dedica, indice, ringraziamenti, quarta di copertina, senza una vera ragione se non per percepire e tingere i miei pensieri dello stesso colore delle storie che inizierò a vivere. Così come è mia abitudine attendere che un libro mi cerchi per essere letto. È accaduto anche in questo caso. Veleno è rimasto adagiato tra la pila di libri, in attesa di compiere con me il lungo viaggio da nord a sud, il viaggio che mi conduce ad abbracciare quei ciuffi sfavillanti di ginestra lungo le strade, quel canto stridulo di grilli e cicale, quei profumi di fichi bolliti da cui si ricava il miele che, di ambra, intinge e insaporisce turdiddri e palati. Siamo giunti a casa insieme, nella mia casa, che poco dista dalla terra tarantina, e nel frattempo ho percepito altre emozioni fino a quando ho sentito la necessità di accarezzare quelle 334 pagine, come atto dovuto, come atto voluto.
Ciao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.
























