“L’ho trovato in salotto, stravolto. Singhiozzava come un ragazzino. E’ stato solo un brutto episodio, mi sono detta. Con l’arrivo del bambino cambierà tutto. E invece è stato come aprire le porte dell’inferno. Non era violento solo con le botte. Anche con le parole era in grado di ferirmi profondamente”. (Giovanna, psicologa, quarantaquattro anni, una figlia)
Sono storie di donne violate e maltrattate quelle raccontate in questo libro realizzato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera: nel loro blog La 27esima ora, in cui affrontano ed approfondiscono temi sociali, hanno trovato ospitalità anche le voci di coloro che hanno conosciuto sulla propria pelle il dramma e la sofferenza del non amore.
Venti storie narrate in prima persona dalle vittime e dagli operatori del settore (magistrati, medici, avvocati, criminologi, forze dell’ordine), tutti convolti loro malgrado nel vortice di quella violenza di “genere” che colpisce indiscriminatamente donne di ogni età e condizione sociale ed economica. Una furia cieca e primitiva che dall’uomo, anche il più insospettabile, si riversa sulla compagna lasciandola sgomenta e prigioniera di un rapporto malsano da cui difficilmente riesce a liberarsi.
La pressione psicologica esercitata dal carnefice è tale da condannare la moglie, fidanzata, figlia, all’immobilismo e alla rassegnazione. Il senso di colpa e quello di inadeguatezza impediscono infatti alla vittima di ribellarsi ad anni di tormenti e soprusi, nell’attesa di un cambiamento che non arriverà mai. Quando l’aggressività raggiunge livelli non più gestibili, solo allora la donna cerca una via d’uscita che spesso fatica a trovare, complice un sistema non ancora pronto ad accogliere e a proteggere tutte coloro che decidono di denunciare.
Nonostante le numerose strutture presenti sul territorio nazionale (centri d’ascolto, centri antiviolenza, associazioni e case d’accoglienza), le stesse si rivelano tuttavia insufficienti a dare un rifugio alle vittime che, ogni giorno, decidono di abbandonare l’inferno.
Come denuncia Annamaria Gatto, magistrato di Milano, la società ha fatto dei passi indietro rispetto al dramma che vivono molte donne: un problema che riguarda l’intera collettività e non solo i diretti interessati.
“Quando si offre il corpo femminile come fanno certe pubblicità, senza significato, senza scopo, come oggetto di consumo in sé, questo è uno di quei famosi passi indietro della società” e aggiunge “Non è una violenza chiusa nella famiglia. Secondo me, è la società che ha un sovraccarico di violenza”.
Ed è proprio l’incapacità di cogliere le richieste di aiuto che le donne maltrattate – giunte in ospedale o addirittura in un posto di polizia – timidamente rivolgono agli operatori, una delle ragioni della difficoltà di uscire definitivamente dalla prigione di botte e minacce in cui vivono da anni. Complice anche il silenzio delle famiglie:
“Laddove c’è violenza in famiglia c’è solitudine, una rete parentale o amicale poco presente, sconcertante scarsità di relazioni umane. I contesti sono poverissimi di supporto emotivo, anche nel caso di sorelle o madri. Le famiglie sono dichiaratamente ostili, chi denuncia rompe uno schema. Le famiglie non vogliono ascoltare. Così le donne non sanno a chi e dove rivolgersi” (Simona Gianangeli, avvocata, L’Aquila).
Le vittime spesso si portano dietro un bagaglio di omertà e di pregiudizi ereditato dalle proprie famiglie. Il rifiuto di denunciare il proprio aguzzino o di ritirare le denunce subito dopo averle presentate, trova origine proprio nella convinzione profonda che il ruolo della moglie o della compagna deve essere di fedeltà incondizionata e sottomissione all’uomo che, come tale, deve essere compreso e perdonato. E’ un’idea così radicata da rendere il lavoro delle forze dell’ordine, dei medici, degli assistenti sociali o dei magistrati molto complesso.
“Ho scoperto solo dopo anni che quel mio volermi accucciare accanto a un uomo è un mio problema antico: riproducevo ed ereditavo l’atteggiamento arcaico di mia madre e, a sua volta, di mia nonna, che fino all’ultimo si era fatta picchiare da mio nonno, mentre lui le urlava in faccia: – Non sai fare niente, sei un’incapace”. (Maria, trentanove anni, da due è separata dal marito, che a lungo le ha negato gli alimenti. Hanno due bambine che fanno fatica ad avere una relazione con il padre).
Significativo è il punto di vista di coloro che, per il loro lavoro, hanno avuto contatti con donne maltrattate: si tratta di testimonianze lucide e oggettive delle vicende di cui sono stati testimoni. Ne discende un quadro ancora più drammaticamente doloroso di quello raccontato dalle singole vittime. Risulta infatti molto difficile agli operatori rimanere indifferenti alle storie delle denuncianti: più facile invece essere trascinati dentro l’orrore che ha segnato irrimediabilmente la vita di queste persone.
“Inutile negare che per noi della task force questi incontri non sono macigni. Ci restano dentro, soprattutto quando una donna appena maltrattata si ferma il tempo della medicazione e poi ha fretta di tornare dal fidanzato, dal marito. Se le pazienti chiedono di andare, devo lasciarle andare. Ogni volta che escono dalla stanza, le saluto sperando di non vederle più. Ma so che torneranno: è così nell’ottanta per cento dei casi, perché la violenza domestica è un reato reiterato”. (Vittoria Doretti, medico cardiologo, Grosseto).
Questo non è amore, edito da Marsilio, è un libro importante. Un altro, certo, sulla violenza di genere, ma proprio per questo fondamentale per mantenere viva l’attenzione su un problema che, per i suoi numeri, si sta trasformando in una vera e propria piaga sociale che, come tale, non si può e non si deve ignorare. La raccolta di testimonianze rese dalla viva voce delle protagoniste rappresenta un lavoro coraggioso e soprattutto necessario a smuovere le coscienze e a sensibilizzare coloro che ancora giustificano o minimizzano il fenomeno.
“Quando l’hanno seppellita ho capito finalmente quello che il mio cervello si rifiutava di capire, e cioè che non l’avrei rivista mai più, che ero morta anch’io. E anche adesso: sono qui ma sono morta, in questo silenzio affollato di voci, in questa casa che non è più casa e in questa vita che non è più vita. […] Sono arrabbiata, sì. Perché ho sperimentato sulla mia pelle che in questo paese la giustizia ha gli occhi puntati sugli assassini. Ho imparato che una madre senza più sua figlia deve difendersi dalla legge che vuole aiutare a tutti i costi gli assassini. […] Devo stare a guardare lo spettacolo ignobile di un sistema tutto proteso a proteggerlo, a scontargli la pena, a chiedere perizie, controperizie, a ricercare attenuanti per lui. Per l’assassino”. (Clementina Ianniello, madre di Veronica Abbate, uccisa a diciannove anni dall’ex fidanzato, allievo della Guardia di finanza, con un colpo di pistola alla nuca).
La 27esima Ora è curato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera. Il blog si occupa dei temi del femminile nelle loro varie declinazioni ed è un centro di produzione di idee a cui partecipano persone diverse per generazione, interessi, ruolo nel giornale. Le letture dei problemi sociali coincidono con lo spirito di un gruppo che sperimenta strade giornalistiche anomale, vivendo comunque in un grande quotidiano, simile nella sua struttura alla società.
Le autrici devolveranno i loro compensi al Centro Antiviolenza Biblioteca delle Donne Melusine di L’Aquila. http://27esimaora.corriere.it/
Dalla prefazione di Alan D. Altieri
Chi l’ha detto che i romanzi di avventura siano destinati solo ai ragazzi? Alberto Custerlina, classe 1965, autore triestino di pregevoli noir come Balkan bang!, Mano nera e Cul-de –sac, ha da poco infatti pubblicato Il segreto del Mandylion, primo episodio di una trilogia d’avventura a tinte gialle intitolata All’ ombra dell’impero, che comprenderà anche La carovana dei prodigi, in fase di scrittura, la cui pubblicazione è prevista nel 2014 e Enigmi nell’oscurità, titolo provvisorio e in fase di progettazione.
“La forza di Howey sta nei suoi personaggi, nei desideri, diversi eppure familiari, che li animano (…) I vecchi preconcetti sugli ebook sono crollati. Wool spazza via la polvere del passato e rivela una nuova verità. Il suo autore può reggere degnamente il confronto con i colleghi pubblicati tradizionalmente. L’arrivo di Hugh Howey annuncia una nuova era per gli scrittori indipendenti.”
Traduzione di Alice Parmeggiani
Ciao Adrián benvenuto qui a Liberi di scrivere per parlarci del tuo nuovo romanzo, L’albero e la vacca, edito da Nottetempo. Una storia a tratti surreale e fantastica, ma allo stesso tempo ben salda alla realtà per le tematiche familiari che affronta. Protagonista è Adamo,un ragazzino che ama arrampicarsi su un albero di tasso nei giardini pubblici di Recanati e guardare il mondo da lassù.
“La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco. …Le storie sono un resto lasciato dal passaggio”. Sono traccia. Memoria. Fotografia. Segni della punta di uno scalpello nel marmo. Stralci di vita da sottrarre al dimenticatoio del tempo. È con questa consapevolezza che lo scrittore, Erri De Luca, intinge la sua penna di inchiostro e consegna a noi lettori “Storia di Irene”, pubblicata per Feltrinelli. Nei panni di un errante, in terra greca, lo scrittore si improvvisa raccoglitore di storie di cui ne diventa custode e conducente. Solo talvolta va in giro mosso da una valida causa, spronato come il cavallo di Don Chisciotte. È una storia profonda, intensa, simbolica quella che lo scrittore ci racconta; in cui il ricordo dell’autore trova giusta collocazione attraverso l’uso frequente di flashback e digressioni che irrompono come lampi nel cielo e scuotono dal tepore del nostro tempo. Irene, dal greco Ειρήνη che significa pace, è una ragazza di 14 anni. Orfana sin da bambina, ha perso i suoi genitori durante un naufragio e il suo nome è la veste del suo destino. È stata salvata dal mare e dai suoi abitanti. Le onde hanno cullato i suoi pianti; i delfini curato i suoi sorrisi. Per la gente del suo villaggio è sordomuta ma Irene, che di notte vive in mare e di giorno in terra, percepisce e produce vibrazioni. Conosce il linguaggio dei delfini e lo sa comunicare. La storia di Irene è una grande allegoria, richiede lettura e riflessione attente. Il mare è metafora di un mondo più pulito rispetto alla terra – “la terra è alta e bassa non porta pareggio alle sorti. Il mare è più giusto, se un’onda si alza più delle altre, poi scende”. I delfini, sposano perfettamente i concetti di condivisione e fratellanza dove persino nell’accoppiamento non c’è supremazia; abbracciano ciò che gli uomini deridono così quando Irene ha il suo primo sangue, i delfini brindano alla fertilità e alla vita mentre l’uomo ne misura le distanze. Non c’è guerra in mare. La guerra attecchisce quando gli uomini indossano le vesti dell’egoismo, innalzano la bandiera dell’indifferenza e si dimenano in una società che ha perso la bussola dei valori. C’è guerra solo in terra che predichiamo bene un padre nostro imparato a memoria- dacci oggi il nostro pane quotidiano– mentre in un giorno raccogliamo ciò che ci deve bastare a lungo. Il conducente di storie ha bisogno di ripercorrere una strada tortuosa che i critici amano definire una pagina nera della storia d’Italia e del mondo: la seconda guerra mondiale. Così come succede con le scatole cinesi, Storia di Irene, ci regala un altro racconto, questa volta ripescato dalla memoria e dalla pelle di Aldo De Luca, sottotenente degli alpini, nonché padre dello scrittore di cui perpetua il ricordo. “Il cielo in una stalla” sembra essere inserito tra le pagine del libro senza arte ne parte, ma testimonia come la guerra può essere atroce e ridurre la libertà allo spazio minimo di una stalla, la casa perfetta delle bestie da macello, o peggio ancora distruggere i nostri simili per uno stupido concetto di razza. Testimonia come “nel caos ci sia competizione” e ciò che conta è sopravvivere al di là di tutto, al di là di tutti, anche del proprio sangue. Ma è ancora il mare a restituire salvezza, quando Aldo De Luca e altri cinque compagni tra cui un ebro, stretti nel guscio di una barchetta, remano nel lembo di spazio che divide Sorrento da Capri per approdare ad un porto salvifico e regalare quella stessa libertà che appartiene ai delfini o a Don Saverio nelle pagine finali del libro. Don Saverio è il protagonista dell’ultimo racconto prima che lo scrittore lasci spazio ai ringraziamenti: “Una cosa molto stupida”. Sono pagine cariche di tenerezza e tristezza quelle che narrano il microcosmo di Don Saverio che, curvo dal peso dei suoi 81 anni, condivide la muffa di una piccola casa insieme al figlio, alla nuora e al nipote. Don Saverio è pupa in attesa di trasformarsi in farfalla, il suo tempo è breve come il mese di febbraio, freddo come la morte che “ci sta e non te ne accorgi”, la morte di un rispetto ormai andato di cui rimane solo un “voi”, seme vuoto in una terra fertile, che rende stanchi e “sfatti” di vita. Attraverso una prosa quasi poetica, ricca di metafore, similitudini e artefici tecnici, che denotano un attento studio stilistico, l’autore ci conduce a riflettere sui mali che il benessere della nostra società ha generato ponendosi in netta contrapposizione alle semplici leggi della natura. La pace, Irene, non rimane sospesa ma “entra in mare, illesa da lusinghe di futuro…..come un serpente con la vecchia pelle”. Tre storie in tempi e luoghi diversi, uniti da uno stesso filo conduttore, per denunciare il male di una società fagocitata dal suo stesso progresso che paradossalmente ha condotto verso l’ingratitudine e le guerre civili, come quella greca, o militari, come tutte quelle combattute dai nostri avi in nome di principi troppo spesso calpestati dalle braccia corte dell’egoismo e dallo sguardo basso dell’indifferenza. Lì accanto alla pace, siede silenziosa la gratitudine, segno tangibile di una umanità che sa apprezzare la vita come dono e in nome del suo stesso rispetto non uccide quella degli altri ma ne ricerca armonia. Ecco perché il bacio diventa il simbolo assoluto della gratitudine e tutti i protagonisti, puri e illesi, concludono la loro storia con questo gesto. Bacia il mare Irene regalandogli la vita che portava in grembo. Bacia la terra l’anziano che giunge salvo a Capri. Bacia la mandorla Don Saverio, seme di vita che rinasce in corpo. Bacia la Grecia e la sua lingua Erri De Luca che salda il suo debito greco. Bacio la storia, io, che ha accompagnato il mio tempo e lasciato il suo segno.
Esce in Italia il 14 novembre, sempre per Garzanti, il nuovo fantasy della britannica Joanne Harris, Le parole di luce (Runelight, 2011), seguito di Le parole segrete (Runemarks, 2007), e ve ne parlo essenzialmente perché la Harris è un’ autrice che ho molto amato, soprattutto per Chocolat, forse il suo romanzo più famoso, grazie anche all’eco del film diretto da Lasse Hallström con Juliette Binoche e Johnny Depp. Come sapete leggendo il mio blog non leggo di norma fantasy, non perché la consideri unicamente letteratura per ragazzi, come fanno alcuni, ma perché mi è capitato di accostami al genere e perdere diciamo slancio a causa di ridde di personaggi eccentrici (streghe, stregoni, fate, gnomi, giganti) e trame complicate e appunto fantasiose, o troppo fantasiose, di cui per pigrizia, forse, perdevo molto spesso il filo. Ho provato, lo giuro, in gioventù a leggere Lo Hobbit o Il Signore degli anelli, ma non ce l’ho proprio fatta. Forse mi difetta la fantasia, chissà. Strano però, che con la fantascienza non mi succeda. Tornando a noi, amo la Harris per cui se avrò modo tenterò di avvicinarmi di nuovo al fantasy grazie ai suoi libri. La serie delle Rune comunque andrebbe letta con ordine, quindi se potete procuratevi anche il libro precedente Le parole segrete. Per chi invece attendeva questa uscita segnalo la trama. Buona lettura.
Dopo il successo di Niente lacrime per la signorina Olga
L’idea è interessante: improvvisamente un giorno “sparisce” dal calendario. Esatto, sparisce. Il 13 marzo 2007 viene cancellato dalla memoria del mondo: in quel giorno nessuno è nato, morto, si è sposato o ferito. Nessuno ricorda quel giorno, nessun giornale è uscito, nessuno ha scritto qualche pagina del suo blog. C’è da uscire pazzi, pensa Valerio Malerba, scrittore e studioso di storie sovrannaturali, che si è reso conto di questa anomalia. L’unico indizio che può aiutarlo a risolvere questo enigma è una videocassetta (indizio vintage, ci verrebbe da dire) che sembrerebbe girata proprio in quella data. Siamo a Roma, ma tutto è molto confuso, sfumato, finché l’immagine si sofferma su una creatura, un uomo che però ha gli occhi quasi bianchi. Poi l’immagine torna sullo sfondo finché appaiono loro. Malerba — che potrebbe benissimo essere uscito da una delle tante trasmissioni sul mistero che si vedono in televisione — si immerge così in un incubo dai contorni sfocati, in un mondo oscuro e misterioso ed arriverà a scoprire una città sotterranea dove gli adepti hanno riportato in vita dei culti antichi, quello di Mitra e soprattutto di Mater Matuta, entità terribile e crudele.
Vi annuncio l’uscita – dal prossimo 7 ottobre – della nuova edizione selleriana di “Luna bugiarda” di Ben Pastor, la prima inchiesta sul fronte italiano di Martin Bora (Veneto, inverno 1943). Si tratta di un romanzo uscito per la prima volta in Italia ormai una decina di anni fa (ma nella cronologia finzionale del ciclo si colloca 3 anni dopo “Lumen” e pochi mesi dopo la fine de “Il cielo di stagno”, quando Martin viene trasferito dal fronte russo a quello italiano); per l’occasione l’autrice ha rivisto il testo, ampliandolo e integrandolo con qualche nuovo passaggio, osservazione e digressione, e con una serie di personaggi che poi ritorneranno ne “La Venere di Salò” (di prossima ri-pubblicazione da Sellerio).
























