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:: Da Venerdì 8 novembre al via la Rassegna della Microeditoria Italiana a Chiari a cura di Viviana Filippini

6 novembre 2013

indexTorna a Chiari da Venerdì 8 novembre, la Rassegna della Microeditoria Italiana dedicata alla cultura e ai piccoli editori indipendenti presenti sul territorio nazionale.
La manifestazione si svolgerà dall’8 al 10 novembre e sarà un’intensa immersione di tre giorni nella cultura, all’interno della cornice  liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari in provincia di Brescia (www.microeditoria.it/).
L’edizione 2013 prenderà il via Venerdì 8 novembre alle 17.30 e darà ampia visibilità alla produzione dei piccoli e medi editori italiani, con l’intento di creare dibattito attraverso il coinvolgimento di  grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri, alternati ad appuntamenti artistici e musicali. Tra i tanti ospiti in calendario figurano Philippe Daverio, Andrea De Carlo, Katiuscia Lutring e tanti altri autori ed editori che parleranno della loro esperienza di artigiani dell’editoria. Non mancheranno esposizioni come la mostra Trasformazioni ibride con le illustrazioni di Paride Cevolani giovane artista ferrarese, curata da Annalisa Mombelli,  laboratori per ragazzi ed eventi collaterali tanto altro ancora che potete trovare qui www.microeditoria.it/programma-2013/ . Il tutto in un mix perfetto per un weekend all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento per adulti e bambini.
La kermesse culturale è curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia, Consiglio Regionale della Lombardia e della Consigliera provinciale di Parità. I numerosi visitatori – e si parla di migliaia di persone- delle passate edizioni sono il segno concreto del successo crescente di un evento che con il passare degli anni scatena sempre maggior curiosità e interesse nel pubblico, grazie a proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte gratuitamente durante la tre giorni.
Per maggiori informazioni visitate il sito http://www.microeditoria.it/

Villa Mazzotti si trova a Chiari in Viale Mazzini, 39

La Rassegna della Microeditoria di Chiari sarà aperta nei seguenti orari:

Venerdì 8, dalle 17.30-22
Sabato 9, dalle 10-22
Domenica 10,  dalle 10-20

:: Segnalazione di 1913 L’anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio, 2013)

5 novembre 2013

image0011913 L’anno prima della tempesta
di Florian Illies
traduzione di Marina Pugliano, Valentina Tortelli
Marsilio

Che cosa ha avuto di particolare quell’anno, l’ultimo prima dello scoppio della guerra? L’Europa si è riempita di personalità ineguagliabili. Florian Illies traccia uno straordinario ritratto dell’ultimo anno di pace centinaia di storie che offrono un quadro di un concentrato di geni probabilmente unico nella storia dell’umanità. Geni che si affacciarono al 1914 con qualche presentimento di quello stava per accadere.

Il 1913 è l’anno chiave del Novecento, l’anno che avrebbe plasmato tutto un secolo. A dispetto dell’incombente tragedia – lo scoppio della prima guerra mondiale -, cento anni fa si manifestarono un fermento e una fecondità di opere e di talenti senza pari. La letteratura, l’arte e la musica sono ancora estranee alla perdita dell’innocenza che l’umanità avrebbe sperimentato di lì a poco, e tutto sembra possibile. Così, mentre Franz Kafka arriva quasi a impazzire d’amore, Ernst Ludwig Kirchner disegna le cocotte di Potsdamer Platz; Virginia Woolf ha pronto il suo primo libro mentre Robert Musil consulta un neurologo; Thomas Mann pensa alla Montagna magica e Oskar  Kokoschka compra una tela grande quanto il letto dell’amata Alma Mahler; Igor Stravinskij festeggia la prima assoluta di Le sacre du printemps e incontra la sua futura amante, Coco Chanel; D.H. Lawrence fugge con la donna che gli ispirerà il personaggio di Lady Chatterley; Picasso e Matisse vanno a cavallo insieme; Freud e Jung incrociano le spade; Louis Armstrong si esibisce per la prima volta in pubblico e Charlie Chaplin firma il suo primo contratto con una casa cinematografica; Prada inaugura a Milano la sua prima boutique; Ernst Jünger, diciotto anni, fa le valigie e parte per arruolarsi nella legione straniera; montando la ruota anteriore di una bicicletta su un comune sgabello da cucina Marcel Duchamp compie la grande rivoluzione concettuale del Novecento; ad Augusta un arguto quindicenne di nome Brecht scrive su una rivista studentesca. A Monaco, un uomo venuto dall’Austria dipinge acquerelli con le vedute della città e cerca di venderli. Si chiama Adolf Hitler. Con grande maestria letteraria e uno stile non privo di ironia, Florian Illies ci conduce lungo un immaginario quanto piacevole viaggio attraverso queste e tante altre storie che messe insieme formano un’incredibile storia culturale.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», è stato poi anche direttore delle pagine culturali della «Zeit». Tra i fondatori della rivista d’arte «Monopol», oggi è socio della casa d’aste “Villa Grisebach”, responsabile dell’arte del XIX secolo.

:: Un’ intervista con Vanessa Roggeri

4 novembre 2013

ROGGERI Cuore selvatico gineproBenvenuta Vanessa su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati alle nostre lettrici e lettori. Chi è Vanessa Roggeri? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio per l’invito. Sono felice di rispondere alla tua intervista, ma sono sempre in imbarazzo quando mi chiedono di presentarmi o di descrivermi perché non sono brava a parlare di me. Proverò a fare un piccolo riassunto. Posso dirti che sono testarda, molto, e determinata. Soffro quando non posso dire quello che penso (le circostanze spesso impongono una necessaria diplomazia!). Ho gusti difficili, mi piacciono poche cose, ma quando mi piacciono veramente è per la vita (cose, persone, animali, non c’è differenza). Sono per metà concreta, pragmatica, e per metà sognatrice, qualità questa indispensabile per fare lo scrittore. Sono anche ironica e autoironica, doti indispensabili per sopravvivere in questo pazzo mondo. A volte sono impulsiva, e allora la mia lingua può fare qualche danno, ma nella maggior parte dei casi cerco di ponderare prima di parlare. Mi piace dormire, che tradotto potrebbe voler dire che sono pigra (mia madre toglie il “potrebbe” e dice che sono pigra!). Sono una persona curiosa e socievole ma non sono un animale sociale, che tradotto vuol dire che detesto i luoghi comuni di aggregazione sociale, ad esempio le discoteche.
Per i punti di forza e le debolezze, fate un po’ voi.

Parlaci un po’ della tua infanzia, in una terra bella come la Sardegna, ricca di storia, tradizioni, bellezza.

Per mia fortuna è stata un’infanzia felice e serena, passata a giocare con i miei animali (galline, oche, cani, conigli ecc), a cercare fossili in giardino e a inventare storie avventurose con mia sorella. Da bambina detestavo le bambole e non amavo leggere, preferivo giocare all’aria aperta o disegnare. Però amavo tantissimo sentire le storie che mi raccontavano i miei nonni. Storie di streghe, le cogas, di fate che abitavano i nuraghi, storie di quando i miei nonni erano bambini e la vita era diversa, più semplice e povera, ma anche più autentica. Grazie a loro ho potuto elaborare con la mia fantasia una Sardegna che non c’è più, una Sardegna magica e misteriosa, all’apparenza lontanissima.

Che studi hai fatto? Hai seguito la tua strada fino a diventare scrittrice. Era questo il tuo sogno?

Mi sono laureata in Relazioni Internazionali, ma non ho mai pensato di fare il diplomatico. Il mio sogno fin dall’adolescenza è sempre stato quello di diventare una scrittrice famosa. Volevo che i miei libri fossero in libreria, che la gente leggesse e si appassionasse alle mie storie e adesso che ci sono riuscita non mi sembra vero. Era un obiettivo di vita che ho perseguito senza mai lasciarmi scoraggiare. Le cose belle che adesso mi stanno accadendo hanno superato di gran lunga la mia fantasia.

Sei l’autrice di un romanzo a mio avviso bellissimo, Il cuore selvatico del ginepro, una storia ambientata nella Sardegna di fine Ottocento, una storia di sentimenti, amicizia, che trasmette forza, indipendenza, coraggio. Nella tua isola le superstizioni sono ancora oggi capaci di condizionare la vita delle persone?

Durante il tour di presentazione del libro in Sardegna, ho conosciuto persone che non muovono un passo se una donna di loro fiducia non ha praticato la “medicina dell’occhio” per liberarle dalle influenze nefaste del malocchio. In ogni paese della Sardegna c’è una persona che pratica questi antichissimi riti e lo fa per vocazione, perché ha il “dono”, mai per denaro. Grazie ai lettori che mi scrivono ho scoperto che in alcuni paesi, soprattutto nell’interno dell’isola, ancora oggi pronunciare la parola coga è considerata al pari di una bestemmia (il nome richiamerebbe lo spirito della strega). Penso sia un fatto naturale che dopo secoli e secoli di antiche credenze che hanno scavato così profondamente nella coscienza di una comunità, le superstizioni siano ancora in grado, almeno in parte, di condizionare la vita delle persone. La superstizione non incide nella vita quotidiana tanto quanto ottant’anni fa, è inevitabile, tuttavia si crede abbastanza perché “certe magie” accadano ogni giorno. Basta crederci (ho sentito fare racconti incredibili!)

Lucia e Ianetta sono le due protagoniste, due sorelle legate da una grande amicizia, capace di sconfiggere l’ignoranza, la superstizione, la cattiveria che molto spesso è solo una maschera della paura che alberga nell’animo umano. Ci vuoi parlare di questi personaggi?

Lucia e Ianetta sono legate da un sentimento che è amore vero. Amore capace di resistere all’odio, alla distruzione, alla morte, proprio come la pianta di ginepro che vegeta anche dopo un incendio. Lucia è un personaggio assolutamente positivo, è capace di gettare il cuore al di là dell’odio e dell’ignoranza e di vedere oltre quella cappa di superstizione che avvelena la sua famiglia. Ma è anche umana ed è proprio superando i dubbi e le paure che riesce a scardinare tutto un sistema di credenze e riti che si sono cristallizzati nei secoli. Con la sua forza di donna porta la luce della speranza e del cambiamento. La povera Ianetta è una creatura sfortunata in cerca di amore e dolcezza, nemmeno lei sa bene chi è. È un po’ come quei bambini che a furia di dirgli che sono stupidi finiscono per crederci. E infatti dopo tanto odio sputato addosso crederà di essere una coga. Ma per fortuna c’è Lucia che in lei riesce a vedere soltanto sua sorella.

Oltre a Lucia e Ianetta, ci sono altri personaggi altrettanto interessanti. Ce ne vuoi parlare? A quali ti senti più legata?

Amo tutti i personaggi, indistintamente. A volte li vedo come un corpo unico e ci manca davvero poco che li consideri persone in carne e ossa, tale è la loro forza nel travalicare i confini cartacei del libro. Indubbiamente è un romanzo al femminile: ci sono le cinque sorelle di Lucia che costituiscono un caleidoscopio di personalità, anch’esse forti un po’ come mamma Assunta, ma anche come la domestica Cicita, che in un certo senso è la vera padrona di casa che conosce tutti gli affanni della famiglia. Per non parlare della bruja Priama (una sorta di maga-sciamana), una donna piena di misteri e segreti. Tra i personaggi maschili ci sono il babbo Severino, che per tutta la vita pagherà lo scotto per un unico atto di debolezza, e Efisio, il nonno, uomo saggio e cinico allo stesso tempo. Forse, a parte Lucia e Ianetta, ho particolarmente a cuore il dottor Spada, per la razionalità, l’amore e il coraggio che a un certo punto porta nel paese di Baghintos. Incarna l’epoca dell’Illuminismo, epoca di luce, di ragione e scienza, venuta dopo alcuni secoli neri di caccia alle streghe.

Ambienti la tua storia in Sardegna, un’ isola piena di bellezza, di tradizioni, di fierezza. Anche la natura svolge un ruolo importante nel tuo libro. In che misuro trasmette la forza dei personaggi?

La natura si può considerare un personaggio vero e proprio all’interno del romanzo. Foreste impenetrabili di lecci, intrichi di lentischi e ginepri, rocce e pietre, ruscelli e colline che sovrastano, creano una commistione di spiriti e di forza con i protagonisti da risultare quasi inscindibili. La natura ha un ruolo preponderante, richiama quel legame atavico che l’uomo ha sempre avuto con essa e che in Sardegna è ancora vivo. Penso che in buona misura anche la mia scrittura sia influenzata da questo legame.

Assunta Zara sta per partorire il settimo figlio, che malauguratamente è una femmina. Una coga. Cosa succede nella mente del tuo personaggio capace di rifiutare e rinnegare la sua stessa bambina? Come hai descritto questo dramma nel tuo libro?

Non è stato facile dare vita ad un personaggio così complicato, duro, controverso. Assunta è una madre avvelenata dall’ignoranza, quell’ignoranza che le permette di far prevalere nel suo cuore più i condizionamenti dettati dalla superstizione, che l’amore naturale che dovrebbe sentire per sua figlia Ianetta. Non c’è un vero istinto di madre in lei. È talmente terrorizzata dalle conseguenze che possono scaturire dalla nascita di Ianetta, da rimanere schiacciata dalle sue stesse paure, oppressa da un odio indescrivibile per la fonte di tutte le loro disgrazie, prosciugata di tutto l’amore per le altre figlie e per suo marito Severino. Quando ho immaginato il personaggio di Assunta ho dovuto svestirmi di qualunque spirito di condanna che potesse nascere spontaneo in me; soltanto in questo modo l’avrei lasciata libera di agire. E infatti Assunta non si trattiene in niente, esprime il suo odio e la sua rabbia fino a concretizzare l’atto più aberrante che una madre possa mai compiere.

Il tuo romanzo ha uno stile molto particolare, letterario. C’è qualche romanzo, qualche autore, italiano o straniero, che ti ha ispirato?

Sono una lettrice onnivora, mi piace leggere di tutto, ma distinguo tra libri che sono di puro intrattenimento e letteratura. Quindi il mio punto di riferimento sono i grandi classici. Il mio libro del cuore, che non mi stanco mai di rileggere, è Jane Eyre. Trovo le sorelle Bronte straordinarie e rivoluzionarie per l’epoca in cui sono vissute, estremamente passionali e drammatiche.

Se decidessero di farne una trasposizione cinematografica, chi vedresti bene per i personaggi principali, quale regista?

Dunque, se devo sognare allora voglio sognare in grande! Per il mio libro vorrei un grande regista italiano: Giuseppe Tornatore. Per il dottor Spada ci vedrei bene Beppe Fiorello, mentre per Lucia vorrei un’esordiente.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Sto leggendo il libro di un caro amico, Per le mute vie di Eliano Cau, un bel romanzo di formazione ambientato nella Sardegna degli anni sessanta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Qualcosa bolle in pentola ma ancora non ho notizie certe.

Avrai iniziato a fare presentazioni in tutt’Italia per l’uscita del romanzo. Raccontaci se c’è qualche avvenimento curioso avvenuto durante questi incontri?

Sì, durante l’ultima presentazione a Cagliari è accaduto un incontro magico e incredibile: ho conosciuto una delle sorelle Zara! Preciso che la famiglia Zara è frutto della mia fantasia, non ho nemmeno mai conosciuto nessuno che avesse questo cognome, e mai avrei creduto che in realtà esistessero nove sorelle Zara e che tre di queste si chiamassero come le mie protagoniste: Lucia, Mariuccia, e Pina. È proprio vero che spesso la realtà supera la fantasia.

Che relazioni hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Grazie alla mia pagina facebook, Vanessa Roggeri-autrice, posso avere un rapporto diretto con i miei lettori. Mi scrivono cose bellissime, meravigliose: mi descrivono le emozioni che hanno provato leggendo il libro, il loro entusiasmo, i pianti che si sono fatti leggendo di Ianetta e le loro riflessioni sulle varie chiavi di lettura della storia. Dopo che passi mesi chiusa nella tua stanzetta a scrivere e vivere la storia che hai nella testa in perfetta solitudine, tutto ciò diventa un tesoro davvero prezioso.

L’intervista è finita, ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe farti un’ ultima domanda: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Puoi parlarcene?

Sto scrivendo un nuovo romanzo, una storia appassionata e appassionante come IL CUORE SELVATICO DEL GINEPRO. È ambientata in Sardegna, ma non voglio svelare di più.
Grazie mille per avermi ospitata.

:: Recensione di E’ tempo sprecato uccidere i morti di Diego Di Dio (Dunwich Edizioni, 2013)

30 ottobre 2013

tempo sprecato uccidere i mortiA proposito dell’ arte del racconto Flannery O’Connor scrisse nei testi delle sue conferenze sulla scrittura che il significato e’ ciò che impedisce al racconto di essere breve, pur nella sua brevità. E che un racconto può dirsi riuscito se puoi sempre vederci qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano[1]. A dire il vero a me ancora sfugge il motivo per cui un racconto possa dirsi riuscito, a meno che non ci si limiti ad un parere meramente edonistico, al piacere della lettura. Un racconto può essere tecnicamente perfetto, grammaticamente ineccepibile e non trasmetterti niente, al contrario un racconto ricco di difetti può miracolosamente renderti felice di averlo letto.
Presumo che molta dipenda anche dallo stato d’animo del lettore, dalle sue letture pregresse, dalle sue aspettative e necessità. Ciò che alcuni giudicano noioso può essere visto da altri come geniale o per lo meno interessante. Stesso principio che ci guida quando per esempio affrontiamo le opere di uno scrittore come David Foster Wallace, che anche egli si cimentò nel scrivere racconti e vi consiglio di partire da questi se per la prima volta vi avvicinate a questo scrittore.
Tutto questo preambolo per dire che amo il racconto e il suo essere sfuggente. Ne ho scritti anche io e forse mi hanno più emozionato di scritti più lunghi. Recensire un libro di racconti non è un’impresa facile, non dico che sia come recensire componimenti poetici, lì ancora non mi reputo capace di inoltrarmi, ma devo dire che tra racconti brevi e poesia c’è sicuramente un rapporto di fratellanza.
Ho letto E’ tempo sprecato uccidere i morti” di Diego Di Dio edito da un piccolo editore romano, Dunwich Edizioni, e naturalmente sono partita dalla prefazione di Barbara Baraldi e subito dopo dalla postfazione di Andrea Carlo Cappi, che un attimo mi ha fatto sobbalzare perché sembrava canzonare il lettore intento a fare proprio quello che io stessa stavo facendo. Finge di dirci il nome di un colpevole di un racconto, per punirci della troppa curiosità. Ma che devo dire, io amo molto gli aneddoti collegati ad un’ opera e vorrei che tutti gli scrittori di racconti facessero come Isaac Asimov.     
Iniziamo dal titolo, E’ tempo sprecato uccidere i morti, citazione tratta dal fumetto di Dylan Dog “Oltre la morte”, come apprendo in epigrafe, che ci pone subito di fronte il genere che andremo ad affrontare, quella specie di thriller horror che sceglie di norma opere più a lungo respiro per esprimersi. E da qui già emerge una certa incoscienza o se vogliamo chiamiamola coraggio dell’autore procidano, classe 1985. In tutto sono 12 racconti, di cui due già li conoscevo La schiava e l’imperatore e Il ragazzo che sconfisse i lupi, ma non chiedetemi in che tempo e luogo li ho letti, quello che è certo è che mi hanno dato un piacevole senso di dejavu che non guasta, quando ci si vuole immergere in un certo tipo di atmosfera.
Apre la raccolta La signora, racconto con cui Di Dio ha vinto il premio Mario Casacci (Orme Gialle) 2011. Racconto noir ambientato a Procida che ha per protagonista una donna di mafia, di camorra per meglio dire, Donna Teresa, impegnata nelle sue lotte di potere, nelle sue vendette. Racconto asciutto, asciugato di ogni ornamento superfluo e spruzzato di dialetto, come molti altri racconti dell’autore.
Poi continua con La schiava e l’imperatore, un racconto sulla libertà e sulle sue molteplici forme per conquistarla. Si passa quindi al più surreale
Il delirio di un impiegato, racconto frammentario come i mille volti della follia, ispirato all’album Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè.
Cose liquide invece ci narra in prima persona un atto involontario di amore che diventa morte, racconto brevissimo, due pagine e mezzo scarse, quasi un frammento.
Più complesso e tradizionale se vogliamo Ricordati questo giorno, altro racconto procidano, su quanto sia importante fare la cosa giusta.
Poi segue Io non ti perdono, altro racconto brevissimo, su una vendetta, sulle ultime parole, quasi prive di senso, forse inutili, che si dicono a qualcuno che intendi uccidere.
Il Coltellaio, racconto vincitore della cinquantesima edizione del Nero Premio, è se vogliamo più macabro e tendente all’horror, con echi granguignoleschi, evocati in modo indiretto, specie quando al moglie dice: “vado a  prendere il secondo”.
Seguono i brevissimi Il ragazzo che sconfisse i lupi, e La signora dei maiali.
Più complesso Lasciatemi dormire.
Poi il brevissimo Mia madre, e per terminare Il supereroe, racconto diviso in 10 capitoli, forse il più compiuto ed espressivamente maturo. Se amate i racconti, concedete una possibilità a questo giovane autore. Saprà sorprendervi.

Diego Di Dio è nato a Procida, isola dove vive, nel 1985. Ha pubblicato una trentina di racconti che spaziano dal noi all’horror. Nel 2012 il suo racconto I dodici apostoli è comparso in appendice di un classico del Giallo Mondadori. Ha pubblicato saggi su Stephen King, Thomas Harris, Sergio Bonelli, su riviste di settore.


[1] O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003

:: Recensione di La solitudine di un riporto di Daniele Zito – (Hacca, 2013) a cura di Lucilla Parisi

29 ottobre 2013

solitudine“I libri lo annoiavano a morte. Non che ne avesse letti molti, ma sapeva che non contenevano nulla che potesse interessarlo; nutriva per essi uno schietto sentimento di repulsione che sovente si trasformava in limpida rabbia che andava a digradare verso le sfaccettature più cupe dell’odio cristallino, eredità, forse, dei giorni del manicomio, quando tra i fumi degli elettrodi intravedeva pareti cariche di libri, alle sue spalle, e medici sudati che guardavano il culo alle infermiere, poco più in là”.

Antonio Torrecamonica è il libraio meno azzeccato che si possa immaginare: non per scelta ma per dovere, si ritrova a gestire, suo malgrado, una clientela di lettori, più o meno appassionati, e le loro richieste troppo spesso prevedibili.
Dopo che Don Pietrino lo ha liberato dalle quattro mura di un ospedale psichiatrico e lo ha rinchiuso in una libreria per coprire gli affari sporchi dell’Organizzazione il libraio, rude e sgraziato, dotato di un improponibile riporto, si ritrova a covare il suo non celato odio per i libri e l’umanità tutta, tra scaffali polverosi e volumi di carta più utili per l’igiene personale che per ospitare parole.

“Aveva provato con centinaia di altri: il Don Chisciotte, Moby Dick, la Recherche, La Divina Commedia, l’Iliade, tutto Dostoevskij e altri ancora, ma nessuno di essi custodiva pagine tanto soffici come quelle di Anna Karenina. Provare per credere. Pulirsi il culo con Anna Karenina somigliava in maniera vertiginosa alla felicità. Ecco perché lo scaffale delle Anna Karenina era il suo santo Graal, la fonte stessa del suo potere”.

A rompere la solitudine dei suoi giorni, le telefonate senza filo con il fratello Paolo, scomparso anni prima quando Antonio era solo un bambino: il discorso interrotto con l’amato fratello riprende la forma di conversazioni immaginarie, tra sogno e realtà, nel tentativo disperato di rimettere insieme i pezzi di un’esistenza incomprensibile, scandita dal ritmo sempre uguale dei giorni.
Sarà la scoperta dell’amore per una donna sconosciuta e le parole inaspettate di un libro, a riaccendere nell’insano e grigio libraio il desiderio di fuga e libertà dalla sua forzata prigionia, fino a sconvolgerne completamente le speranza e le attese, a riportarlo alla vita e alla sua multiforme realtà. Grazie alle parole che Florentino Ariza rivolge alla sua amata di sempre Fermina Daza, protagonisti di uno dei più famosi romanzi dello scrittore Gabriel García Márquez, Antonio scopre infatti la sua verità: matura in lui la consapevolezza che la sua solitudine è un inaccettabile rifiuto alle possibilità del vivere e che l’amore è “una cosa seria. Una specie di roccaforte contro il passare del tempo, l’unica in grado di difenderci dal nemico più crudele di tutti. Noi stessi.”
La vicenda personale di Antonio si intreccia con quella del malavitoso Don Pietrino (devoto alla Santa, la defunta zia di Antonio) e dei suoi scagnozzi; con quella degli investigatori digossini guidati dall’ambizioso commissario Serracavallo, convinto che il libraio sia a capo di una pericolosa organizzazione terroristica; e dalla vedova di un uomo dell’Organizzazione, Irene, che Antonio amerà di un amore disperatissimo. Personaggi grotteschi – decisamente credibili nella loro disarmante meschinità – le cui azioni ed omissioni vengono descritte con pungente ironia dall’autore, bravo nel costruire aneddoti divertenti e dialoghi spassosi, anche nei momenti più tristi e amari della storia.
Il libraio vive ai margini della vita, chiuso al mondo e rassegnato alla miseria delle relazioni umane e alla superficialità delle azioni, imbruttito dalle scelte che altri hanno preso per lui. Fino al giorno in cui, grazie anche ai libri che tornano ad essere suoi compagni di vita, riprenderà in mano le sorti della propria esistenza.

La libreria era l’unica cosa reale di tutta la sua esistenza. Tutto il resto era sogno, sempre e soltanto sogno, il sogno di un uomo ridicolo.”

Lo scrittore siciliano Daniele Zito ci regala, con il suo romanzo d’esordio, una storia decisamente originale, che si snoda attraverso soluzioni mai scontate, giocando abilmente con l’intreccio e con i personaggi, ben manovrati nella trama ordita dal loro esperto burattinaio.

Daniele Zito (Siracusa, 1980) ha 33 anni e vive a Catania. Ha svolto per otto anni il secondo mestiere più antico al mondo (il precario della ricerca), occupandosi di grid, cloud e sistemi complessi tempo varianti. Collabora con l’«Indice dei Libri del mese», dedicandosi per lo più al teatro e alla narrativa italiana. Dal 2008 mantiene un blog giornaliero, seicose.blogspot.com, segnalato, tra gli altri, da «La Repubblica».

:: Un’ intervista con Ben Pastor, per Luna Bugiarda, (Sellerio, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2013

8. cover SELLERIOTorna a trovarci tra le nostre pagine Ben Pastor che ci ha raccontato della nuova edizione di Luna bugiarda, pubblicato per la prima volta undici anni fa da Sellerio e ora rieditato con alcune modifiche e precisazioni narrative. Un giallo storico coinvolgente e ad alta tensione dove le cose e le persone non sono mai quello che sembrano, ma parliamone con Ben che ci ha rilasciato questa intervista:

D. La prima uscita italiana di Luna bugiarda risale al 2002. Perché la scelta di questa nuova edizione e cosa ha di diverso rispetto a quella precedente?

R. Il pubblico di Martin Bora si è allargato negli anni, ma allo stesso tempo molti lettori – che hanno conosciuto il personaggio nelle edizioni Sellerio – ignoravano le sue precedenti avventure. Da qui la decisione di riproporre i romanzi precedenti a Il Signore delle cento ossa. Le modifiche alla nuova edizione di Luna bugiarda non sono sostanziali, ma piuttosto mirate ad armonizzare il testo con dettagli che si riferiscono ad investigazioni che non erano ancora state “coperte” in precedenza. Inoltre, anche la migliore traduzione va periodicamente rivista per linguaggio, stile, eccetera.

D. Martin Bora si trova in Veneto dopo l’8 settembre del 1943 ed è reduce da un attentato che gli lascia profondi segni fisici e interiori, ma nonostante tutto accetta la missione investigativa. Questo suo farsi detective è una passione vera o una sorta di via di fuga dal fronte e dall’ideologia nazista?

R. Le motivazioni ultime degli esseri umani, reali o inventati, sfuggono quasi sempre all’analisi. Azzardando un’ipotesi, anche grazie a letture di diari, corrispondenza e altre fonti primarie d’epoca, direi che un uomo dell’ambiente di Bora (colto, internazionale) debba necessariamente vedere la guerra come un terribile fenomeno che va affrontato come un dovere. Lo stesso senso del dovere, morale e filosofico, lo spinge a risolvere casi criminali che potrebbero altrimenti restare impuniti. La dittatura e i suoi orrori sono qualcosa con cui confrontarsi quotidianamente, senza cercare di sottrarsi.

D. Spesso nel libro accadono eventi e alcuni dei personaggi non sono davvero quello che sembrano a prima vista. Questo senso di ambiguità che rapporto ha con il titolo Luna bugiarda?

R. Spesso nella letteratura (non solo di detection), l’ambiguità è il sostrato stesso del narrato. La vita di per sé è complicata, e ogni volta che ci troviamo davanti alla complessità ci troviamo davanti a potenziali equivoci, finzioni, doppi sensi, menzogne. Quando c’è di mezzo un crimine, tutto diviene ancora più opaco e sfuggente. L’apparente “bugia” della luna, che è crescente proprio quando ha la gobba verso il tramonto, e viceversa, fornisce un’utile metafora, non solo linguistica, al romanzo.

D. Accanto a Bora c’è l’ispettore Sandro Guidi. I due hanno caratteri molti diversi tra loro, quanto questa diversità influenzerà le indagini e la percezione degli eventi a seguire?

R. Si sa che nella costruzione di una coppia di protagonisti le differenze sono necessarie. Letteratura e cinema abbondano di “strane coppie” dove per fisico, mentalità, attitudini, i due caratteri principali si completano a vicenda. Nel caso di Bora e di Guidi, le loro visioni della vita sono quasi opposte per indole, lingua, cultura: da qui l’interessante doppio binario che segue l’inchiesta, non senza diverbi e critiche reciproche. Chissà come avrebbero risolto il caso individualmente?

D. Il notabile Lisi, non è proprio uno stinco di santo, è uomo potente e ambiguo. I fatti di cui sarà protagonisti possono essere gli indizi che lui è un po’ vittima e carnefice di se stesso?

R. Sicuramente il fascismo, come ogni dittatura del Ventesimo secolo, esasperò le tendenze personali di coloro che vi parteciparono rivestendo ruoli pubblici. Un “ras” provinciale, adulato e obbedito, poteva ben essere tentato di anteporsi o addirittura sostituirsi alle regole: lo fanno anche i politici attuali! (più in Italia che negli Stati Uniti, a dire il vero). Lisi non è una vittima innocente, ma il mondo ideologico e brutale in cui si muove può avere contribuito a renderlo quello che è.

D.Tra i principali sospettati dell’omicidio c’è anche Claretta Lisi, la moglie della vittima. Mi ha ricordato molto le attrici dei film dei “Telefoni Bianchi”, tutta perfetta, patinata, ma la donna è così fragile come vuole far credere?

R. L’annosa questione della vera o presunta fragilità della donna (in generale) ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Nell’Italia maschilista del Ventennio, in cui i ruoli di moglie e madre erano privilegiati, non mancavano tuttavia modelli più “leggeri” e attraenti che riscuotevano enorme successo: le attrici cinguettanti dei “Telefoni Bianchi”, appunto. Per Claretta Lisi, che fra l’altro condivide il diminutivo con l’amante ufficiale del Duce, l’immagine della bionda inerme e un po’ svampita è un mezzo per conquistare un marito ricco e potente, e non solo…

D. L’ambientazione è nell’Italia bellica, chi legge sa che è in corso il conflitto, ma la guerra non irrompe mai nella narrazione se non in modo sporadico. Come mai la scelta di questa funzione di “cornice” della Seconda guerra mondiale?

R. L’investigazione necessariamente richiede tempo e lucidità mentale. Questi elementi, sia per Bora che per Guidi, sono spesso interrotti dalla realtà terribile della guerra nell’Italia occupata dai nazisti. La scelta di usare gli eventi bellici come cornice – senza peraltro tralasciare episodi quali la deportazione, i bombardamenti, o la lotta partigiana – permette di ricostruire in modo plausibile quelle che potevano essere le giornate “lavorative” di un ufficiale tedesco e di un commissario di Pubblica Sicurezza alle prese con un caso politicamente delicato.

D. Martin Bora è un ufficiale della Wermacht, quindi un militare tedesco, ma il suo atteggiamento non del tutto chiaro verso la guerra e la situazione degli ebrei infastidisce – e non poco – il capitano delle SS Lasser. Come reagirà il superiore di Bora alla vaghezza di presa di posizione del protagonista?

R . Da tempi non sospetti, ovvero dalla sua partecipazione come giovane volontario alla Guerra Civile spagnola nel 1937, Bora si è confrontato con superiori che trovavano sospetto il suo tiepido atteggiamento verso la sopraffazione cieca (La canzone del cavaliere); dalla Notte dei Cristalli in poi (Il Signore delle cento ossa) l’antisemitismo diviene il principale se non l’unico dilemma morale con cui l’ufficiale si trova a confrontarsi, spesso a suo rischio. Come si vedrà nel prosieguo della sua carriera di soldato e di uomo, il suo terreno di manovra si farà sempre più ridotto, accidentato e pericolosissimo. È una scelta etica che molti fecero in Germania, e che pagarono con la vita.

D. In opposizione a Lasser troviamo il colonnello dell’aviazione tedesca Habermehl. Quanto è importante la sua figura per Bora?

R. Per un giovane, le figure maschili adulte sono quasi sempre in loco parentis, ovvero hanno una valenza paterna. Nel caso dell’affettuoso colonnello amico del patrigno di Bora, servizievole ma militarmente finito – anche per il suo alcolismo -, l’immagine è forse quella del padre di cui non si devono seguire le debolezze. Habermehl resta comunque una figura che rimanda ai gloriosi inizi dell’Arma aerea, e quindi all’immaginario eroico di un’intera generazione di ragazzi cresciuti nel primo dopoguerra.

D. In Luna bugiarda oltre all’indagine scopriamo che Bora ha una vita privata, una moglie, ma le mancate risposte alla sue lettere da parte della donna cosa determinano in lui?

R. Benedikta (Dikta) appare fin dagli inizi della serie come la controparte affettiva di Martin Bora. Prima come innamorata, poi come fidanzata – non senza l’opposizione della famiglia di lui – quindi come moglie lontana. In effetti, la lontananza è la costante della loro relazione: missioni estere, guerra, l’accavallarsi di corsi in prestigiosi istituti miliari riducono grandemente i tempi e gli spazi che la giovane coppia ha a disposizione. Per quanto sessualmente ben assortiti e appartenenti allo stesso milieu sociale, Martin e Dikta convivono ben poco. Perciò l’assenza di corrispondenza da parte di lei pesa così notevolmente su Bora in Luna bugiarda: un tocco tristemente realistico, poiché le relazioni amorose furono fra le prime vittime del conflitto.

D. Bora va in più occasioni a casa di Nando Moser, un gentiluomo di campagna, povero e decaduto come la sua abitazione che sta andando in frantumi. Qui c’è un pianoforte e si parla di Mozart, della sua genialità e del conflitto con Salieri. Quanto questa parte di storia passata è in rapporto con il vissuto e l’agire di Bora?

R. Figlio di un musicista di fama mondiale, e valente pianista lui stesso, nel romanzo Bora ha di recente subito la perdita della mano sinistra. Questa mutilazione, terribile di per sé, è doppiamente crudele per chi sia cresciuto con la passione della musica classica e del pianoforte. L’incontro con un vecchio e impoverito proprietario terriero, rappresentante di quella piccola nobiltà cui Bora stesso appartiene, echeggia il passato colto e soldatesco della Mitteleuropa spazzata via dalla Grande Guerra; allo stesso tempo, sembra presagire la sconfitta e lo smembramento territoriale che nel ’43 già si profilano per la Germania. Il ricordo del passato e le conoscenze musicali caratterizzano Bora nel profondo, e ne definiscono anche l’atteggiamento rigoroso verso la vita.

D. Nella casa di Moser ci sono una serie di vecchi trofei di battaglie vinte contro i Turchi e sulla bandiera turca c’è una Luna. Quanto essa è in rapporto con la Luna bugiarda del titolo spesso citata nella narrazione dai alcuni personaggi?

R. Ogni epoca e ogni nazione hanno avuto il proprio avversario ideale, di volta in volta definito come barbaro, alieno, altro da sé. Se per l’Europa moderna dal ’600 al 1918 l’Impero Ottomano fu il nemico da sconfiggere, ben altro fu lo scontro di ideologie nella Seconda guerra mondiale. I “Turchi” del romanzo non sono etnicamente definiti; sono da interpretare come coloro che sono diversi da noi, ma anche come i nostri complessi e conflitti interiori. Perciò appaiono le bandiere con la mezzaluna, il poliziotto siciliano a nome Turco (che definisce le male azioni “cose da Turchi”), e Bora parla dei “Turchi” che sono dentro ognuno di noi.

D. Nella nota finale c’è un’attenta riflessione sul romanzo e su quanto la tua vita e la Storia ti abbiano influenzato e continuino a farlo. Quanto è importante conoscere le nostre radici e quelle del mondo dove viviamo?

R. Fra le molte cose che ho imparato nella mia vita americana c’è anche un’attitudine molto pratica nei confronti delle esperienze concrete: Life happens, la vita succede. Con questo non si intende che non si debba avere un ruolo attivo e pienamente responsabile nei confronti delle proprie scelte, anzi. Si ammette però che le circostanze possono essere impreviste e anche negative, e che non aiuta piangersi addosso. Quando poi confronto la mia esistenza con quella delle generazioni che mi hanno preceduto, posso solo seguitare a rendere omaggio come posso, da scrittrice, alle loro difficili e spesso tragiche vicende. Non si tratta di giustificare, tanto meno di scusare: ma noi tutti deriviamo dalla nostra storia comune, e dobbiamo prenderne atto. Quanto alle radici familiari e personali, sono valide e importanti nella misura in cui ci aiutano a conoscerci e a migliorare: per me la vera genealogia è quella delle passioni e dei principi che condividiamo con i nostri vecchi, e con quelli prima di loro.

D. Un’ultima domanda: dopo la nuova edizione di Luna Bugiarda, sei al lavoro su qualche nuova avventura per Bora o ti stai dedicando ad altro?

R. Sono ormai a buon punto nella stesura del prossimo romanzo di Martin Bora, che si svolge nell’isola di Creta appena sanguinosamente occupata dall’aviazione tedesca nel 1941. Un’occasione per toccare alcuni aspetti del protagonista e alcuni temi – fra cui le antichità classiche e i miti del Mediterraneo – che finora non erano stati affrontati. Un’investigazione che si trasforma quasi letteralmente in un’odissea. Dopo la bruma padana di Luna bugiarda, la luce abbagliante della patria del Minotauro e del Labirinto!

:: Tutto Maigret letto da Giuseppe Battiston (Emons Audiolibri, 2013)

25 ottobre 2013

maigret cerviLa prosa scarna di Georges Simenon, la voce densa di Giuseppe Battiston, l’iconico profilo di Maigret nelle illustrazioni “vintage” di Ferenc Pintér: arrivano in audiolibro le più belle storie del mitico commissario Maigret.

Il meglio di Maigret letto da Giuseppe Battiston

In esclusiva per l’Italia con Emons Audiolibri

In libreria dal 20 novembre i primi due titoli con illustarzioni di Ferenc Pinter

IL PORTO DELLE NEBBIE

Il piccolo porto  di Oustreham, Bassa Normandia, è immerso nella nebbia, una nebbia silenziosa che sembra invadere tutto: le strade, le case, perfino i caffè in cui si muovono ormai quasi invisibili i suoi abitanti. Maigret arriva per accompagnare un uomo che ha perso la memoria e che subito dopo vi perderà la vita… Pubblicato nel 1932, il romanzo venne scritto da Simenon proprio a Ouistreham, dove lo scrittore si trovava a bordo della sua barca a vela.

L’IMPICCATO DI SAINT-PHOLIEN

Brema, una fredda notte di fine novembre. In un albergo di infima categoria, un uomo si spara un colpo di rivoltella in bocca sotto gli occhi di Maigret. Da questo suicidio apparentemente inspiegabile, prende le mosse una caccia che porterà il commissario da Brema a Parigi, da Parigi a Reims, e infine a Liegi, alla scoperta di una società segreta: la Confraternita dell’Apocalisse.

In libreria – e in download – dal 20 novembre con Il porto delle nebbie e L’impiccato di Saint Pholien. Poi avanti con quattro titoli all’anno per un totale di sedici: Pietro il lettone, Il cane giallo, Maigret, Il crocevia delle tre vedove, La ballerina del Gai-Moulin, Il defunto signor Gallet, La balera da due soldi, L’ombra cinese, Le vacanze di Maigret, Il caso Saint-Fiacre, I sotterranei del Majestic, Un delitto in Olanda, Una testa in gioco, Maigret a New York.

Maigret ideale anche nella presenza fisica, Giuseppe Battiston è uno degli attori italiani più talentuosi della sua generazione. Pluripremiato nel cinema e nel teatro, ha vinto ben tre David di Donatello per Pane e tulipani (2000) di Silvio Soldini, Non pensarci (2007) di Gianni Zanasi  La passione (2011) di Carlo Mazzacurati, lo ricordiamo anche in Io sono Li di Andrea Segre e Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oletto. A teatro ha vinto il premio Ubu per il suo Orson Welles’ roast. Ha già lavorato con Emons leggendo Diario di scuola di Daniel Pennac.

Georges Simenon (1903-1989) non ha bisogno di presentazioni. Tra il 1931 e il 1972 pubblica settantacinque romanzi e ventotto racconti che hanno come protagonista il commissario Maigret. Massiccio di corporatura – eredità delle sue origini contadine –, largo di spalle, di aspetto distinto ma d’indole burbera, Maigret non si separa mai dall’adorata pipa, suo segno distintivo. Ama i caffè, da cui osserva il mondo con il suo sguardo acuto e profondamente umano, ed è sposato con la signora Maigret.

Ferenc Pinter “Perché dopo ottanta-novanta copertine riesco e continuo a disegnarle con immutato interesse, anzi con piacere?”, scriveva Ferenc Pintér (1931-2008) nell’estate del 2007 e rispondeva “penso che la risposta stia nell’atmosfera creata dallo scrittore, aleggiante intorno a Maigret come il fumo grigioazzurro della sua pipa. Di che cosa è fatta questa atmosfera avvolgente? Io credo soprattutto di particolari, se vogliamo ripetitivi, come i nomi dei cibi – la blanquette de veau, il fricandeau, eccetera – o come i riti della brasserie Dauphine, dove, prima del calvados, compare sul banco l’immancabile uovo sodo”. Il linguaggio scarno e denso delle copertine di Pintér, la loro “capacità sintetica” (Federico Zeri) corrisponde perfettamente alla prosa di Simenon e, oggi, all’interpretazione di Battiston.

:: Recensione di L’abisso è alle porte, Beda, GDS editori 2013 a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2013

l'abisso è alle porteCosa è l’abisso? Così, su due piedi penso a qualcosa di profondo che non ha una fine. Una sorta di luogo dal quale sembra del tutto impossibile tornare indietro e se relaziono la parola abisso al titolo di questa raccolta poetica di Beda, penso che l’abisso sia alla porte come un qualcosa di cupo ed opprimente pronto a travolgere ognuno di noi. La raccolta di Beda, nata nel 2009, è un insieme di frammenti poetici di varie lunghezze nelle quali l’autore, che non ama definirsi un vero e proprio poeta, indaga situazioni di vita umana privata. Tanti versi dai quali emerge un pessimismo profondo nei confronti della vita e di come essa a contatto con la società di oggi stia abbruttendosi con la conseguente perdita  dei principi esistenziali positivi di un tempo. Il tutto è determinato dal contatto con un’organizzazione odierna e quotidiana dalla quale risulta quasi del tutto impossibile riuscire a ricavare qualcosa di buono e per tentare la costruzione di un oggi e di un domani migliore. Il tema delle poesie di Beda è esistenziale e le parole in questa raccolta sono il mezzo usato dall’autore per esprimere la sofferenza del vissuto quotidiano. Quello che emerge è un senso di profondo malcontento nei confronti del sistema contemporaneo nel quale ogni cosa sembra andare a rotoli (dal lavoro, all’economia fino a giungere allo scatafascio delle relazioni umane). Il pessimismo doloroso di Beda è così intenso che a volte si ha quasi l’impressione che la stessa parola poetica soffra nel tentativo di esprimere ciò che sta nel cuore di chi scrive. Dalla lettura di L’abisso è alle porte emerge il desiderio di chi comunica con in versi di sentirsi libero di esistere, ma è il mondo cupo e torbido nel quale si vive oggi a rendere difficile, ardito e quasi impossibile quest’ aspirazione. Tante sono le tematiche (amore, conflitti sociali, l’incomunicabilità tra le persone, sentimenti infranti) affrontate attraverso i versi, i paragoni e le metafore poetiche.  Tra i vari argomenti spiccano la consapevolezza della brutale trasformazione subita dal paesaggio naturale abbruttito e violato dall’ossessiva necessità di costruire insita nell’uomo (Amianto calmo e quieto) e il tempo Passato. Quest’ultimo è un esempio di un tempo fatto di pensieri, cose, gesti e persone trascorso per sempre e ormai irrecuperabile, composto da ricordi impossibili da riportare in vita, perché andati e finiti nell’oblio. Indicativa è l’immagine di copertina con quelle sbarre oltre le quali c’è una possibile libertà non facile da raggiungere per l’uomo odierno, fagocitato da un mondo che non è più quello che avrebbe dovuto e potuto essere. Il linguaggio di Beda è schietto e diretto proprio per fare arrivare il messaggio a chi legge, nella speranza di smuovere le menti dei lettori a prendere coscienza sulla deriva che il nostro universo sociale sta prendendo oggi.

Beda nasce e cresce a Padova, città dove ha vissuto  da bambino e da dove poi si è allontanato per esigenze familiari trasferendosi con la sua la famiglia in un tranquillo paese di campagna. Beda ha compiuto studi tecnici, che come dice l’autore: «poco si addicono alla mia vera indole». Beda si è iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova, ma ha abbandonato gli studi per dedicarsi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

:: Recensione di Pensando a mio padre, Yan Lianke, Nottetempo 2013 a cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2013

Yan-Lianke_Pensando_cover_hrPensando a mio padre sembra un romanzo, ma non lo è. Yan Lianke in questo libro edito da Nottetempo racconta di suo padre, un contadino della provincia cinese dell’Henan e della loro vita. Il romanzo biografico è diviso in due parti  –Pensando a mio padre e In quegli anni-, come se fossero le due metà di un frutto diviso, pronte per essere riunite in modo tale da restituire a noi lettori il quadro complessivo dei ricordi dell’autore e della sua famiglia nella Cina tra gli anni ’60 e i primi anni ’80. Nella prima parte –Pensando a mio padre – Lianke figlio mette un concentrato tasselli d’infanzia personali, tanti frammenti del passato dai quali emerge la figura di un padre operoso, contadino di una terra non propria e difficile da coltivare. Un uomo magro come un fuscello, ma così forte e determinato da riuscire portare a termine la promessa fatta: costruire per i suoi figli una casa in muratura, con i pavimenti e il tetto di tegole. Un impegno che Lianke senior porterà alla fine nonostante le difficoltà economiche e la grave forma di asma cronica che degenererà in modo sempre peggiore. Accanto a quest’uomo solido e allo stesso tempo esile, c’è il piccolo Yan (l’autore) diviso tra l’aiuto nei campi, la scuola e le marachelle che hanno spesso come conseguenze punizioni severe (leggete l’episodio relativo alla deliziose focaccine di sesamo delle quali Yan Lianke era ghiotto) per le trasgressioni compiute.  Nella seconda parte invece – In quegli anni– Lianke porta noi lettori dentro alla sua carriera scolastica, dall’infanzia fino all’adolescenza, in un’epoca storica di importanti cambiamenti politici per la Cina, passata nel corso del XX secolo da Stato comunista, a Stato socialista, al Monopartitismo. La cosa che stupisce in questa seconda sezione è la forte competizione nata tra Lianke e una sua compagna di classe. Lui è contadino, lei è cittadina, ed entrambi sono coinvolti in una sfida di apprendimento per la conquista del titolo del miglior della classe. Poi, con l’arrivo della rivoluzione e di Mao anche la formazione scolastica e culturale subirà delle profonde trasformazioni. Cambiamenti che toccheranno nel profondo l’autore, il quale si renderà conto che per essere uno studente modello ed eccellente non importa conoscere, ma è fondamentale recitare a memoria le parole del leader politico. Considerato in modo complessivo Pensando a mio padre è  un libro nel quale, parola dopo parola, si rivela la profonda ammirazione di un figlio verso il padre e la dolorosa consapevolezza per Yan Lianke di non essere stato un figlio perfetto. Vita di campagna, legami di famiglia, duro lavoro, convergono in questo memoir personale dello scrittore cinese, dove chi scrive non si limita a parlare dalla dimensione privata della famiglia Lianke, ma Yan mette a nudo se stesso e quel suo caratteraccio che lo ha portato in più occasioni a compiere gesti e ad avere pensieri non rispettosi verso i genitori. Pensando a mio padre è un vero e proprio tributo e salvataggio in fogli scritti delle proprie origini e dei ricordi, nei quali si intravede un profondo e costante senso di colpa che lo tormenta nell’ animo per non essere mai stato abbastanza riconoscente verso chi ha sacrificato la propria esistenza al lavoro pur di garantire una vita degna ai propri figli. Traduzione di Lucia Regola.

Yan Lianke è nato in Cina nel 1958 nella provincia contadina dell’Henan. Quando aveva 20 anni non potendosi permettere di proseguire gli studi, scelse la carriera militare cominciando a redigere testi della propaganda comunista. Nel 1985 Lianke si laura e poco dopo essere tornato alla vita civile inizia la carriera di scrittore che gli ha valso alcuni importanti premi letterari cinesi (Li Xun e Lao She). Molti dei suoi lavori, tra i quali Servire il popolo (Einuaudi, 2006) in cui prende in giro i precetti maoisti e Il sogno della città di Ding (nottetempo 2011, finalista al Man Asian Literary Prize) nel quale denuncia l’epidemia del’AIDS nelle campagne cinesi, sono stati sottoposti a censura in patria. Nel 2013 è stato tra i finalisti del Man Book Prize.

:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi

22 ottobre 2013

jelene-lengoldGentilissima Jelena, prima di tutto ti ringrazio per averci concesso questa intervista. Ho letto con grande piacere Il mago della fiera. E’ un testo intenso e fortemente realistico.
Nel tuo libro si parla di storie finite, di amori consumati, di relazioni sospese. Penso a Oliver e Katja, alla moglie di “A capofitto” o alla padrona di Lola in “Vagabondaggi”. Il racconto è una sorta di confessione dove i protagonisti rivelano al lettore le proprie fragilità e frustrazioni. L’introspezione e l’analisi profonda di questa pagine sono spiazzanti. Come si arriva ad un risultato del genere?

Come scrittrice, sono sempre stata interessata a quei momenti, a quegli spazi al limite tra il dolore e la felicità, tra il sogno e la vita “reale”.  E’ lì che siamo più fragili e lì dove tutti i nostri punti deboli sono scoperti. Penso che lo scrittore non debba avere paura di scavare in profondità. Il lettore si fida di te, se sente quello che tu senti e se può ritrovare la propria esperienza in ciò che scrivi.

Ciò che trapela da queste storie è anche l’insostenibile solitudine degli uomini e delle donne che le abitano. L’incapacità degli individui di affrontarla è tutta del nostro tempo. Non sappiamo stare soli. Il risultato di tale paura è il disperato tentativo di trattenere al proprio fianco persone inadeguate o a ricercare relazioni senza prospettive. Sei d’accordo?

In parte, sono d’accordo, ma penso anche che questo libro parli di solitudine, intesa come destino di ogni persona. Essere soli non significa necessariamente non avere nessuna persona intorno: ritengo invece che sia più uno stato mentale, una sorta di raggiunta consapevolezza per cui ogni individuo è solo indipendentemente dal numero di persone che lo circondano. I personaggi delle mie storie arrivano ad accettare questo tipo di consapevolezza con un pizzico di malinconia, ma nello stesso tempo come qualche cosa di ineluttabile.

E’ marcato nelle relazioni amorose che descrivi il contrasto donna-uomo. Si tratta di un rapporto di forza in cui è la prima – spesso (ma non sempre) – a soccombere, nonostante riveli una forza e un coraggio di gran lunga superiori all’uomo che, invece, tradisce una fragilità e una mediocrità d’intenti imbarazzanti. Penso al racconto “Il mago della fiera”, dove la donna – anche se descritta come un oggetto sessuale – ha in realtà la capacità di mantenere il suo presuntuoso amante in una quasi patologica e snervante attesa. Nell’immaginario collettivo – grazie anche ai modelli distorti pubblicizzati dai media e non solo – l’idea di “donna” non è molto diversa da quella del suo mago della fiera. Cosa ne pensi?

Cerco di scrivere le mie storie servendomi di entrambe le prospettive, quella maschile e quella femminile. Certamente prospettive differenti, ma ognuna con i suoi punti di forza e debolezza. Non saprei dire se chi aspetta sia necessariamente il più forte o chi sia in grado di provare la passione più importante o l’infelicità più profonda. Sinceramente non mi interessano molto gli stereotipi, siano essi di una donna o di un uomo, visto che i miei personaggi non sono mai dei soggetti “tipici”, ammesso che qualcosa del genere esista.

Ho compreso che potevo vivere senza fare l’amore con lui e potevo vivere senza vederlo”: è la protagonista di “Le tasche piene di sassi” a parlare. Come si arriva a questo paradosso in una relazione?

Credo sia il punto in cui si conservano e si nascondono in qualche luogo dentro di noi i sentimenti e il ricordo di una certa esperienza, fino al punto in cui quei sentimenti cominciano a contare più della persona che li ha provocati. Questo accade perché, talvolta, le altre persone, per un qualche motivo, arrivano ad essere per noi catalizzatori e riescono a entrarci dentro e raggiungere i livelli più profondi. Questa è la ragione per cui, anche in seguito, è possibile vivere senza di loro nonostante continuino a esistere in qualche modo dentro noi. L’espressione “avere qualcuno” può significare molte più cose di quanto si possa immaginare.

In “Sotto il mantello della letteratura” ho intravisto una speranza, un messaggio di salvezza anche per gli amori più disperati e disperanti. E’ così? O è solo una “licenza poetica”?

Nel momento in cui, con il passare del tempo, si ridimensionano o sminuiscono degli eventi passati, allora è possibile, forse, intravedere una speranza. In questo racconto, però, c’è una frase che spiega come anche una bella immagine sia solamente la parte di un quadro più grande che noi non riusciamo a vedere, ma che sappiamo esistere. Allo stesso modo, ogni paragrafo di un libro è solo una parte di una più grande verità. Per questo motivo, non farei affidamento su quella piccola speranza che fa capolino alla fine del libro. È solo un ritratto, un istante, congelato nel tempo, che ci dice che nel prossimo libro tutto questo ricomincerà di nuovo.

La tua scrittura – nella sua innegabile realisticità – appare a tratti visionaria. O meglio sono il sogno e l’eccentricità a penetrare la realtà sfaldandola, trasformandola, dileguandola. Penso all’esperienza erotico-sensoriale di Helena e Sandra, ad esempio, o all’incontro tristemente grottesco con il finto Elvis in “Love me tender”. Un escamotage narrativo o la convinzione che la realtà contenga in sé aspetti paradossali?

Esatto, hai colto molto bene la questione. Questa cosiddetta realtà per i miei personaggi non è solo ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ci sono sempre uno o più livelli sotto la realtà, che non si riescono a cogliere al primo sguardo, ma che esistono. Se si scava e si è abbastanza coraggiosi e folli da andare in profondità, si possono vedere. Certo nessuno può garantire che dopo questa scoperta uno possa essere più felice di prima, ma almeno avrà raggiunto la consapevolezza che la vita non è poi così semplice.

Prima di approdare alla narrativa, ti sei dedicata alla poesia. Come è avvenuto questo passaggio? E perché – dopo l’esordio con il romanzo – hai scelto il racconto come prevalente modalità di espressione?

Per me e per la mia personalità considero il racconto la forma di espressione ideale. In esso c’è abbastanza spazio per caratterizzare i personaggi, per accelerare la tensione, per aprire la storia, arrivare alla conclusione e decidere di terminare solo quando la narrazione raggiunge un livello davvero interessante. Non sono una persona paziente, non so aspettare duecento pagine per vedere quello che succederà, e soprattutto non so vivere in maniera così intensa un’emozione per mesi o addirittura anni.
Così appena apro quella “scatola”, scrivo una storia e la richiudo di nuovo. Perchè se ci rimanessi più a lungo dentro, non sono sicura che sopravviverei.

Ho letto nella tua biografia ufficiale che ti sei occupata di “diritti umani e di risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane”. Come e dove si colloca questa esperienza rispetto al recente conflitto dei Balcani?

Questa esperienza è stata, per quasi quindici anni, la mia vita parallela, oltre alla mia scrittura. Ho lavorato per un’eccellente università norvegese su un programma interessante, appassionante e del tutto nuovo per me che mi ha consentito di imparare e insegnare ad altri contemporaneamente. Abbiamo lavorato con diverse tipologie di persone, alcune di loro provenienti da conflitti in essere o da zone potenzialmente di conflitto, non solo dei Balcani ma di tutto il mondo. Interessante paradosso è che nel mio lavoro ho sempre detto che il dialogo è possibile, indipendentemente da ciò che è successo. Nei miei libri (dove non si parla di storia o di politica) sostengo, invece, che in qualche modo la reale comprensione tra le persone non è affatto possibile. Nessuna delle due è una bugia: è solo la differenza tra verità letterarie e verità della vita.

Belgrado è la tua città. In Italia, oggi, “fare” lo scrittore non è cosa semplice. Spesso anche chi ha cose interessanti da dire non ha lo spazio che merita per emergere. I grandi editori o gruppi editoriali (con le doverose eccezioni) prediligono pubblicazioni più commerciali rispetto alla qualità dei testi, a scapito della buona scrittura e lettura. Sono gli editori minori lo zoccolo duro della cultura, quelli che osano rischiare maggiormente su autori validi. Qual è la situazione in Serbia?

Molto simile a quella che hai descritto. Anche da noi il libro condivide lo stesso destino di semplice oggetto di commercializzazione. Così a volte è più importante il modo in cui gli scrittori appaiono piuttosto che quello che scrivono. Uno scrittore è spesso costretto ad essere presente sui media, se vuole che anche i suoi libri lo siano.  Ma essere commerciali non è sempre la reale misura della qualità. Eppure, a volte, questi due miracoli si incontrano, popolarità e qualità: ciò significa allora che anche in questo stato di cose è possibile superare gli ostacoli, se credi abbastanza in quello che fai.

Una domanda che pongo spesso nelle mie interviste: come si diventa scrittore?

E’ stata piuttosto la precoce consapevolezza che una vita, un destino, un grande amore, un karma, un solo corpo e una sola morale non erano abbastanza per me. Volevo vivere molte vite, più intense possibili. Ed è ancora quello che voglio.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Blogtour All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion (Baldini e Castoldi, 2013) – prima tappa.

21 ottobre 2013

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina e in questa prima tappa potrete trovare le domande fatte all’autore, alcune foto d’epoca decisamente suggestive legate al romanzo, una gustosissima ricetta del gulasch e qualche riferimento sul periodo storico, la Trieste asburgica del 1902.

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“Davorin s’incantò di fronte a una pasticceria e distolse lo sguardo quando sfilarono davanti a un negozio di biancheria femminile, come faceva sempre il signor Anton quando passavano di lì”

Benvenuto Alberto e grazie per aver accettato questa mini intervista per la puntata N° 1 del Blogtour dedicato al primo episodio della trilogia All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion, che comprenderà poi anche La carovana dei prodigi, e Enigmi nell’oscurità. Innanzitutto perché una trilogia?

Avevo in mente una storia molto lunga, che però avrebbe dovuto essere narrata attraverso ambienti molto diversi tra di loro e sviluppando varie tematiche, quindi ho preferito dividerla in tre parti: la prima parla del confronto tra modernità e tradizione, la seconda di crescita e consapevolezza, mentre la terza tratterà di paura e pazzia. Alla fine, poi, sarà più un trittico che una trilogia.

Come sei giunto all’idea di lasciare il noir, avevi avuto un buon successo con i tuoi romanzi precedenti, e dedicarti al romanzo storico?

Credo sia la naturale evoluzione di un autore che non condivide l’idea di scrivere qualcosa solo perché va di moda. Troppi scrittori italiani hanno cavalcato l’onda delle cronache giornalistiche o delle mode derivate dal mondo delle fiction o del cinema senza credere veramente in ciò che stavano facendo. E i risultati si sono visti. (con poche eccezioni)
E io, che sono uno a cui piace anticipare questi “movimenti” (come ho fatto con i miei noir-pulp, ai quali alcuni giovani autori italiani si sono “ispirati” parecchio), ho deciso che era venuto il momento di tornare alle radici – back to the roots – e di reinventare un genere che riscoprisse la tradizione anglosassone del mystery e la miscelasse al romanzo d’avventura alla Salgari e alla Verne; insomma, una letteratura popolare di stampo marcatamente europeo, con la quale il lettore potesse viaggiare con la fantasia attraverso tempi e luoghi che hanno fatto sognare molte generazioni di lettori.
E adesso ti faccio un regalo e rivelo per la prima volta una cosa che solo pochissime persone sapevano fino a questo momento: l’anno scorso, questo progetto è stato visionato da alcune grandi case editrici, che l’avevano cassato a favore di alcuni noir di cui ho detto sopra, così ora posso togliermi due belle soddisfazioni: godere di un buon successo e mostrare un dito medio.

Scenario del romanzo è la Trieste asburgica del 1902, più alcune parti ambientate tra Hong Kong, Macao e Singapore. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari, libri di fotografie? Hai usufruito infatti di un discreto apparato iconografico. Alcune foto storiche sono presenti anche in questo articolo.

Il romanzo storico necessita di un’accuratissima documentazione, per cui ho attinto a numerosi media e confrontato molte fonti per essere sicuro che le informazioni fossero corrette. Le fotografie d’epoca sono vitali e per fortuna della Trieste asburgica ne esistono a palate. Poi i giornali, dove non trovi solo le informazioni leggendo gli articoli, ma puoi ottenere moltissime indicazioni sulla vita quotidiana attraverso le pubblicità. Infine, ho letto o riletto molti romanzi scritti e ambientati (più o meno) in quel periodo, da Svevo a Slataper, da Doyle a Dickens (e molti altri). Infine, sulla Trieste dell’epoca asburgica esistono decine di saggi che la trattano da tutti i punti di vista: toponomastico, sociale, mondano, sportivo, politico eccetera.
Per le parti ambientate in oriente, ho utilizzato per la maggior parte la Rete, anche se alcune cose le ho trovate a Trieste, che all’epoca era già in strettissimo collegamento commerciale con il mondo orientale.

All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion è un romanzo di avventura per adulti si potrebbe dire con molti connotati tipici dei romanzi per ragazzi. Davorin per esempio è una sorta di Huckleberry Finn con i capelli rosso carota e ha un ruolo fondamentale nella storia. Perché questa scelta?

Mi ricollego a ciò che ho risposto alla seconda domanda e amplio il concetto. Credo che oggi – nel panorama editoriale italiano – manchi un filone di narrativa che permetta agli adulti di riassaporare le atmosfere che avevano vissuto da giovanissimi leggendo la letteratura per ragazzi. Il successo di Harry Potter tra gli adulti supporta questa mia ipotesi. E allora ecco che arriva Custerlina, che non ha paura di rischiare e s’imbarca su una giunca cinese diretta verso i mari del sud, convinto che un adulto seduto in una comoda poltrona con una tazza di the in mano possa riprendere a fare, con grande soddisfazione e divertimento, il viaggio che aveva interrotto molti anni prima. Naturalmente, nella mia narrazione non mancano alcuni riferimenti “adulti” veri e propri e uno stile di scrittura tutto sommato moderno, ma ciò non toglie nulla al respiro ottocentesco del romanzo.
E in questo senso, Davorin Paternoster è la quintessenza dell’avventura, ispirato ai personaggi di Twain, ai figli del capitano Grant, ai ragazzi di Dickens. E poi, va detto che il mio progetto completo prevede di farlo crescere romanzo per romanzo, fino a ripercorrere, attraverso i suoi occhi, l’incredibile storia di Trieste nella prima metà del ‘900. Ho stimato che mi serviranno 16 romanzi in tutto (la maggior parte indipendenti uno dall’altro). Ce la farò? Non lo so, voi intanto cominciate a leggere questa trilogia.

Quali romanzi ti hanno influenzato, quali autori ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

In parte ho già risposto, ma qui faccio un elenco più preciso: Dracula di B.Stoker, Sherlock Holmes (e altro) di A.C.Doyle, Incontri con uomini straordinari di G.I. Gurdjieff, Oliver Twist di C.Dickens, varie cose di H.G.Wells, ho riletto qualcosa di Lovecraft per le atmosfere, Salgari e Verne, I-Ching, alcune parti dello Zorah e di testi cabalistici, Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri di Zakariyya Al-Qazwini, i romanzi di Mark Twain. E di sicuro mi sono dimenticato qualcosa.

Oltre al rigore storico, hai aggiunto una punta di soprannaturale. Che rapporto hai tu con il soprannaturale, credi esitano poteri extrasensoriali di cui conosciamo ancora ben poco?

Più di una punta, direi! Nella mia vita sono stato testimone di numerosi accadimenti che non ho potuto spiegare attraverso le mie conoscenze tecnico-scientifiche e che mi hanno coinvolto anche in prima persona. Così, ecco spiegato il fil rouge di questo primo romanzo intitolato Il segreto del Mandylion, dove il tema riguardante il conflitto tra modernità e tradizione si può leggere anche in chiave di confronto tra la percezione positivista della realtà e quella esoterica delle manifestazioni soprannaturali.
Del resto il romanzo inizia con questo esergo: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia (W.Shakespeare)

porto

Il porto

Il miglior gulasch dell’Impero (ricetta alla triestina di Alberto Custerlina):

Per 4 persone. Soffriggere 1kg di cipolla gialla affettata sottile in abbondante olio (meglio sarebbe un bianchissimo strutto di maiale). A cipolla imbiondita, aggiungere 1kg di polpa di manzo tagliata a tocchi (o, meglio ancora, mista al 50% con il maiale e senza togliere le parti grasse), aggiungere un cucchiaio di farina abbondante e mescolare spesso finché la carne non sarà completamente sigillata (all’esterno deve apparire perfettamente cotta). A questo punto, aggiungere due o tre cucchiai di paprica ungherese dolce (se lo si vuole piccante, aggiungere in più la paprika forte nella dose desiderata) e poi il concentrato di pomodoro (da un tubetto, circa 10 cm). Coprire tutto con acqua bollente (anche se sarebbe meglio usare del brodo) e lasciare sobbollire per 3 ore, mescolando ogni tanto e stando attendi ad aggiungere liquido se asciugasse troppo. Servire con gnocchi di patate oppure con Knödel.

giochi di bambiniTrieste fu da sempre una delle più importanti metropoli dell’Impero austriaco, dal 1867 Impero austro-ungarico, grazie al suo porto e alla sua vocazione cosmopolita che ne aveva fatto un crocevia di merci e di idee. Ma la situazione già piuttosto instabile degenerò tra la fine del Ottocento e i primi del Novecento. Ai movimenti irredentisti, che propugnavano il ritorno di Trieste all’Italia, si aggiunse infatti nel febbraio del 1902 lo sciopero operaio proclamato in appoggio ai fuochisti della compagnia di navigazione del Lloyd Austriaco che si trasformò successivamente in uno sciopero generale cittadino. La situazione già drammatica ben presto degenerò e i soldati austriaci agli ordini di Conrad von Hoetzendorf, su ordine del luogotenente del Litorale von Goess, arrivarono a sparare sulla folla, uccidendo decine di dimostranti e ferendone più di una cinquantina. In questo clima si svolsero i fatti narrati ne Il segreto del Mandylion, ed è interessante notare come Storia e narrazione romanzesca si intreccino riportando in vita le atmosfere di primo Nocevento grazie alla capacità evocativa di Custerlina, triestino doc e appassionato di avventura. La gente viaggiava ancora in carrozza, le donne indossavano corsetti e gonne vaporose, ma già i tram sferragliavano sulle rotaie e l’illuminazione elettrica, il telefono, le prime auto iniziavano a  far capolino tra la curiosità e la diffidenza della gente. Il progresso sembrava alle porte e i più avventurosi si accostavano alla fotografia, guidavano spericolati le prime biciclette, usavano le prime torce elettriche con pile a carbone, provenienti dagli Stati Uniti. Sembra incredibile, anche io leggendolo quasi non ci credevo, ma è tutto documentato.

Prossime tappe:

Seconda tappa: SognandoLeggendo
Terza tappa: Strategie Evolutive
Quarta tappa: Helldoom’s Reign
Quinta tappa: Le mele del silenzio

:: Recensione di La cortigiana di Sarah Dunant (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2013

download-3Da alcuni anni, periodicamente, escono nelle nostre librerie i romanzi storici di Sarah Dunant, inglese ma innamoratissima della nostra Storia e del nostro Paese, in particolare in quella che fu una stagione irripetibile, capace di influenzare poi tutto il resto dell’Europa, cioè durante il Rinascimento, periodo di grande sviluppo artistico ma anche di lotte e di oppressione.
Chi ama la Storia di quell’epoca non può quindi perdersi uno dei titoli recenti della Beat, La cortigiana, ambientato tra due città emblematiche dell’epoca come Roma e Venezia.
Al centro di tutto c’è un’eroina abbastanza anticonformista e insolita, nello stile dell’autrice che non costruisce storie di protagoniste senza macchia e senza paura, cioè Fiammetta Bianchini, una delle cortigiane più belle ed amate di Roma in particolare da un mondo ecclesiastico che non disdegnava di certo il sesso, che cade in disgrazia durante il Sacco di Roma del 1527 ed è costretta a lasciare la Città eterna alla volta di Venezia, dove cercherà notizie della madre, ma dove si troverà coinvolta in furti, intrighi e nela caccia alle streghe.
Questa epopea di una donna in cerca di un suo posto in un mondo in cui fare la cortigiana era una delle poche carriere a loro concessa è raccontata dal punto di vista dell’uomo più improbabile ma nello stesso tempo più fedele della vita di Fiammetta, il nano Bucino, tra fasti e crudeltà, peripezie e momenti di gloria.
Ancora una volta Sarah Dunant ricostruisce in maniera efficace ed appassionante il Rinascimento, s partire dal mondo delle cortigiane, cantate non sempre in maniera lusinghiera dai poeti e ritratte dai pittori, ma anche dal microcosmo di due città, Roma che vide una battuta d’arresto al suo splendore con il Sacco del 1527 salvo poi riprendersi in epoca barocca, e Venezia, allora forse la vera capitale della pensila italica.
Sarah Dunant non sceglie di raccontare di principi e cardinali, ma di figure marginali, vicine ai potenti ma purtroppo non abbastanza protette dai medesimi per cadere in disgrazia, donne e freaks come Bucino, al centro di un universo bohèmien ante litteram, tra pittori, poeti, streghe, prostitute, bigotte e mercenari, restituito con vivacità e modernità senza snaturare il contesto.
Fiammetta Bianchini non è un personaggio reale anche se è vicino senz’altro a tante cortigiane rimaste magari volti anonimi e celebri solo grazie ai quadri, come non lo è Bucino, comunque basato sui tanti nani che divertivano le corti e i palazzi nobilari, sulla base di una moda che veniva dalla Spagna: Sarah Dunant ha voluto dare un nome e una storia alla bellissima Venere di Urbino di Tiziano, e nelle pagine del suo libro compare appunto Tiziano come figura reale, oltre allo scandaloso Pietro l’Aretino, poeta dissacrante che usava le tematiche sessuali come simbolo di eversione.
La cortigiana è un ritratto irresitibile di una donna e di un’epoca, una storia limite nelle miserie e negli splendori umani capace di affascinare il mondo di oggi, che del Rinascimento può ancora per fortuna ammirare parecchi capolavori.

Sarah Dunant, La cortigiana, Beat 10 euro

Sarah Dunant è l’autrice di The Birth of Venus e The Company of the Courtesan, due romanzi storici ambientati rispettivamente nella Firenze dei Medici del 1490 e a Roma e Venezia tra il 1527 e il 1530. Con Le notti al Santa Caterina completa il suo ciclo narrativo dedicato a un secolo della storia d’Italia. Sarah Dunant ha studiato a Cambridge, ha lavorato a lungo per la BBC, insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze.