Una casa di petali rossi (edito dalla Nord in Italia) è il romanzo d’esordio della giovane Kamala Nair, nata a Londra da genitori indiani e vissuta tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, senza mai perdere il profondo legame con la propria cultura di origine. Un legame viscerale che ha influenzato la stesura di questo primo lavoro caratterizzato da un linguaggio di piacevole ed elegante lettura e un richiamo a modelli letterari storici, tra i quali la piccola Mary Lennox protagonista del romanzo Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, pubblicato nel 1909.
Protagonista del romanzo della Nair è la giovane donna Rakhee Singh alle prese con un imminente cambiamento della propria vita: il fidanzato le ha regalato un anello e le ha chiesto di sposarlo. Prima che tutto questo accada, Rakhee si imbarcherà su un aereo diretta in India, non – come molti lettori potrebbero magari pensare – per sfuggire al legame d’amore con l’amato fidanzato, ma per sistemare definitivamente i conti con il proprio passato. Ed ecco un lungo flashback in India, proprio durante quella vacanza estiva che ha cambiato per sempre la vita di Rakhee, di sua madre Amma e di tutti i parenti: la famiglia dei Varma. Sì perché la vacanza indiana al seguito della madre fatta dalla protagonista bambina non è stato per lei una semplice divertimento, ma si è mutata nella scoperta di un mondo nuovo e di uno scottante segreto che la sua parentela ha custodito gelosamente per tantissimo tempo. Nel Kerala, Rakhee arriva ad Ashoka, la casa con la scalinata d’ingresso coperta da petali rossi (quelli dell’omonima pianta) chiamata così da suo nonno e il cui nome in sanscrito significa “senza dolore”. Per la piccola protagonista con grossi occhiali da vista sarà il contatto con un mondo sconosciuto, tutto da scoprire e capire, che la spingerà a crescere con rapidità, assumendo in sé la consapevolezza di una donna adulta. I giorni passeranno tra giochi con le cugine, con la degustazione di cibi tipici, con l’approccio ad usi, costumi e storie della tradizione molto diverse da quelli che lei ha conosciuto vivendo in America. A rendere ancora più intrigante e coinvolgente questo romanzo di formazione ci sono le lunghe passeggiate di Rakhee immersa nella folta e selvaggia vegetazione e indiana, che la porteranno a scoprire nel bosco un misterioso giardino circondato da un muro. La curiosità sarà tanta e Rakhee non crede che dietro a quel muro si nasconda uno spirito maligno come le hanno confessato le cugine. Non a caso spinta dal bisogno di conoscere e, aggiungerei, di trasgredire le regole, la ragazzina valicherà quell’alta cinta scoprendo una verità sconvolgente che gli adulti della famiglia Varma hanno salvaguardato per tutti quegli anni. Dietro quel muro non ci sono mostri o creature malefiche, ma c’è un persona in carne ed ossa che con il passare dei giorni assumerà una identità precisa, facendo intuire alla piccola Rakhee che forse non è così sola come ha sempre creduto di essere. Tale presa di coscienza trasformerà per sempre Rakhee e tutte le relazioni del suo mondo di affetti e persone, sconvolgendola a livello emotivo e facendole capire che la bellezza delle persone, non corrisponde al loro aspetto esteriore, ma è ciò che si cela nell’animo di ognuno di noi.
Finita la lettura di Una casa di petali rossi ci si accorge dei molteplici aspetti riguardanti i sentimenti umani e la famiglia presentati della Nair. In primo luogo c’è una particolare attenzione da parte dell’autrice al mantenimento del legame con le proprie origini, grazie alla trasposizione nella storia narrata di un insieme di tradizioni, di credenze popolari e di saperi della cultura indiana. In secondo luogo ciò che emerge da Una casa di petali rossi è l’importanza del rispetto dei valori tradizionali della famiglia (rituali di comportamento, i matrimoni combinati, la suddivisione tra le caste) e l’incapacità di accettare il fatto che essi possano essere violati per ragioni di cuore. Il terzo punto, ma non per questo posizionamento meno importante dei precedenti , è il rapporto tra Rakhee e la madre Amma. Le due sono legate da un profondo legame affettivo, che in certi momenti, a causa della depressione di Amma potrebbe sembrare sull’orlo del tracollo definitivo, ma esso rimane costante e presente in ogni momento della storia e della vita di Rakhee. Rakhee è piccola, non conosce tutto il passato della madre e quando lo scoprirà questa nuova consapevolezza di essere figlia di una donna che per amore ha compiuto gesti inconcepibili per la sua famiglia – non ha rinunciato al dono del suoi primo grande amore Prem; ha rifiutato il matrimonio combinato fuggendo in America; finita la vacanza in India , la protagonista tornerà sola negli U.S.A. – la allontaneranno dalla madre per molto tempo. Un distanza fisica, ma soprattutto emotiva, che la Rakhee adulta, ormai prossima al matrimonio deciderà di superare – come il muro del giardino segreto – per rinvigorire l’amore filiale e materno mai del tutto sopito.
:: Recensione di Una casa di petali rossi di Kamala Nair (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini
3 Maggio 2012:: Segnalazione di Il ritmo del silenzio di Otello Marcacci
3 Maggio 2012
Otello Marcacci
Il ritmo del silenzio
Collana: Narrativa – Emozioni di carta
Edizioni della Sera
ISBN: 978-88-97139-14-0
Prezzo: 14 euro
Formato: 14×21
Uscita: 10 aprile 2012
“Otello Marcacci è pazzo, ma è uno di quegli
autori che vorresti avere a disposizione
appena terminata la lettura del suo romanzo.”
Satisfiction
A Huntsville, Texas, un uomo sta per essere giustiziato. A Roma Marco Rossi ha una vita allo sfascio, sospeso in un’esistenza insoddisfatta sempre più precaria non ha idea di chi sia quest’uomo né del perché sia stato chiamato ad assisterlo negli ultimi giorni prima dell’esecuzione. La storia ci porta così avanti e indietro nel tempo, ricostruendo 30 anni di vita perduta. Fino al momento in cui Marco capisce che deve correre in Texas il prima possibile. “Il Ritmo del silenzio” ci porta dalla Siena anni ’80 al caldo torrido del Texas meridionale. Il come è tutto da scoprire nel mezzo della storia, perché questo è un romanzo di formazione e di riscatto, e insieme un thriller dei migliori. Un romanzo che non tradisce nessuno dei suoi generi e che si fa mangiare pagina per pagina.
Otello Marcacci è un maremmano nato sotto il segno dei pesci. Crede nella immortalità delle biblioteche e, segretamente, ha sempre ambito provare a viaggiare nelle vite degli altri. Non sopporta gli intolleranti e, nonostante si sia laureato in economia con il massimo dei voti, a volte, riesce persino a ricordarsi i nomi di tutti i sette nani. Ha un debole per la letteratura russa ma va a letto tutte le sere con i libri di Joe Lansdale per cui ha un amore viscerale. Ovviamente non ricambiato. E quindi lo tradisce di tanto in tanto con Kurt Vonnegut e qualche altro genio simile, così, tanto per gradire. Ha pubblicato “Gobbi come i Pirenei” con NEO Edizioni nel 2011. “Il Ritmo del Silenzio” è il suo secondo romanzo.
:: Segnalazione di Sacré Bleu di Christopher Moore
3 Maggio 2012SACRÉ BLEU
COLLANA SCATTI
pp.320- Euro 18,50
Lo spirito della Parigi fin de siècle e dell’Impressionismo in una storia di intrighi, passione, arte, ragazze can-can e assenzio nel nuovo romanzo di Christopher Moore.
Il titolo del romanzo si ispira al preziosissimo color azzurro, ricavato dai lapislazzuli d’Oriente e utilizzato nell’arte sacra per ornare gli abiti della Madonna. Ambientato a Parigi nel 1880, ne è protagonista Lucien, fornaio e figlio di fornai, ma deciso ad abbandonare farine e impasti per diventare pittore – il sogno di suo padre, amico e protettore di artisti poveri e affamati di nome Renoir, Monet, Pissarro, Cézanne… Anche Lucien dipinge – e ha come “spalla” d’eccezione nel romanzo niente meno che un certo Toulouse-Lautrec – e la sua musa è la bella Juliette dagli occhi color del cielo, che lo pianta in asso salvo ricomparire dopo due anni e mezzo di misteriosa assenza dalla sua vita. Al fianco della ragazza, un venditore di colori, dietro la cui misteriosa apparizione si celano enigmi e retroscena sconvolgenti: la sparizione dell’azzurro da certi capolavori rinascimentali, o il misterioso suicidio – o forse omicidio? – di Vincent Van Gogh… Dopo il Vangelo e Re Lear, Christopher Moore ci regala la sua rilettura di un momento fondamentale della storia dell’arte e della modernità nel suo complesso, frutto di tre anni di ricerche che lo hanno portato in Francia e in Italia, in un capolavoro di umorismo e riflessioni su quanto di più profondo muove gli esseri umani: la passione, sotto qualsiasi forma essa si manifesti.
CHRISTOPHER MOORE Nato a Toledo in Ohio, vive a San Francisco. È autore di dodici romanzi, molti dei quali sono best seller negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia, Germania e Giappone. In Italia sono usciti Un lavoro sporco, Il Vangelo secondo Biff, Suck!, Fool, Sesso e lucertole a Melancholy Cove e Demoni. Istruzioni per l’uso, tutti pubblicati da Elliot Edizioni. Ha vinto numerosi premi tra cui il prestigioso Quill Award per due volte consecutive. Il suo sito internet è chrismoore.com.
:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone
2 Maggio 2012
Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?
Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.
Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?
La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.
Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?
Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.
Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
Quattro lunghi agonizzanti anni.
Che tipo di ricerche hai svolto?
Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.
Quanto è importante un buon titolo?
Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.
Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?
Celeste è l’eroina precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.
Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?
Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.
È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?
Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.
Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?
E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”
Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?
A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.
Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?
Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…
Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?
Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.
Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?
La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.
Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?
La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).
Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?
Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.
Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?
Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.
:: Un’ intervista con Giorgio Ballario
2 Maggio 2012
Grazie Giorgio per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. E’ appena uscito per Hobby & Work il tuo nuovo romanzo Le rose di Axum. Nuovo editore, nuove prospettive. Come è andata? La Hobby & Work comprerà i diritti anche dei precedenti romanzi?
Grazie a te per lo spazio che mi concedi. E’ ancora presto per fare un bilancio, sto appena cominciando il giro delle presentazioni, fra un po’ ci sarà il Salone del Libro di Torino… Per ora l’impressione è che il romanzo stia andando bene, Hobby&Work ha un’ottima distribuzione nazionale e i risultati si vedono. Per quanto riguarda i precedenti romanzi, il nuovo editore ha manifestato interesse, ma è ancora prematuro parlarne.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Il maggiore Aldo Morosini, il maresciallo Barbagallo, lo scium-basci Tesfaghì, si trovano alle prese con il ritrovamento di un corpo nelle saline. Ci racconti cosa succede?
Posso raccontarlo fino a un certo punto, ovviamente. Diciamo che il cadavere martoriato di un indigeno sconosciuto si rivela il primo tassello di una storia piuttosto misteriosa che porterà il maggiore nell’antica città di Axum, in Etiopia, al seguito di una spedizione archeologica tedesca. E che l’indagine sull’uomo ucciso nelle saline si intreccia con la guerra in corso fra Italia e Abissinia e con un’oscura trama internazionale che coinvolge l’Europa e il mondo occidentale.
C’è stato un punto di origine che ti ha portato a sviluppare la trama in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?
Come sempre le idee per un nuovo romanzo prendono spunto da qualcosa che ho letto o visto, magari al cinema, poi però la fantasia va avanti da sola, sia pure sostenuta dalle inevitabili ricerche storiche che devo fare prima di partire con la scrittura. E molto spesso leggendo testi storici mi vengono in mente altre idee, che finiscono per stravolgere il progetto iniziale. Direi che anche in questo caso è stato un work in progress. Quanto alla seconda parte della domanda, direi di no. Anche se ogni volta che rileggo un capitolo, magari a distanza di mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa, più che altro da un punto di vista stilistico.
Che libri o film ti hanno ispirato?
Nessuno in particolare, anche se alcune persone che hanno letto il manoscritto, a cominciare dall’editor di Hobby&Work Luigi Sanvito, l’hanno subito definito “salgariano”. Anzi, per la precisione salgarian-prattiano, visti i riferimenti, anche diretti, all’opera e alla vita di Hugo Pratt.
Come si sta sviluppando il personaggio di Morosini?
Sta maturando, si sta “irrobustendo”. Pur mantenendo le caratteristiche umane e psicologiche che già erano emerse nel primo romanzo, Morire è un attimo, col passare del tempo mi rendo conto di riuscire a dargli più sfumature, così come agli altri personaggi fissi dei romanzi del ciclo coloniale, Barbagallo e Tesfaghì. E’ naturale, penso: ad ogni pagina si scopre qualcosa in più del passato di Morosini, del suo carattere.
Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Morosini? Massima libertà, anche registi e attori del passato.
Domanda difficile. Ho pensato tante volte a un’eventuale trasposizione cinematografica oppure a una fiction televisiva, ma non ho mai individuato un attore ideale per interpretare Morosini. Forse perché del maggiore ho ben presenti le caratteristiche psicologiche ma non le fattezze fisiche: del resto i romanzi sono scritti in prima persona, per cui il protagonista non si descrive mai… Fra gli attori contemporanei ho sempre pensato che potrebbero essere dei validi interpreti Pierfrancesco Favino e anche Beppe Fiorello, che ha già interpretato molto bene la figura del carabiniere ai tempi della guerra. Fra gli attori del passato, non mi sarebbe dispiaciuto Franco Nero, anche se forse ha un aspetto fin troppo nordico.
Morosini e le donne. Sembra che abbia l’abilità di innamorarsi sempre della donna sbagliata. Riuscirà a trovare quella giusta? O l’hai creato come un personaggio destinato a restare solo?
Nel genere giallo-noir la solitudine dell’investigatore fa un po’ parte del gioco. O quanto meno la sua eccentricità rispetto alla vita normale. Sarebbe strano vedere Marlowe alle prese con l’asilo dei figli o il commissario Montalbano che va a fare la spesa con la moglie il sabato mattina. Maigret ha una vita coniugale abbastanza normale (senza figli, però), ma solo perché può contare su quella santa donna della signora Maigret, che sopporta i suoi ritardi continui, le sue assenze, il suo essere sempre concentrato sulle indagini anziché sulla vita quotidiana. In linea di massima un’indagine avventurosa mal si concilia con un ménage familiare, e Morosini in questo non fa eccezione. Per ora… in futuro vedremo: mai dire mai!
Ci sveli la ricetta del Chai il tè eritreo?
Credo non esista una ricetta “ufficiale”, un amico poco fa mi parlava della variante somala che prevede anche l’uso di latte di cammella. Comunque si tratta di un thé speziato e molto zuccherato, assai diffuso nell’area del Mar Rosso e dell’Africa orientale: thé nero con infusione di zenzero, semi di cardamomo e cannella in stecche. Alcune ricette indicano anche l’uso di chiodi di garofano. Buonissimo!
Hugo Pratt compare in questa avventura. Ce ne vuoi parlare?
Come avverto nella nota finale, l’incontro fra il maggiore e il giovanissimo Hugo Pratt è una piccola forzatura storica, perché il futuro papà di Corto Maltese in effetti visse in Eritrea e poi in Etiopia per molti anni, al seguito della sua famiglia, ma vi arrivò soltanto nel 1937, un anno dopo lo svolgimento dei fatti di Le rose di Axum. Ma la tentazione di far ritrarre Morosini, Barbagallo e Tesfaghì dalla matita del giovanissimo Hugo era troppo forte…
Il colonialismo e gli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensi sia dovuto?
In generale la nostra cultura pecca di amnesia e di provincialismo. Amnesia perché spesso ci dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, e se il passato non ci piace è meglio far finta che non esista piuttosto che tentare di capirlo e provare a farci i conti. Provincialismo perché abbiamo spesso l’idea che una storia raccontata da un autore straniero sia, a prescindere, migliore e più affascinante delle nostre. E questi limiti della nostra narrativa si sono riflessi anche nei due principali veicoli di cultura popolare della seconda metà del Novecento in poi: il cinema e la televisione. Per cui sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera. Poi naturalmente non ci sono solo provincialismo e amnesia, c’è anche una sorta di autocensura, una damnatio memoriae che impone quasi di cancellare tutto ciò che è accaduto durante il ventennio fascista. Dimenticando, fra l’altro, che l’Italia andò in Africa (prima in Eritrea, poi in Libia) ben prima dei tempi di Mussolini.
Massaua aveva un cinema, un ospedale, una caserma, era in molte cose simile ad una tipica città italiana. Cosa abbiamo portato e cosa abbiamo preso a livello culturale, sociale, anche perché no architettonico?
Preso direi poco, a parte un generico “africanismo” (in particolare negli Anni Trenta, periodo di maggior impulso alle colonie) diffuso soprattutto a livello di cultura popolare: pubblicità, fumetti, romanzi, immagini fotografiche, taluni cibi. Tutto ciò che arrivava dalle colonie era esotico e, come si direbbe adesso, faceva tendenza. Portato molto, perché una delle caratteristiche del colonialismo italiano è sempre stata quella di voler riprodurre in Africa lo stile di vita italiano. Un fenomeno ancor più evidente con il fascismo, negli Anni Venti e soprattutto Trenta, quando si progetta di usare le colonie africane (in particolare la Libia) non solo come bacino di materie prime o scalo per gli scambi commerciali, ma come colonie di popolamento per emigranti italiani. Per cui i territori africani devono essere “italianizzati” e “civilizzati”, a partire dall’urbanistica, dalle infrastrutture, dai trasporti. Asmara, che fino agli anni Dieci del secolo scorso non era altro che un grosso villaggio di capanne, negli anni Venti e soprattutto negli Anni Trenta diventa una metropoli di centomila abitanti (molti per l’epoca) e la capitale africana più moderna e all’avanguardia. Ancor oggi l’architettura modernista di Asmara, rimasta pressoché intatta, è studiata dagli architetti di tutto il mondo.
Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane degli anni Trenta?
Come detto, se prima le colonie erano soprattutto basi commerciali, per cui vi trovavamo soprattutto militari, funzionari pubblici, commercianti e religiosi in missione; dagli Anni Venti in poi si popolano e dall’Italia arrivano un po’ tutte la categorie professionali, a maggior ragione in vista della guerra con l’Abissinia. Nel bene come nel male si riproduce in piccolo la società italiana, magari in modo meno formale e rigido rispetto alla Madrepatria: basti pensare al fenomeno diffuso del concubinaggio più o meno tollerato fra italiani e donne africane.
La musica delle colonie. Che canzoni si ascoltavano, quali erano i cantanti e le cantanti più in voga in quel periodo?
Più o meno la musica che andava in voga anche in Italia, magari con un ritardo di qualche mese. La classica canzone melodica, un po’ di swing italianizzato, molte canzonette patriottiche. Nei miei romanzi cerco sempre di inserire i richiami alle canzoni o ai film dell’epoca, per dare un’immagine di quotidianità che faccia da sfondo alle avventure, alle investigazioni e alle guerre.
Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito?
Mi è solo capitato di presentare il primo romanzo, Morire è un attimo, in una libreria italiana di Bruxelles. Non ho preferenze sulle eventuali traduzioni straniere, anche se è chiaro che una versione inglese darebbe accesso a un mercato enorme, a livello mondiale. Però so che i romanzi italiani, soprattutto del genere giallo-noir, vanno forte in Germania e Spagna, più che in altri Paesi.
Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, dunque Le rose di Axum è la tua terza avventura di Morosini. Stai lavorando alla quarta? Puoi anticiparci qualcosa?
Sì, sto scrivendo un quarto romanzo del ciclo coloniale. Non posso anticipare molto, sono ancora piuttosto lontano dalla conclusione. Sarà per certi versi un’indagine diversa, forse meno avventurosa e rocambolesca delle altre. Con un Morosini più malinconico e riflessivo.
Non sei solo l’autore della serie Morosini, hai scritto anche Il volo della cicala. Nella nostra precedente intervista mi avevi anticipato che stavi scrivendo la seconda storia con protagonista “lo strano detective privato italo-argentino” Hector Perazzo. Hai avuto modo di terminarla? La vedremo presto pubblicata?
Hector è vivo e lotta insieme a noi. E’ stato solo un attimo accantonato per motivi editoriali. Nel cassetto ci sono un paio di storie che spero di poter tirar fuori al momento opportuno.
Altri progetti letterari oltre alla serie di Morosini e Perazzo?
Progetti veri e propri no, a parte un racconto che uscirà in autunno per una raccolta in e-book. Idee sì, non necessariamente legate al ciclo di Morosini. Ma ancora molto generiche, nulla di abbozzato.
:: Recensione di Il profanatore di biblioteche proibite di Davide Mosca (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini
1 Maggio 2012
Non vi è mai capitato di voler rompere ogni legame con il vostro passato, cominciando una nuova fase della vostra vita e proprio sul più bello tutto ciò che credevate di esservi lasciati alle spalle ritorna e si impone su di voi costringendovi a fare un passo indietro? E’ esattamente quello che capita a Lazzari, o meglio al professor Lazzari, protagonista del romanzo Il profanatore di biblioteche proibite, pubblicato dalla Newton & Compton. Nell’intreccio creato da Davide Mosca, Lazzari è uno tra i maggiori studiosi ed esperti riguardo alle origini di Roma, ma dopo anni e anni di ricerche e di studi, l’uomo decide di cambiare vita aprendo una piccola enoteca, peccato che questo suo tentativo di reinventarsi l’esistenza venga subito messo in crisi da un losco figuro che si fa chiamare Colonnello e che lavora per una misteriosa Fondazione. Il professore fa di tutto pur di evitare la proposta del Colonnello, ma una serie di eventi lo obbligheranno ad accettare, volente o nolente, l’incarico affidatogli: recuperare il Lituo, ossia il bastone sacro con cui Romolo fondò Roma. Lazzari partirà alla ricerca dell’antico bastone, ma allo stesso tempo si risveglierà in lui, una passione, anzi direi una ossessione mai del tutto sopita, che lo indurrà a ricercare il vero nome di Roma, perché lui come altri ricercatori è ben consapevole che Roma non è il vero nome della città eterna. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, Lazzari percorrerà l’intera Italia per assecondare sì le richieste del committente, ma anche per soddisfare la sua voglia di conoscere una verità che molte persone vorrebbero sapere, ma che in realtà pochi conoscono e custodiscono con ferma gelosia. A fianco dell’aitante professore arrivano la bella e misteriosa Artemisia e il corpulento, anzi un po’ “orso” direi, Dino entrambi dipendenti della Fondazione segreta per la quale il prof. è stato assoldato. Il trio si muoverà lesto e rapido sul territorio italiano, facendo scoprire al lettore una realtà del tutto nuova caratterizzata dal contatto con studiosi molto eruditi, con scaltri tombaroli, con antichi reperti archeologici che ogni collezionista vorrebbe possedere, con frammenti di libri perduti e arcani enigmi da risolvere per raggiungere l’ambita verità. Lazzari e Co. non sono però gli unici interessanti al vero nome di Roma e al Lituo, infatti sulla loro strada troveranno strani agenti pronti a tutto pur di fermarli e si imbatteranno in misteriosi omicidi eseguiti secondo modalità specifiche, che richiamano le terribili punizioni riservate ai profanatori del segreto riguardante il nome dell’Urbe.
A parte il titolo scelto che man mano si procede nella lettura si scopre essere un po’ troppo fuorviante rispetto al contenuto, visto che di biblioteche proibite non ce n’è l’ombra, il nuovo romanzo di Davide Mosca è un affascinante viaggio nel passato alla scoperta dell’antica storia di Roma e delle sue origini. Nelle pagine il ritmo è incalzante e c’è la giusta suspense che tiene il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Inoltre, nella trama si mescolano in perfetto equilibrio il passato e il presente, la mitologia, gli usi e costumi degli antichi, i dati storici e le tante somiglianze esistenti tra cultura pagana e cristiana – per esempio si scopre che la fondazione di Roma (21 aprile del 753 a.c.) cade nella festa latina analoga della Pasqua, o ancora la vicenda di Remo e Romolo termina in un luogo della città definito Tescum, ossia Golgota, proprio come il monte dove venne crocifisso Gesù – scatenando in chi legge la curiosità. Una volta arrivati alla fine oltre a scoprire la risoluzione dell’avventura del nostrano Indiana Jones, si rimane affascinato a tal punto dalla storia antica di Roma, da volerla approfondire con altre letture. Il profanatore di biblioteche proibite è un romanzo storico ben scritto, nel quale l’autore ha messo tutta la sua profonda conoscenza della storia di Roma – non a caso Moscaè laureato in storia antica con una tesi sulla fondazione di Roma – creando una vicenda coinvolgente che indaga il vero nome dell’Urbe, tanto per capirci l’appellativo segreto corrispondente alla denominazione nascosta del Nume protettore che i Pontifex romani invocavano senza pronunciare. Non so se capiterà anche ad altri lettori, ma terminata la lettura si la sensazione che l’identità di superficie delle persone e delle cose non sia mai quello che sembra, a dimostrazione del fatto che in tutto c’è sempre qualcosa di nascosto.
:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone
30 aprile 2012
Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?
Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.
Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?
Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.
La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?
In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.
Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?
Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.
Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?
Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.
In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?
Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.
C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?
Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.
A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?
In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.
E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?
Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.
A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?
Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…
Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?
I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…
L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?
Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!
:: Recensione de L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone
30 aprile 2012
Presi il sentiero che Robertson aveva percorso la sera in cui aveva scoperto il cadavere del fratello. Lo seguii lentamente. Superai i resti del nastro della scena del delitto, lasciati disseminati sul lato del sentiero. Impigliati nel fitto della vegetazione. Un brutto ricordo di quello che era accaduto lì.
Abbandonai il sentiero, spingendo via rami spessi e foglie.
Di fronte a me c’era l’albero a cui era stato trovato appeso il cadavere di Daniel Robertson. Uno spregevole e nero scherzo di natura, eruttato dalla terra come se si fosse fatto strada artigliandola direttamente dall’inferno. L’albero stava là: una cosa morta al centro della foresta viva. Foglie ricoprivano il terreno fangoso alla sua base. Crocchiavano e si rompevano sotto il mio peso.
Chiusi gli occhi, tentai di visualizzare il copro che aveva dondolato dai rami anneriti.
Il vento si alzò.
La silhouette del cadavere di Daniel apparve e scomparve come un fantasma che non voleva essere visto.
L’impiccato (The Good Son, 2008), edito in Italia nella collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul, è il romanzo di esordio dello scrittore scozzese Russel D McLean con cui ha ottenuto una nomination allo Shamus Award 2010 nella categoria migliore opera prima, premio letterario assegnato annualmente dall’associazione Private Eye Writers of America a quei romanzi gialli che hanno un investigatore privato come protagonista. Autore di due romanzi, oltre a L’impiccato anche di The Lost Sister, sempre con protagonista il detective privato John “Steed” McNee ancora inedito in Italia, Russel D. McLean arriva da noi accompagnato dall’entusiasmo di numerosi suoi colleghi del calibro di John Connolly, Tony Black e Ken Bruen tra gli altri, e dalle recensioni a dir poco esaltanti dei maggiori giornali e riviste di settore. Basta questo per suscitare una certa curiosità tra gli appassionati di noir e hardboiled, che vedono nel tartan noir, termine coniato da quel mattacchione di James Ellroy, una scuola di indubbio interesse, e sicuramente nella sottoscritta più che propensa a vedere l’evoluzione di un genere che sembrava già con Raymond Chandler aver detto tutto. L’America degli anni Trenta è ben lontana, ma la Scozia degli anni Duemila non è da meno come scenario di una storia torbida e traboccante violenza con al centro i classici stilemi e le iconografie tipiche del genere. Non mancano un detective privato tormentato, un cliente che non la racconta giusta, una vittima che decisamente non era uno stinco di santo, una dark lady troppo truccata e quasi grottesca, un poliziotto stronzo ma infondo onesto, vecchi gangster riciclatici come cittadini onesti e killer psicopatici destinati a fare una ben brutta fine. Sullo sfondo Dundee ex città industriale in via di trasformazione situata sull’estuario del fiume Tay a un centinaio di chilometri a nord-est della più affascinante e suggestiva Edimburgo. La storia raccontata non presenta picchi di eccessiva eccentricità anzi si adegua in modo quasi certosino alle regole della detective story proponendo uno stile lineare e uniforme che stranamente ha la capacità di sedurre il lettore attirandolo pagina dopo pagina in un vortice di oscura bellezza. John “Steed” McNee, ex poliziotto burbero e solitario, ora riciclatosi come investigatore privato, ancora in lutto per la fidanzata Elaine, la sola capace di vedere qualcosa di buono in lui, e afflitto dal senso di colpa per la sua morte che si somatizza in una zoppia quasi invalidante, riceve la visita di un cliente James Robertson, un agricoltore con coppola in testa deciso a fare chiarezza sul suicidio del fratello Daniel, trovato impiccato ad un albero della foresta di Tentsmuir nei dintorni della sua fattoria. Robertson dichiara di non vedere il fratello da trent’anni, quando aveva lasciato Dundee per fare fortuna a Londra ed era finito a fare lo scagnozzo e il buttafuori di un gangster di un certo prestigio di nome Gordon Egg. McNee non esita a credergli desideroso di tenersi un lavoro sicuro, uno di quelli che pagano subito e inizia a investigare consapevole che: “In Gran Bretagna la vita di un investigatore di rado è considerata affascinante. Non godiamo della stessa aura da lupo solitario che contraddistingue i nostri colleghi americani. Quando la gente pensa a noi, pensa a una squallida, modesta ultima spiaggia. E in Scozzia la gente a noi non pensa proprio”. Lo strano atteggiamento della polizia troppo solerte nel chiudere la cosa come un suicidio senza importanza, l’arrivo della moglie di Egg con cui la vittima aveva una relazione e che morirà in modo violento poco dopo, il coinvolgimento di David Burns, un imprenditore coinvolto in affari sia legali che illegali, una strana aria restia in Robertson che è troppo evidente nasconde qualcosa, spingono McNee, oltre a combattere con i suoi demoni interiori, senza riuscire a fare chiarezza nel rapporto irrisolto con suo suocero e con la poliziotta Susan che ha conservato per lui una parvenza di amicizia e forse qualcos’altro, ad andare in fondo alla faccenda anche a rischio di vedersela esplodere tra le mani. Tutto si giocherà in un cimitero sotto una pioggia torrenziale, in uno scontro decisivo in cui McNee dovrà decidere se l’oscurità sia la parte che ha prevalso nella sua anima.
:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone
29 aprile 2012
Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale. Che dire di più, buona lettura.
Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).
:: Un’ intervista a Sabine Thiesler
28 aprile 2012
Ciao Sabine. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Sabine Thiesler? Punti di forza e di debolezza.
Scrivere è la mia passione, una vera e propria mania che mi dà grande soddisfazione, quando posso dedicarmici in pace. Se per qualche giorno non riesco a lavorare, divento intrattabile e nervosa. Per il resto mi piace vivere in solitudine, amo gli animali più di ogni altra cosa, mi piace il vino e il clima mite, il mare, le nuvole e i panorami aperti. Non sopporto la stupidità e la superficialità e i dilettanti mi danno sui nervi.
Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, della tua vita prima di diventare scrittrice di narrativa.
Sono nata e cresciuta a Berlino, dopo la maturità ho intrapreso lo studio della recitazione, ho recitato in televisione e a teatro e davanti ai copioni che mi capitavano tra le mani mi dicevo sempre: a me verrebbero in mente molte più idee. Così ho cominciato a scrivere sceneggiature e mi sono trasferita in campagna con la famiglia, sul mare del Nord. Con la scrittura avevo trovato la mia vocazione, così abbandonai la carriera di attrice.
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti affascina di più di questa professione?
Ho percepito molto presto che scrivere significa “libertà” e che è la mia passione. Posso lasciare briglia sciolta alla mia immaginazione, inventare personaggi, infondere loro la vita e dare loro una storia. Posso lavorare quando e dove e per tutto il tempo che voglio e siccome mi piace tanto farlo, non ho mai dovuto forzare la mia innata pigrizia. Vivo in due mondi: il mio e quello dei miei personaggi. È un incredibile arricchimento.
Poi dopo anni di lavoro come sceneggiatrice per la televisione e per il teatro e anche come doppiatrice, sei riuscita a scrivere e far pubblicare il tuo primo romanzo. Parlami del giorno in cui hai firmato il tuo primo contratto. Come hai festeggiato? Cosa hai provato?
Quando ho ricevuto la notizia che il mio romanzo sarebbe stato pubblicato, ero in macchina con mio marito qui in Toscana. Mio marito non fu affatto sorpreso, perché non ne aveva mai dubitato. Io non ho avuto reazioni, non ho detto niente, non ho esultato né gridato, semplicemente perché non riuscivo a credere che d’un tratto il sogno della mia vita si stava per realizzare. Non ho neppure festeggiato, ma per qualche giorno sono stata sulle nuvole, cercando di comprendere che la mia vita era sul punto di cambiare radicalmente.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti. Da chi ti senti maggiormente influenzata?
Patricia Highsmith, Gerhard Hauptmann, Stefan Zweig, Susanna Tamaro, Charlotte Link.
Una scrittrice tedesca innamorata dell’Italia e per la precisione della Toscana regione in cui vivi da parecchi anni e in cui hai ambientato tutti tuoi libri. Ma davvero una terra dolce e luminosa come la Toscana ti ha ispirato romanzi così oscuri e pieni di personaggi tormentati da forze terribili?
Sì. Qui ci sono boschi vastissimi e casolari isolati su enormi appezzamenti di terreno. La mia immaginazione ne è più stimolata che in un oscuro parcheggio sotterraneo. Infatti sono attirata dagli opposti: un paesaggio idilliaco e un crimine efferato sono più interessanti e incredibili di un omicidio in una metropoli. I miei assassini uccidono in maniera sottile, non hanno niente a che fare con la violenza e la brutalità delle grandi città. Il crimine nasce nella testa e non è un evento per una strada buia.
E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Senza perdono che ho potuto leggere in anteprima. Jonathan Jessen, il protagonista, un fotografo di successo sposato con una moglie che ama, padre di una figlia che adora di colpo perde tutto, affetti e sicurezze. Come è nato questo personaggio?
Non saprei, o meglio, non lo so spiegare. A un certo punto e per qualche motivo, nasce una figura e mentre comincio a tratteggiare la storia che mi occupa totalmente ventiquattr’ore al giorno, si forma un personaggio di spessore sempre maggiore. I protagonisti dei miei libri, però, non si basano mai su modelli veri, ossia non mi ispiro mai a un individuo reale.
I tuoi romanzi sembrano nascere dalle tragedie greche. In Senza perdono è la vendetta il motore dell’azione. Tu uccidi mia figlia e io ti porto via la tua. Un’ applicazione della legge del taglione si potrebbe dire. Ti sei ispirata a qualche dramma dell’antichità penso all’Elettra di Sofocle?
No. Se è questa l’impressione che sorge, mi sta bene, ma ispirarsi alla tragedia greca significherebbe rispettare un modello molto severo, cosa che io non farei mai. La vicenda si è sviluppata necessariamente così da sola.
Parlaci della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio? Qualche autore tedesco che consiglieresti di tradurre e pubblicare in Italia?
Scusate, ma al momento non ho indicazioni precise da dare. Non saprei neppure indicare un nuovo talento.
Continuerai a scrivere thriller o tenterai di scrivere e sperimentare nuovi generi? Se sì, quale genere letterario ti tenta maggiormente?
Attualmente sono soddisfatta dei miei thriller italo-tedeschi. Però ho scritto anche storie d’amore per la televisione, commedie per il teatro e libri per bambini. Niente è impossibile e se mi verrà un’idea sensazionale per un libro che non sia un thriller, lo scriverò. Perché no? Chi lo sa?
(In fondo basta che la storia duri abbastanza a lungo, poi tutti moriranno per forza.)
Grazie della tua disponibilità Sabine, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci se stai scrivendo un nuovo libro?
Certo! Naturale! Non posso farne a meno! Ho quasi terminato il mio sesto thriller e in Italia ne sono stati pubblicati solo tre. Se volete, vi aspetta molto altro ancora!
:: Intervista con Mauro Marcialis
27 aprile 2012
Grazie Mauro per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Sei nato a Roma nel 1972, vivi a Reggio Emilia dal 1994, sei maresciallo della Guardia di Finanza. Punti di forza e di debolezza.
Grazie a te per l’ospitalità. Di me: orgogliosamente plebeo (odio le ipocrisie e l’ostentazione dei “ruoli”, dei titoli e delle possidenze), scostante, apatico, geneticamente triste, introverso… Sto però (paradossalmente) bene in compagnia e credo di essere ancora il buffone che ero da bambino, (mai) cresciuto nei coloratissimi disagi della periferia romana.
Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?
L’amore per i libri è (ri)esploso una decina di anni fa. In quattro anni, a partire dal 2002, ne ho divorati oltre trecento ammalandomi di plot e di un’insana smania: adesso scrivo la storia che vorrei leggere. Ho scoperto solo dopo che con la scrittura avevo iniziato inconsciamente un percorso rivolto sostanzialmente a me stesso, alle mie insicurezze, ai miei impercettibili traumi, ai miei mille “perché”, che poi sono gli stessi della mia adolescenza.
Parlaci del tuo esordio come scrittore. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto di edizione?
Con la firma del contratto, nulla di particolare: ricevo via posta un pezzo di carta e leggo qualche riga a caso, il tempo di scovare il burocratese della stesura, le clausole asettiche, le percentuali e i Fori competenti. Firmo dopo un minuto, un po’ deluso. Avevo immaginato uno scenario diverso: l’incontro con la redazione, discussioni su trame e personaggi, un bicchiere di vino. Niente, posta prioritaria e un logo come interlocutore. La vera emozione, la “botta”, l’avevo però avvertita qualche mese prima… Ricevo una mail da Sandrone Dazieri, c’è scritto: “Ho letto il tuo libro e mi piacerebbe incontrarti per parlarne”. Chiedo a un mio amico scrittore (Paolo Grugni) di “tradurmi” quella frase. Paolo dice: significa che lo pubblica. Allora afferro un cuscino e inizio a urlarci dentro.
Hai pubblicato già diversi libri: La strada della violenza (Mondadori), Io & Davide (Piemme), Spartaco, il gladiatore (Mondadori), Dove tutto brucia (Piemme). Hai partecipato a due antologie di racconti: La legge dei figli (Meridiano Zero) e Anime nere reloaded (Mondadori). A quale libro sei più legato e perché?
A tutti, anche se per motivi diversi:
La strada della violenza perché è appunto il mio esordio;
Io & Davide perché è il più letterario, malgrado le apparenze “pulp”;
Spartaco, il gladiatore, perché è il più importante (un romanzo attualissimo, “politico”, ma nell’accezione nobile del termine, almeno spero);
Dove tutto brucia, perché in uno dei comparti noir (quello ossessivo, quello con risvolti sociali, quello dove l’intimo delirio dei protagonisti rappresenta per analogia l’intera società) ritengo valga i più nobili titoli italiani dello stesso genere (Romanzo criminale di De Cataldo, Nel nome di Ishmael di Genna, La città perfetta di Petrella), anche se al netto di una dimensione epica che difficilmente può avvertirsi in un romanzo di sola fiction come il mio.
Il migliore, linguisticamente, è invece Il dolore che sarà, pubblicato a settembre del 2011, una novella sulla sofferenza e sul senso di colpa, raccontata da una lavatrice attraverso “voci” particolari (i panni sporchi dei tre personaggi e una di queste appartiene a un bambino di quattro anni, morto annegato). Quando leggo recensioni entusiastiche di romanzi struggenti, emozionanti, disturbanti, avrei voglia di urlare: leggete anche questo, per favore!
E’ appena uscito per Rizzoli il tuo nuovo romanzo storico Il sigillo dei Borgia. Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?
In realtà è stata un’idea dell’editore. Io ho aderito in modo entusiastico perché adoro affrontare nuove sfide e immergermi in situazioni scomode. Inoltre, la proposta dei Borgia mi sembrava una predestinazione: dopo aver scritto Spartaco, un’altra saga con la serie TV in onda.
I Borgia rappresentano la leggenda nera del Rinascimento. Hanno scritto su di loro molti libri, girati molti film e sceneggiati anche in tempi recenti. Cosa pensi il tuo libro aggiunga, in cosa si differenzia da tutti gli altri?
Francamente non ne ho idea, per il semplice fatto che, della sterminata bibliografia che riguarda i Borgia, ho letto solo una decina di libri e solo quattro di questi sono romanzi. Non ho voluto approfondire ulteriormente per evitare condizionamenti. Tra l’altro, considerati i tempi a disposizione per la consegna, non ho nemmeno potuto: avevo solo quattro mesi per scriverlo. Per prevenire potenziali impedimenti, ho dovuto spingere fin dall’inizio e, dopo due mesi, ho inviato il testo.
Chi è esattamente Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI? Ambizioso, lussurioso, spietato, amorale. Che ritratto personale ti sei fatto di questo personaggio?
La mia idea di Rodrigo corrisponde esattamente alla versione che ho rappresento nel libro. È un personaggio talmente “oltre” la moralità che sembra bidimensionale, fumettistico, insomma un modellino narrativo. Io risponderei: di Rodrigo Borgia ce n’è uno solo, sono tutti gli altri a essere copie, a essere cliché! Un uomo fenomenale, che alle “doti” più discutibili che hai citato, univa una vivacissima intelligenza politica e una stravagante e capacità affabulatoria che è poi la perfetta icona di quel nuovo tempo, il Rinascimento, che lui ha cavalcato fino alla fine (basti pensare, per esempio, alle spettacolari celebrazioni pubbliche che inscenava di continuo, ben sapendo quanto il consenso del “popolino” volubile potesse essere condizionato dallo spargimento delle briciole del fasto).
Scelleratezze, assassinii, torture, corruzioni, incesti, adulteri, sembra che i Borgia siano davvero l’incarnazione del male. Anche contestualizzandoli nel periodo storico in cui vissero, erano davvero i più pericolosi e terribili o tutte le dinastie papaline del Rinascimento in un certo senso si somigliavano?
Diciamo che dinamiche e presupposti (assenza di scrupoli e compimento di azioni idonee all’accrescimento del proprio potere e della propria ricchezza) erano pressoché i medesimi tra le diverse “bande”, ma la differenza in quel preciso contesto e momento storico è stata determinata proprio dalla feroce determinazione di Rodrigo.
Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?
Uno in particolare: mi sarebbe piaciuto tracciare un parallelo tra Rodrigo Borgia e un altro, grandioso, personaggio: Girolamo Savonarola. Nel romanzo viene “evocato” più volte da Rodrigo, che è affascinato dal suo carisma e dalla sua oratoria muscolare. Il Papa è un combattente: le sfide lo stimolano, lo eccitano, lo scatenano, lo nutrono. Quella con Savonarola è una sfida all’ultima “parola”, che potrebbe essere proprio quella di Dio. Per lui Savonarola è un “nemico”, e con questo termine lui non ne attesta solo lo status, ma il valore, la forza, la dignità. Credo che la firma apposta sulla bolla di scomunica (che determinerà la condanna a morte di Savonarola) sia stata per Rodrigo una sorta di sconfitta, una resa dialettica.
Il personaggio più tragico e disperato è senz’altro quello di Cesare Borgia, obbligato in un primo tempo a seguire la carriera ecclesiastica, sovrastato da un padre accentratore e dispotico, innamorato della sorella, mandante dell’assassinio di suo fratello, violento, immorale, crudele e più il tempo passa e più sembra peggiorare. Hai notato anche tratti positivi in questo personaggio?
Cesare è un personaggio molto complesso, affascinante, il vero “motore” del romanzo. È la prima vittima delle sue stesse, violentissime, passioni. È in perenne lotta con la propria parte benevola, quella più generosa, quella che per intenderci è visceralmente innamorata di Lucrezia e che inevitabilmente è destinata a soccombere. Tale morte, allegorica, avviene in un preciso momento: quando Cesare contrae il “mal francese”, che gli divora il volto. Difficile individuare tratti positivi, da questo momento, ma bisogna considerare che certi “mali” sono intriseci di certe posizioni che si rivestono, dei ruoli che si stanno interpretando, dei contesti in cui si vive, e Cesare, anche se per un breve periodo, è stato il “principe” di un’Italia impregnata di conflitti (ed è proprio lui, infatti, il Principe di Machiavelli). Possiamo pertanto concedergli qualche attenuante, senza dimenticare altri sventure: un padre così ingombrante e autoritario, una carriera ecclesiastica che non aveva mai accettato, con quegli abiti da cardinale che stringevano le sue ambizioni da guerriero, lo scherno di suo fratello Juan, l’amore impossibile per sua sorella…
Poi c’è Lucrezia Borgia, una creatura quasi eterea, sorridente, allegra, amante delle arti, della poesia, della conversazione colta, molto diversa dalla maestra di veleni che la tradizione ci ha tramandato. L’odio dei nemici dei Borgia, considerati stranieri e usurpatori ha anche influito a dare vita a questa leggenda? Sembra che provi simpatia per questo personaggio, è vero o è solo una mia impressione?
Certo, le maldicenze dei nemici hanno influito parecchio sul “curriculum” di Lucrezia. Nel corso degli anni, alcune leggende sono state giustamente ridimensionate. Lucrezia non è innocente, questo no, ma il mio sguardo nei suoi confronti è stato caritatevole, sostanzialmente per due motivi: tendo a concedere onore e purezza a personaggi femminili e poi, molto pragmaticamente, mi sono posto una semplice domanda: quanta incosciente forza, e quanto coraggio, ci sarebbero voluti per contraddire suo padre e i suoi fratelli, per contrastare il loro volere? Insomma, era un’impresa quasi impossibile. Direi che Lucrezia è proprio figlia di quei tempi e, a un certo punto, prende semplicemente atto dell’inevitabilità del proprio destino, rassegnandosi “cristianamente”. Maria Bellonci ne fa una sintesi raffinatissima: la sua disgrazia non è da ricercare nella sua debolezza ma nell’intima fatalità dei suoi assensi. Una delle parti in corsivo è dedicata proprio a Lucrezia; le voci dell’Europa intera di rincorrono, antitetiche e confusionarie, per assolverla o condannarla, per giustificarla o insultarla. Ed è proprio con questa ambiguità, con questo velo di mistero, seppur tollerante e compassionevole, che ho voluto lasciarla.
E’ un romanzo storico che unisce verità storica e invenzione letteraria. I personaggi di Miguel e Drusilla si basano su persone realmente esistite o sono solo frutto della tua fantasia?
Sì, anche loro sono “reali”, anche se le biografie che li riguardano sono, soprattutto nel caso di Drusilla, ridottissime. Per quanto riguarda le “verità” storiche, perfino quelle riconosciute come inequivocabili potrebbero essere frutto di una precisa costruzione, artefatta per fini ovviamente politici. Rimangono attualissimi parecchi misteri: la prima gravidanza di Lucrezia, la morte di Juan (chi è stato e perché? C’erano centinaia di potenziali assassini; l’interpretazione romanzata è volutamente eccentrica per rappresentare questa abbondanza di moventi), la morte di Rodrigo, il diario del cerimoniere Burcardo, le diverse paternità di Cesare, il ruolo di Jofré e di Vannozza, la scomparsa di Giulia Farnese…
Parlaci della ricostruzione storica che fai di questo periodo storico e culturale. Come ti sei documentato? Da che fonti hai attinto le tue informazioni? Come Maria Bellonci anche tu hai osservato quadri, sculture (citi La pietà di Michelangelo), palazzi antichi, opere d’arte rinascimentali?
Molto, molto meno della Bellonci e di altri “borgiamaniaci”, per i motivi che ti dicevo prima… ma la Pietà di Michelangelo: che emozione! È di una tale bellezza che era impossibile trascurarla e non tentare un “aggancio” con le trame del romanzo. Ho pensato di contrapporla alle certezze di Rodrigo e ho immaginato che il Papa potesse, ammirandola, rimanerne sconcertato. In una scena, i significati che l’opera suggerisce, quella profonda purezza, quello stesso nome evocativo (pietà), piegano le resistenze di Rodrigo, che davanti a un incanto così “alto”, è quasi costretto a fuggire.
Il sigillo dei Borgia è a tutti gli effetti un romanzo storico, ma c’è anche qualcosa del noir. E’ stata una scelta consapevole?
Credo abbia a che fare con il mio sguardo “deviato”, il mio desiderio di scovare tracce di malessere e disperazione e di scavarvi dentro. Occorre premettere però che molte vicende che riguardano i Borgia sono “naturalmente” oscure, quindi era quasi un obbligo narrativo approfondirne alcune. Linguaggio e stile, però, non ricalcano l’andatura sporca e sincopata dei miei noir, sono molto più morbidi, più funzionali al genere storico.
Il romanzo finisce con la morte di Alessandro VI, molti personaggi si apprestano a fuggire penso a Miguel e a Drusilla. La loro storia finisce così o ci sarà un seguito, magari incentrato sul personaggio di Lucrezia?
Il finale è deliberatamente scritto per suggerire la possibilità di un seguito.
Lucrezia e Cesare faranno “Storia” per molti altri anni, ma sono proprio Miguel e Drusilla quelli che mi piacerebbe rincorrere. In questo caso, però, un eventuale seguito dipenderà anche e soprattutto dalle intenzioni dell’editore.
L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?
Grazie a te! Ho un romanzo pronto da quasi un anno: La notte che incontrai Dio. Nel frattempo ho fatto un’ulteriore incetta di suggestioni che si prestano a questa storia di tormenti e redenzioni, ma non ho intenzione forzare la chiusura e quindi il libro è destinato a un altro periodo di letargo. Nel pc ho inoltre una cartella intestata “varie” con i canovacci di altri dieci romanzi. Nel frattempo, assorbo…
:: Intervista con Giuseppe Chiara a cura di Viviana Filippini
27 aprile 2012
Ciao Giuseppe, benvenuto a Liberidiscrivere e grazie per avermi risposto a questa serie di domande riguardo al tuo primo romanzo, L’apprendista becchino, dove il personaggio principale impegnato a risolvere l’omicidio compiuto a Folà Scriva non è il solito ispettore simil-serie televisiva, ma un giovane becchino alle prime armi assetato di verità. Giuseppe Chiara ha 58 anni e lavora come progettista in un’azienda genovese, è sposato e ha una figlia laureata in filosofia. Abita a Ronco Scrivia in provincia di Genova e odia guidare.
Quando è nata la voglia di scrivere per Giuseppe Chiara?
Come tutti quelli che amano leggere ho sempre avuto il desiderio di passare dall’altra parte della barricata o, per dir meglio, del foglio. La cosa però, non si era mai concretizzata sino a quando non mi sono trovato bloccato in casa per dei mesi, a causa di un gentile motociclista che aveva fatto del suo meglio per spedirmi all’altro mondo. Mentre cercavo di rappezzare le mie ossa disastrate non avevo molte alternative, oltre rendere la vita impossibile a chi mi stava intorno, e così ho provato a scrivere.
Perchè hai scelto di cominciare la scrittura con il genere del “giallo”?
Non sono nemmeno troppo sicuro di aver scritto un “giallo”. Certo, se lo è, non risponde ai canoni classici della detective story. È la storia di una persona normale, anche un po’ banale, che finisce nei guai e cerca di tirarsene fuori come meglio può.
Spesso nei libri e nelle serie televisive chi indaga per la risoluzione del delitto è un detective, un ispettore, un medico, un poliziotto, come mai hai scelto un apprendista becchino?
Non mi piacciono i duri che trasudano testosterone, con la mascella quadrata, i muscoli d’acciaio e il QI superiore a 180. Volevo un anti eroe che messo alle strette desse il meglio di sè. Come recitava la pubblicità di Cane di paglia , un vecchio film di Sam Peckinpah con Dustin Hoffman: Anche un cane di paglia può prendere fuoco.
Per la creazione del protagonista- Silvestro Cacciabue- è stato influenzato da modelli televisivi, letterari o della realtà giornaliera?
Silvestro ero io, Silvestro erano i miei coetanei, Silvestro erano tutti quelli che negli anni ’70 avevano intorno ai vent’anni. Giovani pieni di meravigliose illusioni.
Silvestro è un giovane con molte ambizioni per il futuro, perché la scelta di coinvolgerlo in eventi che metteranno a dura prova la sua integrità fisica e morale?
Se mi concedi l’auto citazione: Prima o poi la vita ti mette alla prova. Puoi alzarti in piedi e scoprire di che pasta sei fatto o trovarti un angolo buio dove nasconderti. Silvestro non si è nascosto.
Come definiresti il rapporto tra il giovane Silvestro e il compagno di lavoro Anselmo?
Anselmo è un paria, che odia il mondo che lo ripudia e disprezza Silvestro perché in lui rivede se stesso, come era prima che la vita lo spezzasse.
L’attaccamento al tesoro trovato da parte di Anselmo e anche dell’assassinio, mi ha ricordato l’ideale di attaccamento alla “roba” di Mastro don Gesualdo di Verga. Perché gli esseri umani hanno bisogno di possedere beni materiali per sentirsi felici?
Non sono un filosofo e non ho risposte che non siano scontate o banali. Senza scomodare i Vangeli e neppure Carlo Marx azzarderei che più roba abbiamo e più ci convinciamo di essere immortali.
Silvestro, accusato di omicidio, si da’ alla latitanza, il suo vivere nei boschi, in luoghi diroccati e allo stesso tempo la ricerca della verità non richiamano un po’ il vissuto dei partigiani durante la Seconda Guerra mondiale?
Probabilmente sì. L’Appennino è sempre stato il rifugio naturale per i fuggiaschi: contadini che sfuggivano all’esercito di turno che razziava in valle, renitenti alla leva, fuorilegge e disperati.
Perché ambientare il tuo lavoro negli anni’70?
Perché allora tutto ci sembrava possibile. Poi la vita ci ha preso a schiaffi. Siamo partiti dall’ immaginazione al potere e siamo finiti a suicidarci la sera davanti alla televisione.
Silvestro, Elvis e Norma sono tre ragazzi dallo sguardo puro e innocente sul mondo, poi scoprono che il mondo e le persone dove vivono sono ambigui. La scoperta di queste falsità cosa rappresenta loro?
Non credo che i 3 ragazzi possedessero uno sguardo puro e innocente. Se alla fine dell’adolescenza conservi un animo puro o sei un santo o sei un idiota.
Quanto è sconvolta la popolazione del piccolo paesello di provincia dagli eventi drammatici che lo colpiscono?
Folà Scrivia è un paese inventato, ma è il prototipo di molti villaggi della Valle Scrivia. Paesi che hanno conosciuto la guerra, i bombardamenti e le fucilazioni non si sconvolgono certo per qualche morto ammazzato. Gli Afterhours direbbero: Terra meravigliosa, brutto paese.
Ines, la nonna di Silvestro è un donna forte a tratti un po’ burbera e severa, poi compie un gesto di sacrificio per il nipote. Cosa rappresentala sua azione?
Un omaggio a quella che Mao Tze-tung definiva L’altra metà del cielo. Donne normali che quando la situazione lo richiede combattono come e più degli uomini. Nonna Ines e Norma sono due facce della stessa medaglia.
Dopo la risoluzione del’enigma Silvestro, Elvis e Norma cambiano in superficie, ma anche nel loro animo. Questa trasformazione può essere vista come la fine del’adolescenza e l’ingresso nella vita adulta?
Elvis per colpa, o grazie alla Sindrome di Peter Pan in cui si crogiola, non crescerà mai. Norma, come tutte le donne, è adulta un attimo dopo che ha smesso di giocare con la Barbie e le sue terrificanti amiche. L’unico che alla conclusione della storia è diventato un adulto è Silvestro con tutto ciò che ne conseguirà.
L’apprendista becchino è sì un giallo, ma potrebbe anche essere visto come romanzo di formazione?
Una specie di Giovane Holden dei poveri? Non credo. Io volo molto più basso.
Quale è il personaggio della narrazione al quale sei più affezionato e perché?
Ulrike l’autostoppista. Con lei la natura non è stata gentile: è grossa, grassa e goffa. E allora lei ha imparato a servirsi di quello che ha. Tutti pensano che sia stupida e lei si finge ancora più stolida, perché così può ottenere ciò che vuole. Mi piace chi ha poco, ma non si arrende.
Un consiglio a chi volesse cominciare a scrivere?
Io ho un blog, http://apprendistabecchino.blogspot.it/, dove cerco di aiutare chi vuole cimentarsi con la scrittura. Non do consigli su come scrivere, non ne sarei all’altezza, ma su quale software adoperare, come scrivere una sinossi, una lettera di presentazione ecc. Se si scrive solo per se il mio blog non è il posto giusto dove andare, ma se si vuole perseguire la strada della pubblicazione allora credo che lì si possa trovare qualche consiglio utile. Vorrei concludere con le parole di Robert Mitchum, un grande attore americano: Se ce l’ho fatta io ce la può fare chiunque.


























