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:: L’ICWA (Italian Children’s Writers Association) nata per la tutela, diffusione e riscoperta della Letteratura italiana per ragazzi a cura di Viviana Filippini

16 novembre 2013

Slide_3Dicono che leggere sia il cibo per la mente, ed è vero, ma secondo me leggere è anche un modo per viaggiare in epoche e mondi tutti nuovi da conoscere e scoprire. E la cosa bella della lettura è che non c’è nessun limite di età e nemmeno di genere, perché ogni persona adulta o bambina che sia può, anzi ha il diritto di leggere quello che desidera e incuriosisce. Leggere è fin dall’infanzia un atto di piacere e per far riscopre l’importanza della Letteratura per bambini è nata l’ICWA (Italian Children’s Writers Association) che troverete al seguente indirizzo www.ICWA.it. L’ICWA, in italiano Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi, è una libera associazione fondata nell’ottobre del 2012 da un folto gruppo di autori per ragazzi con lo scopo di favorire un’ampia e significativa apertura internazionale alla nuova letteratura italiana per bambini e ragazzi. La finalità del progetto è quella di stabilire un produttivo dialogo con gli editori italiani. Uno degli altri impegni del gruppo è scaturito dalla consapevolezza che nelle redazioni straniere del settore editoriale per l’infanzia la lingua italiana costituisce un ostacolo, per la mancanza di lettori d’italiano. Per colmare questo vuoto di comunicazione, che ha raggiunto un arco di tempo ventennale, l’ICWA si propone di tradurre un campione di opere contemporanee da proporre all’estero. Gli autori del gruppo sono consapevoli della difficoltà che comporta l’approccio ad un mercato fino ad ora molto chiuso, ma negli ultimi tempi si sono verificati alcuni cambiamenti. Uno esempio è il fatto che gli editori inglesi stiano prendendo coscienza dell’isolamento culturale in cui si trovano e sentano l’esigenza di cominciare a tradurre testi da altre culture, partendo proprio dal settore per ragazzi. Questa è stata una delle tematiche più affrontate durante la London Bookfair, un interessante dibattito al quale purtroppo gli autori italiani non erano presenti.

Il sogno dell’ICWA è di riuscire a promuovere gli autori nazionali all’estero, un ruolo che negli altri Paesi è svolto dalle istituzioni culturali. I soci dell’ICWA credono che questo obiettivo vada perseguito insieme agli editori, che affrontano le medesime difficoltà, e sono convinti che organizzandosi come associazione di categoria il cammino possa essere meno arduo. Il primo evento pubblico dell’ICWA sarà la presentazione della finalità dell’associazione alla prossima Fiera del Libro per Ragazzi a Bologna, insieme a un E-Book bilingue (italiano-inglese) che presenterà il gruppo di scrittori associati e il progetto completo.

Tra gli altri obiettivi dell’Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi ricordiamo:

  • La già citata promozione della letteratura italiana per ragazzi all’estero, e in particolare nei paesi anglosassoni, per recuperare un ruolo internazionale.
  • La volontà di superare in Italia il comune che relega i libri per ragazzi alla “serie B” della letteratura.
  • La costruzione di un dialogo proficuo con gli editori, al fine di superare eventuali squilibri contrattuali e di collaborare alla diffusione della letteratura per ragazzi in Italia.

Inoltre, l’ICWA offre la possibilità di organizzare incontri con gli autori nelle biblioteche, nelle scuole e anche nelle librerie, come indicato sul sito nella sezione “Incontri con gli autori”.

Ad oggi, gli iscritti all’ICWA sono circa 50, diversi tra loro per anzianità editoriale, tematiche, stile, e rappresentano una grossa parte della letteratura italiana per bambini e ragazzi. Tra gli autori associati ricordiamo la presidente dell’associazione Manuela Salvi, la vice-presidente Anna Vivarelli, Anna Lavatelli (addetta all’ufficio stampa), Roberto Piumini, Annalisa Strada, Chiara Lossani (referente per rapporti con le biblioteche), Guido Quarzo (referente per apporti con le scuole) e Annamaria Piccione (referente per Progetto Sud).

:: Recensione di Ancora una volta il mare di Nataša Dragnić (Feltrinelli, 2013) a cura di Valeria G.

16 novembre 2013

ancora una volta il mareNon conosco il rapporto tra fratelli in quanto sono figlia unica. Da piccola non ho mai sofferto la mancanza di altri bimbi in casa, anzi mi sentivo una privilegiata, tutte le attenzioni erano rivolte a me soltanto. Crescendo invece, durante la fase dell’adolescenza, spesso invidiavo le mie amiche che avendo fratelli o sorelle più grandi godevano di maggiori libertà, rispetto a me invece, che dovevo lottare in solitudine per aggirare i divieti imposti dai miei genitori.
Ora invece, da adulta, devo ammettere che questa solitudine un po’ mi spaventa.  Quando dovrò inevitabilmente affrontare la vecchiaia dei miei genitori (e tutto quanto questo comporta), con chi dividerò le mie pene? il rapporto tra fratelli è unico, nessun rapporto di amicizia o amore lo può sostituire.
Quanto accade alle protagoniste di questa storia mi ha dimostrato che questo mio pensiero è alquanto reale.
Le protagoniste di “Ancora una volta il mare” sono tre sorelle toscane. La primogenita Roberta è ambiziosa,  quelli che tutti in famiglia definiscono perfetta, diligente e studiosa. Lucia invece è l’esatto contrario di Roberta, vivace e ribelle ma con un sogno ben preciso: sposarsi e avere dei figli. E poi c’è Nannina, dolce e considerata da tutti la piccolina di casa.
Roberta Lucia e Nannina, sebbene abbiano caratteri molto diversi hanno un denominatore comune: un disperato bisogno di amare.
Per assecondare tale necessità le loro strade si divideranno, si incontreranno, si divideranno ancora, in un turbine di lacrime e sorrisi e il loro rapporto verrà costantemente messo in discussione.
Tuttavia “Ancora una volta il mare” non è solo il racconto di una grande storia d’amore ; vengono toccati altri temi importanti,  come la nascita e la morte.
In particolare quest’ultimo tema viene affrontato in modo diretto e molto profondo. In modo semplice e molto commuovente emergono  tutti i sentimenti che la perdita di una persona cara ci obbliga ad affrontare: impotenza, dolore, rassegnazione,  rabbia.

Nataša Dragnić è nata in Croazia ma vive in Germania dove insegna letterature straniere. “Ancora una volta il mare” è il suo secondo romanzo.

:: Premio letterario: Narratori della Sera

15 novembre 2013

edsLa casa editrice romana Edizioni della Sera bandisce il suo primo premio letterario: “Narratori della Sera” dedicato ad opere di narrativa, esclusa fantasy e gialla. Ai primi due classificati verrà proposto un contratto di pubblicazione, al terzo una targa di partecipazione.
Scadenza 6 dicembre 2013. E’ prevista una tassa di iscrizione di 20,00 Euro.

Ecco di seguito il link al bando completo:

http://www.edizionidellasera.com/wp-content/uploads/2013/10/Premio-Narratori-della-Sera.pdf

Per maggiori informazioni potete contattare:  premi@edizionidellasera.com

:: Il Paradiso degli Orchi al cinema

14 novembre 2013

paradiso orchiEsce oggi nei cinema italiani, Il Paradiso degli Orchi, diretto da Nicolas Bary con Raphael Personnaz, Bérénice Bejo e Emir Kusturica, tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Pennac.  Stavo proprio pensando di inaugurare una rubrica che parlasse di cinema e letteratura, ovvero dei film tratti dai romanzi e questo post mi da la possibilità di iniziare. Vi rimando alla recensione del libro di Diego Di Dio qui e lasciandovi con le parole di Pennac: “Il film è meno noir rispetto al romanzo, è anche meno politico perché in questi trent’anni in Francia sono capitate varie cose, per esempio non c’è più il Partito comunista, non esistono più i sindacati. Tutti gli aspetti sociali sono venuti meno. Ma la famiglia è rimasta. Andate a vederlo“, vi auguro buona visione!

:: Recensione di La musica segreta dei ricordi di Alyson Richman, (Piemme, 2013)

14 novembre 2013

RichnamIl giorno che la presero la prima volta, aveva sognato le ninfee. La calura dell’estate le si appiccicava addosso, e Salomè attribuì quel sogno al fatto che presto i bei gigli d’acqua avrebbero chiuso i petali per arrivare al mare.
La presero che i bambini erano a scuola e Octavio era fuori a cercare lavoro. Vennero con un furgone nero, che imboccò il vialetto e si fermò a metà, parcheggiato accanto alle aiuole in piena fioritura, con l’ortensia che si colorava d’azzurro nella luce estiva.
Quel pomeriggio era in casa da sola. Consuelo era al mercato e Salomè aveva passato la mattina a leggere un romanzo, a sognare le ninfee, a chiedersi quando ci sarebbero tornati lei, e i bambini, al mare.

La musica segreta dei ricordi (Swedish Tango, 2004 – The Rhythm of Memory, 2012) di Alyson Richman, tradotto dall’inglese da Isabella Zani ed edito da Piemme, è un romanzo che ho avuto modo di leggere in anteprima – uscirà in libreria il 19 novembre – grazie a Piemme, che ha proposto ad alcuni siti di critica letteraria, tra cui il mio, di pubblicare una recensione di questo romanzo nei giorni precedenti l’uscita. Ha iniziato ieri Debora Lambruschini per Critica Letteraria, (potete leggere qui la sua bella e dettagliata recensione), oggi è il mio turno, poi toccherà a Sul Romanzo, Sololibri, Gli amanti dei libri e Libreriamo.
Subito leggendone la trama, perchè capita sempre che i libri in qualche modo ti scelgano, ho avuto la sensazione che parlasse di argomenti decisamente inconsueti per un romanzo sentimentale e sebbene non sia un testo autobiografico, l’autrice è troppo giovane per avere vissuto sulla sua pelle i fatti narrati, pur tuttavia conserva un’ attenzione, anche dolorosa, per gli aspetti psicologici e morali legati ai sopravvissuti, che ne fanno un’ opera difficilmente classificabile come un puro romanzo di evasione.
Non ostante lo stile poetico, l’attenzione per i colori, i profumi, la bellezza della natura, (anche un vero poeta apparirà come personaggio nelle pagine luminose di questo scritto), è un libro che tratta temi forti, con derive anche sgradevoli, evidenziando quanto le cicatrici fisiche e mentali della guerra o di una dittatura possano segnare le vite delle vittime, dei sopravvissuti appunto, arrivando anche a distruggere esistenze, sentimenti, famiglie. Sia nella Finlandia della Seconda Guerra Mondiale, che nel Cile di Pinochet, i legami familiari sono i primi a sciogliersi e a disgregarsi quando la violenza si impone come l’unica legge al potere, logorati da un complesso meccanismo di sensi di colpa, risentimenti, ipotetiche mancanze che l’autrice approfondisce attraverso le vite dei personaggi, non solo ombre sullo sfondo, ma reali catalizzatori della vicenda. La sensibilità e il realismo con cui questi temi sono trattati è sicuramente la parte più riuscita di un romanzo oggettivamente complesso, non ostante lo stile ispiri paradossalmente un senso di leggerezza e spontaneità.
Quando la piccola Kaija, lascia la natia Finlandia, sola con una valigia, per diventare una figlia di guerra in Svezia, trovando una nuova famiglia adottiva che non può avere figli, i vecchi legami familiari si rompono, per sempre, come si rompono i legami d’amore tra Octavio e Salomè, ormai esuli politici in Svezia, abbandonato il nativo Cile dopo la terrificante esperienza (di lei) del carcere e della tortura.
Ma le ferite si cicatrizzano e anche i sentimenti hanno questa capacità e i quattro personaggi, (due coppie Salomè e Octavio Ribero e Kaja e Samuel Rudin), al centro di questo romanzo si troveranno proprio a vivere questo lento processo di metabolizzazione.
La musica segreta dei ricordi è dunque una storia di sentimenti e di rinascita. Si sopravvive alla guerra, alle torture degli aguzzini di Pinochet, si sopravvive alla lontananza dalla propria casa, dalla propria terra, all’abbandono, al silenzio di chi no sa o non vuole chiedere aiuto, si sopravvive alla malattia e alla morte delle persone amate e quasi ci si chiede come ciò sia possibile. Ma le capacità di recupero dell’essere umano sono strane e misteriose e spesso la forza è nascosta in gesti minimi, in sfumature della voce, in atti di impalpabile tenerezza quasi fragili come ragnatele, ma nello stesso tempo risanatrici e rigeneranti.
L’ascolto che Samuel presta a Salomè, nelle ore di seduta psicanalitica, quando l’invita a parlare della sua detenzione e dell’orrore che ha vissuto, riporta al centro dell’attenzione il potere della parola e dei ricordi, di quanto il dolore trovi liberazione se condiviso, se privato della solitudine che lo rende tossico e asfissiante. L’autrice porta all’attenzione del lettore questa semplice verità e lo fa con garbo ed equilibrio, senza eccedere in effetti drammatici seppure alcune pagine descrivano in maniera davvero cruda e realistica gli atti di tortura e deprivazione della dignità, prima che della libertà, dei prigionieri. Quando Salomè sarà chiamata a testimoniare in Inghilterra, davanti ad un tribunale istituito contro Pinochet, chiamata a rievocare cose che per tutta la vita ha volontariamnete tenuto nascoste alla sua famiglia e soprattutto a suo marito Octavio, dal quale ha scelto di vivere separata dopo il divorzio, capirà la lezione più importante e sentirà dal marito le parole che aspattava da una vita. Con questo messaggio di speranza e di fiducia nel potere dell’amore si chiude il romanzo lasciando nel lettore la sensazione di aver fatto un viaggio nei sentimenti minimi di gente comune sullo sfondo della Storia. E non è poca cosa.
Venerdì 15 novembre alle 18.00 l’autrice presenterà il romanzo nella libreria Coop Nautilus di Piazza Ottantesima Fanteria, 19 di Mantova. Insieme all’autrice interverrà Edgarda Ferri.

Alyson Richman Americana, vive a Long Island, New York. Ha pubblicato quattro romanzi, tradotti in quindici paesi, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica. A fare di lei un’autrice bestseller è stato Un giorno solo, tutta la vita, un vero successo del passaparola. Il suo prossimo libro sarà ambientato ai tempi della Resistenza in Italia, paese cui è particolarmente legata.

:: Segnalazione di Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

11 novembre 2013

131126 BUIOEsce il 26 novembre il nuovo libro di Maurizio de Giovanni, Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone:

Buio, qui dentro. Il buio è sempre pieno di rumori. Il buio non sta mai zitto. Erano i peggiori poliziotti della città. Sono stati riuniti in una squadra con la certezza che avrebbero fallito, e loro hanno sorpreso tutti. Li chiamano i Bastardi di Pizzofalcone.

Nel tepore ingannevole di un maggio malato, il raccogliticcio gruppo di investigatori comandato da Gigi Palma si trova a fronteggiare un crimine terribile: un bambino di dieci anni, nipote di un ricco imprenditore, è stato rapito. Le indagini procedono a tentoni, mentre il buio si impadronisce lentamente dei cuori e delle anime e la morsa di una crisi di cui nessuno intravede l’uscita stravolge le vite di tanti, spegnendo i sentimenti piú profondi. Anche un banale furto in un appartamento può nascondere le peggiori sorprese. I Bastardi dovranno essere piú uniti che mai, per trovare insieme la forza di sporgersi su un abisso di menzogne e rancori dove non balena alcuna luce. Intanto, nel commissariato piú chiacchierato della città, i rapporti di lavoro e quelli personali si complicano, e il vecchio Pisanelli prosegue la sua battaglia solitaria contro un serial killer alla cui esistenza nessuno vuole credere.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Recensione di Felici i felici di Yasmina Reza (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

10 novembre 2013

felici i feliciTraduzione di Maurizia Balmelli

Due persone vivono fianco a fianco e ogni giorno la loro immaginazione li allontana in modo sempre più definitivo. Le donne, nel loro intimo, si costruiscono palazzi incantati. Tu sei lì dentro da qualche parte mummificato ma non lo sai. Nessuna sregolatezza, nessuna mancanza di scrupoli, nessuna crudeltà sono considerate reali. […] Tutto è fraintendimento, e torpore. Gli oggetti si accumulano e diventano inutili. […] Tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi è già passato. Non sono triste. Le cose sono fatte per svanire. Me ne andrò senza storia. Non troveranno né bara né ossa. Tutto continuerà come sempre. Tutto se ne andrà allegramente nella corrente.

I personaggi di Yasmina Reza sono l’altra metà di niente: coppie alla deriva, genitori rassegnati, figli spaesati e anziani in attesa della morte. Donne e uomini senza speranza, calati in un presente realisticamente scontato e arenati in un passato perduto.
Ogni racconto è il punto di vista dell’altro: mogli e mariti che vivono, a loro modo, una storia che non ha più niente da raccontare e che aspettano al varco la fine di un calvario amoroso consumato dal tempo; amanti fedeli come cani da compagnia, in attesa delle briciole di un padrone distratto dai doveri familiari; amici di una vita incapaci di raccontarsi la verità dei propri fallimenti.
In tutta questa miseria dove si nasconde la felicità? Nella cinica visione di chi nei sentimenti non ha mai creduto o ha smesso di crederci da un pezzo. L’infelicità è là dove campeggia l’ideale d’amore, destinato irrimediabilmente e penosamente a soccombere tra le pieghe del tempo, soffocato da logiche di mercato (sesso usa e getta) e da politiche economico-amorose più vantaggiose. Per chi ancora si ostina ad amare non rimane che la dannazione dell’anima:

Gli uomini sono di un immobilismo assoluto. Siamo noi a creare il movimento. Ci danniamo ad animare l’amore.

Nel gioco a due delle relazioni non vi sono vincitori, ma solo vinti: colui che rimane saldo ad una scialuppa di salvataggio in mezzo al mare – nell’irrecuperabile naufragio del matrimonio – e chi si abbandona alle continue incursioni esterne di nuove passioni.

Le coppie mi ripugnano. Il loro rattrappimento, la loro vieta connivenza. Non mi piace niente di questo organismo itinerante che attraversa il tempo alla faccia dei solitari.

La scrittrice francese non fa prigionieri, solo vittime del gioco dei sentimenti e della vita. Esistenze segnate dall’incontro-scontro, a volte casuale, con l’altro, con quella metà ancora ignara del potere e dell’influenza che può avere sulle scelte altrui. Un abile intreccio che fa di questi racconti un romanzo a tasselli, un mosaico di storie che prende forma e regala al lettore una visione sempre più ampia delle cose, trasformandolo da spettatore in silenziosa voce narrante delle vicende umane descritte. Una sorta di empatia crescente capace di avvincere fino all’ultima pagina, in attesa della rivelazione.
Il tutto è scandito da un’ironia graffiante, da una descrizione grottesca ma fortemente realistica dei personaggi, capace di far scaturire nel lettore un sorriso, il riso amaro di chi si riconosce inevitabilmente in quelle dinamiche contorte e dolorose proprie delle relazioni umane.

“La vista di quella moglie legittima e trascurata è stata ben più letale di tutte le delusioni, le attese, le promesse non mantenute, le candele e le tavole apparecchiate invano.

In questo libro vi è tutta l’abilità dell’autrice di teatro, che ha reso Yasmina Reza una commediografa di fama mondiale. Una per tutte, tra le sue opere teatrali, Il dio del massacro (Adelphi, 2006), da cui il regista Roman Polanski ha tratto, nel 2011, la versione cinematografica intitolata Carnage.

Yasmina Reza è nata a Parigi nel 1959, da madre ungherese e padre russo di origini iraniane. Ha pubblicato sette testi teatrali, tra cui Art, rappresentati sui palcoscenici di tutto il mondo. Ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi, come il Laurence Olivier Award e il Tony Award. È inoltre autrice di diverse opere di narrativa, tra cui Una desolazione e Uomini incapaci di farsi amare, pubblicati da Bompiani.

:: Recensione di Chiuso per lutto, Gianni Simoni, (Tea, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 novembre 2013

chiuso_per_luttoLa pubblicità di un noto snack di qualche anno fa recitava: “C’è sempre qualcosa dietro”, ed è quello che ho pensato pagina dopo pagina, mentre leggevo il nuovo giallo di Gianni Simoni, Chiuso per lutto, edito da Tea. Direi che il genere preciso al quale ricondurre il libro con le indagini del giudice in pensione Petri e dell’amico ispettore, mancato pensionato, Miceli è il togato ambiente del legal thriller. Il libro ha un ritmo incalzante e si svolge su due piani. Da un lato, c’è il piano che fa da cornice e rigurda la difficile situazione del commissario Miceli, il quale a causa di un errore di calcolo degli anni lavorativi dovrà, come indicato in una lettera ricevuta dal Ministero, rimandare di un anno il pensionamento e si troverà alle prese con la  convivenza e collaborazione con il nuovo commissario: Grazia Bruni. L’altro piano, quello che ci trascina e ci coinvolge portandoci accanto a Petri, è l’indagine per la risoluzione di due efferati casi di omicidio a Brescia. Le vittime brutalmente assassinate sono un macellaio e un anziano professore. Petri li conosceva entrambi. Dal venditore di carne il giudice andava ogni giorno per comprare tagli più o meno pregiati e salutare l’avvenente moglie dell’uomo. Con il secondo, l’amicizia era nata da poco, dopo essersi incrociati in alcune occasioni nello stesso negozio del macellaio. L’ex giudice in pensione si lascerà coinvolgere sempre più nelle indagini e nella caotica sequenza di eventi dove intrighi, tresche amorose, ritorsioni private, possibili tradimenti e sensi di colpa dovranno essere riordinati come le tessere di un puzzle, per capire se tra i due delitti ci siano legami e cosa li abbia scatenati. In un primo momento gli indizi sembrano condurre chi indaga verso un colpevole preciso, ma piccoli fatti quotidiani, parole e gesti mettono in crisi ogni certezza degli investigatori. Petri vuole capirci qualcosa e decide di continuare la ricerca del colpevole, perché sente un bisogno necessario di comprendere la dinamica degli omicidi. Simoni fornisce a tutti i personaggi presenti – dalle vittime ai carnefici, fino agli ispettori – una dimensione psicologica dalla quale emergono le contorte macchinazioni che animano le menti umane e che spesso portano le persone, comprese quelle che sembrano le più indifese e insospettabili, a compiere gesti impensabili. A rendere serrata e claustrofobica la caccia all’assassino e a incupire l’animo di Petri ci pensa Brescia, la città di ambientazione, che in Chiuso per lutto è permeata in modo costante dalla pioggia, da un’umidità che si insidia ovunque mescolando le prove e da un pungente gelo che penetra nei cuori delle persone indurendole, fino a renderle insensibili al dolore. L’umanità presente in questo legal thriller è ambigua, caratterizzata in alcuni casi da una doppia personalità che vive in corpi unici, nei quali, in alcuni casi, la parte più tetra e cupa prende il sopravvento, portando l’uomo o la donna comune a diventare un brutale carnefice. Chiuso per lutto è un giallo ad alta tensione, scorrevole e dinamico, nel quale il giudice Petri nonostante la pensione e la lunga carriera lavorativa non smetterà mai di stupirsi nello scoprire – per l’ennesima volta – che le persone non sempre sono quello che a prima vista sembrano.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. La precedente indagine del commissario Miceli e dell’ex giudice Petri pubblicata da Tea è Commissario, domani ucciderò Labruna.

:: Un’ intervista con Camilla Läckberg

10 novembre 2013

bambino segretoCiao Camilla. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Camilla Läckberg? Punti di forza e di debolezza.

Probabilmente mi piacerebbe che mi descrivessero come una persona determinata che pensa che sia importante avere uno spirito aperto e curioso. Le cose più importanti della mia vita sono i miei figli. La mia forza è probabilmente la mia determinazione, mentre la mia debolezza è che a volte posso essere troppo gentile.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta nella cittadina di Fjällbacka, un vecchio borgo di pescatori lungo la costa occidentale. Sono stata influenzata molto presto dal mondo della letteratura poliziesca, e all’età di otto anni avevo già divorato la maggior parte dei romanzi di Agatha Christie.

Che lavori hai svolto in passato, prima di diventare una scrittrice a tempo pieno? Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Per molti anni ho lavorato come economista, ma non era una cosa importante per me. Il mio cuore è sempre stato legato alla scrittura.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Da quando ero molto giovane! All’età di cinque avevo già scritto il mio primo romanzo crime dal titolo ” Babbo Natale”.

Sei l’ autrice della serie poliziesca di Erica Falck e Patrik Hedström, ambientata a Fjällbacka. Dopo La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino e L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto è il tuo quinto romanzo pubblicato in Italia da Marsilio. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

La Seconda Guerra Mondiale è sempre stato un argomento rilevante di discussione e volevo esplorare il ruolo neutrale della Svezia in questo periodo. Ho avuto l’ispirazione quando sono passata davanti ad una lapide che era stata contrassegnata con “Tyskungen”, il titolo svedese del romanzo. Traduzione letterale “Il bambino tedesco”.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho fatto molte ricerche sulla Seconda Guerra mondiale e usando diversi tipi di fonti.

Potresti dirci qualcosa dei protagonisti ?

Erica è una scrittrice ostinata spesso coinvolta nel lavoro della polizia locale, dalla quale a volte non è molto apprezzata. E’ una madre amorevole e premurosa. Patrik, il marito di Erica, lavora presso la locale stazione di polizia. Ha una grande dedizione per il suo ruolo di padre.

Fjällbacka, è uno scenario straordinario per un romanzo. Può descriverci questo paesaggio nordico?

Fjällbacka è un luogo idilliaco, molto influenzato dalla presenza del mare. Il paesaggio nordico può essere molto vario, e non mi azzardo nemmeno a provare a descriverlo. Devi venire e scoprirlo tu stessa!

Quale è la tua scena preferita in Il bambino segreto ?

Questa è una domanda difficile! Davvero troppo difficile.

Eventuali progetti di film tratti dal tuo libro?

The Hidden Child, Il bambino segreto, è ora disponibile come film ed  è stato mostrato questa estate nelle sale cinematografiche di tutta la Svezia. Credo che sia una cosa abbastanza irreale e davvero fantastica!

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo molto e tutte le volte che ne ho la possibilità, ma uno dei miei scrittori preferiti è Peter Robinson.

Cosa stai leggendo in questo momento? Chi sono i tuoi scrittori esordienti svedesi preferiti?

Ci sono molti grandi autori là fuori e uno di questi è Martin Melin.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

Le promozioni letterarie, come le fiere del libro e le presentazioni, sono molto importanti per avvicinarsi ai fan. Mi piace molto ascoltare da i fan i commenti sui personaggi principali per esempio. Hanno opinioni diverse circa Erica e Patrik.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è niente di stabilito, ma spero di venire presto a visitare il vostro bel paese!

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori ? Come possono mettersi in contatto con te?

Cerco di rimanere legata il più possibile ai mie lettori, anche se alcuni di loro vivono dall’altra parte del mondo. I social media, come Instagram, Twitter e Facebook mi hanno aiutato a mantenere un bel dialogo con i miei lettori. Questo è qualcosa di veramente importante per me.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ora sto lavorando al mio nono romanzo poliziesco, The Lion Tamer, e al mio quarto romanzo per bambini su Super-Charlie.

:: Recensione di Come un fiore ribelle di Jamie Ford (Garzanti, 2013) a cura di Natalina S.

9 novembre 2013

Come un fiore ribelleÈ un’ironia suprema e un orribile scherzo del destino che una madre debba trincerare e seppellire l’amore per il proprio bambino dietro la fortezza della vergogna e sotto il peso del dolore. Non c’è colore della pelle, profumo emesso dalle ghiandole sebacee o forma degli occhi che possa giustificare un tale strappo se non la gravità dell’odio. Dopo “Il gusto proibito dello zenzero”  Jemie Ford è, nuovamente, in vetta alle classifiche degli Stati Uniti con un nuovo emozionante romanzo: “Come un fiore ribelle”, in Italia tradotto da Alba Mantovani e pubblicato ancora una volta da Garzanti. Sono le strade di Seattle, quelle in cui lo stesso autore è cresciuto, a guidarci nella travolgente vita di Liu Song e William Eng, protagonisti centrali di questa triste storia di amore tra madre e figlio insieme ai loro sentimenti. Il romanzo si apre con il rigore e la disciplina dell’orfanotrofio in cui William trascorre, ormai da 5 anni, il suo tempo sospeso. È il 28 settembre 1934 e l’Istituto festeggia il compleanno di tutti i bambini abbandonati. Una ricorrenza universale che mal si addice alla storia personale di ognuno. In questo giorno ai bambini è concesso fare domande sul destino dei loro genitori e William trova il coraggio per chiedere di sua madre. L’amore viscerale che lega un bimbo alla donna che lo ha portato in grembo per nove lunghi mesi è in grado di arrivare in qualsiasi forma e stato; William sente che la risposta ricevuta da Suor Briganti non corrisponde a verità poiché quell’energia ancor prima di giungere alla mente arriva al cuore. Ripone fiducia nell’animo di Charlotte, una bimba dell’orfanotrofio con lo sguardo sempre fisso sul mondo e la luce dentro al cuore, alla quale William confida le sue emozioni. Insieme decidono di scappare ma la Seattle degli anni 30 è decisamente poco rassicurante per un bimbo dagli occhi a mandorla e una bimba dallo sguardo opaco. Ad illuminare la strada è la fiamma che William ha nel cuore, quella speranza sempre accesa che Liu Song sia ancora viva e non molto distante da lui ma soprattutto il desiderio di sapere cosa ha spinto sua madre ad abbandonare ciò che prima ha amato, al di sopra di tutto, al di là di tutto. William non troverà Liu Song ma la voce di una donna famigliare quanto quella di sua madre, quella di Willow Frost. “La persona che William ha conosciuto è sepolta sotto il dolore e la vergogna”, soffocata dai sensi di colpa e da quella violenza inaudita che l’ha portata a concepire la vita stessa di suo figlio. È una storia triste e dal sapore amaro quella che Ford ci racconta in questo romanzo che affonda le sue radici in un contesto storico-sociale segnato da forme di razzismo e chiusure culturali, soprattutto, nei confronti di donne e bambini appartenenti ad etnie orientali. La vita di tutti i personaggi del romanzo è segnata dalla solitudine e dall’abbandono, nonché dagli strappi dolenti causati dalla scomoda verità che la natura umana possa essere tanto malvagia quanto buona, tanto codarda quanto coraggiosa poiché “ognuno porta in sé una mescolanza confusa di amore e odio, di gioia e dolore, di nostalgia e oblio, di verità travisate e inganni dolorosi”. Attraverso una struttura narrativa ideata su analessi  e continui ritorni al presente, l’autore ci consente di scavare in profondità nella vita dei personaggi al punto di palpare con mano sentimenti ed emozioni in grado di graffiare e scavare cicatrici dolorose quanto le mancanze e le assenze che hanno segnato per sempre l’animo stesso dei protagonisti; ma soprattutto ci guida a riflettere sulle conseguenze che il dolore può causare e protrarre nel tempo e nel corso delle generazioni poiché è estremamente difficile far nascere un fiore dall’odio anche se non impossibile, come lo stesso Ford ci insegna.

Jamie Ford: è cresciuto nella zona della Chinatown di Seattle e ora vive nel Montana con la moglie e i figli. Discende da un pioniere del Nevada, Min Chung, emigrato nel 1865 dalla Cina a San Francisco, dove adottò il nome occidentale Ford. Il suo primo romanzo, Il gusto proibito dello zenzero, è stato un bestseller internazionale.

:: Un’ intervista con Matteo Di Giulio

6 novembre 2013

delitti-7-virtuBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia nuova intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati ai nostri lettori. Chi è Matteo di Giulio?

Al momento uno scrittore. Sono stato impiegato, informatico, critico cinematografico. Ora, grazie a una serie di fortunate coincidenze, ho l’opportunità di occuparmi solo dei miei romanzi e voglio sfruttarla per trovare le mia strada nella narrativa. Nel tempo libero amo leggere e, come sempre, il cinema e le serie tv. Oltre a curare gli animali – cinque: due cani, due gatti, una tartaruga – che fanno parte della nostra famiglia. Amo viaggiare, purtroppo non riesco a farlo spesso quanto vorrei.

Hai iniziato scrivendo noir metropolitani, e sei passato, con successo devo dire, al romanzo storico. E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo I delitti delle sette virtù edito con Sperling & Kupfer. Da poco ho fatto un’ intervista ad un altro autore italiano che ha fatto la tua stessa scelta. Come è maturata per te la decisione di cimentarti con questo genere?

È stata una sfida e una scommessa. Avevo in mente di puntare in una direzione diversa rispetto ai miei precedenti romanzi. Quei due romanzi mi hanno dato grandi soddisfazioni ma da qualche anno stavo cercando un’altra strada, sempre tinta di nero e di giallo. L’idea per il romanzo è venuta parlando di Savonarola con la mia compagna. Ho iniziato a studiare il personaggio e la trama, che parte da un fatto reale della sua biografia – la costruzione di un convento nel 1494 –, è venuta da sola. Dopo aver esaurito le prime ricerche ho cominciato a scrivere e avevo molti timori, perché il salto dal contemporaneo allo storico non è da poco: sono stato il primo a sorprendermi di quanto mi sia divertito. Più avanzavo con la storia e più mi sentivo coinvolto in prima persona.

Molti autori, anche non esordienti, si chiederanno come hai fatto a pubblicare con la Sperling. Sono curiosa anche io. Hai avuto l’appoggio di un agente? Come è andata?

L’editor del mio secondo romanzo, Andrea Scarabelli, ha lavorato per un periodo in Sperling. Essendo amici e parlando spesso dei nostri rispettivi progetti, gli ho accennato della mia idea e lui mi ha aiutato con molti utili consigli. Quindi mi sono messo sotto a lavorare e quando ho avuto una prima stesura, gliel’ho sottoposta. Lui ha pensato che in Sperling potessero essere interessati e così l’ha fatta leggere. Per fortuna il romanzo è piaciuto. Soltanto diversi mesi dopo aver raggiunto un accordo con Sperling, ho firmato con il mio attuale agente.

Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Evitare i clichè. È una norma di buon senso per qualsiasi tipo di narrazione di genere, ma nello storico lo è forse ancora di più. L’ostacolo più alto, per me, è stato trovare un equilibrio tra la mia esigenza di narrare una storia di finzione e calarla in un contesto storico verosimile, senza che quest’ultimo apparisse posticcio, o ancora peggio ostentato. Ho cercato di coniugare un ritmo rapido, molto moderno, con il rispetto per lo scenario e per tutti quei piccoli dettagli necessari a ricostruire ex novo un mondo tanto lontano.
Quando ho cominciato a pensare al progetto, avevo il grande timore delle ricerche, che sapevo non avrebbero potuto essere superficiali. Invece tornare a studiare, a tanti anni di distanza dal liceo e dall’università, non è stato così difficile: al contrario, anche la fase della “scoperta” delle fonti, dei personaggi, di tutto ciò che li circondava, si è rivelato interessante e stimolante.

Alfredo Colitto, Carlo A Martigli, Umberto Eco, penso che il suo Nome della Rosa abbia dato nuova linfa ad un genere, il romanzo storico investigativo, forse per lungo tempo trascurato dagli autori italiani. Ti senti debitore verso questi autori? In che misura ti hanno ispirato? E soprattutto pensi che ci sia un risveglio del thriller storico in Italia, prima che diventi una moda, come per esempio è successo per il noir?

Riflettevo qualche giorno fa su come il romanzo storico di genere si stia evolvendo. Una nuova ondata di scrittori si affaccia a questo tipo di storie, apportando ciascuno le proprie esperienze di precedenti e la propria sensibilità. Penso che Alfredo Colitto, con Cuore di ferro, abbia avuto il grande merito di aprire questa strada, dimostrando come si possa fare letteratura d’intrattenimento intelligente e appassionante. Aggiungo ai nomi che fai quello di Leonardo Gori, e tolgo invece quello di Eco, che per aspirazioni, provenienza accademica e intenti aveva in mente qualcosa di completamente diverso. Oggi ci sono ottimi narratori, come Alberto Custerlina, Mauro Marcialis o Marcello Simoni che riescono a trasmettere attraverso il passato emozioni forti ai lettori: ed è questo di cui ha bisogno di nutrirsi, secondo me, un mercato editoriale in crisi. Passione e concretezza.

Tornando al romanzo mi dicevi che I delitti delle sette virtù è il primo episodio di una trilogia. Come hai immaginato il piano completo dell’opera?

Il romanzo è nato da solo, come opera a sé. Dopo aver finito il lavoro di editing in Sperling, ed essermi calato ancora di più nei panni del mio protagonista, un ragazzo di nome Rafael dal passato misterioso, mi sono reso conto che la storia non aveva esaurito le sue potenzialità. Ho quindi cominciato a scrivere un seguito, che sto rifinendo proprio in questi giorni. E dopo aver scritto la parola fine a questo nuovo dattiloscritto mi sono di nuovo reso conto che la serialità in questo tipo di romanzo riesce ad aggiungere ulteriori livelli di lettura e di approfondimento, un po’ come accade nelle serie tv. Ogni romanzo equivale grossomodo a una stagione, ma mentre lo scrivi non sai se ce ne sarà una successiva. Ora penso a una trilogia, ma in realtà non c’è nulla di definito. A me piace molto, sotto questo punto di vista, il mondo dei fumetti o del fantasy, dove il concetto di continuity è portante, con seguiti, prequel, spin-off e saghe che si susseguono senza interruzioni. Il tipo di serialità che fa George Martin, poi, mi sembra la migliore possibile: non ha paura di uccidere i suoi personaggi principali, di farli soffrire, di farli sembrare vivi. Da lettore lo trovo un atto di grande rispetto nei miei confronti.

Il romanzo è ambientato nella Firenze medicea di fine Quattrocento. Come ti sei documentato, che testi ha consultato prevalentemente? So che hai fatto un capillare lavoro di ricerca nelle biblioteche.

Sono partito dal personaggio di Savonarola. Ho cercato in libreria, su internet e in biblioteca tutto il materiale possibile su di lui. Poi ho allargato il raggio della ricerca passando a saggi che si occupassero della quotidianità nel Medioevo, che era l’aspetto pratico più importante, per me, per creare un contesto credibile. Poi, gradualmente, ho letto saggi ambientati su Firenze nel Medioevo e nel Rinascimenti, altri saggi su Savonarola. I libri più interessanti sono quelli di Jacques Le Goff, uno storico che sa essere divulgativo senza essere mai noioso. Internet è servito infine per colmare molti dubbi: il Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, per esempio, mi ha fornito spunti sui personaggi storici dell’epoca.

Protagonista del romanzo è Rafael, un ragazzo proveniente dal Regno di Castiglia in cerca di vendetta. Parlaci di questo personaggio, come è nato, come si è sviluppato nel corso del romanzo?

Volevo un personaggio che si contrapponesse in modo forte a Girolamo Savonarola. Doveva quindi avere delle caratteristiche che lo “elevassero” sopra gli altri. Non volevo però il classico eroe perfetto e senza macchie. Rafael è caratterizzato da un passato misterioso, molto doloroso, perché ha perso i genitori su uno dei primi roghi dell’Inquisizione, a Burgos, nel Regno di Castiglia. È di origine mora: nel contrasto tra uno straniero musulmano e un fondamentalista cattolico ho trovato quel conflitto che cercavo. Sono stato costretto a farlo giovane: perché se i primi roghi sono del 1481 e lui era ancora un ragazzino, nel 1494, quando Savonarola ordina di costruire il suo convento, non poteva essere invecchiato troppo. Alla fine le tessere del mosaico si sono ricomposte quasi da sole, e Rafael ha preso vita. Sui vent’anni, carnagione olivastra, capelli neri, magro, solitario. Bravo con la spada ma con un grosso trauma che lo condiziona quando combatte; ed eccelle nella matematica e nell’astronomia, come la tradizione araba del periodo ci ha testimoniato.

Hai collocato nel romanzo un serial killer ante litteram, un assassino che lascia inchiodati ai corpi delle vittime delle pergamene in cui vengono citate le virtù teologali e cardinali. Un po’ ho pensato a Seven, film del 1995 diretto da David Fincher con Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey. Da appassionato e esperto cinematografico, quali film ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

A dire il vero l’unica ispirazione forte che ho avuto, oltre a diversi romanzi di genere, è stata la serie Il trono di spade di George Martin, sia su carta che su schermo. Non a caso ho inserito qua e là delle citazioni e dei segni della mia stima. Martin riesce, inventando tutto, a essere più realistico di molti scrittori che si basano su fatti reali. La sua fanta-politica è credibile e attuale. Mi rendo conto che a volte il genere fantasy riesce a offrire, soprattutto nelle scene d’azione, degli spunti che il romanzo storico tout court, dovendosi adattare alla realtà dei fatti, non trasmette con la stessa intensità.

Stai lavorando all’editing del tuo nuovo romanzo. Vuoi anticiparci qualcosa?

Ci sarà un viaggio pericoloso da Firenze a Milano, e qui il protagonista sarà vittima di una sorta di complotto politico. Sarà un rapimento il motore iniziale dell’azione. Ci saranno ancora più morti del primo romanzo, dove già il conto degli omicidi era elevato, e avrà una trama complessa basata su tre intrecci – quello principale ambientato sette anni dopo I delitti delle sette virtù, nel 1501; quelli secondari nella prima metà del ‘400 e nel 1472 – che si intersecano. Avrà un ruolo molto importante, nella storia, uno dei grandi libri misteriosi, il cosiddetto manoscritto Voynich, tutt’ora indecifrato nonostante teorie e tentativi d’ogni genere. Di più non posso dire, se no svelo troppo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Ho altri progetti letterari, come ti dicevo voglio continuare a cercare la mia strada. Ho in mente un nuovo romanzo di questa serie e, più avanti, un prequel con protagonista il padre di Rafael, ambientato tra l’Africa e Palermo nel 1457. E poi una serie di romanzi d’avventura, ma stavolta per ragazzi delle scuole medie: e questa, se ci riuscirò, credo che sarà per me la sfida più difficile.

:: Un’ intervista con Daniele Zito a cura di Lucilla Parisi

6 novembre 2013

solitudineDaniele Zito, autore de La solitudine di un riporto, edito da Hacca edizioni (2013), ha risposto a qualche domanda sul suo originalissimo romanzo d’esordio. Lo scrittore sarà a Milano il prossimo 14 novembre, al Gogol & Company di via Savona, per la presentazione del libro e, prossimamente, anche a Torino (15 novembre – Libreria Trebisonda), a Cagliari ( 22 novembre – Pazza Idea) e a Matelica (30 novembre – Kindustria).

D. Antonio Torrecamonica, il libraio del tuo romanzo, odia i libri. Non è sempre stato così: la sua drammatica vicenda personale ha generato in lui un rifiuto rabbioso nei confronti della carta stampata. Il destino beffardo, però, lo ha portato a trascorrere le proprie giornate tra scaffali di libri. Un paradosso intorno a cui ruota tutta la storia. Da dove è nata un’idea tanto originale?

R. E’ nata da un’insofferenza. Ho trovato spesso figure di librai nei libri che ho letto. Per lo più si tratta di personaggi secondari, descritti come persone colte, sagge e carismatiche, capaci di condurre il protagonista verso una comprensione più elevata del proprio percorso esistenziale. Per quando mi riguarda, considero personaggi di questo tipo “bidimensionali”, figurine di carta completamente avulse dalla realtà.
Antonio Torrecamonica è nato come reazione a tutto questo. Volevo creare un libraio differente, un libraio che odiasse libri, lettori e letteratura, scorbutico, misogino e bombarolo. E’ una figura grottesca – me ne rendo conto – eppure plausibile. Anche il suo rapporto con la sua libreria è differente da quello consueto. Non c’è nessun amore o attaccamento possibile in esso, né tanto meno un rapporto simbiotico, come spesso accade in tanta letteratura. Lo spazio all’interno del quale si muove il mio protagonista è uno spazio angusto, privo di luce e di vie di fuga reali o immaginarie. In esso, l’unica possibilità è la prigionia. La libreria del mio romanzo non è altro che una gabbia, percepita come tale. Tra l’altro non è neanche una gabbia dorata. E’ una gabbia brutta, sporca e cattiva. Come tutte le gabbie.

D. Antonio, con la sua rabbia esistenziale, è il prodotto di una società spietata: rinchiuso e isolato in un manicomio, vessato dalla malavita organizzata, usato da una polizia corrotta e senza scrupoli. In un mondo dove il confine tra il bene e il male è labile o addirittura inesistente, l’onestà e la coerenza rischiano davvero di diventare una chimera, o addirittura roba da folli. Il tuo “folle” libraio è forse un eroe dei nostri tempi?

R. A dire il vero, io non penso di avere ben capito com’è fatto un eroe dei nostri tempi. Me lo domando spesso, senza mai trovare una risposta univoca.
A occhio e croce, direi che il precario è una figura iconica di questi anni; anche i rivoluzionari senza rivoluzione, o meglio dentro un conflitto parcellizzato che non riesce mai a esprimersi in modalità condivise, costretti, loro malgrado, a un individualismo indotto, probabilmente lo sono; lo stesso vale per gli esodati: pure loro, volenti o nolenti, sono eroi dei nostri tempi. Suppongo che ce ne siano anche molti altri. Siamo dentro una mutazione profonda delle strutture che regolano la società e la sua compagine economica.
Il libraio, a suo modo, esprime alcuni dei tratti caratteristici di tutte queste figure. Nel libro provo a descrivere una rabbia che è sia personale che collettiva; ciò consente al libraio di essere fratello sia del precario, che del ragazzo che sogna il riot, che dell’esodato.
La vicenda del libraio tenta anche di descrivere un possibile arco esistenziale di figure come queste, proponendo anche una soluzione di fuga, diciamo così, abbastanza estrema. Non mi sembra che la realtà, nel nostro paese, stia evolvendo verso scelte di quel tipo, per cui, ad oggi, mi sa che il mio libraio più che essere un eroe dei nostri tempi, sia al contrario un antieroe. Certo, ora che l’ho detto, ora che mi sono sbilanciato, la realtà farà di tutto per smentirmi.

D. E’ proprio un libro a spingere il protagonista verso la libertà.  A spalancare la porta della sua libreria per inseguire il suo sogno d’amore. Assistiamo, quindi, ad un trasformazione improvvisa e quasi miracolosa dell’uomo cinico e rassegnato delle prime pagine. Potere della cultura?

R. Potere di quel gesto tanto apparentemente insignificante che è aprire un libro per leggerlo. Io sono convinto che nell’esperienza di ogni lettore ci sia sempre un libro di partenza, il primo libro che ti spezza il cuore, facendoti entrare nel tunnel della lettura. Per molti questo primo amore letterario arriva presto, nell’infanzia o nella prima adolescenza; per il libraio arriva a cinquantotto anni. Per certi versi il mio libro è un romanzo di formazione stravagante, dove il protagonista, piuttosto che essere un giovanotto inesperto, è un uomo maturo detentore di un riporto agghiacciante. Quasi un romanzo di deformazione.

D. Nel tuo libro si respira tutta l’amarezza di un uomo che scopre di aver sprecato la sua vita. “Ci sono momenti in cui tutta la miseria di una vita diventa improvvisamente chiara. Un attimo prima stai guardando un tramonto, e un attimo dopo capisci di aver sciupato tutta la tua vita dietro a una stronzata. E la cosa peggiore è che non si torna indietro”. Spesso questo non è il pensiero di un singolo uomo, ma quello di un’intera generazione: quella dei sogni accantonati, delle aspettative deluse, degli ideali traditi, quella dei “nessuno in mezzo a milioni di altri nessuno”. Nel tuo romanzo non l’ho intravista: pensi che ci sia una qualche speranza per una o più generazioni di invisibili?

R. Penso che, sotto certe condizioni (difficili da prevedere in anticipo), a volte si vengano a formare delle vere e proprie generazioni di passaggio, generazioni che si ritrovano a vivere a cavallo di due o più epoche senza appartenere a nessuna di essa, vere e proprie generazioni-ponte il cui tratto distintivo è lo spaesamento. La generazione a cui appartengo e quella a cui appartengono i miei fratelli e le mie sorelle maggiori, sono generazioni di passaggio. Storicamente per generazioni di questo tipo non c’è alcuna speranza.
La Storia però ha uno strano modo di “far rima”, non è detto che stavolta da tutto questo spaesamento non nasca qualcosa d’interessante. Al momento, però, non vedo nulla di incoraggiante.

D. Tra le righe del tuo romanzo si legge una critica, neanche troppo velata, ad una categoria di lettori poco consapevoli. “Se quella zona era piena di lettori, non erano di certo suoi clienti: probabilmente compravano i libri di merda da un’altra parte”. Magari in qualche megastore. E’ solo il giudizio di un libraio arrabbiato o pensi che dietro a certe scelte editoriali molto commerciali ci sia anche un pubblico di lettori poco preparato?

R. Sono propenso a ritenere che il successo dei megastore è dovuto probabilmente alla loro capacità di aggredire fette di mercato sempre nuove, utilizzando tecniche di marketing e di concentrazione dei capitali molto aggressive. Da quello che ho visto qui a Catania, la velocità con la quale un megastore riesce a spazzar via ogni altro concorrente e creare il deserto attorno a sé, deriva da un mix complesso di spregiudicate operazioni finanziarie e tecniche avanzate di ingegneria sociale.
Il pubblico che deriva da tutto questo è per forza di cose un pubblico molto strano. Strano e variegato. Io non so se sia più preparato o meno preparato di quello col quale siamo abituati a confrontarci, di sicuro è differente. Ed è un pubblico con il quale noi scrittori dobbiamo iniziare a fari i conti sul serio.
Io l’ho fatto in maniera molto violenta, lungo tutte le pagine del mio romanzo. E’ soltanto una delle tante possibilità sul piatto. Col tempo probabilmente se ne proporranno altre. E’ tutto ancora molto magmatico, non ci sono tendenze consolidate. E’ difficile prevedere come evolverà questa situazione. Vedremo.

D. Da ricercatore precario a scrittore. Un passaggio obbligato o una passione improvvisa?

R. Un modo differente di studiare la realtà.

D. Prima ancora che dei libri, il tuo romanzo è un elogio della parola. Le parole sono importanti, ha urlato qualcuno. “Aveva un conto in sospeso con gli scrittori, la letteratura e i libri, ma ancora più in generale con le parole. Era una questione privata”. Hai anche tu questioni aperte con le parole?

R. Ogni scrittore ha un conto aperto con le parole. Nel mio caso, credo che si possa parlare di sindrome di Stoccolma.

D. Per concludere e senza svelare troppo a chi non ha ancora letto il tuo libro, ti rivolgo una domanda doverosa. Cosa pensi dell’Accademia della Crusca?  

R. Penso che grammatica e sintassi non siano, né possano essere, un terreno d’agibilità comune, quanto invece il luogo in cui i conflitti tra gruppi sociali ed economici differenti, – mossi da istanze, rappresentazioni, narrazioni e obiettivi profondamente divergenti – lungi dall’essere mediati o negoziati, sono sempre spinti fino al parossismo.
Dal momento che questi interessi sono divergenti e insanabili, si va sempre allo scontro. Il conflitto, a quel che vedo, è l’elemento fondante di ogni grammatica e di ogni sintassi. Non c’è molta poesia in tutto questo. Chi vince, si prende tutto. Chi perde, perde tutto.
In quest’ottica, la lingua scritta e quella parlata rappresentato l’esito problematico, complesso e mai scontato, di tale conflitto. Quelle che sembrano questioni di lana caprina, dunque, spesso sottendono intense battaglie politiche e culturali che durano anni.
L’Accademia della Crusca, in Italia, è l’organo deputato a ratificare gli esiti di tali battaglie. E’ il moloch normativo attorno al quale chi vince costruisce la propria immagine, distruggendo tutte le altre. Colpire l’Accademia vuol dire tentare di colpire quel moloch, o meglio porsi il problema della sua conquista, prendere parte a una battaglia che c’è, agisce, miete vittime, ma di cui nessuno parla.