Posts Tagged ‘I racconti di Shanmei’

:: Racconto di Natale – Shanmei

12 dicembre 2025

È la Vigilia di Natale e il Generale Luigi Bianchi scende in cantina per prendere una bottiglia di vino, di quello buono da accompagnare all’arrosto della Vigilia, un giramento di testa e sviene, e si trova catapultato nel passato, in un altro Natale lontano, in Cina con la sua Mei e i suoi figli. Quando rinviene, turbato e infreddolito torna su e si cambia per il pranzo… inizia così un racconto nostalgico e lontano che cercherà di catturare la magia del Natale.

Ben tornato Luigi Bianchi, anche se questo forse ormai è un addio.

In prenotazione, esce il 24 dicembre.

Clicca qui per la tua copia! Auguri!

:: Le meravigliose avventure della coraggiosa Yuan Jing di Shanmei

1 luglio 2025

Yuan Jing è una guerriera errante, segue la Via del Ferro, e vende l’abilità nelle arti marziali e con la spada al migliore offerente. È coraggiosa, impavida, altruista, difende i deboli dai sopprusi dei potenti ma custodisce un segreto, oscuro e pericoloso che potrebbe sgreatolare le fondamenta dell’impero.

In un’epoca remota della Cina antica seguiamo le avventure di una eroina coraggiosa che si muove in un mondo spruzzato di magia.

Clicca qui per la tua copia: qui

:: Le meravigliose avventure della coraggiosa Yuan Jing di Shanmei – In prenotazione!

6 giugno 2025

In uscita il 30 giugno 2025

Clicca per prentare la tua copia…

:: Cover reveal: Racconti africani di Shanmei

3 luglio 2024

:: Watakushi di Shanmei

21 giugno 2024

La vidi per la prima volta un pomeriggio d’autunno. Stava camminando lungo il fiume Kamo, un tranquillo corso d’acqua dell’antica città di Kyoto. Tutto intorno a lei era quiete e immobilità, solo lei era movimento. Capii subito che nel mio ozioso pomeriggio qualcosa sarebbe successo.
Non doveva essere della zona. Lo capii dal modo che aveva di camminare, con quella disinvoltura che la distingueva come una straniera. Dal colore della pelle e dalla forma del viso capii che proveniva da qualche distretto del nord. C’ero stato parecchi anni prima e avevo incontrato donne molto simili a lei.
Sì, doveva provenire dal nord, ma il punto era cosa ci stava facendo li? Non sembrava impaziente. Né di fare qualcosa, né di incontrare qualcuno. Il suo viso era troppo disteso, e lo sguardo che seguii con particolar attenzione, era diretto in un punto imprecisato oltre il fiume.
Di cose bizzarre ne erano successe parecchie a Kyoto in quell’ultimo periodo, ma la presenza di quella ragazza mi metteva una strana inquietudine. Aveva in sé qualcosa di misterioso e indefinibile. Un segreto che portava chiuso sotto il suo soprabito chiaro abbottonato fin sotto il mento.
Dalla mia postazione, direi privilegiata, potevo osservare ogni cosa e dare l’aria di non farlo affatto. Comunque la curiosità per quella presenza cresceva e mi lasciava stranamente indispettito.
Poi ad un tratto, e sinceramente mi chiedo ancora oggi perché, la ragazza mi si avvicinò e mi chiese un’informazione.
Srotolò con le sue dita aggraziate e dalle unghie aguzze e laccate una cartina stradale e mi chiese perché le strade sulla carta non corrispondevano alla disposizione reale delle cose.
Aveva una voce melodiosa, un po’ squillante, e mi ricordò il suono delle campane del tempio delle sette rocce dove spesso mi ritiravo in meditazione quando i miei impegni me lo consentivano.
Pazientemente le feci notare che quella cartina era di quasi vent’anni prima e proprio in quel momento iniziò a piovere. Solitamente non colgo occasioni di questo genere per rendermi interessante con ragazze giovani come lei, ma come vi ho detto quel pomeriggio era speciale e poi la pioggia aveva iniziato a cadere proprio in quel momento come per un preciso disegno del destino.
Così la invitai a ripararsi sotto la tettoia di giunchi di una sala da té del parco di pini che circondava il fiume e le chiesi se potevo offrirle qualcosa per rinverdire le tradizioni di ospitalità di Kyoto.
La ragazza sorrise scettica. Non so forse trovava buffo me o forse dubitava che gli abitanti di Kyoto fossero gente ospitale, comunque accettò e ci sedemmo a un tavolo accanto a una vetrata rigata di pioggia.
Parlammo di cose senza senso, forse per mascherare l’imbarazzo che solitamente due sconosciuti provano seduti a un tavolo. Poi lentamente iniziammo a svelarci l’uno all’altra e iniziai a conoscere di lei cose sorprendenti quanto a dire il vero banali.
Scoprii che lavorava in una fabbrica e che aveva un permesso per andare a trovare un parente che presumibilmente viveva a Kyoto. Mi disse il nome di questa persona ma non ebbi la più pallida idea di chi fosse. Forse la smorfia che feci la indispettì e a un tratto divenne più sostenuta e remota.
Si scusò per aver accettato il mio invito, sostenendo che non era solita accettare inviti da sconosciuti, e me lo disse tra un sorso e l’altro di té increspando le labbra in quel caratteristico modo che le donne usano per farti capire che per loro vali molto meno di quanto credi.
Avrebbe dovuto non importarmene e invece me ne sentii ferito. Fu allora che nei suoi occhi vidi una luce strana. Tese una mano e la posò sulla mia con naturalezza come se volesse farmi capire di non darle troppa importanza. Come se volesse darmi il suo perdono.
Fuori la pioggia non dava cenno di voler smettere e più il tempo passava e più mi sentivo a disagio e quasi ridicolo. Mi chiese del mio lavoro, della mia vita, le risposi che non c’era niente di degno di nota. Ero un comunissimo essere umano, un tipico uomo d’affari come ce ne sono tanti, che si lasciava vivere accettando i giorni che arrivavano. Un uomo la cui mente, i ricordi erano pieni di camere di albergo anonime dove a volte avevo soggiornato anche solo una notte. Per la mia azienda, che a dire il vero rappresentava tutta la mia vita, giravo il paese in lungo e in largo, senza un luogo preciso che potessi definire veramente casa. Il senso di vuoto e di solitudine che a volte si prova in quella impercettibile ora del giorno, prima del tramonto, in un albergo sconosciuto, mi assalì come un irreale sussulto.
La malinconia di quella conversazione mi riportò alla mente la malinconia che mi infondeva il paesaggio là fuori oltre il vetro rigato di pioggia. Il fiume, il parco, gli alberi autunnali.
Quando smise di piovere cercammo assieme, camminando accanto senza sfiorarci sulle strade nere di pioggia, l’indirizzo che stava cercando. Scoprimmo che un tempo c’era stata una casa che ora era stata demolita dopo l’ultimo terremoto. La persona che vi viveva era un vecchio che l’assistenza pubblica aveva portato in un ricovero per anziani e da quel giorno non se ne era saputo più nulla.
Mi offrii di aiutarla a rintracciarlo ma lei rifiutò bruscamente, quasi offesa. Fu allora che percepii che quella ricerca era un banale espediente per attaccare discorso con me. La curiosità mi tornò ad assalire e si velò di timore. Mi disse che era sufficiente che l’accompagnassi alla fermata degli autobus. Il suo prossimo autobus sarebbe partito da lì a breve e quel suo invisibile e fantomatico parente l’avrebbe incontrato un’altra volta.
E così feci.
L’autobus lucente di acciaio e vetro arrivò in orario e la ragazza mi salutò. Mi strinse la mano con forza e per un attimo fui tentato di trattenere la sua nella mia, ma non lo feci. Avrei tanto voluto che restasse. Di colpo la solitudine mi assalì come il vento che si stava alzando e smuoveva le foglie rossastre sugli alberi intorno.
Lei capì che qualcosa era successo in quei pochi minuti di un giorno che è così poco nell’arco di una vita ma qualcosa di misterioso ebbe il sopravvento. Quel segreto che avevo percepito appena l’avevo vista ora ci divideva. Per sempre.
“E’ stato molto gentile Signor?”chiese con la sua voce tintinnante.
“Hideoschi Katsura” dissi stupito che il suono del mio nome mi sembrasse quello di un estraneo. Lei non mi disse il suo si limitò ad abbracciarmi e poi quasi correndo salì sull’autobus.
Rimasi immobile fissando il suo profilo dietro il vetro del finestrino. Come era bella e triste. L’autobus si mise in moto e io percepii uno strappo tra l’anima e il cuore. Mi sentii annegare, come se all’improvviso l’aria che mi circondava fosse diventata acqua.
Lei voltò il viso verso di me e dietro il vetro appannato vidi scivolare qualcosa di lucido. Dal gesto involontario che fece con la sua lunga mano bianca capii che era una lacrima.
Avrei voluto correre dietro l’autobus ma non lo feci. Rimasi immobile ancora molto dopo che l’autobus scomparve.
Mi mossi solo quando sentii nuova acqua sul mio viso. La pioggia aveva iniziato di nuovo a cadere e non era calda come lacrime. Era fredda e scura come un presentimento.
Forse ero io la persona che doveva incontrare. Forse era arrivata a Kyoto per me. Come potevo essere così importante per qualcuno? Mi sentii confuso e smarrito. Cosa potevo aver fatto per convincerla ad andarsene e fuggire via da me. Questo mi tormentava ancora di più che conoscere il vero motivo della sua visita. Sollevai il bavero della giacca e corsi verso la tettoia della sala da té. Ricercai il nostro tavolo, già perché ormai quel banalissimo tavolo dove chiunque poteva sedersi era diventato nostro, e trovai una lettera. Profumava di pioggia e di aghi di pino.
Era per me.
Mi sedetti e presi il plico tra le dita. Conteneva molti fogli di carta perlata anche se leggerissima. Cercai di ricordare quando era stata l’ultima volta che avevo ricevuto un lettera che non fosse una comunicazione di lavoro, ma mi persi, mi arresi. Non volevo sapere cosa c’era scritto su quei fogli. Sapevo che quella lettera conteneva lacrime.
Presi l’ombrello che avevo lasciato dietro il bancone e mi incamminai verso il fiume. Il cielo era basso e grigio. Gli alberi intorno erano sferzati dalla pioggia e i rami di un salice si incurvavano in lontananza sotto il vento.
Infine mi arresi alla curiosità e lessi la lettera. Forse per la prima volta vidi chiaramente nel profondo di me stesso. E ciò che vidi mi lasciò svuotato e debole. Lasciai cadere le pagine nel fiume e subito la pioggia ne disfece l’inchiostro. Poi lentamente la carta sparì sotto la superficie dell’acqua.
Ora sapevo il perché. Non c’erano più segreti o misteri e tutto era solo più triste. Mi incamminai verso il tempio delle sette rocce e lasciai fuori l’ombrello e le scarpe. Il lucido pavimento di legno cedeva sotto il mio peso. Raggiunsi il cortile interno e osservai la pioggia rimbalzare sulla ghiaia e le rocce. Un rastrello di legno era stato abbandonato, forse dimenticato, in un posto che non era il suo e di colpo mi sembrò così simile a me. Ero solo, inutile, forse disperato ma nello stesso tempo incredibilmente vivo.
Quella ragazza come un’ombra era passata nella mia vita mostrandomi cosa avrebbe potuto essere la mia vita se solo fossi stato capace tanto tempo prima di amare. Ma chi non lo sa fare come lo può imparare? Mi inginocchiai sui talloni e cercai di riportare il mio spirito alla calma. Pensai a quanta sofferenza avevo causato nella mia vita ma non seppi calcolarla. Seppi invece, con crudele certezza, che qualsiasi punizione non era sufficiente se non smettevo di giudicare me stesso il metro di tutte le cose.
Io,  l’uomo più inutile, il più solo, il più stanco. Un monaco mi si avvicinò e gentilmente mi fece notare che il tempio stava per essere chiuso al pubblico. Mi alzai e molto lentamente andai a raccogliere il rastrello incurante della pioggia e lo diedi al monaco che mi guardò smarrito. Mi inchinai in un profondo saluto e andai a riprendere il mio ombrello e le mie scarpe.
Mi incamminai verso il mio albergo e davanti all’ingresso non riuscii a proseguire. Ero paralizzato come se le mie membra fossero diventate di pietra e i miei piedi avessero messo radici.
La ragazza che avevo incontrato nel pomeriggio era arrivata a Kyoto per chiedermi spiegazioni e forse per vendicarsi del male che avevo fatto anni prima a suo padre. Già anni prima non davo grande valore al dolore altrui se poteva essermi di vantaggio. Ora suo padre era morto e lei voleva vedere in faccia l’uomo che l’aveva rovinato.
Sì, lo ricordavo. Era un uomo alto e mite, con sottili mani e uno sguardo sfuggente. Simile a molti altri con cui avevo avuto a che fare per le stesse ragioni. Ora il suo volto si confondeva nella mia memoria come un riflesso sull’acqua. Nella sua lettera mi aveva spiegato ogni cosa con semplicità, con agghiacciante efficienza. Però la sua vendetta non era stata consumata.
Forse anche lei aveva provato per me le strane sensazioni che avevo provato io per lei. Forse la rivedrò. Forse. E’ dolce pensare che potrò avere una seconda occasione per non perderla.
Come è strano l’amore. Venire a visitare un uomo come me, alla mia età. Una sensazione di pace mi invase e finalmente riuscii di nuovo a muovermi e a entrare nell’atrio dell’albergo malamente illuminato.

:: L’avvitatore di penne di Shanmei

17 giugno 2024

Tess era di nuovo ubriaca. Tess è mia madre e io sono un ragazzino di otto anni, per cui cercate di capirmi. Devo aiutarla a tirarsi giù dal letto e ad alzarsi e non è facile. Tess fa la cameriera al Choop Caffè di Memphis, una bettola per camionisti ma con la migliore torta di noci di tutto il Tennessee. Ha il turno che va dalle 6,30 alle 14,30 e io ho appena finito di preparare la colazione e sto armeggiando con la sua divisa verde ed azzurra. Tess ha i capelli biondo miele e una predilezione per i liquori forti. Non perché sia mia madre ma è molto carina. Ha tante buffe efelidi sotto gli occhi e le fossette quando ride. Sembrano mele rosse le sue guance. Carina com’è non capisco perché non riesca a tenersi un uomo. Ce ne sono sempre che le ronzano attorno ma tutto dura sempre poco. Ha un bel dire che io sono l’unico uomo della sua vita, io vorrei che si sistemasse. Così non può andare. Tutte le volte che la lasciano  lei  si rimette a bere ed è sempre la stessa storia.
Oggi ho compito in classe di matematica, sono un po’ preoccupato, qua a Memphis le scuole sono severe, non come a Chicago dove vivevamo prima. I miei compagni giravano armati per i corridoi ed erano pochi i maestri con il coraggio di dare insufficienze. Che pacchia era la scuola allora, bastava entrare nella gang giusta. Tess non voleva che entrassi in una gang, ma secondo voi, come ho fatto a sopravvivere 6 mesi al Jefferson. Striscio sotto il letto in cerca di una scarpa anatomica, di quelle per combattere la stanchezza, brutte ma buone, e gliele calzo. Quando la mollano beve e piange, non fa altro quando è a casa. Io le voglio bene certo, ma sono un po’ stufo, vorrei una madre che faccesse raid ai centri commerciali, e invece sono io che faccio la spesa; vorrei una madre che mi mandasse a letto senza cena, e invece sono io che cucino; almeno una madre che mi dicesse che guardo troppa tv e invece sono io a spegnere il video alle due di notte.
Comunque non mi lamento, viviamo in una roulotte, con tutti i confort, e giriamo il paese ogni volta che la licenziano. Vicino al mio letto ho una mappa dell’America e aggiungo bandierine in ogni stato che siamo stati, mi manca Kansas, Nevada, Alabama e Louisiana. Non male vero? Viaggiare non è male, il brutto sono le trafile burocratiche quando cambio scuola, tutti quei moduli da compilare ma sono necessari se non vogliamo che qualche assistente sociale mi porti via.
Poi c’è mio padre. E’ in galera, ne avrà per molto, comunque. L’ hanno beccato in uno stato dove non c’è la pena di morte così forse hanno tempo di capire che è solo un po’ stupido. E’ li da sei anni e faccio un po’ fatica a ricordarlo, ma ci scriviamo. Lui ha tanto tempo libero e a me piacciono le sue lettere. Vuole che gli mandi mie foto, così mi faccio delle polaroid e gliele spedisco. Vuole controllare il mio percorso di crescita, è preoccupato, e conoscendo Tess ha le sue buone ragioni. Finalmente è pronta, anche ubriaca è bellissima. L’accompagno fuori e le annodo l’impermeabile. Piove, fa freddo è inverno. Mi dà i soldi per la spesa e la saluto.
Presto lavorerò anche io. Ho letto su una rivista che mandano lavoro a domicilio. Avvitare e assemblare penne. Poi rileverò l’azienda e altri le avviteranno per me. Farò i soldi ed entrerò in politica. Diventerò governatore e poi presidente e allora farò emanare una legge che bandirà l’alcool da tutto il mondo. E sapete che farò a quelli che non seguono la mia legge? Gli farò avvitare penne.

:: Un colpo di magia by Shanmei

1 giugno 2024

Se solo mi ricordassi cosa viene dopo “abra

farei sparire l’intero pubblico

Harry Houdini

Fissate la mia mano. La velocità del vostro sguardo non supererà mai la velocità della mia mano, questo crea l’illusione e la magia. Perché ho scelto questo lavoro. Perché mi piacciono gli smoking, i cappelli a cilindro e il rullo di tamburi prima della grande esibizione. Mi piacciono i teatri, la gente in platea, gli sguardi dei bambini, le assistenti bellissime, i camerini odorosi di talco, il trucco sul viso, l’adrenalina che scorre nelle vene.

Sin da bambino ho capito che l’ illusione è la porta per i sogni, che la mente la si inganna come i sensi ma non la si offende.

La potenza delle mie magie sta nei tempi. Tutto deve essere fatto al momento giusto, tutto deve essere fatto per strabiliare, incantare, sorprendere, ammaliare. Io so farlo e mi amano.

Non sempre sono felice, è una vita triste la nostra, gli impresari non sempre sono onesti, il pubblico non sempre applaude, a volte il coniglio ti scappa dal cappello e corre in sala tra le sedie spaventato e furibondo.

Però ci sono volte che spruzzi di vera magia ti sorprendono e tu ti trovi a credere alle leggende. Ai fantasmi nascosti nel suggeritore, alle botole misteriose, ai vecchi maghi del passato che tornano per aiutarti.

Cos’è l’illusione se non un arcano piacere antico di avvicinare la realtà al nostro desiderio, di catturare le stelle. Dall’alba dei tempi l’uomo l’ ha capito e io ora su queste umili tavole mentre sego in due l’aria e metto gambe finte dall’altra parte della scatola. Già non si velano i trucchi. Forse ma io lo faccio a volte quando mi distraggo. Anche se è un delitto spiegare il mistero.

Ora passo una mano davanti al mio volto e sparisco.

Cadabra.

:: Il Drago e la Fenice di Shanmei

25 aprile 2024

Liu Feng ci porta nell’antica Cina quando un incontro insapettato cambierà la vita di una giovane contadina per cui la pietà filiale è una delle principali virtù.

La prima pioggia di primavera cadeva lieve dal cielo sul campo di proprietà della famiglia Feng.

La ragazza sotto al cappello di paglia osservava le nuvole perlacee che si addensavano all’orizzonte e intenta al suo lavoro non si accorse dei cavalieri al galoppo che si dirigevano verso di lei.

Erano soldati della guarnigione imperiale di stanza a poche dal suo villaggio.

Quasi la travolsero facendola finire a terra.

Si sollevò lentamente e li fissò reggendo il loro sguardo.

“Ci sono locande in questa zona?” chiese un cavaliere per nulla deciso a chiedere scusa.

La ragazza scosse la testa e li fissò con aria di sfida.

“Allora portaci al tuo villaggio, indicaci la strada” disse il secondo cavaliere più incerto sullo strano atteggiamento della giovane contadina.

“Non siete i benvenuti qui” disse in un sussurro e i due soldati si guardarono perplessi.

Uno dei due scese da cavallo e affrontò la giovane.

“Non ti conviene fare tanto la spiritosa, siamo in missione e abbiamo bisogno di ristoro” disse e le si avvicinò.

La ragazza non indietreggiò di un passo e resse il suo sguardo.

Il soldato fu colpito dalla sua straordinaria bellezza e dalla sua dignità e determinazione.

Non sembrava affatto una rozza contadina e anche se i suoi abiti erano semplici e poco ornati la sua voce melodiosa sembrava educata al canto.

“Non sono solito ripetermi” disse il soldato e tentò di toccare la giovane che fece un passo indietro e girandosi di lato lo disarmò bloccandolo con una mossa fluida e armoniosa.

L’altro soldato ancora a cavallo non riusciva a credere ai suoi occhi.

“Non siete i benvenuti qui” ripeté la ragazza con lo stesso tono di voce senza alcuno sforzo.

Anche il secondo soldato scese con un balzo da cavallo e fu abilmente disarmato e bloccato anch’esso.

La ragazza conosceva un’arte segreta che univa alle arti marziali, la fluidità della danza.

Ogni suo gesto era lento e veloce e sembrava non provocarle alcuno sforzo.

“Non ve lo ripeterò ancora, andatevene” disse raccogliendo le loro spade e consegnandogliele.

I due soldati sbigottiti risalirono a cavallo e si allontanarono quasi spaventati.

:: I Racconti di Shanmei #Vol5 – disponibile su Amazon

12 Maggio 2020

shanmei5Continua la pubblicazione delle mie flash fiction con il 5° volume de I Racconti di Shanmei!

In questa raccolta ci sono ben undici racconti, molto brevi ma autoconclusivi. Umoristici, onirici, surreali, un po’ noir.

La raccolta comprende: Un colpo di magia, Fratelli, Jamaica, Little Italy, Incomunicabilità, Pioveva su Parigi, Polinesia, Nighthawks, Dubbio d’inventario, Metamorfosi, Messaggio di posta.

Piano d’opera – I Racconti di Shanmei

Volume I

Mastro Lindo, Tequila Sunrise, Yasuf e l’ottava meraviglia, L’incontro, Le splendide rose di zia Meg, A sud di Cimarron

Volume II

Il negozio dell’antiquario, Asimov e la famiglia Brambilla, Manichini, Conseguenze, Un colpo di fortuna, L’avvitatore di penne, Non c’è posto al mondo, Vedo prevedo

Volume III

La ragnatela, Aspirapolvere Hoover, Singapore, Progressivo, Blank!!! Asimov docet, Vecchi tempi, Golden days

Volume IV

Watakuschi, La pupa del boss, Niente neve tra le palme, Insalutato ospite, Contaminazioni

Buona lettura!

:: Mastro Lindo by Shanmei

3 marzo 2020

indexVi racconto come nacque questo racconto: ero a Torino, alla passerella olimpica sopraelevata che collega il villaggio olimpico al comprensorio del Lingotto. Era verso sera, tra il lusco e il brusco, e c’era un cielo blu notte stupendo. E così ho immaginato: se apparisse un gigantesco Mastro Lindo. Poi da quell’intuizione è nato il racconto. Buona lettura!

Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avessi messo la macchina, quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo”, dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse, e dico forse, in origine era stata bianca, accompagnata a un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo. Gli occhi avevano un’espressione spiritata e osservai la sua testa pettinata alla rasta, è non esitai nemmeno un secondo a dubitare, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore. Sarà stato il nervoso accumulato nella giornata, o non so che altro, ma avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non fu un’ azione degna di un essere razionale, ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena, ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”.
Forse avevo un po’ esagerato, ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque Euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come un’ arma.
“Sparisci. Ho da fare ” dissi ostilmente tra i denti scandendo bene le parole.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò la luna.
Dopo, una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo.
Sì, avete capito.
L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire: “Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai: 100 fiammanti Euro.
Poi, veloce come un razzo corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.

:: Golden days di Shanmei

22 settembre 2017

Nouveau Musée National de MonacoVilla Paloma Duane Hanson,

“Casalinga”, 1970 Duane Hanson

Millicent viveva in un mondo fantastico fatto di soap opera e riviste di fotoromanzi a puntate.
Per lei non c’era molta differenza tra la fantasia e la realtà, ma non per questo era una pessima cuoca. Anzi la sua torta di mele era un capolavoro ed ogni fetta, era una fetta di paradiso.
Ultimamente era entrato un nuovo personaggio nella sua soap preferita, una malvagia e intrigante creatura che inveiva di continuo contro i suoi beniamini. La dolce Millicent soffriva realmente nel vederli bistrattati nel quadratino lucente del suo televisore a 24 pollici.
Così prese l’autobus e si recò negli studi dove giravano “Giorni dorati”.
Cercò i camerini e con il suo dolce sorriso inoffensivo riuscì a scivolare tra le comparse, come una vecchia zia vestita di chiffon a fiori. Prese un vassoio con una tazza di caffè con il suo dolce sorriso e senza farsi vedere vi versò dentro della polverina verde, letale come il veleno di un aspide, e con aria materna cercò il camerino giusto.
L’attrice sedeva davanti ad un tavolo bianco pieno di disordine e trucchi di scena. Uno specchio pieno di cartoline e circondato da lampadine accese rifletteva una donna con i gomiti sul tavolo, le mani piene di cleenex. Stava piangendo ma le sorrise.
“Grazie che gentile. Posi pure dove riesce” disse con estrema cortesia e Millicent ebbe una strana sensazione. Dove era l’alterigia, dove era l’arroganza, l’altezzosità del suo personaggio? Le veniva voglia di cercarla sotto il tavolo spostando la tendina di seta chiara.
Si sedette perplessa e fissò ancora più smarrita quella donna in lacrime.
“Non l’ ho mai vista qua. E’ la nuova assistente di Fred?”.
Millicent si tolse il cappellino a fiori, incrostato di pois di velluto, e annuì preoccupata.
“Perché è così infelice?” chiese. Si interessava sempre degli stati d’animo dei suoi beniamini, e anche se lei era la cattiva della storia, ora piangeva.
“A non ci faccia caso. Ho un sacco di guai. Gli indici di ascolto, l’ipoteca sulla casa, i problemi di salute di mio figlio, la paura del domani, la competizione tra colleghi” sorrise e Millicent si irrigidì turbata. Che signora deliziosa, come riusciva a sembrare tanto cattiva?
“I problemi che abbiamo tutti” bisbigliò sempre più meravigliata. La donna in lacrime si soffiò il naso e allungò una mano verso il caffè avvelenato e Millicent gliela colpì con la sua. Lottarono un po’, poi Millicent si impossessò con aria trionfante della tazza e bevve tutto velocemente con un sorriso beato.

:: I racconti di Shanmei (Amazon Media, 2015)

9 luglio 2016

copertina ShanmeiC’è chi dice che dietro ogni blogger si nasconda uno scrittore (mancato), penso sia vero, nel mio caso uno scrittore problematico. Ho iniziato a scrivere eoni prima di diventare blogger, e non con l’idea di pubblicare, anzi proprio convinta che non avrei fatto mai leggere niente a nessuno. Lo so è un atteggiamento malsano, forse nasconde qualche trauma infantile, che so un brutto voto preso alle elementari, la paura del confronto. Poi mi regalarono un computer, e una connessione a internet e mi si aprì un mondo. Entrai in una comunità di scrittori online, (che ora non esiste più) nacquero delle amicizie, e della sana competizione. Non credete, gli scrittori sono degli amiconi, e amano la convivialità, anche un po’ boccaccesca, goliardica. E’ una vecchia tradizione. Così aprii un blog e ci misi su i miei racconti.

shanmei2Piacquero, o almeno così mi dissero. Poi smisi, smisi proprio di scrivere, scegliendo molto nobilmente di dedicarmi ai libri degli altri, scrivendo recensioni. Ma dato che di recensioni non si campa, ho deciso di autopubblicarmi, sì con la segreta speranza di farne un lavoro. Sì, lo so manco di scrittura si campa molto probabilmente in italia, figuriamoci nell’arduo sentiero della pubblicazione. Ma insomma perché non provare. Perché non mettersi in gioco. Queste che vedete nel post sono le prime copertine degli ebook che raccoglieranno i miei vecchi racconti. Cliccandogli su andrete direttamente allo store di vendita. Il primo resterà per sempre a 99 cent, gli altri costano tutti 1. 50 E. Credo solo su Amazon siano cifre, è difficile comprarci altro al mondo d’oggi.

poNon avrei fatto niente senza l’aiuto e l’incoraggiamento di diversi amici che qui ringrazio. Senza di loro non avrei mai trovato il coraggio o la forza di intraprendere questa strada. Per ora ho pubblicato i primi 4 volumi, 5000 parole l’uno. Racconti brevi, very short fiction, ironici, grotteschi un po’ noir, qualcuno anche di fantascienza.  Vedrò se continuare e se pubblicare anche storie più lunghe, anche se la pirateria un po’ mi inquieta. E a volte mi fa dire non ne vale la pena. attualmente sto lavorando a un romanzo un poliziesco ambientato nell’America degli anni ’60. al tempo che lo scrissi mi sembrava bellissimo, ora temo dovrò fare numerose correzioni. Ho già la copertina molto bella, vedremo cosa ne verrà fuori. Che dire, penso sia sufficiente. Spero i racconti vi piacciano.

tre3E spero anche vogliate lasciare traccia delle vostre letture e dei vostri giudizi su amazon o sui vostri siti, o mandandomi commenti anche in privato.  Anche con critiche perchè no? Ditemi cosa non vi piace, cosa migliorereste. si impara molto dalle critiche. Parlare dei libri deglia ltri è molto più facile che parlare dei propri. si ha sempre l’idea di disturbare. Spero in questo caso di non averlo fatto. Ah, dimenticavo oltre alla serie di racconti ho pubblicato anche un racconto un po’ più lungo a sè, Il castello di sabbia, anche quello ha un suo perché. Buona lettura!

Nota: acquistabili solo su Amazon.