Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Il giorno rubato di Marco De Franchi (La Lepre edizioni, 2013) a cura di Marco Minicangeli

1 ottobre 2013

copertinaBig_0076L’idea è interessante: improvvisamente un giorno “sparisce” dal calendario. Esatto, sparisce. Il 13 marzo 2007 viene cancellato dalla memoria del mondo: in quel giorno nessuno è nato, morto, si è sposato o ferito. Nessuno ricorda quel giorno, nessun giornale è uscito, nessuno ha scritto qualche pagina del suo blog. C’è da uscire pazzi, pensa Valerio Malerba, scrittore e  studioso di storie sovrannaturali, che si è reso conto di questa anomalia. L’unico indizio che può aiutarlo a risolvere questo enigma è una videocassetta (indizio vintage, ci verrebbe da dire) che sembrerebbe girata proprio in quella data. Siamo a Roma, ma tutto è molto confuso, sfumato, finché l’immagine si sofferma su una creatura, un uomo che però ha gli occhi quasi bianchi. Poi l’immagine torna sullo sfondo finché appaiono loro. Malerba — che potrebbe benissimo essere uscito da una delle tante trasmissioni sul mistero che si vedono in televisione — si immerge così in un incubo dai contorni sfocati, in un mondo oscuro e misterioso ed arriverà a scoprire una città sotterranea dove gli adepti hanno riportato in vita dei culti antichi, quello di Mitra e soprattutto di Mater Matuta, entità terribile e crudele.
A dire il vero Malerba non è che sembra avere tutta questa voglia di mettersi a scavare, anche perché è convalescente dopo un piccolo infarto. A convincerlo però è la sua agenda che al 12 marzo riporta una nota: “Sara. Domani?”. Quel giorno però non è mai giunto.
Libro intrigante Il giorno rubato, ben scritto anche se la carne al fuoco è tanta ed in questi casi il rischio è quello di fare indigestione. Il ritmo è comunque sostenuto e l’autore si  destreggia abbastanza bene gestendo con sapienza il mistero che avvolge tutta la narrazione. Buona prova.

Marco De Franchi (Roma, 1962) ha pubblicato racconti in riviste come L’Eternauta, Weird Tales e M-Rivista del Mistero e in antologie per Mondadori, Newton Compton, Meridiano Zero, Addictions, Alacràn, Flaccovio e altri. È stato soggettista e sceneggiatore di fumetti per testate come Lanciostory e Skorpio. Nel 2008 ha pubblicato per Barbera Editore il romanzo noir La Carne e il Sangue. È stato finalista ai premi Tolkien di narrativa fantastica e Ormegialle di nar­rativa gialla e noir. È stato tradotto in Francia per la rivista di narrativa fantastica Antares.

:: Segnalazione di Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013)

30 settembre 2013

8. cover SELLERIOVi annuncio l’uscita – dal prossimo 7 ottobre – della nuova edizione selleriana di “Luna bugiarda” di Ben Pastor, la prima inchiesta sul fronte italiano di Martin Bora (Veneto, inverno 1943). Si tratta di un romanzo uscito per la prima volta in Italia ormai una decina di anni fa (ma nella cronologia finzionale del ciclo si colloca 3 anni dopo “Lumen” e pochi mesi dopo la fine de “Il cielo di stagno”, quando Martin viene trasferito dal fronte russo a quello italiano); per l’occasione l’autrice ha rivisto il testo, ampliandolo e integrandolo con qualche nuovo passaggio, osservazione e digressione, e con una serie di personaggi che poi ritorneranno ne “La Venere di Salò” (di prossima ri-pubblicazione da Sellerio).

Luna bugiarda è il secondo romanzo del ciclo che la scrittrice italoamericana Ben Pastor ha dedicato al personaggio di Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. Siamo nell’autunno del 1943, nel pieno del conflitto e il maggiore della Wermacht Martin Bora, da poco rientrato dalla missione in Russia, riceve un nuovo incarico. Viene dislocato in Italia settentrionale, in una località del Veneto, nei pressi della città di Verona. In settembre però l’auto su cui viaggiava viene colpita dai partigiani. Bora riesce a sopravvivere ma viene gravemente ferito. Menomato della mano sinistra, ma dotato di una volontà di ferro, continua a svolgere il suo incarico. Pattuglia il territorio e sostiene gli altri reparti coinvolti nell’impegno bellico in Italia. La milizia fascista chiede il suo intervento per cercare di fare luce sulla morte di Vittorio Lisi, membro del Partito Nazionale Fascista deceduto in circostanze da chiarire. Quello che a prima vista sembra un incidente, in realtà potrebbe nascondere un efferato omicidio. Bora, su pressione dei suoi superiori, inizia ad indagare sul fatto, coadiuvato nelle indagini dall’ispettore di polizia Sandro Guidi. Nonostante le differenze caratteriali, tra i due si instaura un rapporto di amicizia. Cercando informazioni relative alla vita privata dell’uomo, emergono alcuni elementi che sembrano ricondurre a una donna. Vittorio Lisi, infatti, nonostante fosse in sedia a rotella, era un donnaiolo. E’ stata Claretta, ex moglie di Lisi, a compiere il delitto oppure il colpevole è da ricercarsi in altri ambienti? Luna bugiarda, di Ben Pastor, è un giallo che si sviluppa sugli scenari di un’Italia sotto l’occupazione nazista.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di Caffè Babilonia di Marsha Mehran (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

29 settembre 2013

caffe_babiloniaQuando nella nostra routine quotidiana irrompe il “diverso” tutto si scompiglia, ci sentiamo impacciati e non sempre riusciamo a comprendere chi viene da un cultura differente da quella nella quale siamo nati e cresciuti.  Lo stesso stato di disagio e anche di paura atavica si sviluppa tra la gente di Bellinacroagh, un piccolo villaggio irlandese, quando nei primi anni ’80 del Novecento arrivano tre ragazze persiane. Marjan, Bahar e Layla sono tre sorelle scappate dall’Iran khomeinista per salvarsi da una vita di soprusi e oppressione. In Irlanda sperano di potersi ricostruire un vissuto nuovo aprendo nell’ex panetteria di Delmonico un ristorantino di cucina persiana: il Caffè Babilonia. Fatica, difficoltà e ostacoli si mettono sul cammino delle tre sorelle che sforneranno –assieme a squisite prelibatezze – tutto il loro coraggio e tenace attaccamento alla vita per sconfiggere i demoni del passato e i tanti preconcetti della gente nel presente. Caffè Babilonia della Mehran è una storia di donne unite da un profondo legame di sangue e da un vincolo di complicità che le rende i tre ingredienti fondamentali di un solo piatto rappresentato dalla voglia di vivere in serenità e riscattarsi. Il romanzo mi ha incuriosito e conquistato fin dalla prima pagina, in quanto non si limita a raccontare i sentimenti delle persone. L’autrice va oltre la superficie e scava dentro alle psicologie delle tre protagoniste e dei loro comprimari dandoci uno sguardo a 360° sui diversi tipi umani che potremmo incontrare sul nostro cammino. Ad esempio c’è Estelle Delmonico, la vedova che vende la ex panetteria alla tre giovani Aminpuor. La donna è l’incarnazione della vedova che vede nelle tre sorelle iraniane le figlie che non ha mai avuto e che ora può aiutare e amare. Significativa è la presenza di Malachy McGuire, figlio del burbero Thomas. Lui è un ragazzo gentile, innamorato di Layla, rispettoso, educato ed è così diverso dal padre che ci si domanda come sia possibile il legame tra loro. Caffè Babilonia è uno sguardo lucido sul piccolo mondo di provincia nel quale le sorelle si sono stabilite per trovare il loro nuovo “paradiso”, solo che il pregiudizio e gli inutili pettegolezzi renderanno l’accesso alla meta un vero e proprio cammino pieno di ostacoli e pericoli. Allo stesso tempo la Mehran scrive una vicenda umana nella quale le tre Aminpuor con la loro onesta semplicità di comportamento provocheranno vere e proprie epifanie in alcuni dei protagonisti che compaiono durante la narrazione. Tra di loro c’è lo scontroso Thomas  McGuire Senior, pronto a tutto pur di impedire alle tre ragazze di lavorare nel piccolo paesino della irlandese, dove lui vuole continuare mantenere l’assoluto monopolio sulle attività commerciali. Poi, un imprevisto evento lo porterà a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento verso la vita. Il destino riserverà la stessa sorte a suo figlio Tom McGuire Junior. A conseguenza di un‘impulsiva azione e dell’incontro ravvicinato con il poveraccio del paese, il filosofo arrivato dall’Est Europa soprannominato Gatto, lo sbruffone ed irruenta la testa calda cambierà per sempre, comprendendo che la sua vita fatta di eccessi non è la migliore via per relazionarsi agli altri. Poi, nel vorticoso turbine di eventi c’è l’interessante apertura di ogni capitolo costituita da ricette persiane che non sono messe lì a caso, solo per farci conoscere la cucina dell’Iran. Ogni piatto citato entra nella storia e nelle vite di Marjan, Bahar, di Layla e della gente di Bellinacroagh e nella esistenza dei lettori, con l’intento di raccontarci un pezzo di vita altrui e aiutarci ad avere meno paure verso tutto ciò – persone e cose – diverso da noi.

Marsha Mehran ha lasciato l’Iran durante la rivoluzione khomenista e si è rifugiata con la sua famiglia in Argentina. A Buenos Aires i suoi genitori hanno aperto un caffè mediorientale, mentre lei studiava in un’università provata scozzese. Neri Pozza ha pubblicato Pane e acqua di rose e Istituto di bellezza Margaret Thatcher.

:: Segnalazione di Doctor Sleep di Stephen King (Scribner, 2013)

27 settembre 2013

doctor-sleepNon si può dire che il buon vecchio Stephen King se ne stia con le mani in mano a vedere moltiplicarsi le percentuali delle royalty al sicuro del suo mito. No signore, il vecchio sovrano (ha più l’aria di un pirata, ma non importa), nato a Portland ormai nel lontano 1947, dopo averci intrattenuto quest’estate con Joyland (Sperling e Kupfer, 2013), storia di fantasmi e luna park, si è messo in testa di pubblicare il seguito di Shining.
Direte voi: chi glielo fa fare? L’amore del rischio? Il sentirsi invincibile? L’affetto per i suoi lettori curiosi di sapere come sarebbe stata la vita adulta del piccolo Danny? A sentire lui è buona quest’ultima motivazione e così ecco a voi Doctor Sleep, pubblicato da Scribner e appena arrivato in tutte le librerie d’America, preceduto da ottime recensioni sui principali giornali d’oltre oceano.
Da noi arriverà all’inizio del 2014, sempre per Sperling & Kupfer, (devo ricordarmi di chiedere a Giovanni Arduino a che punto è con la traduzione), e per chi non resistesse fino ad allora è già disponibile una versione kindle, naturalmente in lingua originale, ad un prezzo un po’ salatino a dire il vero. Alcuni non hanno resistito e l’hanno preso, e infatti sono già presenti in rete commenti e recensioni, a dir il vero lusinghiere come questa che potete leggere qui sul blog Parietaria Officinalis.
Io devo ancora leggere Joyland, e lo farò tra breve, aspetto solo un sms sul cellulare dalla mia biblioteca, poi mediterò il da farsi. Forse aspetterò o forse mi fionderò alla Luxenburg qui a Torino, dove i ben informati mi dicono che già ci sia al costo di 26 Euro e rotti. Certo che scrivere il seguito di un romanzo diventato una pietra miliare del thriller horror, grazie anche alla magistrale riduzione cinematografica di Kubrick (ma non ditelo al Re), è una bella sfida, e per tentarla ci vuole un soffio di sana follia.
Comunque a King a quanto pare non difetta il coraggio, sebbene sia stato colto da una sana apprensione, e ha tentato giocandosi la carta più alta, scrivere un romanzo del tutto diverso da Shining, ma altrettanto o forse più spaventoso a detta sua e dei critici. In onore di questo libro King farà anche un tour in Europa, a novembre infatti dovrebbe dividersi tra Parigi, Monaco e Amburgo, sul suo sito troverete le tappe.
Che dire di più, la curiosità c’è, le premesse sono incoraggianti e King è sempre il Re anche se questo libro fosse un flop di proporzioni bibliche, per cui: Danny, dove sei? Dove ti sei nascosto? Apri la porta…

:: Segnalazione di Sugarpulp Festival 2013

26 settembre 2013

Sugarpulp-Festival-Logo-2013Dal 2 al 6 ottobre Padova apre le porte al Sugarpulp Festival 2013 al Centro Culturale San Gaetano in una tre giorni di incontri, tavole rotonde, feste, proiezioni, presentazioni, mostre, eventi, premi letterari e contest videoludici. Per il terzo anno consecutivo grazie all’Associazione Culturale Sugarpulp (www.sugarpulp.it) e con il Patrocinio del Comune di Padova e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, il Sugarpulp Festival darà spazio alla cultura all’insegna del divertimento e di un approccio assolutamente positivo e informale alla lettura e alla letteratura. Dopo due edizioni all’insegna del grande noir internazionale il tema centrale di questa terza edizione sarà la Narrativa di Genere, per un viaggio alla sua (ri)scoperta delle Culture Pop.

Tutti gli ospiti della sezione BOOKS

Tullio Avoledo, Nicolai Lilin, Massimo Carlotto, Tim Willocks, Elisabetta Bucciarelli, Irene Cao, Gianni Biondillo, Marcello Simoni, Simone Sarasso, Marilù Oliva, Giuliano Pasini, Francesca Bertuzzi, Matteo Righetto, Matteo Strukul, Pierluigi Porazzi, Simone Marzini, Carlo Callegari, Stefano Piedimonte, Nicola Skert, Tina Cacciaglia e Cristina Lattaro.

Tutti gli ospiti della sezione COMICS

Roberto Recchioni, Giuliano Piccininno, Silvia Ziche, Stefano Tamiazzo, Angelo Bussacchini, Officina Infernale, Alessandro Lise e Alessandro Gottardo.

Tutti gli ospiti della sezione SPECIAL GUEST:

Roberta Bruzzone, Luca Crovi, Vittorio Bustaffa, Marco Piva Dittrich, Giorgio Finamore, Dusty Eye, il Prof. Alchemist e Il Duca di Baionette (Marco Carrara).

Il Festival si snoderà tra le vie del centro storico della città di Padova e avrà come cuore pulsante il Centro Culturale San Gaetano/Altinate, il centro culturale più grande d’Europa.

L’ingresso a tutti gli appuntamenti è gratuito tranne che per i workshop e le cene che saranno a pagamento e per cui è obbligatoria la prenotazione attraverso il sito http://festival.sugarpulp.it

Tutti i dettagli sul festival e il programma completo sono disponibili sul sito ufficiale dell’evento: http://festival.sugarpulp.it

:: Recensione di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi (Ponte Sisto, 2013)

26 settembre 2013

Casilina copVisitai Roma un secolo fa, nei tardi anni Ottanta: enorme periferia grigia e desolata, strade congestionate dal traffico, resti di vestigia romane abbandonate all’incuria con scritte spruzzate dalle bombolette, venditori abusivi in unte roulotte senza targa, gente ferita e sanguinante che aspettava alle fermate dell’autobus nell’indifferenza generale. Le cose sono cambiate oggi, migliorate oserei dire, perdonatemi quest’ottimismo, più attenzione ai parchi e al verde, ai monumenti, si potrebbe fare di più, ma è già qualcosa.
Chi conosce Roma o è curioso di conoscerla filtrata dalla letteratura, una lente di ingrandimento non troppo deformante della realtà, anche nelle sue derive più surreali, troverà interessante la lettura di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, edito da una piccola casa editrice romana, la Ponte Sisto editore. Enrico Astolfi, romano d’adozione, classe 1976, è uno scrittore interessante, già autore di opere come Palude e La ballata del Tocororo, romanzo surreale scritto a  quattro mani con Lorenzo Mazzoni, che qui si cimenta in un noir metropolitano, contaminato di realismo e sporca poesia nata dalla quotidianità.
Pensare al cantore d’eccellenza delle borgate romane è quasi un tributo automatico, anche se la poetica pasoliniana forse resta sullo sfondo nel tentativo di attualizzare un mondo in continuo mutamento. Astolfi cerca di parlare della Roma di oggi, connotandola con le contraddizioni e i contrasti di una periferia sfregiata da abusivismo, palazzine sovraffollate, microcriminalità diffusa, che pur tuttavia conserva un humus autenticamente romano e fatalista.
Protagonisti del romanzo due personaggi, diametralmente diversi, quasi l’uno l’antitesi dell’altro. Franco, piccolo criminale da strapazzo, appena uscito di galera, estraneo in una realtà di borgata che stenta a riconoscere. Roy Van Persie, generoso, altruista, estraneo anch’egli, perché autenticamente straniero, giunto in Italia dall’Olanda per svolgere il suo servizio come volontario in un’ associazione che aiuta i randagi. Il senso di estraniamento, è infatti comune ad entrambi i personaggi: Franco si perde in sé stesso, nella sua mente danneggiata; Roy nella città, dedalo di strade e di quartieri, metafora di una perdita di orientamento e consapevolezza. Si incontreranno e la follia e la violenza che giace sopita come un’animale in letargo, lascerà il suo segno.
Casilina. Ultima fermata sarà in libreria in questo fine settimana ed è bello che una piccola casa editrice come la Ponte Sisto creda e dia voce ad un autore come Enrico Astolfi che con questa opera si avvicina al noir con una certa originalità. Diversi i punti di vista, composita la struttura narrativa. Incipit ed epilogo si sovrappongono in una struttura quasi circolare, dominata da toni colloquiali, frammenti di dialetto romanesco, quotidianità mista a normalità e follia.
Il personaggio Roy Van Persie sicuramente è quello che catturerà maggiormente le simpatia del lettore, ma anche il suo specchio distorto, Franco, pur con i suoi limiti e la sua negatività non lascia indifferente. Due bei personaggi, ben costruiti, psicologicamente credibili, capaci di portare il lettore all’epilogo finale, che come in ogni noir che si rispetti non porta né consolazione né luce dopo il buio. Da leggere.

Astolfi Enrico, è nato a Magenta(MI) nel 1976, ferrarese di adozione. Funanbolo dei lavori precari. Per anni lavora come freelance nel settore audiovisivo, realizzando video commerciali, documentari, spots pubblicitari, videopromozioni, clips musicali. Dal 2000 scrive racconti brevi pubblicati sul web. Collabora con riviste e fanzines clandestine. Nel 2004 segue il corso RAI SCRIPT di perfezionamento di scrittura televisiva e cinematografica. Dopo il corso scrive, per alcuni mesi, i dialoghi di una soap opera della quale non si può fare il nome. Lavorava in nero. Ormai trasferitosi a Roma, lavora nel sociale come operatore in un centro di accoglienza per minori. Scrive di notte. Ha pubblicato tre romanzi Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo ( couatore Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara).

:: Segnalazione di Lettere dalle Hawaii di Mark Twain (Cavallo di Ferro, 2013)

23 settembre 2013

Cover_HawaiiLettere dalle Hawaii
di Mark Twain
Letters from Hawaii –traduzione di Virna Conti,
a cura di Alessandro Gebbia e Virna Conti

Nel 1866, il “Sacramento Daily Union” è il più antico giornale a ovest del Mississippi. Sacramento è allora una città in forte ascesa economica e demografica, desiderosa di affermarsi al pari, se non di più, della non lontana San Francisco, e dunque estremamente attenta nei confronti dell’Oriente, quale altrove verso cui espandere – in linea con tutto il resto degli Stati Uniti – i propri interessi politici e commerciali. Tale espansionismo necessita del supporto (e della giustificazione?) di un immaginario collettivo ad hoc che canalizzi motivi di curiosità e seduzione: l’Oriente come uno sterminato Eden esotico adesso non più così distante, ma anzi finalmente accessibile. L’alfabetizzazione al verbo espansionista viene svolta principalmente dagli organi di stampa che, con particolare immediatezza, fanno breccia sull’opinione pubblica più acculturata, guadagnandone il consenso.
Il “Sacramento Daily Union” decide che è arrivato il momento giusto per spedire sull’arcipelago delle Hawaii – emblema perfetto di quell’altrove che deve essere raccontato ai cittadini californiani e quindi americani – un energico, giovane e promettente cronista.
Quel cronista è Mark Twain, viaggiatore come pochi del suo tempo, nonché scrittore votato al movimento.
Dal marzo al luglio del 1866, Twain, poco più che trentenne, vivrà alle Hawaii, territorio tra i più isolati del mondo, a quasi 4000 km dalla costa americana.
Da lì Twain scrive per il giornale californiano 25 lettere che offrono uno sguardo affascinante e affascinato sulle Hawaii del XIX secolo, ancora legate ad antiche tradizioni e avvolte nella magnificenza tropicale, quando l’influenza della cultura americana era pressoché inesistente e le isole non appartenevano agli Stati Uniti. È proprio mentre quest’ultimi, assieme a Francia e Inghilterra, si contendono l’egemonia della zona e mentre i nativi cominciano a misurarsi con la decadenza dovuta al dilagare delle malattie e alle pressioni esterne che si dispiega il racconto di Twain.

[…] pur ponendosi in atteggiamento critico di fronte all’ancestrale cultura degli hawaiani, Twain non sa sottrarsi al fascino di queste isole […]; si meraviglia di certe usanze tribali del passato ma non si sente di ripudiarne la diversità; rimane in tutti i sensi un inguaribile romantico eppure non riesce a evitare di essere il cantore di un capitalismo sempre più dominante e pervasivo; appare un osservatore del vecchio e agisce da anticipatore del nuovo.

(Dall’introduzione di Alessandro Gebbia)

Le lettere descrivono la potenza dell’impatto naturalistico che le isole esercitano sugli stranieri, il paesaggio incontaminato, dunque – la vegetazione lussureggiante, i vulcani, le valli, le spiagge, il mare –, il clima, la popolazione – i nativi ma anche i capitani di navi, i turisti, i missionari –, i quartieri, le infrastrutture, la politica, l’economia, la storia, la religione, i costumi. Tutto diventa oggetto d’osservazione e materia letteraria per Twain.
Se è vero, come sostiene Hemingway, che la narrativa americana nasce con Le avventure di Huckleberry Finn (1884), è altrettanto vero, come dimostrano le Lettere dalle Hawaii (1866) che, prima ancora, Twain è l’ideatore del giornalismo americano. Un genere letterario completamente nuovo e originale non solo per gli argomenti – la conquista del West, la febbre dell’oro, lo sviluppo della costa occidentale, il sorgere di una nuova economia e di una politica espansionistica sempre più agguerrita – e per lo stile, dettagliato, ironico, diseguale, ma soprattutto per la lingua, ricca di trovate, neologismi e innovazioni sintattiche, destinata a porsi quale fondamento della lingua americana moderna.
La prima persona delle Lettere conferisce una prospettiva squisitamente autobiografica, la cronaca giornalistica emerge negli approfondimenti e nei commenti – in specie economici e politici – dallo scopo prontamente informativo; tuttavia l’estro letterario di Twain non è affatto sacrificato, anzi, lo scrittore non perde occasione di insinuarsi nella cronaca divertendo il lettore e sollecitandone la meraviglia. Twain passa dall’ironia ciarliera e piena di brio del reportage di viaggio, alla causticità dei momenti di noia, fino alla distaccata asciuttezza dei resoconti sugli aspetti commerciali.
Il soggiorno alle Hawaii rappresenta un punto di svolta nella vita dello scrittore: l’avvio della carriera giornalistica, il successo tra il grande pubblico (grazie anche all’attività assai remunerativa di conferenziere che lo avrebbe reso uno degli oratori dell’epoca maggiormente richiesti e applauditi) e, di lì a poco, la stesura dei grandi romanzi.
Le isole conquistano Twain istantaneamente perché altrettanto istantaneamente egli capisce che non sono soltanto un luogo incantevole, bensì sono un luogo unico al mondo.
Ogni scrittore ha un luogo dell’anima, quello di Mark Twain fu l’arcipelago delle Hawaii: le immagini del cratere di Diamond Head, le baie, la brezza delle onde non smisero di alimentare in lui una saudade mai sopita. Dopo la partenza, il sogno di Twain fu sempre quello di tornare alle Hawaii per trascorrervi la vecchiaia, ma ciò non accadde più.
Numerosi osservatori contemporanei hanno continuato a interrogarsi sull’attrazione e la malìa dell’arcipelago delle Hawaii rispetto ad altri luoghi dal clima caldo ma nessuno di loro ha saputo spiegarlo come Mark Twain nelle sue Lettere dalle Hawaii.

Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, Missouri 1835 – Redding, Connecticut 1910), è uno dei padri indiscussi della letteratura nordamericana. Appena dodicenne comincia a lavorare come tipografo, per poi diventare apprendista pilota lungo il fiume Mississippi (dove la sua famiglia si è intanto trasferita), esperienze che si rivelerà tra le più formative della sua vita. Fu proprio dal gergo dei battellieri che derivò lo pseudonimo “mark twain”, cioè “marca due”, espressione che indica la profondità dell’acqua di due braccia. Giornalista e conferenziere vivace, Twain è autore di circa 50 opere, fra romanzi, racconti e saggi. I suoi capolavori, Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, sono legati al mondo dell’infanzia ma non possono non ricordarsi anche Il principe e il povero, Vita sul Mississippi, Un americano alla corte di re Artù e Seguendo l’equatore. Lettere dalle Hawaii viene tradotto per la prima volta in italiano per i tipi dell’editore Cavallo di Ferro.

:: Segnalazione di Dieci piccoli enigmi di Raffaella Ferrari (Edizioni SBF Narcissus, 2013)

23 settembre 2013

dieci-piccoli-enigmi-copertinaDieci storie, dieci misteri e un unico filo conduttore: l’imprevedibile. Perchè il prevedibile non si realizza quasi mai e l’inatteso sempre…

Dieci brevi racconti gialli in cui mistero e imprevedibile sono i veri protagonisti.

– Un uomo strano, deriso da tutti, che si nasconde in una grande villa e una giovane giornalista coraggiosa che, penna alla mano, si avventura in un’oscura storia dai contorni evanescenti, perché quello che è, raramente è quello che sembra.

– Un messaggio nella notte, lasciato scivolare sotto la porta di una stanza d’albergo. Ma la stanza è quella sbagliata. Troppo tardi per rimediare all’errore e chi non c’entrava nulla viene trascinato dentro un vortice d’eventi di difficile gestione. Alla fine però la Giustizia trionferà.

– Un segreto antico e inconfessabile che potrebbe cambiare la storia della letteratura. Troppo grande per essere custodito da una sola persona, troppo inquietante per essere rivelato.

– La paura, la paura può impedirti di vivere… e quando viene da qualcosa che hai visto è ancora peggio… cosa spaventa tanto la giovane Angelica? Per scoprirlo una coraggiosa psichiatra si troverà coinvolta in un’oscura storia di ladri e contrabbandieri.

– Una simpatica e svampita vecchietta occupa il suo tempo a guardare il mondo dai vetri della sua finestra… guarda, guarda si imbatte in qualcosa di davvero strano.

– Si può sul serio dimenticare tutto di se stessi? Forse sì, forse no. E se poi hai 500.000 euro nella tua valigia e non ne conosci la provenienza il mistero s’infittisce.

– Una festa, una villa e una nota stonata a rovinare l’atmosfera. Parte tutto da qui o no? Quando c’è di mezzo un suicidio ma il corpo non si trova le possibili soluzioni sono tante, troppe…

– Un antico diadema che porta sfortuna. La regina di quadri: c’è chi sarebbe disposto a tutto pur di averla.

– Uccidere un gatto è reato? Sì, lo è e il Maresciallo Lo Giudice apre una vera e propria indagine per aiutare la signora Maria e i suoi amici a quattro zampe.

– Una base dell’Aeronautica Militare e un diario ritrovato dopo tanto tempo. Un diario che cela un’inconfessabile segreto. Ha senso indagare dopo tanti anni? A chi gioverebbe, cui prodest?

Tante storie, tutte con un risvolto psicologico, tutte con la speranza di andare oltre l’apparenza, di scoprire non tanto chi ha commesso il reato, ma la ragione che l’ha spinto a farlo, non il come, ma il perché.

http://raffaellaferrari.altervista.org/libri-dieci-piccoli-enigmi.htm

:: Recensione di Il bacio del pane di Carmine Abate (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

21 settembre 2013

bacio pane“Il bacio del pane”. Il suono dolce di queste poche lettere sedute le une vicine alle altre; l’immagine di un gesto carico di significati mi conducono alla lettura dell’ultimo lavoro di Carmine Abate, pubblicato da Mondadori nella collana Libellule. Credevo che l’incontro fosse avvenuto in maniera del tutto casuale subito dopo ho capito di essere un uccellino in cerca della sua briciola. È un paesino della Calabria, più precisamente Spillace, frutto della fantasia dello scrittore ma realistico nella descrizione, a fare da palcoscenico alla narrazione della storia. Incastonato tra la schiena di promontori della massiccio silano e le sinuose coste della Magna Grecia, Spillace sorride allo sbuffo di aria calda proveniente dal  Sahara che, nella bella stagione, inebria e ubriaca di energia e vitalità i migranti che ritornano al loro paese d’origine. L’accento più duro del dialetto calabrese si mescola ai suoni più dolci e musicali del dialetto del nord rianimando la piazza di un ibrido vociare e un festoso schiamazzare che fanno del ritorno una consuetudine affettiva. Ed è proprio nella piazza di paese che Bruno, Vittorio, Emilia, Marta, Mauro e Francesco, amici d’estate sin dall’infanzia, si danno appuntamento per esplorare la cascata del Giglietto e cullare insieme i sogni dell’adolescenza. Lì, lungo la fiumara che conduce alla cascata, riposano silenti e stanchi i ruderi di un vecchio mulino che ospitano una presenza misteriosa, ignara a tutti i ragazzi eccetto a Francesco, che intravide quell’uomo il giorno di Pasquetta. Durante la gita Francesco decide di condividere il segreto con Marta. Il segreto si trasforma in curiosità, la curiosità in conoscenza, la conoscenza nell’avventura più significativa dell’estate. L’esperienza del Giglietto muterà per sempre la vita dei ragazzi, soprattutto quella di Francesco e Marta, e scivolerà verso sogni e ideali carichi di giustizia e lealtà. L’estate, il contesto non contaminato e la vitalità degli adolescenti sono metafora del rigoglio dei sogni, quelli che vanno coltivati con caparbietà quando sono dei germogli altrimenti muoiono subito, non diventano mai piante robuste, non cambiano la vita, né a te né agli altri. “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione, che conduce a riscoprire i valori più sani della vita, sacri come il semplice gesto di avvicinare le labbra al pane assaporando il sacrificio di Cristo in segno di gratitudine e onestà, così come le generazioni dei nostri padri ci hanno insegnato.  Ma è anche un romanzo di denuncia che si materializza nell’ultima parte del romanzo nel tentativo di fare da scudo a quegli stessi ideali. Una scrittura tanto sobria di parole quanto ebbra di sensazioni per raccontare l’amicizia, la famiglia, la passione, la bellezza della natura, l’amore per gli animali e degli animali, il valore simbolico della piazza, la forza delle proprie radici, la vita e la sua vera essenza contenuta in quel semplice gesto del bacio del pane. A difesa del significato etico di questo gesto, lo scrittore guida le nostre coscienze a denunciare ogni forma di sopruso e illegalità anche quando  la denuncia assume il  valore della nostra stessa vita perché l’omertà non può viaggiare sullo stesso treno della libertà e soprattutto non si può scappare dalla propria storia di rimorsi. “Il bacio del pane” vuole essere un romanzo di speranza rivolto ai giovani dell’immaginario paesino della Magna Grecia  come metafora della Calabria che non si piega a sputare sul pane tanto sudato ma calpestato.

Carmine Abate: è nato nel 1954 a Carfizzi, un paese arbëresh della Calabria, e vive in Trentino. È autore, tra gli altri, dei romanzi: Il ballo tondo (1991), La moto di Scanderbeg (1999), Tra due mari (2002), La festa del ritorno (2004), Il mosaico del tempo grande (2006), Gli anni veloci (2008), La collina del vento (2012) premio Campiello, tutti pubblicati da Mondadori. I suoi libri sono tradotti in un numerosi Paesi.

:: Recensione di Sangue negli occhi di Lina Meruane – (La Nuova Frontiera, 2013) a cura di Lucilla Parisi

21 settembre 2013

sangue occhiTraduzione di Luca Mariotti

La mattina dopo hai aperto le persiane e ti sei seduto davanti a me aspettando il mio risveglio, non so se dal sonno o dalla vita. Ma io ero già sveglia da ore senza osare aprire gli occhi. Ho alzato una palpebra e poi l’altra e per mia sorpresa c’era luce, qualcosa di luce, luce sufficiente: l’ombra di sangue non era scomparsa dall’occhio destro ma quella del sinistro era precitata al fondo. Ero cieca solo a metà”.

Gli occhi di Lucina sono invasi dal sangue della malattia: le sue vene hanno ceduto misteriosamente a un peso eccessivo che le ha fatte esplodere, facendo riversare un magma nero nei suoi occhi.
E’ un dramma che travolge inaspettatamente la sua giovane vita a New York e quella del suo compagno Ignacio: a una festa i suoi occhi perdono progressivamente la visione del mondo circostante e Lucina si trova immersa nel buio di una notta interminabile.
Il giorno è pieno di ostacoli fisici e mentali mentre la donna cerca di riappropriarsi di una normalità a cui si aggrappa con rabbia in attesa di un verdetto, quello del dottor Leks, che fatica ad arrivare.
Bloccata nell’attesa logorante dell’intervento, Lucina torna nel Cile del suo passato, nella casa in cui vivono ancora i suoi genitori e pezzi della sua infanzia, ripercorrendo a tentoni i luoghi di un tempo e cercando di rievocare emozioni ormai lontane. La cecità ha reso quella distanza un abisso insuperabile per la sua famiglia che fatica a comprendere il suo cinismo e la sua disperazione.
Un gioco al massacro quello di Lucina che, incapace di rassegnarsi alla cecità, trascinerà nel vortice della sua frustrazione le persone che più la amano, nel tentativo di infliggere ulteriore dolore alla loro umana impotenza e aggiungere alla propria disperazione un’intollerabile solitudine.

Cominciammo a frapporre miglia mentali e silenzi tra di noi anche se eravamo legati con una corda invisibile ed elastica [….]. In quel momento seppi che mi ero legata a Ignacio come un’edera, avvolgendolo e intrappolandolo con i miei tentacoli, succhiandolo come una ventosa che infierisce sulla vittima”.

Quelli di Licina sono giorni fatti di ombre e di ricordi, residui di una vita che la tengono salda al mondo che la circonda e la inonda con la sua violenza di rumori, voci e parole che non hanno più alcun significato. In un universo nuovo in cui tutto è provvisorio, anche la scrittura, un tempo veicolo di messaggi, diventa per la donna un susseguirsi di tracce prive di significato.
Lina Meruane è bravissima nel ricomporre i pezzi di un’esistenza segnata brutalmente e irrimediabilmente dalla tragedia. Dietro il cinismo di Lucina si nasconde tutta la fragilità di una donna assediata dalla paura e dalla confusione, incapace di affidarsi all’amore dell’uomo che la vuole accanto a sé e alla speranza di un futuro possibile.

Ho sospeso il futuro mentre spremo fino alla buccia, assetata, il presente”.

Come ha spiegato la stessa scrittrice cilena – ospite quest’anno dello Spazio Cile al Salone Internazionale del libro di Torino – l’amore incondizionato di Ignacio nulla può contro la chiusura e l’isolamento di Lucina che, da vittima, si fa carnefice consapevole. Una sorta di ribellione allo stato di cose rappresentato, fino a quel momento, da un quotidiano succedersi di relazioni familiari e sentimentali che, nella nuova geografia dei ruoli venutasi a creare con la malattia, sono destinate a soccombere.
Un romanzo crudo e vero che deve alla coraggiosa scrittura della Meruane il suo riuscitissimo esito.

Lina Meruane è nata a Santiago del Cile nel 1970. Scrittrice e saggista, ha pubblicato la raccolta di racconti Las infantas (1998) e i romanzi Postuma (2000), Cercada (2000), Fruta podrida (2007) e Sangue negli occhi (2012), tradotti in numerose lingue, per i quali ha ricevuto prestigiosi premi internazionali tra cui: Sor Juana Ines de la Cruz (2012) e Anna Seghers (2011). Vive e lavora tra il Cile e New York dove insegna letteratura latinoamericana alla New York University e dirige la casa editrice Brutas Editoras.

:: Un’ intervista con Valentina D’Urbano a cura di Lorenzo Mazzoni

20 settembre 2013

acquaIl tuo precedente romanzo, Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), è una storia durissima, una storia di odio e amore, quasi un gioco al massacro. Si ritrovano le stesse atmosfere psicologiche anche in Acquanera (Longanesi, 2013)?

Il rumore dei tuoi passi è una storia d’amore dura e impietosa, di quelle che piacciono a me, perché poi uno scrive sempre quello che vorrebbe leggere. Con queste premesse era difficile che io scrivessi un chick-lit pieno di amore vero e buoni sentimenti, è una cifra stilistica che non mi appartiene. Perciò ho buttato giù un’altra storia drammatica dalle atmosfere e dalle ambientazioni diverse ma con qualcosa in comune: in entrambe c’è una disperazione opprimente in cui scorre un filo di speranza. Secondo me è proprio quella minuscola speranza a dare forza ai protagonisti.

Ne Il rumore dei tuoi passi c’è una periferia cupa, violenta e allucinata, in Acquanera il “paese”. Ci sono analogie? Sono due realtà diverse nelle sensazioni che fai vivere ai tuoi personaggi?

Sono due realtà completamente diverse ma simili nelle sensazioni. L’oppressione, l’isolamento, l’emarginazione sono temi ricorrenti nei miei romanzi. Mi piace spingere i miei personaggi in situazioni difficili e in luoghi inospitali, vedere come reagiscono. Li amo molto, ma mi piace trattarli male, lo ammetto.
Magari ho avuto un trauma da piccola, non me lo ricordo.

Perché hai deciso di raccontare una storia di donne ad ampio raggio?

Non è stata una scelta ragionata. Ho pensato a queste donne, mi piacevano, volevo raccontarle. Poi scrivendo mi sono resa conto che le loro psicologie erano troppo forti per lasciare spazio ad altro, dovevo raccontare di loro e solo di loro.

In Acquanera torna spesso il tema del rimpianto e del circolo vizioso. Cosa ti affascina nel “ritornare a casa”?

Il fatto che il “tornare a casa” sia un processo ineluttabile. Puoi allontanarti quanto vuoi, puoi odiare il tuo posto e rinnegarlo, eppure prima o poi ci torni, perché ti appartiene, perché è comunque roba tua. Così succede a Beatrice nel Rumore dei tuoi passi e così succede anche a Fortuna, la protagonista di Acquanera.

La “forza” del libro è data dall’Amore. E’ così?

E dall’odio. E dalla speranza. Acquanera è un calderone di sentimenti, e non tutti positivi.

Quali sono state le modalità di scrittura per la stesura del romanzo? Hai un metodo quotidiano di lavoro?

All’inizio ho cercato di darmi un tono, di fare delle vere e proprie sessioni di scrittura, ma ho lasciato perdere quasi subito, non sono molto costante. Così ho deciso che mi sarei seduta ogni giorno alla scrivania, ma senza forzarmi. Se mi veniva qualcosa da scrivere bene, altrimenti pazienza, ci avrei provato il giorno dopo.

Ci sono stati “Cattivi Maestri” che in qualche modo hanno influenzato il tuo linguaggio, le tue storie e la tua scrittura?

Tanti e tutti diversi. Da ognuno prendo qualcosa e un giorno sogno di diventare come loro. O magari un miscuglio di tutte le loro caratteristiche migliori. Tipo un Golem, hai presente?

Qual è la tua impressione sul mondo editoriale e letterario italiano? Hai Fiducia? Pensi che crollerà tutto lasciando trionfare l’analfabetismo?

Ok, quante pagine abbiamo per l’intervista? No dai, scherzi a parte, io sono abbastanza fiduciosa. In italia l’editoria è uno dei pochi universi rimasti dove ancora vige la meritocrazia: se hai un libro che ha un valore (commerciale o letterario è un discorso a parte) vieni notato e pubblicato. Non serve avere i santi in paradiso per una pubblicazione, può riuscirci anche l’ultimo degli sconosciuti (tipo me, insomma). E poi, i lettori forti in italia sono pochissimi ma sono costanti. E anche se molte volte la scuola e i professori non invogliano alla lettura (e alla cultura), anzi, pare che facciano di tutto per fartela odiare, ho notato che moltissimi ragazzi si sono avvicinati ai libri e il processo è irreversibile: una volta che hai iniziato a leggere non smetti più.
Penso che ci siano dei grossi ostacoli da superare, ma sono fiduciosa, mi piace pensare che potremmo diventare un paese di forti lettori.

Come sta andando la promozione di Acquanera?

Siamo ancora all’inizio, ma per ora mi sembra andare bene. Più che altro, ci sono molti lettori del primo libro che aspettavano l’uscita del secondo, quindi in qualche modo parto avvantaggiata!

Progetti futuri? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Forse sì, è ancora presto per dirlo. Ma finché mi diverto a scrivere, vado avanti.

:: Segnalazione di L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod (EO, 2013)

20 settembre 2013

attrice teheranTraduzione dal francese di Federica Alba

«Volta a volta angoscioso, buffo e sconvolgente, L’attrice di Teheran si divora dalla prima all’ultima pagina. Questo romanzo è un puro gioiello».
L’Express

L’amicizia fra due donne che rappresentano la parte migliore dell’Iran, quella di chi combatte il fondamentalismo e il maschilismo.

Le protagoniste di questo romanzo sono due donne, due iraniane. La prima, nata dopo la rivoluzione del 1979, e che ha conosciuto solo il regime islamico, è una giovane attrice di grande successo. La seconda, scrittrice rinomata, è cresciuta nell’Iran dello Scià. La ragazza racconta alcuni episodi della propria infanzia, le vessazioni subite dai familiari in quanto laici ed artisti, la folgorante carriera nel cinema, il peso della censura e i lunghi interrogatori da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Il suo racconto testimonia di un Iran sconosciuto alla scrittrice, che ricorda invece la forzata modernizzazione della società al tempo della monarchia filo-occidentale dello Scià. Dal confronto di queste due visioni nasce un romanzo affascinante, in un gioco di specchi che concorre a definire il ritratto di due donne decise ad affermare la propria identità, il proprio talento, e a vivere la complessa evoluzione di un paese pieno di contraddizioni e di grande ricchezza culturale.

Nata a Teheran nel 1960 in una famiglia di intellettuali, Nahal Tajadod si è trasferita in Francia dal 1977, prima dello scoppio della rivoluzione islamica e dell’avvento del regime dei mullah. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi, curando anche l’edizione francese dei suoi canti d’amore spirituale insieme al marito Jean-Claude Carrière, noto scrittore e sceneggiatore. In Italia è conosciuta per il romanzo Passaporto all’iraniana, pubblicato da Einaudi nel 2008.