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:: Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni (Delos Digital 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2026

C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro dell’esistenza dell’uomo. Niente dogmi; niente – espressi divieti di pensare. Non ce n’era bisogno, perché a certe cose non c’era modo di pensare. La magia come unica stampella. Un’idea banale che però, in qualche modo, senti estremamente tua. Non è un prodotto dei tuoi studi di antropologia e storia delle religioni… No, lo sapevi anche prima: è una cosa tua, personale. D’altronde, come si dice, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. C’è stato un tempo in cui il mistero era al centro della tua esistenza. Tempo in cui alcuni messaggi suonavano come vere e proprie rivelazioni, e allora Sartre, Camus, Dosto… Ma ormai quel tempo è finito. E ora, un po’ di mistero è quello che ti manca.

Tutte queste cose di Fabrizio Fulio Bragoni, edito da Delos Digital, nella collana Innsmouth, dedicata al weird o perturbante, è un romanzo breve, circa 57 pagine, che ce lo conferma l’autore rientra nell’autofiction quel genere particolare di letteratura che ibrida l’autobiografia con la fiction, per cui il protagonista, che si lascia sfuggire si chiama Bragoni, è l’autore e non è l’autore. La sua cifra esistenziale viene esaminata alla lente di un rinnovato gusto per il paradosso, quando per ritrovarsi bisogna perdersi, nella memoria, per arrivare a patti col presente, la contemporaneità. Il protagonista di questa vicenda dunque gravita in un limbo esistenziale che lo pone a riflettere su sè stesso con nostalgia, ironia, rabbia. Cosa scopre? Verità fondamentali su sè stesso, sulla vita, su gli altri? Sullo spaesamento come metafora di una condizione universale? Ma oggi non siamo più quello che eravamo ieri, il gioco non regge, non consola. Bragoni adotta uno stile sobrio, più evocativo che descrittivo, e intreccia emozioni e razionalità con naturalezza e capacità espressiva. Bragoni è un autore di narrativa più che di genere, piega gli stili e le modalità epressive espressioniste in una luce di letteratura alta e per certi versi anche complessa. Frutto di buone letture, studio della critica, e di capacità personali affinate col tempo. La narrazione riesce a far sentire il lettore accanto al protagonista, intrappolato tra il desiderio di “tornare indietro” e l’impossibilità di farlo davvero. La brevità del testo, lungi dall’essere un limite, ne accentua l’efficacia: ogni immagine, ogni frase ha un peso emotivo. Se da un lato il libro può essere letto come una storia di formazione “fuori tempo massimo”, dall’altro si presta a interpretazioni più ampie sulla natura umana e sui modi in cui ciascuno di noi costruisce il proprio senso di sé.

Fabrizio Fulio Bragoni è nato a Rieti nel 1981 e vive a Torino dal 1986; ha iniziato a scrivere a cinque anni e non ha mai smesso. Ha sempre sognato di fare la rockstar o lo scrittore. È laureato in filosofia e specializzato in traduzione editoriale dall’inglese. Ha lavorato come giornalista, consulente informatico, lettore editoriale, docente universitario a contratto, copy, piazzista, insegnante e traduttore. Per un paio di giorni ha fatto anche il detective privato, ma è stato tanto tempo fa. Ha insegnato scrittura creativa, tradotto un paio di romanzi e un lungo saggio sul punk, curato un’antologia di racconti polizieschi ambientati a Torino. Suona diversi strumenti, tutti molto male. Quando ha un po’ di voce, canta anche. Attualmente è dottorando in “Learning sciences and digital technologies”. Vive a Torino (ma solo ogni tanto), e passa il tempo tra studi di tatuaggi, palestre di pugilato e localini fumosi, sperando, così, di mantenere intatta la pessima reputazione faticosamente guadagnata. Il suo romanzo breve Il colpo è stato pubblicato in ebook da Rizzoli nel 2012 nell’ambito del contest “youcrime”. Il suo primo romanzo, Ghosting, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto, è uscito per Giunti nel 2021.

:: Dagli archivi di Sherlock Holmes: avventure italiane!

26 febbraio 2026

Disponibile per Delos in versione cartacea ed eBook, Dagli archivi di Sherlock Holmes, di Anna Astarita, docente di lingua e letteratura inglese ed esperta anche di italiano, oltre che traduttrice e autrice, è un’antologia di apocrifi sherlockiani che immagina il celebre detective di Baker Street alle prese con indagini ambientate in Italia.

Sherlock Holmes e il dottor Watson lasciano infatti le nebbie di Londra per confrontarsi con la luce e le ombre del Bel Paese, in una raccolta che intreccia il rigore della deduzione con il fascino della storia e dell’arte italiane. Ogni racconto è un viaggio tra scenari suggestivi e misteri radicati nei luoghi: dagli scavi di Pompei ai palcoscenici della Scala di Milano, dalle cripte di Napoli alle cupole rinascimentali di Firenze, fino alle atmosfere sospese di Procida e alle coste leggendarie della Calabria.

Tra furti d’arte, omicidi inspiegabili, codici cifrati e antiche maledizioni, Holmes applica la sua logica implacabile a enigmi che mettono alla prova non solo la ragione, ma anche il confine sottile tra fede e superstizione. In un’Italia dove ogni pietra custodisce una storia, il detective dovrà districare verità nascoste tra secoli di tradizioni, leggende e segreti.

Introdotta da Luigi Pachì, l’opera è una lettura imperdibile per gli amanti del giallo classico e per chi desidera riscoprire il lato più enigmatico e affascinante dell’Italia attraverso l’ingegno rigoroso del più celebre investigatore della letteratura mondiale.

Anna Astarita, nata a Napoli nel 1985, insegna lingua e letteratura inglese nelle scuole di primo e secondo grado a Napoli ed è cultore della materia di lingua e traduzione inglese presso l’Università Suor Orsola Benincasa. Autrice di apocrifi e traduttrice di racconti di Sherlock Holmes pubblicati da Delos Digital, è autrice del saggio Giuseppe Antonio Borgese e l’America. Sweet Land of Liberty, vincitore di un premio letterario. È traduttrice giurata, preparatrice freelance per gli esami Cambridge English, oltre che docente e somministratrice d’esame di italiano L2. Insegna dal 2013 e ha maturato esperienza di insegnamento anche all’estero, sviluppando una prospettiva internazionale sull’apprendimento linguistico e sulla didattica.

:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.