:: Intervista a Helga Di Giuseppe, responsabile della collana Monstra di Scienze e Lettere, a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015 by

sireneSu Liberi di scrivere abbiamo già parlato della collana Monstra di Scienze e Lettere, che presenta libri illustrati sui miti classici rivolti ad un pubblico di bambini ma non solo. Helga di Giuseppe è autrice di questa serie, e le abbiamo chiesto alcune cose su questa interessante proposta editoriale.

Come è nata l’idea di Sirene e di Monstra?

L’idea parte dalla mia formazione di archeologa e dalle notevoli esperienze accumulate sul campo che mi hanno portata, in varie occasioni, ad incontrare esseri particolari della mitologia classica. Con lo scavo della villa dell’Auditorium a Roma, ad esempio, ho avuto a che fare con il dio-fiume Acheloo, con lo scavo delle pendici settentrionali del Palatino ho imparato a conoscere Hecate, con gli studi sulla produzione tessile Aracne, figure che hanno fortemente colpito la mia fantasia per l’attualità dei temi che proponevano con le loro storie. Così, alcuni anni fa, cogliendo l’occasione offertami dal lavoro presso la casa editrice Scienze e Lettere ho voluto dar voce a questi personaggi, creando la collana Monstra, dedicata agli ibridi della mitologia classica che uniscono in sé le caratteristiche degli uomini, degli animali e, a volte, anche delle cose. Mi sono voluta prendere cura di questi esseri, perché nonostante ‘tecnicamente’ parlando siano dei mostri, ovvero esseri inesistenti in natura, in realtà sono figure estremamente positive e interessanti e sono diventati quel che sono per via di punizioni subite per la loro ‘esuberanza’. Li ho voluti mettere in scena anche perché meno noti o mal noti rispetto al grande panorama degli dèi dell’Olimpo. Pensiamo ad Acheloo il primo ad aprire la serie, che nessuno sa chi sia e che invece è un bene che venga conosciuto, in quanto simbolo delle acque locali che scorrono e che necessitano rispetto da parte dell’uomo o le Sirene, figlie del precedente che in origine non sono affatto donne-pesce come tutti pensano, ma uccelli, alquanto cattivelli.

Perché c’è ancora tutto questo interesse per la cultura classica e secondo lei ci sono stati cambiamenti di percezione e di seguito?

Il continuo interesse per la cultura classica credo sia un fatto antropologico, legato all’innato interesse dell’uomo per il suo passato e per quello dell’umanità in genere. La cultura classica non è qualcosa di statico e inamovibile ma va scoperta e riscoperta in continuazione attraverso la lettura critica delle fonti letterarie, epigrafiche, archeologiche, buona parte delle quali attendono ancora di essere esplorate: il fascino della scoperta dunque e l’attesa di essa sono un catalizzatore irresistibile di interessi. Una volta la cultura classica e la conoscenza del passato in genere erano appannaggio delle classi più elevate della società; nel tempo l’istruzione, il benessere economico, il moltiplicarsi delle forme di comunicazione hanno generato una sensibilità verso il passato sempre più diffusa, che ora però stiamo rischiando di perdere di nuovo per molte ragioni, primo fra tutti il disagio economico che ci ricorda che la cultura è un lusso che non tutti se lo possono permettere.

Lei ha seguito un percorso accademico nella cultura classica: cosa le ha dato e come e perché lo consiglierebbe a dei giovani?

Il mio percorso accademico mi ha lasciato moltissime belle acquisizioni che non smetto mai di scoprire, come l’elasticità mentale, la disciplina, la tolleranza nei confronti del diverso, la capacità di analisi e di giudizio, l’affinamento della sensibilità. Studiare il passato in tutte le sue forme e geografie è come vivere più vite e uscirne ogni volta più ricco. Per non parlare del fatto che gli studi classici in sé implicano il confronto continuo con altre discipline, con studiosi di tutto il mondo, insomma aprono la mente come pochi altri campi del vivere quotidiano. Lo consiglierei certamente ai giovani, ma con un’accortezza oggi fondamentale: affiancare gli studi classici con qualcosa di pratico che consenta la sopravvivenza. un corso di taglio e cucito, di cucina, di grafica, di informatica, di idraulica ecc. Infatti gli studiosi di scienze umanistiche non sono minimamente riconosciuti dalla società: un ingegnere che progetta ponti o un architetto che progetta case e monumenti viene pagato moltissimo, uno studioso che progetta collane editoriali, scavi archeologici, iniziative di ricerca, programmi di comunicazione, allestimenti museali, mostre non ha nessun tipo di riconoscimento se non, raramente, nei ristretti ambienti in cui opera.

Come la cultura classica può migliorare la vita?

La cultura classica, ti migliora la vita come te la migliora la cultura in genere, fornendoti una capacità di giudizio superiore che non sempre coincide con la felicità, ma certamente con una maggiore consapevolezza della storia in cui siamo. La cultura classica in particolare, ti offre l’opportunità di fare un salto nel passato che è come fare un salto nella propria infanzia, quindi sempre con un po’ di nostalgia, un mezzo sorriso, una tenerezza per le cose che sappiamo sono passate per sempre e che possiamo quindi guardare con il giusto distacco, la giusta ironia.

Prossimi progetti?

Continuerò a far parlare i ‘vulnerati’ della mitologia antica, nella speranza che suscitino l’interesse dei più giovani, ma anche degli adulti, e che facciano scattare in loro quel bisogno di combattere le ingiustizie e di difendere gli ‘abusati’ che ci renderebbero più umani, un’umanità di cui in questo momento di grandi movimenti di popoli disperati si sente particolare bisogno.

:: Padiglioni lontani, M. M. Kaye, (E/O, 2015) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015 by
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La casa editrice E/O ripropone come lettura estiva ma non solo un famosissimo romanzo degli anni Settanta e Ottanta, Padiglioni lontani, di Mary Margaret Kaye, autrice inglese nata e vissuta in India, uno dei ritratti più fedeli e appassionati dell’India sotto la dominazione britannica, assente da troppi anni dalle librerie italiane dopo essere stato un grande successo, come purtroppo capita spesso con i libri.
Senz’altro qualcuno ha ancora in casa l’edizione Sperling & Kupfer, che ogni tanto si trova anche nei mercatini dell’usato e nei bookcrossing, o magari qualcuno lo ricorda anche come titolo, grazie anche al bel sceneggiato anni Ottanta con Ben Cross, Amy Irving e Christopher Lee, anche questo purtroppo non più replicato. Ma molti non lo conoscono e questa è un’occasione per immergersi nelle oltre mille pagine di un’epopea avventurosa, storica, romantica, mai melensa, crudele, appassionante, colorata.
Tutto parte nell’India della rivolta dei Sepoy del 1857, quando Ash, bambino inglese, vede morire i suoi genitori uccisi dai rivoltosi e viene salvato dalla sua balia indiana, che lo nasconde al nord, verso le montagne, dove conosce il giovanissimo Marajà di cui entra al servizio, stringendo amicizia con Anjuli, la sorellastra di questo, il grande amore della sua vita. Costretto a fuggire perché in pericolo di vita, Ash torna in seno alla società britannica e fa carriera nel copo delle Guide, ma sarà per sempre diviso tra due culture e due anime, indiana e inglese, finché dopo anni reincontrerà Anjuli in una situazione imprevista.
Un romanzo che è storia d’amore, Storia di una pagina poco nota, ritratto di una cultura che oggi si affaccia sui destini del mondo e dove molte delle cose narrate ci sono ancora, tra tradizione, folklore, crudeltà. Padiglioni lontani è considerato il romanzo migliore mai scritto da un autore occidentale sull’India, un mondo che Mary Margaret Kaye conosceva bene, visto che ci era nata nel 1908, ci è tornata a varie riprese, anche aiutata dal successo editoriale di Padiglioni lontani, che ha venduto in tutto il mondo diciotto milioni di copie.
Mary Margaret Kaye è autrice anche di diversi gialli, alcuni usciti negli anni nella collana del Giallo Mondadori, spesso ambientati in Sud Africa, altro Paese in cui ha soggiornato, vari libri per ragazzi e il romanzo storico esotico L’ombra della luna
L’autrice è morta nel 2004, a 96 anni, e le sue ceneri sono state disperse nel lago Picola, nei pressi di Udaipur, nei luoghi indiani di Padiglioni lontani.
Quindi, un’ottima occasione per leggere o rileggere un classico e per immergersi in un mondo che non può non conquistare.

M.M. Kaye nasce in India, a Shimla, nel 1908, in una famiglia con stretti legami con l’apparato militare britannico (ne fecero parte il nonno, il padre, suo fratello e infine suo marito). Dopo l’indipendenza indiana segue il marito in giro per il mondo nei suoi spostamenti per ragioni di servizio. Pubblicato nel 1978, Padiglioni lontani è stato un caso editoriale senza precedenti. Autrice di più di quindici opere fra romanzi e memorie, dopo la morte, avvenuta in Inghilterra nel 2004, le sue ceneri sono state disperse nel lago Pichola, nei pressi di Udaipur, in India.

Source: libro del recensore.

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:: Va tutto bene, Alberto Madrigal (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 luglio 2015 by
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Berlino. Anno corrente o quello prima, è uguale: in tempi di crisi la relatività non esiste, tutto si fa assoluto.
Eppure qualcosa di relativo c’è.
Berlino e le sue strade deserte al tramonto. Città moderna, dà un senso di estrema civiltà solo a vederla così disegnata.
Berlino e i suoi locali pieni di gente, sempre al tramonto. Città europea che ha saputo ricostruirsi, modernizzarsi, staccarsi dagli orrori del passato. Tuttavia, forse, non basta. Anche una città così ha le sue pecche, come tutte le grandi capitali. Come la facciata di un antico palazzo macchiata dalla tag di uno street writer.
Partiamo, appunto, da questa Berlino silenziosa, fluttuante e, allo stesso tempo, stabile, solida con i suoi palazzoni fa da sfondo a un racconto generazione che riunisce noi, tutti i giovani nati tra gli anni ’80 e i primissimi anni ‘90: adulti, ma non troppo. Con un titolo di studio, ma con senza esperienza (e viceversa).
Senza un futuro ben delineato: solo immaginato. Con tanti sogni nello zaino o nella valigia (sempre disposti a partire per mettere in pratica progetti, per avere un briciolo di speranza che il Mondo, quello dei grandi, li consideri come esseri capaci di costruire qualcosa di bello, produttivo, geniale. O, magari, che, contenga tutte queste tre variabili. Gli stessi che, purtroppo, non hanno i soldi per metterli in pratica e sono costretti a lasciar perdere o a chiedere aiuto.
2Eterni figli: anche solo pensare di poter immaginare una vita insieme alla persona che amano li spaventa. Se non li spaventa, non ci sono abbastanza soldi. L’idea di crearsi una vita insieme, avendo anche un bambino, non è contemplabile. Non siamo più negli anni ’80: la gente non fa un passo così importante, pur senza avere un lavoro. Quelli erano altri tempi, ci si riusciva ad arrangiare. Oggi no, la società è diventata un’arma a doppio taglio: offre opportunità che solo in pochi riescono ad afferrare e impone di vivere secondo determinati schemi.
I Sex Pistols ci dedicherebbero senz’altro “No Future”, ma è probabile che basti il solito “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche sotto forma di domanda e, si sa, una risposta ad un interrogativo del genere è sempre del tutto soggettiva.
Fa male ammetterlo, ma è così. Veniamo trascinati da un’amarezza che ci stringe il cuore. Siamo tutti giovani: troppo o troppo poco, ormai. Viene da chiederci se vada tutto bene. Questa domanda ci frulla in testa una, due, tre, cento volte al giorno.
Il titolo dell’ultimo graphic novel di Alberto Madrigal, sua seconda opera lunga a due anni da “Un lavoro vero” e in uscita il prossimo 10 luglio in tutte le librerie sempre per Bao Publishing, ci dice che sì, va tutto bene. Alla fine. Dopo aver preso un palo dritto in faccia o, letteralmente, aver pestato più di una merda di cane sul marciapiedi, ma sì.
Va tutto bene.
La parola “bene” in copertina è tutta in maiuscolo, scritta con un font bello pieno, quasi fosse un grassetto colorato di bianco. Il bianco spicca sull’ombra dei palazzoni berlinesi e dà speranza. Più delle due parole che lo precedono. Come se questa frase di sole tre parole volesse essere scandita.
Va. Tutto. Bene.
3C’è Sara, una ragazza creativa e sognatrice. Ha mille idee che, sfortunatamente, almeno in questo momento, non riesce a realizzare. Nemmeno quando si tratta di metterle su una pagina di Word. Eppure non si arrende e parla ai suoi amici della sua idea migliore, quella più ponderata: riuscire ad aprire un’attività mai nessuno ha mai pensato. Un locale innovativo. “Ormai non si vendono oggetti, si vendono esperienze”, le aveva detto Steve, quel suo amico, il più aperto a cose nuove e, forse anche un po’ svalvolato, della comitiva. Chissà se è vero. “Non può non funzionare”, ripete tra sé per motivarsi. Bisogna buttarsi per vedere se è vero, ma da sola è difficile.
Dall’altra parte c’è Daniel, conosce Sara da tanti anni, è come se fosse la sua Nemesi: un ragazzo coi piedi per terra, vorrebbe solo trovare un lavoro e avere uno dignitoso stipendio assicurato. Fino a qualche anno prima sognava di poter vivere facendo musica. Adesso, rimasto quasi disoccupato, si è reso conto che solo di sogni non si va avanti. Di musica non si campa, ci vuole il lavoro fisso. Questo è il pensiero che lo assilla, soprattutto da quando sta con Eva, la donna che ama e che, dal canto suo, vorrebbe tanto avere un figlio da lui.
Sara, Eva, Steve e Daniel. Quattro giovani legati da un rapporto di amicizia (e anche di più). Hanno davanti lo stesso identico futuro, ma lo affrontano in modi e da punti di vista nettamente differenti. Se ne accorgeranno dopo un anno, avranno la conferma che non sempre va tutto come si sperava, ma bisogna tirare avanti.
Un romanzo a fumetti fatto di silenzi, magnifiche tavole descrittive che si raccontano da sole, stream of consciousness, un misto tra calma e apparente e tumulto interiore, aspettative disilluse e flashback di un un passato ancora troppo vicino. Berlino guarda tutto e tace, in una sorta di silenzio assenso. Può capitare, però, che il tempo e la realtà circostante mandino dei segni, degli avvertimenti.
Una volta capito il senso di ciò che ci succede, non possiamo non affermare che:
A volte siamo così occupati a scansare la merda da non renderci conto che la vita è piena di opportunità.
…e allora, come all’interno di un rewind esistenziale di cui solamente noi possiamo regolare intensità e durata, va tutto bene.

Alberto Madrigal, classe 1983, illustratore e fumettista spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Dopo le prime storie brevi e illustrazioni da freelance, esce la sua prima opera lunga “Un lavoro vero” (Bao Publishing, 2013), graphic novel (quasi) autobiografico che affronta la tematica del “potrò mai vivere facendo quello che mi piace? Perché il mio lavoro artistico non viene considerato al pari degli altri?”. Anche in “Va tutto bene” ritroviamo gli stessi temi e lo stesso punto di vista, straniato, ma realista, di chi vorrebbe tanto fare ciò per cui si sente più portato, ma deve accontentarsi di altro. Il suo stile è inconfondibile, tratti leggeri, appena accennati, velati da una colorazione pastello dalle sfumature malinconiche. Sempre nel 2015 illustra “L’albero delle storie”, romanzo per ragazzi di Gabriele Clima e pubblicato nella famosa e sempreverde collana “Il Battello A Vapore” di Edizioni Piemme. Attualmente sta realizzando le illustrazioni per un graphic novel francese, in uscita nel 2016 per la casa editrice Futuropolis, dal titolo “Berlin années 10.0” con i testi di Mathilde Ramadier.

Source: libro del recensore.

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:: Il passato è una bestia feroce, Massimo Polidoro, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

7 luglio 2015 by
Bo

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Da alcuni anni prolificano storie di genere thriller ascrivibili ai cosiddetti cold case, i casi di anni prima mai risolti, oggetto anche di una popolare e struggente serie di telefilm statunitense, ma anche di fatti reali: un po’ le nuove tecniche di indagine scientifica permettono di cercare di dare una risposta a crimini di anni fa rimasti irrisolti, un po’ perché il dolore per ogni perdita non si esaurisce mai e si cerca di dare una risposta comunque.
A questo filone appartiene il giallo d’esordio come autore di narrativa di Massimo Polidoro, Il passato è una bestia feroce, storia di una ricerca su una scomparsa di decenni prima di una ragazzina da parte del suo miglior amico, tra pericoli, nostalgia, disincanto per quello che non è stato e non ci sarà più.
Bruno Jordan, cronista di nera in un giornale specializzato, appena lasciato dalla fidanzata e con un papà ex cantante pop ora malato di demenza senile che non gli fa riconoscere il figlio e lo fa inveire contro la moglie che sarebbe fuggita con un amante quando in realtà è morta di cancro da anni, riceve una strana lettera che gli riporta alla mente la scomparsa di Monica, sua compagna di scuola e amica, in una lontana estate di oltre trent’anni prima, quando sparì senza lasciare tracce e lasciando nella costernazione lui e altri due amici.
Bruno torna nel paesino della bassa Padana in cui è cresciuto, scoprendo cosa ne è stato, spesso in negativo, di persone che erano sue amiche e conoscenti anni prima, e si butta a capofitto alla ricerca di Monica, scoprendo false piste e coincidenze inquietanti, fino al finale imprevedibile.
Il passato è una bestia feroce ha dentro di sé due anime che convivono perfettamente: una è ovviamente la trama thriller, abbastanza ben congegnata, forse con qualche eccesso nel finale e con un ultimo capitolo che apre nuove avventure per Bruno. L’altra è la riflessione sulla generazione che era adolescente negli anni Ottanta, Monica sparisce nel 1982, la sera in cui l’Italia sta stracciando la Germania ai Mondiali di calcio e tra le righe sono citati cantanti e programmi tv. Una generazione che poi si è confrontata con un mondo sempre più precario e assurdo, che ha perso molte delle certezze che aveva in quelle lontane estati, che ha dovuto confrontarsi con una realtà che ha deluso e disilluso e che oggi, non più giovane, campa tra lavori non sempre entusiasmanti e problemi familiari e personali vari. Bruno, che ha perso i suoi sogni con la sua amica trent’anni prima, cerca di recuperare quel momento, di scoprire la verità per ritrovare quel se stesso, ma certe cose sono andate per sempre, come un amico morto di cancro, come una vicina di casa finita malissimo.
Chiunque ha più o meno l’età di Bruno ritroverà qualcosa di se stesso, si appassionerà alla sua ricerca e alla sua discesa agli inferi di qualcosa che non era immaginabile, ma soprattutto sentirà un groppo in gola pensando a quello che si pensava che potesse essere la vita e cosa è diventata. A tutto questo si aggiunga l’enigma e le ferite sempre aperte delle persone che spariscono nel nulla per non tornare mai più e non essere mai ritrovate né vive né morte, un qualcosa che destabilizza e inquieta chiunque rimanga.

Massimo Polidoro è crittore e giornalista ed è considerato uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito. Conduttore e consulente scientifico di trasmissioni televisive di successo, ha scritto saggi come Enigmi e misteri della storia e di Rivelazioni. Ha fatto dell’indagine sui misteri la sua professione. IL passato è una bestia feroce è il suo primo libro di narrativa.

Source: libro del recensore.

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:: La distanza, Baronciani – Colapesce (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

7 luglio 2015 by
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C’erano una volta (e sopravvivono ancora) quelle relazioni in cui ti vedi una volta al mese, se tutto va bene. Quelle relazioni in cui ci vuole un po’ più di sacrificio e fiducia, di fiducia e sacrificio. Bisogna lanciare in aria i sentimenti, quasi fossero tanti aquiloni lasciati andare sempre più su, in balìa dell’etere. Direzione nord-est o sud ovest non importa. Sarà sempre troppo lontano.
Telefonate, parlare due ore e viverle come se fossero passati appena cinque minuti. Oppure parlare due secondi ed attaccare. Dipende.
Messaggi, tanti, troppi, indispensabili. Chilometrici, come la strada da percorrere per vedersi. Ancora una volta, se in treno o in aereo non ha alcuna importanza. Viaggi programmati per stare insieme, in cui si investono speranze, sogni, ma anche soldi e tempo. Attese che logorano l’anima. Silenzi incresciosi. Lacrime che, la maggior parte delle volte, rispecchiano mancanze.
Questo stato (emotivo e non) si può riassumere in una sola parola: distanza. Quella caratteristica che può unire o rovinare tutto.
Distanza fisica, lontananza reale, un misto di nostalgia, aspettative e piccoli rituali. Quella stessa distanza che diventa un amplificatore di emozioni, in pratica. Una cassa di risonanza in cui centrifugano in loop le parole dette e taciute, le azioni compiute e le mancanze, le incomprensioni e i silenzi.
Il concetto di distanza potrebbe essere espresso così oppure in altri mille modi.
O meglio. O peggio.
Meno male che c’è un graphic novel, uscito lo scorso 26 giugno per Bao Publishing, che mi è capitato tra capo e collo, inaspettatamente, in cui la distanza è come una prima donna, una femme fatale che ammalia e dispera.

2Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando de La distanza di Baronciani e Lorenzo “Colapesce” Urciullo. Un libro scritto a quattro mani, un personaggio principale (ma sono anche tanti quelli secondari che fanno capolino nella storia per poi dissolversi, quasi fossero un pensiero, un ricordo evanescente) e un sentimento dominante: l’inadeguatezza.
Sì, perché Nicola, ragazzo siciliano alla soglia dei trent’anni, si sente esattamente così. Senza certezze, senza una base solida su cui costruire il proprio futuro. Ha una storia a distanza con Carla, che vive a Londra, ma è come se lei non lo ascoltasse più. Un amore al telefono, con svolgimenti sempre più rari. Telefonate inesistenti e, per questo, inconcludenti. Lui parla e lei non l’ascolta.
Decide comunque di partire per Londra. Dal nulla, piomba nella sua vita Francesca, ragazza ligure in vacanza al Sud, incontrata per caso nel negozio di dischi del suo amico Piero. Prima di andare a Londra, Nicola aveva in mente di compiere un viaggio nella parte nord orientale dell’isola, per poi fermarsi per un festival, rivedere vecchi amici e, infine, fare tappa all’aeroporto di Palermo Punta Raisi. Francesca si propone di accompagnarlo insieme all’amica Charlotte, che sarebbe arrivata il giorno dopo.
Così partono per un suggestivo viaggio on the road. Aria d’estate. Luoghi sconosciuti ai più che sembrano delle piccole oasi in cui riprendere fiato. Musica, tanta musica. Gli Smiths con la loro “There is a light that never goes out”. Scorci naturalistici, monumenti, silenzi e dialettismi in una Sicilia tutta da vivere quando si è giovani che di arance, limoni, viuzze e salsedine.
Nicola, nichilista, cinico e un po’ logorroico.
3Francesca, cordiale, allegra e un po’ avventata. Charlotte, versione femminile di Nicola in francese, naturalmente, lingua che mischia all’italiano creando parole davvero buffe.
Ancora non lo sanno, ma le loro differenze contribuiranno a guidarli in questo viaggio.
Baronciani disegna le tavole di questo splendido graphic novel a tutta pagina, lasciando che il lettore sia rapito da ciò che osserva e, allo stesso tempo, rimanga spettatore non visto in questo vortice di luoghi, sensazioni, sentimenti e suggestioni. Le figure, coloratissime, danno un senso di vivacità e spensieratezza che smorza un po’ il fil rouge della storia: quell’ansia generazionale che induce a sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, proiettati in un futuro che non c’è con a fianco persone che spariscono.
Tutto questo percorso ascendente di emozioni vi riserverà sicuramente il piacere di una lettura che mira a sfatare molti miti e molti luoghi comuni, con un pizzico di consapevolezza in più e tanto trasporto emozionale.

Alessandro Baronciani, classe 1974, è nato a Pesaro, ma ha lasciato che Milano divenisse la sua seconda casa. Artista poliedrico, è fumettista, illustratore, art director, grafico, cantante e chitarrista nel gruppo punk Altro, ha inoltre dato vita al progetto new wave Tante Anna. Ha collaborato con La Repubblica XL e Rumore Magazine. Nel 2006 pubblica “Una storia a fumetti”, raccolta delle sue prime autoproduzioni, che sarà poi seguita da “Quando tutto diventò blu” e “Le ragazze nello studio di Munari”, tutti e tre editi da Black Velvet. Nel 2013 esce il suo primo lavoro per Bao Publishing, la sua “Raccolta – 1992/2012”. Suo è anche “I quit girls”, libro di illustrazioni tutte dedicate alle ragazze. Le sue tavole trasudano naturalezza ad ogni tratto: è capace di delineare le figure dei suoi personaggi lasciando che siano in armonia con l’ambiente circostante. Fa uso di colori vibranti e pieni, crea realtà assimilabili a quelle di Roy Lichtenstein e della pop art, solo più piene.

Colapesce (pseudonimo di Lorenzo Urciullo), classe 1983, è un cantautore siciliano. Inizia a fare musica fin da giovanissimo: già nel 1998, registra un brano insieme a Roy Paci; successivamente è tra i fondatori degli Albanopower, formazione con cui realizza un tributo all’album “Mellon collie and the infinite sadness” degli Smashing Pumpkins, facendosi notare persino da Billy Corgan, frontman del gruppo statunitense. Sceglie il suo pseudonimo (nome che poi farà da titolo al suo primo EP, estendendosi anche alla formazione che lo accompagna da solista) dalla “Leggenda di Colapesce”, risalente addirittura al XII secolo: Nicola “Cola Pesce” è un ragazzo che viene maledetto dalla madre per le sue continue immersioni, diventando un pesce in tutto e per tutto. Cola si ritrova così a dover trovare rifugio tra le onde, facendosi inghiottire ogni volta da pesci più grandi di lui per poi uscire tramite un taglio nel ventre. Suo album d’esordio è “Un meraviglioso declino” (24 Records, 2012), con cui vince la Targa Tenco e il P.M.I. Lo scorso febbraio è uscito il suo nuovo disco, “Egomostro”. La collaborazione con Baronciani per “La distanza” rappresenta la sua prima esperienza nel mondo di fumetti e graphic novel.

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:: Creole Belle, James Lee Burke, (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015 by
burke

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New Orleans. Dave Robicheaux si sveglia in ospedale dopo essere stato operato per aver ricevuto una pallottola nella schiena durante una sparatoria in Bayou Teche, ma la sua battaglia più grossa l’affronta non tanto per il post operazione ma quanto per la morfina che stanno usando per non fargli sentire il dolore.
Purtroppo la morfina non gli sta facendo passare solo il dolore, ma gli sta annebbiando la mente facendogli rivivere i ricordi che lo hanno afflitto in passato. Dave però non riesce a distinguere quali sono i ricordi e quali i fatti reali che gli stanno capitando intorno.
Una notte riceve la visita di Tee Jolie Melton, una sua vecchia conoscenza con un passato molto difficile. La mattina dopo però viene a sapere da Clete Purcel, suo vecchio partner in polizia, che Tee Jolie è scomparsa molti giorni prima e a tutti sembra strano che sia ricomparsa solo per andare a trovare in ospedale una vecchia conoscenza.
Sarà proprio l’ex partner che lo aiuterà a scoprire la verità su quanto accaduto.
Un romanzo emozionante che guida il lettore passo passo nella battaglia interiore di Dave vivendo tutti i drammi personali come se stesse combattendo anche lui in prima persona.
La lunghezza un po’ di quanto siamo abituati per un giallo non comporta comunque nessuna difficoltà nella lettura grazie a uno stile brioso e coinvolgente che guida per tutta la narrazione.
Le descrizioni degli ambienti sono totalmente reali che fanno vivere appieno l’atmosfera di New Orleans, non come siamo abituati a vederla nei film o nei telefilm, tutta colori, feste e balli, ma una New Orleans più suggestiva e oscura.
Anche i personaggi sono molto ben descritti, e non solo fisicamente, ma a livello molto più profondo e intimo che fa sì che il lettore possa creare un legame empatico con il suo personaggio preferito.
Un ottimo romanzo adatto anche a chi non conosce l’autore e a chi non è un fan del genere giallo.

James Lee Burke nasce a Houston nel 1936. Cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana frequenta il Southwestern Louisiana Institute e in seguito ottiene una laurea in inglese nel 1958 e un master presso l’università del Missouri nel 1960.
Nel corso degli anni ha svolto molti lavori tra cui geometra, giornalista, professore universitario d’inglese, assistente sociale, impiegato per il servizio occupazionale e istruttore negli U.S. Job Corps.
Premiato per ben due volte come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno, è stato uno dei vincitori del Breadloaf & Guggenheim Fellowship e ha ricevuto il premio della NEA (National Educational Association).
Al momento della pubblicazione del suo romanzo The Lost Get-Back Boogie da parte della Louisiani State University fu nominato per il premio Pulitzer.

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:: Cinematografia organizzata, Francesca Romana Massaro (Ensemble, 2015) a cura di Federica Guglietta

6 luglio 2015 by
maf

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Torniamo a parlare di cinema, più nello specifico di saggistica cinematografica.
Dopo aver analizzato il saggio sul coloratissimo (e più simmetrico che mai) cinema wesandersoniano, si cambia totalmente registro con Cinematografia organizzata – la mafia tra cinema, fiction e realtà a cura di Francesca Romana Massaro, pubblicato da Ensemble e presentato lo scorso 3 luglio in occasione della Festa dell’Unità ad Ostia Antica.
Un saggio che indaga nel profondo il legame stretto instauratosi negli anni tra produzione cinematografica e organizzazioni mafiose.
A partire dai temi trattati, o meglio, dal tema unico che è, appunto, quello della mafia. A partire dalla sua genesi fino alla sua “esportazione” in America, secondo il famoso e intramontabile assioma: Italia – pizza – mandolino – mafia. Ah, non si tratta propriamente di un assioma? Poco male.
Francesca Romana Massaro ci porta, con dovizia di particolari, in mondo creato per generare un’alternativa filmica alla realtà: spiegare i come ed i perché della mafia, vederla da vicino, capire per quale motivo, ad un certo punto questa riuscisse ad influenzare l’andamento stesso di un set cinematografico, imponendo divieti, regole da rispettare, figure da idolatrare, negando permessi.
Si tratta proprio di un genere, quello del mafia movie, divenuto poi uno dei filoni più importante del gangster. A consacrare questo stato di cose arriverà, nel 1972, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Degno predecessore di questo lavoro è, sicuramente Pietro Germi, che, trovandosi a girare nel filone del cinema d’autore post Seconda Guerra Mondiale e, proprio per questo motivo, trovandosi attorniato dai vari film figli del neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis e Lattuada (per citarne alcuni), ne risente egli stesso l’influenza. Quindi decide di provare a fare una commistione tra western e neorealismo. Quello che ne risentirà molto sarà proprio uno dei suoi primi film girati per il genere mafia movie “In nome della legge” del 1949. Girato a Sciacca nel 1948 e tratto dal romanzo “Piccola pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film racconta di un giovane magistrato palermitano che viene inviato come pretore in un paesino della Sicilia e qui, per amore e rispetto della legalità, si troverà a fronteggiare varie ingiustizie sociali, ma anche l’omertà della gente del posto che mai si sarebbe schierata contro il boss confessando qualcosa.
Successivamente, negli anni Settanta, tocca al cosiddetto cinema di impegno civile l’arduo compito di portare i film di mafia sul grande schermo. Ci riuscirà nel 1973 Francesco Rosi con il suo “Lucky Luciano”, seguito nel 1977 da “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri.
Il “Lucky Luciano” di Rosi si rifà al personaggio realmente esistito di Salvatore Lucania, nel film interpretato da Gian Maria Volonté, boss italoamericano rispedito in Italia come “indesiderabile” nel 1946. A questo punto, Luciano torna a Napoli dove inizia a vivere in modo tranquillo e per nulla imputabile, ma le voci lo accusano di essere coinvolto nel traffico internazionale di droga. Sarà perseguitato ed accusato, ma nonostante tutto non svelerà mai il suo segreto.
Nei capitoli successivi, la Massaro svolge una puntuale analisi su come boss mafiosi abbiano influenzato la cinematografia di genere (sia italiana che americana). Secondo la sua opinione sarebbe proprio la figura di “Lucky Luciano”, boss mafioso di Cosa Nostra, a diventare fonte di ispirazione per tutti gli altri film successivi appartenenti a questo filone.
In poche parole si stava creando quello che, ormai, è secondo l’immaginario collettivo l’immagine di boss, nella fattispecie quello di origini siciliane, irreperibile, una persona di cui, a volte, si sa solo il nome o, addirittura soltanto il soprannome, e che diventa personaggio adattabile a storie tratte da avvenimenti reali o più romanzati.
I capitoli centrali del saggio affrontano il tema dell’infiltrazione mafiosa proprio sul cinematografico, con i rischi e pericoli che tutto ciò potesse portare. Intere produzioni cinematografiche sono state costrette a trovare un compromesso con i boss del posto per poter girare così ì loro film (che sia il pizzo da dare o censure da attuare).
Inoltre viene affrontato il tema del Male, della criminalità e delle azioni empie viste come fonte di attrazione e intrattenimento. Come succede tutt’oggi con varie serie televisive americane di recente produzione: anche qui il potere della criminalità organizzata diviene fulcro dell’azione stessa. Sarete sicuramente a conoscenza de I Soprano (1999-2007), Boardwalk Empire (2010 -2014), e, per quanto riguarda il legame tra crimine e potere politico non posiamo far a meno che ccitare House of Cards (2013 – corrente).
Nel saggio, ampio spazio è quello dedicato alla figura della donna in un ambiente (poi genere) considerato per lungo tempo solo maschile. Ed è cosi è che ci troviamo davanti alla pupa e alla moglie del boss, ma anche a donne capaci loro stesse di diventare donna di mafia.
A corredare il lavoro della Massaro troviamo un’ampia sezione documentaria e una lunga lista di interviste e testimonianze.
Ricordiamo, infine, un film agrodolce che tenta di spiegare in modo semplice e metaforico la mafia vista dagli occhi di un bambino siciliano cresciuto negli anni ’70. Stiamo parlando de La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Pif Diliberto.

Francesca Romana Massaro, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha già all’attivo un saggio dal titolo “Il cinema come nessuno ve l’ha mai raccontato” (Ed. Emmebi, 2011). Inoltre è direttore responsabile de L’Araldo dello Spettacolo (www.araldodellospettacolo.it)

Source: libro del recensore.

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:: Straniera ingrata, Irena Brežná, (Keller editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2015 by
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Da poco Keller editore ha pubblicato in Italia il romanzo Straniera ingrata di Irena Brežná. La storia è autobiografica, ma riesce a farci capire alla perfezione lo stato d’animo di chi fugge dalla terra di origine, alla ricerca di un luogo nuovo e migliore dove poter cominciare una vita nuova. La Brežná prende spunto dalla propria esperienza personale per narrarci le difficili condizioni socio-esistenziali di chi viene considerato un immigrato. Nel libro, la voce narrante è una sola, quella dell’autrice stessa, ma si sdoppia, mostrando a noi lettori due mondi che convivono nella stessa persona. Da una parte, c’è la dimensione di vita della giovane immigrata arrivata da lontano che lotta per farsi accettare senza dover mai rinunciare alle proprie origini. Questo spirito di ribellione permetterà alla Brežná di evitare il tipico processo di assimilazione, rimanendo legata alla cultura della sua patria d’origine e sentendosi una straniera ingrata. Dall’altra parte, c’è la voce della scrittrice che lavora come interprete pronta ad ascoltare gli emigranti per mediare con le autorità svizzere, nella speranza che qualcuno riesca a trovare rifugio. La Brežná agisce in questo modo, perché conosce bene la grande afflizione di chi scappa dal proprio paese d’origine devastato dalla guerra, dalla povertà o da una politica repressiva. Lei stessa si diede alla fuga dalla Cecoslovacchia (oggi è la Slovacchia) nel 1968 per rifugiarsi in Svizzera, ma appena arrivata qui non le fu semplice inserirsi e farsi accettare dal nuovo mondo elvetico. Straniera ingrata sembra un diario scritto dall’autrice per se stessa e per gli altri. Gli “altri” sono da intendere come i tanti migranti dei quali lei stessa ci narra le vicende, perché lavorando come traduttrice negli uffici per l’immigrazione, negli ospedali e nelle carceri, la donna ha la possibilità di entrare in contatto con l’umanità più umile e disperata. Non a caso le parti del libro nel quale la Brežná ci parla delle persone che incontra durante il suo lavoro sono le più toccanti, in quanto emergono storie di famiglie distrutte dalla povertà e dalla guerra. Il lettore conoscerà storie di immigrati gravemente malati, consapevoli che la loro vita sarà breve, ma pronti a tutto per garantire ai figli l’inserimento in una società nuova che permetta loro di vivere meglio, rispetto al proprio paese natale. Non mancano delinquenti che tentano la fortuna e ogni escamotage possibile per sfuggire all’arresto, però sono tante le voci che l’autrice ascolta e traduce e tutte sono in cerca di vero aiuto. L’immagine è quella di una umanità derelitta, alla ricerca della salvezza, della redenzione e della pace. Attraverso la propria storia, la scrittrice cecoslovacca ci racconta le diverse sfumature del mondo dell’immigrazione ed evidenzia il difficile rapporto e convivenza tra culture diverse, temi molto attuali. Inoltre, questo libro porta chi legge a riflettere sul valore dell’identità personale e nazionale, ma quello che fa pensare ancora di più è la piena consapevolezza di Irena Brežná, autrice di Straniera ingrata, che non sempre il nuovo Paese scelto per salvarsi, sia migliore del tetro incubo che ci si è lasciati alle spalle. Traduzione di Scilla Forti.

Irena Brežná è nata nel 1950 in quella che un tempo era Cecoslovacchia e oggi Slovacchia ed è emigrata in Svizzera nel 1968 dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi di slavistica, filosofia e psicologia s’impegna nella mediazione interculturale e a favore dei diritti umani. Dal 1981 è scrittrice e giornalista. I suoi articoli, pubblicati in Svizzera, Germania e Repubblica Slovacca, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Le sue opere letterarie affrontano principalmente i temi dell’esilio e della patria.

Source: libro del recensore.

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:: La porta delle tenebre, Glenn Cooper, (Editrice Nord, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015 by
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Emily e John sono finalmente rientrati alla loro epoca, ma appena tornano scoprono che l’apertura del portale ha portato nell’Oltre la sorella e i nipoti di Emily che erano nella sala mensa insieme a una scienziata e altre otto persone sparite dalle loro abitazioni.
Rincomincia così un nuovo viaggio nell’Oltre per salvare i nuovi spariti e per farlo John ed Emily dovranno allacciare alleanze con persone molto pericolose che nel loro primo viaggio hanno tradito o evitato del tutto, ma questo e altro per salvare i propri familiari.
Anche in questo nuovo viaggio Cooper mantiene un terminologia molto semplice che permette a qualsiasi lettore di potersi avvicinare ai suoi scritti, appassionandosi subito senza nemmeno più accorgersi del tempo che scorre, rimanendo attento e concentrato nella lettura fino all’ultima pagina senza volersi mai fermare.
Le descrizioni sono sempre molto minuziose e profonde come siamo stati abituati, infatti già dalle prime righe si ha la sensazione di rincontrare vecchi amici che avevamo salutato 7 mesi fa,m provando le stesse emozioni e gli stessi legami provati per gli altri suoi libri in generale e con Dannati in particolare.
Anche stavolta il viaggio nel tempo viene aiutato dalle descrizioni degli ambienti che riprendono perfettamente l’altro libro portano una perfetta continuità nella storia che fa dimenticare al lettore il fatto che sia passati 7 mesi tra una pubblicazione e un’altra.
Anche stavolta il finale è totalmente aperto dando l’impressione che ci sia un terzo libro in uscita che ovviamente aspetteremo con ansia.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper  Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa edizioni Nord.

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:: Un’ intervista con Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015)

5 luglio 2015 by

6221022_397431Benvenuto Bruno su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. È da poco uscito per Baldini e Castoldi il suo nuovo libro ISIS® Il marketing dell’Apocalisse, un libro di certo controcorrente, che dice le cose che gli altri non dicono. Seguendola su Fb sono a conoscenza del suo impegno per decifrare la verità dalla marea di informazioni che ha raccolto su Twitter, sui siti di informazione anche indipendenti, sull’emergenza ISIS. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

È colpa di Gianluca Nicoletti. Durante un mio intervento a Melog, la trasmissione che conduce su Radio24, ha detto ai microfoni che occuparmi di questo tema sarebbe stata una sfida bellissima per me. Ora siccome Gianluca mi conosce bene e sa che il mio punto debole sono le sfide, proprio non riesco a sottrarmi, alla fine non ho resistito…

Nell’ introduzione dice: Sul piano mediatico l’ISIS rappresenta in un certo senso l’11 settembre di Internet, la prima grande sconfitta della rete, così come l’attacco alle Torri Gemelle e ciò che ne è seguito hanno segnato la sconfitta della televisione e la morte del giornalismo televisivo. In che senso?

Dall’inizio dell’attacco mediatico dell’ISIS, notte dopo notte, ho visto la rete sgretolarsi e collassare come le Torri Gemelle. Internet ha mostrato tutta la sua debolezza e fragilità fornendo una piattaforma potente per tutti i canali che hanno creato e usato contro di noi, da Twitter a Diaspora. E l’hanno trasformata in un’arma micidiale. Le prime vittime sono stati i giornalisti che non hanno proprio nessuna dimestichezza con l’interattività e sono rimasti ancorati ai loro modelli mediatici. Morti tutti. Non solo, ma subito dopo che sono morti si sono trasformati in zombie, cioè in pupazzi che agiscono sotto l’impulso degli stimoli elementari senza più un’anima o un cervello. In questo modo hanno ceduto al terrore e l’hanno ritrasmesso al pubblico, diventando di fatto l’amplificatore dei messaggi dell’ISIS.

E’ molto critico nei confronti della democrazia digitale e dei social network. Ci sarebbe un modo per usarli virtuosamente?

Sì certo, ma non siamo ancora capaci di farlo. Il problema è tutto qui: usiamo Internet ancora in modalità televisiva, cioè passiva. Quando il medium invece è interattivo e presuppone che il suo fruitore si faccia parte attiva nell’usarlo, cercando, collegando, condividendo. Troppo faticoso per chi è ancora abituato a sedere davanti al televisore e subire tutto quello che passa sullo schermo senza poter intervenire, senza selezionare l’informazione, senza pretendere verifiche e approfondimenti come invece è possibile con Internet.

Ricordiamoci che internet nacque come progetto del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, con funzioni prevalentemente militari. “Controllare, manipolare, deformare la realtà e, in definitiva, dominare grandi masse orientandone le scelte” in fin dei conti non rientra nel suo progetto originario?

No. Internet era, in origine, cioè negli anni ‘70, una rete di comunicazione che avrebe consentito ai centri di coordinamento dell’apparato militare americano di poter ancora comunicare fra loro dopo un attacco nucleare. Il paradosso è che dopo un attacco nucleare non rimarrebbe nessuno e quindi a chi sarebbe servita? Negli anni ’80 questa rete che si chiamava Arpanet, ormai obsoleta per l’Esercito, venne regalata ai centri di ricerca e alle università per la condivisione di documenti. Quindi la sua natura è la condivisione. Subito dopo, al CERN di Ginevra fu inventato un tipo di documento che avrebbe favorito ulteriormente la condivisione: l’ipertesto, l’Html. Questa è la sua vera natura, lo scambio, la condivisione. Invece c’è ancora gente che non la usa in questo modo, ma “sfoglia” le pagine sul monitor come se fossero pagine di un quotidiano di carta, oppure guarda Youtube come se fosse un surrogato della televisione…

Sempre nell’introduzione dice È assolutamente vero che il terrorismo è uno dei nuovi effetti dei media. Proviamo allora a considerare a cosa si ridurrebbe l’ISIS se non esistesse Internet. Sarebbe mai riuscito a fare tutta la propaganda che ha fatto senza l’aiuto della rete? Fenomeno mediatico prima di tutto? Il terrore si propaga nella rete, a che scopo, secondo lei? Portando l’inferno in terra, racchiuso in uno spot pubblicitario, pensano di vincere la loro guerra, attirare seguaci, annientare (prima psicologicamente) i nemici?

La rete è allo stesso tempo il medium più economico di cui disporre oggi e il più capillare. A che scopo si diffonde il terrore? Per una serie di motivi: da una parte orientare l’opinione pubblica occidentale verso una guerra che è voluta dagli USA prima di tutto, dall’altra far vedere che l’Islam può di nuovo realizzare l’utopia del ritorno al passato col Califfato e quindi raccogliere adesioni fra tutti coloro che vogliono che l’Islam si distacchi dall’influenza occidentale, esca dalla “schiavitù” economico/politica a cui l’Occidente l’avrebbe ridotto e, se possibile dia inizio ad una guerra estesa a tutto il Medio Oriente allo scopo di destabilizzarlo e ridisegnare la mappa dei poteri. Non fermiamoci mai alla propaganda. Il terrorismo è propaganda. Gli attentati sono propaganda. Bisogna cercare di vedere a chi conviene questa situazione e allora si cominceranno a intravedere i veri registi che erano fin dall’inizio dietro le quinte.

Non pensa si sia raggiunta una sorta di saturazione dell’orrore, raggiunta una certa indifferenza. Per paradosso la distruzione di statue ha avuto reazioni forse superiori all’uccisione di bambini. Ebbene, il vero orrore non è lo spettacolo ma chi lo guarda. Siamo noi. Non c’è proprio uno snaturamento dell’umanità anche di chi subisce questo martellamento mediatico?

Non c’è nessuno snaturamento, siamo già “snaturati”. Siamo quelli che rallentano quando c’è un incidente, e non per portare soccorso ma solo per vedere se c’è il morto. Le notizie sui drammi dell’umanità con cui i giornali riempiono pagine e pagine non servono ad informare (perché in realtà le tragedie che capitano nel mondo nello stesso momento sono molte di più) ma solo per attirare questa nostra morbosa attenzione e consolarci del fatto che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi e quindi, in fondo, non dobbiamo nemmeno lamentarci… È quella che definisco “funzione anestetica” del giornalismo.

L’utilizzo delle logiche del marketing a scopi di guerra, come scrive, ha origine proprio nelle tecniche di logistica, distribuzione e approvvigionamento dell’esercito americano nella Seconda Guerra mondiale, ma sembra il progetto folle di un delirante pubblicitario. Secondo lei è una cosa nata per caso, o è stata attentaemente pianificata dall’ISIS?

In questa guerra, come in tutte le guerre, non c’è niente che sia nato per caso. Basti pensare alla vera storia di al-Qaeda e alla nascita successiva dell’ISI dal ramo iracheno dell’organizzazione di Bin Laden (AQI, al-Qaeda in Iraq). Ma qui tutto è marketing, dal modo in cui promuovono l’immagine del Califfato, alla moneta che hanno coniato che si contrappone alle “false” monete occidentali, ai video, alle riviste online. E infine, le tecniche usate nella propaganda sono le stesse delle pianificazioni pubblicitarie occidentali. Sembra anzi che dietro ci sia la mano di gente che ha masticato parecchia pianificazione pubblicitaria nelle multinazionali.

Questo non è uno scontro fra culture ma una guerra di mercato fra chi riuscirà a imporre il proprio tipo di pensiero unico. […] Se non si fermerà la corsa verso la distruzione e si sostituiranno questi modelli, se non sapremo ribellarci a chi ha interesse a continuare la «guerra infinita», quella dei mercati, allora sarà l’Apocalisse, quella vera. Pessimista o ottimista in questo senso?

Pessimista. L’Apocalisse è già iniziata per noi. E non è quella di cui parla l’ISIS: è la fine del capitalismo.

Avrei davvero moltissime altre domande da farle, ma mi rendo conto di dover concludere questa intervista. Ci parli del futuro, come lei lo vede, l’ISIS sarà sconfitto o è ormai una parte irrimediabile di noi?

L’ISIS non verrà mai “sconfitto” perché è stato creato dall’Occidente per destabilizzare il Medio Oriente. Quello che verrà sconfitto sarà invece il Medio Oriente con i suoi sogni di affrancamento dall’Occidente e ritorno alla sua stagione “imperiale”. Vorrei sbagliarmi ma queste sue aspirazioni verranno “punite” lasciandolo precipitare per un lungo periodo nel caos e arretrare al medio evo. Di questo non potranno che avvantaggiarsi gli Stati Uniti e Israele. E noi siamo loro complici.

Se ci sono ancora domande, sono a vostra disposizione.

Paola Preziati: Io. Ecco la domanda. Ho sentito varie fonti in rete (una su tutte, Nicolai Lilin, autore di gioventù siberiana) che sostengono un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nell’addestramento dei membri dell’Isis come fecero ai tempi con i mujaheddin in Afghanistan. Quanto di provato c’è veramente a riguardo?

No, non ci sono prove di questo. Anzi io sostengo che l’ISIS sia una sorta di OGM rispetto ad al-Qaeda. Ovvero se al-Qaeda è nata come una sorta di “innesto” di una cultura in un’altra cultura, creando a tavolino qualcosa che prima non c’era (35.000 combattenti wahhabiti portati dall’Arabia Saudita in Afghanistan negli anni ’80, trapiantando così il fanatismo saudita in un luogo dove non esisteva), l’ISIS, che nasce staccandosi da al-Qaeda in Iraq, è realmente un OGM. Anzi, nel libro lo definisco un OCM, un “organismo culturalmente modificato”, che ormai si sviluppa da solo, fa terra bruciata intorno a sé e avanza invadendo le altre colture, pardon culture.

Enrico Pascucci: Io ne ho due. La prima: Quali sono secondo lei le principali forme di disagio dei musulmani d’occidente su cui l’ISIS si appoggia, e con quali tecniche di “corteggiamento” usa?

È ovvio che l’ISIS attiri soprattutto giovani mal inseriti nelle nostre società, possibilmente in quella fascia d’età in cui si cercano ideali forti, non trovandone (perché l’Occidente è in piena crisi di valori, fra l’altro). Notare che tutti i foreign fighters dello stato islamico hanno un’età media compresa fra i 18 e i 24 anni. È l’età in cui tutti siamo stati “estremisti”. Ma qui c’è di mezzo un’ideologia ancora più estrema del comunismo o del fascismo di cui le generazioni occidentali degli anni ’70 s’erano imbevute: qui c’è la versione nazista dell’Islam, quella wahhabita (o salafita). Le tecniche di “corteggiamento”? Dai videogame “sparatutto” ambientati in Siria, agli sfondi per il computer o per lo smartphone che incitano al martirio, collezionabili come le nostre raccolte di figurine, all’invito al Jihad come se fosse non solo un dovere ma anche un piacere, trattandolo come un gioco da adulti a cui tutti i giovani un giorno potranno partecipare, scatenando quindi la gara all’emulazione con video che mitizzano i mujaheddin caduti per la costruzione del grande sogno: il Califfato. E questi sono solo alcuni esempi di un “programma didattico” incredibilmente articolato.

Enrico Pascucci: La seconda: ho sempre pensato, senza per questo essere solidale con certe pratiche, che regimi politici fortemente integralisti si siano instaurati in medio oriente anche come forma di difesa da un sistema occidentale in cui sono i soldi a formare pensiero e opinione. Secondo lei la mia è un’idea condivisibile? Se sì, da un punto di vista collettivo, politico, quindi non individuale, esistono forme di difesa diverse che siano praticabili?

Molti hanno cominciato a capire questo fatto, ma ahimè non esistono altre “forme di difesa” se non quella di aiutare l’autodeterminazione dei popoli arabi con la cooperazione e il reciproco rispetto e favorire il dibattito sulla riforma e la modernizzazione dell’Islam che pure sta lentamente iniziando all’interno.

Davide Mana: Ho avuto notizia dell’avvio della demolizione di Palmyra. La sistematica distruzione dei tesori archeologici è uno dei tratti caratteristici dell’ISIS, e ha un ruolo centrale nella propaganda dello stato islamico. Qual è l’esatta funzione di questa attività che a tanti di noi appare insensata e inspiegabile? Cosa desiderano ottenere, in termini di marketing, oltre che in termini politici e culturali (ammesso che i diversi livelli si possano separare)?

È una delle tante forme di ricatto della guerra psicologica. Ma nello stesso tempo è un modo per cancellare le memorie del passato degli altri perché non ne resti traccia. Significa avere in programma di cancellare fisicamente e culturalmente il nemico. Lo stesso messaggio rivolto al pubblico dei potenziali sostenitori suona come un incoraggiamento a prendere le armi e cancellare tutto ciò che resta dell’Occidente nei paesi arabi, sottintendendo che l’ideologia dell’ISIS è superiore a qualunque altra cultura e solo essa ha il diritto di rimanere. Tutto il resto deve scomparire. Non vi ricorda il nazismo?

:: Un’ intervista con il professore Angelo d’Orsi

5 luglio 2015 by

books_002Benvenuto professor d’Orsi su “Liberi di scrivere” e grazie di avere accettato questa intervista. È ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, studioso del pensiero politico del Novecento e di Gramsci, fa parte tra l’altro della Commissione per l’Edizione Nazionale degli Scritti di Gramsci e ha ideato e dirige FestivalStoria e la rivista di storia critica “Historia Magistra” (FrancoAngeli editore). Come è nato il suo interesse professionale e umano per Antonio Gramsci?

Sono giunto a Gramsci attraverso Torino: negli anni Ottanta, fui inserito in un gruppo di ricerca sulla storia di Torino nel Novecento. Ovviamente mi sono imbattuto in questo sardo che giunse sotto la Mole nel 1911, e se ne andò nel 1922. Solo una decina d’anni, ma decisivi tanto per quello studente che non divenne dottore dell’ateneo torinese, dove si era iscritto alla Facoltà di Filosofia e Lettere, quanto per la città. A dire insomma, che Gramsci non sarebbe stato lo stesso senza Torino, ma Torino non sarebbe stata la stessa, non avrebbe potuto avere la sua identità di “città seria”, come la descrive lo stesso Gramsci.
Ovviamente conoscevo Gramsci dai tempi del liceo, quando comprai, sulle bancarelle di via Po una edizione dei Quaderni del carcere in cofanetto. Poi acquistai le Lettere. Studiando la sua biografia del periodo torinese, operai una sorta di identificazione. Ero un ragazzo del Mezzogiorno anch’io emigrato al Nord. Anche io come lui provai il desiderio di fuggire da una città che mi parve “fredda e ostile”, ma a differenza di Gramsci non sono riuscito mai a considerarla “mia”. Ma di Gramsci mi affascinò prima l’uomo, poi il pensatore. Fu, da subito, per me, innanzi tutto un maestro di vita morale e di rigore intellettuale.

Ha dedicato molti lavori alla figura di Antonio Gramsci, tra cui Inchiesta su Gramsci Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità (Accademia University press), un volume collettivo uscito l’anno scorso da lei ideato, in seno alla Redazione centrale di “HistoriaMagistra”, e curato. Un volume chiaro e interessante anche per chi esperto gramsciano non è. Dopo la sua introduzione, che consiglio di leggere alla fine, una griglia di dodici domande, che leggendo la sua introduzione era su per giù quelle che avrei voluto fare a lei, seguite dalle risposte di poco più di una ventina di esperti e in conclusione un intervento di Antonio Gramsci Junior. In che misura era necessario un libro del genere nell’ampio panorama degli studi gramsciani?

Il libro occupa uno spazio inedito nel panorama internazionale degli studi gramsciani. Ed è un peccato che sia stato così poco recensito. Qui conta la forza dell’editore, e ovviamente Accademia University Press, che ha accolto sotto le sue insegne la collana “Biblioteca di Historia Magistra” (questo è il primo volume), non è una potenza. L’Inchiesta mira a fare pulizia rispetto a tanto chiacchiericcio giornalistico o pseudoscientifico. Troppe leggende circolano sulla vita di Gramsci, troppe insinuazioni prive di riscontri, troppa storia indiziaria. E tutto ciò ha un evidente significato culturale e talora politico, rispetto al quale l’Inchiesta ha assunto il compito di rimettere per quanto possibile le cose a posto. Credo si tratti di un volume importante anche per la qualità e la quantità dei contributi, che hanno impegnato molti dei migliori studiosi di Gramsci, di tre diverse generazioni.

Dalla sua introduzione emerge in maniera molto nitida l’esistenza di una vasta comunità gramsciana, per alcuni versi coesa, per altri terreno di aspri dibattiti e divergenze. Perchè secondo lei una personalità come quella di Gramsci ha suscitato, forse molto più di altri pensatori, questo acceso dibattito? Sono di così difficile interpretazione i suoi scritti? Mi riferisco ai Quaderni, e alle Lettere, ricordiamoci redatti in uno stato di detenzione e di privazione della libertà.

Proprio la condizione particolare in cui Gramsci ha scritto rende complesso il lavoro di decifrazione, e interpretazione. Gramsci non è autore di opere in senso proprio, ma solo di articoli, interventi politici, epistole, e appunti di varia natura e argomento (quelli raccolti nei Quaderni del carcere). In certo senso Gramsci è autore postumo, in quanto è stato scoperto sostanzialmente dopo la morte, a partire dal a1947 (era morto nel 1937). E del resto tutti i grandi autori sono oggetto di dispute ermeneutiche. Nel caso di Gramsci le dispute sono particolarmente aspre perché vi è un risvolto politico assai forte. E si tratta di qualcosa che richiama una ideologia e un movimento politico, il comunismo, che sono oggetto di attenzione tanto forte quanto contrastante.

In uno degli studi contenuti nel volume si accenna al grande merito di Togliatti di aver salvato e permesso di tramandare i suoi scritti e il suo pensiero. Condivide questo punto di vista?

Non si tratta di un punto di vista, ma di un dato storico. Sottoscrivo pienamente.

Erano più i punti di divergenza o convergenza tra Togliatti e Gramsci? In cosa erano più distanti?

Erano due personalità assai diverse: Togliatti è un politico dalla testa ai piedi, e impronta la sua azione ai princìpi del realismo fino alle estreme conseguenze, con tratti di cinismo, forse inevitabili nei drammatici frangenti storici attraversati. Gramsci è un intellettuale prestato alla politica, di cui ha una concezione etica, non esente da punte di utopismo. Ma sono concordi tatticamente, e strategicamente, fino al 1926, quando si consuma la rottura tra loro, mai più sanata, in merito al giudizio sulla situazione politica in Unione Sovietica e in particolare in seno al PCUS dove Stalin sta sgominando le opposizioni interne, e Gramsci segue questo processo con apprensione. E ciononostante negli anni della prigionia il filo tra i due non fu mai spezzato, e il rapporto fu proseguito per interposte persone.

Sempre nella sua introduzione sottolinea che molte polemiche sono per lo più strumentali e ideologiche, atte non a scoprire o difendere una verità anche non di schieramento, ma per lo più fatte per danneggiare una corrente di pensiero di cui Gramsci era ed è tutt’ora uno dei più autorevoli, soprattutto moralmente, esponenti, è esatto?

È del tutto legittimo quanto meno il sospetto che gran parte delle polemiche siano riconducibili a una precisa intenzionalità politica, sia pure duplice, ma anticomunista: da una parte, se si vuole propagandare il Gramsci buono, lo si contrappone al Togliatti cattivo, ma la bontà del primo corrisponde all’allontanamento dal marxismo, e dal suo intimo ripudio del marxismo, con una aggiunta che però solo qualcuno osa proporre: il ritorno alla fede dei padri, al cattolicesimo. D’altro canto, se si accetta il princìpio del Gramsci comunista allora la condanna è comminata a lui, oltre che alla sua parte politica, facendo dell’autore dei Quaderni un precursore delle Brigate Rosse, o comunque un politico pratico al quale non si riconosce alcuna autorità in campo intellettuale.

Si parla di un Gramsci dopo la prigionia “redento”, socialdemocratico se non liberale, addirittura soggetto di una conversione religiosa. A tutt’oggi, con gli scritti di cui disponiamo e gli strumenti metodologici attuali, ci sono più che indizi in tal senso, o sono solo travisamenti funzionali collegabili a quanto detto prima?

Ho già accennato alla questione. Le pezze d’appoggio non esistono, né per un Gramsci liberale né, tanto meno, per un Gramsci cattolico. La seconda è una vera e propria leggenda, che torna ciclicamente. Quanto alla prima si tratta di un’operazione che si basa sulla frammentazione dei testi, e un scorretto utilizzo delle citazioni, con una totale decontestualizzazione e una deliberata ignoranza delle scelte note di Gramsci, ben lontane da ogni orizzonte liberale. Non si può cambiare il suo comunismo critico, il suo umanesimo comunista, la sua stessa ansia di andare oltre il marxismo, pur senza mai rinnegarlo, per adesione al liberalismo…

E ora parliamo del fantomatico 34° e  addirittura 35° quaderno. Esistono riferimenti anche criptici della loro esistenza, in lettere di Gramsci stesso o di suoi conoscenti? Esistono anche flebili prove documentarie, o reputa tutto ciò parte unicamente della leggenda?

Proprio la questione dei quaderni scomparsi è stata la molla del libro di cui parliamo, anche se poi i temi affrontati sono numerosi, anzi tutti quelli che concernono le polemiche su Gramsci. Ho voluto affrontare in modo serio, senza pregiudizi, il problema posto da Franco Lo Piparo, con il sostegno, inusitato, di Luciano Canfora. E ho dato la parola anche a loro, anzi mi spiace che l’amico Canfora abbia all’ultimo rinunciato. Ma con tutta la buona volontà possibile, come del resto emerge da tutti i contributi raccolti nel volume, a parte Lo Piparo, naturalmente, non sussistono prove di alcun genere che esista un 34° o addirittura un 35° quaderno gramsciano. Gli indizi, peraltro, a cui Canfora dà tanto peso, sono flebili, e contraddetti da tutto ciò che della vita e del pensiero del Nostro si sa.

A parte i fantomatici quaderni, crede possibile che nei prossimi anni vengano scoperte nuove fonti documentarie (autentiche) questa volta? Da studioso se lo augura?

Negli ultimi venti-venticinque anni, grazie al lavoro avviato nella Edizione Nazionale degli Scritti, del cui staff cui mi onoro di far parte, si sono compiute più scoperte documentarie che in tutti i decenni precedenti, dopo la morte di Gramsci. Dunque è possibile, e ovviamente auspicabile, che tali scoperte proseguano. Ne trarrebbero giovamento tutti.

Grazie professore, spero che con questa intervista abbiamo potuto far luce su un dibattito di certo interessante anche per chi conosce solo superficialmente la vita e gli scritti di Gramsci. Mi piacerebbe concludere questa intervista con un suo profilo di questo intellettuale, sicuramente un gigante, tutt’oggi ancora modello di coerenza e onestà morale per le nuove generazioni.

Vede, sono anni che sto lavorando a una biografia completa di Antonio Gramsci. Ma procedo lentissimamente, il che per me è un dato inconsueto. Sono uno scrittore molto rapido. Ma con Gramsci è diverso: tale è il rispetto per la sua figura, tale il senso di inadeguatezza mia davanti a lui, che fatico moltissimo. Io credo che il suo fascino consista essenzialmente in tre elementi: l’elevatezza morale, il rigore intellettuale, la coerenza politica. Ma il fascino non basta. La grandezza di Gramsci sta nella sostanza del suo pensiero: che è un pensiero fortemente innovativo, ma olistico, che tiene insieme quasi ogni possibile approccio disciplinare, dalla filosofia all’antropologia, dalla scienza politica all’economia, e così via; un pensiero prospettico, con tracce di utopismo, come già accennato, capace di cogliere gli elementi della modernità, connettendoli alla storia: l’intero impianto del pensiero gramsciano è di tipo storico, in grado di partire sempre dal locale per traguardarlo nel nazionale e quindi nel sovranazionale. Un maestro di virtù, in primo luogo, indubbiamente; ma anche una bussola per affrontare la storia d’Italia e del mondo, e addentrarsi nel pensiero marxista dandone una chiave di interpretazione critica, innovativa, che ne dilata i confini. E molto altro ancora… Insomma, io credo che con Gramsci, senza esagerare, sia cominciata un’era nuova nella storia del pensiero.

:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 giugno 2015 by
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E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

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