Ciao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.
R. Nasco e cresco a Padova, città dove ho abitato da bambino e da cui poi sono mi sono spostato, per esigenze familiari, per trasferirmi, assieme alla famiglia, in un tranquillo paese di campagna. Ho compiuto studi tecnici, che poco si addicono alla mia vera indole, e poi mi sono iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova. Studi che ho abbandonato per dedicarmi ad altro in ambito familiare e lavorativo.
Come nasce il tuo amore per la poesia?
R. Bella domanda a cui, onestamente, non so rispondere, forse perché non ho mai preteso di spiegare questo aspetto del mio carattere e della mia indole. L’amore per la poesia credo nasca come l’amore per il calcio, per le belle donne o per l’arte in generale; giorno dopo giorno senti che quel mondo, così astratto e ideale, comincia ad appartenerti sempre di più e cominci a leggere i poeti “sacri” vedendo che un po’ alla volta, semplici versi ti danno emozioni e ti aprono, idealmente, le porte di un mondo che non pensavi ti appartenesse. In sintesi, il mio amore per la poesia nasce quasi a casaccio… anche se poi nella vita nulla accade per caso.
Come e quando è nata la raccolta L’abisso è alle porte?
R. L’abisso è alle porte nasce nel 2009, come uno schizzo, un semplice schizzo su un foglio bianco.E’ stato semplicemente un voler fermare, in modo amorfo e disordinato un momento; quel momento poi è divenuto, con il trascorrere dei giorni, una serie ininterrotta di momenti ed eccoci qui.Stavo attraversando un periodo un po’ particolare della mia vita, dove tante porte si stavano chiudendo, molte per scelta mia, e dove altre, forse è più corretto parlare di portoni, soprattutto a livello mentale, non volevano aprirsi per quanto mi sforzassi. Capita a tutti di sentirsi ingabbiati e L’abisso è alle porte racconta anche questo disagio.
Beda autore di L’abisso alla porte in questa raccolta è più poeta-uomo o uomo-poeta?
R. I poeti sono altri, non di certo io. Io credo che quando il poeta prevale sull’uomo il rischio di vaneggiare e di farsi scivolare tutto troppo addosso è concreto e per certi aspetti controproducente; il poeta ha la tendenza, spesso, a perdersi, volontariamente, in una goccia d’acqua, idealizzando troppo la realtà che lo attornia. Quando invece è l’uomo a prevalere sul poeta, io credo che la poesia non possa esistere e non possa predente una forma armonica, poiché l’uomo moderno non è più abituato a essere umano, ma è diventato automa e incapace di osservare e osservarsi, ammettendo i limiti e le sconfitte. Diciamo che in questa raccolta ho cercato di bilanciare gli aspetti: in ogni poesia c’è un Beda presunto poeta e c’è un Beda sicuramente uomo, perciò io amo definirle poesie molto imperfette…poiché nessuna è interamente del presunto poeta o interamente dell’uomo. Il narratore è imperfetto perché non omogeneo, o in un senso o nell’altro.
A chi è destinato questo lavoro? Mi spiego meglio. Questa raccolta è nata da un tuo esclusivo bisogno di riflessione su ciò di negativo, che attanaglia il nostro mondo o può essere vista come una sorta di richiesta di attenzione rivolta a noi lettori per ragguagliarci su quello che di inadeguato ci circonda e ci cambia senza che ce ne rendiamo conto?
R. Mi rifaccio un po’ alla domanda precedente. Se scrivo versi come poeta, questo lavoro è sicuramente una riflessione, piuttosto brutale, sui momenti privati rapportati alla pochezza della realtà che attualmente mi circonda; il poeta tendenzialmente riflette ma è impotente. Ma se scrivo versi come uomo, allora, il discorso muta: cambia il punto di osservazione e forse anche la qualità e la “verità oggettiva” dei versi. In questo caso è giusto parlare di un tentativo di far alzare le orecchie, aprire gli occhi e affinare il gusto a chi mi circonda. Non sempre quello che ci viene detto corrisponde alla realtà delle cose, anzi quasi mai. Non è che siamo noi uomini gli inadeguati, è che chi ci comanda e muove le informazioni che ci arrivano, ci fa sentire inadeguati al cospetto di una società che corre troppo veloce e che è troppo informatizzata. Abbiamo scordato quanto bello sia a volte fermarsi e, se serve, pure piangere.
L’abisso alle porte non è solo il titolo, ma anche una poesia nella quale si percepisce la voglia di libertà dell’uomo e l’impossibilità a viverla al completo a cause delle limitazioni imposte dalla società. Cosa determina questo stato umano?
R. La poesia L’abisso è alle porte tratta di varie tematiche, anche se in modo velato e mai dichiarato, e questo è un po’ il profilo di tutto il libro. Tendenzialmente l’uomo di oggi è consapevole di non essere libero e, per questo, è pervaso da un senso di impotenza lacerante, ma non ne parla. Oggi nella società, e ancor più nell’economia, vige il disordine; in politica comanda il compromesso a tutti i costi, e i prezzi da pagare per noi cittadini sono altissimi. Ci hanno fatto credere che una società fin troppo regolata, ma senza buon senso e senza dialogo, sia la strada giusta per sentirsi appagati. Ma abbiamo miseramente fallito: oggi siamo tutti più poveri…ed è in atto un attacco, senza precedenti, ai nostri diritti naturali di uomini, donne, bambini e anziani…è in atto il tentativo di instaurare dittature subdole e ai più incomprensibili. E’ un attacco che mina le nostre identità, i nostri valori e in ultimo…le nostre economie. E l’uomo moderno è in grado di capire tutto ciò, ma per ora non ne parla e se ne sta rintanato a compiacersi delle sue difficoltà, non capendo che forse l’unica soluzione è parlarne con gli altri, staccandosi da preconcetti, condizionamenti e dogmi, di qualsiasi tipo essi siano.
Leggendo la raccolta ha avuto lì’impressione di una forte sensazione di pessimismo universale riguardante l’umanità e il mondo dove quest’ultima vive. Un tratto comune che ritorna in ogni componimento. Da cosa è determinato questo stato?
R. Dall’osservazione e da chi compie questa osservazione: un semplice comune mortale, un uomo, che osserva una natura violata e violentata in nome di un progresso assassino; un semplice uomo che osserva una società sempre più allo sbando, dove la felicità è divenuta una colpa. Questa è una società in cui un bambino felice che salta e gioca è definito malato perché troppo attivo, è una società in cui chi è attento alla qualità di ciò che mangia viene definito estremista. Si può essere ottimisti? Si può essere ottimisti vedendo che i tuoi diritti essenziali non sono tutelati in nome del profitto?
Tante sono le immagini di morte, di dolore, di sofferenza descritte attraverso metafore, atmosfere cupe cosa ti ha ispirato questi componimenti letterari, ma allo stesso tempo pittorici?
R. La vita per definizione, non è mai semplicemente bella o semplicemente brutta o meglio, anche nella bellezza delle cose o nella loro bruttezza, esistono colori diametralmente opposti all’andamento generale. Io sono una semplice persona, un uomo normale, che ha patito o gioito come tutti, che ha apprezzato e deprezzato come tutti, che ha usato ed è stato usato come tutti. Chiunque di noi, prima o poi, ha a che fare con esperienze inevitabili; il dolore e il senso di impotenza che ti lasciano è davvero un qualcosa difficile da digerire. Sono cose comunque normali e sono esperienze che se opportunamente elaborate, come per fortuna ho fatto io con fatica, ti portano a maturare un senso di mistico appagamento morale e uno spirito di osservazione sconnesso da fraintendimenti e influenze esterne. Ogni uomo accudisce nel suo cuore e nella sua mente, un bambino felice e uno un po’ più triste e li deve ascoltare entrambi. Con l’Abisso è alle porte ho ascoltato il bambino un po’ più triste; il prossimo libro, se ci sarà, sarà all’insegna del bambino felice e combattente!
Nelle poesie spesso inserisci immagini del mondo naturale , ma essa è una natura spesso sofferente e violata. Cosa determina questo suo stato?
R. La realtà è questa: una natura perennemente violata, violentata e succube di un progresso indiscriminato e assassino. Vedi, qui non si tratta di negare l’importanza della scienza e del progresso, ma di considerare come l’attività umana, tutta, dalla semplice economia familiare a quella industriale, sta di fatto togliendo equilibrio all’ambiente, alla flora e alla fauna. Alternative naturali o comunque meno dannose ce ne sono, ma la gente le ignora perché perennemente bombardata da messaggi ridondanti che convergono tutti in un semplice slogan televisivo: progresso a qualunque costo. Io mi chiedo: fino a quando l’uomo potrà arrogarsi il diritto di distruggere? E fino a quando, in nome della scienza, si sentirà autorizzato a compiere atti inumani e insensati? Nella mia vita, molti anni fa, ho compiuto una scelta vegetariana e animalista: è stata una scelta consapevole che mi fa sentire in pace con me stesso e il mondo che mi circonda. E’ stata la scelta migliore che ho fatto invita mia.
Altri elementi che tornano in modo costante nelle poesie sono la sera e la solitudine. Che ruolo giocano nel cuore del poeta?
R. Ognuno di noi rivede nella sera la famiglia, il gioco con i figli, il dialogo con la moglie o il marito, il semplice stendersi sul divano e leggere; la sera rappresenta la possibilità di riappacificarci con noi stessi e le persone care, lontani dal caos. Ma la sera è anche il momento in cui possiamo guardarci allo specchio e fare i conti con noi stessi, le nostre paure e le nostre angosce. Questa società ci impone di sorridere sempre, ci impone di nascondere i problemi e ci impone l’apparenza; riuscire a starsene da soli è un lusso perché, in giusta misura, la solitudine è un mezzo per volersi bene e la sera è di sicuro il momento più adatto per farlo. Di sera siamo tutti più malinconici, abbiamo voglia di chiudere gli occhi ma non per dormire bensì per viaggiare da soli, per andare dove non possiamo andare normalmente; L’abisso è alle porte è stato questo: vivere ogni giorno come fosse sempre sera e andare…
Chi scrive è il poeta, un uomo che si fa “postino” di un male di vivere comune, che c’è, però non tutti se ne capacitano. Il suo poetare è una sorta di grido, di richiesta di ascolto e aiuto, ma riuscirà a trovare risposte e sostegno in qualcuno o qualcosa?
R. Ma né il poeta né l’uomo hanno bisogno di sostegno; poesia è prima di tutto fare i conti con sé stessi e questa è già una enorme prova di forza che molti non comprendono per il semplice fatto che ritengono la poesia un mezzo non sufficientemente efficace. E poi, proprio per il fatto che l’uomo è poeta e viceversa, chi scrive solitamente usa la poesia come un adattogeno rispetto alla realtà in cui vive. Il postino porta la posta, il poeta porta sensazioni, impressioni e realtà sottintese e lo deve fare in punta di piedi proprio per il fatto che spesso porta messaggi nuovi e non dovrebbe raccontare sempre e solo le solite e classiche sofferenze d’amore. Il poeta, o presunto tale, dovrebbe essere lo specchio per gli altri e non ergersi a giudice supremo rispetto agli altri.
Le sbarre dell’immagine di copertina con le sue sbarre oltre le quali c’è il mondo verdeggiante e rigoglioso della natura che valore ha? Forse l’uomo di oggi si è cosi imbarbarito da non poter più raggiungere la natura pura e incontaminata è ormai diventata irraggiungibile?
R. L’abisso è alle porte parla di un abisso prossimo ma evitabile, ancora evitabile. L’uomo di oggi è sì imbarbarito, burattato e inscatolato ma è pur sempre un uomo… un animale che prova compassione, amore, rispetto e che sa agire, se libero da false convenzioni e da false verità, in completa armonia con altri esseri della sua specie e con esseri di altri regni o altre specie. Negli ultimi anni ci siamo costruiti da soli, o meglio hanno fatto il modo che ci costruissimo, una prigione dorata negandoci la genuinità della libertà e del libero pensiero. La società, l’economia, la sanità…insomma la quotidianità è diventata un insieme di sbarre oltre le quali, per ora, non ci è concesso andare. Ma tutti noi sappiamo che è possibile andare al di là e sappiamo anche che questo passo, non di certo indolore, è possibile se non anche necessario. Resta solo da capire quale sarà lo strumento con cui la gente segherà le sbarre; quando oltre alla presa di coscienza c’è l’esasperazione, le persone purtroppo, tendono a legittimare qualsiasi mezzo, anche violento e grossolano. A di là delle sbarre c’è un mondo verdeggiante, armonico e incontaminato nella forma, nell’estetica, nella società e nell’economia, e le persone hanno iniziato, in parte, a intravederlo e a desiderarlo.
Un ultima domanda prima di salutarci. Quale è il tuo libro preferito, quello che ti ha lasciato un segno importante?
R. Les fleurs du mal di Baudelaire; amo in particolare Corrispondenze e Il Nemico. Attraverso i simboli e un linguaggio “nuovo” Baudelaire ha evocato semplici verità che anche oggi, spesso, non riusciamo a vedere. La Natura è l’essenza delle cose, del vivere, del sentire e dell’ascoltarsi. Il Tempo, invece, è un “divoratore” e lo è per tutti non solo per scrittori e poeti; ognuno, a modo suo, quando parla del tempo del passa, lo fa in modo rassegnato e frustrato. I ricordi e il ricordare eventi del passato sono solo un piccolo sollievo temporaneo. Per questo amiamo ricordare: perché abbiamo l’impressione di ritornare indietro e aver fregato il tempo…pura illusione, purtroppo!
Gli anni belli di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, ci porta nella Roma tra le due guerre, nel quartiere popolare di San Lorenzo, dove vivono i due protagonisti, Elena e Benedetto. E’ una storia d’amore la loro, una semplice e delicata storia di sentimenti, una storia minima sullo sfondo della Storia, narrata come si narravano una volta le storie d’amore, fermi sui ballatoi delle case di ringhiera, affacciate sui cortili, o sui tetti pieni di corde tese a cui appendere la biancheria da asciugare.
Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».
Il silenzio della neve (Cover of snow, 2013), romanzo di esordio di Jenny Milchman, tradotto da Lucio Carbonelli ed edito in Italia da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, ci porta in una piccola cittadina di provincia, persa tra le nevi dei monti Adirondack, nello Stato di New York. Nora Hamilton, restauratrice di case d’epoca, sposata con Brendan, poliziotto in forze al distaccamento locale, conduce una vita felice, tranquilla. Ha una bella casa, un lavoro che le piace, una bella famiglia: un padre e una madre presenti e disponibili, una sorella, Teggie, ballerina di danza professionista, dalla lingua forse un po’ troppo lunga ma simpatica.
Salve a tutti, oggi vorrei dare spazio sul blog ad un’esordiente, Vanessa Roggeri, autrice di Il cuore selvatico del ginepro, che uscirà a fine agosto per Garzanti. Non è un’ intervista, è una lettera che Vanessa mi ha inviato da condividere con i lettori di Liberi di scrivere. Il cuore selvatico del ginepro è la storia di due sorelle e del loro legame speciale, forte e indistruttibile come il ginepro della sua terra, la Sardegna. Vi lascio dunque alle sue parole.
Animali domestici
Non vi è mai capitato di guardare vecchie fotografie di vostri parenti che non avete magari conosciuto e farvi domande sul loro destino? Questa è la domanda che vive in Daniel Mendelsohn fin da ragazzino ogni volta che sente parlare dello zio Shmiel, il fratello del nonno e della sua famiglia. Mendelsohn sa che il nonno aveva un fratello sposato e quattro figlie femmine, ma quello che Daniel e gli altri parenti sopravvissuti non conoscono è il misterioso destino che riguarda il clan di Shmiel, scomparso non si sa dove, come, quando di preciso durante l’ Olocausto. Fin da bambino, Daniel Mendelsohn ha raccolto indizi genealogici cominciando a ricostruire la sua antica mappa d’origine, ma all’autore de Gli scomparsi non bastavano i favolosi racconti del nonno nei quali l’anziano rievocava l’infanzia trascorsa nella cittadina di Bolechow, in Ucraina, perché essi erano sì ricchi di dettagli su cosa mangiavano, su come si svestivano, sul lavoro che svolgevano e sulla loro vita sociale, ma poi il racconto della vita di Shmiel si fermava attorno agli anni della Seconda guerra mondiale. Daniel ha il ricordo d’infanzia delle parole bisbigliate con imbarazzo dal nonno e dagli altri parenti ad ogni accenno a cosa accadde a Shmiel alla sua famiglia e fu quest’aura di rispettoso enigma a scatenare in Daniel la voglia di andare sempre più a fondo nella ricerca del proprio passato famigliare per capire se stesso e per conoscere la sorte di chi non c’è più. Per Mendelsohn comincia un pellegrinaggio per il mondo della durata di cinque anni, un cammino durate il quale lo scrittore non solo conoscerà la sua storia, ma entrerà in contatto con tanti altri uomini e donne che hanno vissuto in prima persona il dramma dell’Olocausto. Accanto alla ricerca delle radici della propria famiglia l’autore inserisce una serie di riflessioni sul contenuto della Bibbia e lette con attenzione le cinque parti in cui è suddiviso Gli scomparsi di Mendelsohn non solo contengono l’interpretazione di alcuni importati passi delle Sacre Scritture, ma se le accostiamo in parallelo con il pellegrinaggio compiuto dall’autore, i testi sacri ci permettono di vederlo come una sorta di cammino verso la Terra promessa, che in questo caso corrisponde alla scoperta delle proprie origini e della sorte che il destino riservò a Shmiel. Gli scomparsi di Mendelsohn è l’insieme di anni di ricerche sulla carta, di viaggi in lungo e in largo per il mondo, di un accumulo di fotografie, di testimonianze e ricordi recuperati attraverso interviste e registrazioni. Gli scomparsi è la dimostrazione di una profonda sensibilità umana e della voglia di conoscere il proprio passato compreso quello di un intero popolo spesso vittima – e lo dimostrano i tanti fatti accaduti nel corso della Storia- di ingiustizie e soprusi. Non a caso Mendelsohn troverà i tanti tasselli che gli permetteranno di far luce sul misterioso destino di Shmiel e allo stesso tempo farà tesoro delle tante persone incontrante – veri e proprio testimoni di un dramma universale- che grazie la lavoro dell’autore americano entreranno a far parte della Storia, senza finire nel dimenticatoio. Il cammino vissuto da Daniel e da suo fratello, fedele compagno di avventura, è ricco di emozioni di dolori che riemergono, è sono fondamentali in quanto incarnano il segno concreto dell’importanza di ricordare il passato, perché in esso è custodita una parte di noi dalla quale è possibile recuperare insegnamenti per comprendere il presente e affrontare il futuro.
L’ultima paziente (Los padecientes, 2010), romanzo di esordio dello scrittore argentino Gabriel Rolón, edito in Italia da Piemme e tradotto da Mariana E. Califano, è un thriller psicologico con le cadenze del noir che arriva da noi dopo essere stato un clamoroso successo in patria, in testa alle classifiche per settimane, ed essersi guadagnato la pubblicazione in diversi paesi, non solo del Sud America.
Uffa, per qualche motivo il mondo del mio bell’universo parallelo non era poi così felice come me lo ero immaginato.
























