Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: Primo Levi, Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci (BeccoGiallo, 2017) a cura di Elena Romanello

17 luglio 2017
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Nel trentesimo anniversario della morte tragica di Primo Levi, uno dei testimoni massimi della Shoah, si distingue tra le tante iniziative la graphic novel a lui dedicata, realizzata da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci, proprio per lo sguardo inedito e interessante che lancia su una personalità d’eccezione.
La storia raccontata parte da un intervento di Primo Levi presso la scuola Rignon, da lui stesso frequentata da bambino, pochi mesi prima della sua morte, quando si confronta con le domande di alcuni ragazzini, che non capiscono come possa essere stata permesso un orrore come i campi di sterminio. Da questo partono i ricordi come studente, poi come partigiano e poi come deportato di Primo Levi, con alcuni momenti chiave, presi dai suoi libri Se questo è un uomo e La tregua. La campanella di fine lezione interrompe le sue parole, ma non l’interesse dei ragazzi e dei docenti, e anche la maestra chiede a Primo Levi l’eterna domanda, se questo orrore potrebbe tornare e lui risponde con le parole di un reduce, Guerra non è mai finita, guerra è sempre.
La graphic novel si chiude con una delle celebri frasi di Primo Levi, suo leit motiv per tutta una vita condotta con lucidità senza voler odiare ma volendo fare giustizia con la narrazione: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. La parte disegnata è completata da una postfazione dello sceneggiatore Matteo Mastragostino, che racconta il suo rapporto con Primo Levi, da una cronologia della vita di Primo Levi, dai profili delle persone incontrate nella graphic novel, compagni di lotta partigiana e di lager, da una bibliografia e sitografia.
Senza togliere niente ai libri di Primo Levi, essenziali e imperdibili per le generazioni che lo ricordano in vita e per chi è venuto dopo, questa opera risulta essere un modo ottimo per avvicinare i neofiti alle sue opere e alla sua vita, ma anche un modo per vivere in maniera diversa e molto efficace un percorso umano lucido e implacabile, con sempre l’importanza di testimoniare e le paure che certe cose possano ripetersi, magari in maniera diversa.
Ci sono stati tanti omaggi doverosi a Primo Levi, ma questa graphic novel riesce forse ancora più che altri a dimostrare la sua attualità e la sua importanza.

Matteo Mastragostino, classe 1977, di Lecco, è scrittore e sceneggiatore. Laureato in Disegno industriale presso il Politecnico di Milano, sfrutta la sua creatività in vari settori, spaziando dal graphic design alla scrittura creativa e collaborando da freelance per varie agenzie, oltre che per vari giornali on line e cartacei su argomenti di cronaca, sport e costume. Primo Levi è il suo esordio come sceneggiatore di fumetti.

Alessandro Ranghiaschi, romano, classe 1990, ha frequentato la Scuola Romana dei fumetti e la facoltà di Archeologia all’Università La Sapienza. Dopo la laurea ha scelto di occuparsi a tempo pieno del disegno e ha svolto lavori come storyboard artist in campo cinematografico e pubblicitario. Primo Levi è il suo esordio come disegnatore.

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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:: Alla ricerca di Mr Darcy, Giovanna Pezzuoli (Iacobelli, 2017), a cura di Elena Romanello

14 luglio 2017
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A duecento anni dalla morte, Jane Austen è più viva e amata che mai, grazie anche ai numerosi adattamenti televisivi, cinematografici e persino a fumetti delle sue opere, oltre che saggi e opere critiche che approfondiscono i suoi romanzi, non certo melensi e scontati, ma vere e proprie commedie di costume con figure femminili spesso in anticipo sui suoi tempi, come fu lei.
Al suo personaggio invece maschile più famoso e amato, modello di riferimento di tanta letteratura fino ad oggi, Mr Darcy, è dedicato il saggio di Giovanna Pezzuoli, Alla ricerca di Mr Darcy, appunto, dedicato al protagonista emblematico di Orgoglio e pregiudizio.
In particolare l’autrice racconta come Darcy è stato portato sul piccolo e grande schemo, con particolare riferimento all’ottimo sceneggiato del 1995 con Colin Firth nel ruolo in oggetto, uno dei suoi più riusciti oltre che quello che l’ha rivelato al grande pubblico. Colin Firth è poi stato anche Darcy di Bridget Jones, uno degli omaggi alla figura austeniana più evidenti e popolari oggi.
L’autrice racconta anche le altre figure maschili dei romanzi di Jane Austen, forse meno riuscite di Darcy, anche se spiccano figure come il colonnello Brandon di Ragione e sentimento, magistralmente portato al cinema dal compianto Alan Rickman e il capitano Wenworth di Persuasione, uscito postumo.
Il libro si conclude con un parallelo tra i romanzi di Jane Austen e quelli delle sorelle Bronte, usciti trent’anni dopo, un una situazione sociale diversa, incentrati su storie di passioni folli e divoranti alla Cime tempestose, o di protagoniste che svolgono il ruolo di crocerossina verso l’uomo dannato come Jane Eyre, anche se forse questa lettura del capolavoro di Charlotte Bronte è un po’ riduttiva. Anche qui Giovanna Pezzuoli mette a confronto adattamenti cinematografici e rappresentazione di un altro archetipo di personaggio maschile, affascinante ma forse meno proponibile oggi di Mister Darcy.
Alla ricerca di Mr Darcy è uno studio imperdibile per chi ama Jane Austen, e tra le righe fa capire come la narrativa inglese dell’Ottocento sarà ancora per molto un pozzo senza fondo di tematiche e suggestioni.

Giovanna Pezzuoli, giornalista esperta e appassionata di cinema, ha a lungo lavorato prima a Il Giorno e in seguito al Corriere della Sera e attualmente collabora con il blog del quotidiano milanese La 27esimaOra e con la rivista Leggendaria. Tra le sue recenti pubblicazioni, la cura (con Luisa Pronzato) del volume Questo non è amore: venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne (Marsilio 2013).

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa Iacobelli, si ringrazia Stefania Baldazzi.

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:: La maestra, Elena Moya, (Feltrinelli, 2014), a cura di Elena Romanello

12 luglio 2017
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A Morella, paese sulle montagne della Valencia, si progetta di demolire la vecchia scuola e al suo posto fare magari un centro commerciale o un casino, per portare quattrini e investimenti: dietro a tutto c’è lo zampino dell’ambizioso sindaco Vincent Fernández, proprietario dei muri, indebitato e desideroso di entrare nella crème della società locale.
Una prospettiva che non piace certo alla maestra che per anni ha insegnato in quelle aule, Vallivana Querol, per tutti Valli, ottantanove anni di grinta incredibile, testimone di decenni di Storia spagnola, da quando lasciò i genitori contadini e repubblicani per andare a studiare a Madrid in un collegio femminile, conoscendo vari intellettuali come García Lorca e Dalí, e diventando amica di femministe come Victoria Kent. Valli ha sempre creduto nel progresso sociale e scelse di diventare maestra, per aiutare gli abitanti delle campagne a migliorare la loro condizione. La dittatura di Franco l’ha costretta ad un lungo e doloroso esilio in giro per l’Europa, ma non può comunque vedere la sua scuola sparire.
Per questo motivo Valli parte e va ad Eton, sede del college più classista d’Inghilterra, dove incontra il professor Charles Winglesworth, a cui è legata da molto di più di quello che sembra a prima vista.
Tra gli eventi del passato e un presente da reinventare anche se si hanno ottantanove anni, La maestra racconta una lotta per la libertà e l’uguaglianza portata avanti per tutta la vita da una protagonista anticonformista, sullo sfondo di una pagina della Storia europea che solo in questi ultimi anni si è cominciato a voler raccontare, la Guerra civile spagnola, che portò alla dittatura fascista europea più lunga e con cui solo adesso la Spagna e non solo lei sembrano voler cominciare a fare i conti.
La maestra è anche una storia femminista, per ricordare come certe battaglie sono cominciate molto prima di come si pensa, occupando generazioni precedenti che poi non poterono godere a pieno dei frutti dei loro sforzi.
Tra le righe, comunque si parla molto anche dell’oggi, di una Spagna che è stata riscoperta da un quarto di secolo almeno come località turistica d’eccellenza, ma dove sono cresciute corruzione e speculazione edilizia, pronte a rovinare anche posti d’incanto che non avrebbero bisogno di niente di più di quello che c’è già. Un discorso valido anche qui in Italia, come occorre sempre ribadire l’importanza della giustizia sociale, baluardo di Valli da sempre, oggi messa in angolo da politiche neoliberiste e di austerità di cui una delle prime vittime è stata la Spagna, insieme al nostro Paese.
Un libro appassionante, per non dimenticare una pagina di Storia che ha insanguinato un Paese europeo, ma che fa pensare anche non poco sulle priorità che bisogna riscoprire oggi.

Elena Moya è nata e cresciuta a Tarragona, in Spagna. Vive da quindici anni con la sua compagna a Londra dove lavora come giornalista economico, prima per il “Guardian” ora free-lance. La Maestra, uscito in Spagna nel 2013 con grande successo per Suma de Letras, è il suo secondo romanzo.

Provenienza: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

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:: Il peso dei segreti, Aki Shimazaki (Feltrinelli, 2016) a cura di Elena Romanello

10 luglio 2017
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Yukiko ha nascosto per tutta la vita un tragico segreto: poco prima dell’esplosione della bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945 uccise suo padre con del veleno, colpevole di intrattenere una relazione extraconiugale che aveva avuto conseguenze devastanti per lei.
Ovviamente quello che sarebbe successo di lì a poco nascose la sua responsabilità e il suo gesto: quando, tanti anni dopo, è ormai anziana e in punto di morte Yukiko lascia una lettera alla figlia, in cui le rivela l’accaduto oltre che l’esistenza di un fratellastro.
Da questo fatto parte una storia tra passato e presente, tra segreti inconfessabili che raccontano l’ultimo secolo di storia giapponese, dal terremoto di Tokyo alla Seconda guerra mondiale con il suo tragico epilogo, dalla ricostruzione ai rapporti conflittuali con la Corea, con un mondo e una società che cambiano, con particolare riferimento al ruolo della donna, ma dove certi segreti, certi drammi, certe cose non dette e risolte restano e pesano per sempre.
Un libro formato da cinque libri più piccoli, scritti con uno stile minimalista ma non certo banale, per raccontare vicende che si intersecano su più piani, storie nella Storia, una saga familiare tormentata vista da più angolazioni e voci dei personaggi, tra un passato che incombe e un presente con cui è difficile convivere.
L’altra grande protagonista delle storie di Aki Shimazaki è la natura, presente e pronta a scandire le vite dei personaggi e le loro emozioni, il vento che accarezza i volti, le nuvole nel cielo poco prima che un’altra terribile nuvola si affacci, i prati pieni dei fiori blu wasurenagusa, le camelie nel bosco.
La narrativa giapponese contemporanea continua comunque a stupire per storie efficaci, sospese tra tradizione e modernità, scritte con uno stile conciso ma brillante per raccontare vicende molto locali ma nello stesso tempo eterne: i romanzi di Aki Shimazaki non vengono meno a questa regola, e raccontano in particolare due tabù del Giappone contemporaneo, i giorni della bomba atomica (deformati nelle storie di fantascienza animate) e il rapporto con i coreani, ancora oggi discriminati nelle città nipponiche.
Un libro, o meglio un quintetto di storie, da non perdere se si ama il Paese del Sol levante, per conoscere meglio la sua cultura immanente, i suoi cambiamenti sociali e i suoi problemi irrisolti.

Aki Shimazaki è nata a Gifu, in Giappone, nel 1954, ma vive a Montréal, in Canada, dal 1991. I suoi libri sono tradotti in inglese, giapponese, serbo, tedesco, russo e ungherese. È autrice della pentalogia Il peso dei segreti (Feltrinelli, 2016), con cui si è aggiudicata il Prix du Gouverneur-Général nel 2005, di un secondo ciclo romanzesco composto da quattro romanzi intitolato Au coeur du Yamato e nel 2015 ha dato inizio ha un terzo ciclo con Azami. Tra i suoi scrittori di riferimento ci sono Margherite Duras, Osamu Dazai e Agota Kristof.

Source: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

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:: L’ eredità dell’abate nero. Secretum saga, Marcello Simoni (Newton Compton, 2017) a cura di Elena Romanello

9 luglio 2017
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Firenze, 21 febbraio 1459: nella cripta dell’abbazia di Santa Trinità viene ucciso in circostanze misteriose il banchiere Giannotto Bruni, uomo influente ma anche controverso nella capitale dei Medici. L’unico testimone del fatto è Tigrinus, ladro dalle origini ignote, presente nella cripta per compiere uno dei tanti furti che costellano la sua vita e ovviamente comodo capro espiatorio per quello che è successo, visto che viene arrestato e condannato a morte, riuscendo a fuggire solo grazie all’intervento di un uomo potente.
Da quel punto Tigrinus deve cominciare però a fuggire, perché sulle sue tracce si lanciano Angelo e Bianca, figlio e nipote di Giannotto, desiderosi di vederlo pendere da una forca. Tigrinus non ha altra scelta che cercare di scoprire la verità sull’assassinio a cui ha assistito, scoprendo che la morte di Bruni è legata ad un tesoro che si trovava su una nave proveniente da quell’Oriente pronto a cadere in mano ai Mori e che è diventato fondamentale per il mondo di quel tempo.
Per salvare la pelle e scoprire la verità, Tigrinus deve stringere un patto con il signore di Firenze, Cosimo de’ Medici e affrontare un viaggio in mare, per trovare un uomo, l’abate nero, che sa molte cose su di lui e sul suo passato e le sue origini.
Marcello Simoni inizia con questo libro una nuova serie, la Secretum Saga, ed è un inizio con il botto, tra gli splendori e miserie di una Firenze in uno dei suoi momenti di massimo fulgore, e un Mediterraneo in cui gli equilibri stanno per cambiare per sempre. Un mistero da risolvere, nella migliore tradizione del giallo storico, condito da fughe, agnizioni, avventure, viaggi, con al centro di tutto un eroe per caso, Tigrinus, ladro con non pochi segreti che nemmeno lui conosce, un personaggio a cui ci si affeziona e di cui si aspettano con impazienza le prossime avventure.
Marcello Simoni si conferma un autore di romanzi storici appassionanti e mai banali, non didascalici ma nemmeno dozzinali, nella tradizione di Dumas, Scott, Salgari e con un po’ di Umberto Eco. Una lettura perfetta per le imminenti vacanze e non solo, perché c’è doverosa evasione ma non solo nelle pagine di Marcello Simoni, sulle tracce di Tigrinus che vuole provare la sua innocenza e trova molto di più.

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, secondo e terzo capitolo della trilogia del famoso mercante; L’isola dei monaci senza nome, con il quale ha vinto il Premio Lizza d’Oro 2013; La cattedrale dei morti; la trilogia Codice Millenarius Saga (L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni).

Provenienza: omaggio della casa editrice Newton Compton al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: La compagnia dei soli, Patrizia Rinaldi e Marco Paci (Sinnos, 2016), a cura di Elena Romanello

4 luglio 2017
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In un futuro distopico, un gruppo di ragazzi e ragazze lasciano famiglie e ordine costituito e si nascondono sotto un vulcano, tra cunicoli e abissi, in una città sepolta. I ragazzi sono capitanati da un nano acrobata, Izio, e da una ragazza ribelle, Sara, fuggita da un dramma personale e desiderosa di vendetta.
Tra i ragazzi emerge anche il figlio di uno dei comandanti di questo mondo dittatoriale, molto diverso dal padre e pronto a ribellarsi, ma il prezzo della ribellione può essere anche molto caro, in un mondo che sembra senza pietà, soprattutto per i più giovani e per chi ha l’ardire di sognare un mondo migliore.
L’idea di un gruppo di giovanissimi ribelli al sistema che cercano di costituire un mondo a parte non è nuova, da Il signore delle mosche al fumetto Orfani, ma La compagnia dei soli si distingue per originalità, per una storia costruita con una struttura narrativa insolita e un disegno in cui emergono colori diversi a seconda delle fasi e del personaggio in scena, giallo, verde, blu, per sottolineare momenti di una vicenda che si chiude in maniera aperta, da far sperare ad un seguito, anche se può essere completa anche così.
Una graphic novel che parla di speranza, di ribellione, di convivenza, di prendersi cura l’uno dell’altro, anche se alla fine si è tutti soli, come si dice ad un certo punto Siamo tutti ragazzi soli. Ragazzi soli per cui è difficilissimo credere ad un sogno e essere eroi, in un mondo che fa di tutto per impedirtelo, anche se il mondo sotto il vulcano può rappresentare un nuovo inizio.
La compagnia dei soli ha vinto il premio Andersen, ma sarebbe riduttivo considerarla rivolta solo ad un pubblico di giovanissimi: i toni non sono consolatori, l’intreccio è intrigante e complesso, il disegno insolito, per raccontare una vicenda di formazione e ribellione, ricordando che alla fine da adolescenti tutti siamo stati soli, e che soli non è solo il plurale di solo, ma anche di sole, perché anche nelle situazioni più drammatiche si può trovare una luce e una nuova possibilità, che può ancora esserci.

Patrizia Rinaldi ha pubblicato svariati romanzi per adulti e ragazzi. Per Sinnos di suoi sono usciti Mare giallo, Piano forte e Federico il pazzo, oltre alla graphic novel Adesso scappa

Marco Paci ravennate trapiantato a Verona, è illustratore e scenografo, e ha lavorato per il teatro e per laboratori creativi. La compagnia dei soli è il suo debutto come fumettista.

Source: omaggio della casa editrice che l’articolista ringrazia.

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:: La stanza profonda, Vanni Santoni (Laterza, 2017), a cura di Elena Romanello

3 luglio 2017
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Negli anni Ottanta un gruppo di ragazzi iniziano a incontrarsi nella cantina di uno di loro per giocare di ruolo, in un’epoca in cui è difficile trovare luoghi di aggregazione se non si è discotecari e in cui la cultura nerd non è stata ancora sdoganata da fenomeni come il serial The big bang theory.
Per anni e anni, mentre il mondo intorno a loro cambia e loro crescono e invecchiano, continuano queste partite, tra evasione da una realtà in cui non ci si ritrova e forma di resistenza.
Un libro interessante e insolito, innanzitutto nella forma narrativa, visto che l’autore usa una seconda persona singolare con cui si rivolge ai suoi personaggi raccontandone le partite e la società intorno a loro. A differenza di quello che si può pensare, non è un libro contro l’immaginario dei giochi di ruolo, forma ludica estremamente interessante e creativa in cui un master coinvolge varie persone nella costruzione di un’avventura in un mondo fantasy o in ogni caso fantastico, dove si narra e si interagisce, e che può andare avanti anche per mesi o anni.
La stanza profonda racconta, a metà tra romanzo, saggio e memoir, un fenomeno sociale ancora presente oggi ma adesso sdoganato e diventato un’attrazione per fiere del fumetto e eventi del settore, un modo per incontrarsi e confrontarsi, per divertirsi e costruire mondi fantastici stimolando immaginazione e interazione. Non un modo per isolarsi in mondi alternativi e virtuali, quindi, ma di creare qualcosa di proprio non da soli ma in compagnia.
Del resto, di libri sui giochi di ruolo ne sono usciti davvero pochi e per questo motivo La stanza profonda è interessante sia per chi ha giocato, anche tanti anni fa, ai giochi di ruolo, il mitico Dungeons and Dragons in testa, sia per chi continua a giocare con gli amici di sempre o con nuovi amici ai giochi di ruolo, sia per sapere di più su un mondo che ha introdotto il concetto di universo virtuale oggi alla ribalta con Internet.
Del resto, è auspicabile che escano libri, saggi ma anche romanzi, che raccontino il mondo nerd in tutte le sue sfumature, non per forza celebrativi o critici, ma capaci di narrare un modo di vivere che ha accomunato persone di varie latitudini, età, culture, estrazioni sociali e culturali.
Il libro è candidato al premio Strega, difficile pensare ad una sua vittoria, ma è importante per lo sguardo che lancia su un mondo, un fandom, un fenomeno sociale. Suggestiva e pertinente la copertina di Luca Maleonte, pronta a lanciare in un universo in cui una cantina polverosa può diventare il portale di un nuovo mondo.

Vanni Santoni, classe 1978, è scrittore e giornalista. Tra i suoi lavori sono da segnalare i romanzi Personaggi precari (2006), Gli interessi in comune (2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), L’ascensione di Roberto Baggio (2012), il fantasy Terra Ignota (2013) e Muro di casse (2015). Collabora con vari periodici tra cui Internazionale, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Vice, La Repubblica edizione di Firenze, Rolling Stone e dirige la collana di narrativa dell’editore Tunué.

Source: acquisto dell’articolista.

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:: Buon compleanno Harry Potter, a cura di Elena Romanello

30 giugno 2017

HarryPotterELaPietraFilosofaleIl 26 giugno del 1997 usciva in sordina in Gran Bretagna quello che era destinato a diventare un fenomeno letterario a livello mondiale, cioè l’opera prima di un’autrice disoccupata che campava di sussidi passando le sue giornate in un pub a Edimburgo per il riscaldamento dopo essere stata lasciata dal compagno con la sua figlia piccola.
Il libro in questione era il primo della saga di Harry Potter, Harry Potter and the sorcener’s stone, in Italia Harry Potter e la pietra filosofale, a cui sono seguiti poi gli altri sei, con un successo crescente e proporzionale alla mole delle pagine che aumentavano via via.
Facile fare battute e fare gli snob di fronte ad un successo popolare: la serie di Harry Potter ha vari pregi, oltre a quello di aver dato una speranza a tutti gli aspiranti scrittori, anche se non è facile comunque avere l’abilità di J. K. Rowling nell’inventare un mondo, e forse nemmeno la sua fortuna.
Innanzitutto la storia del maghetto occhialuto ha spinto i giovanissimi a scoprire l’amore per la lettura, la voglia di immergersi in tomi spessi e con una trama non banale, con personaggi che crescevano con loro, aspettando il prossimo capitolo con interesse, come capitava ai tempi dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento, da Dickens in poi, i grossi ispiratori di Harry Potter, innanzitutto una storia di formazione e crescita prima che un fantasy.
Poi è stata una saga per ragazzi ma non solo per loro: a differenza di altri libri usciti sull’onda, più simili a romanzetti Harmony, Harry Potter è godibilissimo anche se si è adulti, per l’ironia, per il richiamo alla grande letteratura, per la trama interessante che sa tenere attaccati alle pagine e le tematiche proposte.
Con il filtro del fantastico infatti J.K. Rowling ha parlato nei suoi libri di ingiustizie sociali, di razzismo, di totalitarismi, di bullismo, della necessità di costruire un mondo migliore, il tutto in maniera appassionante e senza facile retorica, una trappola in cui sarebbe stato facile cadere.
Ovviamente l’elemento fantastico è importantissimo, e la grandezza dell’autrice è quella di aver costruito un mondo in cui ci sono archetipi di tutte le culture e immaginari, da quello classico a quello orientale, passando per leggende e tradizioni partendo dal mondo arturiano, con una lotta tra bene e male che parte dal tema del predestinato ma che racconta in realtà l’odio verso il diverso presente in ogni ideologia estrema. In Harry Potter ci sono fate, sirene, maghi simili a Merlino come Silente, streghe, folletti, tappeti volanti, fenici e mille altre suggestioni, e ognuno, a qualunque età, può trovare qualcosa che lo ispira.
Se si vuole scegliere un personaggio della serie come interesse e complessità, tra i molti non si può non citare il professor Piton, classico insegnante odioso fin dall’inizio che ad un tratto sembra essere dalla parte del perfido Voldemort, ma che in realtà si rivela un eroe tragico che ha fatto il doppio gioco in ricordo del suo amore impossibile per la mamma di Harry Potter, sacrificando poi anche la sua vita e stravolgendo le certezze dei lettori.
Non si può parlare di Harry Potter senza citare i film tratti, che hanno fatto conoscere anche ad un pubblico non del settore gli ottimi attori e attrici della scuola britannica, da Maggie Smith a Ralph Fiennes, dal compianto Alan Rickman a Helena Bonham Carter, da Gary Oldman a Emma Thompson, accanto ai giovanissimi interpreti del protagonista e dei suoi amici.
Tra i tanti messaggi che ha lanciato Harry Potter, forse quello più emblematico è contenuto nella fiaba raccontata all’interno del libro de I doni della morte, rilettura di una storia archetipa presente in varie culture, in cui tre fratelli accettano dalla Morte altrettanti doni, una bacchetta magica che dà potere assoluto, una pietra che risveglia i morti e un mantello che rende invisibili. Alla fine non vince chi voleva poteri assoluti, ma chi ha scelto di vivere fino in fondo, e questo suggerisce la saga di Harry Potter, di vivere al meglio la propria vita.
In ogni caso, anche se la serie di libri e film si è ormai conclusa, tra prequel, spettacoli teatrali, parchi a tema e altro ancora Harry Potter ha ancora molto da dire ai suoi appassionati presenti e futuri. E non è da poco per un mondo partito da un libro, un libro su cui alla fine in pochi credevano e che si è rivelato quello che tutti sappiamo.

:: Ritratti di guerra, Ángel de la Calle, (001 Edizioni) a cura di Elena Romanello

28 giugno 2017
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A Parigi si ritrovano quattro persone, quattro artisti, scampati alle dittatture del Sud America, spesso conosciute sulla loro pelle sotto forma di prigionia e tortura. Sono quattro anime morte, con delle ferite interiori inenarrabili: non sono più loro, hanno perso tutto, campano alla meno peggio, sono considerati morti nei loro Paesi, senza patria e senza identità, anche se hanno avuto salva la vita.
In parallelo si snoda la ricerca di un giovane Angel Del Calle, a Parigi, per ricostruire la vita di Jean Seberg, attrice ribelle del cinema americano, interprete cult di Fino all’ultimo respiro di Godard, morta in circostanza misteriose, forse eliminata da quella stessa CIA che dà la caccia agli esuli sudamericani dopo aver favorito le svolte dittatoriali in Cile e Argentina.
La storia si snoda su vari filoni paralleli, c’è la ricerca su Jean Seberg, le vite sospese degli scampati alle torture, di cui nessuno vuole sentire parlare, ma anche un prologo in Cile, con un ospite alla festa di una villa dove ci sono degli strani cali di tensione che scopre l’inferno di torture nascoste nelle cantine, sentendo anche aguzzini che non si fanno scrupoli a fare cose inenarrabili, e con un finale di nuovo con i torturatori del regime in tempi recenti, a parlare dei loro orrori con un’agghiacciante normalità. Tra i tanti personaggi emerge quello di Marga, attivista sociale e insegnante di pittura nei quartieri più poveri, che fugge dopo sevizie e prigionia, portando via con sé dei documenti incriminatori per il regime, altra figura femminile interessante dopo la Tina Modotti già raccontata dall’autore.
Nelle pagine di Ritratti di guerra emerge la storia di una generazione perduta, i giovani idealisti, impegnati socialmente o anche soltanto non allineati con le dittature latinoamericane, attraverso citazioni artistiche e letterarie, ma anche raccontando che rapporto c’è tra creazione artistica e realtà, come si può essere artisti in un mondo in cui non viene ascoltata la tua voce come vittima di orrori e che alla fine ha negato la tua identità.
Un’opera potente, dura, a tratti insostenibile, ricca di riferimenti, di denuncia senza retorica, un ricordo di una pagina troppo presto rimossa, con la fine di una generazione e dei suoi ideali che ha pesantemente influenzato il dopo, fino al mondo globalizzato e spietato di oggi. Da leggere da parte di chi ricorda gli anni Settanta e la disillusione degli anni Ottanta, ma anche per chi vuole sapere di più di un tempo la cui ombra nera è arrivata fino ad oggi, in una graphic novel che alza l’asticella su cosa si può raccontare e rappresentare. E anche per, come dice un personaggio “Raccontare le storie serve per restituire l’identità, per dire chi siamo e chi siamo stati. Credo che quando non si può raccontare la verità, sia meglio non raccontare nulla.

Angel de la Calle, asturiano, ha cominciato a pubblicare fumetti negli anni Ottanta, collaborando a riviste come Ramala, Comix International, Zona 84, El Vibora e Heavy Metal ed è stato condirettore della rivista sui fumetti Dentro la Viñeta. Oggi si occupa di illustrazione, grafica e pubblicità ed è direttore della Semana Negra di Gijón. Con la 001 edizioni ha già pubblicato Tina Modotti, mentre Ritratti di guerra è il frutto di un lavoro ventennale.

Source: omaggio al recensore della casa editrice 001 edizioni, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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:: Eluana 6233 giorni, Claudio Falco, Marco Ferrandino, Martina Sorrentino (001 Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

24 giugno 2017
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Il caso di Eluana Englaro, ragazza poco più che ventenne rimase vittima di un incidente nel 1992 finendo in uno stato vegetativo permanente in cui è rimasta fino al 2009 quando il padre è riuscito ad ottenere che si ponesse fine ad una pena di vita crudele, resta uno dei più toccanti ma anche vergognosi sul tema del fine vita non solo nel nostro Paese.
Per non dimenticare una questione che resta ancora aperta, visto che in Italia non c’è ancora una legge su fine vita e testamento biologico, la 001 Edizioni presenta una graphic novel che racconta la persona Eluana e soprattutto il calvario attorno alla sua agonia, dopo la tragica fatalità di un incidente non prevedibile che aveva posto alla sua vita allora.
Una storia restituita con efficacia, con uno stile di disegno realistico ma nello stesso tempo essenziale e una trama che ricorda gli snodi fondamentali di una battaglia di civiltà di un uomo, il papà di Eluana, solo contro burocrazia e bigottismo, ricordando cosa la figlia aveva detto di fronte ad una tragedia simile poi alla sua che aveva colpito un coetaneo.
Una graphic novel interessante per chi magari era troppo giovane allora, sono passati otto anni, ma anche per chi non vuole dimenticare un momento in cui si è visto in Italia il meglio e il peggio, raccontato tramite lo strumento delle nuvole parlanti, non certo meno efficace della pagina scritta, anzi, che si distingue per efficacia e concisione.
La narrazione a fumetti è corredata da un’introduzione di Maurizio Mori, professore di Bioetica all’Università di Torino e socio fondatore della Consulta di Bioetica, nonché suo presidente dal 2006 che ricorda l’importanza ancora oggi della vicenda di Eluana Englaro, da un intervento di Pina Florenzano, odontoiatra forense e fondatrice della sezione campana della Consulta di Bioetica, da cenni sullo stato delle leggi sul fine vita in Italia, da una bibliografia, ma anche da un’intervista a Beppino Englaro e dall’ultima lettera che Eluana scrisse ai suoi genitori per l’ultimo Natale che passò da viva.
Il fumetto ricostruisce la vicenda di Eluana attraverso alcuni nodi fondamentali, ma non si chiude con la sua morte, ma sulla sua nascita, con lei neonata vicino a quella che diventerà poi una sua amica nel reparto maternità, per ricordare che se è sacrosanto e naturale metterci nove mesi per nascere, è disumano e innaturale metterci 6233 giorni per morire.

Claudio Falco, napoletano, classe 1958, è medico ematologo all’ospedale Cardarelli di Napoli e sceneggiatore Bonelli per Dampyr. In passato ha collaborato con la Tornado Press.

Marco Ferrandino, anche lui napoletano, classe 1976, è autore e sceneggiatore di fumetti.Tra i suoi lavori ricordiamo la campagna RED per le donazioni del sangue e Le avventure di Neo, per sensibilizzare per la prevenzione del melanoma.

Martina Sorrentino studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si è specializzata in linguaggio del fumetto presso la Scuola italiana di Comics e pubblica sul mensile ecologista Terra.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa di 001 edizioni, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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:: La favorita, Martin Lehmann (001 edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

23 giugno 2017
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Constance ha dieci anni e vive reclusa in una dimora di campagna di un paesino francese che sembra un misto tra il castello di Barbablù e la casa della famiglia Addams. Con lei vivono una nonna folle e violenta, pronta a punirla per ogni stupidaggine, un nonno più conciliante ma in preda ai fumi dell’alcool e la gatta Noirette. Constance non frequenta né la scuola né i suoi coetanei e la fantasia è la sua unica via di fuga, tra oppressione, castighi e totale mancanza di contatto con la realtà.
Un giorno sua nonna assume una famiglia di immigrati portoghesi per badare al vasto e selvaggio giardino e Constance si confronta, anche scontrandosi, con i figli coetanei della coppia, cominciando a porsi qualche domanda su chi è lei e scoprendo che c’è qualcosa che non torna, tipo che ci sono cose che non quadrano con il suo essere una ragazzina.
Basandosi su un fatto realmente accaduto in Francia negli anni Settanta, dove una coppia di anziani, sulla quale gravava il sospetto di aver causato la morte della loro unica figlia, sequestrò un bambino ad un supermercato travestendolo da bambina e tenendolo in casa per anni, Matthias Lehmann costruisce una fiaba nera, resa in incisioni che riecheggiano l’arte popolare dell’Ottocento con richiami al filone dark contemporaneo. Una storia che è immersa tra realtà e fantasia, vista dagli occhi di Constance che in realtà è Maxime, inconsapevole della menzogna in cui vive, avvolta in un mondo tutto suo da cui sarà difficile uscire, anche perché non sembrano esserci sbocchi, con due carnefici entrambi responsabili, una coppia in preda ad una folie à deux tra una lei violenta e un lui che asseconda e non si ribella.
Tra le righe, però La favorita è anche una storia di formazione e crescita, sia pure estrema, e sull’identità di genere che non è mai fissa ma è spesso fluida o comunque influenzata da influssi e imposizioni esterni, e anche una storia di resurrezione e di presa di coscienza di sé.
La favorita è un fumetto quindi interessante a più livelli, come realizzazione e trama, per come sa tirare fuori una fiaba da un fattaccio di cronaca nera e per come racconta una crescita e scoperta di sé, lasciando poi il finale aperto su cosa è successo a Maxime-Constance dopo essere stato liberato dal suo incubo.

Martin Lehmann, classe 1978, vive a Parigi ed è di origini franco-brasiliane, dove lavora come fumettista, pittore e illustratore. Ha partecipato a vari progetti collettivi su riviste e antologie e ha fatto varie mostre. Tra le sue opere ricordiamo Isolacity del 2001, L’Etouffer de la RN115 (2006), noir realizzato con la tecnica dello scratchborard, Les larmes d’Ezechiel del 2009, altra storia di un’adolescenza e la raccolta di illustrazioni La Ruche et la mémorial. Collabora con Libération, Le Monde, Marianne e Siné Mensuel.

Source: omaggio della casa editrice 001 edizioni al recensore, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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:: Myosotis, Liliana Gravino (Augh! Edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

20 giugno 2017
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Ormai nelle librerie e biblioteche sono tanti i romanzi che raccontano del rapporto tra gli esseri umani e i nostri compagni di vita pelosi, cani o gatti che siano, con qualche variante sugli altri animali, ma con sempre i cugini dei lupi e dei leoni come protagonisti privilegiati. Del resto è con i cani e i gatti che gli esseri umani hanno costruito i rapporti di affezione più profondi e duraturi, dall’alba delle civiltà.
Myosotis è una storia in parte autobiografica con cui l’autrice Liliana Gravino racconta dei suoi lunghi ma sempre troppo corti anni passati con i suoi due gatti: da sempre amante degli animali, l’autrice riesce a prendere un gatto solo da grande, quando si sposa, e da lì inizia una vicenda che commuove, diverte, appassiona, perché a Pallino, arrivato da casa della nonna, si aggiunge per caso Baby, che arriva piccolissima per fare poi il percorso più lungo di vita.
Una storia con cui l’autrice vuole raccontare per non dimenticare, con gli arrivi, la convivenza, le marachelle, le peripezie e poi l’addio a Pallino, tigrotto molto curioso, e Baby, trovatella nera molto timorosa, nell’arco di quasi vent’anni, tra esami da preparare, lavoro, maternità, figli che crescono, traslochi, malattie, gioie e dolori, ingiustizie, gratificazioni e cambiamenti.
Un libro per tutti i gattofili, con tanti aneddoti in cui ciascuno troverà qualcosa di suo, in un diario di sentimenti e di vita che in qualche modo è stato condiviso da chiunque ha vissuto e vive con uno o più felini in casa, presenze a tratti silenziose ma mai assenti. Ci si diverte, ci si indigna, ci si appassiona e si commuove, come con altri libri del genere, e non ci si annoia mai, per questo ai felinofili piace sempre aumentare la propria biblioteca in tema, con titoli anche di case editrici piccole e coraggiose come la AUGH! che ha reso possibile l’uscita di questa cronaca di vita felina.
Il titolo si riferisce a un tipo di fiori selvatici fragili e bellissimi, famosi anche come i nontiscordardime a cui l’autrice piace paragonare i suoi gatti mai dimenticati, Pallino e Baby, delicati e soffici anche se selvatici. Infatti, come sa chi ha avuto gatti in casa, non si possono scordare, né mentre ci sono né dopo che se ne vanno, rimangono nel cuore e negli occhi. Una storia individuale e universale, con due gatti come interlocutori, personaggi pelosi ma anche letterari a tutto tondo nel raccontare le loro vicende inseparabili da quelle dei loro umani.

Liliana Gravino è nata a Torino nel 1966 e vive a Druento. Biologa, non ha mai abbandonato l’amore per gli studi umanistici e per l’arte narrativa e figurativa. Myosotis è il suo primo romanzo.

Source: omaggio dell’autrice che ringraziamo.

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