Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

24 settembre 2012

Borgo Propizio è una storia, tra amore e ricerca di sé e delle sue radici, tra nuovi inizi e vecchi ricordi, ambientata in un immaginario paesino italiano molto simile a tanti posti reali, tra giovani donne che decidono di improvvisarsi lattaie, decoratori con l’anima da artista, attempate zitelle impiegate comunali che trovano il grande amore, fantasmi e equivoci. Edito da Guanda è scritto con gusto e ironia da Loredana Limone, già autrice di libri per bambini e di pubblicazioni gastronomiche.

Come e perché si passa dai libri gastronomici e per bambini ad un romanzo come Borgo Propizio?

Chi ha la predisposizione per la scrittura in genere scrive –  sempre e principalmente – di narrativa, salvo accumulare fogli/riempire cassetti con roba di varia (dubbia) qualità. Così ho fatto io per anni seppellendo i miei tentativi di scrittura sotto spanne di polvere, mentre invece riuscivo a scrivere testi letterario-gastronomici, che abbastanza facilmente arrivavano in libreria, e le fiabe che mi ispirava il mio bambino.

Che differenze ci sono tra i vari tipi di scrittura?

La narrativa ti fa esprimere, ti fa evadere, sognare, librare sullo sconfinato orizzonte che hai dentro. Il resto è studio, ricerca.

Cos’è per te questo Borgo Propizio in cui hai scelto di ambientare la tua storia?

Il posto dove rifugiarmi. Il luogo dove fare ritorno, e che qui – su questa terra – ancora non ho trovato.

Tra i personaggi, maschili e femminili, chi è il tuo alter ego e quanto c’è di tuo in ognuno di loro?

In ognuno di essi c’è un po’ di me, lo scrittore deve necessariamente darsi se vuole che i personaggi risultino vivi. Tuttavia, mi sento molto Letizia… fra qualche anno!

Nelle tue pagine pratichi un genere poco praticato invece in Italia, quello del romanzo umoristico: come mai e perché non va tanto?

Dicono che far piangere sia facile, mentre far ridere sia difficile. Forse sarà per questo che non è molto praticato. Chi più ha sofferto, più è capace di far ridere: vedi quel genio di Guareschi, che è stato persino in un campo di concentramento. Tuttavia io, a fronte di un carattere malinconico, scrivo con l’allegria di mia madre, che ho ereditato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Nel 2013 Borgo Propizio uscirà in Spagna, mentre in Italia ci sarà il sequel già approvato dal’editore e di cui sul sito della mia agente si può leggere la sinossi:

http://www.meucciagency.com/books.php?id=421

Dato che comunque si tratterà di una trilogia, il progetto più immediato è scrivere il terzo.

Cosa pensi della narrativa al femminile in generale?

Ammiro molto le scrittrici che non perdono la propria identità, quelle che non s’imbastardiscono con narrazioni di stampo maschile, non s’imbarcano nell’incomprensibile animo del sesso avversario (lo considero così) pretendendo di raccontarlo dal di dentro, non si dequalificano con atteggiamenti da tifoseria incallita o la cronistoria di fantasmagoriche copulazioni. Mi piace la donna vera, femminile: anche nella scrittura.

Quali sono le tue fonti di ispirazione non solo per Borgo Propizio?

La vita.

:: Recensione di Inseparabili – Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

24 settembre 2012

Ora che l’errore è stato debellato. E con esso il vizio, la corruzione, il narcisismo, il delitto.[..] Bè ora le cose andranno sicuramente meglio. [..] È vero, è vero, ne convengo, Leo ci ha messo un po’ troppo tempo a morire. Ma ora che finalmente lo ha fatto tocca a voi pulire e pagare il conto.
Così terminava Persecuzione, il  primo capitolo del dittico Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno.
Leo Pontecorvo è morto, ha lasciato il nostro mondo. Ora tocca a Rachel, Semi e Filippo andare avanti e affrontare la realtà.
Inseparabili, il secondo capitolo, ritrova la famiglia Pontecorvo diversi anni dopo la grande Tragedia che li aveva colpiti: il capofamiglia, Leo, accusato di molestie sulla ragazzina minorenne del figlio minore, è stato ritrovato morto nello scantinato di casa in cui si era rinchiuso mese e mesi prima.
Era il lontano 1986. Ora, nel 2011 i due fratelli Pontecorvo sono cresciuti e hanno trovato il loro posto nel mondo.  In questi 25 anni Samuel è riuscito a intraprendere una brillante carriera nell’alta finanza mentre Filippo invece, nonostante la laurea in medicina, una bella moglie e una vita apparentemente perfetta, sembra non aver trovato ancora la vera felicità.
Ma un giorno le cose improvvisamente cambiano. Filippo viene travolto da un inaspettato successo dovuto a una striscia di fumetti da lui disegnata mentre Semi è sull’orlo della bancarotta.
Filippo si trova improvvisamente circondato da ammiratori, donne e detrattori. I suoi fumetti, trasformati in un film, hanno trasformato Filippo in una figura acclamata dalle folle.
Filippo non si accorge della sofferenza di Samuel, dei problemi che lo affliggono e tra di loro sembra essersi formato un baratro, una distanza difficile da riempire. Che i due fratelli Pontecorvo non siano così inseparabili come li abbiamo conosciuti in Persecuzione?
Se ci si mettono poi di mezzo i sospetti, i rimorsi e i sensi di colpa che ogni membro della famiglia Pontecorvo prova per la morte di Leo, allora la lontananza sembra insuperabile. Già perché in tutti questi anni, Filippo, Semi e la mamma Rachel hanno inevitabilmente dovuto fare i conti con il destino di Leo. Nessuno è innocente e nessuno è colpevole. Ma in questo secondo atto sta ai tre superstiti fare i conti con il passato e con le loro azioni, o inazioni, che hanno condotto alla morte di Leo. Spetta ora a Filippo e Semi riuscire ad affrontare il loro passato e superare la distanza che sembra essersi creata tra i due fratelli.
Li chiamavano gli Inseparabili, come quei pappagallini che non riescono a vivere da soli. E nonostante tutto, nonostante le avversità, i fallimenti, le invidie e i rancori, Filippo e Semi non potrebbero vivere l’uno senza l’altro.
Inseparabili dunque, come a mio giudizio, sono i due libri di Piperno: uno non può esistere senza l’altro.
Tra passato e presente, tra flashback, ricordi e sospetti, Piperno ci regala un ulteriore punto di vista sulla torbida vicenda di Leo Pontecorvo dando ora la parola ai tre membri della famiglia che in Persecuzione sono stati semplici spettatori della disfatta di Leo.

:: Un’ intervista con Simone Sarasso

24 settembre 2012

Grazie Simone per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Grazie a voi per l’ospitalità!
Ho trentatré anni (quasi trentaquattro), sono sposato, ho un bimbo e mi guadagno da vivere scrivendo e insegnando scrittura. Scrivo romanzi, racconti, sceneggiature. Mi occupo di narrativa, fumetti, cinema e TV. Insegno scrittura creativa alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano.
Riguardo ai punti di forza: posso stare anche 12 ore alla tastiera e sfornare fino a 40.000 battute in un giorno. La debolezza che ne consegue è intimamente connessa alla forza medesima: dopo sessioni da 12-13 ore sono più piatto del tavoliere delle Puglie e ho la vocazione sociale di un monaco trappista muto.

Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Mi sono diplomato al liceo scientifico e ho una (utilissima) laurea in filosofia. Da bambino leggevo un sacco di Topolino e andavo matto per pane e salame. Oggi preferisco i romanzi di Don Winslow, Glen Duncan e Warren Ellis, ma il pane e il salame mi piacciono ancora. Specie se accompagnati da una birra ghiacciata.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

È nato tardi, a vent’anni. Ho fatto l’Erasmus in Spagna e lì sono diventato un lettore compulsivo (complice il parecchio tempo libero). A scrivere ho cominciato per caso, cinque anni più tardi: il mio primo editore mi commissionò un racconto, che diventò un romanzo e accese la scintilla.

Per Rizzoli hai appena pubblicato un romanzo storico molto particolare Invictus – Costantino l’imperatore guerriero. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Invictus è la storia di Costantino il Grande, Imperatore Santo, vissuto nel IV secolo d.C., eroe di Roma e paladino della cristianità. L’idea alla base del romanzo è quella di scavare nelle zone d’ombra della vita di Costantino, descrivendo la nuda, imperfetta natura umana che si cela dietro al mito Imperiale.

Il romanzo storico ha precise regole e strutture narrative. Sicuramente tu non sei uno scrittore che accetta le strade già tracciate, sei piuttosto un guastatore. In cosa ti senti innovatore?

Il linguaggio è il campo da gioco che preferisco quando si tratta di sperimentare o scardinare cliché. Nel mio romanzo non si parla come in un peplum anni Sessanta, questo è certo. Né si agisce in punta di penna. Sesso, turpiloquio e ultraviolenza sono ingredienti fondamentali della mia narrativa. E, guarda caso, sono elementi portanti della società romana dell’epoca.

La ricerca delle fonti è il primo passo nella costruzione di un romanzo storico fondato sulla verità storiografica. Come hai raccolto le tue fonti, come hai preceduto alla scrematura dei dati irrilevanti, ti sei fatto guidare dall’intuito e da una tua personale visione dei personaggi?

Diciamo che ho “fatto i compiti”, come dovrebbe fare qualunque autore si occupi di narrativa storica. Sono andato alla ricerca delle fonti originali, scritte dai contemporanei di Costantino (la sua biografia firmata da Eusebio, più qualche chicca messa in pagina dai suoi detrattori), ma non ho trascurato la sterminata produzione storiografica che esiste riguardo all’Imperatore santo. Per consultarla, ho adottato un criterio “ecumenico”: ho studiato testi di centosettant’anni fa (l’opera di Burckhardt, il primo vero storico dell’età di Costantino il Grande, risale all’epoca degli ultimi fasti dell’Impero prussiano) unitamente a volumi recentissimi (come quello di Arnaldo Marcone), senza tralasciare tutto quello che ci sta in mezzo. Solo così è stato possibile costruire un’immagine tridimensionale del personaggio e della sua psicologia.

Oltre alle fonti scritte sei stato influenzato anche da film, sceneggiati, fumetti? Vuoi parlarcene?

Credo sia impossibile, nel XXI secolo, occuparsi di storia antica e fiction senza pensare al Trecento di Zack Snyder o alla serie Spartacus. La mia produzione “imperiale” deve molto a questi modelli espliciti.

Il linguaggio è sicuramente un elemento fondamentale nel ricreare un periodo storico lontano, per dare il senso del tempo, descrivere la mentalità di chi viveva in quel periodo. Come ti sei regolato? Come hai costruito i dialoghi?

Il mondo che ruota intorno a Costantino, la corte imperiale del IV secolo insomma (sia quella di Diocleziano che, dopo, quella che vedrà il figlio di Costanzo indossare la porpora), è un mondo profondamente diverso da quello che siamo abituati a immaginare quando si parla dell’antica Roma. Il IV secolo non è più l’età dell’oro, ma l’inizio del declino che porterà alla fine dell’Impero d’Occidente un secolo e mezzo più tardi. La classe dirigente è quasi tutta composta da soldati, ex soldati e militari in pensione. Che hanno trascorso l’esistenza a mollo nel sangue fino alle ginocchia. Il linguaggio di questa gente non è quello di Cicerone, ma più probabilmente quello che si potrebbe ascoltare in caserma. Dunque, il turpiloquio – come accennato – è un elemento essenziale del dialogo. Detto questo, ho cercato di lavorare sull’intero corpus linguistico in uso da parte dei protagonisti, modernizzando la comunicazione e rendendola conseguente al ritmo del libro.

Parlaci di Costantino, uomo, soldato, imperatore. Pensi di aver catturato nel tuo libro lati del suo carattere mai messi in luce? Quale è la tua idea personale del personaggio?

Costantino è stato molte cose in vita sua, ha vissuto dieci vite in una. Nato figlio di genitori separati, ha dovuto imparare a crescere come un principe, pur non essendo destinato al trono. Ha sempre sofferto dell’assenza di una figura genitoriale di riferimento e non l’ha mai trovata in suo padre Costanzo. Da lì il rapporto complicato con la famiglia e i figli. È diventato prima un usurpatore poi un grande sovrano. È stato un paladino cristiano e uno spietato assassino. Messo al mondo per un mestiere che non era il suo, ha lasciato che il potere assoluto lo corrompesse assolutamente.

Nucleo centrale delle tue opere è il lato oscuro del potere. Che libertà hai trovato nella costruzione del romanzo storico. L’epoca romana si presta meglio dell’epoca contemporanea a riflessioni etiche più universali. O i meccanismi di corruzione, di nepotismo, di opportunismo sono gli stessi in ogni tempo?

La lezione più preziosa che può insegnare lo studio della Storia è che NON si stava meglio quando si stava peggio. Si è SEMPRE stati peggio. Le dinamiche di potere odierne non sono molto diverse da quelle in atto nell’antica Roma. Solo più ipocrite riguardo a disuguaglianza sociale e diritti umani. Ma, come premesso, il potere assoluto corrompe assolutamente, e chi ne beneficia lo fa sempre a discapito di qualcun altro.

Scriverai nuovi romanzi storici? Hai in progetto la rivisitazione di qualche altro personaggio dell’antichità?

Il 24 di ottobre uscirà per Rizzoli COLOSSEUM, il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale: la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi.

A che scrittori ti sei ispirato? C’è qualche lezione fondamentale che hai imparato? Qualche segreto da confidare ad un autore che per la prima volta si accosti al romanzo storico?

I miei maestri sono Sergio Altieri, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Valerio Massimo Manfredi. Quando scrivo, cerco di shakerare i loro insegnamenti con una buona dose di James Ellroy (che non guasta mai). Che si scriva del passato, del presente o del futuro, occorre farlo con dedizione e costanza. Diceva un saggio che questo dannato mestiere è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Mi sa che non aveva torto…

Da un punto di vista tecnico come hai proceduto alla stesura del libro: hai scritto una scaletta, hai proceduto di getto, per poi procedere alle revisioni, hai proceduto per immagini, vedendo con la mente le scene delle battaglie etc.?

Io sono un maniaco del controllo, dunque procedo per gradi: prima consulto i documenti e schedo tutti i testi di riferimento. Poi compongo una scaletta dettagliatissima, con notazioni psicologiche per ogni personaggio in ogni scena, e infine scrivo, scena per scena in ordine cronologico.

Quale è la tua scena favorita? Quella che ti sei più divertito a scrivere?

Senza dubbio l’incontro tra Lattanzio e Costantino e la successiva chiacchierata.

Il personaggio più difficile da delineare, quello più sfuggente, negativo, complesso?

Licinio. Un mezz’uomo privo di spina dorsale, ma in fondo anche un monarca giustissimo e mite. Un autentico casino psicologico.

Pensi che Invictus Costantino l’imperatore guerriero si presti ad una rivisitazione cinematografica? Se potessi senza limiti di budget di spesa, usando massima libertà chi sceglieresti per interpretare il protagonista? Che regista?

Sul regista non ho dubbi: Robert Rodriguez è l’uomo che fa per me. Sogno da sempre di lavorare con lui. Nella parte di Costantino, Brad Pitt sarebbe perfetto. Il giovane Costantino, però, lo farei interpetare a Xavier Samuel.

L’epoca in cui visse Costantino fu un’ epoca di crisi, di decadenza; un’ epoca violenta, corrotta, immorale se vogliamo. Come l’ hai resa nel tuo libro? C’è un intento di parlare di ieri per parlare di oggi, della contemporaneità?

Il mio giudizio su Roma è pessimo. L’epoca che descrivo nel romanzo è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui il centro del potere si sposta a oriente e l’Urbe rimane un coacervo di corruzione e parassitismo. Ovviamente, parlando di una Roma decadente è difficile non pensare al presente. Ma nel romanzo non c’è solo questo. C’è anche la descrizione della nascita d’un mondo nuovo, sotto l’egida d’un imperatore visionario. A volte i romanzi storici ci parlano insistentemente del presente. Altre, invece, raccontano solo storie di tanti secoli fa.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro?

Un anno e mezzo, tra documentazione e stesura.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Sono abbastanza soddisfatto dell’indagine condotta nelle tenebre della psiche dei miei personaggi. Certo, non nego che mi sarebbe piaciuto dedicare più spazio a quella carogna di Galerio e alla sua personalità distorta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Sì, siamo prossimi alla firma per un contratto di traduzione molto importante per un paese europeo. Ma, per scaramanzia, preferirei non dare l’annuncio finché non sarà tutto nero su bianco.

Infine nel salutarti, ringraziandoti per la disponibilità e per il tempo che hai trovato per rispondere a questa intervista, parlaci dei tuoi progetti prossimi, c’è un nuovo noir contemporaneo nell’aria?

Certo che c’è. C’è sempre un nuovo noir nell’aria. Segnatevi questo titolo: IL PAESE CHE AMO. Nel 2013 ne leggerete delle belle!

:: Recensione di Tre settimane a dicembre, Audrey Schulman, (E/O, 2012) di Viviana Filippini

7 settembre 2012

L’Africa. Chi ci è stato almeno una volta nella vita ne è rimasto affascinato. In Africa c’è una forza  misteriosa che si nasconde e che lascia qualcosa negli animi dei suoi visitatori. Un segno così intenso che molte persone una volta visitato il continente nero, spesso ci ritornano. L’Africa, o meglio uno dei suoi stati, è il protagonista del romanzo Tre settimane a dicembre di Audrey Schulman. Nel presente recente troviamo Max, che non è un uomo come si potrebbe pensare dato il nome, ma un giovane donna esperta di etnobotanica spedita in Africa a cercare misteriosa una radice, i cui effetti sarebbero molto utili in ambito farmaceutico. Nel passato del 1899 c’è invece Jeremy, un esperto ingegnere mandato in Africa per controllare i lavori di costruzione della ferrovia. Una donna e un uomo lontani nel tempo, ma vicini per le esperienze vissute e i luoghi conosciuti. In Africa, Max  immersa in mezzo alla natura e ai gorilla troverà finalmente quel senso di libertà che ha sempre cercato, ma che non è mai riuscita a trovare a causa dei limiti che la sindrome di Asperger (malattia di cui la protagonista è afflitta) le ha da sempre imposto. In parallelo,  Jeremy diventerà un eroe per la popolazione locale e il terrore per i branchi di leoni che girano attorno ai villaggi. Allo stesso tempo il suo cuore sarà toccato nel profondo dagli ambigui sentimenti che prova nei confronti di un indigeno che lo accompagna a caccia, fino a quando capirà che ciò che lo tormenta non è semplice affetto. Quello presentato in Tre settimane a dicembre non è solo un viaggio fisico attraverso le affascinanti terre del continente africano, ma un vero e proprio cammino interiore che Max e Jeremy compiono nel tentativo di capire il loro io. Un percorso di  studio del sé che la donna e l’uomo riescono a fare solo sradicandosi in modo completo dal mondo dove sono nati e cresciuti, cioè da quella dimensione sociale che a causa dei tanti pregiudizi non solo non li ha mai capiti, ma li ha anche esclusi etichettandoli come “strani” e “diversi”. I due protagonisti si trovano coinvolti in un conflitto tra il mondo umano e quello animale che assume i tratti di un pellegrinaggio conoscitivo compiuto con modalità diverse e per comprendere al meglio quanto Max e Jeremy lottino per capire se stessi è interessante il differente rapporto che i due instaurano con l’ambiente naturale che li circonda: Jeremy per ottenere ciò che vuole utilizza la violenza e finiti gli sfoghi di rabbia trattenuta per troppo tempo, lui ha dei profondi sensi di colpa che lo tormentano. Segni evidenti di un animo sensibile e combattuto. Nel  presente, Max agisce in modo diverso relazionandosi  in pace ai gorilla, creando con loro una simbiosi perfetta, tanto da diventare parte integrante del branco. Perché leggere Tre settimane a dicembre edito dalle E/O? Perché il romanzo non racconta solo la scoperta di una terra sconosciuta e le bellezze che la caratterizzano, ma in esso troverete l’eterno conflitto tra l’uomo e la natura, poi scoprirete la lotta alla sopravvivenza e alla conoscenza di sé attuata con grande coraggio da parte dei due protagonisti. Il libro della Schulman è un condensato di immagini d’Africa, non tanto visive, ma più olfattive e tattili, in quanto la percezione degli elementi naturali del continente africano avviene grazie a Max e al suo modo, direi fisico, di relazionarsi con l’ambiente circostante. Tre settimane a dicembre è un libro intenso e carico di sensazioni che evidenzia verso il lettore un grande potere di attrazione, perché il lettore sarà comodamente seduto nella poltrona di casa e leggendo esplorerà tra passato e presente la lontana terra d’Africa, attraverso le sottili e intricate trame di due vite lontane a livello temporale, ma molto più vicine di quanto si possa immaginare. Il tutto – 400 pagine  ben tradotte da Nello Giulgiano, che volano via in una soffio-  è un percorso costruttivo di sensazioni percettive attraverso gli odori, i profumi e i colori. Max e Jeremy saranno tra loro lontani nel tempo, ma in realtà c’è un qualcosa di nascosto nelle vite di entrambi che li rende molto più vicini di quello che noi lettori pensiamo. E’ un qualcosa di profondo e di inaspettato che lascerà – a me è successo – chi legge col fiato sospeso fino alla fine, con la conseguente consapevolezza che il mondo con tutte le sue complicazioni sociali, forse non è quell’immenso sconosciuto che crediamo.

Audrey Schulman è autrice di altri tre romanzi, Swimming with Jonah, The Cage e A House Named Brazil, tradotti in più di dieci lingue. Nata a Montréal, oggi vive nel Massachusetts.

:: Recensione di Finché le stelle saranno in cielo di Kristin Harmel (Garzanti, 2012)

7 settembre 2012

Finché le stelle saranno in cielo (The Sweetness of Forgetting, 2012), traduzione di Sara Caraffini, edito da Garzanti, è il primo romanzo uscito in Italia di Kristin Harmel, reporter di People Magazine e opinionista di diverse trasmissioni televisive americane tra cui Good Morning America, già autrice di numerosi bestseller che probabilmente i lettori in lingua inglese conosceranno. Finché le stelle saranno in cielo non è dunque il suo esordio, e leggendo la sua biografia risulta che ha iniziato a scrivere molto giovane dedicandosi prevalentemente al giornalismo, tuttavia conserva una certa freschezza che non lascerà indifferenti specialmente le lettrici più sensibili e romantiche.
Finché le stelle saranno in cielo è per prima cosa una storia famigliare, di amore se vogliamo, che racchiude un messaggio profondo quanto mai attuale e coraggioso. Innanzitutto il romanzo fa luce su un aspetto dell’Olocausto ebraico decisamente oscuro e poco noto, che merita invece di venire alla luce e di essere conosciuto più diffusamente anche tramite un romanzo, perché no.
Facendo una veloce ricerca in rete ho trovato per esempio il saggio Tra i giusti Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, edito da Marsilio, di Robert Satloff, storico e direttore dell’Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, il cui 5 capitolo s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei”, ma sinceramente prima di leggere Finché le stelle saranno in cielo non avevo mai approfondito il fatto che durante la Seconda Guerra mondiale molte comunità musulmane, e non solo cristiane, si attivarono per salvare dalla deportazione e dai campi di sterminio migliaia di ebrei.
Finché le stelle saranno in cielo parla proprio di questo, narra infatti la storia di Rose, una ebrea scampata, nella Francia occupata, alla furia nazista grazie ad una famiglia musulmana ed emigrata in America. Ormai anziana e sulla soglia di perdere completamente la memoria, per il morbo di Alzheimer, incarica la nipote Hope di cercare i suoi parenti sopravissuti e il suo antico amore Jacob, padre di sua figlia.
La delicatezza con cui Kristin Harmel tratta questo tema, e l’influenza del diario di Anna Frank si manifesta evidente in alcuni tratti, forse i più poetici, rende la lettura adatta sia ad adulti che ragazzi. Commovente ed emozionante, questo romanzo, decisamente ben scritto, racchiude un messaggio di pace e speranza raccontando una storia realmente accaduta che supera il tempo e lo spazio e infrange innumerevoli preconcetti e tabù. Consigliatissimo.

:: Recensione di Lupi di fronte al mare di Carlo Mazza (Edizioni EO, 2011)

4 settembre 2012

Lupi di fronte al mare, noir di denuncia e opera di esordio di Carlo Mazza, uscito circa un anno fa nella collana Sabot/age dell’editrice EO, è un romanzo che si ricollega alla tradizione che lega il noir sociale al più coraggioso reportage giornalistico, filtrato dalla sensibilità di uno scrittore che partendo da una base realistica e ampiamente documentata, la cronaca ci presenta quotidianamente casi di malasanità, corruzione e malaffare per cui gli spunti narrativi sono innumerevoli, costruisce una storia romanzata colorata di umanità e debolezze che accrescono e danno profondità a fatti che se narrati in modo asettico e impersonale perderebbero di efficacia nel condannare i mali più rugginosi della nostra società.
Lupi di fronte al mare è ambientato al Sud, a Bari, ma pur essendo geograficamente delimitato, a questo contribuisce anche l’uso mirato e sapiente del dialetto, pur non perde una certa universalità che accresce la solida base etica e morale che lo sorregge. Denunciare il malaffare, le strette connivenze tra criminalità, politica e società apparentemente per bene, l’omertà, la corruzione sempre più profondamente corrosiva e infestante, implica non solo una scelta morale ben precisa di adesione alla legalità, ma anche un coraggio etico che l’autore non si limita a possedere, ma trasmette anche al lettore più si va avanti nella lettura.
Lo stile è piano, uniforme, cadenzato, non gioca sulle regole classiche della suspense ad effetto, e questo sicuramente contribuisce ad accrescere il sapore di verità e il realismo di quest’opera ibrida per alcuni versi.
L’atmosfera mefitica che avvolge la città, ben delineata da una sorta di rassegnazione ed inevitabilità, accentua poi il contrasto delle scelte morali fatte dal protagonista, il granitico e tormentato capitano  Bosvades e dalla coraggiosa giornalista che l’affianca nell’indagine che, partendo dall’omicidio di un onesto professore, si allarga a macchia d’olio portando alla luce tutto il marcio che avvelena una città, Bari, divenuta simbolo di quella terra di frontiera dove si combatte ogni giorno tra legalità e illegalità, tra compromessi e atti di coraggio, tra corruzione e integrità.
Forse per la prima volta lo scandalo della sanità pugliese è stato trasposto in un romanzo, sicuramente gli spunti di riflessione sui meccanismi di questo degrado morale, prima che economico, sono innumerevoli e ben si prestano ad approfondire la nostra conoscenza dei problemi che avvelenano il nostro vissuto. Una ragione in più dunque per leggere  questo libro, con la consapevolezza che persone come il capitano Bosvades esistono veramente e che molto spesso si accontentano di piccole vittorie che, anche se non debellano il male alla radice una volta per sempre, sono pur tuttavia l’unica strada percorribile per un essere che voglia definirsi “umano”.

Intervista a Carlo Mazza qui

:: A Roma il FLEP! il primo festival delle letterature popolari

4 settembre 2012

A SETTEMBRE PARTE IL FLEP!

A Roma dal 12 al 16 settembre il primo festival delle letterature popolari.  E’ pronto a partire il Flep!, il primo festival delle letterature popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius Narrazioni Popolari e dall’associazione Ontheroad con il patrocinio del V municipio di Roma. Un progetto che prenderà vita dal 12 al 16 settembre al Parco Meda, nel quartiere popolare Tiburtino, dove all’inizio degli anni ’80 un gruppo di ragazzi decise di “piantare”un bus e riappropriarsi di uno spazio lasciato al degrado.
Da quel bus, divenuto anche logo del Festival, il Flep! ha deciso di cominciare la sua avventura: cinque giorni di eventi che hanno raccolto da subito l’entusiasta adesione di importanti nomi della scena letteraria italiana, nonché di performer teatrali, artisti e musicisti. In calendario, una fiera editoriale all’aperto concepita più come un bazar dove incontrare i libri e i loro autori, una postazione dove conoscere le nuove tecnologie applicate all’editoria e un palco letterario dove i libri sono presentati attraverso letture, musica ed immagini proiettate su maxi schermo.
Completano il programma corsi di scrittura e illustrazione per bambini, una radio che in diretta streaming darà voce ai protagonisti e agli avventori del parco, un punto ristoro e tanto altro. “Il Flep! – spiegano quelli di TerraNullius – vuole riavvicinare la società civile alla cultura alta, ai valori della nostra tradizione letteraria e artistica, convinti che l’arte in tutte le sue sfaccettature sia l’unico motore ‘sano’ della civiltà, l’unica cosa in grado di raccontarci chi eravamo, chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Flep! è una risposta ‘attiva’ all’ imperante mercificazione della cultura e alle logiche della sua industria oramai agonizzante”.
Tradizione, ma anche innovazione: il Flep! permetterà a tutti di entrare in contatto con le nuove tecnologie digitali di comunicazione e condivisione, come gli e-book e il Social Sharing, una biblioteca di opere in copyleft.
Spazio anche all’arte e all’illustrazione con alcuni tra gli artisti che si sono maggiormente distinti in questi anni nell’utilizzo dei mezzi di stampa popolari o dei canali overground. Daniela Tieni, Toni Bruno, Veronica Leffe e Davide De Cubellis sono i nomi degli artisti che esporranno da mercoledì a sabato nella sala Ipercontemporanea, che ogni giorno alle 18 aprirà i suoi battenti con il vernissage delle mostre, l’incontro con gli autori e tanti ospiti tra cui Daniele Magrelli, le riviste Mamma!, Antifanzine e altri ancora.
E non poteva mancare un appuntamento dedicato ai più piccoli, per loro il Flep! ha organizzato uno spazio curato da Miriam Dubini, autrice di Aria e altre pubblicazioni per bambini edite da Mondadori, che proporrà un innovativo ‘laboratorio di cicloscrittura’, dove si divertiranno a scrivere racconti e a illustrarli per poi esibirli nella giornata finale.
Momento centrale dell’evento sarà ovviamente il palco letterario, dove si alterneranno autori rappresentativi di quel sentimento che vede nella letteratura un momento di condivisione popolare.
Molti quelli che hanno già dato la loro adesione al Flep: da Erri De Luca a Wu Ming , da Nanni Balestrini a Carola Susani, e ancora, Claudio Morici, Carolina Cutolo, Saverio Fattori e tanti altri.
Ogni giorno il festival si chiuderà con una serata musicale, proponendo artisti che spazieranno Dal free jazz al rock acustico, fino ai dj set r’n’b, dubstep e reggae.
“Siamo partiti solo da poche settimane- avvertono gli organizzatori- e l’entusiasmo che Abbiamo trovato ci sta invogliando a non fermarci qui e a immaginare altri appuntamenti, in altri luoghi dove continuare a divertirci a fare cultura. Ma per ora, si parte col bus del Flep! poi si vedrà”

Per saperne di più non resta che seguire il bus!

Il portale del flep
http://www.flep.tk/

:: Recensione di Il Confidente di Hélène Grémillon (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 settembre 2012

Una lettera trovata tra le decine di biglietti di condoglianze ricevute per la morte della madre. Un uomo che spunta da un passato sconosciuto. Una verità tenuta nascosta per decenni. Un segreto che è giunto il momento di svelare. Questi sono gli ingredienti de Il Confidente di Hélène Grémillon.
Camille lavora per una casa editrice quando sua madre muore in un tragico incidente d’auto. Da quel giorno la vita di Camille cambierà inevitabilmente.
Dopo il funerale riceve tanti biglietti di condoglianze. Tra queste dimostrazioni di affetto e vicinanza spunta una busta molto più grossa e pesante delle altre. Camille la apre e si trova davanti a uno strano racconto di un tale di nome Louis. Lo scritto parla di Annie, di Louis e di un piccolo paesino francese prima della Seconda Guerra Mondiale.
Camille non conosce nessun Louis e nessuna Annie. Pensa  che il mittente abbia sbagliato destinatario. Quando la settimana successiva riceve una seconda lettera si accorge che il racconto prosegue.
Camille lavora nell’editoria e il suo compito è quello di selezionare nuovi possibili romanzi e così crede di trovarsi davanti a uno scrittore piuttosto intraprendente che le propone il proprio romanzo in una maniera un po’ insolita: a puntate, tramite posta ordinaria e interrompendosi ogni volta in un punto cruciale. Un buon modo per cercare di attirare l’attenzione e emergere dalla massa di manoscritti. Camille infatti comincia ad aspettare con ansia l’arrivo di ogni lettera finché cominciano i dubbi: e se non si trattasse di un racconto ma di una storia vera? Se Annie e Louis fossero due persone in carne ed ossa? Ma soprattutto, se lei, Camille, c’entrasse davvero qualcosa con tutta quella storia? “Ho sempre pensato che i segreti devono morire insieme a chi li ha custoditi. Adesso, però, a lei devo dire tutto.”  E se questo segreto riguardasse l’intera esistenza di Camille?
Il confidente è un romanzo a più voci che parla di un segreto tenuto nascosto per troppo tempo. La storia si dipana tra presente e passato tenendo incollato il lettore alle pagine del libro. Si legge tutto d’un fiato. La storia di Annie e Louis è avvincente e tragica e, come Camille, anche il lettore vuole arrivare in fonda alla faccenda, scoprire la verità. Ma la verità ha sempre almeno due facce: e oltre alla versione di Louis spunta poi quella di una donna molto vicina a Camille.
Un romanzo ricco di suspense dove il passato ritorna per modificare il presente e dare al futuro una luce radiosa, perché, a volte, i segreti è meglio svelarli, specie se potrebbero cambiare in meglio la vita delle persone come in questo caso.

:: Recensione di Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli

3 settembre 2012

L’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012, è un’esperienza multisensoriale, da leggere e da ascoltare. L’autore, infatti, attraverso i suoi personaggi, indica la musica che fa da colonna sonora alla sua storia: l’album Nevermind dei Nirvana, Light My Fire dei Doors, Time Is on My Side dei Rolling Stones, Everybody Hurts dei R.E.M., Tunnel of Love dei Dire Straits, Don’t Stop Me Now dei Queen, With or Without You degli U2 e Stairway to Heaven dei Led Zeppelin.
Il titolo allude a un’onda: bisogna pensare alle grandi onde oceaniche della California che avvolgono, e spesso travolgono, i surfisti. Anche la vita a volte si comporta così: travolge, sommerge, lasciandoci senza fiato e senza punti di riferimento, come accade ai protagonisti del romanzo. Nelle recensioni di solito ci sono delle anticipazioni sulla vicenda narrata e sui personaggi. In questo caso, però, ogni informazione rischia di rovinare il piacere della sorpresa, quella sensazione che si prova quando si entra in un mondo nuovo, da scoprire pagina dopo pagina. È una caratteristica tipica dei buoni romanzi, ma in questo si apprezza particolarmente.
Carofiglio, mandato in ferie per un po’ l’avvocato Guerrieri, dà vita a una storia dalla trama semplice, con pochi personaggi, ma che scava profondamente nell’animo umano. Il libro racconta in parallelo le vicende di Roberto Marías, maresciallo dei carabinieri in congedo in cura da uno psichiatra, e Giacomo, un ragazzino timido che scrive in un diario i suoi sogni in cui vive grandi avventure in compagnia di un cane parlante.
Seduta psicanalitica dopo seduta, sogno dopo sogno, si scoprono particolari sulla vita dei personaggi, con una struttura narrativa vivace, dove si alternano in maniera efficace e non giustapposta realtà e dimensione onirica, episodi del presente e del passato. Cosa ha portato il maresciallo dei carabinieri specializzato in missioni sotto copertura a prendere psicofarmaci e a dover andare dallo psichiatra due volte alla settimana? Cosa vuole comunicare il cane al piccolo Giacomo?
Tutti i romanzi interessanti provocano al lettore un dispiacere quando è costretto a interrompere la lettura per dedicarsi ad altre attività. In questo caso, però, è un vero e proprio fastidio: Carofiglio riesce immediatamente a catturare l’interesse di chi legge, che si affeziona ai protagonisti e continua a pensare a cosa accadrà loro nelle pagine successive almeno finche non potrà riaprire il libro. Lo stile è essenziale, le situazioni e i personaggi vengono descritti in modo vivace, inserendo anche battute ironiche. I protagonisti, nonostante siano stati messi a dura prova dalla vita, non smettono di cogliere i lati comici dell’esistenza. Notevole è poi la capacità dell’autore di passare dal linguaggio di un maresciallo molto vicino alla realtà criminale, a quello di un bambino di undici anni, con i suoi sogni e le sue paure.
Chi non è un carabiniere sotto copertura nato in California e abituato a trattare con i narcotrafficanti internazionali non ha vissuto esperienze simili a quelle di Roberto  Marías, ma tutti hanno dei momenti di difficoltà, in cui ci si sente travolti e sopraffatti. Il silenzio dell’onda, oltre che un romanzo avvincente, ha la funzione di una seduta di analisi che, a un prezzo ragionevole, offre un messaggio di speranza: può capitare di finire sotto una grande onda, ma si può venirne fuori. La regola fondamentale è non farsi prendere dal panico, non fare resistenza perché è inutile, e aspettare che passi.

Il silenzio dell’onda

Gianrico Carofiglio

Rizzoli, 2011

pp. 300

:: Recensione di Il vangelo di Nosferatu, James Becker (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2012

Non c’è la Transilvania, non ci sono le cime irte dei Carpazi,  non ci sono pipistrelli, però una quantità industriale di scarafaggi! Quelli sì ci sono! E sono talmente numerosi che ad un certo punto ho avuto l’impressione di averli sotto i piedi. In compenso, leggendo Il Vangelo di Nosferatu, edito dalla Newton  Compton,  troverete una coppia in vacanza a Venezia, tombe profanate, antichi papiri da decifrare, dodici ragazze scomparse nel nulla e una confraternita pronta a tutto pur di mantenere vive gli usi e costumi del passato. La trama di questo thriller storico recupera il folklore popolare dell’Europa dell’Est – e non solo – sviluppandosi tra il passato boemo del 1741 e il presente veneziano del 2010, dove l’ispettore  Chris Bronson e la ex-moglie Angela Lewis saranno catapultati – diciamo che non fanno nulla per stare lontani dai guai- in una serie di eventi che metteranno a dura prova la loro stessa stabilità fisica e psicologica. Il vangelo di Nosfertatu è una sorta di danza macabra nella quale la coppia dei protagonisti viene coinvolta, un fluido vortice nel quale antichi rituali, ricordi del passato e arcaiche tradizioni della credenza popolare vengono riportate, o meglio mantenute vive, da un gruppo di loschi individui affascinati dalla figura del vampiro. Il romanzo di Becker mescola la finzione e la realtà creando un libro dalle atmosfere cupe e travolgenti, dove aleggiano in ogni pagina della narrazione il senso incombente del dramma e la presenza del male. La Venezia che Becker racconta non è quella abituale, cioè bella, assolata, piena di turisti e piccioni. Qui c’è una città cupa – leggendo il libro capiterete sull’Isola dei Morti, un luogo non molto allegro devo dire-  dominata da una sensazione di umido, di fetido e di oscurità perenne che la minano in ogni suo anfratto. Dalle piazze, passando per le calli, fino ad entrare dentro alla case si ha la percezione di un senso di profondo malessere, di pericolo fisico ed emotivo che aleggiano in modo perenne, avvolgendo ogni cosa e tutti i personaggi buoni o cattivi, senza fare nessuna distinzione. Come vuole la tradizionale macchina narrativa del thriller non mancano azioni ad alta tensione, colpi di scena improvvisi, inaspettati e scoperte che ti lasciano un po’ riflettere sul senso della vita e di quello che a volte passa nella testa delle persone. Ci sono le vittime e i carnefici pronte ad  incontrarsi e scontrarsi nell’eterna lotta tra le forze del Bene e quelle del Male che caratterizzano la società umana dagli inizi del proprio esistere. Come vuole la tradizione, ciò che incarna il Male deve essere combattuto, sconfitto e allontanato in modo definitivo, utilizzando espedienti a volte impensabili. Utile e interessante alla comprensione de Il vangelo di Nosferatu è la finale Postilla dell’autore – e vi consiglio di leggerla un volta terminato il libro-  perché in essa troverete le informazioni sulla presenza e sull’interpretazione della figura del vampiro nel corso della storia e non solo. Infatti, scoprirete note su personaggi storici citati nel libro e sulla presenza dei presunti vampiri nella contemporaneità. Pensando alla figura classica del vampiro rappresentata dai romanzi e dai film, ci si accorge che ne Il vangelo di Nosferatu c’è una figura misteriosa  e indefinibile che forse non avrà il fascino di Gary Oldman nel Dracula  di Bram Stoker girato da Coppola, non sarà bello come il Tom Cruise di Intervista col vampiro e nemmeno  attraente – per me non lo è, ma dipende sempre da punti di vista soggettivi – come Robert Pattinson protagonista di Twilight tratto dall’omonima saga di Stephanie Meyer, però secondo me questo essere strano e torbido presente nel romanzo di Becker incute un profondo timore che ammalia. Un ultimo consiglio: guardatevi Nosferatu il vampiro del regista tedesco Murnau, è un film horror espressionista del 1922, è muto lo so’, ma è un capolavoro cinematografico incredibile e inquietante…

James Becker, per oltre vent’anni nelle fila della Fleet Air Arm, l’aviazione della Royal Navy, e impegnato nella guerra delle Falkland e ad altre operazioni nei punti caldi del pianeta, dallo Yemen all’Irlanda del Nord fino all’ex Unione Sovietica. Appassionato di storia  antica e medievale, è autore di numerosi thriller, che saranno presto pubblicati in Italia dalla Newton Compton. Per conoscerlo meglio www.jamesbecker.com.

:: Segnalazione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase

30 agosto 2012

IL SANGUE DELL’ORCHIDEA
James Hadley Chase

(1948, The Flesh of the Orchid)
I Mastini n. 11 – 288 pagine – Euro 14,90

Chi non ricorda la tragica vicenda della bellissima Miss Blandish raccontata da James Hadley Chase in Niente orchidee per Miss Blandish (I bassotti n. 20), uno dei più grandi capolavori gialli di tutti i tempi? Ebbene, ventidue anni dopo il suo sequestro e la sua fine, si scopre che dall’amore malato di uno dei rapitori per quella giovane ereditiera era nata una bambina, Carol, che sembra destinata a essere una vittima al pari della madre. La ragazza, un misto di sensualità, innocenza e crudeltà, è infatti soggetta a scoppi di incontrollabile violenza che hanno costretto i medici a internarla in una clinica. Ora, però, il ricchissimo nonno è morto, e lei è diventata l’erede di una fortuna di oltre sei milioni di dollari. Secondo il testamento la gestione del patrimonio è affidata ad alcuni curatori, ma c’è una clausola particolare: se la giovane dovesse per qualunque motivo rimanere in libertà per quattordici giorni consecutivi, l’eredità sarebbe automaticamente a sua disposizione. E Carol, in una notte di tempesta, riesce a fuggire. Ce la farà a eludere per due settimane le molte persone disposte a tutto pur di mettere le mani su di lei e sulla sua fortuna? Pubblicato originariamente nel 1948, nove anni dopo Niente orchidee per Miss Blandish, il romanzo ha ispirato il film di Patrice Chéreau Un’orchidea rosso sangue (1975), con Charlotte Rampling nel ruolo principale.

James Hadley Chase (1906-1985), nato a Londra, si chiamava in realtà René Brabazon Raymond. A diciotto anni lasciò gli studi e la casa paterna, mettendosi a vendere enciclopedie a domicilio. Mentre era impiegato presso un grossista di libri, si rese conto che i romanzi polizieschi americani avevano un grande seguito di pubblico e, un po’ per soldi e un po’ per ambizione, provò a ricalcarne il modello. Con l’aiuto di un dizionario di slang e di alcune carte stradali degli Stati Uniti, in soli sei week-end completò Niente orchidee per Miss Blandish, rifacendosi a Santuario di Faulkner. Il successo fu clamoroso. Il libro venne tradotto in quasi tutte le lingue e per decenni continuò a vendere milioni di copie; ebbe una versione teatrale e due versioni cinematografiche, di cui l’ultima diretta nel 1971 da Robert Aldrich. Il cinema ha attinto largamente all’opera dello scrittore, che consta di una novantina di romanzi firmati, oltre che come Chase, con gli pseudonimi di Raymond Marshall, Ambrose Grant e James L. Docherty. Dominati da una visione pessimistica e violenta della società, raccontano storie di gangster, d’intrigo e di spionaggio e godettero di enorme popolarità. Benché siano in gran parte ambientati negli Stati Uniti, l’autore vi andò per la prima volta in tarda età, visitando solo la Florida e New Orleans.

:: Recensione di The Fallen Angel di Daniel Silva (inedito in Italia) a cura di Stefano Di Marino

27 agosto 2012

Perché ritengo Daniel Silva uno dei massimi scrittori di spy-story contemporanei?
Prima di tutto per la coerenza. Dopo un esordio eccellente con una storia di spie ambientata durante la Seconda guerra mondiale con tutti gli elementi giusti (compresa una perfetta figura femminile) per catturare il grande pubblico amante d’intrighi, Silva dedica due romanzi con un protagonista seriale a un argomento forse non troppo noto o amato dal pubblico italiano ma certamente gradito a quello anglosassone: la situazione irlandese. Situazione che, storicamente, veniva a una conclusione proprio in quegli anni. C’era però nei tre romanzi d’esordio una comprensione dei meccanismi del genere e, soprattutto, del gusto del pubblico che è rimasta inalterata. La situazione contestuale ben descritta, un giusto equilibrio tra caratterizzazione dei personaggi (tratteggio psicologico sarebbe esagerato e anche inopportuno trattandosi di ‘storie’ e non di analisi con pretesa di realismo) e azione, a volte violenta, a volte costruita sul sottile gioco di mosse e contromosse sul filo del tempo che scorre. E poi figure ben identificate di eroi, perché, alla fine,in questo genere di narrativa sono quelli che il lettore chiede. Buoni e cattivi, non necessariamente tagliati con l’accetta ma comprensibili nelle loro motivazioni e, soprattutto, volitivi,audaci,coraggiosi, violenti, passionali. Uomini e donne che sappiano incarnare emozioni che il lettore comune nella vita di tutti i giorni magari sogna solo. L’era degli eroi ‘piagnoni’, in decisi rinunciatari e, se mi perdonate il gioco di parole legato al primo romanzo di Silva, ‘improbabili’ è finita. Forse sono proprio questi tempi difficili a richiederlo, ma certi modelli ossessionati dal male di vivere ce li lasciamo volentieri a alle spalle. A questo punto è arrivato Gabriel Allon, ‘kidon’ del Mossad. Artista e restauratore, uomo di cultura ma anche d’azione. Agente della squadra inviata a ucciderei responsabili della strage di Monaco che, molti anni dopo, già nella maturità viene raggiunto dalla vendetta del nemico. Allon perde il figlio e la moglie Leah (che sopravvive ma smarrisce la ragione) in un attentato a Vienna. Diventa allora pedina nuovamente di Ari Shamron, che a King Saul Boulevard (la sede del Mossad) tiene le fila di un Gioco pericolosissimo e torna a coordinare una serie di operazioni di vendetta e punizione. Contro terroristi arabi, a seconda dei tempi palestinesi, irakeni o iraniani ma anche contro ex nazisti in fuga. Allon è un manipolatore e un assassino quando lo ritiene necessario. Io me lo sono sempre immaginato con un Eastwood della piena maturità ma ancora possente,cinico, a volte ironico. E intorno a lui si crea una famiglia di comprimari. Il rivale che poi prenderà il posto di Shamron, il cacciatore di nazisti, gli agenti (e le agenti) più giovani con le loro incertezze, i loro errori, i personaggi coinvolti loro malgrado (di solito giovani donne che riecheggiano eroine ‘lecarreiane’). persino un nuovo amore, molto più giovane, un legame oscurato dalla figura della moglie mai persa ma ormai irrecuperabile. Alle singole missioni si sovrappone quindi una continuity personale che supporta le vicende ma non è invadente, come non è invadente il perenne richiamo all’arte, a volte come motore della vicenda, come gadget per arrivare a una soluzione, a volte solo descritto solo come sfondo. L’attività di restauratore (Il Restauratore diventa un po’ come Il Meccanico nel gergo della spy) è un uomo combattuto ma al tempo stesso deciso. Disposto a sacrificare e a sacrificarsi, capace di inganni e di esecuzioni. Abile persino nel tessere impensati legami attraverso la figura di monsignor Donati, alter ego di Shamron alla Santa Sede. E se la posizione di Silva all’interno del Concilio Americano per l’Olocausto spiega alcune evidenti e ricorrenti prese di posizione riguardo alla politica di Israele, la cosa non infastidisce mai, neanche i più accaniti sostenitori del’equità. A me, di fatto, la fedeltà di Allon e della sua ‘ famiglia allargata’ alla causa di Israele, non spiace. Dopotutto la spy story una posizione l’ha sempre presa e questa non è peggiore né migliore di altre. Storie ben costruite che a volte come nel caso del dittico Le regole di MoscaIl Defezionista riecheggiano Le Carré ma trovano una loro identità narrativa. Lo stile è rapido, essenziale ma non sciatto, interessante quando fornisce informazioni e rivelatore di chiaroscuri personali nei dialoghi. I personaggi, come sempre avviene nella migliore narrativa d’intrattenimento, si definiscono per quello che fanno, non per quello che pensano di voler fare e poi tergiversano mentre cercano una scusa per tirarsi indietro. The Fallen Angel, negli ultimi anni è forse il più riuscito perché L’affare RembrantRitratto di una spia pur restando piacevoli presentavano un complotto, una missione di entità ridotta. Qui invece da un omicidio nei musei vaticani seguiamo Allon prima sulla pista di un faccendiere trafficante d’arte italiano che finanzia il terrorismo, poi in Svizzera, di nuovo a Vienna trasudante di incubi passati e presenti e infine in una grande ‘vera’ missione che fa coincidere una visita del papa a Gerusalemme con un piano eversivo degli Hezbollah. Lotta contro il tempo, sparatorie nelle gallerie, doppi e tripli giochi e alla fine, giustizia per i morti. Una giustizia forse politicamente scorretta ma l’unica possibile nella narrativa d’azione. Bravo, Daniel… alla prossima.