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:: Recensione di La macchina fatale di Ned Beauman (Neri Pozza, 2013) a cura di Serena Bertogliatti

12 dicembre 2013

accidentEgon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Beauman non fa mistero dell’identità di Egon Loeser: è un anti-eroe. Lo dice il cognome, che lo fa intuire un perdente (“loser” in inglese) prima ancora che possa essere introdotto dalla narrazione. Lo dice la narrazione della sua vita inconcludente di scenografo di una rappresentazione teatrale che, già dall’inizio, sembra non avere futuro. Lo dice la sua ammessa incapacità con le donne, che è poi il motivo per cui si domanda con tanta ansia come farà a procacciarsi del sesso, ora che è nuovamente single.
Ma Egon Loeser non è semplicemente uno dei tanti anti-eroi sbocciati a inizio Novecento: è un anti-eroe post-moderno, che ha lasciato la propria ragazza – nonché fonte di sesso assicurato (e no, Loeser non è un erotomane, è semplicemente platonicamente ossessionato dal sesso) – perché lei era troppo stupidamente ingenua per un’ottica post-moderna. Loeser lo realizza una sera, quando lei – per confortarlo dopo un’umiliazione – gli dice:

Don’t slip into the dark.

Don’t slip into the dark” è una citazione. Viene da un film americano, Scars of Desire, che – da quanto intuiamo attraverso la descrizione di Loeser – non è che la versione anni ‘30 di un melenso film romantico confezionato su misura per un pubblico affamato di emozioni e troppo pigro per essere critico. Quel genere di film, insomma, che anche oggi scatena reazioni aggressivamente ironiche, come ogni prodotto confezionato al fine di fare un guadagno facile e sicuro: la solita sbobba che (si suppone) piace sempre a una salda fetta di pubblico, senza rischiose innovazioni.
Ma il problema non è la citazione in sé. Il problema è che la ragazza ha “internalised some lazy screenwriter’s lazy offering to the point where she was no longer even vaguely conscious of its commercial origin”. Il problema, insomma, è squisitamente post-moderno, maturato dall’intellighenzia occidentale posteriormente (e a causa di?) all’epoca delle propagande dei regimi dittatoriali. Come fa Egon Loeser ad avere lo spirito critico di un epoca che non ha ancora vissuto?
Egon Loeser non crede al progresso, né alla Storia – quella, con la “S” maiuscola, che ha senso studiare perché ci parla di un cambiamento dell’umanità. Per Egon Loeser il mondo è retto da quella che chiama, in maiuscolo, “Equivalenza”: il principio per cui non c’è nessuna sensibile differenza tra nazisti e comunisti, ricchi e poveri, ieri e domani. Tutto si ripete, insomma, se si applica un’ottica a lungo termine. E allora perché Loeser dovrebbe preoccuparsi dei nazisti?
Egon Loeser è pronto a scommettere che l’ascesa di Hitler non cambierà poi di molto la sua vita, nonostante i toni eclatanti con cui alcuni suoi amici lo avvisano della pericolosità del regime che va formandosi, e in un certo senso scoprirà di aver ragione. Sarà una donna a dettare la trama del suo percorso, facendolo andare prima a Parigi e poi a Los Angeles, per tornare in Germania solo dopo la fine della guerra. La donna in questione, ironia vuole, si chiama Adele Hitler – ma è un caso, uno di quei casi che suggeriscono che la realtà, come la storia, non è governata da nessi logici, ma dal caso.
Una storia d’amore, quindi? No, neanche quello, perché Loeser non è innamorato di Adele, ma dell’idea di Adele – similmente a come è innamorato del sesso, dell’idea di essere uno sceneggiatore, di quella di essere uno scrittore, e ancora dell’idea che si fa degli scrittori che legge, per poi scoprire ogni volta, puntualmente, che i suoi sogni, sottoposti alla prova della realtà, non sono che manipolazioni della realtà che la sua mente ha arbitrariamente e solipsisticamente architettato. L’unica cosa reale, ossia tangibile, che rimane è il desiderio – ma questa è un’altra storia, una delle tante che The Teleportation Accident narra.
C’è tra tutte, la storia che dovrebbe essere più eclatante, ma che in questo romanzo non lo è: la storia del nazionalsocialismo, vista – ossia ignorata – dagli occhi di Loeser. E qui ci sarebbe molto da dire. Bisognerebbe dare un’occhiata alla letteratura sul nazionalsocialismo degli ultimi anni, e capire che sta succedendo.
Jonathan Littell, nel 2006, fa uscire Le benevole. Il protagonista è Maximilien Aue, un ufficiale delle SS che narra l’ascesa e la caduta del nazismo passando per i punti più scottanti, tra cui la Shoah. La voce parlante non è quella di un uomo qualunque – il protagonista è un ufficiale delle SS consapevole degli eventi, con una sessualità più che problematica, seguendo la poco cara vecchia formula che vuole che i cattivi in realtà siano individui problematici (specialmente sul piano sessuale) – ma la narrazione è in prima persona, e Aue non si presenta né come un sadico né come uno spietato manipolatore né come un individuo incapace di intendere e volere. Soprattutto, non è un antisemita. Chi riesce a proseguire nella lettura – perché conosco persone che lo hanno rifiutato prima di leggere 20 pagine – finisce con l’empatizzare con Aue, e a fine libro il nazismo non è più il solito male preconfezionato che viene insegnato tra i banchi di scuola.
Umberto Eco, nel 2010, fa uscire Il cimitero di Praga, libro sull’antisemitismo. Eco è Eco, e come al solito si occupa della ricostruzione della nascita di un’idea. Anche questa volta, il protagonista – questa volta antisemita – ha pesanti turbe mentali, che vengono a galla tramite il sesso. A parte ciò, Eco mette su carta l’evoluzione del sentimento antisemita con una chiarezza tale da risultare didascalico. L’idea, già conosciuta, è che chiunque può diventare antisemita, date certe condizioni – ci si domanda se la psicopatia rientri tra queste.
La psicopatia sembra fungere da postilla per chiunque scriva di Shoah: davanti a un tribunale che li accusi di simpatizzare con l’antisemitismo, Eco e Littell potranno sempre dire che “dopotutto i loro protagonisti non avevano tutte le rotelle a posto”. Intanto, però, entrambi hanno normalizzato la figura del nazista/antisemita, e non “normalizzato” nel senso teorico del termine, con scambi tra accademici in pubblicazioni lette da nessuno, ma “normalizzato” per le ampie masse, tramite la fiction, pubblicamente e con tanto di acclamazioni.
Arriviamo all’altro ieri, al 2013, quando in Italia viene pubblicato Lui è tornato di Timur Vermes. Sempre una prima persona, e in questo caso a narrare è Hitler stesso, che si risveglia – oggi – a Berlino. Non un Hitler qualunque, ma un Hitler fedelmente ricostruito da questo ex ghost-writer: lo Hitler di Vermes ha la prosa pedante dello Hitler storico, le sue idee politiche, le sue preferenze personali, e tutto quello che – accorpato assieme – ci dà una verosimile ricostruzione del Führer: dall’antisemitismo all’ambientalismo, dai megalomani piani di conquista all’animalismo. Pur considerando che questo non è Hitler, ma la rappresentazione di Hitler fatta da Vermes, qui non si tratta più di domandarsi come fosse un verosimile individuo durante il nazionalsocialismo, l’individuo comune o quello patologico: qui c’è Hitler. Ed è uno Hitler che smaschera le contraddizioni della moderna democrazia, che redige un programma politico, aggiornato a oggi, che non sembra poi tanto male, in quanto contiene le stesse linee guida di programmi politici attualmente esistenti.
E, infine, arriviamo a oggi, a Egon Loeser che vive nel nazismo eppure riesce benissimo a vivere a prescindere dal nazismo. E non c’è bisogno di forzature per estromettere il nazismo dalla sua vita. La sua non è una lotta solipsista per ignorare deliberatamente e vivere quindi in pace. Semplicemente, gli eventi che gli accadono attorno non lo interessano, e si confondono sullo sfondo. Per aggiungere la beffa al danno, quando Loeser va negli Stati Uniti si ritrova a essere ebreo – non che lo sia, né vuole diventarlo, né lo fa per tutelare gli ebrei tedeschi rimasti in patria. Lo diventa un po’ per caso un po’ per opportunismo, ma solo poco, perché neanche in questa parte del libro le questioni nazista e antisemita smettono di essere periferiche. Anzi, ogni tentativo da parte della realtà di coinvolgerlo in quelle che percepisce come faccende politiche, senza distinzione di gravità, lo infastidisce. Così, quando riceve lettere da un amico ebreo residente a Berlino che gli narra in diretta il crescere dell’antisemitismo, Loeser comincia a leggerle per poi cestinarle, puntualmente, in quel tutto contemporaneo miscuglio di noia e fastidio.
Ma, come Loeser dice a inizio libro, Hitler non cambierà la sua vita in modo sostanziale, né coerentemente cambia la rotta del romanzo, in cui il nazionalsocialismo è un evento contingente tra tanti eventi contingenti. Per dimostrarlo, il romanzo ha quattro finali, e solo in uno il nazionalsocialismo sembra avere lasciato qualche traccia: quello in cui Loeser, a fine guerra, decide di occuparsi della questione del trasporto dei deportati ebrei durante il regime nazista. Non che gli interessino gli ebrei in sé, ma piuttosto il trasporto di grandi masse di persone – e quello degli ebrei è solo un caso tra tanti.
Il filo rosso del romanzo risiede nel titolo, in quel congegno di teletrasporto a cui lavorò Lavicini nel Seicento, a cui lavora Loeser oggi, a cui lavora uno scienziato coevo di Loeser. Nei primi due casi i congegni sono ad uso teatrale, nel terzo si tratta di una vera e propria macchina per il teletrasporto – ma la differenza, quando si guarda a questi casi dall’alto, sembra minima, come minimo si fa il confine tra teletrasporto e trasporto, tra il problema di costruire un sistema di trasporti a Los Angeles e quello di spostare milioni di individui sul suolo europeo. È l’Equivalenza a ridurre i confini concettuali:

All those people [ebrei], killed in transit – killed by the weight of their own bodies, in a sense, because the heavier they were, the more fuel the engine would burn, so because they’ve been starving for months they’d have a few more minutes to live – an equation about calories and masses, like all the rest of history…

Rimane un’ultima equivalenza da fare, quella tra spostamenti nello spazio e spostamenti nel tempo, e a quanto questo confine sia labile nei mondi creati da Beauman.

Ned Beauman è nato nel 1985 a Londra, e attualmente vive a New York. Ha scritto per Dazed & Confused, AnOther e per il Guardian. Il suo primo romanzo, Pugni svastiche scarabei, è stato finalista del First Book Award del Guardian e del Desmond Elliot Prize, e ha vinto il Writers’ Guild Award for Best Fiction Book e il Goldberg Prize for Outstanding Debut Fiction. Ned Beauman è stato inserito da The Culture Show tra i 12 Migliori nuovi scrittori inglesi nel 2011.

:: Recensione di Publisher, Alice di Stefano, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2013

publisherSecondo Tonino Guerra l’ottimismo è il sale della vita, dopo aver letto Publisher credo che anche per Alice Di Stefano il sale della vita sia l’umorismo. Ed è con questa caratteristica che l’editor della Fazi editore ha dato vita ad una sorta di biografia romanzata del consorte, Elido Fazi. Questo libro è un vero e proprio viaggio dentro al mondo di un editore raccontato in ogni aspetto pubblico e privato da uno punto di vista a lui molto vicino… quello della moglie. Sì, perché Alice Di Stefano, che non è difficile da scovare nascosta dietro la terza persona narrante, ci tratteggia in modo ironico e a tratti spiazzante il ritratto di suo marito, nonché datore di lavoro, Elido Fazi. Forse non tutto quello che questa allegra coppia combina sarà vero, ma è curioso scoprire il continuo spirito di intraprendenza che vive in Fazi e che gli ha permesso di diventare uno dei migliori editori italiani (ricordate I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, Stoner di John William e l’intera saga di Twilight? Bene, son tutti editi da Fazi). La storia prende le mosse da un viaggio alle Maldive al quale ne seguiranno molti altri tra presente e un passato. Tanti pellegrinaggi avanti e indietro nel tempo che ci mostrano il publisher nella natia terra delle Marche pronto a prendere il volo per nuove terre (l’Inghilterra, un Giappone che non mi aspettavo e poi Roma) nelle quali Fazi ha dato sviluppo al suo fiuto per gli affari e alla sua capacità di “self made man”, fondando società e l’omonima casa editrice. Elido Fazi emerge in tutto il suo carattere non solo grazie alla presenza della compagna di vita, perché un ruolo importante per farci capire chi è questa persona lo giocano i tanti episodi riguardanti la presenza dell’editore nei saloni del libro, negli eventi culturali, e pure ne più noti premi letterari italiani. In queste occasioni chi legge si troverà, come i protagonisti stessi, di fronte a persone così istrioniche che a momenti ci si chiede quanto in questo libro ci sia di vero e di romanzato. Non credo sia importante saperlo, perché le pagine di Publisher riescono in ogni caso a tenere ancorata alla pagina l’attenzione di chi legge, tanto che si sorride e ride pensando a quell’originalità non sempre mostrata che si nasconde nel mondo dell’editoria. Nel libro, accanto ad Elido Fazi, un uomo dal carattere forte, nel quale si alternano in modo quasi inspiegabile fasi di agire e dire burbero a momenti di incredibile tenerezza, ci sono tanti scrittori tra i quali spicca un intenso ed emozionante ritratto del poeta Valentino Zeichen. Che dire… con Publisher Alice Di Stefano ci regala una nuova forma di commedia della vita, portandoci dentro ad un mondo, quello di Elido Fazi, che in fondo è anche po’ il suo, facendoci conoscere da vicino e con uno sguardo del tutto nuovo tra stupore e ammirazione, l’imprenditore marchigiano suo consorte e molto di quello che si nasconde tra le maglie del suo mondo editoriale. Una storia di vita e lavoro che potrebbe aiutarci a ritrovare un po’ di pace in questi tempi così cupi.

Alice Di Stefano dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura contemporanea all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall’editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio tutto suo dedicato espressamente alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più le piace.

:: Un’ intervista con Giulio Leoni

9 dicembre 2013

mediumBenvenuto Giulio su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Avevi già risposto ad alcune nostre domande in occasione dell’intervista collettiva dedicata a Nero Novecento. In questa parleremo solo di te e dei tuoi libri, anzi principalmente del tuo ultimo libro edito da Nord, Il testamento del papa. Ma ora iniziamo come di consueto con le presentazioni. Parlaci di te, descriviti ai nostri lettori. Romano, classe 1951. Chi è Giulio Leoni? Punti di forza e di debolezza?

Il mio più grande punto di forza è quello di riuscire a superare tutte le molte debolezze che mi affiggono. Punti di debolezza? Nessuno, ovviamente: scrivere è un mestiere per uomini duri, sottopone natiche e schiena a ore e ore di tortura, e bisogna saperle affrontare con distacco e il sorriso sulle labbra.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per i romanzi storici particolarmente?

Scrivo per il motivo per cui scrivono tutti gli scrittori: per il desiderio di essere amato. E spero di riuscirci raccontando storie interessanti e piacevoli. Non necessariamente istruttive, perché per quello basta già la vita reale. Quanto all’amore per la storia, deriva essenzialmente dal fatto che la Storia è un’innamorata che non ti respinge mai, è sempre disponibile e soprattutto ha una lunga, lunghissima pazienza. Oltre al fatto che francamente non saprei nemmeno immaginare una racconto non “storico”: anche se mi limitassi a descrivere quello che sta accadendo in questo preciso momento, già il tempo necessario per scrivere lo trasformerebbe in un racconto storico, anche se di storia recente. Stando così le cose, tanto vale allora sfruttare a pieno le immense risorse di tutto il tempo trascorso, senza limitarsi a quella fettina in cui per caso ci è toccato di esistere.

I thriller storici necessitano di approfondite ricerche. Raccontaci un tuo segreto, un tuo modo di procedere quando raccogli materiale per un tuo nuovo libro, che possa essere utile a giovani autori che vogliano seguire le tue orme.

Anzitutto cerco sempre di trattare epoche e personaggi dei quali abbia già in partenza una buona conoscenza. Poi procedo con un metodo che potrei definire vagamente popperiano, applico la regola della falsificazione: formula una ipotesi, una teoria, immagino una situazione che mi piacerebbe raccontare, e quindi mi metto in caccia di una qualsiasi prova, documento o anche solo argomentazione convincente che quello che ho pensato sia errato o impossibile. Se non trovo niente che possa smentirmi allora procedo, altrimenti cambio storia, senza rimpianti. Questo fa sì che in tutti i miei libri, anche in quelli in cui si avanzano ipotesi spericolate, non ci sia mai nulla che possa essere dimostrato falso.

Sei conosciuto, almeno da me, per il ciclo dedicato alle avventure investigative di Dante Alighieri. Ma hai spaziato con le tue opere in tutti i generi legato al fantastico, dal fantasy all’horror, dal giallo investigativo alla fantascienza, occupandoti anche di letteratura per ragazzi e non disdegnando i racconti. Amato all’estero, amato nel nostro paese, quale sfida ti sei posto, che non hai ancora raggiunto?

La sfida è sempre la stessa, cercare di fare sempre meglio, raccontare un’altra storia ancor più curiosa e affascinante, commuovere, emozionare, sconcertare, al limite infastidire  ancora un altro lettore. È un lavoro che non finisce mai, come tutti quelli che hanno un rapporto anche lontano con il campo dell’arte.

Ne parlavo con Matteo Di Giulio di una sorta di risveglio del thriller storico in Italia, i lettori sembrano apprezzarlo particolarmente, autori come Colitto, Martigli, Custerlina, pur variando scenari ed epoche sono molto amati. Cosa pensi affascini maggiormente del passato? Gli enigmi, i segreti nascosti in epoche lontane sono più avventurosi?

Credo dipenda da un bisogno profondo della nostra psiche: praticamente tutto l’ultimo secolo è stato caratterizzato da una continua innovazione scientifica e tecnologica, che costringeva l’uomo a mutare continuamente abitudini e costumi, spinto sempre più avanti verso un futuro magari inquietante ma anche luminoso. Ma la grande e terribile novità degli ultimissimi tempi è che è finito il futuro: non esiste più un orizzonte magari anche lontano e incerto, ma la cui prospettiva veniva a giustificare ogni fatica. Ormai cominciamo a sentire che ogni ulteriore trasformazione della nostra vita indotta dal progresso sarà ineluttabilmente verso il peggio. Questo diffuso sentimento porta a riscoprire il passato come un più sicuro ancoraggio, e i suoi enigmi anche i più tenebrosi fonte di una bizzarra consolazione.

Il testamento del papa è il primo libro tuo che leggo, quasi per caso. La Nord me l’ha inviato e come faccio sempre ne ho iniziate alcune pagine. Non ho potuto smettere di leggere, sarà per lo stile fluido, sarà per i personaggi decisamente interessanti, e per il mistero legato alla statua data in dono a Papa Silvestro II dall’imperatore d’Oriente. Si parla anche di un tesoro di Augusto, un bottino di guerra che aveva portato tornando dall’Egitto. Gli ingredienti per un thriller avventuroso ci sono tutti. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo, quale è stato il punto narrativo di partenza?

Benissimo, le cosa che accadono per caso nella vita sono quasi sempre quelle più decisive! Come per tutti gli altri miei racconti, l’idea di fondo è scaturita da una serie di domande che io per primo mi ponevo da tempo: come è nata la leggenda nera intorno alla figura di Silvestro II? Cosa c’è di vero? Cosa poteva essere la famosa testa magica che gli veniva attribuita, e se è mai esistita come poteva funzionare? E venendo più vicini a noi, chi era la famosa spia tedesca H27, Mademoiselle le Docteur, e cosa fece dopo la guerra? Chi si batteva negli anni Venti per la rinascita dei culti pagani a Roma? Fornire una serie di risposte plausibili ha costituito l’ossatura del romanzo, il resto lo ha messo la penna.

Due piani temporali paralleli, il 999 della Roma di Papa Silvestro II e il 1928 della Roma mussoliniana. Hai trovato affascinante accostare e confrontare queste due epoche? Hai notato anche delle similitudini?

Indubbiamente tra le due epoche, pur così lontane sotto tutti i punti di vista, esistono alcune “consonanze” che mi hanno spinto a sceglierle come sfondo per la vicenda. Entrambe sono gravate da un eguale sentimento di catastrofe imminente, ma con una singolare inversione dei ruoli: alla fine del primo millennio erano soprattutto gli strati più popolari e ingenui ad essere preda del terrore per la vicina fine dei tempi, mentre con poche eccezioni le gerarchie della chiesa e in genere le classi dominanti mantennero un atteggiamento molto più scettico e disincantato. Al contrario nei tardi anni Venti erano le élite più avvertite e inserite nei vertici del potere a presentire l’avvicinarsi di un secondo e ben più devastante conflitto, mentre i popoli vivevano una stagione tutto sommato più tranquilla e di relativa ripresa economica.

E’ anche un gioco di spie: H27 una spia tedesca, che tutti credevano morta, incaricata da un colonnello dell’ Abwehr di trovare “Qualcosa di estremamente prezioso per la Germania futura. E di pericoloso. Qualcosa che è andato perduto”, metterà in moto un gioco pericoloso. John Phillips verrà convocato nell’Ambasciata del Regno Unito per fermarla. Dunque anche un tocco di spy story?

Assolutamente sì: il periodo tra le due guerre mondiali è stato un campo di battaglia tra gli spionaggi di tutte le maggiori potenze non meno affascinante di quello della successiva Guerra Fredda. Meno conosciuto, perché non ha (ancora) avuto i suoi Fleming e Le Carré, ma altrettanto pieno di spunti e di personaggi che meritano di essere raccontati.

Protagonista è l’architetto antiquario Cesare Marni. Come hai sviluppato il suo personaggio?

Come in tutti gli altri casi, gettandolo nel pieno di una vicenda e cercando di immaginare le sue reazioni. È questo soprattutto che determina il carattere di un personaggio, spesso occorre soltanto pazienza e capacità di osservazione.

E vogliamo parlare dell’affascinante Zirka, l’enchanteresse merveilleuse, la grande illusionista che arrivava dalla Germania anticipata da una fama leggendaria? Una sua profezia sembra destinata ad avverarsi.

Zirka è modellata su un personaggio realmente esistito, con questo stesso nome. È stata all’inizio del secolo una delle più grandi maghe di ogni tempo, bella e affascinante. Che potesse essere anche una spia è ovviamente una mia congettura. Ma la sua profezia avrebbe potuto essere formulata da chiunque avesse un minimo di attenzione alla storia e a quello che stava avvenendo nel mondo.

Anche papa Silvestro, al secolo Gerberto d’Aurillac, è un personaggio affascinante, avvolto da una fama sulfurea. E’ più un damnatio memoria lanciata dai suoi nemici o davvero commerciava con l’occulto?

No, era soltanto una grande mente di scienziato in anticipo sui suoi tempi. E come avveniva allora e spesso avviene ancora oggi, questo non gli venne perdonato dai suoi contemporanei. I geni morti sono sempre onorati, ma quelli vivi e operanti troppo spesso incutono timore e suscitano invidie mortali.

Innovazione scientifica, progressi della scienza e della tecnica sono temi al centro del tuo romanzo. Non ci dire quale mistero è contenuto nella statua, ma mi piacerebbe sapere in che misura questo segreto avrebbe potuto cambiare la storia. Almeno qualche accenno, per non rivelare ai lettori troppo.

La storia potrebbe essere cambiata anche da un battito d’ali, è per questo che la fisica contemporanea ha elaborato la teoria degli universi paralleli! È difficile sapere quanto avrebbe inciso un eventuale ritrovamento della testa magica nei secoli passati: forse la rivoluzione scientifica che ha portato alla costruzione di macchine che imitano in modo sempre più perfetto il comportamento dell’uomo sarebbe cominciata con molti anni di anticipo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Al momento tra le altre cose sto lavorando alla sceneggiatura di un film dell’orrore, naturalmente affrontato con i modi che i miei lettori hanno imparato a conoscere. Sarà anche questa una storia in cui verità, finzione e incubo si mescoleranno in modo da non poter mai essere distinti dallo spettatore. È un’esperienza nuova, che dovrà naturalmente superare tutte le difficoltà che affliggono il cinema italiano per vedere la luce, ma che è molto stimolante.

:: Recensione di Marmellata di prugne di Patrizia Fortunati (Ali&no edizioni, 2013)

8 dicembre 2013

marmellataAvevo poco più di diciassette anni quando, nella primavera del 1986, successe il disastro nucleare di Chernobyl. Mentre la nube radioattiva attraversava l’Europa, ci dissero di non uscire di casa, di non mangiare l’insalata cresciuta negli orti in quei giorni, che sarebbe stata contaminata, e ci suggerirono per radio e televisione altri accorgimenti che ora suonano come mettere un cerotto su una ferita aperta, ma probabilmente fare così fu una buona pratica che tutti diligentemente seguimmo. Ci fu paura, molta paura, ma rassegnata, contenuta. Si sa che questi incidenti possono accadere, è il prezzo da pagare per voler tenere in vita le centrali nucleari, sicure e controllate almeno finché non succede l’imprevisto. E Fukushima ci ha riportato alla mente quei giorni.
Errore umano, imperizia, cedimento strutturale, fatalità. Allora non ci interrogammo troppo sulle cause ma sugli effetti e pian piano giunsero le scarne notizie dalla zona dell’incidente. Il reattore da seppellire nel cemento, i danni da contenere e sussurrate le conseguenze di quella catastrofe. Le vittime che avrebbero continuato ad ammalarsi e morire ancora per molti anni, per lo più bambini. Ricordo che diverse associazioni organizzarono i viaggi dei bambini di Chernobyl, anche nella mia città, per permettere a molti di loro di vivere alcuni mesi in zone non radioattive, per respirare aria buona, mangiare cibo non contaminato, depurarsi dal maledetto cesio137.
Patrizia Fortunati, autrice di Marmellata di prugne, edito da Ali&no editrice di perugina, fece parte di queste famiglie generose, che fecero dell’accoglienza e della condivisione, una fattiva pratica di solidarietà. Il suo romanzo non è una cronaca di quell’esperienza, forse i nomi sono stati cambiati, non ci sono foto a testimoniare abbracci, arrivi o partenze, ma tuttavia da quell’esperienza di accoglienza trae ispirazione per raccontarci la vita di Lyudmila, che noi incontriamo nel 2077, nel distretto di Lelchitsy, ormai vecchia, seduta davanti ad una tazza di tè e una fetta di pane nero ricoperto di marmellata di prugne. L’autrice proietta la sua vita così lontana del tempo per dare un futuro a vite che molto probabilmente si spengono e si spegneranno molto presto. Per potere rivedere il percorso che la portò da bambina, a donna, a vecchia, sotto il filtro di una sincera confessione tesa a raggiungere uno stadio di consapevolezza e di pace.
Lyudmila vuole fare pace con il suo passato prima di morire e ci racconta la sua infanzia in un povero villaggio nella Bielorussia meridionale, al confine con l’Ucraina. La durezza della povertà, se non proprio miseria, la ruvidezza di una madre, l’alcolismo di un padre assente, quasi sempre lontano nei campi o addormentato tra i fumi alcolici. Le violenze domestiche, l’anaffettività, i disagi, la mancanza di sorrisi e tenerezza. E poi i viaggi in Italia, dieci estati meravigliose, trasfigurate forse dai ricordi, ma capaci di cambiare la sua vita. L’incontro con una famiglia di italiani che l’aiuterà finanziariamente per tutta la vita, che andrà a trovarla in Bielorussia, che manterrà rapporti di affetto e di tenerezza. Il sapore dei primi gelati, le scarpe della sua misura, le gita al parco, la prima volta che vide il mare.
E poi la sua vita di donna, il suo “matrimonio” con Ivan, così simile a suo padre, le sue due figlie, la solitudine, il vero matrimonio con Vladimr, e la sua drammatica conclusione. Patrizia Fortunati ci racconta tutto questo ripercorrendo sentieri fatti di memoria e di esperienza vissuta, dandogli le cadenze di un romanzo intimista e malinconico, delicato e sincero. Della tragedia di Chernobyl poco traspare, è più una conseguenza, una macchia lontana, che ha portato una bambina di 8 anni a trascorrere le sue estati fino alla maggiore età nella parte giusta del mondo. Forse una parte giusta del mondo non c’è, e drammi e sofferenza ci accompagnano in Italia come in Bielorussia, ma è certo che la povertà di certe realtà non permette spiragli di speranza e di miglioramento. Patrizia Fortunati ne delinea le conseguenze, con un tono accorato e forse didascalico ma sicuramente sincero e mai cosparso di arroganza o giudizi sommari. Una lettura edificante, come si diceva una volta, consigliata anche ad un pubblico di lettori adolescenti. Un romanzo scritto inaspettatamente bene, con giusto ritmo narrativo, scorrevolezza e una punta di inattesa poesia.

Patrizia Fortunati vive e lavora a Terni. Laureata in Lettere e appassionata di scrittura, ha lavorato per oltre dieci anni nell’ambito delle politiche sociali, del volontariato e dell’associazionismo. “Marmellata di prugne” tratto da una storia vera, è il suo romanzo d’esordio.

:: Recensione di Serve una casa per amare la pioggia, Ingrid Thobois, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2013

serve una casaSembra la cronaca di un matrimonio in crisi, ma Serve una casa per amare la pioggia di Ingrid Thobois, in realtà è qualcosa di più. Il libro edito da Keller è un vero e proprio thriller psicologico che indaga nelle profondità della mente e del cuore dei protagonisti, dimostrando quanto a volte il sentimento e la passione amorosa possano destabilizzare la vita di coppia e il fragile animo umano. Norma-Jean, la protagonista, è un’affascinate filosofa francese che perde la testa per Marco Conti, un giovane italiano. Lui ha brutalmente ammazzato la giovane moglie senza avere un briciolo di pietà ed ora deve scontare la condanna per il massacro compiuto. Norma-Jean è così infatuata da Conti da riuscire a convincere il marito a trasferirsi in Toscana, ma lui, psicanalista di successo, questa volta non riescirà a capire cosa tormenta l’animo della consorte e deciderà di acconsentire alla proposta di lei. La donna, una volta in Italia, potrà dare il via al suo progetto e l’autrice ce la mostra a svolgere costanti visite settimanali nel carcere di Sollicciano dove l’assassino Marco Conti è rinchiuso a scontare la pena dell’ergastolo. Queste incursioni sono alternate a vari flashback che raccontano da diversi punti di vista – quello di Norma-Jean, quello del marito e anche del carcerato – cosa è accaduto nelle loro vite passate. A tratti la trama potrebbe apparire contorta, complicata, fatta da sovrapposizioni, ma questi accavallamenti di stati d’animo e di punti di vista a mio parere incarnano lo shock emotivo che ha per sempre messo in crisi la vita di Norma-Jean, del marito e del detenuto Conti. Leggendo con attenzione Serve una casa per amare la pioggia si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una serie di schegge impazzite, ma ci si accorge che questi frammenti di ricordi e racconti, uniti gli uni agli altri ricostruiscono il dramma esistenziale della protagonista. Norma-Jean è sì una donna passionale e seducente, tanto è vero che il coniuge e pure l’ergastolano sono travolti da un forte attrazione per lei, ma Norma nel suo io profondo ha  tormenti scatenati da traumi vissuti in passato e mai del tutto superati. Queste angosce emergeranno pagina dopo pagina, diventando sempre più opprimenti per la donna che, sotto la maschera di bellezza e fascino, nasconde in realtà una vicenda esistenziale segnata da una profonda fragilità. Il fulcro di attenzione di Serve una casa per amare la pioggia è la protagonista Norma-Jean, ma il valore narrativo dei personaggi comprimari è fondamentale per comunicare al lettore quanto claustrofobica possa diventare la vita di ogni giorno, quando una persona non riesce più a comprende in modo razionale i sentimenti del proprio cuore e a distinguere il vero dal falso. Ingrid Thobois ci traccia con fermezza incisiva il ritratto di una donna in perenne bilico tra passione e pazzia, un equilibrio precario dovuto alla mancata comprensione da parte di Norma Jean che il sentimento d’amore provato nel suo presente è solo una mera illusione. Serve una casa per amare la pioggia è un vortice di azioni, di parole e di emozioni dal quale si comprende quanto dolore, dispiacere e per qualcuno anche cattiveria e cinismo si possano nascondere dietro una facciata di apparente tranquillità.

Ingrid Thobois nasce nel 1980 à Rouen. Insegna francese in Afghanistan, è stata giornalista in Iran e ad Haiti. Ha partecipato a missioni di monitoraggio elettorale e di sviluppo in diversi paesi (Moldova, Azerbaijan, Indonesia, ecc.). È anche autrice di svariati romanzi memorabili per lo stile, la costruzione e l’acutezza dell’analisi psicologica come Le roi d’Afghanistan (Prix du premier roman 2007) e L’Ange anatomique (2008). Nel 2011 è uscito Sollicciano per Zulma.

:: Recensione di Il labirinto ai confini del mondo, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2013) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2013

labirintoIn principio fu l’Ute Vetorum, il raro libro contenente alcuni importanti precetti della cultura talismanica orientale, capace di evocare gli angeli. Poi arrivò la Turba philosophorum, l’antico manoscritto attribuito ad un discepolo di Pitagora contenente la formula alchemica per violare la natura degli elementi. Ora, quale sarà il nuovo reperto che incrocerà il suo destino con l’eroico Ignazio da Toledo? Per scoprirlo basta leggere Il labirinto ai confini del mondo, il terzo romanzo di Marcello Simoni con protagonista il saggio viandante. In questa occasione l’avventura prende il via da una cruenta scia di omicidi nella Napoli del 1229. L’unica cosa certa è che il sicario di queste uccisioni brutali ed efferate è un misterioso cavaliere che miete vittime su vittime, riuscendo sempre a farla franca. L’inquisitore Konrad von Marburg vuole porre fine a questa sterminata serie di morti e comincia ad indirizzare le sue indagini attorno ad un setta devota ad un antico culto astrale conosciuta con il nome di Luciferiani. I primi sospetti della ricerca si accentrano attorno a Suger de Petit- Pont, un noto magister medicinae cacciato dall’università di Notre-Dame, ma presto l’interesse degli investigatori e dell’inquisitore si accentrano su Ignazio da Toledo giunto a Napoli per vendere un’antiqua reliquia. L’avventuriero nato dalla penna di Simoni inizierà un ardito e insidioso viaggio di ricerca che lo porterà fino in Sicilia, alla Corte dei miracoli di Federico II di Svevia, per comprendere chi sono davvero i Luciferiani e dimostrare la propria innocenza al temibile inquisitore. Il labirinto ai confini del mondo è l’ultima avventura di Ignazio da Toledo e ancora una volta Simoni costruisce un perfetto mix tra documentazione storica e ’invenzione letteraria che evidenzia quanto l’epoca del Medioevo sia ricca di argomenti ideali per creare fiction narrative. Tanti sono i personaggi che il protagonista incontrerà in questa sua impresa, tra i quali Federico II di Svevia – storicamente vissuto e noto alle cronache per essere stato un abile stratega spesso in conflitto con il papato-, un regnante dal carattere allo stesso tempo geniale e un po’ oscuro, ma marchiato da quella voglia di conoscere che lo avvicina molto a Ignazio da Toledo. La suspense, i colpi di scena e l’azione incedono pagina dopo pagina portandoci a fianco di Ignazio che emerge dal libro di Simoni con la sua personale identità di personaggio letterario munito di pensieri, riflessioni e sentimenti umani che lo rendono simili a noi lettori e poi, la presenza nella sua vita di aspetti oscuri e non del tutto chiari sono gli elementi lo presentano misterioso agli occhi del lettore. Il labirinto ai confini del mondo è la conferma dell’abile capacità di Marcello Simoni di costruire romanzi storici ricchi di dinamismo e colpi di scena, nei quali la trama e l’ordito dell’intreccio narrativo sono determinati dal perfetto equilibrio tra il vero e la fantasia, che amalgamandosi originano enigmatiche e appassionanti storie d’avventura capaci di conquistare chi legge, dando informazioni su realtà storiche non sempre a tutti note. Con questo libro termina il ciclo dedicato all’eroico Ignazio da Toledo, ma vista la fervente creatività dell’autore ex archeologo laureato in Lettere e bibliotecario, credo che non dovremo aspettare molto tempo per compiere un nuovo viaggio nelle misteriose trame dell’epoca medievale.

Marcello Simoni, ex archeologo laureato in Lettere, nato a Comacchio nel 1975, lavora come bibliotecario e ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici. Con Il Mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, con oltre 500mila copie vendute, ha vinto il 60° Premio Bancarella, è stato selezionato al premio Fiesole 2012 e finalista al Premio Emilio Salgari 2012. I diritti di traduzione sono stati acquistati in 18 Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche La biblioteca perduta dell’alchimista, secondo capitolo della trilogia del famoso mercante, e L’isola dei monaci senza nome. Per la collana Live è uscito I sotterranei della cattedrale, che ha venduto oltre 150.000 copie.

:: Recensione di Il cerchio di Sara Elfgren e Mats Strandberg (Salani, 2012) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2013

il_cerchio_sara_elfgren_mats_strandbergTorna la letteratura scandinava in libreria, proponendo questa volta un romanzo urban fantasy, primo di una serie (una costante di questo genere, nel bene e nel male), e cioè Il cerchio, scritto da Sara Elfgren e Mats Strandberg ed uscito in italiano per Salani, storico editore presente da decenni ma divento emblematico per chi legge il genere fantastico per aver proposto la saga di Harry Potter.
All’apparenza Il cerchio può sembrare l’ennesima proposta rivolta ad un pubblico adolescenziale, visto che fa leva su un tema abbastanza comune negli ultimi decenni, quello del gruppo di adolescenti di sesso femminile che scopre la magia, la sua forza ma anche i pericoli ad essi connessi, usandola come un mezzo per superare i propri disagi e drammi, sempre presenti in misura più o meno elevata nell’adolescenza e capaci spesso di influenzare tutta una vita.
Ci sono però alcuni punti di interesse in questo romanzo, non poi così scontato come ormai purtroppo questo tipo di letteratura sembra aver abituato i lettori, anche se le premesse sembrerebbero simili, con tanto di ragazze compagne di scuola che scoprono di dover combattere le forze del male, e non solo per il Paese scelto, la Svezia e non luoghi inflazionati come Gran Bretagna e Stati Uniti.
Il cerchio racconta una storia di fantasia, ma parla di cose anche molto reali e realistiche e abbastanza scomode, quali le famiglie disgregate, l’omosessualità, il bullismo, la droga, i disturbi alimentari. Tematiche non poi così scontate nel genere urban fantasy, soprattutto quando si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma che qui vengono trattate senza compiacimenti, con uno stile non certo idealizzante e molto crudo.
Del resto, anche autori di altri generi letterari, come lo Stieg Larsson della trilogia Millenium, il Lindqvis di Lasciami entrare e la nuova autrice romance Simona Arhnstedt avevano mostrato come si poteva essere realistici fino ad essere spietati non solo in un thriller dai contorni disturbanti, ma anche in una storia di vampiri e in un romance storico, mettendo in luce il lato oscuro dei Paesi scandinavi, visti da molti dal dopoguerra in poi come esemplari per il welfare e la costruzione di una società civile e solidale, ma incapaci di risolvere fino in fondo drammi e problematiche come le violenze familiari, il maschilismo, l’odio verso il diverso, emerse tra l’altro anche recentemente nelle cronache nazionali rimbalzate in tutto il mondo.
Detto questo Il cerchio magico, pur con premesse interessanti, non sa poi decidersi tra realtà e fantasia, tra critica sociale e storia di un’iniziazione magica, mentre gli altri autori scandinavi sapevano comunque poi essere convincenti. Detto questo, è un primo capitolo comunque interessante di una possibile trilogia, di cui viene voglia di conoscere i prossimi sviluppi, con le avventure di queste ragazze magiche dell’estremo nord, non tanto supereroine ma molto piene di problemi e non solo sovrannaturali.

Sara Bergmark Elfgren, classe 1980, è un’ autrice svedese di romanzi fantasy rivolti ad un pubblico  young adult. Ha lavorato precedentemente come sceneggiatrice sia per il cinema che per la televisione. Il suo primo romanzo Il cerchio è stato scritto nel 2011 assieme a Mats Strandberg.  Il cerchio è stato nominato all’  August Prize nella categoria dedicata alla narrativa per ragazzi.

Mats Strandberg, classe 1976, è uno scrittore e giornalista svedese. Strandberg lavora per il  Aftonbladet. Ha debuttato nel 2006 con il romanzo d’esordio  Jaktsäsong.  Ha pubblicato nel 2011 con Sara Elfgren il fantasy young adult Cirkeln (Il Cerchio).

:: Recensione di Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshöfer (Giano editore, 2013) a cura di Elena Romanello

29 novembre 2013

nulla resta nell'ombraDopo aver popolato per anni gli schermi televisivi con gialli in salsa teutonica, sono arrivati anche in libreria gialli scritti da autori tedeschi e austriaci, per certi versi ancora più efficaci dei loro omonimi televisivi e non meno avvincenti di quelli ambientati in altre zone più classiche, come il mondo anglosassone.
Ne è un esempio Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshofer, dove si fa i conti con uno dei temi del giallo forse meno trattato dalla finzione, se si esclude il telefilm a stelle e strisce Senza traccia: la scomparsa di una persona e tutto quello che può avere a che fare con questo, un tema che ha dato vita a trasmissioni popolari come Chi l’ha visto ma che forse la finzione non ha ancora sviscerato del tutto, e che resta uno dei più angoscianti, forse più di un omicidio palese.
Il romanzo racconta la storia di Sarah e Mark, giovane coppia tedesca appena sposatisi, che decidono di venire in viaggio di nozze nel nostro Paese e che si trovano senza benzina su una stradina deserta della Val Bormida, in Piemonte. Mark si allontana in cerca di rifornimenti e sparisce nel nulla, Sarah inizia a cercarlo ma si scontra contro il disinteresse delle forze dell’ordine e con alcune inquietanti verità che viene a scoprire su quest’uomo di cui è innamorata ma su cui scopre di sapere relativamente poco. Mark si infatti è licenziato dallo studio fotografico in cui lavorava per alcune foto compromettenti, ha ritirato tutti i suoi soldi dal conto corrente, ma soprattutto per tutta la sua vita ha vissuto per pochi anni in vari posti, sparendo ogni volta di colpo, come se nascondesse un segreto.
Claudia Vilshofer intreccia due misteri, uno contemporaneo, legato ad un serial killer che agisce nelle colline piemontesi, tanto belle ma tanto inquietanti, e uno legato ad un fatto del passato di Mark, che non ha mai smesso di turbare la sua vita.
Il risultato è una trama tesa, intorno ad un’investigatrice per caso, Sarah, non aiutata da nessuno se non dal suo intuito, in cerca di una verità su se stessa, la propria vita e la persona con cui vorrebbe passarla, pronta a scontrarsi con chi liquida il suo caso come uno dei tanti e lei come la possibile vittima di un inganno.
A differenza di altri libri del genere, Nulla resta nell’ombra  riesce a mescolare bene le varie carte, il passato e il presente, e non porta ad un finale affrettato pur portando avanti in parallelo due trame di investigazione distinte tra di loro, accomunate solo dal fatto che in qualche modo hanno avuto a che fare con il personaggio di Mark.
Claudia Vilshofer, tedesca, descrive ottimamente il suo Paese di origine, con i suoi segreti nascosti e le sue contraddizioni, ma dà il suo meglio quando porta i suoi lettori in mezzo alle colline piemontesi, ultimamente molto amate dai tedeschi, proprio perché così diverse dalla loro madre patria, ma proprio per quello luogo estraneo e misterioso, così ricche di nascondigli e lontane da una certa idea di ordine e regolarità tipicamente teutonica.
Ma non ci sono frecciatine al nostro Paese e alla sua cultura: leggendo questo giallo anzi si potrà scoprire un aspetto che magari non si era considerato da una zona rinomata finora soprattutto per l’enogastronomia e il paesaggio, ma capace di nascondere un lato oscuro, anche in un’assolata giornata d’estate.

Claudia Vilshöfer è nata in Brasile nel 1968. Appassionatasi alla scrittura fin dai tempi della scuola, si è dedicata al suo primo libro solo anni dopo, scegliendo la strada del thriller psicologico. L’ispirazione le è venuta dalla sua attività lavorativa nel campo del turismo e dai numerosi soggiorni trascorsi all’estero. Oggi Claudia Vilshöfer vive con la sua famiglia nei pressi di Colonia. Nulla resta nell’ombra è il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Cosa vuoi fare da grande di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni (Del Vecchio Editore, 2013) a cura di Micol Borzatta

27 novembre 2013

cosa vuoi fare da grandeNarra la storia di due bambini senza genitori che a scuola vengono presi di mira sia dai compagni che dagli insegnanti.
La loro storia si interseca con la storia di un altro ragazzo diventato famoso per una sua invenzione e con quella degli insegnanti.
Ogni vita viene descritta nei minimi particolari raccontando le varie problematiche che ogni protagonista deve affrontare, descrivendo nei minimi particolari i sogni e le difficoltà di ognuno.
Un romanzo breve e di veloce lettura che trasmette al lettore le problematiche che devono affrontare tutti in tutte le epoche tra cui il bullismo, la difficoltà di trovare lavoro, il rapporto difficoltoso tra bambini e genitori, e con i docenti, in modo profondo ma nello stesso tempo comico e ironico, riuscendo così ad avvicinare ogni tipo di lettore.
Lo stile scherzoso riesce a coinvolgere il lettore che durante la lettura riesce a trovare un momento di svago dai problemi quotidiani, ma fa in modo che a fine lettura la sua mente automaticamente ripensa a quanto letto e prende coscienza effettivamente delle problematiche che affliggono il mondo di oggi.
Nella lettura sono stati riscontrati alcuni errori ortografici che devono essere scappati durante la fase di editing prima della pubblicazione.

Ivan Baio nasce a Siracusa, ma nella vita ha vissuto a Milano, Roma e infine a Berlino.
Scrittore e inventore attualmente segue un social network.

Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa.
Scrittore, attualmente segue un blog che ha scelto di colore verde perché è il colore della speranza e dell’ecologia.

:: Recensione di Gratitude di Lorenzo Cherubini (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

27 novembre 2013

gratitude“Sono a Riccione, in un residence di fronte al porto turistico. Sono qui per scrivere le mie memorie di 25 anni. A Riccione è iniziato tutto. Non è vero, qui c’è stato uno dei miei inizi… O forse è iniziato tutto quando mi sono trovato di fronte all’Estasi di santa Teresa del Bernini…”

Quando e in che modo tutto ebbe inizio? Questa è la domanda di apertura della storia di vita di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti.
Tale dubbio potrebbe essere svelato: forse l’avventura incominciò con un incontro molto particolare.
Lorenzo era solo un bambino quando partecipò ad una gita scolastica nella città di Roma, l’opera che vide era una scultura di Gian Lorenzo Bernini.
La scultura è la famosissima “Transverberazione di Santa Teresa d’Avila” e lui stesso scrive di aver pensato per giorni all’energia che l’opera sprigionava. Inconsciamente forse, il nome Teresa fu per lui di forte ispirazione infatti, molti anni dopo, lo scelse come nome di battesimo per sua figlia.
Nel 1600 il cardinale Federico Cornaro decise di affidare la realizzazione della cappella funeraria della propria famiglia all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, al grande Gian Lorenzo Bernini. Il Bernini realizzò una delle sue più belle e intese opere barocche. Lo scultore fece realizzare una finestra alle spalle dell’opera in modo da ottenete un ingresso di luce che si riflette dall’alto e che crea un effetto palcoscenico per ottenere maggiore enfasi ed effetto teatrale. Come non collegare questo altro elemento al nostro Lorenzo? Lui ci vivrebbe su di un palcoscenico.
L’ultima sorprendente analogia tra l’opera e Lorenzo è la seguente. Avete presente la scultura? La santa in estasi ha il viso sollevato verso un cherubino dal viso dolcissimo.
Se si crede ai segni del destino, questo non può essere che un inizio.
La scrittura di Lorenzo è semplice, ma efficace. Con estrema facilità riesce a coinvolgere il lettore nelle sue esperienze di vita più importanti, e lo trascina nel profondo della sua essenza. E’ Lorenzo che parla in prima persona e che racconta, con la sua straordinaria energia, tutte le esperienze più significative della sua vita: l’affetto verso la famiglia d’origine, le scelte lavorative rischiose, il successo, i viaggi, l’incontro con la moglie e la nascita della figlia. E poi naturalmente la musica. Le pagine suonano al ritmo delle sue più famose canzoni.
Ma la musica, sebbene sia l’universo che spinge l’artista all’espressione massima del suo io, non è tutto.
Lorenzo si mette a nudo e racconta ciò che più lo ha cambiato nella sua ricchissima esistenza: il viaggio in Sudamerica e Sudafrica, l’amicizia con i colleghi, l’affetto delle persone, il dolore per l’improvvisa morte del
fratello, l’impegno politico, la malattia della mamma, la relazione con la sua compagna. E’ estremamente interessante come usa rivolgersi alla moglie: utilizza l’articolo davanti al nome, lo fa sapendo di commettere un errore grammaticale ma si prende questa licenza per sottolineare in modo molto romantico
l’importanza della persona in questione, non è una Francesca qualunque, è” La Francesca” : lei ,l’unica Francesca che lui possa amare, l’unica che possa stare al suo fianco, il completamento della sua persona.
Lorenzo appare come un uomo che ha saputo mantenere l’umiltà del cuore e che sa ancora sorprendersi davanti alle bellezze che la vita gli propone.
Il suo messaggio arriva forte e chiaro: il suo “pensiero positivo” e il suo affidarsi alla vita sono il suo più grande successo.
Gratitudine, quindi, a Lorenzo per aver aperto la sua anima e per averci donato la poesia del suo cuore.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, nasce a Roma nel 1966, terzo di quattro fratelli. Inizia giovanissimo la sua esperienza lavorativa come dj a Roma, approda a Milano e, diventa in pochi anni, con la sua musica ed il suo modo inconfondibile di “narrare ” le canzoni uno dei più famosi artisti italiani conosciuti in tutto il mondo.

:: Recensione di I giorni chiari, Zsuzsa Bánk, (edizioni BEAT, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 novembre 2013

i_giorni_chiariI giorni chiari di Zsuzsa Bánk è un romanzo corale nel quale tutti i personaggi sono protagonisti di questo lungo film temporale della vita. Aja, Evi e Zigi, Seri, Karl e le loro famiglie sono i tanti personaggi principali di questa umana vicenda ambientata nella Germania degli anni’60. Qui, dopo un lungo periodo di pellegrinaggio, troveranno riparo Aja ed Evi. La casa dove madre e figlia vivono è nella periferia di uno sperduto villaggio di campagna. Non è un’abitazione di lusso, anzi è povera, ha gli infissi rotti e non esistono serrature alle porte e al cancello, ma questa miseria alle due giovani donne non importa, perché per Aja e sua madre ciò che conta è il solido legame d’amore che le unisce, così profondo che nulla sembra poterlo scalfire. Manca solo Zigi, il padre vagabondo, sempre in giro per il mondo a far conoscere la sua arte circense per guadagnare qualche soldo da spedire alle donne della sua vita. Lui ogni tanto torna a casa, ma per la maggior parte del tempo è in viaggio e ad Aja rimangono fitte lettere provenienti da ogni parte del globo che la madre analfabeta guarda solo senza poterle leggere. Accanto ad Aja, vittima di un brutto incidente che le lascerà segni indelebili nel corpo e nell’anima, compaiono due suoi amici: Seri e Karl. Come la protagonista, i due ragazzini hanno subìto dei traumi infantili che segneranno per sempre la loro esistenza. Seri è rimasta orfana di padre, morto all’improvviso, mentre Karl ha assistito impotente alla scomparsa del fratello salito su un’automobile e mai più tornato a casa. Accanto a loro ci sono quelle madri e quei padri che traumatizzati da ciò che è accaduto ai figli, faticano a vivere la vita in modo tranquillo. Evi è ossessionata dalla paura che ad Aja possa accadere un nuovo infortunio, la madre di Seri rimasta vedova farà di tutto per aiutare Evi a dare una degna esistenza alla figlia, il padre di Karl, dopo la scomparsa del figlio, si chiuderà sempre più in sé stesso, recidendo i legami con i familiari e con la società. I giorni chiari del titolo, corrispondenti ai momenti di intensa felicità e spensieratezza provata dai protagonisti durante la loro esistenza, fanno del libro della Bánk un romanzo di formazione, nel quale attraverso un lungo viaggio dal passato al presente scopriamo da cosa è stata caratterizzata la via di Aja e dei suoi amici. I tre ragazzi sono sì molto diversi tra loro, ma la rivelazione di alcune verità riguardanti il loro vissuto li renderà simili, tanto che tra loro si instaurerà un’amicizia così profonda e solidale che nemmeno il peggior ostacolo riuscirà a intaccarla. La voce narrante è quella di Seri e ci porta dentro al mondo di Aja dove lei stessa ha vissuto. Pagina dopo pagina si accumulano in una piacevole sequenza i ricordi, i traumi, le verità dolorose e le importanti prese di coscienza che hanno fatto diventare adulti i tre compagni, permettendogli di trovare il loro posto nel mondo, senza mai dimenticare i sacrifici compiuti da chi li ha messi al mondo e cresciuti.  Il romanzo della Bánk attua una vera e propria indagine sull’importanza dei legami tra amici e tra genitori e figli, dimostrando quanto le verità nascoste, una volta venute a galla possono cambiare per sempre l’atteggiamento verso la vita di chi le ha scoperte. I giorni chiari sono quelli dell’infanzia, sono spogli da qualsiasi dubbio e preoccupazione, essi sono momenti di pura felicità che dovranno confrontarsi e fare i conti con le disillusioni, il dolore e le incomprensioni che l’età adulta porta in dote.

Zsuzsa Bánk, nata nel 1965, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Mainz e di Washington. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Il suo primo romanzo, Der Schwimmer, ha ricevuto grande consenso di critica e pubblico e numerosi premi, tra cui il Deutscher Buchpreis.

:: Recensione di L’analfabeta che sapeva contare di Jonas Jonasson (Bompiani, 2013) a cura di Michela Bortoletto

18 novembre 2013

L'analfabeta che sapeva contareTrad. a cura di Margherita Podestà Heir

Con L’analfabeta che sapeva contare sembra proprio che Jonas Jonasson sia riuscito a trovare un’ottima e gustosa ricetta per un romanzo divertente e travolgente da mangiarsi a grossi e saporiti bocconi.
Gli ingredienti? Eccoli! Prendete una ragazzina tanto intelligente quanto impertinente cresciuta a Soweto , la più grande township del Sud Africa, negli anni Settanta e amalgamatela a tutti i pregiudizi e alle tremende leggi dell’apartheid che vigevano a quell’epoca.
Aggiungete poi un fedele suddito svedese cresciuto nel secondo dopoguerra con il mito del proprio re. Mischiatelo con il sovrano in questione fino ad ottenerne un fervente repubblicano il cui unico scopo della vita sarà eliminare la monarchia svedese dalla faccia della Terra.
A parte fate fondere un ingegnere bianco e ubriacone che ha il compito di costruire un arsenale nucleare per il Sud Africa assieme a tre ragazze cinesi molto intraprendenti ma anche tanto ingenue.
Prendete poi due gemelli, nati dal suddito citato prima, che hanno lo stesso nome e dei quali sono uno è “legalmente” registrato all’anagrafe. Fateli crescere con i poster dei grandi sostenitori della Repubblica, montateli con un po’ di odio verso i sovrani regnanti e otterrete due distinte creme: un tranquillo ragazzo e un pazzo furioso che vuole continuare la missione del padre!
A quest’ultimo aggiungete una ragazzina borghese che odia tutto e tutti tranne il suddetto esemplare da manicomio.
Tagliate a rondelle due agenti del Mossad israeliano  e affettate un giovane e promettente assessore cinese assieme al suo interprete. Non dimenticatevi poi del “più grande terrorista di tutti i tempi” che otterrà il Nobel per la Pace!
Prendete poi un Primo Ministro molto impostato e un re fuori dagli schemi e discendente da quel primo sovrano che segue tutto tranne l’etichetta reale e aggiungente al tutto una bomba atomica che ufficialmente non esiste.
Se gradite potete poi sbattere il composto con della carne essiccata di Antilope e  una vecchietta di nobili origini che vive in campagna coltivando patate.
Non dimenticate infine di aggiungere un pizzico di diamanti, un camion per il trasporto di patate, un pony e una Volvo.
Amalgamate il tutto fino ad ottenere una storia ricca di colpi di scena, imprevedibile, surreale e assolutamente imperdibile.
Infornate per qualche ora, spennellate con una forte dose di umorismo e servite tiepido!
Un consiglio: gustatevelo tranquillamente a grandi fette dalla prima all’ultima pagina: non vi lascerà con un peso sullo stomaco!

Jonas Jonasson è nato in Svezia e vive a Ponte Tresa. Giornalista e consulente media, sta scrivendo il suo secondo romanzo. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, ai primi posti delle classifiche di vendita in Svezia per oltre un anno, è in corso di traduzione in oltre trenta paesi. È stato “Miglior libro dell’anno 2009” in Svezia; premiato dai librai svedesi con lo Swedish Book Seller Award 2009 (lo stesso che fu di Stieg Larsson) e vincitore dello Swedish Audio Prize 2009. Dal romanzo è in preparazione un film con un cast internazionale.