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:: Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf letto da Manuela Mandracchia (Emons Audiolibri 2012)

23 febbraio 2012

Manuela Mandracchia legge

UNA STANZA TUTTA PER SE’

di Virginia Woolf

 

1 CD MP3, versione integrale, euro 15,90

Presentazione domenica 11 marzo LIBRI COME, Festa del Libro e della Lettura (ore 19, Sala A Garage)
con Manuela Mandracchia, Nadia Fusini, Maria Antonietta Saracino

“La sola cosa che potevo fare era offrirvi un punto di vista: se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé”. Lo disse Virginia Woolf nel 1928: l’occasione era una serie di conferenze tenute al Newnham e Girton College dell’Università di Cambridge dove la scrittrice fu invitata a parlare sul tema “donne e romanzo”. Quelle conferenze divennero un saggio, Una stanza tutta per se’, testo illuminante e fondamentale per intere generazioni. Dal saggio all’audiolibro, le riflessioni della Woolf, ancora così forti e di sorprendente attualità, vengono riproposte dalla voce di Manuela Mandracchia… abbiamo ancora bisogno di una stanza? Ci chiediamo.

“Potrei offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney, alcune altre su Jane Austen. (…) Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento ho capito non sarei stata in grado di consegnarvi un nocciolo di verità”. Da qui, Virginia Woolf parte per dipanare un’appassionata disamina su donne e creatività immaginando di ripercorrere una giornata qualunque del prototipo di una scrittrice contemporanea. È solo un pretesto, però, per poter ampliare il discorso e dare al lettore un vero e proprio spaccato della condizione della donna intellettuale del suo tempo, risultato di una esclusione continua del genere femminile dalla scena letteraria e artistica in generale.

Con ironia pungente, brillante acume e libertà d’inventiva, la scrittrice narra la secolare esclusione dell’universo femminile dalla Storia, spaziando tra puntuali ricostruzioni storiche a personaggi del tutto immaginari.

Virginia Woolf (1882-1941) è una della più importanti e significative scrittrici inglesi. Tra le sue opere ricordiamo La signora Dalloway, Al faro, Orlando e Le onde.

Manuela Mandracchia, una delle attrici più affermate del teatro italiano,  ha lavorato, tra gli altri, con Luca Ronconi, Massimo Castri e Mauro Avogadro. Nel 2007 ha vinto il Premio ETI con lo spettacolo Roma ore 11, tratto da un’inchiesta di Elio Petri. É una delle interpreti più amate della rubrica Ad alta voce su Radio3.

:: Segnalazione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario

22 febbraio 2012

Domani 23 febbraio è in uscita per Hobby & Work una nuova avventura del arguto e paziente Maggiore Aldo Morosini, personaggio nato dalla penna del giornalista e scrittore torinese Giorgio Ballario, un autore capace con le sue storie di farci rivivere le atmosfere coloniali dell’Africa Italiana degli anni 30; uno scrittore davvero insolito nel panorama letterario italiano dallo stile colto e salgariano, con trame gialle intricate all’Agatha Christie e una spruzzata di amaro disincanto decisamente noir. Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, ecco Le rose di Axum.

Dal risvolto  di copertina:

Febbraio 1936: mentre divampa la guerra contro l’Abissinia, voluta dal Duce per “ridare” all’Italia un impero e sedersi da vincitore al tavolo delle grandi potenze, nelle saline di Massaua, retrovia del conflitto, viene scoperto il cadavere di un indigeno orribilmente torturato e sfigurato.
Per Aldo Morosini, maggiore dei Reali Carabinieri, potrebbe essere solo un’indagine di ordinaria amministrazione, perché le autorità coloniali liquidano l’accaduto come una banale vendetta fra clan eritrei.
Invece l’omicidio dell’ignoto indigeno finirà per intrecciarsi con un’oscura vicenda di interessi privati, spionaggio e complotti internazionali che condurrà Morosini fino alla mitica città di Axum, capitale di uno dei regni più misteriosi dell’antichità africana.
In questo viaggio verso l’ignoto il maggiore dovrà anche scortare un gruppo di archeologi tedeschi intenzionati a recuperare la mummia di Caléb, il più grande fra i re axumiti. Tuttavia Morosini scoprirà presto che dietro la facciata della missione scientifica si celano ben altri scopi, assai più oscuri e inquietanti. E che i suoi nuovi compagni di avventura non sono esattamente ciò che appaiono.
Sfoderando tutto il suo acume investigativo, mentre si destreggia fra agguati e omicidi, serpenti e scorpioni, agenti segreti e fotoreporter in gonnella, predoni abissini e monaci copti, a poco a poco Morosini raccoglierà e ricomporrà tutti i tasselli del mosaico, scoprendo infine la terribile verità che si cela dietro le “rose di Axum”…

:: Recensione di Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli 2012) a cura di Stefano Di Marino

20 febbraio 2012

Torniamo a leggere con piacere la prosa distesa di Enrico Pandiani. Tra tanti buonisti o feroci per moda o convenienza Enrico ti sforna un romanzo dalla forma perfetta con un giusto equilibrio tra ironia e tristezza, tra crudeltà e passione, tra ferocia e detection, con una magnifica scena d’azione e due bei personaggi femminili.  Jean-Pierre Mordenti, della brigata criminale de les Italiens, rimasto quasi l’unico (Alain Servadoni qui è poco più che comprimario) viene chiamato a Fointainebleau per indagare su un caso delicato. Se l’elefantino Babar (creato da Jean de Brunhoff nel 1931) per le generazioni di italiani più giovani magari dice poco, per chi conosce e ama la Francia rievoca tempi passati. Ed è questo il senso dell’inchiesta in cui ci sono morti ammazzati e pure male con una vecchia mitragliatrice della Guerra. Politici corrotti, traditori, nazisti, patrimoni e famiglie massacrate. Un amore da vendicare. Spunto forse non originalissimo ma raccontato con grande maestria e capacità di dosare tempi e modi senza voler fare a tutti i costi i postmoderni. Anche se la serie ha perso un po’ il ‘mordente’ della primissima avventura che resta insuperata per ritmo e tematiche , è un bel polmone d’aria  nel panorama stentatissimo del thriller italiano. C’è una bella poliziotta vietnamita e un’altra ancor più bella su cui gli uomini scommettono. Mordenti si destreggia, rischia vita e cuore, risolve il caso. Mi ricorda sempre un po’ Lino ventura dei tempi belli con il viso da cucciolone ma il pugno e la pistola facili. Il cervello fino soprattutto. Insomma un gran bel libro che non cerca di imitare nessuno e muove passi sicuri lungo l’ispirazione dell’autore.

Stefano Di Marino

:: Recensione di Rock. I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona

18 febbraio 2012

Sam, la prima sera, non partecipò al blues e si limitò a guardare. La sera seguente, all’ora fatidica, un po’ prima di mezzanotte, io accennai Season of the Witch e lui prese a svisare con una vecchia Guild. Gli occhi dei Privileges s’incollarono sulle sue dita lunghe e nerissime che, percorrendo la tastiera, suggerivano la certezza di andare alla ricerca dell’origine della vita. È lui! Hendrix, la Quintessenza del Manico! fu il pensiero che ci folgorò, sicuri che Hendrix appartenesse a un’altra storia. Ma chi poteva immaginare che Hendrix fosse così vicino? Nessuno, nemmeno il Padreterno.

Rock. I delitti dell’uomo nero  di Danilo Arona, opera già edita on line su Horror Magazine e nel 2002 in versione cartacea, è stata da poco ripubblicata da Edizioni Della Sera, per inaugurare la sua nuova collana Calliphora, dedicata a tutte le sfumature del giallo e diretta dal mitico Enzo Bodycold Carcello, agente letterario, e capo redattore oltre che spirito guida del blog Corpi freddi. Ci voleva un libro importante, tosto, anche cattivo se vogliamo e chi meglio di Danilo Arona poteva esserne l’autore? Arona non ha bisogno di grandi presentazioni: classe 1950, piemontese, giornalista impegnato, scrittore complesso e misterioso, musicista per passione, ex dee-jay notturno radiofonico e da sala, ricercatore ai confini della realtà, critico cinematografico e letterario preparato e intuitivo, uno spirito inquieto, maestro incontrastato dell’ horror italiano ma i suoi fan a questo punto direbbero non solo, avvolto quasi da un’ aura inquietante sebbene in realtà sia una persona estremamente gentile e persino divertente. Rock è un libro corposo, anche impegnativo, un minimo di preparazione musicale è quasi d’obbligo, almeno per distinguere aneddoti reali da altri totalmente inventati, sebbene non si rivolga esclusivamente ad un pubblico di lettori tecnicamente esperti. Rock è un omaggio ad un genere musicale impuro, che trae le sue origini dal jazz e dal blues, e non mi dite che non avete mai sentito parlare di Robert Johnson e del suo patto col diavolo ad un incrocio di strada che in cambio dell’anima acquistò l’abilità di suonare come nessuno aveva mai fatto. Ecco quella leggenda nera ben si adatta anche al rock con la “r” minuscola o maiuscola fate voi, nato per convogliare la rabbia e la ribellione di generazioni di giovani che si rivoltavano contro il perbenismo miope e bigotto di una società ipocritamente puritana e retrograda, ottusa e limitata come i crociati della lega dei Grandi Fustigatori anti rock che si scagliano contro la musica del diavolo e sotto sotto trafficano tra droga e prostituzione. E come si fa a parlare di rock senza parlare di Jimi Hendrix e così Arona fa nella prima parte tutta dedicata a questo sfortunato musicista, sfortunato non perché morto giovane, non perché dedito all’alcool e forse alla droga, sfortunato perché il suo immenso talento, chi mai sarebbe riuscito a suonare come lui, oltre a guadagnargli l’eternità non riuscì a dargli la cosa più banale e semplice di tutte: una stupida vita normale e felice. O forse sì, o forse suonare di per sé non è come essere baciati dagli dei, non ti fa diventare un essere superiore al di là del bene e del male, non trasforma la tua vita nel più bello dei sogni o nel peggiore degli incubi. Tanti incubi popolano Rock, incubi dai quali ti svegli urlando, incubi capaci di assorbirti e farti annegare, incubi capaci di farti incontrare Sam Hain.  Già e chi è Sam Hain? Anima nera e dannata che decide un giorno di suonare con un gruppetto di sfigati musicisti italiani della bassa i Privileges (togli una “s” e ti appare il nome del gruppo in cui Arona stesso suonava, questo libro è fatto così piccoli dettagli, piccoli rimandi e  tutto cambia, tutto si collega.) Quel tipo di musicisti on the road che giravano l’Italia per fiere di paese e Festival dell’Unità, tra lambrusco e salame, quel tipo di musicisti capelloni, con pantaloni a zampa d’elefante, guardati di traverso da schiere di vecchi arcigni e giudici implacabili del nuovo che avanza, immuni dal vero successo, dalle insidie dello showbizz, dal fatidico the show must go on. Definire il genere a cui Rock appartiene è alquanto  impegnativo, si potrebbe per semplicità dire che è essenzialmente un thriller con sfumature horror e un tocco di sovrannaturale sufficiente a soddisfare coloro che amano provare sensazioni forti e il brivido della paura. Ma più che altro è un viaggio, un viaggio che non porta ad una destinazione, ma che racchiude il suo senso in se stesso, nel movimento, nella scoperta di sé e della realtà che ci circonda, un viaggio nel cuore della musica, un viaggio che tiene viva una parte importante di memoria dell’autore, la sua giovinezza, se è vero che fu scritto in parte negli anni 80. Non mancano morti tragiche e ragazze scomparse come in ogni thriller che si rispetti, non mancano indizi, tracce, non mancano sospetti che Sam Hain abbia rubato l’anima di Hendrix. Non manca la paura che Sam Hain suscita con la sua testa calva e lucida, le sue dita lunghe e nere come zampe di ragno, la sua bocca enorme, la sua tuba da Mandrake. Ma noi non abbiamo paura. Fottiti Sam Hain, noi non abbiamo paura. O forse sì? Ecco lo sapevo, il file word sul quale sto scrivendo questa recensione è impazzito, il cursore ha iniziato a sbarellare. Sam Hain deve essersi arrabbiato.

:: Recensione de La festa di Orfeo di Javier Márquez Sánchez a cura di Valentino G. Colapinto

18 febbraio 2012

La festa di Orfeo di Javier Márquez Sánchez: 296 pp. brossura, prezzo di copertina €17,00 [Gargoyle Books, 2011].

Longtown è un paesino sperduto al confine con la Scozia. Una notte del 1956 l’intera popolazione viene sterminata. I bambini del villaggio stuprano, uccidono e mutilano nel sonno i loro genitori, parenti e vicini, si riuniscono poi nella chiesa, crocifiggono il parroco a testa in giù e si danno fuoco. Per risolvere un caso del genere, Scotland Yard ricorre all’ispettore Andrew Carmichael, detective specializzato in strani accadimenti, assistito dal fedele Harry Logan.
Questo è l’inquietante inizio de La festa di Orfeo, il primo romanzo spagnolo pubblicato da Gargoyle Books. L’autore è il giornalista Javier Márquez Sánchez (Siviglia, 1978), finora impegnato in saggi musicali, che ha scritto un perfetto horror cinefilo.
Tutto sembra ruotare intorno al film che avevano guardato i bambini quella sera fatidica. Una misteriosa pellicola del 1921, ritrovata poco tempo addietro in una grotta in Scozia. Una pellicola su cui sembra non essere impressionata alcuna immagine. Quindici minuti di immagini in bianco.
Il romanzo è composto da due linee narrative parallele, la seconda delle quali è incentrata sull’attore Peter Cushing, alle prese col suo primo film horror. A quei tempi Cushing è l’attore televisivo più amato dell’Inghilterra, ma per esigenze economiche vuole passare al cinema. Decide così di accettare l’offerta della Hammer Films, che si propone di realizzare una nuova versione di Frankenstein, a colori e completamente diversa da quelle della Universal. Cushing dovrebbe impersonare il dottor Victor Frankenstein, mentre la parte del mostro toccherà all’allora sconosciuto Cristopher Lee.
La Hammer Films vuole che La maschera di Frankenstein sia il film più spaventoso mai visto e per questo Michael Carreras e Terence Fisher chiedono al celebre attore una preparazione speciale per il ruolo. Peter dovrà indagare le radici della paura umana, per poi assimilarle e trasmetterle al pubblico. Scoprire insomma il senso dell’orrore.
Cushing si rivolge per questo ad Arthur Aberline, docente di Cambridge che cerca di studiare l’origine del male assoluto e secondo cui la maggiore paura dell’uomo è trovarsi a faccia a faccia con Lucifero. Viene così a sapere de La Festa del Signor Orfeo, fantomatica pellicola che sarebbe addirittura opera di Satana in persona. Un vangelo su celluloide che provoca l’immediata conversione alle tenebre per chiunque lo veda, con esiti alquanto funesti.
Splendidamente introdotto da Franco Pezzini e Angelica Tintori, La festa di Orfeo è una vera festa per il lettore, che sia cinefilo o meno. Anche se il tema della pellicola diabolica non è certamente nuovo, il romanzo scorre veloce e appassionante, tra comparsate di Boris Karloff o citazioni di film come The Wicker Man, fino a un degno finale. Probabilmente il migliore horror pubblicato in Italia nell’ultimo anno.

Javier Marquez Sanchez nato a Siviglia nel 1978,  si definisce scrittore per vocazione e giornalista per necessita’.
Racconta di essersi formato con le avventure dei supereroi alla Superman e dei leggendari cowboys dello schermo, per dedicare l’adolscenza all’approfondimento della cultura cinematografica (i suoi registi preferiti sono John Ford, Woody Allen e García Berlanga) e della musica folk-rock degli anni Sessanta.
Fra le fonti letterarie, cita Verne, Conan Doyle, Hemingway, Bukowski, Auster, Asimov. Attualmente e’ vicedirettore della rivista Cambio 16 e collabora con varie altre testate. La festa di Orfeo e’ il suo primo romanzo, dopo aver pubblicato alcuni saggi di successo dedicati a Bruce Springsteen, Neil Young, Paul Simon ed Elvis Priesley.

:: Intervista con Riccardo Perissich autore de Le regole del gioco Longanesi

17 febbraio 2012

Benvenuto Riccardo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ci parli di lei. Nato a Milano nel 1942, laureato in Scienze Politiche. Quali sono le sue origini? Chi è Riccardo Perissich?

La mia famiglia è di origine dalmata. Dal lato di mio padre erano fedeli all’Austria e a casa parlavano tedesco. Mio nonno, prima della grande guerra, era magistrato e presidente del tribunale di Trieste. La nonna era viennese. Dalla parte di mia madre invece erano irredentisti italiani e la nonna materna era veneziana. Ho passato la prima infanzia in Svezia, poi sono cresciuto a Milano e in seguito a Roma. Ho fatto studi d’ingegneria e di scienze politiche ma non mi sono laureato: è stato il mio personale ’68. Poi sono stato 24 anni a Bruxelles presso la Commissione europea al seguito di Altiero Spinelli e sono tornato in Italia alla metà degli anni ’90.

Giornalista, studioso di relazioni internazionali, responsabile a Bruxelles presso la Commissione Europea, dirigente presso importanti società italiane, ora scrittore. Da Europeista convinta, nutrita degli insegnamenti di Altero Spinelli, le chiedo da esperto: quale sarà il futuro dell’Europa? E da scrittore: sarà lo scenario ideale per nuove spy story?

Chi come me è stato coinvolto personalmente e idealmente non può fare previsioni; deve solo sperare, e per quanto può operare, perchè si mantenga e si consolidi. Bruxelles è sempre stata un covo di spie, ma è molto difficile usarla come scenario per un thriller. Il lettore deve sentire che il contesto gli è emotivamente famigliare e le istituzioni europee sono troppo astruse e lontane. Il lettore europeo si lascia facilmente trasportare a Roma, a Parigi, a Londra, anche a Washington, ma non a Bruxelles; è un peccato, ma è così.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Ho sempre amato la scrittura: è l’unico modo per capire se le proprie idee, o anche le proprie emozioni, hanno un senso. In gioventù sono stato per breve tempo giornalista e anche in seguito non ho mai smesso di scrivere articoli per riviste e giornali. Quando alcuni anni fa ho lasciato gli incarichi operativi, mi è stato chiesto di scrivere un libro sulla mia esperienza europea (L’Unione Europea, una storia non ufficiale – ed. Longanesi). Poi l’editore mi ha stimolato a scrivere un romanzo.

Quale strumento di scrittura preferisce usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Un tempo, quando esistevano ancora segretarie che conoscevano la stenografia, dettavo. Ora scrivo al computer.

Quali sono i suo maestri letterari?

Sono appassionato di thriller da quando, giovanissimo, ho scoperto Sherlock Holmes. Poi sono stato particolarmente attratto dalle spy stories. I grandi maestri sono inglesi: John Buchan (cui ho voluto rendere omaggio nel romanzo), Eric Ambler, John Le Carré, Graham Green, Ian Fleming e altri. Anche per chi scrive romanzi, non bisogna poi sottovalutare l’influenza del cinema e delle serie televisive, soprattutto americane: per esempio, “24”.

Ha esordito nella narrativa con Longanesi con Le regole del gioco.  Un intrigo internazionale, un uomo sul punto di perdere tutto, tradimenti, coperture, un intricato ginepraio con devastanti ripercussioni. E’ una storia che si basa sulla realtà o è pura fantasia?

E’ pura fantasia, ma calata in uno scenario che tenta di essere plausibile.

Ci parli del suo protagonista il colonnello Giulio Valente. Coraggioso, determinato, tenace. Come ha costruito questo personaggio?

Volevo un personaggio italiano, ma non provinciale. Nella letteratura del genere ci sono due estremi. Gli eroi di Le Carré o di Graham Green: ambigui, introversi, pieni di dubbi. Poi ci sono quelli, la maggioranza, sicuri di sé, un po’ macho, privi di dubbi. Volevo Valente vicino ai primi, ma con un pizzico di demistificazione dei secondi. C’è una collana molto popolare in Francia: Sua Altezza Serenissima, di Gérard de Villiers. L’eroe è Malko Linge, un principe austriaco che vive nel suo castello, ma è anche un agente della CIA e passa il suo tempo in missioni piene di sesso e di violenza. James Bond non è un principe, ma gli piacerebbe molto e per questo a volte è un po’ patetico. Il risultato di tutto questo è Valente, un principe romano rinnegato, mezzo tedesco, con problemi d’identità e assalito da angosce esistenziali. Forse c’è una piccola traccia di me stesso: ha tutti i pregi e i difetti di un italiano, ma è anche cittadino del mondo.

Quale è la sua scena preferita di Le regole del gioco? Quella che scrivendola si è detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

Forse è quella iniziale, a Saint Tropez. E’ la prima che mi ha colpito e, dopo averla scritta, mi ha convinto a continuare. Oppure il dialogo a distanza tra Valente e Anne Dumont attraverso un brano di Chopin. La musica è l’altra mia passione. Mi piacerebbe che il lettore, nelle pause di lettura, ascoltasse i brani che accompagnano il racconto. Ma probabilmente è chiedere troppo.

Durante la stesura di un libro preferisce occuparsi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Sono tutte cose importanti, ma i personaggi prima di tutto. Un autore deve dare l’impressione che prende sul serio tutti i personaggi, anche quelli negativi.

La verità e la menzogna si alternano dettando le regole del gioco. La lealtà e la fiducia sono le merci più rare?

Le scelte morali sono il dilemma più grande cui siamo confrontati: si sceglie poi si paga. Non esiste mai una sola lealtà.

Presentazioni, interviste, inviti in televisione, come vive la sua nuova vita da scrittore?

Scoprire che alla mia tenera età ci sono persone sconosciute che s’interessano a me per una cosa che non ho mai fatto è una sensazione nuova e sarei ipocrita se dicessi che non è piacevole.

Le regole del gioco diventerà presto un film? Cosa ne pensa della relazione tra letteratura e cinema? Quale attore vedrebbe bene nella parte di Giulio?

Sicuramente mi piacerebbe e credo che la storia si adatterebbe bene a un film o a una fiction televisiva. Però è troppo presto per pensarci.

Ci parli di una sua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Imprevedibile. Ho anche altre occupazioni, quindi mi metto a scrivere quando ho la testa abbastanza libera dal resto.

Vuole essere uno scrittore di intrattenimento o vuole mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Se qualcuno pensa di avere un messaggio per l’umanità, è meglio che scriva un saggio. Un romanzo deve avere una storia da raccontare, dei personaggi e delle situazioni che toccano le emozioni prima del cervello. Anche la prosa, non solo la poesia, ha una sua musica e un suo ritmo. Sono queste le cose che contano. Poi, un autore ci mette inevitabilmente la sua cultura; quindi può darsi che ci sia anche un messaggio, ma è secondario. La cosiddetta letteratura impegnata è la cosa più noiosa che esista.

Quali sono le sue letture: saggi, romanzi, testi poetici?

Leggo di tutto, con una particolare predilezione per la storia.

Le piace la letteratura russa?

Come fa a non piacere? E’ uno dei vertici della nostra cultura.

A cosa sta lavorando in questo momento?

“Lavorando”, forse è un po’ troppo. Sto riflettendo a una nuova avventura di Valente e Anne Dumont.

:: Intervista a Roberto Allegri autore di “1001 cose da sapere e da fare con il tuo gatto” (Newton Compton) a cura di Cristina Marra

17 febbraio 2012

Il 17 febbraio è la festa del gatto e quale libro scegliere per celebrarli ma anche per capirli? La scelta ricade sulla bellissima pubblicazione della Newton Compton Editori “1001 cose da sapere e da fare con il tuo Gatto” (pag.509, euro 19,90) di Roberto Allegri. Giornalista e scrittore, Allegri è autore di trenta libri dieci dei quali sono dedicati ai gatti. “1001 cose da fare con il tuo gatto” è una raccolta di notizie, aneddoti, curiosità, informazioni sul piccolo felino. Diviso in ventisei sezioni illustrate da Arianna Robustelli, il libro spazia a 360° nell’universo del gatto e propone consigli utili per curarlo o accontentarlo, per conoscere le sue caratteristiche fisiche e psicologiche, i suoi gusti e le sue passioni ma anche i suoi timori o i suoi bisogni. Non mancano le sezioni dedicate ad aneddoti e storie vere di gatti eroici o amanti della musica, gatti vip o gatti animati. Dalla regola numero 1“l’uomo e il gatto: amici di vecchia data” fino alla 1001, la raccolta diventa un viaggio, un piccolo grande manuale e le 1001 cose “sono le tappe di un’amicizia e le regole di una convivenza” perchè vivere con un gatto “è un’occasione, ed è un peccato farsela scappare”.

Roberto, quando è nata la tua passione per i gatti? Quando hai deciso di scrivere di gatti?

Gli animali hanno sempre fatto parte della mia vita. Sono cresciuto insieme a gatti e cani, e non ricordo un solo giorno senza la loro compagnia. Un esempio su tutti, tanto per fare capire meglio: non ho imparato a camminare tenendo per mano la mamma o il papà, ma aggrappato alla schiena di un cane, un bullmastiff inglese, addestrato a fare il baby sitter. Nella mia crescita, i cani hanno rappresentato la parte “fisica”: con loro ho fatto la lotta, ho giocato a pallone, ho corso nei campi e mi sono tuffato in mare. Con i gatti invece ho condiviso tutto ciò che è intellettuale e spirituale. Quando mi isolavo dal mondo per leggere, c’era un gatto accanto a me. Se ero ammalato, un micio mi teneva al caldo col suo ronfare. Se rimanevo alla finestra a contemplare un tramonto, un gatto era al mio fianco. E anche adesso, quando scrivo, sul tavolo c’è sempre un micio. Se ne sta lì e pare giudicare il mio lavoro. Col tempo, mi sono accorto di avere messo da parte una grande esperienza riguardo ai gatti . Non di tipo “tecnico”, perché non sono un veterinario o un allevatore. La mia era esperienza di vita, l’esperienza di una persona che è sempre stata circondata da gatti, che li ha osservati attentamente e che si è fatto mille domande su di loro. Poi, quindici anni fa, Silvana Giacobini, che allora era la direttrice di CHI, mi propose di curare una rubrica sugli animali domestici sul suo giornale e da quel momento ho cominciato a scrivere di gatti. Oggi ho all’attivo 32 libri pubblicati e di questi, dieci sono esclusivamente dedicati ai piccoli felini di casa.

Il libro elenca tanti consigli per star bene con un gatto e farlo stare bene  ma una parte è dedicata al loro eroismo. Mi racconti un atto di eroismo felino?

Facendo ricerche per questo libro, ho scoperto una cosa straordinaria. Esistono moltissimi casi di gatti che hanno salvato i loro padroni in modo eroico ma sono casi che, non so per quale ragione, non attirano l’interesse dell’opinione pubblica tanto quanto quelli compiuti dai cani. Che i cani siano eroi, è assodato. Dei gatti si parla meno ma il loro coraggio e la loro determinazione nel voler salvare le persone sono altrettanto esemplari. In Inghilterra però esiste un premio molto prestigioso che si chiama “Rescue Cats Awards” e che viene attribuito ai gatti che si sono distinti nel loro eroismo. Forse, una delle storie che più mi ha colpito è avvenuta in Argentina quattro anni fa. Un bambino di un anno e mezzo, si era perduto nella campagna. Era dicembre, faceva freddo. Un branco di gatti randagi lo ha trovato, lo ha circondato e stringendosi addosso a lui lo ha tenuto al caldo per tutta la notte. Il giorno dopo, la polizia ha trovato il bimbo “avvolto” dai gatti e questi, quando gli agenti si sono avvicinati, hanno iniziato a soffiare infuriati per difendere il loro piccolo amico. I medici hanno poi dichiarato che senza l’intervento dai gatti, il bambino non sarebbe sopravvissuto al freddo della notte.

Misterioso e indipendente il gatto è da sempre il compagno ideale degli scrittori. Come spieghi questo feeling speciale?

Esiste un vecchio detto secondo il quale il manoscritto morsicato da un gatto sarà fortunato. In ogni caso, i gatti sono da sempre stati i compagni preferiti dagli scrittori. Forse perché sono discreti e silenziosi, qualità che uno scrittore al lavoro apprezza sempre moltissimo. Nel mio libro “1001 cose da sapere e da fare con il tuo gatto” c’è un intero capitolo dedicato proprio ai grandi scrittori e al loro micio. Da Mark Twain a Baudelaire, da D’Annunzio a Dumas, da Edgar Allan Poe a Sepulveda, da Bukowski a Hemingway, da William Burroughs a Colette, da Dickens a Simenon, da Truman Capote a Mario Rigoni Stern, da Jean Cocteau a Hermann Hesse, da Tennessee Williams a Italo Calvino: ogni autore con una debolezza, una mania, un ricordo legato al loro piccolo amico.

Nel tuo precedente libro “Il gatto giorno per giorno” hai scritto che passando la vita con i gatti hai avuto l’occasione di migliorare. I gatti sono anche maestri di vita, è così?

I gatti sono straordinari maestri di vita. E più che nel libro cui fai riferimento, ne ho parlato in quello intitolato “Il mio maestro zen ha la coda” in cui ho spiegato come osservare il micio di casa sia un’infinita lezione per imparare a coltivare la calma, la pazienza, la riflessione: tutte caratteristiche tipiche di un gatto e che, se acquisite, migliorano anche la vita di noi esseri umani. Ma tutti gli animali sono maestri. Sono immediati, non agiscono con secondi fini, sono più onesti della maggior parte della gente. Vivere con loro, riuscire a comprenderli e a fare tesoro di ogni loro più piccola sfumatura, è un’occasione da non perdere.

Nei tuoi progetti futuri ancora libri sui gatti?

Può darsi. Personalmente ho ancora tanto da dire sui gatti, specialmente su quelli che vivono a casa nostra e che sfiorano la ventina. Il prossimo libro però tratterà un argomento completamente diverso perché da tempo voglio raccontare la storia di fratel Ettore, il sacerdote camilliano che ha dedicato la vita nell’aiuto dei più bisognosi, soprattutto dei senza tetto di Milano. Una figura straordinaria. Sarà un vero privilegio approfondire il suo modo di vivere alla lettera il Vangelo di Gesù.

:: Un’ intervista con Carlo A. Martigli

16 febbraio 2012

Bentornato Carlo su Liberi di scrivere. Dopo il sorprendente, ma più che meritato, successo di 999 L’ultimo custode edito da Castelvecchi sei diventato uno degli scrittori italiani di punta del genere storico. Senza falsa modestia raccontaci come il successo ha cambiato la tua vita.

Non me l’ha cambiata, se non nel senso che mi ha dato la possibilità di poter vivere scrivendo, che era la gioia più grande che potessi sperare di avere, visto che se leggere rende liberi, scrivere mi rende felice.

A gennaio è uscito il tuo nuovo romanzo L’Eretico edito da Longanesi. Ce ne vuoi parlare? Come è nato il soggetto? E’ una sorta di continuazione del tuo precedente romanzo?

L’Eretico non è la continuazione di 999 L’Ultimo Custode, anche se ci sono alcuni degli stessi personaggi. Quelli più amati dal pubblico e da me, come Ferruccio e Leonora, ma la storia è molto più maestosa e dolce al tempo stesso. L’idea mi aleggiava nella mente molti anni fa, perché il buco nero della storia, l’assenza di qualunque notizia sugli anni più importanti della formazione di Gesù, dai 12 ai 30, non poteva essere casuale. Ci doveva essere un motivo. E quando ho scoperto che nessuno, nel mondo, aveva mai scritto un romanzo su questo argomento, allora ho pensato che di motivi ce ne potevano essere molti e che qualcuno/qualcosa lo aveva sempre impedito. Non con la forza, ma con una sorta di ipnosi collettiva. Quella del vero potere, quella che ti impedisce di pensare liberamente.

Parlaci del tuo arrivo in casa Longanesi. Come sono andate le cose?

Benissimo e fin da subito. Pur essendo il secondo gruppo editoriale italiano, ti fanno sentire come a casa tua, impegnato da un lato e coccolato dall’altra. Nei miei ringraziamenti ho detto che sono come un gigante dalle mani delicate.

Tutti, dai grandi quotidiani all’ultimo gazzettino di provincia, accostano il tuo nome a quello di Dan Brown. Sia per il grande successo, sia per il tocco esoterico dei tuoi thriller che toccano argomenti spirituali come la fede, il libero arbitrio, Dio, Gesù Cristo.  Di Dan Brown ormai non se ne parla quasi più mentre di Martigli sì. La fedeltà storica ripaga?

Io credo e spero di sì, ma questo dipende da quanto non piaccia al lettore essere ingannato e preso in giro. L’inganno a volte piace, basti pensare al successo popolare che hanno avuto nella storia molti regimi dittatoriali. La gente dice, basta, non voglio pensare, voglio che lo faccia qualcun altro al posto mio e mi lascio guidare. Io no, e con me spero tanti, sempre di più. Comunque per dare una risposta definitiva occorrerà aspettare l’uscita negli Stai Uniti di 999 L’Ultimo Custode e de L’Eretico. Forse Dan Brown non ha più voglia di scrivere, ha guadagnato troppo, io spero di farlo fino al mio ultimo secondo. Altrimenti, è già tutto scritto nel mio testamento biologico…

Ho letto la tua dedica a L’Eretico e ho sorriso. C’è un’idea, un personaggio che rispecchia tuo padre Walter?  

Mio padre scrisse a Giovanni Paolo II nel 1983, pregandolo di modificare il Padre Nostro. Che un’assurdità teologica grazie anche a una traduzione scorretta, come mi fece notare: non è Dio che induce in tentazione, ma il Male, ovvero il Maligno. In 999 L’ultimo Custode  la frase che gli apparteneva era quella di Leonora “nella vita…è meglio portare l’unguento al ferito che la corona d’alloro al vincitore”. Ne L’Eretico ho voluto ricordare nella dedica proprio quella sua preghiera al Papa, che lo ringraziò tramite Agostino Casaroli e gli mandò la sua benedizione. Non c’è un personaggio particolare che mi ricorda lui, le frasi del libro mi ricordano lui.

Parlaci del tuo protagonista Ferrucio de Mola. Si basa su un personaggio storico realmente esistito o è frutto solo della tua fantasia?

E’ realmente esistito, e nel 1501 partecipò all’assedio di Capua agli ordini del Principe d’Aubigny. Solo che non si chiamava Ferruccio de Mola ma Ferruccio de’ M’Artigli. La passione che ho messo nel narrare le sue vicende storiche e psicologiche è forse in parte data anche dall’aver scavato nella storia e nell’animo di un altro “me”, un mio antenato di cinque secoli fa.

L’accuratezza nella ricostruzione storica è un tuo punti di forza. Come ti sei documentato?

Non è che si decide di scrivere un libro e allora ci si documenta. Sono studi che fanno parte della mia vita, e il rinascimento, con tutte le sue contraddizioni ma con la nascita dell’uomo nuovo, dell’uomo che pensava, è sempre stato il periodo storico che più mi ha affascinato. Religione, filosofia e politica vivevano un intreccio formidabile, pieno di passione, tradimenti, alleanze, meschinità ed eroismi. Ho letto tanto, a proposito, da quando avevo l’età della lettura, quella della ragione ancora deve arrivare.

Gli eretici nell’antichità venivano arsi sul rogo. La storia della Santa Inquisizione è piena di questi episodi. Nel tuo libro il termine eresia ha un’altra accezione. Tu ti senti un eretico?

Certo che lo sono. E vorrei che tutti lo fossero, ognuno nella propria diversità, perché solo dalla diversità si apprende e ci si evolve. In greco aereticòs non si significa altro che “colui che sceglie”. Poi nel medioevo, il potere temeva ovviamente coloro che sceglievano, e a questa parola di ragione e di libertà fu data un’accezione negativa. Ho detto nel medioevo? No, ieri come oggi, non è cambiato nulla, l’eresia, la libera scelta, fa ancora paura.

Pico della Mirandola è morto. Ma il suo sogno di unificare le principali religioni monoteiste sopravvive. Credi sia davvero l’unica strada percorribile nel nostro immediato futuro?

Ieri l’unificazione delle religioni rappresentava la strada per la pace, oggi credo che sia ancora uno strumento di pace, cercare i motivi di incontro dove oggi esistono motivi di scontro, è sempre utile. Ed è sempre un mezzo, non un fine, il mezzo per arrivare a vivere in pace. Ma ancora più importante credo sia la giustizia sociale. Non ci può essere pace in un mondo dove una sparuta minoranza detiene la maggior parte delle ricchezze.

L’umanesimo, il Rinascimento avevano al centro l’uomo e le sue sconfinate possibilità. Cosa ti affascina di più di quel periodo?

Proprio la parola stessa. La rinascita dell’uomo. L’avvento del libero pensiero, dove l’uomo per la prima volta nella storia diventa protagonista e quindi avviene la sua liberazione, quanto meno nel pensiero di pochi illuminati, ma che hanno aperto la strada. La rivoluzione americana e francese non sarebbero mai esistite senza le idee nate proprio nel Rinascimento.

Parlaci di Savonarola. E’ un personaggio negativo, ma non privo di sfumature controverse. C’era del buono infondo nel suo accanirsi contro gli eccessi del lusso e della ricchezza? Era una sorta di Martin Lutero?

Savonarola era una sorta di fanatico talebano, ma nella sua pulizia morale, aveva tutte le ragione per scagliarsi contro la corte papale dell’epoca. Ed è stato coerente fino alla morte, poteva provocare la guerra civile a Firenze e non l’ha fatto per evitare morti inutili, poteva fuggire e non l’ha fatto, per testimoniare la sua fede. E in un certo modo si può dire che abbia anticipato Lutero nella sua visione riformista. Lutero stesso, quando rientrò da Roma, che aveva visitato nel 1510, scrisse che nella città del papa, quando si parlava di anima, la gente si metteva a ridere.

La Roma dei Borgia, i delitti, i veleni, il papato come dinastia. Quanto filtra di tutto ciò nel tuo romanzo?

Tutto, spero e credo. Nei film si vedono balli e canti e musici e bei vestiti, ma se il pensiero nel XV° secolo era grandioso, la vita era torbida in tutti i suoi aspetti. Roma aveva poco più di 100.000 abitanti, all’epoca, ed erano schedate più di 7.000 prostitute… Alessandro VI Borgia volle inizialmente tentare di cambiare la tiara in corona, poi cambiò idea, e per questo fu probabilmente ucciso dalla mano di Cesare, dopo che insieme molto probabilmente avevano deciso la morte di Juan Borgia, rispettivamente figlio e fratello. Questa era Roma.

L’Eretico è anche una storia d’amore. Ce ne vuoi parlare?

Sono diverse, almeno tre o forse quattro le storie d’amore che si incontrano ne L’Eretico. Più che parlare di queste storie vorrei che il lettore le vivesse, nel bene e nel male che fanno. L’amore è il motore del mondo, e se andiamo a fondo della storia de L’Eretico, è vero, più che un romanzo o un thriller storico potrebbe dirsi un’immensa storia d’amore e di passione. Anche i vangeli lo sono, no?

La parte a mio avviso più interessante e che avrà incuriosito e affascinato sicuramente i tuoi lettori riguarda la storia segreta di Gesù, che con il nome di Issa trascorse la giovinezza ad apprendere la saggezza orientale. Personalmente mi ero sempre immaginata un Gesù defilato intento a fare il falegname in qualche villaggio sperduto della Palestina. Parlaci di questo aspetto molto credibile della sua vita e di come incide in modo rivoluzionario nel tuo libro.

Il fatto che Gesù faccia il falegname per diciotto anni, dai 12 ai 30, e poi d’improvviso si svegli dal torpore e cominci a predicare è un’offesa all’intelligenza dei credenti. Sono gli anni decisivi per la crescita di un uomo e la logica vuole che proprio in quegli anni si sia formato. E il fatto che abbia fatto un lungo viaggio in Oriente e poi sia tornato non va contro la fede. Anzi. La Chiesa ufficiale ha avuto sempre paura di parlare di questo viaggio, che in Occidente è praticamente sconosciuto, mentre in Oriente è considerato parte della storia di Gesù da duemila anni, e lo sanno tutti. Paura forse che il suo messaggio non sia considerato originale, come se la figura di un Dio che parla attraverso lui ne sia diminuita. La paura però non aiuta la fede, ma serve solo per imporla e allora non ha valore. Gli indizi della permanenza di Gesù in India e nel Tibet sono colossali e aiutano invece a comprendere meglio la filosofia e i cambiamenti che l’ebreo Gesù volle apportare alle leggi dei padri. Come quando disse che andava modificata nel senso che non era più l’uomo a dover sottostare alla legge, ma questa all’uomo. Con la sua formazione orientale tutto il suo straordinario messaggio d’amore sarebbe più logico e la stessa figura di Gesù ne sarebbe accresciuta.

Il personaggio del monaco tibetano Ada Ta come l’hai caratterizzato?

Intanto è un monaco realmente esistito, e l’ho caratterizzato grazie a un monaco tibetano che ho conosciuto in un monastero buddista in Toscana e con il quale ho scambiato qualche parola. Aveva un sorriso stampato sul volto leggermente ironico, ma dolcissimo, come di colui che sa, ma senza alcuna superbia.

Davvero nessuna proposta di un adattamento cinematografico?

C’è stato qualche approccio, sia per quanto riguarda 999 L’Ultimo Custode, sia per L’Eretico. Ma credo che per arrivare a qualcosa di concreto si debba aspettare l’uscita dei romanzi negli Stati Uniti, la cui industria cinematografica è la sola a poter produrre dei film oggettivamente costosi. In Italia il cinema è mezzo morto, si fanno solo commedie all’italiana con scarsi mezzi e pure povere di contenuti, e infatti all’estero non vanno.

E all’estero, in quali paesi i tuoi libri sono stati tradotti? Che accoglienza hanno avuto?

In tutti i paesi, da quelli dell’est europeo, alla Spagna, alla Germania, alla Grecia, alla Danimarca, all’Argentina e a molti altri, 999 L’Ultimo Custode ha avuto un grande successo, meno che in Francia, in onestà. Ora è uscito anche in Russia e tra qualche mese vedrò la pubblicazione in lingua cinese. In totale è stato tradotto in sedici lingue, per ora. L’Eretico è già stato acquistato, a scatola chiusa, in diversi paesi, e spero che segua le orme del precedente e anche di più.

A che romanzo stai lavorando attualmente? Puoi farci qualche anticipazione?

Sto lavorando a due romanzi contemporaneamente, e posso solo dire per ora che se si può in qualche modo dire che L’Eretico parla del cielo, il prossimo parlerà della terra. L’altro è una meravigliosa e divertente follia, sempre nel mio stile, ovviamente, ma sarà una sorpresa. Di più, come mio solito, non voglio dire. Il segreto e il mistero, d’altra parte, sono il mio mestiere.

:: Recensione de Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon a cura di Valentino G. Colapinto

16 febbraio 2012

Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon: 390 pp. brossura, prezzo di copertina €16,00 [Gargoyle Books, 2011].

Richard Laymon (1947-2001) ci ha regalato con la sua ultima opera, Il Circo dei Vampiri, un horror decisamente atipico. Si tratta infatti di un romanzo di formazione, ricco di suspense e humour, che solo nel finale vira verso l’orrore soprannaturale propriamente detto. Un libro che ricostruisce con realismo e delicatezza la psicologia di un sedicenne che comincia ad affacciarsi alla vita.
Siamo a Grandville, piccolo paese dell’America profonda, in un caldo agosto degli anni ‘60. Dwight, il protagonista, Slim, la ragazza di cui è innamorato, e Rusty, il suo migliore nonché insopportabile amico, decidono di recarsi al Campo di Janks per assistere all’arrivo dello Spettacolo Itinerante dei Vampiri, cui non possono assistere per motivi di età e di orario.
Giunti lì, non trovano però nessuno e vengono inoltre assaliti da un cane inferocito, che li costringe a rifugiarsi sul tetto di un chioschetto abbandonato. Dwight riesce a fuggire, per cercare aiuto, ma al suo ritorno Slim è sparita. Anche perché Rusty se l’è filata, lasciandola da sola, e gli artisti dello spettacolo, arrivati nel frattempo, sostengono di non saperne nulla.
Che cosa è successo a Slim? Comincia per Dwight una ricerca angosciante in quello che si rivelerà essere il giorno più importante della sua vita.
Pubblicato nel 2000, il Circo dei Vampiri ha ottenuto il Bram Stoker Award, il più importante riconoscimento letterario dedicato ai romanzi horror, e pare sia imminente una sua riduzione cinematografica.
Parlare di romanzo horror è in questo caso riduttivo, poiché ci troviamo di fronte a letteratura tout-court, senza altri aggettivi. La stessa appendice orrorifica, per quanto abbastanza splatterosa, potrebbe benissimo risultare assente. Ciò che conta è lo sviluppo dei personaggi, l’approfondimento psicologico, raccontare gli imbarazzi e gli amori di un’età unica come l’adolescenza senza cadere mai nell’artificiosità o nel sentimentalismo.
In questa alluvione di vampiri effeminati e zombi redivivi, un libro che non bisogna assolutamente lasciarsi sfuggire.

:: Recensione di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico di Lorenzo Mazzoni e Andrea Amaducci

15 febbraio 2012

– Tua madre coltiva marijuana in cortile. Tuo figlio gira con un invasato finto islamico, i tuoi vicini sono poveri diavoli immigrati sempre in bilico fra un’esistenza lecita e un’esistenza illecita. Ti vesti come un dandy sballato dei primi anni ’80. Beh, con un profilo del genere pensi di essere credibile come poliziotto? – chiese l’immagine allo specchio.

Pietro Malatesta, sbirro anarchico di periferia, e la sua Ferrara noir e multietnica, – protagonisti incontrastati di questa trilogia che riunisce in un solo libro edito dalla milanese Momentum tre romanzi brevi separati di Lorenzo Mazzoni: Nero ferrarese, Il recinto delle capre e Il cinematografo, in passato usciti con Linea BN edizioni-, si inseriscono a pieno titolo, seppur italianissimi, nella gloriosa tradizione che ha fatto grande il polar francese. Un noir poliziesco della quotidianità, delle banlieues degradate, degli ultimi, dei diseredati, dei teppisti da strada, dei venditori abusivi di accendini e portachiavi, delle modelle porno, un noir in cui Mazzoni piuttosto che indulgere su toni cupi e opprimenti si lascia contagiare da sprazzi di luce e di umorismo che molto ricordano le strampalate indagini del commissario SanAntonio di Frederic Dard, la scena di Malatesta alle prese con la venditrice di aspirapolveri in Nero ferrarese vi assicuro gareggia con le sue pagine più bizzarre e divertenti. Se dovessi fare un a raffronto musicalmente parlando non potrei non pensare alla contaminazione di generi della musica alternativa dei Mano Negra, alla loro solarità e allegria. Un noir solare è quasi un controsenso, ma rispecchia bene l’ambivalenza e la varietà di generi che caratterizzano maggiormente l’originalità di questi tre romanzi. Nella bellissima prefazione di Enrico Pandiani, che vi consiglio di leggere al termine della trilogia, leggerete una profonda analisi di cosa c’è e di cosa invece non c’è in Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ed è raro che uno scrittore parli di un altro scrittore con tale cognizione e partecipazione. Non a caso Pandiani è un altro seguace della scuola francese, tanto da ambientare le sue storie direttamente a Parigi.

Camminò lungo via Garibaldi, percorse via Cassoli, giunse di fronte al Bar dello Stadio, incastonato sotto la gradinata, riparato dai platani. Quando era un ragazzo scalmanato, Malatesta passava intere serate dentro quel bar. Si ritrovava lì con i suoi compari teppisti. Bevevano vino, giocavano a carte, organizzavano le battaglie della domenica, intonavano cori. Poi lui si era sposato ed era diventato uno sbirro e i suoi compari erano invecchiati, qualcuno era finito in gattabuia, qualcuno era morto di eroina, qualcun altro si era sistemato e rinnegava il passato. La gloriosa Ovest era morta.

Pietro Malatesta, ex teppista pentito, tutore dell’ordine sui generis, contraddice tutti gli stereotipi del poliziotto standard: è un anarchico, non inquadrabile in categorie ed etichette, non è addomesticabile. Gira per Ferrara in bicicletta, non è tentato di esercitare il suo potere in modo violento e arbitrario, tollera  a mala pena la mediocrità dei suoi superiori che hanno fatto carriera tramite agganci giusti e corruzione, prova simpatia per i più sfortunati, forte di un romanticismo un po’ surreale e strampalato che Mazzoni non porta mai a scadere nel comico ad oltranza o nella farsa. L’anima noir del libro persiste e si nutre di rabbia, di quel tipico odore di bruciato che si respira in una società malata di consumismo e indifferenza, in cui la violenza e il crimine invece di essere eventi eccezionali ne costituiscono il terreno naturale in cui si muovono i personaggi, vinti, sconfitti, doloranti per le botte prese, per le delusioni, per lo squallore che li circonda fatto di degrado, rassegnazione, sopraffazione del più forte sul più debole. La fenomenologia malatestiana porta con sé una notevole dose di anarchico anticonformismo e di autentico dolore non troppo nascosto dalle pennellate di umorismo che non bastano a nascondere tutto il nero che costituisce la nostra quotidianità. Non posso non ricordare che Nero ferrarese è dedicato in memoria di Federico Aldrovandi. In conclusione un plauso ai disegni di Andrea Amaducci che si alternano al narrato come riflessi onirici profondamente in simbiosi con la storia,  e pur nella loro semplicità, ci accompagnano davvero durante la lettura e quasi si aspetta l’arrivo del prossimo disegno, in bianco, nero e rosso.

:: Intervista a Darien Levani

14 febbraio 2012

Buongiorno Darien, grazie per la partecipazione. E’ uscito da poche settimane “Il famoso magico qukapik” (Odoya Edizioni), il tuo ultimo romanzo che sta avendo un grande successo. Ce ne vuoi parlare?

E’ una storia di scacchi, guerre, finzione, propaganda, relazioni, inganno, reclame e … guarda, vado per una soluzione facile: faccio copia /incolla dalla nota di copertina: “Glauko è un giovane dalle mille risorse: stabilisce i coefficienti per le scommesse sulla colpevolezza o meno delle persone indagate; ruba la posta e ricatta i destinatari; porta t-shirt con talune scritte pubblicitarie; vende idee ai grandi supermercati. Elisa è la sua fidanzata. Glauko abita con Mark, strano personaggio che lavora di notte e gioca con lui a scacchi a distanza, lasciando un biglietto vicino alla scacchiera per informarlo della sua mossa. Veli è l’agente di polizia che spera di sbarazzarsi di Glauko e di conquistare Elisa. Glauko vive nell’Impero Occidentale, non diverso dalla nostra Europa. Sullo sfondo, si profila una guerra tra l’Occidente – una sorta di repubblica governata da un certo Wibas – e l’Oriente ‒ una monarchia dittatoriale o forse no, governata da tale Kuzatumba. In realtà gira voce – e tutti ci credono, Glauko compreso – che anche in Occidente ci sia una dittatura e che sia retta dalla forza magica del qukapik (picchio), che fornisce eterno potere. Infatti, su suggerimento del mago Swartzhin, Kuzatumba usa gli escrementi del qukapik per conservare il suo ruolo. I Rapati – immigrati orientali che per legge devono rasarsi quotidianamente per essere sempre riconoscibili – continuano a dire che Kuzatumba non è un dittatore. Poco importa: Wibas ci crede e sembra deciso ad avere il qukapik: si prepara ad andare in guerra quando Glauko incontra Eduart…

Dove nascono le atmosfere un po’ vonnegutiane del libro?

Dalla storia che voglio raccontare. Per questa storia che parla di conflitto, simboli, guerra e fede un ambientazione simile a quella vonnegutiana mi sembrava la più appropriata. Non riesco a decidermi se sono io che ho rubato al buon Kurt o se sia io sia lui abbiamo rubato dalla stessa fonte. Forse questa fonte sono i miei Balcani, un’ entità di confini e storia dove tutto è vero e allo stesso tempo falso a secondo della prospettiva, dove si produce tanto odio ma non si prende mai sul serio. E’ il nostro destino, sospesi tra l’Europa e l’Asia.  Poi le cose succedono e basta. Alcune parole vanno dietro ad altre parole per creare degli eventi che poi creano una storia…

Il famoso magico qukapik“, oltre alla prosa di Kurt Vonnegut, sembra un felice mix di Tom Robbins shakerato alla rakìja, Seattle che incontra i Balcani. Hai dovuto lavorare molto per raggiungere questo tipo di prosa caleidoscopica?

No, in realtà non ho mai lavorato su questo punto, è stato tutto naturale. Ho lavorato, e molto, finché non sono riuscito a capire cos’è la scrittura. Credo che scrivere significa rivelare parte di se stessi, e una volta che ho accettato questo concetto il resto è stato facile. Non doverti più preoccupare  di cosa pensano di quello che scrivi – almeno, non tanto – ti rende libero. Oltre a questo, io credo che chi scrive, scrive le storie che vorrebbe leggere. Anche sotto quest’aspetto portare a convivere tutti questi elementi è stato facile.

Come nel tuo precedente romanzo “Solo andata, grazie” (Alba Media Edizioni, 2010) hai scritto in italiano, che non è la tua lingua madre. Una scelta coraggiosa e ammirevole. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a pubblicare sul mercato italiano?

La lingua. Ogni storia vuole essere narrata in un certo modo. Adesso per esempio sto scrivendo qualcosa ambientato a Tirana, i personaggi bestemmiano e sputano in albanese perché altrimenti sarebbero falsi. E’ l’unico criterio che seguo: abito la lingua.

In “Solo andata, grazie” affronti utilizzando un registro narrativo a metà fra il reportage e il romanzo milleriano, le problematiche degli stranieri in Italia. Vuoi parlarci del libro? Le vicende narrate sono frutto dell’esperienza diretta?

Il libro racconta le storie di migranti giunti in Italia, in un modo e nell’altro. Non è esaustivo, ma di vero. Nasce da esperienze dirette, cose viste o sentite, storie di follia quotidiana. Come quelle di chi raccoglie pomodori per pochi centesimi, chi si da alla cocaina per potere lavorare meglio e intanto combatte contro un sottile razzismo quotidiano. Anzi, combattere è troppo, “lo subisce” è meglio. Ma del resto è normale che sia così. Nessuno ha saputo integrare gli stranieri ne rassicurare gli italiani. Si credeva, forse, che 5 milioni di persone potessero entrare in Italia senza fare alcun rumore?  Poi volevo anche parlare della nuova specie di ipocrisia e stupidita. Pensa a un individuo così: ha sistemato i suoi con 500 euro al mese assumendo una badante moldava. Al nero, si capisce. Ha l’amante romena. La sua azienda rischiava di chiudere, quindi ha assunto un paio di africani al nero: gli permettono di andare avanti perché li paga poco e non ci paga manco le tasse. Poi la sera si presenta alla riunione del partito e dice che non si può andare avanti con tanti stranieri, che vorrebbe tornare nel 1980 quando le cose erano più semplici. Alla fine questa gente vuole riscrivere il presente, è solo una grandissima operazione vintage.

Quali sono i tuoi “cattivi maestri”?

Tanti, troppi per essere nominati.  Non solo scrittori ma tanti cantanti, registi. Nomi a caso: Jack London,Paco Ignacio Taibo II, Francesco Guccini, Migjeni, Joe Strummer, Bertolt Brecht, Kurt Vonnegut, Sepulveda mi hanno insegnato come vedere la linea gialla e decidere da che parte stare. Confesso che trovarla diventa sempre più difficile. Nick Cave, Hornby, L.Cohen, Bob Dylan, Piero Ciampi, Mike Patton mi hanno insegnato il pop, credo.  Da Wallace, De Gregori, Jacques Brel, Dave Edggars, Diaframma e Franzen ho imparato il modo di prendere le distanze da una certa eleganza. Ellroy,  Lansdale, Chandler, Carlotto dicevano che ogni tanto fare a botte ci sta, ed è pure divertente, ma che l’importante è scavare. Ma sono solo pochi, ecco. Forse la mia influenza letteraria più importante erano gli slogan comunisti che riempivano la città della mia infanzia. “ Il Partito forgia l’uomo nuovo. Il paradiso socialista è l’unico paradiso possibile. L’imperialismo americano è una tigre di carta.”

Pensi ci siano buoni scrittori albanesi contemporanei che meriterebbero di essere tradotti in italiano?

Pochi.  Purtroppo gli scrittori albanesi e kosovari rifiutano di vedere e scrivere la realtà. Si perdono in piccole cose, spesso servono padroni immediati, si pettinano per andare in tv, sono molto interessati a quello che il pubblico pensa di loro, amano specchiarsi nel fango, hanno occhi solo per l’Albania che luccica e non per quella persa nel fango. Poi ci sono le eccezioni: Fatos Kongoli è un buon scrittore albanese, l’unico capace di fare i conti con il passato comunista. Enkelejd Lamaj e Loer Kume sono due giovani ragazzi che si divertono a sconvolgere la letteratura albanese: che Dio li aiuti. Arian Leka, Dritan Mesuli, Visar Zhiti sono poeti della parola e della sensazione.

Cosa stai leggendo attualmente?

Roba della seconda guerra mondiale. Storie, reportage, rapporti, carte processuale di Norimberga. Non ho ancora deciso perché le sto leggendo.

Hai una giornata tipo di lavoro creativo?

No. Mai avuto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Al momento sto revisionando un libro che dovrebbe uscire in Albania entro il 2012. Poi sono molto stuzzicato da questa idea collegata alla seconda guerra mondiale. Lo sapevi che negli anni ’50 la Cia sospettava che Heinrich Müller, ex capo della Gestapo viveva in Albania, serviva da ufficiale della famigerata polizia albanese e si faceva chiamare Abedin Beqir?  Secondo i servizi segreti albanesi però queste voci erano infondate in quanto “fabbricate” ad arte da parte dei servizi segreti sloveni per discreditare il socialismo albanese.  Diciamo che non è importante capire se è vero o meno, quello che è importante sono le domande, non necessariamente le risposte. Ipotesi verità: abbiamo perso Müller fuori dal bunker di Hitler e lo ritroviamo a Tirana. Come diavolo fa ad arrivarci, e perché? Ipotesi falsità: è una guerra di spie che si fanno dispetti a vicenda. Ipotesi narrativa: un giovane ufficiale albanese viene incaricato di svolgere ricerche su queste accuse. Cosa scopre? Ogni libro è una domanda, e se quella domanda è posta bene tutto il resto scorre. Ecco, una storia così sarebbe molto divertente da scrivere, anche perché sono stanco di un certo modo di narrare queste spie, roba da Mission Impossibile + annessi e connessi.  Sono falsi, bugiardi. Quel lavoro era fatto di case, telefoni che non suonavano, alberghi sporchi, tante inutili paranoie, depistaggi grossolani, ideali o assegni che poi spesso si equivalevano. E tanta, ma tanta ambiguità perché raramente le storie hanno un inizio e una fine…lo stesso spirito ambiguo che pervade una canzone molto bella intitolata The Bagman’s Gambit da The Decemberists. Mi piacerebbe raccontare le cose così come stavano veramente… ma non credo che scriverò mai questa storia.

Grazie e buona giornata.

Grazie a voi. Veramente.

Darien Levani,  nato nel 82 a Fratar, è uno scrittore e giornalista albanese che vive in Italia. Collabora con Albania News, Nazione Indiana, Città Metticcia, Shqiptari i Italise, Tirana Calling, Gazeta, Tirana Observer.  Ha esordito  con il romanzo Solo andata, grazie (Alba Media, 2010) un’inchiesta narrativa sul mondo degli stranieri in Italia. Il magico famoso Qukapik è il suo secondo romanzo.

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Lo potete trovare su Anobii

http://www.anobii.com/contributors/Darien_Levani/1626285/

:: Cosa pensate degli ebook?

13 febbraio 2012

Giorni fa avevo proposto questo tema di riflessione. Non avendo visto commenti ho pensato che non interessasse e così ho cancellato il post. Ho ricevuto invece messaggi di lettori che per mancanza di tempo non erano riusciti a commentare ed erano dispiaciuti che fosse sparito. Ripropongo perciò il dibattito: Amate gli ebook? La pirateria ne segnerà la fine? Preferite il buon vecchio libro cartaceo? Aspetto i vostri commenti.