:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012 by

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.

:: Segnalazione di Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson di Philip K. Dick (Fanucci 2012)

24 febbraio 2012 by

Philip K. Dick

Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson

Introduzione di Carlo Pagetti

Traduzione di Maurizio Nati

Pagine 280 – 17 euro

in libreria – 8 marzo 2012

Lo stravagante mondo di Mr Fergesson appartiene a un gruppo di romanzi realistici scritti da Philip K. Dick nella seconda parte degli anni ’50 del Novecento, quando lo scrittore californiano sperava ancora di affermarsi al di fuori del genere fantastico. Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1986 e solo più tardi negli Stati Uniti (2007), Lo stravagante mondo è una tragicommedia degli equivoci, ambientata nella baia di San Francisco alla fine degli anni ‘50. I protagonisti, rivenditori di auto usate e agenti immobiliari, in bilico tra penuria e ambizioni di compiere un salto sociale, svelano il genuino interesse di Dick verso i problemi sociali e familiari di personaggi comuni, degli average man, le cui vicende raccontano di un’America spaventata e piena di ansie e disegnano un tessuto realistico che, intaccato, si sfilaccia, lasciando intravedere uno strato sottostante di significati più complicati. Jim Fergesson, l’anziano proprietario di un garage, sta per vendere e andare in pensione; Al Miller è un meccanico un po’ irresponsabile che subaffitta parte del lotto di Jim e vede il suo sostentamento minacciato dalla decisione di vendere, Chris Harman è proprietario di una casa discografica che per anni si è appoggiato a Fergesson per la manutenzione della sua auto. Quando Harman scopre dell’imminente pensionamento di Fergesson, cerca di coinvolgerlo in una proposta commerciale: l’apertura di un nuovo garage nella vicina contea di Marin, insieme ad Al Miller che, però, è convinto che Harman sia un truffatore…

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione.

:: Segnalazione di Il sorriso di Godot (Edilet 2011) di Stefano Giovinazzo

23 febbraio 2012 by

Segnalo con molto piacere l’uscita da pochi mesi  del terzo libro di poesie “Il sorriso di Godot” (Edilet) di Stefano Giovinazzo giornalista, editore, poeta. Mi limiterò a fare una segnalazione perchè come sapete sono molto restia a recensire poesia, comunque è un testo che ho letto, che conosco. Personalmente amo le poesie che raccontano una storia, che si sente che sono frutto di un percorso di vita, e non parole sciupate, gettatae a caso magari perchè hanno un bel suono, caratteristica a mio avviso della cattiva poesia. Ho alte aspettative quando si tratta di poesia con la quale ho un rapporto quasi erotico, passionale. La poesia penso debba trasmettere energia, rabbia, desiderio, amore, paura. Lo sciatto stillicidio  di versi amorfi penso corrisponda alla più alta forma di anti poesia, e la noia che ciò irradia penso sia la tomba ingloriosa di ogni falso poeta. La prima impressione è stata felice, se avrete modo di leggere questo breve libretto sono 42 concisi componimenti a schema libero non privi di assonanze, rime sporche e imperfette, allegorie, sinestesie, iperboli ellittiche, vi accorgerete che l’apparente semplicità nasconde un lavoro di sintesi, di limatura, anche di autentica rabbia e sofferenza e la sincerità è in ultima analisi a mio avviso la voce  della vera poesia. E di sincerità qui ne ho sentita.

«L’autore è legato al Godot del teatro dell’assurdo, al mood dell’attesa senza speranza eppure vivida nei suoi colori limbici, sospesi. E, da buon innamorato di questo frangente emotivo, ne esplora tutte le dimensioni amandole, trovando il senso che più gli appartiene, scrutandone le vette e le cadute, le altezze sino al sorriso di coscienza presa che ammette e spezza e reinventa la strada».

( dalla Prefazione di Irene Ester Leo)

«Stefano Giovinazzo è un poeta che ha deciso di crescere e, ciò ch’è più importante, di assumersi le responsabilità di questa crescita. Lo si capisce dal coraggio che ha e che mette in gioco nel rompere la scorza del suo stesso “guscio”, perché ha sete di parole strane, inedite, nuove, capaci di portare a una straordinaria definizione della realtà, a un impatto diverso sul mondo che conosciamo».

(dalla Postfazione di Marco Onofrio)

:: Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf letto da Manuela Mandracchia (Emons Audiolibri 2012)

23 febbraio 2012 by

Manuela Mandracchia legge

UNA STANZA TUTTA PER SE’

di Virginia Woolf

 

1 CD MP3, versione integrale, euro 15,90

Presentazione domenica 11 marzo LIBRI COME, Festa del Libro e della Lettura (ore 19, Sala A Garage)
con Manuela Mandracchia, Nadia Fusini, Maria Antonietta Saracino

“La sola cosa che potevo fare era offrirvi un punto di vista: se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé”. Lo disse Virginia Woolf nel 1928: l’occasione era una serie di conferenze tenute al Newnham e Girton College dell’Università di Cambridge dove la scrittrice fu invitata a parlare sul tema “donne e romanzo”. Quelle conferenze divennero un saggio, Una stanza tutta per se’, testo illuminante e fondamentale per intere generazioni. Dal saggio all’audiolibro, le riflessioni della Woolf, ancora così forti e di sorprendente attualità, vengono riproposte dalla voce di Manuela Mandracchia… abbiamo ancora bisogno di una stanza? Ci chiediamo.

“Potrei offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney, alcune altre su Jane Austen. (…) Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento ho capito non sarei stata in grado di consegnarvi un nocciolo di verità”. Da qui, Virginia Woolf parte per dipanare un’appassionata disamina su donne e creatività immaginando di ripercorrere una giornata qualunque del prototipo di una scrittrice contemporanea. È solo un pretesto, però, per poter ampliare il discorso e dare al lettore un vero e proprio spaccato della condizione della donna intellettuale del suo tempo, risultato di una esclusione continua del genere femminile dalla scena letteraria e artistica in generale.

Con ironia pungente, brillante acume e libertà d’inventiva, la scrittrice narra la secolare esclusione dell’universo femminile dalla Storia, spaziando tra puntuali ricostruzioni storiche a personaggi del tutto immaginari.

Virginia Woolf (1882-1941) è una della più importanti e significative scrittrici inglesi. Tra le sue opere ricordiamo La signora Dalloway, Al faro, Orlando e Le onde.

Manuela Mandracchia, una delle attrici più affermate del teatro italiano,  ha lavorato, tra gli altri, con Luca Ronconi, Massimo Castri e Mauro Avogadro. Nel 2007 ha vinto il Premio ETI con lo spettacolo Roma ore 11, tratto da un’inchiesta di Elio Petri. É una delle interpreti più amate della rubrica Ad alta voce su Radio3.

:: Intervista a Riikka Pulkkinen a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2012 by

Grazie Riikka di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Ringrazio anche la traduttrice Raffaella Marchese che rende possibile questa intervista. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Chi è Riikka Pulkkinen?

Mi chiamo Riikka, sono una donna. Ho 31 anni. Sono nata e vivo ad Helsinki. Ho condotto studi di filosofia all’Università di Helsinki che sicuramente hanno influenzato molto anche la mia scrittura. Le problematiche temporali sono presenti in tutti i miei libri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ci sono tanti scrittori che amo forse il mio preferito è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee che vinse nel 2003 il Nobel per la letteratura. E Ian McEwan che tratta molti dei miei temi preferiti come le interferenze tema sempre presente nei miei libri come in Atonement (Espiazione) un testo che amo molto.

L’armadio dei vestiti dimenticati, uscito in Italia per Garzanti, è il tuo secondo romanzo. Il titolo originale è costituito da una sola parola  “verità”. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Ci sono voluti 4 anni per scriverlo. Non so perché ci ho messo così tanto, forse perché era il secondo libro e perché trattava temi importanti come l’amore, la morte, il significato della vita. Ho svolto un grande lavoro di ricerca e ho anche sperimentato nuove tecniche narrative come l’uso del presente in prima persona per tutta la parte che ha al centro Eeva come protagonista. Parla di dolore ma anche di speranza, soprattutto di speranza.

Parlaci un po’ di più delle tue donne protagoniste, quale è il personaggio che hai più amato?

Anna trova un oggetto, un vestito dimenticato in un armadio, un vestito di Eeva che le permetterà di indagare sulla vita di questa donna. Lo indossa e  indossando quest’abito assume l’identità di Eeva. Eeva è il personaggio principale, e sicuramente quello che mi è più caro. Ma c’è anche il personaggio di Elsa che amo molto, è pieno di speranza, anche se sta morendo, e grazie a lei che emergono i temi centrali del libro come il senso della vita e dell’amore.

Stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Sì, ho appena completato la prima fase di stesura del mio nuovo romanzo. Lo riscriverò parecchie volte. Ha per protagonista una donna prete che scappa dalla sua vita e va dall’altra parte del mondo.

Riikka Pulkkinen è nata nel 1980 a Tampere, Finlandia.
Il suo romanzo di debutto, Raja, inedito in Italia, è stato accolto come uno dei migliori romanzi finlandesi del 2006. Con L’armadio dei vestiti dimenticati ha raggiunto il grande successo, scalando le classifiche dei bestseller in patria e diventando un’autrice nota e pubblicata in tutto il mondo.

:: Recensione di I fuochi del nord di Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2012 by

Luc tolse il coperchio all’urna, rivelando la grigia cenere screziata all’interno. Il peso dei suoi errori le rovinò addosso con una forza che avrebbe potuto affondare la barca con tutti loro dentro. “C’era una volta” non era abbastanza. Voleva disperatamente rivivere il giorno in cui suo padre era stato ucciso, ancora una volta, per impedirne la morte. Voleva ritrovarselo su quella barca, vivo, che l’aiutasse a rimettere a posto i cocci del terribile disastro che aveva combinato. Ma quelle erano fantasie, realistiche quanto quei tomten (ndr gnomo barbuto in svedese) che le scorrazzavano nel seminterrato rubacchiandole briciole di patatine.

Periferia di Rochester, stato di New York. Tralicci ferroviari, enormi parcheggi, centri commerciali, insegne luminose, villette con giardino. La livida e desolata provincia americana al suo meglio, o al suo peggio a secondo dei punti di vista. Dicembre, Natale nell’aria, la gente si riversa nei centri commerciali, per fare spese, combattere la noia o rubare CD come fa Luc, una quindicenne magrolina, un metro e mezzo d’altezza, Dr Martens viola ai piedi. La testa rotonda, grandi occhi umidi che la facevano sembrare sempre sorpresa. Neri i capelli tinti, nera la gonna sgualcita, nero lo smalto alle unghie. Occhiali da miope, giacca di pelle nera con spille da balia. Magliette sbiadite di complessi rock, un po’ dark un po’ punk, una ragazzina come tante innamorata di suo padre Oscar Moberg, professore universitario di letteratura, nato in Svezia, appassionato di mitologia norrena, e di Quinn Cutler, qualche anno più grande, neri e lucidi capelli da cherokee, appassionato di moto, conosciuto nel quartiere per i suoi atti vandalici da piccolo teppista. Luc non sa che quello è l’ultimo giorno della sua vita normale, dopo tutto cambierà, l’inferno verrà a farle visita giocando con lei fino alla fine, fino alla sua rinascita, fino alla nuova Luc adulta capace di curare le sue ferite, di risorgere come un dio vichingo. Ma andiamo con ordine. Cosa succede in quel piovoso giorno di dicembre? Luc è spaventata, ha paura che la sicurezza interna del centro commerciale la blocchi per il suo piccolo furto, ma suo padre l’ha accompagnata, suo padre la toglierà dai guai. Insieme raggiungono il parcheggio e si apprestano a tornare a casa, quando qualcuno bussa al finestrino: Come va doc? E’ una rapina, una pistola spianata si materializza all’altezza della testa di Oscar Moberg, uno sparo, due spari, sangue dappertutto, frammenti di vetro, materia celebrale. La fine. Il mondo di Lucia “Sankta Lucia” con le candele accese e l’abito bianco nella più pura tradizione svedese si dissolve per sempre. Ora c’è il detective Greta Hurd del Dipartimento di Polizia di Rochester e il suo collega Moe che vogliono aiutarla e non credono all’aggressione a scopo di rapina. Ora c’è Tanya Yasbeck ex tossica, ora incinta al nono mese, una vita di violenza e disperazione, compagna di Mason, un violento, un teppista malato che fa di tutto per far parte di una gang sanguinaria e spietata che ha come simbolo un teschio umano. Ora c’è Blair sua madre che dopo un tentato suicidio, vive una vita devastata. Ora Luc dovrà capire, difendersi, sopravvivere, perdonare. I fuochi del nord titolo originale Pyres stupendamente tradotto da Carlo Crudele è un noir bellissimo, acido e tagliente, scritto senza sbavature, che leggendolo dici: “cazzo come scrive bene questo”, aldilà della trama, della struttura, dell’ansia che ti assale già dalle prime pagine di voler capire, volere dare un senso, una definizione alle cose che accadono, è la scrittura che ti seduce e ti fa provare pure un po’ di invidia. C’è talento vero e non fatevi incantare dalla faccia da bravo ragazzo di Derek Nikitas, è uno scrittore tosto, duro, fulminante, poco adatto ai lettori troppo sensibili e impressionabili. Hanno azzardato paragoni con Cormac McCarthy e Daniel Woodrell di Un gelido inverno io ho pensato ad alcuni poeti su tutti a And Death Shall Have No Dominion  di Dylan Thomas, e a molta letteratura nordica antica alla quale l’autore occhieggia quando fa scorrazzare per la lavanderia uno gnomo barbuto: allucinazione, sogno, premonizione? Non mi aspettavo un libro così potente, dove Matteo Strukul sia andato a scovarlo non riesco a immaginarlo, forse ha seguito le tracce di Joyce Carol Oates, e non si è sbagliato.

:: Segnalazione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario

22 febbraio 2012 by

Domani 23 febbraio è in uscita per Hobby & Work una nuova avventura del arguto e paziente Maggiore Aldo Morosini, personaggio nato dalla penna del giornalista e scrittore torinese Giorgio Ballario, un autore capace con le sue storie di farci rivivere le atmosfere coloniali dell’Africa Italiana degli anni 30; uno scrittore davvero insolito nel panorama letterario italiano dallo stile colto e salgariano, con trame gialle intricate all’Agatha Christie e una spruzzata di amaro disincanto decisamente noir. Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, ecco Le rose di Axum.

Dal risvolto  di copertina:

Febbraio 1936: mentre divampa la guerra contro l’Abissinia, voluta dal Duce per “ridare” all’Italia un impero e sedersi da vincitore al tavolo delle grandi potenze, nelle saline di Massaua, retrovia del conflitto, viene scoperto il cadavere di un indigeno orribilmente torturato e sfigurato.
Per Aldo Morosini, maggiore dei Reali Carabinieri, potrebbe essere solo un’indagine di ordinaria amministrazione, perché le autorità coloniali liquidano l’accaduto come una banale vendetta fra clan eritrei.
Invece l’omicidio dell’ignoto indigeno finirà per intrecciarsi con un’oscura vicenda di interessi privati, spionaggio e complotti internazionali che condurrà Morosini fino alla mitica città di Axum, capitale di uno dei regni più misteriosi dell’antichità africana.
In questo viaggio verso l’ignoto il maggiore dovrà anche scortare un gruppo di archeologi tedeschi intenzionati a recuperare la mummia di Caléb, il più grande fra i re axumiti. Tuttavia Morosini scoprirà presto che dietro la facciata della missione scientifica si celano ben altri scopi, assai più oscuri e inquietanti. E che i suoi nuovi compagni di avventura non sono esattamente ciò che appaiono.
Sfoderando tutto il suo acume investigativo, mentre si destreggia fra agguati e omicidi, serpenti e scorpioni, agenti segreti e fotoreporter in gonnella, predoni abissini e monaci copti, a poco a poco Morosini raccoglierà e ricomporrà tutti i tasselli del mosaico, scoprendo infine la terribile verità che si cela dietro le “rose di Axum”…

:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2012 by

Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

:: Recensione di Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli 2012) a cura di Stefano Di Marino

20 febbraio 2012 by

Torniamo a leggere con piacere la prosa distesa di Enrico Pandiani. Tra tanti buonisti o feroci per moda o convenienza Enrico ti sforna un romanzo dalla forma perfetta con un giusto equilibrio tra ironia e tristezza, tra crudeltà e passione, tra ferocia e detection, con una magnifica scena d’azione e due bei personaggi femminili.  Jean-Pierre Mordenti, della brigata criminale de les Italiens, rimasto quasi l’unico (Alain Servadoni qui è poco più che comprimario) viene chiamato a Fointainebleau per indagare su un caso delicato. Se l’elefantino Babar (creato da Jean de Brunhoff nel 1931) per le generazioni di italiani più giovani magari dice poco, per chi conosce e ama la Francia rievoca tempi passati. Ed è questo il senso dell’inchiesta in cui ci sono morti ammazzati e pure male con una vecchia mitragliatrice della Guerra. Politici corrotti, traditori, nazisti, patrimoni e famiglie massacrate. Un amore da vendicare. Spunto forse non originalissimo ma raccontato con grande maestria e capacità di dosare tempi e modi senza voler fare a tutti i costi i postmoderni. Anche se la serie ha perso un po’ il ‘mordente’ della primissima avventura che resta insuperata per ritmo e tematiche , è un bel polmone d’aria  nel panorama stentatissimo del thriller italiano. C’è una bella poliziotta vietnamita e un’altra ancor più bella su cui gli uomini scommettono. Mordenti si destreggia, rischia vita e cuore, risolve il caso. Mi ricorda sempre un po’ Lino ventura dei tempi belli con il viso da cucciolone ma il pugno e la pistola facili. Il cervello fino soprattutto. Insomma un gran bel libro che non cerca di imitare nessuno e muove passi sicuri lungo l’ispirazione dell’autore.

Stefano Di Marino

:: Recensione di Rock. I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona

18 febbraio 2012 by

Sam, la prima sera, non partecipò al blues e si limitò a guardare. La sera seguente, all’ora fatidica, un po’ prima di mezzanotte, io accennai Season of the Witch e lui prese a svisare con una vecchia Guild. Gli occhi dei Privileges s’incollarono sulle sue dita lunghe e nerissime che, percorrendo la tastiera, suggerivano la certezza di andare alla ricerca dell’origine della vita. È lui! Hendrix, la Quintessenza del Manico! fu il pensiero che ci folgorò, sicuri che Hendrix appartenesse a un’altra storia. Ma chi poteva immaginare che Hendrix fosse così vicino? Nessuno, nemmeno il Padreterno.

Rock. I delitti dell’uomo nero  di Danilo Arona, opera già edita on line su Horror Magazine e nel 2002 in versione cartacea, è stata da poco ripubblicata da Edizioni Della Sera, per inaugurare la sua nuova collana Calliphora, dedicata a tutte le sfumature del giallo e diretta dal mitico Enzo Bodycold Carcello, agente letterario, e capo redattore oltre che spirito guida del blog Corpi freddi. Ci voleva un libro importante, tosto, anche cattivo se vogliamo e chi meglio di Danilo Arona poteva esserne l’autore? Arona non ha bisogno di grandi presentazioni: classe 1950, piemontese, giornalista impegnato, scrittore complesso e misterioso, musicista per passione, ex dee-jay notturno radiofonico e da sala, ricercatore ai confini della realtà, critico cinematografico e letterario preparato e intuitivo, uno spirito inquieto, maestro incontrastato dell’ horror italiano ma i suoi fan a questo punto direbbero non solo, avvolto quasi da un’ aura inquietante sebbene in realtà sia una persona estremamente gentile e persino divertente. Rock è un libro corposo, anche impegnativo, un minimo di preparazione musicale è quasi d’obbligo, almeno per distinguere aneddoti reali da altri totalmente inventati, sebbene non si rivolga esclusivamente ad un pubblico di lettori tecnicamente esperti. Rock è un omaggio ad un genere musicale impuro, che trae le sue origini dal jazz e dal blues, e non mi dite che non avete mai sentito parlare di Robert Johnson e del suo patto col diavolo ad un incrocio di strada che in cambio dell’anima acquistò l’abilità di suonare come nessuno aveva mai fatto. Ecco quella leggenda nera ben si adatta anche al rock con la “r” minuscola o maiuscola fate voi, nato per convogliare la rabbia e la ribellione di generazioni di giovani che si rivoltavano contro il perbenismo miope e bigotto di una società ipocritamente puritana e retrograda, ottusa e limitata come i crociati della lega dei Grandi Fustigatori anti rock che si scagliano contro la musica del diavolo e sotto sotto trafficano tra droga e prostituzione. E come si fa a parlare di rock senza parlare di Jimi Hendrix e così Arona fa nella prima parte tutta dedicata a questo sfortunato musicista, sfortunato non perché morto giovane, non perché dedito all’alcool e forse alla droga, sfortunato perché il suo immenso talento, chi mai sarebbe riuscito a suonare come lui, oltre a guadagnargli l’eternità non riuscì a dargli la cosa più banale e semplice di tutte: una stupida vita normale e felice. O forse sì, o forse suonare di per sé non è come essere baciati dagli dei, non ti fa diventare un essere superiore al di là del bene e del male, non trasforma la tua vita nel più bello dei sogni o nel peggiore degli incubi. Tanti incubi popolano Rock, incubi dai quali ti svegli urlando, incubi capaci di assorbirti e farti annegare, incubi capaci di farti incontrare Sam Hain.  Già e chi è Sam Hain? Anima nera e dannata che decide un giorno di suonare con un gruppetto di sfigati musicisti italiani della bassa i Privileges (togli una “s” e ti appare il nome del gruppo in cui Arona stesso suonava, questo libro è fatto così piccoli dettagli, piccoli rimandi e  tutto cambia, tutto si collega.) Quel tipo di musicisti on the road che giravano l’Italia per fiere di paese e Festival dell’Unità, tra lambrusco e salame, quel tipo di musicisti capelloni, con pantaloni a zampa d’elefante, guardati di traverso da schiere di vecchi arcigni e giudici implacabili del nuovo che avanza, immuni dal vero successo, dalle insidie dello showbizz, dal fatidico the show must go on. Definire il genere a cui Rock appartiene è alquanto  impegnativo, si potrebbe per semplicità dire che è essenzialmente un thriller con sfumature horror e un tocco di sovrannaturale sufficiente a soddisfare coloro che amano provare sensazioni forti e il brivido della paura. Ma più che altro è un viaggio, un viaggio che non porta ad una destinazione, ma che racchiude il suo senso in se stesso, nel movimento, nella scoperta di sé e della realtà che ci circonda, un viaggio nel cuore della musica, un viaggio che tiene viva una parte importante di memoria dell’autore, la sua giovinezza, se è vero che fu scritto in parte negli anni 80. Non mancano morti tragiche e ragazze scomparse come in ogni thriller che si rispetti, non mancano indizi, tracce, non mancano sospetti che Sam Hain abbia rubato l’anima di Hendrix. Non manca la paura che Sam Hain suscita con la sua testa calva e lucida, le sue dita lunghe e nere come zampe di ragno, la sua bocca enorme, la sua tuba da Mandrake. Ma noi non abbiamo paura. Fottiti Sam Hain, noi non abbiamo paura. O forse sì? Ecco lo sapevo, il file word sul quale sto scrivendo questa recensione è impazzito, il cursore ha iniziato a sbarellare. Sam Hain deve essersi arrabbiato.

:: Recensione de La festa di Orfeo di Javier Márquez Sánchez a cura di Valentino G. Colapinto

18 febbraio 2012 by

La festa di Orfeo di Javier Márquez Sánchez: 296 pp. brossura, prezzo di copertina €17,00 [Gargoyle Books, 2011].

Longtown è un paesino sperduto al confine con la Scozia. Una notte del 1956 l’intera popolazione viene sterminata. I bambini del villaggio stuprano, uccidono e mutilano nel sonno i loro genitori, parenti e vicini, si riuniscono poi nella chiesa, crocifiggono il parroco a testa in giù e si danno fuoco. Per risolvere un caso del genere, Scotland Yard ricorre all’ispettore Andrew Carmichael, detective specializzato in strani accadimenti, assistito dal fedele Harry Logan.
Questo è l’inquietante inizio de La festa di Orfeo, il primo romanzo spagnolo pubblicato da Gargoyle Books. L’autore è il giornalista Javier Márquez Sánchez (Siviglia, 1978), finora impegnato in saggi musicali, che ha scritto un perfetto horror cinefilo.
Tutto sembra ruotare intorno al film che avevano guardato i bambini quella sera fatidica. Una misteriosa pellicola del 1921, ritrovata poco tempo addietro in una grotta in Scozia. Una pellicola su cui sembra non essere impressionata alcuna immagine. Quindici minuti di immagini in bianco.
Il romanzo è composto da due linee narrative parallele, la seconda delle quali è incentrata sull’attore Peter Cushing, alle prese col suo primo film horror. A quei tempi Cushing è l’attore televisivo più amato dell’Inghilterra, ma per esigenze economiche vuole passare al cinema. Decide così di accettare l’offerta della Hammer Films, che si propone di realizzare una nuova versione di Frankenstein, a colori e completamente diversa da quelle della Universal. Cushing dovrebbe impersonare il dottor Victor Frankenstein, mentre la parte del mostro toccherà all’allora sconosciuto Cristopher Lee.
La Hammer Films vuole che La maschera di Frankenstein sia il film più spaventoso mai visto e per questo Michael Carreras e Terence Fisher chiedono al celebre attore una preparazione speciale per il ruolo. Peter dovrà indagare le radici della paura umana, per poi assimilarle e trasmetterle al pubblico. Scoprire insomma il senso dell’orrore.
Cushing si rivolge per questo ad Arthur Aberline, docente di Cambridge che cerca di studiare l’origine del male assoluto e secondo cui la maggiore paura dell’uomo è trovarsi a faccia a faccia con Lucifero. Viene così a sapere de La Festa del Signor Orfeo, fantomatica pellicola che sarebbe addirittura opera di Satana in persona. Un vangelo su celluloide che provoca l’immediata conversione alle tenebre per chiunque lo veda, con esiti alquanto funesti.
Splendidamente introdotto da Franco Pezzini e Angelica Tintori, La festa di Orfeo è una vera festa per il lettore, che sia cinefilo o meno. Anche se il tema della pellicola diabolica non è certamente nuovo, il romanzo scorre veloce e appassionante, tra comparsate di Boris Karloff o citazioni di film come The Wicker Man, fino a un degno finale. Probabilmente il migliore horror pubblicato in Italia nell’ultimo anno.

Javier Marquez Sanchez nato a Siviglia nel 1978,  si definisce scrittore per vocazione e giornalista per necessita’.
Racconta di essersi formato con le avventure dei supereroi alla Superman e dei leggendari cowboys dello schermo, per dedicare l’adolscenza all’approfondimento della cultura cinematografica (i suoi registi preferiti sono John Ford, Woody Allen e García Berlanga) e della musica folk-rock degli anni Sessanta.
Fra le fonti letterarie, cita Verne, Conan Doyle, Hemingway, Bukowski, Auster, Asimov. Attualmente e’ vicedirettore della rivista Cambio 16 e collabora con varie altre testate. La festa di Orfeo e’ il suo primo romanzo, dopo aver pubblicato alcuni saggi di successo dedicati a Bruce Springsteen, Neil Young, Paul Simon ed Elvis Priesley.

:: Intervista con Riccardo Perissich autore de Le regole del gioco Longanesi

17 febbraio 2012 by

Benvenuto Riccardo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ci parli di lei. Nato a Milano nel 1942, laureato in Scienze Politiche. Quali sono le sue origini? Chi è Riccardo Perissich?

La mia famiglia è di origine dalmata. Dal lato di mio padre erano fedeli all’Austria e a casa parlavano tedesco. Mio nonno, prima della grande guerra, era magistrato e presidente del tribunale di Trieste. La nonna era viennese. Dalla parte di mia madre invece erano irredentisti italiani e la nonna materna era veneziana. Ho passato la prima infanzia in Svezia, poi sono cresciuto a Milano e in seguito a Roma. Ho fatto studi d’ingegneria e di scienze politiche ma non mi sono laureato: è stato il mio personale ’68. Poi sono stato 24 anni a Bruxelles presso la Commissione europea al seguito di Altiero Spinelli e sono tornato in Italia alla metà degli anni ’90.

Giornalista, studioso di relazioni internazionali, responsabile a Bruxelles presso la Commissione Europea, dirigente presso importanti società italiane, ora scrittore. Da Europeista convinta, nutrita degli insegnamenti di Altero Spinelli, le chiedo da esperto: quale sarà il futuro dell’Europa? E da scrittore: sarà lo scenario ideale per nuove spy story?

Chi come me è stato coinvolto personalmente e idealmente non può fare previsioni; deve solo sperare, e per quanto può operare, perchè si mantenga e si consolidi. Bruxelles è sempre stata un covo di spie, ma è molto difficile usarla come scenario per un thriller. Il lettore deve sentire che il contesto gli è emotivamente famigliare e le istituzioni europee sono troppo astruse e lontane. Il lettore europeo si lascia facilmente trasportare a Roma, a Parigi, a Londra, anche a Washington, ma non a Bruxelles; è un peccato, ma è così.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Ho sempre amato la scrittura: è l’unico modo per capire se le proprie idee, o anche le proprie emozioni, hanno un senso. In gioventù sono stato per breve tempo giornalista e anche in seguito non ho mai smesso di scrivere articoli per riviste e giornali. Quando alcuni anni fa ho lasciato gli incarichi operativi, mi è stato chiesto di scrivere un libro sulla mia esperienza europea (L’Unione Europea, una storia non ufficiale – ed. Longanesi). Poi l’editore mi ha stimolato a scrivere un romanzo.

Quale strumento di scrittura preferisce usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Un tempo, quando esistevano ancora segretarie che conoscevano la stenografia, dettavo. Ora scrivo al computer.

Quali sono i suo maestri letterari?

Sono appassionato di thriller da quando, giovanissimo, ho scoperto Sherlock Holmes. Poi sono stato particolarmente attratto dalle spy stories. I grandi maestri sono inglesi: John Buchan (cui ho voluto rendere omaggio nel romanzo), Eric Ambler, John Le Carré, Graham Green, Ian Fleming e altri. Anche per chi scrive romanzi, non bisogna poi sottovalutare l’influenza del cinema e delle serie televisive, soprattutto americane: per esempio, “24”.

Ha esordito nella narrativa con Longanesi con Le regole del gioco.  Un intrigo internazionale, un uomo sul punto di perdere tutto, tradimenti, coperture, un intricato ginepraio con devastanti ripercussioni. E’ una storia che si basa sulla realtà o è pura fantasia?

E’ pura fantasia, ma calata in uno scenario che tenta di essere plausibile.

Ci parli del suo protagonista il colonnello Giulio Valente. Coraggioso, determinato, tenace. Come ha costruito questo personaggio?

Volevo un personaggio italiano, ma non provinciale. Nella letteratura del genere ci sono due estremi. Gli eroi di Le Carré o di Graham Green: ambigui, introversi, pieni di dubbi. Poi ci sono quelli, la maggioranza, sicuri di sé, un po’ macho, privi di dubbi. Volevo Valente vicino ai primi, ma con un pizzico di demistificazione dei secondi. C’è una collana molto popolare in Francia: Sua Altezza Serenissima, di Gérard de Villiers. L’eroe è Malko Linge, un principe austriaco che vive nel suo castello, ma è anche un agente della CIA e passa il suo tempo in missioni piene di sesso e di violenza. James Bond non è un principe, ma gli piacerebbe molto e per questo a volte è un po’ patetico. Il risultato di tutto questo è Valente, un principe romano rinnegato, mezzo tedesco, con problemi d’identità e assalito da angosce esistenziali. Forse c’è una piccola traccia di me stesso: ha tutti i pregi e i difetti di un italiano, ma è anche cittadino del mondo.

Quale è la sua scena preferita di Le regole del gioco? Quella che scrivendola si è detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

Forse è quella iniziale, a Saint Tropez. E’ la prima che mi ha colpito e, dopo averla scritta, mi ha convinto a continuare. Oppure il dialogo a distanza tra Valente e Anne Dumont attraverso un brano di Chopin. La musica è l’altra mia passione. Mi piacerebbe che il lettore, nelle pause di lettura, ascoltasse i brani che accompagnano il racconto. Ma probabilmente è chiedere troppo.

Durante la stesura di un libro preferisce occuparsi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Sono tutte cose importanti, ma i personaggi prima di tutto. Un autore deve dare l’impressione che prende sul serio tutti i personaggi, anche quelli negativi.

La verità e la menzogna si alternano dettando le regole del gioco. La lealtà e la fiducia sono le merci più rare?

Le scelte morali sono il dilemma più grande cui siamo confrontati: si sceglie poi si paga. Non esiste mai una sola lealtà.

Presentazioni, interviste, inviti in televisione, come vive la sua nuova vita da scrittore?

Scoprire che alla mia tenera età ci sono persone sconosciute che s’interessano a me per una cosa che non ho mai fatto è una sensazione nuova e sarei ipocrita se dicessi che non è piacevole.

Le regole del gioco diventerà presto un film? Cosa ne pensa della relazione tra letteratura e cinema? Quale attore vedrebbe bene nella parte di Giulio?

Sicuramente mi piacerebbe e credo che la storia si adatterebbe bene a un film o a una fiction televisiva. Però è troppo presto per pensarci.

Ci parli di una sua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Imprevedibile. Ho anche altre occupazioni, quindi mi metto a scrivere quando ho la testa abbastanza libera dal resto.

Vuole essere uno scrittore di intrattenimento o vuole mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Se qualcuno pensa di avere un messaggio per l’umanità, è meglio che scriva un saggio. Un romanzo deve avere una storia da raccontare, dei personaggi e delle situazioni che toccano le emozioni prima del cervello. Anche la prosa, non solo la poesia, ha una sua musica e un suo ritmo. Sono queste le cose che contano. Poi, un autore ci mette inevitabilmente la sua cultura; quindi può darsi che ci sia anche un messaggio, ma è secondario. La cosiddetta letteratura impegnata è la cosa più noiosa che esista.

Quali sono le sue letture: saggi, romanzi, testi poetici?

Leggo di tutto, con una particolare predilezione per la storia.

Le piace la letteratura russa?

Come fa a non piacere? E’ uno dei vertici della nostra cultura.

A cosa sta lavorando in questo momento?

“Lavorando”, forse è un po’ troppo. Sto riflettendo a una nuova avventura di Valente e Anne Dumont.