Ciao Louise. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Louise Penny? Punti di forza e di debolezza.
Ho 55 anni, ma non ho iniziato a scrivere fino a quando non ne ho compiuti 40. Troppa paura di provarci e così non ho potuto fare l’unica cosa che ho sempre sognato di fare. Anzi, io sono piena di paure. Questa è la mia debolezza. Ma questo significa anche che ho dovuto affrontarle. Questa è la mia forza. Un sacco di paura, ma un po’ più di coraggio.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita a Toronto, Canada – ho lavorato come giornalista per la Canadian Broadcasting Corportation (la chiamiamo Mother Corp), e ho lavorato in diverse parti del paese. Sia in grandi città, che in alcuni centri molto piccoli. Questo mi ha permesso di scacciare l’arroganza fuori di me e mi ha insegnato ad ascoltare. Per prestare attenzione, con rispetto. Sapendo che la gente ha una grande quantità di saggezza – e la generosità di offrirla. Avevo solo bisogno di guardare e ascoltare.
Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?
Quando avevo 8 anni e leggevo La tela di Carlotta. Avevo paura dei ragni, ma amavo Carlotta. E in un attimo la mia paura scomparve. Per un bambino impaurito era pura magia, e così compresi il potere del racconto.
Tu sei l’ autrice della serie di mystery di Armand Gamache. Composta da Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets. A Trick of the Light è il tuo settimo romanzo per la prima volta pubblicato in Italia da Piemme con il titolo L’inganno della Luce. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Il mio punto di partenza è quasi sempre un brano di musica o una poesia. Nel caso di L’inganno della Luce sono stati i versi di una poesia di Stevie Smith: I was much too far out all of my life and not waving but drowning. Trovo anche la domanda centrale, “la gente cambia davvero?” sia affascinante. Questo è diventato il tema centrale del mio mystery.
Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Armand Gamache ?
E’ l’ uomo che ho sempre voluto sposare. Diverso da molti altri detective della narrativa, è contenuto, calmo, amorevole e crede che in fondo al male si trovi la bontà. Ha molte convinzioni fuori moda, convinzioni forgiate vedendo troppa crudeltà, troppa cattiveria e violenza. Perché ha visto tanta morte, capisce che la vita è un grande dono che ha bisogno di essere vissuto con amore. Sa anche, come credo anche io, che ci voglia molto più coraggio ad essere gentili che ad essere crudeli. Ci vuole più carattere ad essere di supporto che nel trovare difetti. Qualsiasi idiota può essere critico, ovvero in grado di trovare difetti. Ma ci vuole una certa forza per vedere la bontà.
Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro ?
No. Ho rifiutato tutte le offerte.
Leggi altri scrittori contemporanei ? Quali sono i tuoi preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?
Sono stata principalmente influenzata dagli scrittori della Golden Age. Georges Simenon. Josephine Tey.
Cosa stai leggendo in questo momento ? Quali sono i tuoi scrittori canadesi esordienti preferiti?
Vivo per Peter Robinson, Giles Blunt, Gail Bowen, Alan Bradley . Non sono debuttanti, ma sorprendenti giallisti canadesi.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Sì, mi piace fare tour promozionali – è così incredibile incontrare così tanti lettori. Quando ho iniziato non si presentò nessuno, tranne mio marito Michael. Povero ragazzo! Entro la fine di quei tour potevo vedere le sue labbra muoversi mentre parlavo – aveva memorizzato tutto quello che avevo da dire. Ora, ci sono dalle 400 a alle 500 persone ad ogni evento – e Michael è sempre lì. Il mio Gamache.
Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi ?
Se mi inviteranno, verrò volentieri in Italia.
Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?
Beh, ho una pagina facebook e un sito web. E ‘ importante per me che i lettori sappiano quanto sono grata del fatto che amino i miei libri. Penso che sia una grande benedizione avere un certo successo nella seconda metà della mia vita. E so quanto sono fortunata – e so anche che è tutto merito dei miei lettori.
Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando attualmente?
Onestamente, sto passando del tempo con Michael e riprendendo fiato. Sempre facendo tour e promozione.
Lettere dalle Hawaii
“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.
Dieci storie, dieci misteri e un unico filo conduttore: l’imprevedibile. Perchè il prevedibile non si realizza quasi mai e l’inatteso sempre…
Dopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.
“Il bacio del pane”. Il suono dolce di queste poche lettere sedute le une vicine alle altre; l’immagine di un gesto carico di significati mi conducono alla lettura dell’ultimo lavoro di Carmine Abate, pubblicato da Mondadori nella collana Libellule. Credevo che l’incontro fosse avvenuto in maniera del tutto casuale subito dopo ho capito di essere un uccellino in cerca della sua briciola. È un paesino della Calabria, più precisamente Spillace, frutto della fantasia dello scrittore ma realistico nella descrizione, a fare da palcoscenico alla narrazione della storia. Incastonato tra la schiena di promontori della massiccio silano e le sinuose coste della Magna Grecia, Spillace sorride allo sbuffo di aria calda proveniente dal Sahara che, nella bella stagione, inebria e ubriaca di energia e vitalità i migranti che ritornano al loro paese d’origine. L’accento più duro del dialetto calabrese si mescola ai suoni più dolci e musicali del dialetto del nord rianimando la piazza di un ibrido vociare e un festoso schiamazzare che fanno del ritorno una consuetudine affettiva. Ed è proprio nella piazza di paese che Bruno, Vittorio, Emilia, Marta, Mauro e Francesco, amici d’estate sin dall’infanzia, si danno appuntamento per esplorare la cascata del Giglietto e cullare insieme i sogni dell’adolescenza. Lì, lungo la fiumara che conduce alla cascata, riposano silenti e stanchi i ruderi di un vecchio mulino che ospitano una presenza misteriosa, ignara a tutti i ragazzi eccetto a Francesco, che intravide quell’uomo il giorno di Pasquetta. Durante la gita Francesco decide di condividere il segreto con Marta. Il segreto si trasforma in curiosità, la curiosità in conoscenza, la conoscenza nell’avventura più significativa dell’estate. L’esperienza del Giglietto muterà per sempre la vita dei ragazzi, soprattutto quella di Francesco e Marta, e scivolerà verso sogni e ideali carichi di giustizia e lealtà. L’estate, il contesto non contaminato e la vitalità degli adolescenti sono metafora del rigoglio dei sogni, quelli che vanno coltivati con caparbietà quando sono dei germogli altrimenti muoiono subito, non diventano mai piante robuste, non cambiano la vita, né a te né agli altri. “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione, che conduce a riscoprire i valori più sani della vita, sacri come il semplice gesto di avvicinare le labbra al pane assaporando il sacrificio di Cristo in segno di gratitudine e onestà, così come le generazioni dei nostri padri ci hanno insegnato. Ma è anche un romanzo di denuncia che si materializza nell’ultima parte del romanzo nel tentativo di fare da scudo a quegli stessi ideali. Una scrittura tanto sobria di parole quanto ebbra di sensazioni per raccontare l’amicizia, la famiglia, la passione, la bellezza della natura, l’amore per gli animali e degli animali, il valore simbolico della piazza, la forza delle proprie radici, la vita e la sua vera essenza contenuta in quel semplice gesto del bacio del pane. A difesa del significato etico di questo gesto, lo scrittore guida le nostre coscienze a denunciare ogni forma di sopruso e illegalità anche quando la denuncia assume il valore della nostra stessa vita perché l’omertà non può viaggiare sullo stesso treno della libertà e soprattutto non si può scappare dalla propria storia di rimorsi. “Il bacio del pane” vuole essere un romanzo di speranza rivolto ai giovani dell’immaginario paesino della Magna Grecia come metafora della Calabria che non si piega a sputare sul pane tanto sudato ma calpestato.
Traduzione di Luca Mariotti
Il tuo precedente romanzo, Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), è una storia durissima, una storia di odio e amore, quasi un gioco al massacro. Si ritrovano le stesse atmosfere psicologiche anche in Acquanera (Longanesi, 2013)?
Traduzione dal francese di Federica Alba
L’immagine di copertina e il breve sunto della trama sono i due elementi che mi hanno spinto ad entrare ne Il fiordo dell’eternità di Kim Leine, edito da Guanda. Guido Scarabottolo ha creato una grafica a duplice interpretazione, perché il disegno di copertina, da un lato mi ha ricordato, le alte scogliere nordiche dove l’uomo si sente piccolo piccolo e si rende conto della maestosità della natura. Dall’altra parte, se la si osserva bene questa immagine ci si accorge che il disegno potrebbe essere interpretato come un nudo corpo femminile visto di scorcio. Una sorta di culla primordiale della vita. L’immenso paesaggio nordico ancora da scoprire e l’amore per l’universo femminile sono solo alcuni dei temi presenti nel romanzo di Leine ambientato tra Danimarca e Groenlandia alla fine del ‘700. Protagonista è Morten Pedersen Falck, un giovane norvegese che approda a Copenaghen per studiare, in teoria, teologia. In pratica, Morten trova maggior interesse a frequentare corsi di medicina e i laboratori, o meglio le cantine, della facoltà dove vengono svolte le autopsie. Morten è così travolto da questa scienza da documentare ogni seduta con disegni e scritti che custodisce con accurata gelosia, affinché rimangano qualcosa di suo. Poi, tutto si succede in rapida successione: l’amore per una giovane borghese, la passione per una donna che forse non è tale, un ardito richiamo alla religiosità che lo spingerà in Groenlandia a fare il pastore in una colonia danese. La cosa che mi ha stupito di questo romanzo è la trasformazione che si verifica durante la lettura nei vasti e incontaminati spazi dell’isola, perché essi per Falck, appena arrivato in questo piccolo nuovo mondo, rappresentano una nuova speranza di libertà. Pagina dopo pagina si è invece risucchiati in una sorta di spirale claustrofobica e oppressiva che trasforma queste terre in un prigione dalla quale il protagonista sente l’estremo bisogno di evadere. Una via di fuga è rappresentata dal viaggio al Fiordo dell’Eternità, dove il religioso cercherà di convertire i locali Inuit, ma il contatto con una cultura pagana nella quale le credenze e i principi sono primordiali e puri metteranno in crisi i precetti teologici di Morten Falck. Il fiordo dell’eternità è una storia di formazione a ritroso nella quale il protagonista cresce confrontandosi con una cultura primitiva spoglia delle contaminazioni tipiche del mondo civilizzato, una realtà così pura da sconvolgerlo e da mettere in crisi ogni sua scelta e azione. Il libro di Klein è frutto di un’accurata ricerca e ricostruzione storica filtrata dallo sguardo e dalla mente dello scrittore che vuole restituire ai lettori un’idea di come fossero quei erano i luoghi in passato. E così noi conosciamo la Sukkertoppen tra il 1785 e il 1793, la Copenaghen tra il 1782 e il 1787 e il grande incendio del 1795 che distrusse la città danese e che per Morten Falck, dal mio punto di vista, assume un valore metaforico. Esso è un evento drammatico che elimina tutto il “marcio” della vita del religioso e in parte anche dell’intera città. Klein crea un libro, dove la scoperta di un mondo estraneo e di quello che si nasconde nel cuore nel protagonista stesso, donano tonalità cupe e tormentate all’intera struttura narrativa de Il fiordo dell’eternità. Devo dire che in certi momenti le atmosfere sono così tetre da fomentare nel protagonista, ma anche in noi lettori, la stessa sensazione di paura e smarrimento che si percepisce davanti a qualcosa di nostro e del mondo che è sconosciuto e indefinito.
In occasione dell’uscita dell’ultimo capitolo della Trilogia sporca dell’Italia di Simone Sarasso, da oggi è disponibile gratuitamente sui principali store online l’ebook Ljuba e lo sceicco, un racconto inedito con protagonista la conturbante e pericolosa Ljuba de Il Paese che amo. L’ebook contiene anche – in assoluta anteprima – l’incipit de Il Paese che amo, e quelli dei primi due romanzi della trilogia, Confine di Stato e Settanta.
























