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:: Un’ intervista con Beda a cura di Viviana Filippini

15 luglio 2013

l'abisso è alle porteCiao Beda piacere averti qui a Liberi di scrivere dove ci occupiamo di libri a 360 gradi. Prima di addentrarci dentro al mondo della tua raccolta poetica L’abisso è alle porte, raccontaci qualcosa di te.

R. Nasco e cresco a Padova, città dove ho abitato da bambino e da cui poi sono mi sono spostato, per esigenze familiari, per trasferirmi, assieme alla famiglia, in un tranquillo paese di campagna. Ho compiuto studi tecnici, che poco si addicono alla mia vera indole, e poi mi sono iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova. Studi che ho abbandonato per dedicarmi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

Come nasce il tuo amore per la poesia?

R. Bella domanda a cui, onestamente, non so rispondere, forse perché non ho mai preteso di spiegare questo aspetto del mio carattere e della mia indole. L’amore per la poesia credo nasca come l’amore per il calcio, per le belle donne o per l’arte in generale; giorno dopo giorno senti che quel mondo, così astratto e ideale, comincia ad appartenerti sempre di più e cominci a leggere i poeti “sacri” vedendo che un po’ alla volta, semplici versi ti danno emozioni e ti aprono, idealmente, le porte di un mondo che non pensavi ti appartenesse. In sintesi, il mio amore per la poesia nasce quasi a casaccio… anche se poi nella vita nulla accade per caso.

Come e quando è nata la raccolta L’abisso è alle porte?

R. L’abisso è alle porte nasce nel 2009, come uno schizzo, un semplice schizzo su un foglio bianco.E’ stato semplicemente un voler fermare, in modo amorfo e disordinato un momento; quel momento poi è divenuto, con il trascorrere dei giorni, una serie ininterrotta di momenti ed eccoci qui.Stavo attraversando un periodo un po’ particolare della mia vita, dove tante porte si stavano chiudendo, molte per scelta mia, e dove altre, forse è più corretto parlare di portoni, soprattutto a livello mentale, non volevano aprirsi per quanto mi sforzassi. Capita a tutti di sentirsi ingabbiati e L’abisso è alle porte racconta anche questo disagio.

Beda autore di L’abisso alla porte in questa raccolta è più poeta-uomo o uomo-poeta?

R. I poeti sono altri, non di certo io. Io credo che quando il poeta prevale sull’uomo il rischio di vaneggiare e di farsi scivolare tutto troppo addosso è concreto e per certi aspetti controproducente; il poeta ha la tendenza, spesso, a perdersi, volontariamente, in una goccia d’acqua, idealizzando troppo la realtà che lo attornia. Quando invece è l’uomo a prevalere sul poeta, io credo che la poesia non possa esistere e non possa predente una forma armonica, poiché l’uomo moderno non è più abituato a essere umano, ma è diventato automa e incapace di osservare e osservarsi, ammettendo i limiti e le sconfitte. Diciamo che in questa raccolta ho cercato di bilanciare gli aspetti: in ogni poesia c’è un Beda presunto poeta e c’è un Beda sicuramente uomo, perciò io amo definirle poesie molto imperfette…poiché nessuna è interamente del presunto poeta o interamente dell’uomo. Il narratore è imperfetto perché non omogeneo, o in un senso o nell’altro.

A chi è destinato questo lavoro? Mi spiego meglio. Questa raccolta è nata da un tuo esclusivo bisogno di riflessione su ciò di negativo, che attanaglia il nostro mondo o può essere vista come una sorta di richiesta di attenzione rivolta a noi lettori per ragguagliarci su quello che di inadeguato ci circonda e ci cambia senza che ce ne rendiamo conto?

R. Mi rifaccio un po’ alla domanda precedente. Se scrivo versi come poeta, questo lavoro è sicuramente una riflessione, piuttosto brutale, sui momenti privati rapportati alla pochezza della realtà che attualmente mi circonda; il poeta tendenzialmente riflette ma è impotente. Ma se scrivo versi come uomo, allora, il discorso muta: cambia il punto di osservazione e forse anche la qualità e la “verità oggettiva” dei versi. In questo caso è giusto parlare di un tentativo di far alzare le orecchie, aprire gli occhi e affinare il gusto a chi mi circonda. Non sempre quello che ci viene detto corrisponde alla realtà delle cose, anzi quasi mai. Non è che siamo noi uomini gli inadeguati, è che chi ci comanda e muove  le informazioni che ci arrivano, ci fa sentire inadeguati al cospetto di una società che corre troppo veloce e che è troppo informatizzata. Abbiamo scordato quanto bello sia a volte fermarsi e, se serve, pure piangere.

L’abisso alle porte non è solo il titolo, ma anche una poesia nella quale si percepisce la voglia di libertà dell’uomo e l’impossibilità a viverla al completo a cause delle limitazioni imposte dalla società. Cosa determina questo stato umano?

R. La poesia L’abisso è alle porte tratta di varie tematiche, anche se in modo velato e mai dichiarato, e questo è un po’ il profilo di tutto il libro. Tendenzialmente l’uomo di oggi è consapevole di non essere libero e, per questo, è pervaso da un senso di impotenza lacerante, ma non ne parla. Oggi nella società, e ancor più nell’economia, vige il disordine; in politica comanda il compromesso a tutti i costi, e i prezzi da pagare per noi cittadini sono altissimi. Ci hanno fatto credere che una società fin troppo regolata, ma senza buon senso e senza dialogo, sia la strada giusta per sentirsi appagati. Ma abbiamo miseramente fallito: oggi siamo tutti più poveri…ed  è in atto un attacco, senza precedenti, ai nostri diritti naturali di uomini, donne, bambini e anziani…è in atto il tentativo di instaurare dittature subdole e ai più incomprensibili. E’ un attacco che mina le nostre identità, i nostri valori e in ultimo…le nostre economie. E l’uomo moderno è in grado di capire tutto ciò, ma per ora non ne parla e se ne sta rintanato a compiacersi delle sue difficoltà, non capendo che forse l’unica soluzione è parlarne con gli altri, staccandosi da preconcetti, condizionamenti e dogmi, di qualsiasi tipo essi siano.

Leggendo la raccolta ha avuto lì’impressione di una forte sensazione di pessimismo universale riguardante l’umanità e il mondo dove quest’ultima vive. Un tratto comune che ritorna in ogni componimento. Da cosa è determinato questo stato?

R. Dall’osservazione e da chi compie questa osservazione: un semplice comune mortale, un uomo, che osserva una natura violata e violentata in nome di un progresso assassino; un semplice uomo che osserva una società sempre più allo sbando, dove la felicità è divenuta una colpa. Questa è una società in cui un bambino felice che salta e gioca è definito malato perché troppo attivo, è una società in cui chi è attento alla qualità di ciò che mangia viene definito estremista. Si può essere ottimisti? Si può essere ottimisti vedendo che i tuoi diritti essenziali non sono tutelati in nome del profitto?

Tante sono le immagini di morte, di dolore, di sofferenza descritte attraverso metafore, atmosfere cupe cosa ti ha ispirato questi componimenti letterari, ma allo stesso tempo pittorici?

R. La vita per definizione, non è mai semplicemente bella o semplicemente brutta o meglio, anche nella bellezza delle cose o nella loro bruttezza, esistono colori diametralmente opposti all’andamento generale. Io sono una semplice persona, un uomo normale, che ha patito o gioito come tutti, che ha apprezzato e deprezzato come tutti, che ha usato ed è stato usato come tutti. Chiunque di noi, prima o poi, ha a che fare con esperienze inevitabili; il dolore e il senso di impotenza che ti lasciano è davvero un qualcosa difficile da digerire. Sono cose comunque normali e sono esperienze che se opportunamente elaborate, come per fortuna ho fatto io con fatica, ti portano a maturare un senso di mistico appagamento morale e uno spirito di osservazione sconnesso da fraintendimenti e influenze esterne. Ogni uomo accudisce nel suo cuore e nella sua mente, un bambino felice e uno un po’ più triste e li deve ascoltare entrambi. Con l’Abisso è alle porte ho ascoltato il bambino un po’ più triste; il prossimo libro, se ci sarà, sarà all’insegna del bambino felice e combattente!

Nelle poesie spesso inserisci immagini del mondo naturale , ma essa è una natura spesso sofferente e violata. Cosa determina questo suo stato?

R. La realtà è questa: una natura perennemente violata, violentata e succube di un progresso indiscriminato e assassino. Vedi, qui non si tratta di negare l’importanza della scienza e del progresso, ma di considerare come l’attività umana, tutta, dalla semplice economia familiare a quella industriale, sta di fatto togliendo equilibrio all’ambiente, alla flora e alla fauna. Alternative naturali o comunque meno dannose ce ne sono, ma la gente le ignora perché perennemente bombardata da messaggi ridondanti che convergono tutti in un semplice slogan televisivo: progresso a qualunque costo. Io mi chiedo: fino a quando l’uomo potrà arrogarsi il diritto di distruggere? E fino a quando, in nome della scienza, si sentirà autorizzato a compiere atti inumani e insensati? Nella mia vita, molti anni fa, ho compiuto una scelta vegetariana e animalista: è stata una scelta consapevole che mi fa sentire in pace con me stesso e il mondo che mi circonda. E’ stata la scelta migliore che ho fatto invita mia.

Altri elementi che tornano in modo costante nelle poesie sono la sera e la solitudine. Che ruolo giocano nel cuore del poeta?

R. Ognuno di noi rivede nella sera la famiglia, il gioco con i figli, il dialogo con la moglie o il marito, il semplice stendersi sul divano e leggere; la sera rappresenta la possibilità di riappacificarci con noi stessi e le persone care, lontani dal caos. Ma la sera è anche il momento in cui possiamo guardarci allo specchio e fare i conti con noi stessi, le nostre paure e le nostre angosce. Questa società ci impone di sorridere sempre, ci impone di nascondere i problemi e ci impone l’apparenza; riuscire a starsene da soli è un lusso perché, in giusta misura, la solitudine è un mezzo per volersi bene e la sera è di sicuro il momento più adatto per farlo. Di sera siamo tutti più malinconici, abbiamo voglia di chiudere gli occhi ma non per dormire bensì per viaggiare da soli, per andare dove non possiamo andare normalmente; L’abisso è alle porte è stato questo: vivere ogni giorno come fosse sempre sera e andare…

Chi scrive è il poeta, un uomo che si fa “postino” di un male di vivere comune, che c’è, però non tutti se ne capacitano. Il suo poetare è una sorta di grido, di richiesta di ascolto e aiuto, ma riuscirà a trovare risposte e sostegno in qualcuno o qualcosa?

R. Ma né il poeta né l’uomo hanno bisogno di sostegno; poesia è prima di tutto fare i conti con sé stessi e questa è già una enorme prova di forza che molti non comprendono per il semplice fatto che ritengono la poesia un mezzo non sufficientemente efficace. E poi, proprio per il fatto che l’uomo è poeta e viceversa, chi scrive solitamente usa la poesia come un adattogeno rispetto alla realtà in cui vive. Il postino porta la posta, il poeta porta sensazioni, impressioni e realtà sottintese e lo deve fare in punta di piedi proprio per il fatto che spesso porta messaggi nuovi e non dovrebbe raccontare sempre e solo le solite e classiche sofferenze d’amore. Il poeta, o presunto tale, dovrebbe essere lo specchio per gli altri e non ergersi a giudice supremo rispetto agli altri.

Le sbarre dell’immagine di copertina con le sue sbarre oltre le quali c’è il mondo verdeggiante e rigoglioso della natura che valore ha? Forse l’uomo di oggi si è cosi imbarbarito da non poter più raggiungere la natura pura e incontaminata è ormai diventata irraggiungibile?

R. L’abisso è alle porte parla di un abisso prossimo ma evitabile, ancora evitabile. L’uomo di oggi è sì imbarbarito, burattato e inscatolato ma è pur sempre un uomo… un animale che prova compassione, amore, rispetto e che sa agire, se libero da false convenzioni e da false verità, in completa armonia con altri esseri della sua specie e con esseri di altri regni o altre specie. Negli ultimi anni ci siamo costruiti da soli, o meglio hanno fatto il modo che ci costruissimo, una prigione dorata negandoci la genuinità della libertà e del libero pensiero. La società, l’economia, la sanità…insomma la quotidianità è diventata un insieme di sbarre oltre le quali, per ora, non ci è concesso andare. Ma tutti noi sappiamo che è possibile andare al di là e sappiamo anche che questo passo, non di certo indolore, è possibile se non anche necessario. Resta solo da capire quale sarà lo strumento con cui la gente segherà le sbarre; quando oltre alla presa di coscienza c’è l’esasperazione, le persone purtroppo, tendono a legittimare qualsiasi mezzo, anche violento e grossolano. A di là delle sbarre c’è un mondo verdeggiante, armonico e incontaminato  nella forma, nell’estetica, nella società e nell’economia, e le persone hanno iniziato, in parte, a intravederlo e a desiderarlo.

Un ultima domanda prima di salutarci. Quale è il tuo libro preferito, quello che ti ha lasciato un segno importante?

R. Les fleurs du mal di Baudelaire; amo in particolare Corrispondenze e Il Nemico. Attraverso i simboli e un linguaggio “nuovo” Baudelaire ha evocato semplici verità che anche oggi, spesso, non riusciamo a vedere. La Natura è l’essenza delle cose, del vivere, del sentire e dell’ascoltarsi. Il Tempo, invece, è un “divoratore” e lo è per tutti non solo per scrittori e poeti; ognuno, a modo suo, quando parla del tempo del passa, lo fa in modo rassegnato e frustrato. I ricordi e il ricordare eventi del passato sono solo un piccolo sollievo temporaneo. Per questo amiamo ricordare: perché abbiamo l’impressione di ritornare indietro e aver fregato il tempo…pura illusione, purtroppo!

:: Recensione di Gli anni belli di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2013)

14 luglio 2013

anni belliGli anni belli di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, ci porta nella Roma tra le due guerre, nel quartiere popolare di San Lorenzo, dove vivono i due protagonisti, Elena e Benedetto. E’ una storia d’amore la loro, una semplice e delicata storia di sentimenti, una storia minima sullo sfondo della Storia, narrata come si narravano una volta le storie d’amore, fermi sui ballatoi delle case di ringhiera, affacciate sui cortili, o sui tetti pieni di corde tese a cui appendere la biancheria da asciugare.
Dalle pagine emerge la Roma di allora, trasfigurata dai ricordi, dalle memorie tramandate. Una Roma forse presente ancora in qualche film in bianco e nero, di quelli che ancora si possono trovare nelle retrospettive dedicate al cinema neorealista italiano. Stessi umori, stessi odori, stesse atmosfere che l’autore fa rivivere con la sua fantasia. La gente era più ingenua, schietta, buona, solidale. Nei paesi fare le conserve di pomodori era una cerimonia collettiva, come ammazzare il maiale. C’erano famiglie che se ne tramandavano il compito, sapevano uccidere la bestia senza che la paura ne intossicasse il sangue. Quando morivano i figli piccoli, i nonni arrivavano a chiedere alle figlie di fare un figlio ancora per tramandare il proprio nome.
Benedetto, originario di Subiaco, è un giovane artista artigiano, lavora il marmo in un laboratorio. Vive in affitto in una stanza della casa del Sor Paolo, scappato dal paese a Roma per una storia di donne, padre di Elena una ragazzina di tredici anni, che come tutte le donne dei ceti popolari ha già scelto chi amare e chi sposare. I matrimoni di convenienza spettano solo ai ceti alti, loro hanno da tramandarsi ricchezze, devono badare a queste cose. I proletari, i popolani hanno poco o niente. Le ragazze al massimo i loro corredi: qualche lenzuolo ricamato, qualche tovaglia, due asciugamani.
Elena e Benedetto si innamorano senza accorgersene, si scambiano i primi baci, si tengono per mano. Unica testimone e confidente del loro amore, Ione, la portinaia ebrea che non lascia mai il quartiere. Fuori da San Lorenzo c’è una brutta aria per gli ebrei. Siamo in piena epoca fascista, ormai il regime è la struttura del potere. Mussolini, strizzato nelle sue uniformi piene di mostrine e di medaglie, con la sua mascella volitiva e le sue smorfie, con i suoi proclami da piazza Venezia, cadenza le giornate dei romani. Ma il loro amore è un segreto che ormai consono tutti, forse solo i loro genitori non lo sanno ancora.
Appena sbocciato, questo amore è subito messo alla prova dalla vita. Benedetto riceve la lettera che lo chiama a svolgere il servizio militare. Due anni di ferma, di lontananza. Prima Civitavecchia per l’addestramento e poi Brescia. Certo ci saranno le licenze, che Benedetto però sceglie di non chiedere, è troppo penoso vedere i volti tristi dei commilitoni al loro ritorno in caserma dopo questi brevi soggiorni dai parenti, e le lettere ai sui genitori restati a Subiaco con i fratelli minori e a Elena, lettere che Sor Paolo, bizzarro personaggio così disinvolto nelle storie di cuore, si è impegnato a farle avere, basta che non scriva troppo spesso, ma il distacco è doloroso.
Sopravviverà il loro amore? Si sposeranno? Diventeranno genitori? La guerra imminente, che si respira nell’aria li cambierà? Forse a quest’ultima domanda non avremo risposta, il racconto si ferma prima. Questi sono gli anni belli, gli anni della pace, anche se nelle colonie si combatte, dell’amore condiviso, della solidarietà. Il lattaio che regala il latte che avanza a chi non lo può comprare. Lo paghino i ricchi, loro che possono. O il panettiere, che fa lo stesso con il pane, sono la norma. Perché la povera gente, la gente umile e vera si aiuta, si difende, si sorride, si chiama per nome.
Marco Proietti Mancini rifà rivivere gli anni tra il 1933 e il 1940 attraverso le vicende dei suoi due innamorati, con uno stile poetico, semplice, antico, quasi malinconico, ricco di saggezza popolare. Registra sentimenti, malinconie, delicate emozioni che ci fanno partecipi della vita, dei piccoli drammi, delle speranze di gente genuina, attaccata alla vita e alle sue piccole felicità. Come Vasco Pratolini ha fatto con Firenze. Molto me l’ha ricordato. Romanzo corale, composito, profondo e nello stesso tempo lieve, misto  a un nostalgico rimpianto per il tempo che fu, per l’innocenza perduta.
Certo c’è il fascismo, una dittatura feroce, come tutte le dittature, ma l’autore sceglie di non evidenziarne gli aspetti drammatici. A lui interessa parlare della povera gente, del suo modo di restare ancorata alle piccole cose, di sopravvivere. Gente che odia la guerra, che non si fa abbindolare dagli alti proclami retorici e apparentemente così nobili. La guerra è dolore, è separazione, è uccidere ed essere uccisi. Se proprio si deve fare e non si può sfuggire, almeno sia breve. E se bisogna scegliere se farla, si può seguire la propria coscienza e non fare un passo avanti. Proprio come fa Benedetto nel momento più intenso del romanzo.
Gli ci vorranno gli anni passati a svolgere il servizio militare per capire cosa era veramente il fascismo. E’ una rivelazione, una delusione, un ricordare le parole di suo padre e del suo maestro socialista. Ma finito il militare c’è la vita da civile che l’aspetta.

Marco Proietti Mancini, romano del 1961. Si occupa di marketing in una multinazionale dell’informatica. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo Da parte di Padre. Collabora con portali e riviste on line scrivendo racconti, poesie, articoli e recensioni letterarie. Nel 2012 è stato pubblicato il suo secondo libro Roma per sempre (Edizioni della Sera). Sempre nel 2012 il suo racconto Ogni venerdì è stato inserito nell’antologia Cronache dalla fine del mondo (Historica Edizioni) e ha scritto i testi per il volume fotografico Roma, caput mundi?. A gennaio 2013 Roma per sempre è uscito in una nuova edizione ampliata per Edizioni della Sera e a marzo 2013 il suo racconto “Ciao mamma” è stato inserito nell’antologia Nessuna più pubblicata da Elliot Edizioni.

:: Recensione di Ossa nel deserto di Sergio Gonzàlez Rodriguez (Adelphi, 2006) a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2013

«ossaIgnobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

[Intervista a Sergio Gonzàlez Rodriguez – L’Unità 2009]

Era da diversi anni che volevo leggere questo libro, ma forse non ne avevo mai avuto il coraggio. Ossa nel deserto (Huesos en el deserto, 2002) del giornalista e scrittore messicano Sergio Gonzàlez Rodriguez è del 2006, sebbene racconti fatti aggiornati al 2005. Ora grazie ad Adelphi ne ho avuto la possibilità e prima di parlarvene vorrei fare una breve riflessione sulla paura e sul coraggio.
Innanzitutto dell’autore di questo reportage, ma anche dei lettori che si avvicinano a questa storia di orrore, consapevoli che anche solo parlarne, farsene un’idea, è un modo per opporsi a coloro che materialmente perpetrano questi atti e a tutto il corollario di intimidazioni, complicità con la polizia messicana, connivenze del potere politico e delle multinazionali straniere che sfruttano il basso costo della manodopera messicana e non fanno domande[1].

Sono molti i casi di minacce di morte e sequestro nei confronti di persone che hanno criticato l’operato del governo o tentato di far luce sui delitti, come è accaduto all’autore di questo libro.

Leggere questo libro ci pone contro, ci dà delle responsabilità. Il femminicidio sistematico in atto a Ciudad Juárez, nello Stato messicano di Chihuahua, ormai da vent’ anni, è una realtà che lascia sgomenti, confusi, increduli. Sì, è una storia vera, queste donne sono morte, sono state violentate, torturate, mutilate. Di alcune si sono ritrovati i corpi, di altre forse, come ultimo oltraggio, non resterà niente. Sciolte nell’acido, sepolte nel deserto, incenerite in qualche forno crematorio di fortuna, squartate e date in pasto ai maiali in qualche fattoria. Riflettevo che se avessero voluto tutte queste donne sarebbero potute essere classificate come “scomparse”. Invece hanno voluto che di alcune si ritrovassero i corpi, per aumentare la paura, l’angoscia della gente del posto, forti della loro impunità. Della certezza che nessuno ne verrà mai a capo, certi che nessuno scoprirà mai mandanti, esecutori, taciti consensi. Troppi interessi sono in ballo e a chi può importare della vita e soprattutto della morte di centinaia di poverissime donne, ragazze, bambine provenienti dalle bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez?

Vi si arriva per una strada che corre parallela al confine e il suo territorio è composto per lo più di pietrisco circondato dalla desolazione e da un mare di sacchetti di plastica che svolazzano fra i cespugli e la polvere, a tratti biancastra, a tratti rossiccia. Palle di erba secca rotolano nel vento e l’odore di marciume arriva a zaffate. La gente abita in case costruite con materiali di recupero, pezzi di legno, lamiera, amianto, qualche porta di metallo. Il filo di ferro diventa un elemento fondamentale, serve per legare, sostenere, delimitare, contenere ciò che sfugge in continuazione.

Zone in cui spadroneggiano i cartelli del narcotraffico. E il legame tra politica e crimine organizzato è una realtà, pericolosa. Il potere economico sprigionato è devastante.

Nel 2003, il trasferimento in Messico di proventi derivanti da attività illecite ha toccato i ventiquattro miliardi di dollari.

Le ragioni di questa generalizzata violenza contro le donne a Ciudad Juarez, comunque sono molteplici e legate a un insieme di circostanze di ordine piscolocico, sociologico e istituzionale di cui non è estranea l’ideologia patriarcale dominante strettamente connessa alla religione cattolica.  Atavismi, credenze patriarcali, abusi, sottomissione femminile, emarginazione sono alla base di questa violenza. Queste morti non hanno avuto giustizia perché il governo messicano ha di volta in volta coperto gli assassini e i loro protettori.  E questa non è solo un’ accusa infondata, il libro ne fornisce le prove.
Traduzione di Gina Maneri e Andrea Mazza.


[1] In un’ intervista Robert D Kaplan sottolinea che i messicani che vivono al confine con gli stati Uniti sanno a malapena leggere e scrivere e lavorano in condizioni pericolose e “dickensiane per produrre i nostri videoregistratori, i nostri jeans, e i nostri tostapane” percependo meno di cinquanta centesimi di dollaro l’ora, senza diritti e nè garanzie. [pag. 48]

:: Recensione di Il silenzio della neve di Jenny Milchman (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 luglio 2013

silenzio della neveIl silenzio della neve (Cover of snow, 2013), romanzo di esordio di Jenny Milchman, tradotto da Lucio Carbonelli ed edito in Italia da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, ci porta in una piccola cittadina di provincia, persa tra le nevi dei monti Adirondack, nello Stato di New York. Nora Hamilton, restauratrice di case d’epoca, sposata con Brendan, poliziotto in forze al distaccamento locale, conduce una vita felice, tranquilla. Ha una bella casa, un lavoro che le piace, una bella famiglia: un padre e una madre presenti e disponibili, una sorella, Teggie, ballerina di danza professionista, dalla lingua forse un po’ troppo lunga ma simpatica.
Tutto scorre nei binari della normalità, dandole l’illusione che niente possa incrinare il suo piccolo mondo perfetto. Brendan la ama, la chiama nocciolina, la circonda di attenzioni, la fa sentire protetta, al sicuro. Cosa può desiderare di più? Poi una mattina di inverno, mentre la sua grande casa è circondata dal silenzio rarefatto della neve, si sveglia nel suo letto da sola, un po’ intontita. Nessun rumore di acqua che scroscia in bagno, nessun rumore in cucina. Che Brendan sia già uscito per una chiamata urgente? Senza svegliarla? Nora inizia a vagare per casa, finché non lo trova. Impiccato ad un lampadario. Senza un biglietto, senza una spiegazione.
All’incredulità subentra la disperazione e il senso di colpa. Che matrimonio era stato il loro? Come aveva fatto a non accorgersi che qualcosa non andava? Poi i resti di un sonnifero in uno dei due bicchieri con cui avevano bevuto in veranda la notte prima le fa supporre che Brendan avesse organizzato tutto. Da tempo. La medicina era stata infatti preparata diversi giorni prima da un farmacista, che sembra nascondere qualcosa. Perché?
Non può più riprendere a vivere se prima non lo scopre. Così inizia ad indagare sul passato di suo marito. E più fa domande, più avverte che nessuno è disposto a darle alcuna risposta, né i colleghi poliziotti di suo marito, né sua suocera, che neanche tanto velatamente la odia. Inaspettatamente, sarà Dugger, il ragazzo autistico della stazione di servizio, a darle una traccia su cui investigare, a parlarle del lago ghiacciato e di lacci per pattini usati da Brendan. Quando lei aveva sempre saputo quanto odiasse pattinare. Cosa le aveva taciuto, quale oscuro segreto tutti si affaccendano a tenerle nascosto? Perché sua suocera ha nel sottoscala una stanza piena di foto del fratello di Brendan, morto tanti anni prima, ancora bambino?
Il silenzio della neve è un romanzo accolto dalla critica americana in modo pressoché entusiasta. Kirkus Reviews lo definisce thriller magistrale, Il New York Times ricco di personaggi veri e profondi, Booklist definisce la Milchman una nuova straordinaria autrice di thriller. Qualcuno poi accosta il romanzo a Il senso di Smilla per la neve dello scrittore danese Peter Høeg, non potevo quindi non esserne incuriosita. Anche il prezzo è decisamente ragionevole, poco meno di dieci Euro.
L’inizio è drammatico e angosciante. La protagonista, che narra la vicenda in prima persona, si sveglia una mattina e trova suo marito morto. Apparentemente impiccatosi ad un lampadario. A questo punto l’abusato dilemma, si è suicidato, o l’hanno ucciso, si stempera in un dramma familiare avvenuto nel passato. La protagonista infatti nella sua ricerca dei motivi di questa morte, necessaria per liberarsi dal terribile senso di colpa che prova, si imbatte in una morte avvenuta venticinque anni prima.
Ora non vorrei esagerare a parlarvi della trama, privandovi degli iniziali colpi di scena, ma la tensione nasce da questo avvenimento oscuro che determina il comportamento ambivalente di molti dei personaggi. L’autrice è abile a costruire un castello narrativo plausibile e solidamente strutturato, depistandoci volontariamente, e portandoci a chiederci quale sia la verità o le verità. Un thriller ambientato nel grande Nord, scorrevole e veloce. Adatto a queste sere d’estate.

Jenny Milchman tiene corsi di scrittura e di editoria per il NewYork Writers Workshop. È ideatrice e promotrice della Giornata internazionale del Portailtuobambinoinlibreria. Ha pubblicato una raccolta di racconti. Questo è il suo primo romanzo.

:: Ciao, sono Vanessa Roggeri autrice di ll cuore selvatico del ginepro (Garzanti, 2013)

12 luglio 2013

ROGGERI Cuore selvatico gineproSalve a tutti, oggi vorrei dare spazio sul blog ad un’esordiente, Vanessa Roggeri, autrice di Il cuore selvatico del ginepro, che uscirà a fine agosto per Garzanti. Non è un’ intervista, è una lettera che Vanessa mi ha inviato da condividere con i lettori di Liberi di scrivere. Il cuore selvatico del ginepro è la storia di due sorelle e del loro legame speciale, forte e indistruttibile come il ginepro della sua terra, la Sardegna. Vi lascio dunque alle sue parole.

Ho sempre pensato che certi libri fossero animati da un proprio spirito, che in qualche modo fossero “vivi”, vibranti nelle loro pagine di qualcosa che non è facilmente definibile.

Quando ho finito di scrivere Il cuore selvatico del ginepro ho capito subito che il mio libro custodiva un suo spirito segreto. Non mi sono preoccupata di come trovare un editore, benché io fossi un’aspirante scrittrice perfettamente sconosciuta, perché dentro di me avevo una sicurezza un po’ folle e inspiegabile: ero sicura che ci avrebbe pensato Ianetta – la protagonista del libro – a farsi pubblicare.

E così è stato: il mio romanzo è arrivato dritto al cuore della Garzanti con una forza dirompente.

Il cuore del mio libro trabocca di passioni che travolgono, non esistono le mezze misure, come non esistono nella vita reale. I miei personaggi odiano con forza che distrugge; amano con impeto che vivifica là dove non c’era più speranza; si disperano perché la forza maligna di certe superstizioni può portare ad uccidere anche coloro che sono sangue del proprio sangue.

Nel cuore del mio libro c’è Lucia, e come suggerisce il suo nome, lei porta la luce dell’amore tra le ombre tetre di una Sardegna oscura e misteriosa; e c’è sua sorella Ianetta, nata settima, maledetta dalla tradizione che vede in lei l’incarnazione del male. Lucia è una donna forte, tenace, coraggiosa, un simbolo di emancipazione femminile; lei è l’unica che riesce a vedere la luce della verità oltre il velo dell’ignoranza e dell’odio, ad amare anche chi per sua natura non riesce ad attirare l’amore altrui.

Il ginepro è una pianta tenace, resiste anche alla furia delle fiamme; se fuori brucia, dentro il cuoricino rimane vivo, proprio come l’amore, quello vero.

Lascia che il ginepro tocchi il tuo cuore con i suoi rami.

Segui la mia voce sulla pagina facebook Vanessa Roggeri – autrice. A presto,

Vanessa Roggeri

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea, ma anche fiera e indomita. La sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Queste storie di una Sardegna antica, magica e misteriosa l’hanno segnata profondamente facendole nascere il gusto per la narrazione e il desiderio di mantenere vivo il sottile filo che ci collega a un passato ormai perduto.

:: Segnalazione di Storia di Malala, di Viviana Mazza (Mondadori, 2013)

12 luglio 2013

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Oggi 12 luglio 2013 è un giorno speciale.
Malala Yousafzai compie 16 anni e tra poche ore parlerà alle Nazioni Unite, a New York, raccontando la sua storia. Parlerà difronte ai grandi della terra e dirà una cosa semplicissima, che l’emancipazione delle donne passa soprattutto attraverso l’istruzione. Che il diritto allo studio delle ragazze, diritto per il quale ha rischiato la vita, è un potente strumento di crescita, di progresso, di giustizia.
Nel mondo 57 milioni di bambini sono tutt’ora privi di accesso all’istruzione, destinati a un futuro senza prospettive di crescita. Un futuro di miseria, degrado, sfruttamento. Malala è oggi un simbolo della lotta a tutto ciò. Candidata al premio Nobel per la pace e sostenuta da organizzazioni come Change.org e personalità politiche internazionali e star, Malala è molto più di una ragazzina pachistana sopravvissuta ad un attentato di talebani, è un esempio per altre bambine, ragazzine, donne di tutte le parti del mondo.
Per cui è anche speciale questa segnalazione. Il 16 luglio Mondadori pubblica Storia di Malala, di Viviana Mazza, corrispondente agli Esteri del Corriere della Sera. Un libro illustrato, dedicato ai ragazzi, che racconta la sua storia, il suo coraggio, il messaggio che vuole trasmettere alle nuove generazioni, agli adulti di domani. Una buona occasione per promuovere la lettura tra i più giovani.

:: Segnalazione: nasce l’agenzia letteraria Studio Garamond di Stefano Giovinazzo

11 luglio 2013

studio-garamond-logositoSegnalo il debutto sul mercato editoriale di una nuova agenzia letteraria, Studio Garamond – Servizi editoriali, creata da un professionista della comunicazione come Stefano Giovinazzo, giornalista, editore, scrittore e poeta. Lo Studio Garamond si propone di seguire il cliente in ogni fase del processo editoriale: dalla valutazione del manoscritto, al lavoro di editing, e correzione bozze, fino all’eventuale proposta presso gli editori. Servizi editoriali, ufficio stampa, grafica e rappresentanza sono quindi i punti di forza al servizio di autori e case editrici. Per maggiori informazioni sui servizi offerti vi invito a visitare il loro sito: http://www.studiogaramond.com info@studiogaramond.comTel. 320.4126622

:: Segnalazione di Animali domestici di Bragi Ólafsson (LaLinea, 2013)

10 luglio 2013

Animali domestici_coverAnimali domestici
di Bragi Ólafsson
l’ex bassista dei Sugarcubes di Björk

Traduzione di Silvia Cosimini

“Non parla di rock, ma è uno dei migliori romanzi mai scritti da un ex musicista rock.
Los Angeles Times

Nella gelida Islanda, un uomo è costretto dalle circostanze ad assumere una “scomoda” prospettiva sulla propria esistenza.

Dopo una vincita alla lotteria e un viaggio a Londra per spendere buona parte del denaro in musica, libri e film, Emil torna a Reykjavík con un unico desiderio: ascoltare finalmente i suoi cd, rivedere gli amici e rilassarsi.
È risaputo, però, che il destino ama farsi beffe dei modesti sogni di tranquilla e appartata quotidianità degli uomini, e con Emil si accanisce in modo particolare. Nelle poche ore spese fra il viaggio aereo e il rientro a casa, alcuni incontri fanno deragliare bruscamente il suo programma.
Come in una commedia beckettiana, in breve la casa si trasforma in teatro di una singolare festa e il giovane islandese è indotto, suo malgrado, a trasformarsi in invisibile ospite di una serie di bizzarri personaggi, tra cui uno squinternato linguista, un invadente ex compagno di viaggio e una bionda tutta pepe.
Ognuno di loro si carica di un significato che Emil non è in grado di far suo, ma che pure percepisce, e che sa provenire da un repertorio che tocca il suo passato personale, i suoi gusti letterari e musicali e i suoi timori profondi.
Da quest’orda umana Emil è messo all’angolo e ricacciato nel posto più impensabile: per raccontare la sua inabilità alla vita gli resta solo la voce.

Bragi Ólafsson è nato a Reykjavík nel 1962. Ha lavorato come impiegato di banca, come commesso in un negozio di dischi, come dipendente delle poste; si è dedicato poi completamente alla musica, prima come membro del gruppo rock Purrkur Pillnikk, poi insieme ai Sugarcubes di Björk (Sykurmolarnir, in islandese), di cui era il bassista. Con questi ultimi ha girato il mondo fino al 1992, anno del suo abbandono. È stato uno dei fondatori dell’etichetta discografica Smekkleysa (Cattivogusto). Ha quattro figli e vive a Reykjavík. I suoi libri sono pubblicati dall’editore Forlagið e tradotti in vari Paesi del mondo. È il traduttore di Paul Auster in Islanda.

:: Recensione di Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 luglio 2013

gli_scomparsiNon vi è mai capitato di guardare vecchie fotografie di vostri parenti che non avete magari conosciuto e farvi domande sul  loro destino? Questa è la domanda che vive in Daniel Mendelsohn fin da ragazzino ogni volta che  sente parlare dello zio Shmiel, il fratello del nonno  e della sua famiglia. Mendelsohn sa che il nonno aveva un fratello sposato e quattro figlie femmine, ma quello che Daniel e gli altri parenti sopravvissuti non conoscono è il misterioso destino che riguarda il clan di Shmiel, scomparso non si sa dove, come, quando di preciso durante l’ Olocausto. Fin da bambino, Daniel Mendelsohn ha raccolto indizi genealogici cominciando a ricostruire la sua antica mappa d’origine, ma all’autore de Gli scomparsi  non bastavano i favolosi racconti del nonno nei quali l’anziano rievocava l’infanzia trascorsa nella cittadina di Bolechow, in Ucraina, perché essi erano sì ricchi di dettagli su cosa mangiavano, su come si svestivano, sul lavoro che svolgevano e sulla loro vita sociale, ma poi il racconto della vita di Shmiel si fermava attorno agli anni della Seconda guerra mondiale. Daniel ha il ricordo d’infanzia delle parole bisbigliate con imbarazzo dal nonno e dagli altri parenti ad ogni accenno a cosa accadde a Shmiel alla sua famiglia e fu quest’aura di rispettoso enigma a scatenare in Daniel la voglia di andare sempre più a fondo nella ricerca del proprio passato famigliare per capire se stesso e per conoscere la sorte di chi non c’è più. Per Mendelsohn comincia un pellegrinaggio per il mondo della durata di cinque anni, un cammino durate il quale lo scrittore non solo conoscerà la sua storia, ma entrerà in contatto con tanti altri uomini e donne che hanno vissuto in prima persona il dramma dell’Olocausto. Accanto alla ricerca delle radici della propria famiglia l’autore inserisce una serie di riflessioni sul contenuto della Bibbia e lette con attenzione le cinque parti in cui è suddiviso Gli scomparsi di Mendelsohn non solo contengono l’interpretazione di alcuni importati passi delle Sacre Scritture, ma se le accostiamo in parallelo con il pellegrinaggio compiuto dall’autore, i testi sacri ci permettono di vederlo come una sorta di cammino verso la Terra promessa, che in questo caso corrisponde alla scoperta delle proprie origini e della sorte che il destino riservò a Shmiel. Gli scomparsi di Mendelsohn è l’insieme di anni di ricerche sulla carta, di viaggi in lungo e in largo per il mondo, di un accumulo di fotografie, di testimonianze e ricordi recuperati attraverso interviste e registrazioni. Gli scomparsi è la dimostrazione di una profonda sensibilità umana e della voglia di conoscere il proprio passato compreso quello di un intero popolo spesso vittima – e lo dimostrano i tanti fatti accaduti nel corso della Storia-  di ingiustizie e soprusi. Non a caso Mendelsohn troverà i tanti tasselli che gli permetteranno di far luce sul misterioso destino di Shmiel e allo stesso tempo farà tesoro delle tante persone incontrante – veri e proprio testimoni di un dramma universale- che grazie la lavoro dell’autore americano entreranno a far parte della Storia, senza finire nel dimenticatoio. Il cammino vissuto da Daniel e da suo fratello, fedele compagno di avventura, è ricco di emozioni di dolori che riemergono, è sono fondamentali in quanto incarnano il segno concreto dell’importanza di ricordare il passato, perché in esso è custodita una parte di noi dalla quale è possibile recuperare insegnamenti per comprendere il presente e affrontare il futuro.

Daniel Mendelsohn è nato nel 1960 a Long Island. Scrive di letteratura, cinema  e teatro sulla «New York Time Book Review», sul «New Yorker», sulla «New York Review of Books». Con Neri Pozza ha pubblicato Gli scomparsi (2007) e Bellezza e fragilità (2009).

:: Recensione di Due pinte di birra di Roddy Doyle (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2013

due pinte

Clifden, Connemara, Irlanda, agosto 2012: Dopo una giornata passata a scoprire l’ennesima incantevole regione irlandese entriamo in un pub. Il posto è affollato e i tavoli sono tutti occupati. Per me e il mio compagno rimangono due posti nell’angolo tra il bancone e il muro. Ci sediamo. Accanto a noi due uomini davanti a due pinte di birra bevono, chiacchierano, ridono. Dopo pochi istanti attaccano bottone con noi: sono curiosi di conoscerci, sapere da dove veniamo. Non passano due minuti che ci ritroviamo a parlare di Olimpiadi e dell’imminente sfida per la medaglia d’oro di Katie Taylor, ormai già considerata eroina nazionale. Parlare con loro è facile, nonostante le evidenti differenze linguistiche. Si chiacchiera e si ride finché uno dei due riceve una chiamata: è la moglie, deve tornare a casa, per stasera ha già bevuto fin troppe birre!
Il fatto di qui sopra è accaduto veramente durante il nostro viaggio in Irlanda. Nei pub si possono trovare centinaia e centinaia di coppie e gruppi di uomini e donne intenti a chiacchierare davanti a una pinta di birra. Gli argomenti sono i più disparati: politica, sport, famiglia, cronaca. Si passa dalla crisi economica alla qualificazione della squadra irlandese agli Europei di calcio; dalle beghe familiari al futuro erede al trono inglese. In Due pinte di birra Roddy Doyle non ha fatto altro che ispirarsi alla quotidianità irlandese. Ha preso due uomini, li ha fatti sedere davanti a due pinte di birra e ha dato vita a una serie di dialoghi estremamente sagaci, divertenti e ironici. I due protagonisti del lavoro di Doyle discutono tra di loro delle novità del  giorno: dalla riconferma di Obama alla moglie di uno di loro che ha speso i propri risparmi per recarsi al funerale di Whitney  Houston.
I dialoghi tra i due uomini sono veloci, leggeri ma soprattutto pieni di comicità: i nostri due eroi guardano al mondo d’oggi e alle novità familiari del giorno con molta ironia, non prendendosi mai troppo sul serio per non cadere nel baratro della disperazione.  Se c’è da gioire e festeggiare si bevono una birra. Se una soluzione ai problemi invece non c’è: basta bersi una birra e tutto passa!
L’ultima creazione di Doyle è  un libro che ti fa rivivere una tipica serata irlandese, di quelle che chi è stato almeno una volta nella vita in quella magica terra non può non averne nostalgia. Ma Due pinte di birra è anche la lettura perfetta per chi in un vero pub irlandese non c’è mai stato e vuole farsene un’idea: ne rimarrà estasiato! Si legge in una sera, una sera dal tipico sapore irlandese. Trad. di Silvia Piraccini.

Nato a Dublino nel 1958, Roddy Doyle è considerato il capofila della nuova narrativa irlandese. Ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale con Paddy Clarke ah ah ah!, vincitore del prestigioso Booker Prize nel 1993. Presso Salani sono usciti Il trattamento Ridarelli, Rover salva il Natale e Le avventure nel frattempo.

:: Recensione di L’ultima paziente di Gabriel Rolón (Piemme, 2013)

9 luglio 2013

pazienteL’ultima paziente (Los padecientes, 2010), romanzo di esordio dello scrittore argentino Gabriel Rolón, edito in Italia da Piemme e tradotto da Mariana E. Califano, è un thriller psicologico con le cadenze del noir che arriva da noi dopo essere stato un clamoroso successo in patria, in testa alle classifiche per settimane, ed essersi guadagnato la pubblicazione in diversi paesi, non solo del Sud America.
Siamo abituati a storie incentrate sulle figure di poliziotti, investigatori privati, giornalisti, l’originalità di questo romanzo è che troviamo protagonista assoluto uno psicanalista, che indaga sì su un delitto, ma da un punto di vista privilegiato – l’autore innanzitutto è uno psicanalista lui stesso- interessandosi principalmente agli stati d’animo, alla psiche dei personaggi in cui è racchiusa la verità che ossessivamente ricerca.
Le sfumature noir sono date dalla sofferenza e dall’angoscia che tanto lo affascinano e rendono molto meno ovvio il classico meccanismo delitto-colpevole. La verità in questo caso infatti non è un catartico allentamento della tensione narrativa, sorta di rassicurante ed edulcorato happy ending, capace di rovinare per implausibilità molti ottimi romanzi, ma più che altro un’amara riflessione sulla natura umana, sul fatto che le vittime spesso non siano così innocenti, e sul concetto stesso di innocenza.
Siamo a Buenos Aires, forse la più europea città del Sud America: vie spaziose, parchi alberati, palazzi d’epoca, caffè eleganti. Pablo Rouviot, abile psicanalista, autore di saggi di successo che gli hanno dato una certa notorietà, vive un periodo di solitudine, dopo l’abbandono della sua donna, Alejandra. Anche se un’altra assenza rende più profonda l’angoscia che lo accompagna, forse più discreta, sfumata, ma altrettanto dolorosa. Da quando è morto suo padre infatti la solitudine è più difficile da tollerare, più cattiva. Comunque è un serio professionista, i suoi problemi personali non influenzano il suo lavoro di terapista, il suo ottimo rapporto con i pazienti.
Una sera una donna si reca nel suo studio. Si chiama Paula Vanussi. Il cadavere di suo padre, un potente uomo d’affari, è appena stato rinvenuto in avanzato stato di decomposizione, in un laghetto vicino alla sua villa. La morte sembra dovuta ad accoltellamento, e del delitto si è dichiarato colpevole, con una confessione scritta, suo fratello Javier, un ragazzo con seri disturbi psichici. Da quando è morta sua madre, Paula si occupa sia di lui che della sorella Camila e ora vuole che Pablo diventi perito di parte nel processo per omicidio che si svolgerà nei confronti del fratello. Vuole che dichiari al giudice la sua incapacità di intendere e di volere, per evitargli il carcere.
Pablo si prende il suo tempo per decidere e nonostante non sia uno psicologo forense, inizia a fare qualche ricerca per scoprire che la vittima non era affatto una persona irreprensibile, anzi era invischiata in traffici poco leciti dai quali provenivano il suo denaro e il suo potere, e inoltre era un pessimo padre, marito, essere umano. Molti insomma potrebbero avere avuto una ragione per ucciderlo, ragione per cui la colpevolezza del ragazzo non è così sicura, come anche pensa il vicecommissario Bermudés incaricato delle indagini. Ma per averne la certezza Pablo deve riuscire a parlare con Javier, in coma farmacologico dopo un tentato suicidio. Purtroppo però il suo impegno suscita l’aperta ostilità di gente molto pericolosa che arriva a farlo minacciare. Cosa c’è sotto? Scoprire la verità diventa per Pablo Rouviot l’unica possibilità per non perdere la stima di sé stesso.
Diviso in quattro parti – la chiamata, la decisione, la ricerca e la verità –  L’ultima paziente è un romanzo innanzitutto capace di creare una forte empatia con il protagonista, caratteristica che rende la lettura interessante e piacevole. Rolón sa rendere infatti il personaggio molto umano e sfaccettato. Ci si immedesima facilmente con il suo punto di vista e ciò aiuta a vedere il mondo con i suoi occhi seppure la narrazione sia in terza persona. L’amore per la verità, l’onestà di fondo, il coraggio che manifesta arrivando a sfidare apertamente persone che potrebbero ucciderlo, aggiungono sfumature in più senza delinearci i contorni di un uomo abituato a trattare con i delinquenti, che accoglie le minacce con una scrollata di spalle.
E’ un uomo qualunque, un buono infondo, ma credibile, onesto, ragionevole. Mi ha ricordato in un certo modo il Lew Archer di Ross Macdonald, immerso in una storia familiare piena di violenza e di dolore. Dal sole della California al cielo terso di Buenos Aires, il passo è breve ma il complotto che lega medici, avvocati corrotti, e poliziotti rassegnati ai raggiri dei potenti, regge tutta l’intelaiatura, senza sbavature o scolorimenti della trama.

Gabriel Rolón  è nato a Buenos Aires nel 1961. Laureato in Psicologia all’Università di Buenos Aires, si è specializzato in psicanalisi, dedicandosi prevalentemente alla cura di nevrosi, psicosi e perversioni. Ha collaborato per 14 anni a un noto programma radiofonico, Noche de diván e attualmente conduce il programma televisivo Terapia, un “divano mediatico” in cui psicanalizza personaggi famosi. Ha pubblicato diversi saggi di grande successo, l’ultimo dei quali ha venduto 120.000 copie. L‘ultima paziente è il suo primo romanzo.

:: Recensione di L’uomo che vorrei di Kerstin Gier (Corbaccio, 2013)

7 luglio 2013

uomo vorreiUffa, per qualche motivo il mondo del mio bell’universo parallelo non era poi così felice come me lo ero immaginato.

L’uomo che vorrei (Auf der anderen Seite ist das Gras viel grüner, 2011), edito da Corbaccio nella collana Romance e tradotto da Alessandra Petrelli, è il nuovo romanzo umoristico-sentimentale giunto in Italia, dopo In verità è meglio mentire, della spumeggiante scrittrice tedesca Kertsin Gier, famosa soprattutto per la sua trilogia fantasy Red, Blue, e Green, una delle poche serie young adult che ho avuto modo di leggere e apprezzare.
Sottogenere molto popolare tra il pubblico femminile del romance novel, il time travel romance – sottogenere in cui L’uomo che vorrei può essere collocato –  presenta spunti interessanti e anche riflessioni di un certo spessore, qui presenti sotto la superficie smaltata dell’ironia e dell’ umorismo.
Con brio e vivacità, la Gier ci racconta la storia di Kati Wedekind, donna in carriera, felicemente sposata con il serio e posato Felix Leuenhagen, primario di medicina interna in un ospedale di Colonia, che forse troppo occupato con il suo lavoro, in un certo senso la trascura. Stanca della routine, della suocera che le chiede se è incinta, del poco tempo passato assieme al marito, si domanda se non sia il caso di iniziare una relazione extraconiugale e la tentazione si chiama Mathias Lenzen, esattamente l’uomo dei suoi sogni. E come disse Oscar Wilde: E’ meglio abbandonarsi alle tentazioni. Chissà se ritorneranno. Una delle tante citazioni di cui il libro è piacevolmente disseminato.
Fin qua la storia scorre sui binari della normalità. Poi l’imprevisto, e il fantastico prende il sopravvento. Dopo un incidente, provocato da un barbone, nella stazione della metropolitana cade sui binari e si risveglia in ospedale esattamente cinque anni prima, proprio il giorno prima di quello in cui Felix avrebbe dovuto entrare nella sua vita. Con il senno di poi, farà le stesse scelte? O coglierà l’occasione per rivoluzionare la sua vita e vivere il sogno di amore con Mathias dagli occhi di velluto blu, stando lontana dall’affidabile e rassicurante Felix? Ma si sa l’erba del vicino è sempre più verde… proverbio che richiama il titolo originale del romanzo e che fa supporre che in fondo Felix poi non sia proprio così da buttare, sfumatura che un po’ nel titolo italiano si perde.
Frizzante, fresco, irriverente L’uomo che vorrei è un classico romanzo scaccia pensieri, capace di farci sorridere, e farci passare qualche ora con lievità e leggerezza, senza pensare a tasse, spese, visite dal dentista, vacanze mordi e fuggi in quest’estate di crisi. Certo i problemi non scompaiono, ma un po’ di sano e intelligente umorismo può diradare la nuvola nera che ci sovrasta.
Chi di noi non ha pensato a come sarebbe avere una seconda occasione? Tornare indietro nel tempo, con la consapevolezza e il ricordo delle scelte fatte, ma ricchi della capacità e possibilità di rimediare ad errori, fuggire a responsabilità, scegliere un amore invece di un altro. Probabilmente rifaremmo tutto come la prima volta o forse no. O forse coglieremmo al volo l’occasione di beffare il destino, di giocare con il caso?
I viaggi nel tempo sono un tema caro non solo al fantasy ma anche alla fantascienza. Ricordo sempre il breve racconto Blank! di Asimov che mi ispirò anni fa un racconto sul paradigma delle possibilità. La vita infondo è fatta di scelte, che possono essere felici o meno, e condizionare altre così in un meccanismo di causa ed effetto dalle imprevedibili ripercussioni. Certo la Gier non ne fa una riflessione filosofica, più che altro è per lei l’occasione per raccontarci una storia senza pretese, divertente e allegra. Kati chi sceglierà? Ci aspetta forse un colpo di scena finale? Buon divertimento.

Kerstin Gier è nata nel 1966 e vive con marito e figlio vicino a Bergisch Gladbach, in Westfalia. Alla sua attività di insegnante ha affiancato dal 1995 quella di scrittrice. I suoi romanzi, come «Männer und andere Katastrophen», da cui è stato tratto un film, «Für jede Lösung ein Problem» e «Die Mütter-Mafia», sono rimasti per mesi in vetta alle classifiche tedesche dei libri più venduti. Il successo planetario lo ha raggiunto con romanzi femminili estremamente divertenti, apprezzati per la loro ironia, come «In verità è meglio mentire» e «L’uomo che vorrei», pubblicati da Corbaccio, e soprattutto con i libri della trilogia fantasy «Red», «Blue» e «Green». In Germania i suoi libri hanno venduto 4 milioni di copie e sono tradotti in quindici paesi.