Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Lupi di fronte al mare di Carlo Mazza (Edizioni EO, 2011)

4 settembre 2012

Lupi di fronte al mare, noir di denuncia e opera di esordio di Carlo Mazza, uscito circa un anno fa nella collana Sabot/age dell’editrice EO, è un romanzo che si ricollega alla tradizione che lega il noir sociale al più coraggioso reportage giornalistico, filtrato dalla sensibilità di uno scrittore che partendo da una base realistica e ampiamente documentata, la cronaca ci presenta quotidianamente casi di malasanità, corruzione e malaffare per cui gli spunti narrativi sono innumerevoli, costruisce una storia romanzata colorata di umanità e debolezze che accrescono e danno profondità a fatti che se narrati in modo asettico e impersonale perderebbero di efficacia nel condannare i mali più rugginosi della nostra società.
Lupi di fronte al mare è ambientato al Sud, a Bari, ma pur essendo geograficamente delimitato, a questo contribuisce anche l’uso mirato e sapiente del dialetto, pur non perde una certa universalità che accresce la solida base etica e morale che lo sorregge. Denunciare il malaffare, le strette connivenze tra criminalità, politica e società apparentemente per bene, l’omertà, la corruzione sempre più profondamente corrosiva e infestante, implica non solo una scelta morale ben precisa di adesione alla legalità, ma anche un coraggio etico che l’autore non si limita a possedere, ma trasmette anche al lettore più si va avanti nella lettura.
Lo stile è piano, uniforme, cadenzato, non gioca sulle regole classiche della suspense ad effetto, e questo sicuramente contribuisce ad accrescere il sapore di verità e il realismo di quest’opera ibrida per alcuni versi.
L’atmosfera mefitica che avvolge la città, ben delineata da una sorta di rassegnazione ed inevitabilità, accentua poi il contrasto delle scelte morali fatte dal protagonista, il granitico e tormentato capitano  Bosvades e dalla coraggiosa giornalista che l’affianca nell’indagine che, partendo dall’omicidio di un onesto professore, si allarga a macchia d’olio portando alla luce tutto il marcio che avvelena una città, Bari, divenuta simbolo di quella terra di frontiera dove si combatte ogni giorno tra legalità e illegalità, tra compromessi e atti di coraggio, tra corruzione e integrità.
Forse per la prima volta lo scandalo della sanità pugliese è stato trasposto in un romanzo, sicuramente gli spunti di riflessione sui meccanismi di questo degrado morale, prima che economico, sono innumerevoli e ben si prestano ad approfondire la nostra conoscenza dei problemi che avvelenano il nostro vissuto. Una ragione in più dunque per leggere  questo libro, con la consapevolezza che persone come il capitano Bosvades esistono veramente e che molto spesso si accontentano di piccole vittorie che, anche se non debellano il male alla radice una volta per sempre, sono pur tuttavia l’unica strada percorribile per un essere che voglia definirsi “umano”.

Intervista a Carlo Mazza qui

:: A Roma il FLEP! il primo festival delle letterature popolari

4 settembre 2012

A SETTEMBRE PARTE IL FLEP!

A Roma dal 12 al 16 settembre il primo festival delle letterature popolari.  E’ pronto a partire il Flep!, il primo festival delle letterature popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius Narrazioni Popolari e dall’associazione Ontheroad con il patrocinio del V municipio di Roma. Un progetto che prenderà vita dal 12 al 16 settembre al Parco Meda, nel quartiere popolare Tiburtino, dove all’inizio degli anni ’80 un gruppo di ragazzi decise di “piantare”un bus e riappropriarsi di uno spazio lasciato al degrado.
Da quel bus, divenuto anche logo del Festival, il Flep! ha deciso di cominciare la sua avventura: cinque giorni di eventi che hanno raccolto da subito l’entusiasta adesione di importanti nomi della scena letteraria italiana, nonché di performer teatrali, artisti e musicisti. In calendario, una fiera editoriale all’aperto concepita più come un bazar dove incontrare i libri e i loro autori, una postazione dove conoscere le nuove tecnologie applicate all’editoria e un palco letterario dove i libri sono presentati attraverso letture, musica ed immagini proiettate su maxi schermo.
Completano il programma corsi di scrittura e illustrazione per bambini, una radio che in diretta streaming darà voce ai protagonisti e agli avventori del parco, un punto ristoro e tanto altro. “Il Flep! – spiegano quelli di TerraNullius – vuole riavvicinare la società civile alla cultura alta, ai valori della nostra tradizione letteraria e artistica, convinti che l’arte in tutte le sue sfaccettature sia l’unico motore ‘sano’ della civiltà, l’unica cosa in grado di raccontarci chi eravamo, chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Flep! è una risposta ‘attiva’ all’ imperante mercificazione della cultura e alle logiche della sua industria oramai agonizzante”.
Tradizione, ma anche innovazione: il Flep! permetterà a tutti di entrare in contatto con le nuove tecnologie digitali di comunicazione e condivisione, come gli e-book e il Social Sharing, una biblioteca di opere in copyleft.
Spazio anche all’arte e all’illustrazione con alcuni tra gli artisti che si sono maggiormente distinti in questi anni nell’utilizzo dei mezzi di stampa popolari o dei canali overground. Daniela Tieni, Toni Bruno, Veronica Leffe e Davide De Cubellis sono i nomi degli artisti che esporranno da mercoledì a sabato nella sala Ipercontemporanea, che ogni giorno alle 18 aprirà i suoi battenti con il vernissage delle mostre, l’incontro con gli autori e tanti ospiti tra cui Daniele Magrelli, le riviste Mamma!, Antifanzine e altri ancora.
E non poteva mancare un appuntamento dedicato ai più piccoli, per loro il Flep! ha organizzato uno spazio curato da Miriam Dubini, autrice di Aria e altre pubblicazioni per bambini edite da Mondadori, che proporrà un innovativo ‘laboratorio di cicloscrittura’, dove si divertiranno a scrivere racconti e a illustrarli per poi esibirli nella giornata finale.
Momento centrale dell’evento sarà ovviamente il palco letterario, dove si alterneranno autori rappresentativi di quel sentimento che vede nella letteratura un momento di condivisione popolare.
Molti quelli che hanno già dato la loro adesione al Flep: da Erri De Luca a Wu Ming , da Nanni Balestrini a Carola Susani, e ancora, Claudio Morici, Carolina Cutolo, Saverio Fattori e tanti altri.
Ogni giorno il festival si chiuderà con una serata musicale, proponendo artisti che spazieranno Dal free jazz al rock acustico, fino ai dj set r’n’b, dubstep e reggae.
“Siamo partiti solo da poche settimane- avvertono gli organizzatori- e l’entusiasmo che Abbiamo trovato ci sta invogliando a non fermarci qui e a immaginare altri appuntamenti, in altri luoghi dove continuare a divertirci a fare cultura. Ma per ora, si parte col bus del Flep! poi si vedrà”

Per saperne di più non resta che seguire il bus!

Il portale del flep
http://www.flep.tk/

:: Recensione di Il Confidente di Hélène Grémillon (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 settembre 2012

Una lettera trovata tra le decine di biglietti di condoglianze ricevute per la morte della madre. Un uomo che spunta da un passato sconosciuto. Una verità tenuta nascosta per decenni. Un segreto che è giunto il momento di svelare. Questi sono gli ingredienti de Il Confidente di Hélène Grémillon.
Camille lavora per una casa editrice quando sua madre muore in un tragico incidente d’auto. Da quel giorno la vita di Camille cambierà inevitabilmente.
Dopo il funerale riceve tanti biglietti di condoglianze. Tra queste dimostrazioni di affetto e vicinanza spunta una busta molto più grossa e pesante delle altre. Camille la apre e si trova davanti a uno strano racconto di un tale di nome Louis. Lo scritto parla di Annie, di Louis e di un piccolo paesino francese prima della Seconda Guerra Mondiale.
Camille non conosce nessun Louis e nessuna Annie. Pensa  che il mittente abbia sbagliato destinatario. Quando la settimana successiva riceve una seconda lettera si accorge che il racconto prosegue.
Camille lavora nell’editoria e il suo compito è quello di selezionare nuovi possibili romanzi e così crede di trovarsi davanti a uno scrittore piuttosto intraprendente che le propone il proprio romanzo in una maniera un po’ insolita: a puntate, tramite posta ordinaria e interrompendosi ogni volta in un punto cruciale. Un buon modo per cercare di attirare l’attenzione e emergere dalla massa di manoscritti. Camille infatti comincia ad aspettare con ansia l’arrivo di ogni lettera finché cominciano i dubbi: e se non si trattasse di un racconto ma di una storia vera? Se Annie e Louis fossero due persone in carne ed ossa? Ma soprattutto, se lei, Camille, c’entrasse davvero qualcosa con tutta quella storia? “Ho sempre pensato che i segreti devono morire insieme a chi li ha custoditi. Adesso, però, a lei devo dire tutto.”  E se questo segreto riguardasse l’intera esistenza di Camille?
Il confidente è un romanzo a più voci che parla di un segreto tenuto nascosto per troppo tempo. La storia si dipana tra presente e passato tenendo incollato il lettore alle pagine del libro. Si legge tutto d’un fiato. La storia di Annie e Louis è avvincente e tragica e, come Camille, anche il lettore vuole arrivare in fonda alla faccenda, scoprire la verità. Ma la verità ha sempre almeno due facce: e oltre alla versione di Louis spunta poi quella di una donna molto vicina a Camille.
Un romanzo ricco di suspense dove il passato ritorna per modificare il presente e dare al futuro una luce radiosa, perché, a volte, i segreti è meglio svelarli, specie se potrebbero cambiare in meglio la vita delle persone come in questo caso.

:: Recensione di Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

3 settembre 2012

L’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012, è un’esperienza multisensoriale, da leggere e da ascoltare. L’autore, infatti, attraverso i suoi personaggi, indica la musica che fa da colonna sonora alla sua storia: l’album Nevermind dei Nirvana, Light My Fire dei Doors, Time Is on My Side dei Rolling Stones, Everybody Hurts dei R.E.M., Tunnel of Love dei Dire Straits, Don’t Stop Me Now dei Queen, With or Without You degli U2 e Stairway to Heaven dei Led Zeppelin.
Il titolo allude a un’onda: bisogna pensare alle grandi onde oceaniche della California che avvolgono, e spesso travolgono, i surfisti. Anche la vita a volte si comporta così: travolge, sommerge, lasciandoci senza fiato e senza punti di riferimento, come accade ai protagonisti del romanzo. Nelle recensioni di solito ci sono delle anticipazioni sulla vicenda narrata e sui personaggi. In questo caso, però, ogni informazione rischia di rovinare il piacere della sorpresa, quella sensazione che si prova quando si entra in un mondo nuovo, da scoprire pagina dopo pagina. È una caratteristica tipica dei buoni romanzi, ma in questo si apprezza particolarmente.
Carofiglio, mandato in ferie per un po’ l’avvocato Guerrieri, dà vita a una storia dalla trama semplice, con pochi personaggi, ma che scava profondamente nell’animo umano. Il libro racconta in parallelo le vicende di Roberto Marías, maresciallo dei carabinieri in congedo in cura da uno psichiatra, e Giacomo, un ragazzino timido che scrive in un diario i suoi sogni in cui vive grandi avventure in compagnia di un cane parlante.
Seduta psicanalitica dopo seduta, sogno dopo sogno, si scoprono particolari sulla vita dei personaggi, con una struttura narrativa vivace, dove si alternano in maniera efficace e non giustapposta realtà e dimensione onirica, episodi del presente e del passato. Cosa ha portato il maresciallo dei carabinieri specializzato in missioni sotto copertura a prendere psicofarmaci e a dover andare dallo psichiatra due volte alla settimana? Cosa vuole comunicare il cane al piccolo Giacomo?
Tutti i romanzi interessanti provocano al lettore un dispiacere quando è costretto a interrompere la lettura per dedicarsi ad altre attività. In questo caso, però, è un vero e proprio fastidio: Carofiglio riesce immediatamente a catturare l’interesse di chi legge, che si affeziona ai protagonisti e continua a pensare a cosa accadrà loro nelle pagine successive almeno finche non potrà riaprire il libro. Lo stile è essenziale, le situazioni e i personaggi vengono descritti in modo vivace, inserendo anche battute ironiche. I protagonisti, nonostante siano stati messi a dura prova dalla vita, non smettono di cogliere i lati comici dell’esistenza. Notevole è poi la capacità dell’autore di passare dal linguaggio di un maresciallo molto vicino alla realtà criminale, a quello di un bambino di undici anni, con i suoi sogni e le sue paure.
Chi non è un carabiniere sotto copertura nato in California e abituato a trattare con i narcotrafficanti internazionali non ha vissuto esperienze simili a quelle di Roberto  Marías, ma tutti hanno dei momenti di difficoltà, in cui ci si sente travolti e sopraffatti. Il silenzio dell’onda, oltre che un romanzo avvincente, ha la funzione di una seduta di analisi che, a un prezzo ragionevole, offre un messaggio di speranza: può capitare di finire sotto una grande onda, ma si può venirne fuori. La regola fondamentale è non farsi prendere dal panico, non fare resistenza perché è inutile, e aspettare che passi.

Il silenzio dell’onda

Gianrico Carofiglio

Rizzoli, 2011

pp. 300

:: Recensione di Il vangelo di Nosferatu, James Becker (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2012

Non c’è la Transilvania, non ci sono le cime irte dei Carpazi,  non ci sono pipistrelli, però una quantità industriale di scarafaggi! Quelli sì ci sono! E sono talmente numerosi che ad un certo punto ho avuto l’impressione di averli sotto i piedi. In compenso, leggendo Il Vangelo di Nosferatu, edito dalla Newton  Compton,  troverete una coppia in vacanza a Venezia, tombe profanate, antichi papiri da decifrare, dodici ragazze scomparse nel nulla e una confraternita pronta a tutto pur di mantenere vive gli usi e costumi del passato. La trama di questo thriller storico recupera il folklore popolare dell’Europa dell’Est – e non solo – sviluppandosi tra il passato boemo del 1741 e il presente veneziano del 2010, dove l’ispettore  Chris Bronson e la ex-moglie Angela Lewis saranno catapultati – diciamo che non fanno nulla per stare lontani dai guai- in una serie di eventi che metteranno a dura prova la loro stessa stabilità fisica e psicologica. Il vangelo di Nosfertatu è una sorta di danza macabra nella quale la coppia dei protagonisti viene coinvolta, un fluido vortice nel quale antichi rituali, ricordi del passato e arcaiche tradizioni della credenza popolare vengono riportate, o meglio mantenute vive, da un gruppo di loschi individui affascinati dalla figura del vampiro. Il romanzo di Becker mescola la finzione e la realtà creando un libro dalle atmosfere cupe e travolgenti, dove aleggiano in ogni pagina della narrazione il senso incombente del dramma e la presenza del male. La Venezia che Becker racconta non è quella abituale, cioè bella, assolata, piena di turisti e piccioni. Qui c’è una città cupa – leggendo il libro capiterete sull’Isola dei Morti, un luogo non molto allegro devo dire-  dominata da una sensazione di umido, di fetido e di oscurità perenne che la minano in ogni suo anfratto. Dalle piazze, passando per le calli, fino ad entrare dentro alla case si ha la percezione di un senso di profondo malessere, di pericolo fisico ed emotivo che aleggiano in modo perenne, avvolgendo ogni cosa e tutti i personaggi buoni o cattivi, senza fare nessuna distinzione. Come vuole la tradizionale macchina narrativa del thriller non mancano azioni ad alta tensione, colpi di scena improvvisi, inaspettati e scoperte che ti lasciano un po’ riflettere sul senso della vita e di quello che a volte passa nella testa delle persone. Ci sono le vittime e i carnefici pronte ad  incontrarsi e scontrarsi nell’eterna lotta tra le forze del Bene e quelle del Male che caratterizzano la società umana dagli inizi del proprio esistere. Come vuole la tradizione, ciò che incarna il Male deve essere combattuto, sconfitto e allontanato in modo definitivo, utilizzando espedienti a volte impensabili. Utile e interessante alla comprensione de Il vangelo di Nosferatu è la finale Postilla dell’autore – e vi consiglio di leggerla un volta terminato il libro-  perché in essa troverete le informazioni sulla presenza e sull’interpretazione della figura del vampiro nel corso della storia e non solo. Infatti, scoprirete note su personaggi storici citati nel libro e sulla presenza dei presunti vampiri nella contemporaneità. Pensando alla figura classica del vampiro rappresentata dai romanzi e dai film, ci si accorge che ne Il vangelo di Nosferatu c’è una figura misteriosa  e indefinibile che forse non avrà il fascino di Gary Oldman nel Dracula  di Bram Stoker girato da Coppola, non sarà bello come il Tom Cruise di Intervista col vampiro e nemmeno  attraente – per me non lo è, ma dipende sempre da punti di vista soggettivi – come Robert Pattinson protagonista di Twilight tratto dall’omonima saga di Stephanie Meyer, però secondo me questo essere strano e torbido presente nel romanzo di Becker incute un profondo timore che ammalia. Un ultimo consiglio: guardatevi Nosferatu il vampiro del regista tedesco Murnau, è un film horror espressionista del 1922, è muto lo so’, ma è un capolavoro cinematografico incredibile e inquietante…

James Becker, per oltre vent’anni nelle fila della Fleet Air Arm, l’aviazione della Royal Navy, e impegnato nella guerra delle Falkland e ad altre operazioni nei punti caldi del pianeta, dallo Yemen all’Irlanda del Nord fino all’ex Unione Sovietica. Appassionato di storia  antica e medievale, è autore di numerosi thriller, che saranno presto pubblicati in Italia dalla Newton Compton. Per conoscerlo meglio www.jamesbecker.com.

:: Segnalazione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase

30 agosto 2012

IL SANGUE DELL’ORCHIDEA
James Hadley Chase

(1948, The Flesh of the Orchid)
I Mastini n. 11 – 288 pagine – Euro 14,90

Chi non ricorda la tragica vicenda della bellissima Miss Blandish raccontata da James Hadley Chase in Niente orchidee per Miss Blandish (I bassotti n. 20), uno dei più grandi capolavori gialli di tutti i tempi? Ebbene, ventidue anni dopo il suo sequestro e la sua fine, si scopre che dall’amore malato di uno dei rapitori per quella giovane ereditiera era nata una bambina, Carol, che sembra destinata a essere una vittima al pari della madre. La ragazza, un misto di sensualità, innocenza e crudeltà, è infatti soggetta a scoppi di incontrollabile violenza che hanno costretto i medici a internarla in una clinica. Ora, però, il ricchissimo nonno è morto, e lei è diventata l’erede di una fortuna di oltre sei milioni di dollari. Secondo il testamento la gestione del patrimonio è affidata ad alcuni curatori, ma c’è una clausola particolare: se la giovane dovesse per qualunque motivo rimanere in libertà per quattordici giorni consecutivi, l’eredità sarebbe automaticamente a sua disposizione. E Carol, in una notte di tempesta, riesce a fuggire. Ce la farà a eludere per due settimane le molte persone disposte a tutto pur di mettere le mani su di lei e sulla sua fortuna? Pubblicato originariamente nel 1948, nove anni dopo Niente orchidee per Miss Blandish, il romanzo ha ispirato il film di Patrice Chéreau Un’orchidea rosso sangue (1975), con Charlotte Rampling nel ruolo principale.

James Hadley Chase (1906-1985), nato a Londra, si chiamava in realtà René Brabazon Raymond. A diciotto anni lasciò gli studi e la casa paterna, mettendosi a vendere enciclopedie a domicilio. Mentre era impiegato presso un grossista di libri, si rese conto che i romanzi polizieschi americani avevano un grande seguito di pubblico e, un po’ per soldi e un po’ per ambizione, provò a ricalcarne il modello. Con l’aiuto di un dizionario di slang e di alcune carte stradali degli Stati Uniti, in soli sei week-end completò Niente orchidee per Miss Blandish, rifacendosi a Santuario di Faulkner. Il successo fu clamoroso. Il libro venne tradotto in quasi tutte le lingue e per decenni continuò a vendere milioni di copie; ebbe una versione teatrale e due versioni cinematografiche, di cui l’ultima diretta nel 1971 da Robert Aldrich. Il cinema ha attinto largamente all’opera dello scrittore, che consta di una novantina di romanzi firmati, oltre che come Chase, con gli pseudonimi di Raymond Marshall, Ambrose Grant e James L. Docherty. Dominati da una visione pessimistica e violenta della società, raccontano storie di gangster, d’intrigo e di spionaggio e godettero di enorme popolarità. Benché siano in gran parte ambientati negli Stati Uniti, l’autore vi andò per la prima volta in tarda età, visitando solo la Florida e New Orleans.

:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino

27 agosto 2012

Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei?
Prima di tutto per la coerenza. Dopo un esordio eccellente con una storia di spie ambientata durante la Seconda guerra mondiale con tutti gli elementi giusti (compresa una perfetta figura femminile) per catturare il grande pubblico amante d’intrighi, Silva dedica due romanzi con un protagonista seriale a un argomento forse non troppo noto o amato dal pubblico italiano ma certamente gradito a quello anglosassone: la situazione irlandese. Situazione che, storicamente, veniva a una conclusione proprio in quegli anni. C’era però nei tre romanzi d’esordio una comprensione dei meccanismi del genere e, soprattutto, del gusto del pubblico che è rimasta inalterata. La situazione contestuale ben descritta, un giusto equilibrio tra caratterizzazione dei personaggi (tratteggio psicologico sarebbe esagerato e anche inopportuno trattandosi di ‘storie’ e non di analisi con pretesa di realismo) e azione, a volte violenta, a volte costruita sul sottile gioco di mosse e contromosse sul filo del tempo che scorre. E poi figure ben identificate di eroi, perché, alla fine,in questo genere di narrativa sono quelli che il lettore chiede. Buoni e cattivi, non necessariamente tagliati con l’accetta ma comprensibili nelle loro motivazioni e, soprattutto, volitivi,audaci,coraggiosi, violenti, passionali. Uomini e donne che sappiano incarnare emozioni che il lettore comune nella vita di tutti i giorni magari sogna solo. L’era degli eroi ‘piagnoni’, in decisi rinunciatari e, se mi perdonate il gioco di parole legato al primo romanzo di Silva, ‘improbabili’ è finita. Forse sono proprio questi tempi difficili a richiederlo, ma certi modelli ossessionati dal male di vivere ce li lasciamo volentieri a alle spalle. A questo punto è arrivato Gabriel Allon, ‘kidon’ del Mossad. Artista e restauratore, uomo di cultura ma anche d’azione. Agente della squadra inviata a ucciderei responsabili della strage di Monaco che, molti anni dopo, già nella maturità viene raggiunto dalla vendetta del nemico. Allon perde il figlio e la moglie Leah (che sopravvive ma smarrisce la ragione) in un attentato a Vienna. Diventa allora pedina nuovamente di Ari Shamron, che a King Saul Boulevard (la sede del Mossad) tiene le fila di un Gioco pericolosissimo e torna a coordinare una serie di operazioni di vendetta e punizione. Contro terroristi arabi, a seconda dei tempi palestinesi, irakeni o iraniani ma anche contro ex nazisti in fuga. Allon è un manipolatore e un assassino quando lo ritiene necessario. Io me lo sono sempre immaginato con un Eastwood della piena maturità ma ancora possente,cinico, a volte ironico. E intorno a lui si crea una famiglia di comprimari. Il rivale che poi prenderà il posto di Shamron, il cacciatore di nazisti, gli agenti (e le agenti) più giovani con le loro incertezze, i loro errori, i personaggi coinvolti loro malgrado (di solito giovani donne che riecheggiano eroine ‘lecarreiane’). persino un nuovo amore, molto più giovane, un legame oscurato dalla figura della moglie mai persa ma ormai irrecuperabile. Alle singole missioni si sovrappone quindi una continuity personale che supporta le vicende ma non è invadente, come non è invadente il perenne richiamo all’arte, a volte come motore della vicenda, come gadget per arrivare a una soluzione, a volte solo descritto solo come sfondo. L’attività di restauratore (Il Restauratore diventa un po’ come Il Meccanico nel gergo della spy) è un uomo combattuto ma al tempo stesso deciso. Disposto a sacrificare e a sacrificarsi, capace di inganni e di esecuzioni. Abile persino nel tessere impensati legami attraverso la figura di monsignor Donati, alter ego di Shamron alla Santa Sede. E se la posizione di Silva all’interno del Concilio Americano per l’Olocausto spiega alcune evidenti e ricorrenti prese di posizione riguardo alla politica di Israele, la cosa non infastidisce mai, neanche i più accaniti sostenitori del’equità. A me, di fatto, la fedeltà di Allon e della sua ‘ famiglia allargata’ alla causa di Israele, non spiace. Dopotutto la spy story una posizione l’ha sempre presa e questa non è peggiore né migliore di altre. Storie ben costruite che a volte come nel caso del dittico Le regole di Mosca e Il Defezionista riecheggiano Le Carré ma trovano una loro identità narrativa. Lo stile è rapido, essenziale ma non sciatto, interessante quando fornisce informazioni e rivelatore di chiaroscuri personali nei dialoghi. I personaggi, come sempre avviene nella migliore narrativa d’intrattenimento, si definiscono per quello che fanno, non per quello che pensano di voler fare e poi tergiversano mentre cercano una scusa per tirarsi indietro. The Fallen Angel, negli ultimi anni è forse il più riuscito perché L’affare Rembrant e Ritratto di una spia pur restando piacevoli presentavano un complotto, una missione di entità ridotta. Qui invece da un omicidio nei musei vaticani seguiamo Allon prima sulla pista di un faccendiere trafficante d’arte italiano che finanzia il terrorismo, poi in Svizzera, di nuovo a Vienna trasudante di incubi passati e presenti e infine in una grande ‘vera’ missione che fa coincidere una visita del papa a Gerusalemme con un piano eversivo degli Hezbollah. Lotta contro il tempo, sparatorie nelle gallerie, doppi e tripli giochi e alla fine, giustizia per i morti. Una giustizia forse politicamente scorretta ma l’unica possibile nella narrativa d’azione. Bravo, Daniel… alla prossima.

:: Recensione La fonte di Mazzacane, Enzo Antonio Cicchino (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 agosto 2012

La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino è un vero e proprio sguardo sulla terra del Molise nel secondo dopoguerra, è la rappresentazione della storia degli umili narrata attraverso gli occhi e i modi di vivere della popolazione molisana e non della Storia dei nomi altisonanti. Il romanzo di Cicchino è un’opera corale che ha per protagonisti gli uomini del Molise e l’ambiente nel quale questi ultimi vivono,  un habitat naturale con il quale si instaura una relazione di dipendenza morbosa e affettiva. Gli uomini e le donne  di La fonte di Mazzacane  sono individui semplici, gente comune che assume le vesti di attore principale in questo romanzo un po’ storico e cronachistico, nel quale il passato bellico – recente per i protagonisti letterari – e il presente nel quale vivono, si mescolano in un lunga scia di sequenze dal ritmo cinematografico che permettono a noi lettori di entrare dentro ad un mondo arcaico e di conoscere la gente che lo popola. Il paesaggio molisano è ruvido, secco  è l’emblema di un microterritorio brullo e arido di sentimenti, nel quale l’atto fondamentale è il mantenimento della memoria. Ci sono ricordi drammatici e dolorosi, bocche affamate che si affacciano tra le pagine e sembrano richiedere aiuto direttamente a noi lettori e poi la presenza di un registro umano di personalità molto diverse tra loro, che convivono in modo più o meno pacifico in una terra che sembra essere un mondo a sé stante, impiantato in Italia. Ecco comparire i cafoni, i nobili locali, i dottori, i pazzi e i  vagabondi e, perché no, pure figure misteriose come ex -militari di colore. Sono tante le voci presenti nella Fonte di Mazzacane, tra di loro i coniugi Anacleto – veterinario e quando l’occorrenza lo richiede pure medico – e la moglie fedifraga Peruffa. Interessante è la figura di Barbaruscio, un vero e proprio eremita che vive la sua vita in solitudine facendo il pastore di pecore. Sarà un segreto oscuro a tormentarlo in modo continuo fino a quando Barbaruscio si confiderà con Anacleto, per poi saldare i conti con il destino. Non si deve scordare nemmeno il giovane Cipresso, il cui eccesso d’ira distruttiva ricorda molto da vicino quello di Orlando nell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Una rabbia che un volta cessata indurrà il ragazzo a prendere un decisone ben diversa da quella che il lettore potrebbe pensare leggendo la sua storia. La fonte di Mazzacane è un romanzo che non ha un io protagonista assoluto ed unico. Gli attori di prim’ordine che animano in modo completo le pagine del nuovo lavoro di Cicchino sono le genti molisane alle prese con la ricostruzione e la natura, nella quale il processo di rinascita post-bellica e l’evoluzione economica sono rallentati da un profondo legame alla cultura rurale e contadina presente in ogni singolo individuo che compare sulla scena. Un rapporto viscerale che impedisce ai molisani di staccarsi in maniera netta e definitiva dalle tradizioni passate che li hanno generati e che ne influenzeranno sempre l’agire di ieri, di oggi e del domani. La fonte di Mazzacane è un luogo dove le voci dei singoli formano un gruppo e diventano un tutt’uno con la natura rustica. Ruolo importante nel sottolineare questo aspetto nell’opera di  Enzo Cicchino è il linguaggio utilizzato per la scrittura del libro. Esso è coinvolgente e curioso, ricco di metafore che dalla pagina si stampano visivamente nell’immaginazione di che legge. Ricco e vario è il registro stilistico, che spazia dal tipicamente narrativo, per arrivare a porzioni narrative che incarnano in modo completo la pura poesia e poi si incontrano con il parlato dialettale (esemplare la versione in molisano del Padre Nostro). Una mescolanza di livelli stilistici e linguistici che evidenziano la sapiente abilità dell’autore di far convivere diversi strati culturali-espressivi, mantenendo sempre attivo il coinvolgimento di chi legge. Ogni personaggio, ogni  gesto  e parola ruotano attorno alla Fonte di Mazzacane, un posto che cela in sé ha il senso della Vita, rappresentato dalla Fonte come sorgente di rinnovamento e del nuovo esistere, e della Morte, perché il mazzacane è un pietra grande come un pugno, spesso usata da persone meschine e senza cuore per eliminare  un cane troppo vecchio, inutile o pericoloso. In questo caso il  mazzacane potrebbe corrispondere a tutti gli ostacoli e agli imprevisti che impediscono ai personaggi di rinnovarsi. La fonte è un punto di incontro e scontro, di vita e morte che nella sua natura esplica il destino della propria gente impegnata ad agire per cambiare, ma allo stesso tempo è impossibilitata a mutarsi in modo definitivo per il permanere continuo del legame con la terra madre. Solo chi se ne va si trasforma, chi rimane resta legato in modo viscerale alla selvaggia terra molisana e ai suoi valori primordiali che ne determinano il corso.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia).

:: Recensione di La mia festa di famiglia indiana, Anne Cherian (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 agosto 2012

Dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto con La moglie indiana (sempre edito dalla Newton Compton) , torna tra gli scaffali delle librerie italiane Anne Cherian con La mia festa di famiglia indiana, un bel libro che lascia in chi legge la voglia di capire cosa sia la vera felicità del vivere. La storia è quella di Vikram,  un immigrato indiano che con lo studio e il lavoro si è creato una esistenza perfetta. Una vita di lavoro e fatica ricompensata dalla creazione di una società informatica, da una moglie e da due splendidi figli, il primo dei quali si è appena laureato con il massimo dei voti. Come festeggiare il tutto se non organizzando una festa di famiglia, molto allargata direi, alla quale invitare anche i vecchi amici e compagni di università. L’evento non sarà solo il momento in cui tutti i suoi parenti e amici festeggeranno Nikhil per il suo successo al MIT, ma sarà per l’imprenditore informatico la perfetta occasione per incontrare gli amici che non vede da quasi trent’anni.  Vikram è convinto di avere un vita completa,  ma questa certezza è quella che lui vede con i suoi occhi e gli servirà proprio la tanto desiderata festa per scoprire che non sempre quello che si vede attorno a noi è quello che sembra. E non a caso tra le pagine scopriremo le caotiche vicende quotidiane di Frances e Jay. Lei agente immobiliare un po’ imbranata nel suo lavoro, lui è un misero impiegato che si accontenta di quello che guadagna. Le loro preoccupazioni oltre che economiche sono fomentate dai due figli, in particolare quelle dell’adolescente Mandy. Poi, c’è Lali, sposata con un cardiologo a tal punto assorto nel lavoro e nella fede, che la donna comincia ad avere dubbi sull’amore che lui prova per lei e per il figlio studente ad Harvard. Vikram si accorgerà che i suoi amici di un tempo hanno delle situazioni familiari parecchio complesse, ma  forse non sono gli unici a non essere pienamente felici. Non a caso sarà proprio l’evento mondano da Vikram tanto voluto e un inaspettato imprevisto a travolgere l’imprenditore e a fargli capire, che nelle protettive mura della sua casa qualcosa non va. Anzi, l’uomo si renderà conto che la soluzione migliore per tutti sarà attuare un radicale cambiamento prima che sia troppo tardi. La mia festa di famiglia indiana è un bel romanzo sul senso della vita, dell’amicizia e dei valori che legano una persona alla propria cultura e mondo di affetti. I protagonisti sono tutti originari dell’India, ma vivono in America dove sono emigrati alla ricerca della felicità e nonostante l’allontanamento dalla propria terra madre,  le tradizioni socio-culturali originarie permangono in modo radicale nello stile della vita quotidiana dei diversi personaggi. L’influenza di questi principi è talmente forte da condizionare lo sviluppo e il corso delle loro esistenze e da indurre in ogni uomo e donna della narrazione ad una profonda riflessione sul loro proprio vissuto, rendendosi conto di aver commesso degli errori e aver nascosto importanti verità. Sbagli che è giunto il momento di non compiere più, perché il destino è imprevedibile. La mia festa di famiglia indiana è l’insieme perfetto di usi,costumi e piatti tipici della tradizione indiana, dei sapori e dei colori d’Oriente trapiantati nella società americana, che li ha accettati e con essi – almeno in questo caso – convive in modo pacifico. Oltre al rapporto tra culture diverse, ciò che la Cherian evidenzia è lo scontro fra generazionale incarnato dal confronto fra genitori e i figli e i conflitti interiori che ogni singolo individuo della trama ha con il proprio io e con i “fantasmi del passato”. I vari protagonisti  creati dalla penna della Cherian ci fanno capire che tutti gli esseri umani possono avere delle piccole fragilità, delle vocazioni e desideri che non sempre riescono ad essere sviluppati. Il messaggio de La mia festa di famiglia indiana credo sia lampante, perché questo romanzo non ci fa conoscere solo la tradizione indiana, ma ci fa capire quanto a volte sia importante riflettere sulla propria esistenza interrogandosi sul senso della gratificazione del vissuto,  per comprendere se quella che noi riteniamo la nostra felicità – proprio come fa Vikram- è la felicità anche per le persone che ci amano e ci circondano.

Anne Cherian è nata e cresciuta a Jamshedpur, in India. Ha studiato a Bombay e Bangalore, e ha conseguito due master (in Giornalismo e Letterature comparate) all’università della California, Berkeley. Vive a Los Angeles, ma si reca periodicamente in India.

:: Recensione di Mala Suerte di Marilù Oliva (Elliot Edizioni, 2012)

23 agosto 2012

In questa caliente estate 2012 ho avuto l’occasione di portarmi in montagna Mala Suerte, nuovo romanzo che Marilù Oliva dedica alla Guerrera, dopo Tu la pagaras! e Fuego, tutti editi da Elliot Edizioni, e tra ruscelli che mormorano, tavolacci da picnic e farfalle variopinte che svolazzano, mi sono immersa nell’atmosfera salsera che l’autrice ha voluto evocare in questa originale trilogia che sembra giunta al capitolo conclusivo. Sì, haimè, Mala suerte sembra essere l’ultimo episodio di questa fortunata trilogia noir anche se l’autrice si dichiara disponibile, magari in futuro, a far rivivere il personaggio.  Il noir, si sa, è un genere letterario piuttosto ristretto e vagamente coniugato al maschile, per cui un personaggio come la Guerrera emerge come un’ interessante novità. La Guerrera di libro in libro, cresce, cambia, impara nuove lezioni, altre ostinatamente le dimentica, subisce una metamorfosi. Non è un personaggio statico, anzi, è un personaggio femminile affascinante, mai scontato e sfaccettato: è una donna forte, ha una sessualità matura e indipendente, ha un carattere determinato, non subisce gli eventi ma lotta, è una lottatrice nata e il suo soprannome ben lo evidenzia. Il suo passato doloroso, il suo scontro di volontà con l’arcigna Fausta Zenzero, figura materna amata e odiata, l’ha forgiata in questa lotta, sublimata nella danza che vive come terreno di compimento e valorizzazione di sé. Sarebbe interessante approfondire questo approccio femminile al noir filtrato attraverso questo personaggio e certo non posso farlo io nello spazio ristretto di questa recensione. Tornando a Mala suerte la trama si tesse intorno ad una banda di latinos e italiani, i primi sospettati di un abietto omicidio di una signora anziana avvenuto come corollario di un complicato rito di passaggio di un membro di questa banda. Poi una nuova morte si aggiunge a questa e l’ispettore Basilica assume Elisa Guerra, momentaneamente disoccupata, come consulente per indagare nel sottobosco che ruota intorno ai locali notturni di Bologna e nell’anima latinoamericana di questa città provinciale e cosmopolita al tempo stesso. Esiste il destino o siamo solo noi gli artefici delle nostre vite? Elisa Guerra si interroga, guidata da Dante suo nume tutelare, e intanto vive il suo rapporto con Basilica fatto di rispetto, benevola canzonatura, qualcuno direbbe amore. Addio Guerrera, forse arrivederci, chissà…

:: Recensione de L’Ampolla Scarlatta di Monique Scisci (Ciesse Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

19 agosto 2012

“Ero ferma e immobile in una radura e aspettavo. Non sapevo cosa esattamente, ma la sensazione che stesse per accadere qualcosa intorno a me era forte.
Sentivo il respiro della natura che mi circondava, le gocce di rugiada scivolavano dalle foglie e il fruscio degli alberi dondolavano sospinti dalla brezza notturna. Gli animali correvano indisturbati e il canto delle civette guardinghe riecheggiava nell’oscurità.
Dentro di me un’invitante sensazione di leggerezza; la tristezza e il dolore non sembravano esistere in quel luogo, anche la singolare influenza, che mi aveva colpito in quei giorni, era svanita.”

Un lutto improvviso, un dolore immenso. Aurora affronta il momento più complesso della sua vita come meglio crede, abbandonandosi ai ricordi di un amore perduto, fuggendo dalla vita stessa; il semplice respirare è un atto impegnativo, il corpo cede all’agonia dello spirito, si ammala e un misterioso liquido suggerito dal medico di fiducia si rivela l’unico rimedio capace di farla star bene. L’ampolla scarlatta che ospita la medicina miracolosa scuote l’apatia nella quale la giovane si crogiola, divenendo oggetto di un’incessante curiosità.
I giorni trascorrono, la mente di Aurora fluttua in un limbo di dubbi e reminiscenze; qualcuno la osserva, scrutando ogni sua mossa, una presenza al di là del bene e del male veglia su di lei. Sogno e realtà si confondono e la consapevolezza di un inesorabile cambiamento genera un vortice di scoperte, mentre il segreto che il mondo intero sembra volerle tacere, appare sempre più chiaro.
Il suo destino è segnato da tempo e la volontà può ben poco di fronte all’inevitabile; volti nuovi si affacciano all’orizzonte, strane creature bramano la fine della sua esistenza, ogni cosa, presto, perderà la familiare cognizione. La giovane affronta un percorso che la condurrà alla rivelazione di un nuovo io e alla trasformazione definitiva di tutto il suo essere, alla quale la sua natura non potrà sottrarsi ma dovrà lottare per non soccombere.
Il soprannaturale si fa spazio lentamente tra le pagine di questo romanzo che si sviluppa con fluidità intorno alla figura di una protagonista dall’animo inquieto, un animo ben descritto soprattutto al culmine della sua sofferenza, al punto da mettere in difficoltà il lettore sensibile, che conosce quelle sensazioni di smarrimento e vuoto che la perdita di un amore profondo provoca, lasciando il cuore privo di forze.
Nella storia il Bene contrapposto al Male è un tema i cui contorni perdono la loro ancestrale definizione, presentando un punto di vista diverso, relativo, dal quale osservare entrambi i concetti che si avvicinano con naturalezza, incanalandosi poi in un’unica, armoniosa prospettiva.

:: Recensione di Cupcake Club, Roisin Meaney, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 agosto 2012

Cari lettori, quando è stata l’ultima volta che avete provato una gioia immensa e perché? Beh, Hannah è al culmine della felicità. Il suo sogno più grande sta diventando realtà. Il Cupcacke Club sarà il negozio dove la giovane produrrà e venderà gustose e colorate tortine, per deliziare il palato dei suoi clienti, dando libero sfogo alla sua eterna passione per la dolce cucina. Questo è il sogno che diventa realtà per la protagonista di Cupcake Club, il nuovo romanzo di Roisin Meaney, pubblicato di recente dalla Newton Compton. Tutto sembra perfetto per Hannah, ma il giorno prima dell’inaugurazione la sua vita sarà sconvolta da un notizia agghiacciante: Patrick, il suo fidanzato, l’uomo giusto per l’eternità che lei credeva di aver trovato, le annuncia di lasciarla, perché è innamorato di un’altra donna con la quale ha già deciso di andare a convivere. Chi è che ha rubato il cuore a Patrick? La giovane pasticcera scoprirà che la “ladra d’amore” è una persona a lei molto vicina, che non si è limitata a prenderle il fidanzato, ma da lui aspetta un figlio. Hannah è affranta addolorata e delusa per l’accaduto e tutti coloro che le vogliono davvero bene (i genitori, Geraldine e Stephen, l’inseparabile amico e poi coinquilino Adam) le stanno attorno, cercando di risollevarle il morale. La ragazza grazie a questi affetti riesce a superare un po’ alla volta il dolore per l’abbandono, ma un buona dose di aiuto le arriverà dalla totale immersione nel suo Cupcake Club, perché è vero sì che la vita sentimentale di Hannah è un disastro, ma almeno nel nuovo lavoro la ragazza  riesce a dare il meglio di sé.  Zucchero, uova, farina, aromi, spezie e glasse di vario gusto e colore servono per fare le  cupcake, ed è grazie a tali ingredienti che la protagonista di questo spassoso romanzo riuscirà a trovare una giusta stabilità emotiva ed economica in un momento nel quale la crisi comincia a mettere zizzania nel mondo del lavoro. Non solo, perché Hanna con le sue tortine saprà conquistare con dolcezza e simpatia la gola degli abitanti di Clongarvin. Il romanzo della Meaney è spassoso, divertente e allo stesso tempo è un‘ “opera corale”, dove oltre gli avvenimenti della giovane proprietaria del Cupcake Club sono raccontate le vite dei tanti abitanti che vivono in questo piccolo centro irlandese. Pagina dopo pagina, oltre alle vicende riguardanti Hanna scopriremo che il suo amico Adam si è preso in cotta tremenda per la musicista Vivienne e lui è talmente perso per questa algida e timida donna da decidere di comprare un clarinetto per prendere lezioni di musica. Poi, scopriremo che Patrick, l’ex convivente della protagonista non solo ha abbandonato lei, ma ha già pensato bene a combinare guai con la futura madre di suo figlio. Ricompare poi l’ammaliante Nora, la sorella di Adam, tornata per un breve tempo in Irlanda, dopo essersi lasciata alle spalle l’America, due matrimoni falliti e un lavoro che non le piaceva. C’è anche un taxista appassionato di jazz, molto vicino a Vivienne, ad Adam e direi anche all’inconsapevole Hannah. Accanto a questi giovani adulti in cerca di sé, si innestano le vicende di coppie felicemente sposate da tempo – vedi la storia di Alice e Tom- messe a dura prova da imprevisti eventi drammatici che trasformeranno per sempre le persone coinvolte nei fatti. Tutti i personaggi narrativi, ma allo stesso tempo molto umani mi permetto aggiungere, frequentano il Cupcake Club e le loro avventure esistenziali sono caratterizzare dalla quella quotidianità e da quell’ umile eroismo che li rende simpatici e che dona loro l’energia per affrontare il vivere giornaliero. Il Cupcake Club è quindi il luogo contenitore e cornice nel quale tutte queste storie di vita irlandese di Clongarvin convergono, mescolando gioie, dolori, tradimenti, prese di coraggio e voglia di trasformare per sempre la propria vita in qualcosa di migliore. Sono tutte vicende di vita comune che hanno per attori principali persone normali, nelle quali noi lettori possiamo immedesimarci o comunque in parte riconoscere noi stessi o qualche nostro amico che è stato protagonista di eventi simili. Il nuovo romanzo della Meaney è un libro simpatico, di piacevole lettura nel quale l’ingegno che anima l’intelletto umano e la voglia di continuare a vivere la vita nonostante gli imprevisti del destino, dimostrano la capacità umana di non arrendersi e di continuare ad avere la speranza in un futuro migliore. Il tutto – e qui ci vuole proprio – condito dalla dolcezza di una gustosa cupcake appena sfornata.

Roisin Meaney, irlandese, ha vissuto negli Stati Uniti, in Canada, in Africa e in Europa. Attualmente risiede in Irlanda, a Limerick. È autrice di diversi libri per adulti e per bambini, molti dei quali bestseller tradotti con successo all’estro. Il suo sito è www.roisinmeaney.com