:: Segnalazione di August di Christa Wolf (e/o, 2012)

10 ottobre 2012 by

CHRISTA WOLF
AUGUST
edizioni e/o
Prezzo 12,50 € –  pag 96
Traduzione dal tedesco di Anita Raja
A novembre in libreria

 Un amore che nasce infantile e dura tutta la vita
L’ultimo racconto di Christa Wolf

Il libro

L’August, che dà il titolo a questo racconto di Christa Wolf, l’ultimo che ha scritto e che esce postumo, fa la sua prima, rapida apparizione nelle struggenti pagine finali di Trama d’infanzia, laddove si racconta del crollo del nazismo e, insieme, del sistema di valori e di certezze che avevano retto il mondo dell’adolescente Nelly Jordan e della sua famiglia. Nelle ultime pagine del libro si narra la tubercolosi della protagonista, il sanatorio e l’amore mal governato di un bambino a sua volta malato. In quel sanatorio, teatro di esperienze dolorose e di privazioni, ma anche di momenti felici e di sentimenti duraturi, prende forma l’amore infantile, il bisogno di un legame forte da pretendere giorno per giorno e da difendere con vitalissima caparbietà. È ciò che fa August. Quel sentimento crescerà con lui, durerà oltre la fine del lavoro che s’è scelto e ha fatto volentieri, oltre la serena storia con la donna che lo ha accettato e gli ha tenuto compagnia nel corso della vita.

L’autrice

Christa Wolf è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. Tra le sue opere ricordiamo: Il cielo diviso, Premesse a Cassandra, Sotto i tigli, Guasto, Trama d’infanzia, Medea, Un giorno all’anno, Con uno sguardo diverso, tutte pubblicate dalle edizioni e/o.

:: Edizioni XII: I Corti Viventi pronti a camminare

9 ottobre 2012 by

Edizioni XII pubblica i racconti brevi e brevissimi selezionati nella Terza Stagione dei Corti.

Dopo il successo dell’Invasione degli Ultra Corti, la casa editrice lecchese pubblica l’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini.
Noir, fantastico, horror, ucronia, fantascienza: più di 60 racconti brevissimi, da una pagina a nemmeno una parola, uniti dal tentativo di far leggere la propria storia, in meno tempo di quanto servirebbe per raccontarla a voce. Autori emergenti che si sono guadagnati la presenza nella raccolta attraverso una selezione durata mesi, con centinaia di racconti in gara. Al loro fianco autori smaliziati e affermati, che hanno aderito e accettato la sfida.

Raffaele Serafini, il curatore, è un friulano del 1975. Direttore della collana Pigmei, insegnante di materie giuridico-economiche e rimestatore culturale per natura, è appassionato di libri, blog, haiku, mare, 500lilla, lingua friulana e, soprattutto, narrativa breve.
Scrive spesso di tematiche vicine al fantastico, all’horror e al noir. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per poesie e haiku e si è affermato in concorsi di narrativa a livello nazionale. Ha pubblicato racconti per varie riviste e raccolte di piccoli editori.

Per ulteriori informazioni si veda l’annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

L’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini, ha finalmente una data di uscita: il 23 ottobre il nuovo titolo della collana Pigmei sarà infatti disponibile sull’e-shop di Edizioni XII.
Nell’ultima fatica della casa editrice lecchese compaiono racconti di autori noti come Danilo Arona e J.Romano,insieme ad altri di autori affermatisi nell’edizione precedente, come Valchiria Pagani e Mirko Dadich. A far loro compagnia, gli emergenti sopravvissuti alla selezione che per mesi ha visto i loro racconti lottare per conquistare un posto nell’antologia. La cattiveria dei Corti Viventi è imbrigliata dietro alla copertina creata come sempre da Diramazioni.

:: Recensione de “La Piave” e “Protocollo uno” di Diego Bortolozzo Ebook Editore Narcissus Self Publishing – “Collana Imperium” a cura di Barbara de Carolis

9 ottobre 2012 by

La Piave

“La Piave. Susegana, Treviso, 22 maggio. Anno del Signore 1827.
Il cielo plumbeo rovesciava le sue lacrime sui soldati, fantocci inghiottiti dalle lugubri trincee di fango. Esplosioni di piombo rubavano la scena al fragore dei tuoni, fiamme di fuoco illuminavano più delle folgori, urla disumane accompagnavano il sonno della fanteria.
Mesi trascorsi in prima linea, a marcire seduti tra le viscere dei propri compagni, cercando di ingoiare minestre arrossate dal sangue dei morti.”

La guerra mostra il suo vero volto attraverso gli occhi dei soldati, unici attori di uno spettacolo dall’epilogo sempre incerto. Qualcuno sostiene che le sorti di un conflitto si decidano a tavolino, sorseggiando tazze di tè fumante, esponendo pretenziose considerazioni, muovendo gli eserciti al pari di inanimate pedine, quasi incurante del drammatico e fondamentale ruolo della guerra di posizione. La trincea restituisce gli uomini a una natura dimenticata, fatta di miseria e abbrutimento. Le mortificanti condizioni di vita alterano la percezione della realtà offrendo un altro punto di vista e questo avviene in ogni tempo e in ogni luogo. L’autore sceglie di spostare un evento di proporzioni mondiali in un momento diverso dalla reale collocazione storica, e così, la Grande Guerra viene combattuta nel 1827, lontano dai clamori di un secolo che nasce e dai fasti della Belle époque che si avvia al tramonto. Tempi diversi, dunque, ma il coraggio degli uomini resta immutato e trova il modo di palesarsi in ogni dove.

Protocollo Uno

“L’astronave cominciò a rallentare l’avvicinamento. Tutto l’equipaggio si trovava ai propri posti. Nonostante le manovre fossero state provate nei simulatori durante l’addestramento, e ripetute in decine di missioni, nell’aria erano quasi palpabili le emozioni degli uomini e delle donne dell’astronave.”

Protocollo uno è decisamente un racconto di fantascienza dalla prima all’ultima riga. Non saprei trovare un’altra definizione per una storia capace di proiettare il lettore in universi lontani, aprire nuovi scenari, mostrare l’audacia di fornire risposte a domande ancestrali: da dove veniamo?
C’è una missione da compiere e un protocollo da rispettare ma il pianeta all’orizzonte sembra essere finalmente quello bramato da tempo, e di fronte a una teoria da difendere a costo della vita, le pratiche ortodosse devono farsi da parte.
Per gli amanti del genere, è un piacere leggere questo autore che si conferma abile e appassionato nel raccontare storie al di là dell’ordinario, crude eppure emozionanti, stabilendo un equilibrio narrativo incontestabile.
Diego Bortolozzo riprende il reale, lo torce e lo fa suo, tramutandolo nella sua realtà, nella sua storia.

:: Recensione di I lupi di Ray Banks (Collana Revolver – Ed. BD, 2012)

8 ottobre 2012 by

Li trovai proprio in fondo. No, non O’Brian era un coglione, ma aveva abbastanza buon gusto da non mangiare nel suo stesso ristorante. C’era un grupetto di vecchi che puzzavano di soldi. Yuppie senza vita. Due uomini con l’aria di chi insegnava roba del tutto inutle con le loro mogli bruttissime, donne di cultura con indosso un poncho. Ora, chiamatemi un purista ma non penso che nessuno possa permettersi di indossare un poncho. A meno di non essere messicani. O Clint Eastwood.

I lupi (Wolf Tickets, 2012) dello scozzese Ray Banks, nome che per la prima volta avevo sentito fare da Tony Black, mi è capitato tra le mani, inaspettato, qualche giorno fa e mi ha subito messo di buon umore leggere la dichiarazione di Allan Guthrie che ho trovato in quarta di copertina: “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahmiuk. Banks è il campione britannico dei pesi massimi del noir”. Opinione che sembra confermata da The Guardian che definisce Ray Banks “uno dei migliori autori noir del Regno Unito”.
Edito dalla collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, I lupi insomma appartiene di diritto alla nutrita schiera dei Tartan Noir e farà la gioia degli appassionati per il suo carattere anticonvenzionale e l’uso disinvolto dello slang, che il traduttore ha fatto di tutto per rendere comprensibile ai lettori italiani. A partire dal titolo originale Wolf Tickets che, come dice la nota in apertura tratta da un’ intervista a Tom Waits su Playboy Magazine, si rifà o al gergo dei neri di Baltimora o a quello ferroviario dell’inizio del secolo. Sull’Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “The phrase “wolf ticket” is the result of a misunderstood African-American slang expression for the practice of verbal intimidation, “sellin’ woof tickets,” that was incorrectly transposed by whites.”
La trama è molto semplice: due amici, Jimmy Cobb inglese di Newcastle e Sean Farrell irlandese di Galway, ex militari, balordi e un po’ delinquentelli, si trovano ad avere a che fare con un delinquente vero, e pure un po’ psicopatico, Frank O’ Brian appena uscito di galera e deciso a consumare la sua vendetta. Il romanzo inizia infatti con il doloroso risveglio di Farrell e la scoperta che la sua donna Nora, ex di Frank O’Brian, gli ha rubato coca, una giacca di pelle di inestimabile valore sentimentale e ventimila sterline, abbandonandolo con un biglietto dove gli intima di non seguirla.
Farrell non ci pensa nemmeno, lascia Galway e si reca a Newcastle dal suo vecchio amico Cobb, deciso a ritrovare la sua donna. Sarà l’inizio di una storia in cui l’amicizia tra Cobb e Farrell sarà messa a dura prova, Cobb si troverà ad essere torturato e quasi ucciso da O’Brian che vuole a tutti i costi i soldi che crede Farrell abbia nascosto, la polizia sospetterà Farrell per un assassinio che non ha commesso, e naturalmente la vendetta avrà un ruolo di primo piano perché Cristo, gli irlandesi. A inventare la parola vendetta saranno stati anche gli italiani, ma gli irlandesi erano quelli che sapevano davvero come portarne una a termine.
Ritmo e azione sono gli ingredienti fondamentali di questo noir a tinte forti, non privo di una certa dose di ironia e scanzonato umorismo. Non mancano neanche le sorprese e i colpi di scena che Banks sa dosare con perfetto rispetto dei tempi. La scrittura è fluida e veloce, decisamente capace di catturare l’attenzione del lettore. I capitoli sono brevi e alternano il punto di vista di Cobb e Farrell creando una sorta di montaggio alternato che spezza la linearità dell’azione in tempo reale. Il linguaggio è un po’ crudo, ma rende in modo realistico la parlata di personaggi appartenenti al sottobosco del crimine inglese e irlandese.
Che dire di più, io mi sono divertita leggendolo, spero farete altrettanto voi. In uscita il 18 ottobre.

Intervista a Ray Banks: qui

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di sette romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.     

:: Recensione di Il ragazzo della Kaiserhofstrasse di Valentin Senger (Neri Pozza, 2012) a cura di Viviana Filippini

8 ottobre 2012 by

Non è fiction narrativa o finzione quella raccontata da Senger ne Il ragazzo della Kaiserhofstrasse, ma ognuno dei fatti messi per iscritto sono episodi di vita vera riguardanti l’autore e la  sua famiglia di ebrei dell’Est sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale e alla pulizia etnica fomentata dal regime nazista contro gli ebrei. Tutto si sviluppa in una delle strade – la Kaiserhofstrasse – nella Francoforte della metà degli anni Trenta, dove la famiglia Senger, formata da Moissee Rabisanowitsch nato a Mykolaive, da Olga Moissejewna Sudakowitsch nata a Ocakiv e dai loro figli, viveva al numero 19. Pagina dopo pagina l’autore racconta la sua vicenda di apolide e areligioso (stati sociali scritti per esplicita volontà della madre sui documenti della famiglia) ebreo sopravvissuto ad uno dei più drammatici eventi riguardanti la storia dell’umanità. Il caso, la fortuna  – e direi a questo punto – una buona stella hanno protetto Valentin Senger che ha evitato la deportazione nei campi di sterminio e in quelli di battaglia. Il libro di Senger è una cronaca della quotidianità che animava la Kaiserhofstrasse di Francoforte composta da persone diverse e strambe, da militari, da attività commerciali e da relazioni umane alquanto originali. Leggendo Il ragazzo della Kaisehofstrasse si incontrano donne solitarie accusate di pazzia derise da ragazzini dispettosi, commercianti di frutta, verdura e carne, prostitute gentili e protettive, strambi meccanici pronti a fare il giro del mondo in sella ad un bicicletta volante e tanti vicini di casa che forse sapevano che i Senger erano ebrei, ma hanno preferito proteggerli senza denunciarli al regime. Solo al momento della liberazione, davanti ad un soldato americano – senza sapere che anche lui era ebreo- Senger trovò il giusto coraggio dichiarando con sincerità le sue origini ebraiche, sempre con un profondo timore delle gravi conseguenze che questa sua confessione avrebbe potuto scatenare. Questa narrazione esistenziale ha come teatro degli eventi ricordati la Kaiserhofstrasse di Francoforte dove l’autore viveva e le pagine sono un specchio che restituisce non soli i fatti, ma anche gli intrighi, i rapporti e i sentimenti riguardanti la variegata umanità che risiedeva in questa strada. Il ragazzo della Kaiserhofstrasse è quindi la vicenda di una famiglia ebrea russa che per fortuna e per caso sopravvisse alla Germania di Hitler, un segno tangibile e concreto che qualcuno riuscì a sfuggire alla brutale macchina di assurda violenza, di distruzione umana e di morte perpetrata da Hitler ai danni di persone innocenti. Questa testimonianza è una vera e propria avventura ricca di azione, di ironia e suspense che la rendono simile ad un film, ma in realtà la narrazione del libro editato da Neri Pozza è vita pura che va ad aggiungersi alle altre importanti testimonianze aventi per protagonisti ebrei sopravvissuti. La storia di Valentin Senger come quelle di chi è scampato alla guerra dovrebbe essere letta da tutti, perché è la piccola tessera di un grande mosaico – quello della Storia- che non deve essere dimenticata, ma conosciuta e tramandata alle generazioni future per non dimenticare ciò che è stato e cercare – impresa ardua, ma possibile da fare con una buona dose di volontà e giudizio- di non compiere più gli errori del passato.

Valentini Senger è nato a Francoforte nel 1918. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale ha studiato e lavorato come disegnatore tecnico. Alla fine della guerra è diventato giornalista, prima per la Sozialistiche Volkszeitung e in seguito per la radio dell’Assia. È morto a Francoforte nel 1997.

:: Daniele Serra vince il British Fantasy Awards 2012 nella categoria Best Artist

8 ottobre 2012 by

Un italiano vince il prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categora “Best Artist”, è il sardo  Daniele Serra, giovane illustratore conosciuto forse più all’estero che in Italia. Noi di Liberi di Scrivere ci uniamo al coro delle congratulazioni con l’augurio che possa trovare espressione del suo talento sempre più anche in Italia. Se siete interessati ad approfondire la conoscenza di questo artista vi invito a leggere questo articolo http://www.alessandromanzetti.com/2012/10/daniele-serra-tribute-to-man-ray.html sull’ interessante sito di Alessandro Manzetti “Mezzotints”, dove sono presenti numerose sue copertine, vere e proprie opere d’arte.

Daniele Serra classe 1977, illustratore professionista, i suoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, è stato protagonista  di diverse mostre negli Stati Uniti e in Europa. Ha realizzato illustrazioni per opere di autori come Bruce Boston, Brian Stableford, Rain Graves,Tim Waggoner, Graham Masterton, Mary Sangiovanni, Steven Savile, Tim Curran, Greg F. Gifune, Tom Piccirilli, Ronald Malfi, Lee Thompson, J.F. Gonzalez, Allyson Bird. Collabora con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Nel 2009 e 2010 è stato nominato per il British Fantasy Award. Sito Web

:: Un’ intervista con Francesca Bertuzzi a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2012 by

Ciao Francesca Benvenuta a Liberi di Scrivere, prima di parlarci del tuo nuovo romanzo La paura, edito da Newton Compton, raccontaci un po’ di te, di quello che fai e di cosa ti piace?

Ciao e grazie per avermi ospitata. Le cose che mi piacciono sono ovviamente la letteratura, il cinema e adoro i miei due cani. Passare il tempo con loro, passeggiarci e giocarci sono i momenti che preferisco. Queste sono le cose che mi rendono felice.

Cosa ti ha ispirato la storia de La paura?

Questo romanzo parte strettamente legato al precedente, quando ho finito di scrivere Il Carnefice avevo raccontato il punto di vista sul male predatorio. La mia protagonista era una vittima prescelta, dalla nascita era in svantaggio sul mondo. Allora mi sono chiesta quale altro male poteva metastatizzare la vita di un nuovo personaggio. Ho immaginato un revolver e ho aperto il tamburo gigante della città, ho caricato l’arma con una pallottola impazzita e l’ho puntata contro la mia nuova protagonista, Giuditta, giocando con lei al gioco della roulette russa. Ho voluto raccontare, in poche parole, il male casuale che ti piomba addosso senza che tu faccia nulla per provocarlo. Questo: la casualità con cui veniamo colpiti da un aggressore o con cui ci ritroviamo ad affrontare una malattia… è questo che mi ha ispirata.

Perché la scelta del titolo La paura?

È il fil rouge del romanzo, la percezione del pericolo e la lotta per uscire dallo stato di paralisi che il pericolo comporta. La paura è la parola chiave contro cui i personaggi combatteranno con i denti e con le unghie per sopravvivere.

Per te cosa è la paura?

Un’emozione che non mi piace provare. La sensazione d’impotenza e la coscienza di essere in balia degli eventi senza averne il controllo. Però è anche adrenalina, ricerca di forza. Una volta trovata, puoi rimediare le armi per combatterla.

Come nel romanzo precedente il bersaglio della violenza e del male sono donne. Come mai questa scelta?

Io sono una ragazza e non mi è mai venuto in mente di scrivere da un punto di vista maschile. Il risultato che ho ottenuto con le mie protagoniste mi rende molto orgogliosa. Credo che venga fuori una femminilità fuori dagli stereotipi o dalle convenzioni. Prima di tutto sono persone con i loro problemi, che affrontano al di là del proprio sesso.

Due donne prigioniere, una vive e l’altra muore. Perché Giuditta viene risparmiata?

Be’, questo lo si scoprirà leggendo il romanzo. Posso solo dire che in questa storia niente avviene per puro caso.

Quanto Giuditta si immedesima nella piccola Emma?

Questa è una delle chiavi di svolta ne La Paura. Emma è la figlia della ragazza che era stata segregata con Giuditta nel capanno fuori città e non ha nessun altro che si occupi di lei. Giuditta, di contro, ha un passato vissuto in orfanotrofio e quello che scatta in lei, e che da il via all’avventura, è proprio il desiderio di salvare Emma dalla realtà che invece a lei è toccato vivere. Quindi, tramite Emma, Giud riscatta il suo passato e troverà una nuova infanzia vissuta attraverso gli occhi della bambina.

Dopo la provincia abruzzese, come mai hai ambientato il tuo nuovo lavoro a Torino, una grande città?

A differenza de Il Carnefice, in questa storia avevo bisogno di un gioco di specchi che si moltiplicasse all’infinito per far sì che dietro chiunque si potesse nascondere il male, quindi ho scelto come scenario Torino, una grande città che fra l’altro amo molto.

Le due donne sembrano due estranee, ma forse non lo sono. Quanto il passato dimenticato da Giuditta riaffiora nel presente?

Sicuramente il passato della mia protagonista ha un peso specifico all’interno di questo libro. Il concetto è che fin quando non avrà svuotato l’armadio da tutti gli scheletri che ci ha stipato dentro, difficilmente potrà andare avanti. E grazie a una situazione fuori dal normale avrà l’occasione di tentare una rinascita, di fare tabula rasa per il futuro… Ma gli ostacoli che le si pareranno di fronte potrebbero renderle il lavoro difficile, se non impossibile.

C’è qualche film o scrittore particolare che ha influito sulla stesura de La paura?

Come per Il Carnefice devo molto alla penna di Lansdale, che mi ha mostrato un modo di scrivere che, prima da lettrice e poi da scrittrice, mi ha fatta sentire a mio agio, dandomi la possibilità di divertirmi tantissimo. Il genere che ha inventato e che poi ha creato una sottocultura all’interno del noir, per ora, è quello che più mi rappresenta. Poi sicuramente in questo romanzo ho preso spunto da Dario Argento, in particolare da Suspiria e dai ricordi/indizi incastrati nel subconscio.

Dove lo hai scritto questo tuo nuovo romanzo?

Io sono di Roma e lì vivo, ma per scrivere sono andata all’isola d’Elba. In inverno. Non ho una grandissima disciplina e se non mi costringessi lontana dalle distrazioni non giurerei di resistervi.

Quali libri stavi leggendo quando hai steso la storia di Giuditta?

Ne ho letti parecchi, prevalentemente romanzi di genere. Per la ricerca sul romanzo ho affrontato una lettura piuttosto complessa perché era saggistica neurologica: Il Sé Sinaptico, che non solo mi è servito per il romanzo ma è stato straordinario anche dal punto di vista filosofico scientifico.

Se dovessi scegliere una colonna sonora adatta a questo libro, quale musica preferiresti?

All’interno del romanzo c’è una canzone che ritorna e che descrive perfettamente Giuditta. La canzone è El Bandolero Stanco di Vecchioni, e mi ha ispirata moltissimo. Era l’essenza del personaggio. Un eroe stanco che cerca di risalire la china dal fondo nebuloso della bottiglia, sforzandosi di ritrovare una forza che un tempo sapeva essere sua ma che non ricorda più che fine abbia fatto.

:: Recensione di Lo scrittore deve morire di Gianluca Morozzi e Heman Zed (Guanda, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 ottobre 2012 by

Per descrivere Lo scrittore deve morire di Morozzi e Zed basta una sola parola: esilarante!
Esilarante dall’inizio alla fine! Non c’è un singolo momento di questo romanzo che non faccia ridere o perlomeno sorridere. È un libro che ti mette il buonumore, che ti lascia un con un senso di leggerezza e ilarità.
La trama è molto semplice: due scrittori emergenti, sotto le grinfie di un editore incapace, prepotente e sembrerebbe anche un po’ bipolare, scrivono due romanzi la cui trama è la stessa: un attore deve recarsi a Venezia per ricevere un premio alquanto prestigioso ma per una sorta di scherzo del destino quel giorno per arrivare a Venezia dovrà prima recarsi in molte altre città seguendo il calendario delle partite di calcio di quella giornata.
Trovandosi con due romanzi dalla stessa trama (l’editore non si ricorda infatti di aver commissionato lo stesso romanzo ai due scrittori)  Ubermensch, ovvero il “genio dell’editoria”, decide di mischiare i due romanzi creandone  uno solo. Ma non si ferma qui! Nel romanzo inserisce anche le poesie di tale Lothar, responsabile del suo ufficio stampa.
Il romanzo viene pubblicato e i due scrittori, Tanzi e Portali, partono per promuovere la loro opera.
L’itinerario seguirà ovviamente le città  della giornata calcistica protagonista del libro, i luoghi delle presentazioni invece saranno leggermente ameni. Perché presentare il libro in libreria quando lo si può fare in una scuola, in un carcere, al festival delle culture antagoniste o da un elettrauto?
Comincia così l’avventura dei nostri eroi ai quali presto si unirà un vecchio critico d’arte, un po’ poco presente con la testa, che li trarrà spesso fuori da imbarazzanti situazioni.
Non potranno poi mancare un fan inquietante, un esimio critico che vorrebbe stroncare il loro lavoro ma per una svista manda la recensione sbagliata, una donna che parla tramite versi dell’Apocalisse e loschi individui che ritirano e consegnano strani pacchi ai due scrittori ad ogni tappa di questo improbabile tour.
Mi fermo qui, non vorrei rovinarvi poi il piacere della lettura di questo romanzo!

:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012 by

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Piazza San Sepolcro – La prima indagine dell’ispettore Lucchesi di Gianni Simoni (TEA, 2012)

2 ottobre 2012 by

Piazza San Sepolcro – La prima indagine dell’ispettore Lucchesi di Gianni Simoni, edito da TEA, inaugura un nuovo ciclo narrativo dello scrittore bresciano, conosciuto per il ciclo di Petri e Miceli, che ha per protagonista Andrea Lucchesi, ispettore appena trasferito al Commissariato Centro di Piazza San Sepolcro per divergenze con il commissario Vincenzo Lo Bue.
Andrea Lucchesi, padre italiano e madre eritrea, è forse il primo ispettore di colore del giallo poliziesco italiano, caratteristica che non solo influisce sulla psicologia del personaggio, burbero e solitario e forse profondamente infelice per la sua percezione della diversità, ma permette all’ex magistrato di criticare il razzismo latente e una certa mentalità provinciale e gretta, con i suoi pregiudizi e le sue intolleranze, che ancora infestano la nostra quotidianità.
Cambiano i personaggi e cambia anche l’ambientazione. Lasciata Brescia, scenario dei casi di Petri e Miceli, ci troviamo in una Milano invernale, si sta avvicinando il Natale, che per i suoi tocchi crepuscolari non può non portare alla memoria la Milano di Scerbanenco. Due sono i filoni di indagine seguiti nel romanzo: la caccia ad uno stupratore seriale, caso che solo incidentalmente tocca il protagonista, e la ricerca della banda di responsabili di furti di opere d’arte.
Ma la tenue traccia investigativa quasi rappresenta un pretesto per parlare dei personaggi, vero obbiettivo dell’autore. Tutto ruota intorno a Andrea Lucchesi, un uomo stanco, pieno di vizi e debolezze, stazzonato nel vestire, solo e decisamente lontano da qualsiasi ottica di carriera o di miglioramento della propria posizione. Un uomo che inspiegabilmente piace alle donne, che lui caparbiamente rifugge, che si intende di arte e pittura, che nasconde dietro una maschera di ruvidezza e scontrosità un’anima sensibile, poco adatta al lavoro che svolge e al mondo che lo circonda.
I capitoli sono brevi, la scrittura lineare e scevra di artifizi, quasi impressionista nel descrivere le atmosfere metropolitane ingrigite dal freddo e melanconiche. Una lettura interessante, non troppo piena d’azione, ma forte di un solido talento narrativo. Un buon poliziesco all’italiana di un autore che non conosco molto bene, ma la cui lettura mi ha lasciato una piacevole curiosità. Consigliato.

:: Recensione di Non sarà mai inverno di Andrew Nicoll (Sonzogno, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2012 by

Un po’ di leggenda, un po’ di fiaba, un giusto tocco di realismo – concedetemelo – magico ed ecco tra gli scaffali delle librerie un romanzo d’amore gustoso, frizzante e non melenso. A quale libro mi sto riferendo? A Non sarà mai inverno di Andrew Nicoll, giornalista scozzese al sue esordio narrativo con questo romanzo pubblicato in Italia dalla Sonzogno. La storia prende forma nel piccolo e sperduto centro urbano di Dot, sulle rive del mar Baltico, dove la vita sembra trascorrere ogni giorno monotona e sempre uguale a se stessa, ma l’imprevisto si nasconde dietro l’angolo. Ad accorgersi che tra il sindaco Tibo Krovic e la sua segretaria Agathe Stopak c’è qualcosa di particolare, che potrebbe essere un qualcosa di più di una semplice simpatia reciproca, non sono gli abitanti della cittadina, ma Walpurnia la santa barbuta protettrice della città. Sarà proprio questa figura che dall’alto controlla ogni anfratto di Dot a fomentare quel sentimento incontrollabile nei due protagonisti di Non sarà mai inverno, scatenando una scia di emozioni e di eventi che cambieranno per sempre la vita della comunità dottiana. Non sarà mai inverno di Nicoll è la storia di un amore nascente che lotta contro le complessità caratteriali dei protagonisti per potersi manifestare e concretizzare. Tibo e Agathe hanno due vite private un po’ dolorose e devo dire minate da un profonda solitudine che li induce a riflettere su quello che vorrebbero dalla vita ma che non riescono ad ottenere, un po’ per volontà dell’imprevedibile destino e un po’ per la loro imbranataggine nel vivere. Il sindaco è single e travolto in modo completo dal suo lavoro da pensare troppo agli altri e mai a se stesso. Agathe ha un marito, ma il dramma familiare che li ha travolti ha causato un completo collasso nella relazione sentimentale della coppia. Due piccoli mondi di sofferenza che si incontrano ogni giorno ed imparano a conoscersi fino a quando il tocco magico interverrà a sconvolgere le loro esistenze. Non a caso tra Tibo e Agathe scoppierà la passione amorosa fatta di incontri, cenette romantiche, lunghe passeggiate che danno vita ad un rapporto del tutto platonico, nel quale lui dimostrerà di essere sì innamorato, ma un po’ troppo impacciato a dimostrare apertamente ad Agathe quelli che sono i suoi sentimenti.  Il sindaco è un uomo timido- troppo direi- a compiere il passo decisivo con Agathe, che ad un certo punto si stancherà di aspettarlo gettandosi tra le braccia di un uomo che in realtà non la ama veramente. Non sarà mai inverno è un romanzo d’amore caratterizzato da un’ atmosfera tragicomica nella quale i sentimenti umani messi in gioco vengono vissuti con imbarazzo e forte impaccio da parte dei due protagonisti, creando una trama dove gioie e dolori della vita si mescolano. Nel romanzo primo di Nicoll i sentimenti messi in gioco sono profondamente umani, ma il tocco di magia che si insidia ovunque crea un atmosfera fantastica e fiabesca, nella quale la storia di amore tra due metà separate prende pian piano dimensione valicando ostacoli fisici e anche di forma. Giunti alla fine di Non sarà mai inverno ci si accorge che la storia non è solo una piacevole avventura d’amore, ma essa ha la tipica strutta della fiaba d’altri tempi che fa sorridere e risolleva un po’ il morale del lettore in tempi cupi per la nostra società. Interessante, ci terrei sottolinearlo, è che l’atmosfera fantastica non sminuisce il contenuto del romanzo di  Nicoll, anzi la magia convive perfettamente con la complessità reale dei sentimenti che agitano il cuore degli esseri umani protagonisti influenzandone le parole e le azioni, dimostrando che nonostante le difficoltà e gli ostacoli di ogni giorno è ancora possibile sperare e amare.

Andrew Nicoll è nato a Dundee, in Scozia, 49 anni fa. Da sempre vive tra i vicoli del villagio di pescatori dove la sua famiglia risiede da generazioni. Ha tre figli che frequentano le stesse scuole che ha frequentato lui da bambino e sostiene che Dundee è l’unico luogo dove vuole stare perché quando guarda il mare, seduto davanti alla porta di casa, sa esattamente qual è il suo posto nella mappa del mondo. E’ giornalista e ha pubblicato vari racconti. Non sarà mai inverno è il suo primo romanzo e ha vino il prestigioso premio Saltire per la miglior opera d’esordio.

:: Un’ intervista con Kristin Harmel

1 ottobre 2012 by

Ciao Kristin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kristin Harmel? Punti di forza e di debolezza.

Il piacere è mio! Sono l’autrice di sette romanzi, best seller internazionali, tra cui Finché le stelle saranno in cielo (che negli Stati Uniti si intitola The Sweetness of Forgetting). Vivo a Orlando, in Florida, a circa 20 minuti da Disney World. Sono estroversa, e mi piace viaggiare, cucinare, ridere con gli amici, provare nuovi cibi e vini, leggere, scrivere e guardare film. Punti di forza? Sinceramente amo le persone e voglio che tutti siano felici. Debolezza? Penso di essere a volte troppo desiderosa di piacere, e mi preoccupo troppo di rendere tutto perfetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata alle porte di Boston, Massachusetts, dove ancora vivono mia nonna, le mie zie e mio zio. Mi sono trasferita con i miei genitori in Ohio quando avevo 2 anni, e poi in Florida, quando ne avevo 10 anni. Sono cresciuta a St. Petersburg, in Florida, e mi sono laureata presso la University of Florida a Gainesville (con una laurea in giornalismo e spagnolo) e poi, circa dieci anni fa, mi sono trasferita a Orlando, in Florida, dove ora vivo. Ho anche una sorella più giovane, Karen, e un fratello, Dave. Nel corso degli anni, ho vissuto per breve tempo a Los Angeles, New York e Parigi.

Quando hai saputo che volevi essere una scrittrice? Qual è stato il momento in cui ti sei resa conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo diventare una scrittrice sin da quando riesco a ricordare. Una volta mia madre mi ha mostrato un “libro”, che avevo scritto quando avevo 6 anni, su come un bambino detective contribuì a risolvere il mistero della scomparsa dello smoking di mio padre. Era molto divertente! Sono stata effettivamente pubblicata professionalmente per la prima volta quando avevo 16 anni – come giornalista per una rivista sportiva locale – così non ho mai sentito la scrittura come un obiettivo di carriera troppo irrealistico. Scrivo per una grande rivista chiamata People, da quando avevo 21 anni, quindi, anche prima di scrivere il mio primo romanzo, sono stata in grado di mantenermi come scrittrice.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo, pubblicato dalla Warner Books, si intitolava How to Sleep with a Movie Star. L’ho scritto quando avevo 24 anni, e ha debuttato negli Stati Uniti (seguito dalla pubblicazione in diverse lingue in tutto il mondo) quando avevo 26 anni, agli inizi del 2006. Aveva per protagonista una reporter di una rivista che viene coinvolta in una strana situazione in cui tutto il mondo crede che lei stia avendo una relazione con una star del cinema di Hollywood, mentre in realtà, la sua vita sentimentale è un disastro. Mentre che la sua vita gira fuori controllo, impara a stare in piedi da sola e a prendere il controllo della propria vita, e alla fine, questa Cenerentola potrebbe anche trovare il suo principe azzurro, dopo tutto … E ‘stato meraviglioso avere un contratto di edizione a 24 anni; mi ha dato la fede che avrei potuto continuare a scrivere e che forse avrei potuto mantenermi scrivendo libri. La mia editor per questo libro era Amy Einhorn, che in seguito ha pubblicato la hit mondiale The Help. E ‘molto ben considerata, quindi è stato un onore iniziare la mia carriera con lei.

Il tuo nuovo romanzo, Finchè le stelle saranno in cielo (The Sweetness of Forgetting), è ora disponibile in Italia grazie a Garzanti Editore. Ci puoi parlare di questo libro?

Assolutamente. Sono entusiasta della mia intera esperienza con Garzanti. In realtà, proprio la settimana scorsa, ho visitato Milano e ha avuto la possibilità di incontrare la mia squadra. Mi sono piaciuti tutti! Finchè le stelle saranno in cielo è la storia della proprietaria di una pasticceria di Cape Cod di nome Hope, che scopre che la nonna, ora malata di Alzheimer, ha un segreto, sepolto a Parigi, legato alla Shoah. Così Hope parte per Parigi per scoprire la verità, e inaspettatamente si imbatte in una storia d’amore che impiega sette decenni per realizzarsi, e viene a sapere alcune verità fondamentali della sua vita, e in effetti la sua storia familiare. E’ una storia di vita, d’amore, di religione, di fede e di cibo!

Cosa ti ha ispirato a scrivere Finché le stelle saranno in cielo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono sempre stata molto interessata alla Shoah, Il diario di Anna Frank è stato il mio libro preferito dell’infanzia, e ho sempre sperato di scrivere un giorno sulla Shoah. Ho vissuto per breve tempo a Parigi, quando avevo 20 anni, e l’idea di scrivere un romanzo ambientato lì, che si svolge in parte durante la Seconda Guerra Mondiale, è nata lentamente. Quando ho cominciato le ricerche per il romanzo, mi sono imbattuta in alcuni fatti importanti, stimolanti e sorprendenti, ognuno dei quali sono stata in grado di includere nel libro. E lentamente il romanzo è passato dall’essere una semplice storia della Shoah ad essere una storia di perdono, di fede e di speranza attraverso le generazioni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho vissuto a Parigi, ha letto un sacco di libri in biblioteca, e ho visitato il Mémorial de la Shoah di Parigi un paio di volte. Ho anche parlato con i sopravvissuti della Shoah e figli di sopravvissuti della Shoah. Il libro comprende anche nove ricette originali, che io stessa ho creato, ed ho anche sperimentato!

Quali  sono i tuoi scrittori preferiti? Ci sono scrittori che ti hanno particolarmente influenzato?

Il diario di Anna Frank è il romanzo che mi ha influenzato di più, nonostante il fatto che Anne Frank era solo una ragazzina quando ha scritto il suo diario, rimane una delle scrittrici più influenti della mia vita. Mi piace anche la lettura di F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Oggi, i miei scrittori preferiti sono Jodi Picoult, Cecelia Ahern, Khaled Hosseini, Emily Giffin e Joshilyn Jackson.

Quale è la tua scena preferita di Finché le stelle saranno in cielo?

Tutto il libro mi piace, ma gli ultimi tre capitoli sono i miei preferiti.

In Finché le stelle saranno in cielo quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non credo che un personaggio sia stato più facile da scrivere degli altri, tutto sembrava complesso, stratificato e complicato per me. Forse il più difficile da scrivere è stata Rose, mentre soffriva di Alzheimer. Volevo creare un ritratto accurato di una donna che soffriva ed era spaventata, ma che era anche piena di amore e provava un forte bisogno di rimediare ai danni del passato, prima che fosse troppo tardi. Gestire questo personaggio – soprattutto rappresentare correttamente il morbo di Alzheimer – è stato impegnativo, ma anche molto gratificante.

Parlaci delle due protagoniste Rose e Hope?

Sì, certo. Il personaggio principale, Hope, è la proprietaria di una pasticceria di Cape Cod di 36 anni che si sente intrappolata dalla sua stessa vita. Ha da poco divorziato, ha una figlia di 12 anni, ha perso la madre per il cancro al seno ed ora sta per perdere la sua amata nonna. Si sente come se fosse a corto di scelte. Ecco dove la troviamo all’inizio del romanzo, ma in tutto il corso del libro, comincia a scoprire che la sua vita è solo agli inizi, e che possiede la chiave per cambiare tutto e cogliere la possibilità di amare ed essere felice.
Rosa, invece, è alla fine dei suoi ’80 anni. E’ al crepuscolo della sua vita, e si sta addormentando lentamente perché ha il morbo di Alzheimer. E’ piena di segreti, dubbi e rimpianti, e questi – più le difese che ha stabilito nel corso degli anni – la facevano sembrare fredda. Si preoccupa ora che questa sia la sua eredità per la nipote prediletta, Hope, e la sua pronipote, Annie. Così come il libro inizia, la sua più grande battaglia è quella di correggere gli errori del passato. Quello che non sa è che gli eventi che metterà in moto cambieranno anche la sua vita.

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Non ancora, ma sono molto fiduciosa che un film basato sul libro sarà fatto.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Attualmente sto leggendo di Nicole Krauss The History of Love, così come un bel libro in lingua francese, Une Année à Venise, (Editions Héloïse d’Ormesson), che è stato scritto dalla mia cara amica Lauren Elkin, che era la mia compagna di stanza quando vivevo a Parigi.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, di solito lo faccio. E la risposta a questo romanzo è stata sorprendente e gratificante. Sono particolarmente commossa di aver ricevuto molte lettere da parte dei lettori che parlano di come il libro li abbia ispirati a guardare più profondamente nei loro cuori e nelle loro storie familiari.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori possono sempre scrivermi a Kristin@kristinharmel.com (anche se mi dispiace che la mia comprensione della lingua italiana sia molto rudimentale!). Potete anche trovarmi su Facebook a http://www.facebook.com / kristinharmelauthor. Mi piace sentire i miei lettori e faccio sempre del mio meglio per rispondere a tutti i messaggi o e-mail che ricevo. Significa molto per me quando la gente prende il tempo di scrivermi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li amo molto. Sono appena tornata da un meraviglioso tour in Italia, che è stata un’esperienza incredibile. Quest’anno, la mia più grande festa di lancio del libro è stata presso la Sala Impero (all’interno del famoso Empire State Building) a New York City. Forse il fatto più divertente di quel party è stato che ha partecipato il mio caro amico Chubby Checker, che è un cantante piuttosto famoso, e ha cantato il suo brano “The Twist” una delle canzoni più popolari degli ultimi 50 anni, in tutto il mondo! Molte persone non si sono rese conto che era lì fino alla metà del party. Tutti erano molto sorpresi quando l’hanno scoperto. Ero così contenta e grata che fosse venuto (insieme a sua moglie, Rina, che era Miss Mondo 1962, e due dei nostri altri amici, Maria e Papo). Tutti loro avevano guidato da Philadelphia, Pennsylvania, per vedermi!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sì, ero lì la settimana scorsa, a Milano, Venezia e Roma. Sono stata in Italia in passato, anche – soprattutto a Venezia, Roma, Firenze e nel resto della Toscana. Amo il vostro paese, il cibo, e la gente, e non vedo l’ora di tornare presto!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, al momento ho una proposta per un nuovo romanzo dal mio agente letterario. Dobbiamo discuterne oggi, infatti, e spero di avere presto notizie ufficiali da condividere per il mio prossimo libro!
Grazie mille per il vostro tempo, e grazie a tutti i lettori italiani per aver fatto diventare il mio libro un successo nel vostro paese. Sono entusiasta al di là delle parole!